1
← Torna al sito

Mis-Shapes: SYL

1 Capitolo 1

Bailey si svegliò con la sensazione che qualcuno gli stesse usando il cranio come un fottuto tamburo. La luce che filtrava dalle tende bianche – perché cazzo avevano scelto tende bianche? – gli pugnalava gli occhi. La bocca sapeva di cadavere. Di cadavere e cenere e qualcosa di dolciastro, tipo vodka alla pesca. Dio.

Ci volle un momento prima di mettere a fuoco.

Camera da letto enorme. Soffitto alto. Lampadario di cristallo che pendeva minaccioso su di lui come una trappola pronta a sganciarsi. Le pareti erano dipinte di un grigio perla, il tipo che diceva: Ho un interior designer che costa più del tuo affitto annuale.

Accanto a lui c’era un corpo. Storm – non ricordava il suo vero nome, forse non l’aveva mai saputo – dormiva girata su un fianco, i capelli neri tagliati corti che lasciavano scoperto il tatuaggio dietro l’orecchio che mascherava la cicatrice lasciatale dal fulmine. Respirava con il ritmo lento e profondo di chi è completamente KO. Un filo di trucco le colava dall’angolo dell’occhio, una scia scura che le rigava lo zigomo.

Bailey chiuse gli occhi, cercando di ricostruire la serata precedente. Party. Musica troppo alta. Alcol che scorreva a fiumi. Qualcuno che sniffava coca nei bagni, tra cui forse lui – anzi, probabile – Storm che rideva a qualcosa che Bailey le aveva detto, i suoi occhi scuri che brillavano sotto le luci stroboscopiche mentre la trascinava a ballare. O era stata lei a trascinare lui? Non ricordava. C’era un buco nero tra le luci stroboscopiche e il momento in cui si era ritrovato in quel letto, e dentro quel buco nero poteva esserci qualsiasi cosa.

Si passò una mano sul viso. La pelle gli bruciava. Aveva trentacinque anni e si sentiva come se ne avesse ottanta.

Piano – così piano che poteva sentire ogni movimento nella sua testa martoriata – scivolò fuori dal letto. I piedi toccarono il parquet freddo. Era nudo, ovviamente. Guardò in giro cercando i suoi vestiti.

Boxer vicino alla porta. Jeans accartocciati sotto una sedia. La maglietta – nera, con una scritta ironica che non aveva più senso il giorno dopo – era finita su una lampada da terra nell’angolo, appesa come una bandiera di resa. La giacca di pelle abbandonata vicino alla finestra, una manica che spuntava da sotto la tenda.

Una volta ricomposto, lanciò un’ultima occhiata a Storm. Percepiva qualcosa. Un’eco lontana delle sue emozioni, come una radio lasciata accesa in un’altra stanza. Stanchezza. Un po’ di tristezza sotto la superficie – quella che la gente porta sempre con sé ma nasconde sotto sorrisi e alcol e sesso sfrenato. Niente di sorprendente. Niente che lo riguardasse.

Bailey distolse lo sguardo e uscì dalla camera.

Il corridoio era un macello. Gente ovunque. Corpi accatastati l’uno sull’altro come le vittime di una battaglia particolarmente noiosa. Alcuni ancora vestiti, altri meno. Un tizio era seduto contro il muro con la testa reclinata all’indietro, la bocca aperta, ronfando alla grande. Una coppia rannicchiata sotto una giacca da smoking, le gambe intrecciate. Qualcun altro giaceva nudo vicino a un’enorme pianta ornamentale in vaso, abbracciandone la base come fosse un amante.

Bailey li scavalcò con cura, cercando di non pestare nessuno. Avvertiva le loro emozioni premere contro la sua mente come dita su un vetro. Confusione. Nausea. Rimpianto. Il solito cocktail post-sbronza dell’umanità.

Continuò a camminare, attraversando un salone che sembrava un film di Gatsby dopo che la festa era andata malissimo. Bicchieri dappertutto – sul pavimento, sui davanzali, incastrati tra i cuscini del divano. Bottiglie di champagne abbandonate. Un tavolo rovesciato. Qualcosa che sembrava vomito su un tappeto persiano che probabilmente costava quanto una macchina. Nell’aria ristagnava un odore dolciastro di alcol versato e sudore e qualcosa di chimico che non voleva identificare.

Non che la cosa gli interessasse. Non era casa sua. Non sapeva nemmeno di chi fosse. Qualche ricco bastardo di Chelsea o Kensington con troppi soldi e poco buon senso.

Trovò gli occhiali da sole su un tizio che dormiva in posizione fetale vicino a una finestra panoramica. Li riconobbe – Aviators neri, un po’ graffiati ma ancora funzionali. Forse erano i suoi. Forse li aveva rubati. Chi se ne fregava.

Glieli sfilò dalla faccia senza che l’altro si muovesse – nemmeno un sussulto, niente – e se li infilò sul naso. Il mondo divenne improvvisamente più sopportabile.

Portafoglio. Dove cazzo era il suo portafoglio?

Lo trovò sul bancone della cucina – anche quella che sembrava uscita da una rivista di architettura, tutta marmo bianco e rubinetti dorati. Accanto c’erano le chiavi magnetiche del suo appartamento e un pacchetto di Marlboro stropicciato con ancora tre sigarette dentro.

Ringraziò mentalmente qualsiasi dio esistesse là fuori.

Prese tutto e si diresse verso l’uscita, passando accanto ad altri corpi addormentati. Il giardino esterno era uno spettacolo desolante – bottiglie che galleggiavano nella piscina, insieme ad altro vomito e una ciambella a forma di unicorno mezza sgonfia. Un paio di scarpe col tacco giaceva sul fondo come relitti di un naufragio.

L’aria fresca lo colpì in faccia. Il cielo era bianco, opaco, senza un filo d’azzurro. Odore di smog e pioggia imminente. La cara vecchia Londra.

Bailey inspirò profondamente, cercando di schiarirsi la testa. Accese una sigaretta. Il fumo gli grattò la gola, un dolore familiare, quasi confortante.

La sua macchina era parcheggiata in fondo al vialetto insieme alle altre. Una Ford Mustang nera così lucida che brillava anche sotto la luce pallida del mattino. Era una delle poche cose di cui andava fiero.

Sbloccò la Mustang e salì a bordo, chiudendo la portiera dietro di sé. L’abitacolo odorava di pelle e della sua colonia – qualcosa di costoso che Arthur gli aveva regalato per il compleanno, legno di sandalo e bergamotto e qualcosa di affumicato sotto. Si lasciò cadere contro il sedile, un tentativo inutile di calmare la nausea. La sigaretta pendeva dall’angolo della bocca.

Mise in moto. Il motore ruggì, un suono che normalmente gli piaceva ma che oggi gli faceva venire voglia di morire. Mise la prima e uscì dal vialetto, dirigendosi verso la strada principale.

Accese la radio. Il presentatore parlava con quel tono finto-energico che avevano tutti i DJ mattutini, come se il mondo fosse un posto meraviglioso e tutti dovessero essere felicissimi di essersi svegliati.

«… e ovviamente la storia del momento continua a essere il caso che coinvolge il supereroe Empathy. Per chi si fosse perso i dettagli, Eva Grant – la famosa modella su tutte le prime pagine di Vogue, proprio lei, signori – ha accusato il nostro Empathy di molestie sessuali durante il loro lancio col paracadute avvenuto una settimana fa. Secondo la Grant, il nostro eroe avrebbe avuto un’erezione mentre erano in aria. Il legale di Empathy ha rilasciato una dichiarazione definendo le accuse "assurde e prive di fondamento", ma l’opinione pubblica pare divisa su…»

Bailey cambiò stazione, premendo il pulsante così forte che quasi lo sfondò. Partirono gli Arctic Monkeys – "Do I Wanna Know?" – con la loro chitarra trascinante e ipnotica. Meglio. Questo era meglio.

Un’erezione involontaria. Era quello di cui lo stavano accusando. Perché ovviamente, quando sei legato pancia a pancia con una sconosciuta mentre cadi da tremila metri con l’adrenalina che ti pompa nelle vene, ci può stare che il tuo corpo decida di reagire. Non era scienza missilistica. Era biologia di base.

Non le aveva nemmeno sfiorato le tette, cristo. Ed era stato tentato, dio lo sa se era stato tentato. Perché Eva Grant era una maledetta modella di Vogue, per la miseria, e lui oggettivamente un essere umano con certi istinti. Ma non l’aveva fatto. Il che, nella sua personalissima scala morale, lo rendeva praticamente un santo.

E adesso era dappertutto sui giornali. Sui social media. La gente lo chiamava predatore. Facevano i meme – il suo volto, photoshoppato accanto a immagini oscene con didascalie che non ripeteva neanche a sé stesso. C’era addirittura chi scendeva in piazza per chiedere che gli venisse revocata la licenza da supereroe.

Strinse le mani sul volante fino a sbiancarsi le nocche. Il traffico iniziava già a intasare la strada. Taxi neri, autobus rossi, ciclisti che sfrecciavano tra le macchine sprezzanti del pericolo. Bailey s’infilò nel flusso, guidando verso Canary Wharf.

I grattacieli si stagliavano contro il cielo come giganti di vetro – One Canada Square che dominava tutto con i suoi duecentotrentacinque metri, la piramide sulla cima che scompariva nella foschia bassa. Il suo palazzo era poco distante, un edificio residenziale di lusso con portineria ventiquattro ore su ventiquattro e prezzi che avrebbero fatto svenire una persona normale. Il tipo di posto in cui la gente pagava per il privilegio di sentirsi superiore.

Imboccò l’ingresso del parcheggio sotterraneo. La sbarra era abbassata. Il guardiano – un tipo che gli ricordava molto Brian, quello dei lavori sociali – uscì dal gabbiotto con la lentezza calcolata di chi sa di avere potere su di te, anche se solo per i trenta secondi necessari ad alzare una sbarra.

«Buongiorno, signor Burns!» disse in tono cordiale. «Come è andata la sua serata?»

Bailey grugnì qualcosa d’incomprensibile.

Il ghigno dell’uomo si allargò. «Capisco, capisco. Notte movimentata, eh?»

Ma Bailey sentì cosa c’era sotto. Disgusto. Disprezzo. Le emozioni dell’uomo parlavano al posto suo, chiare come parole stampate su una pagina: Guardalo, il grande eroe. Probabilmente ha passato la notte a molestare qualcuno.

«Sì, è stata movimentata» disse Bailey, piatto. «La sbarra, per cortesia.»

L’uomo alzò la sbarra senza fretta. Bailey parcheggiò nel suo posto riservato e spense il motore. Rimase seduto per un momento nel silenzio, solo col suono del suo respiro e il ticchettio del motore che si raffreddava. Spense il mozzicone nel posacenere. Poi si fece forza e uscì, sbattendo la portiera più forte del necessario.

Si diresse verso l’ascensore. L’attico era al ventesimo piano. L’ascensore salì con un sibilo morbido, le pareti di vetro che gli permettevano di vedere la città allargarsi sotto di lui – il Tamigi che si snodava come un serpente grigio tra i palazzi, i tetti lucidi di pioggia, il profilo irregolare di Londra che si perdeva nella foschia.

Le porte si aprirono direttamente nel suo appartamento – una delle tante comodità del vivere nel lusso sfacciato. Lanciò le chiavi e il portafoglio sullo svuotatasche vicino all’entrata, mancandolo. Caddero sul pavimento. Non li raccolse.

L’attico era uno spazio aperto, con arredamento minimalista moderno, finestre dal pavimento al soffitto che offrivano una vista mozzafiato sul paesaggio, sistema domotico che controllava tutto: luci, temperatura, musica. Era stato Arthur a sceglierlo. Arthur a decorarlo. Arthur a trasformarlo in qualcosa che assomigliasse a una casa vera. Fosse dipeso da lui, col cazzo che ci sarebbe andato a vivere in un posto così. Sarebbe rimasto in qualche buco a Hackney, con le pareti sottili e i vicini che litigavano alle tre di notte.

Bailey si tolse gli occhiali da sole e si avviò verso la cucina. Aveva un disperato bisogno di caffeina. Si bloccò sulla soglia.

Arthur era seduto al bancone. Jeans scuri, camicia bianca perfettamente stirata, senza cravatta. I capelli castani cadevano morbidi sugli occhi azzurri che lo guardavano con un’espressione gelida. Davanti a lui, una tazza di tè da cui non usciva più vapore – il che significava che era lì da un pezzo.

«Bentornato» disse, senza calore.

«Ehi.»

«Ti sei divertito?»

«No.» Bailey si diresse verso la macchinetta del caffè, evitando il suo sguardo. «È stata una palla. Come va il mal di testa?»

«Come mai non sei tornato a casa, allora?»

Bailey mise una capsula nella macchinetta e premette il pulsante. Il ronzio meccanico riempì per un momento il silenzio teso, un rumore che normalmente lo infastidiva ma che adesso gli sembrava una benedizione. «Ero stanco. Ho preferito rimanere a dormire lì.»

«Potevi almeno avvertire.»

«Avevo il cellulare scarico.»

«Strano. Quando ho provato a chiamarti risultava acceso. E ho provato più volte. Non hai visto le mie chiamate?»

«No, non ho proprio guardato» rispose Bailey.

Prese la tazzina e se la portò alle labbra. Il caffè scottava, ma lo bevve comunque, il calore che gli scendeva lungo la gola e si diffondeva nel petto. Salvezza liquida.

«Probabilmente eri impegnato a fare altro.»

Bailey lo guardò. Arthur teneva gli occhi dritti davanti a sé, la mascella serrata. I tendini del collo tesi come corde di chitarra.

«Arti, semplicemente non ho visto le tue chiamate. Lo sai che tengo sempre il cellulare in modalità silenziosa.»

«Con chi hai scopato?»

Le parole rimasero sospese nell’aria come fumo tossico. Fuori dalla finestra, un gabbiano passò in volo, il suo verso acuto smorzato dal vetro.

«Con nessuno.»

«Non prendermi per il culo. Ti conosco. So esattamente come funziona. Vai a una festa, bevi troppo, qualche tipa ti fa l’occhiolino e tu…»

«Non è così. Mi sono solo addormentato.»

Arthur si alzò dalla sedia con uno strusciare brusco che fece eco nella cucina.

«Arti, aspetta. Non è andata come pensi.»

Bailey tentò di toccargli la mano, ma Arthur la ritrasse come se scottasse. Percepiva le sue emozioni – rabbia, dolore, delusione, paura. Provò a calmarlo, come aveva fatto mille altre volte. Mandò un’onda di tranquillità verso di lui, delicata, avvolgente.

Arthur chiuse gli occhi e li riaprì. «Smettila.»

«Di fare cosa?»

«Lo sai benissimo.»

Calò di nuovo il silenzio.

«Non t’importa niente. Di me. Della tua immagine. Continui a fare cazzate. Anche dopo quello che hai combinato…»

«Cristo!» esplose Bailey. «Ancora con questa storia? Non è colpa mia! Non immaginavo che mi sarebbe venuta una fottuta erezione!» Si passò una mano tra i capelli, tirandoli. «E comunque non è vero» aggiunse, abbassando la voce. «Di te m’importa eccome, lo sai.»

«La merda che ti tiri addosso si riversa anche su di me.»

«Ah, ecco. Questo è il vero problema.»

«È importante!»

«Per chi? Per te? Per i media?»

«Per entrambi!»

«L’opinione pubblica può baciarmi il culo, per quanto mi riguarda.»

«NON SE INFLUENZA LA TUA CARRIERA!»

«CHE CARRIERA? Cosa siamo, Arti? Supereroi? Pagliacci? Fottute celebrità che sorridono alle telecamere e firmano autografi? Cosa cazzo siamo?»

«Come se ti dispiacesse» replicò velenoso Arthur.

«Sinceramente? Sì, mi sono un po’ rotto il cazzo di tutto questo. Certo, non si può dire la stessa cosa di te. Ormai sembra che la tua carriera sia l’unica cosa che t’interessi.»

«Perché? Mi è rimasto altro?»

Se avesse urlato, se avesse spaccato qualcosa, sarebbe stato più semplice da affrontare. Invece no. Solo quella rassegnazione. Quella voce piatta, svuotata, come se stesse constatando un dato di fatto. Faceva più male di uno schiaffo.

Un dolore sordo gli si aprì nello stomaco. «Che cazzo vuoi dire?»

Arthur non rispose. Si era già avviato verso l’ascensore, la schiena dritta, i passi misurati. Le porte si chiusero con un sospiro meccanico e lo inghiottirono.

La sera arrivò troppo in fretta.

Bailey aveva passato il pomeriggio sul divano, scrollando il telefono senza davvero guardare niente. I social erano un campo minato – ogni due post qualcuno parlava di lui, dello scandalo, di Eva Grant. Aveva smesso di leggere i commenti settimane fa, ma i titoli bastavano. Qualcuno aveva fatto una petizione online per togliergli la licenza. Ventimila firme in tre giorni. Aveva chiuso l’app e fissato il soffitto per un tempo indefinito.

Stava ancora fissando il soffitto quando sentì la porta d’ingresso aprirsi. Arthur entrò senza dire una parola – nemmeno un Sono a casa o un Ciao – e si diresse dritto verso la camera da letto. Bailey captò un alone emotivo freddo, composto, blindato. Arthur aveva avuto tutto il giorno per costruire le sue difese, e le aveva costruite bene.

Bailey si alzò e lo seguì. Lui era nell’armadio walk-in, spostando vestiti con gesti bruschi, tirando fuori abiti e appoggiandoli sul letto con la precisione meccanica di chi sta facendo un lavoro e non vuole pensare ad altro.

«Che fai?» chiese Bailey dalla soglia.

Arthur non si voltò. «Mi preparo. E dovresti farlo anche tu, o faremo tardi.»

«Perché? Che abbiamo da fare?»

Arthur emise un suono sprezzante – un’esplosione d’aria dal naso che valeva più di mille parole. «Ovviamente te ne sei scordato. Come sempre.»

«Arti…»

«Abbiamo il gala. Sai, quello per il Fracture Memorial.»

Oh.

Oh, merda.

Il fottuto gala annuale dove tutti i supereroi si radunavano in smoking e abiti da sera per commemorare le vittime della Rivolta, stringere mani, fare bella figura davanti alle telecamere e fingere di essere veri eroi invece di celebrità strapagate. L’evento dell’anno. Il circo dei circhi.

«Non ho voglia di andarci.»

«Che sorpresa.»

«Dico sul serio.»

«Non me ne frega niente.» Arthur tirò fuori un completo nero dalla custodia, lisciandolo con la mano. «Ci andiamo. Punto. Preparati.»

Bailey sapeva che non aveva scelta. Non andare sarebbe stato un disastro di pubbliche relazioni, soprattutto ora con lo scandalo Eva Grant che gli pendeva sopra la testa come una spada di Damocle. Il loro agente li avrebbe scuoiati vivi. I tabloid ci avrebbero ricamato sopra per settimane.

Con un respiro pesante, si trascinò verso il suo armadio e iniziò a cercare il suo smoking.

Una volta pronti, scesero al parcheggio e salirono sulla Mustang. Arthur sedeva rigido nel sedile del passeggero, le mani intrecciate in grembo, lo sguardo già puntato fuori dal finestrino. Non aveva commentato il fatto che Bailey non avesse ancora allacciato la cravatta. In circostanze normali gliela avrebbe aggiustata lui, tirandolo per il bavero con quel mezzo sorriso che gli illuminava gli occhi.

Bailey mise in moto e uscirono nel traffico serale di Londra.

Il viaggio fu silenzioso.

Bailey guidava, gli occhi sulla strada. Arthur guardava fuori dal finestrino, il viso illuminato a intermittenza dai lampioni. Londra era una città diversa col buio. Le strade si riempivano di vita notturna – gruppi di ragazzi che attraversavano ridendo, pub con le porte spalancate da cui usciva musica, l’odore di cibo da asporto e pioggia recente. Il cielo sopra di loro era un viola scuro, quasi nero, senza stelle – l’inquinamento luminoso le soffocava tutte.

Si fermarono a un semaforo rosso. Bailey guardò di sottecchi Arthur. Il profilo affilato contro la luce arancione del lampione. C’era ancora una linea di tensione lungo il viso, le labbra strette, quella piega tra le sopracciglia che compariva solo quando si sforzava di non sentire qualcosa.

«Mi piace come ti sta questo completo» disse.

Arthur non rispose. In circostanze normali si sarebbe sciolto, regalandogli uno dei suoi sorrisi – quelli lenti, un po’ timidi, che partivano dagli angoli della bocca prima di arrivargli agli occhi. Bailey allungò la mano, posandola sulla sua coscia, accarezzandola lentamente attraverso il tessuto.

Arthur staccò finalmente gli occhi dal finestrino. «Il semaforo è verde» disse, secco.

Poi tornò a guardare fuori.

Bailey tolse la mano e ripartì. Il magone gli cresceva nel petto come una cosa viva.

Il gala si teneva al London Guildhall – un edificio monumentale nel cuore della City, tutto colonne neoclassiche e pietra bianca che brillava sotto i riflettori come un dente in una pubblicità di dentifricio.

Quando arrivarono, Bailey vide il solito caos ad attenderli. Tappeto rosso che si estendeva dall’ingresso fino alla strada. Flash dei fotografi che esplodevano come fuochi d’artificio. Giornalisti con microfoni puntati come armi. Bodyguard in completo nero che tenevano a bada la folla. E la gente – centinaia di persone ammassate dietro le transenne metalliche, che urlavano, agitavano cartelli, tenevano i telefoni in alto per filmare tutto. Un boato continuo, indistinto, come il ruggito di un animale enorme.

Accostò la Mustang davanti all’ingresso. Un parcheggiatore in uniforme rossa si avvicinò, aprendo la portiera con un inchino che Bailey trovò irritante.

«Trattala bene» disse, scendendo. «Se trovo anche solo un graffio, ti faccio causa.»

Il parcheggiatore annuì nervosamente. Arthur era già sceso dall’altra parte, sistemandosi la giacca con gesti automatici. I flash li colpirono immediatamente, accecanti.

«EMPATHY, GUARDA QUI!»

«CIPHER, UN SORRISO!»

«EMPATHY, È VERO CHE EVA GRANT VUOLE DENUNCIARTI?»

Arthur si stampò un’espressione perfetta in faccia – professionale, cordiale, completamente finta – e iniziò a camminare sul tappeto rosso. La sua maschera pubblica. Quella che indossava come un’armatura e che non toglieva finché non era al sicuro tra quattro mura. Bailey lo invidiava per quella capacità. Lui non ci era mai riuscito. La sua faccia diceva sempre esattamente quello che pensava, che lo volesse o no.

Odiava questa merda. Odiava i flash, le domande, le persone che lo guardavano come se lo conoscessero, come se avessero il diritto di giudicarlo solo perché il suo nome compariva sui giornali.

La folla dietro le transenne era impazzita. Bailey evitava tutti, sforzandosi di apparire presentabile quando lui e Arthur dovevano posare per le foto. Un fotografo gli urlò di sorridere. Bailey gli mostrò i denti in qualcosa che poteva passare per un sorriso se lo guardavi da molto lontano. Voleva solo tornarsene in macchina, rintanarsi in qualche pub e sbronzarsi fino a dimenticare il suo nome.

Stavano per entrare finalmente nell’edificio quando successe.

Un uovo colpì Arthur in pieno volto. Lo schiocco umido della rottura. Un altro gli prese la testa, inzaccherandogli i capelli.

«MOSTRI!» urlò qualcuno – una voce femminile, acuta, spezzata. «SIETE DEI MOSTRI! MERITATE DI FINIRE ALL’INFERNO!»

Bailey si voltò di scatto. Una donna di mezza età stava lanciando uova dalla prima fila, il braccio che si ricaricava con una furia meccanica. Aveva gli occhi rossi e gonfi, il viso contorto in una smorfia che Bailey conosceva bene. L’aveva vista su troppe facce. Dolore. Dolore puro, incontaminato, il tipo che non passa mai del tutto.

I bodyguard le furono subito addosso, trascinandola via mentre lei continuava a urlare, divincolandosi.

Bailey raggiunse Arthur. Tuorlo e albume gli colavano lungo il viso, tra i capelli che ora erano appiccicati alla testa in ciocche unte. Il completo macchiato di giallo. Aveva ancora la sua espressione composta, ma c’era qualcosa che tremava sotto – una crepa microscopica nella maschera.

«Stai bene?»

Provò a sfiorargli la spalla, ma lui si scostò. «Sto bene.»

Qualcuno alle loro spalle soffocò una risatina. Bailey incontrò gli occhi di Storm. Era a pochi passi, strizzata in un abito da sera rosso fuoco che le aderiva al corpo come una seconda pelle, spacco vertiginoso sul fianco.

«L’albume d’uovo è un toccasana per i capelli» disse con un’aria da gatta. «O almeno così ho sentito dire.»

Arthur le lanciò un’occhiata cupa che avrebbe congelato il Tamigi e si defilò verso l’ingresso. Bailey gli andò dietro, facendosi largo tra la gente.

«Non è così grave» provò a dire per alleggerire la situazione, levandogli un pezzo di guscio dalla spalla.

Arthur si fermò di colpo, fulminandolo. «Vado a lavarmi. Tu vedi di restare lontano dallo champagne.»

E sparì dentro un corridoio laterale.

Bailey rimase lì, in piedi, circondato da altri ospiti che lo guardavano con curiosità malcelata. Un tipo in smoking bianco gli fece un cenno di solidarietà. Bailey lo ignorò.

Perfetto. Fottutamente perfetto.

L’interno del Guildhall era opulento quanto l’esterno, se non di più. Soffitti alti decorati con affreschi elaborati – angeli e cherubini e figure allegoriche che guardavano giù con aria di rimprovero, come se anche loro giudicassero. Lampadari di cristallo che pendevano come gioielli sospesi, proiettando prismi di luce sulle pareti. Tavoli rotondi coperti di tovaglie bianche impeccabili, centrotavola di rose rosse, posate d’argento che brillavano sotto le luci. Un palco al centro con un podio e un microfono. Camerieri in uniforme che circolavano con vassoi di champagne e canapè con la grazia studiata di ballerini professionisti. L’intero posto puzzava di soldi e ipocrisia e profumi costosi.

Un addetto accompagnò Bailey al loro tavolo, che si trovava proprio davanti al palco. Ovviamente. In prima fila, in bella vista, dove tutti potevano vederli. Come animali allo zoo.

Freeze era già seduto – un tipo sulla trentina con capelli biondo platino e un’aria viscida che nessun sorriso poteva mascherare. Smoking blu ghiaccio – perché ovviamente doveva fare il gioco di parole con il suo nome – l’aria da surfista californiano trapiantato a Londra.

Accanto a lui c’era Jeff, conosciuto come Strong – una montagna di muscoli compressa in uno smoking che sembrava sul punto di esplodere. Sulla trentina anche lui, mascella squadrata, capelli neri tagliati alla militare, collo largo quanto la testa di Bailey. Il suo unico vantaggio era la superforza, ma per il resto avresti fatto prima a ragionare con una capra.

«Ciao, Strong. Freeze.»

«Empathy.» Freeze fece roteare lo champagne nel bicchiere. «Dov’è la tua dolce metà? Di solito è la tua ombra.»

«In bagno» rispose Bailey, sedendosi.

Prese un flûte di champagne dal vassoio di un cameriere di passaggio. Restare lontano dallo champagne. Sì, ciao.

Avvertì qualcosa pizzicargli il collo. Una scarica elettrica breve e tagliente. Sussultò e d’istinto ruotò sulla sedia, ritrovandosi faccia a faccia con Storm.

«Sembri nervoso» disse melliflua lei, agitando le dita dove danzavano piccole saette azzurrine. «Ti sei agitato per ciò che è successo al tuo ragazzo?»

Si sedette accanto a lui con un movimento aggraziato, accavallando le gambe. Da quella prospettiva Bailey aveva una visuale completa dello spacco del suo vestito e di una quantità indecente di pelle dorata. Deglutì, guardando altrove mentre si massaggiava il collo. La pelle formicolava ancora.

«Perché? Che è successo?» chiese avido Freeze, sporgendosi in avanti.

«Una pazza lo ha bombardato con delle uova.»

«Ma dai!» Freeze quasi si strozzò con le bollicine. «Povero Cipher. Ha proprio sfiga.»

Non sembrava dispiaciuto. Sembrava che si stesse divertendo un mondo. La serata non poteva andare peggio di così. Non nutriva particolare simpatia per nessuno di loro. Erano solo colleghi. Facce che vedeva ai gala, alle conferenze stampa, alle operazioni di soccorso quando venivano chiamati insieme. Colleghi con cui non saresti mai andato a bere una birra per scelta. Storm, in particolare, era la peggiore – imprevedibile, provocatrice, elettrica in ogni senso della parola. E lui ci era anche andato a letto, porca puttana. Se Arthur l’avesse saputo, avrebbe usato il suo potere per cancellare Bailey da ogni database del pianeta.

«Mi piace il tuo vestito, Storm» disse Strong, ammiccando verso di lei con la sottigliezza di un camion che ti piomba addosso.

La ragazza si esibì in un ghigno seducente. «Grazie. Faccio del mio meglio.»

«A te, bellezza.»

Fecero tintinnare i loro bicchieri. Bailey bevve un sorso del suo champagne. Le bollicine gli esplosero sulla lingua, troppo dolci.

«Restando in tema di belle ragazze» continuò Strong, dopo essersi scolato lo champagne tutto d’un fiato. «Si può sapere cos’è successo tra te e quella sgualdrina di Vogue, Empathy?»

Bailey fece spallucce. «Niente. È solo… un malinteso.»

«Come no!» Strong sbatté una mano sul tavolo, le spalle che gli tremavano dal ridere. Le posate tintinnarono. «Dì la verità: te la sei scopata. Scommetto che hai usato il tuo potere per renderla più docile.»

«Suvvia, Strong, non essere impertinente.» Storm gli diede un colpetto sulla spalla. «Empathy è un bravo ragazzo. Non lo farebbe mai.»

Risero tutti e tre. Bailey avrebbe voluto colpirli con un pugno. Soprattutto Strong, che con quella mascella di granito probabilmente non avrebbe nemmeno sentito niente, ma almeno Bailey si sarebbe sfogato.

«Dai, fratello, non fare quella faccia» aggiunse Strong, fraintendendo la sua espressione. «L’ufficio stampa sistemerà tutto. Tra un paio di settimane parleranno già di altro. Succede sempre così.»

Storm si sporse verso Bailey, poggiando il seno strizzato nel corpetto sul bordo del tavolo. «Sembra che tu ce l’abbia per vizio di non tenere a bada il tuo cazzo.»

Strong scosse la testa, divertito. «Lo capisco. Se una tipa mi si struscia contro non è mica colpa mia se il mio corpo reagisce. È un bene che le donne continuino a farti questo effetto, dico io. Ma tanto un culo resta sempre un culo, no?»

Bailey fissò un punto nel vuoto tra i due. C’erano così tante cose sbagliate in quelle frasi che non sapeva nemmeno da dove cominciare. Quindi non cominciò affatto.

Arthur scelse proprio quel momento per tornare. I capelli erano puliti alla bell’e meglio, ma ancora arruffati e umidi, piegati in angoli strani che in altre circostanze Bailey avrebbe trovato adorabili. Il completo era macchiato dove aveva cercato di pulirlo – aloni più chiari sulla spalla, sulla giacca – l’aria di chi ha appena subito un’umiliazione pubblica e sta cercando di mantenere la dignità con le unghie e con i denti.

Storm alzò gli occhi, fingendosi preoccupata. «Stai bene, Cipher?»

Arthur annuì, rigido, senza guardarla. Prese posto accanto a Bailey. Lui cercò di stringergli di nuovo la mano sotto il tavolo, ma Arthur non glielo permise. Le sue dita scivolarono via come acqua.

Un cameriere arrivò con il primo piatto. Prima che potessero iniziare a mangiare, le luci si abbassarono e un riflettore si accese sul palco. Un uomo salì – sulla settantina, stempiato, smoking impeccabile, il tipo di faccia che ti guardava dai manifesti elettorali promettendoti un futuro migliore. Bailey sapeva di averlo già visto – un politico importante, forse, o un presentatore televisivo – tuttavia non ne ricordava il nome. Non che avesse importanza.

«Buonasera a tutti» disse l’uomo nel microfono. La sua voce riempì la sala, amplificata dagli altoparlanti. «Benvenuti, o meglio bentornati, al gala annuale per il Fracture Memorial.»

Applausi educati. Il tipo di applausi che si fanno perché si devono fare, non perché si vuole.

«Come sapete» proseguì l’uomo, «questa serata benefica ha lo scopo di commemorare le vittime della Rivolta di sette anni fa. Un evento tragico che ha segnato la fine di un’era. Quella notte, molti parlamentari – tra cui, mi addolora dirlo, diversi amici – persero la vita. Per non parlare delle perdite civili. Il Parlamento stesso rischiò quasi di essere distrutto da persone che quella fatidica notte decisero di usare i loro poteri non per il bene, ma per il male.»

Bailey si versò un altro bicchiere di champagne e lo tracannò in un sol sorso. Arthur, accanto a lui, non batté ciglio. Forse non se n’era accorto. Forse aveva smesso di curarsene.

«Ma quella notte segnò anche qualcosa di nuovo» la voce dell’uomo si fece più solenne, calibrata come quella di un attore shakespeariano. «La nascita dei nostri meravigliosi Supereroi. Uomini e donne che hanno giurato di servire il paese per proteggere i deboli e perseguire la giustizia.»

Altri applausi. Bailey guardò il piatto. Carpaccio di manzo con rucola e parmigiano. Tutto ciò che odiava in un piatto solo. Che culo. Prese la forchetta e spinse la rucola da un lato.

Mentre l’uomo continuava a parlare – bla, bla, bla, sacrificio, onore, dovere – Storm allungò una mano sotto il tavolo, trovando la sua coscia. Bailey sentì chiaramente la corrente attraversarlo – una scarica che gli risalì lungo la gamba e gli esplose nel basso ventre. Sobbalzò violentemente, il ginocchio che colpì il bordo del tavolo. I bicchieri tintinnarono, quasi ribaltandosi. Lo champagne nel suo calice ondeggiò pericolosamente.

Arthur gli lanciò un’occhiataccia – rapida, tagliente – e tornò a guardare il palco. Storm ritirò la mano, compiaciuta, le labbra piegate in un sorriso che Bailey avrebbe voluto strapparle dalla faccia.

L’uomo finì il suo discorso con un: «Auguriamo a tutti una buona serata» e scese dal palco sotto un’altra ondata di applausi.

I camerieri ripresero a girare, pronti a rifornire i calici vuoti. Storm attaccò subito bottone con Arthur, perché evidentemente il suo obiettivo della serata era rendergli la vita impossibile. «Allora, Cipher, come vanno i tuoi affari?»

Lui tagliò il carpaccio con precisione chirurgica, ogni movimento del coltello calcolato. «Molto bene, grazie.»

Strong si chinò verso di lui con un ghigno stupido. «Quell’app che hai creato è pazzesca. Rimorchio ragazze senza nemmeno dover alzare il culo dal divano, è fantastico.»

Arthur gli rivolse un sorriso educato. «Mi fa piacere. Anche se l’applicazione non è nata con quello scopo.»

«Ah, no?» disse Strong, alzando un sopracciglio.

«Serve per stringere nuove amicizie.»

Storm e Freeze si scambiarono un’occhiata divertita.

«E tu la usi, Cipher?» chiese Storm, giocherellando con il gambo del calice. «Per fare "amicizia", intendo.»

Bailey si bloccò, il boccone a metà. Guardò in tralice Arthur, aspettando la risposta.

«Certo.»

«Cosa?» se ne uscì Bailey, non riuscendo a trattenersi. «Voglio dire…» aggiunse, cercando di mascherare il nervosismo con un sorso d’acqua. «Non pensavo che continuassi a usarla…»

Arthur masticò con calma. «Perché non dovrei? È bello conoscere nuova gente.»

«Ma tu ci scopi, giusto?» domandò perplesso Strong.

«Certo che no» replicò brusco Bailey. «Ci fa solo amicizia. Così. Per gioco. Non sa nemmeno che faccia abbiano. Cioè, lo sa dalle foto profilo, ma a parte quello…»

«Con alcuni di loro mi frequento» disse Arthur con noncuranza, continuando a mangiare.

Il pezzo di carne che Bailey stava masticando gli si trasformò in cartone. Deglutì con fatica.

«Suvvia, Empathy» disse Freeze, gli occhi da predatore. «Non penserai di essere l’unico, vero? A ognuno i suoi passatempi.»

Bailey fece a pezzi il suo cibo distrattamente, lanciando occhiate ansiose verso Arthur. Il pensiero che potesse avere altre relazioni lo turbava più di quanto gli piacesse ammettere. Era una cosa ipocrita, lo sapeva. Lui aveva scopato con Storm. Lui spariva nelle feste e non tornava a casa. Lui era quello che mentiva. Ma la gelosia non ragiona, la gelosia è un animale stupido che morde senza guardare.

Magari doveva controllargli il telefono, così, giusto per essere sicuro… peccato che il cellulare di Arthur fosse dotato di ogni sistema di sicurezza esistente e non. Crittografia end-to-end, riconoscimento biometrico, e probabilmente qualche altra diavoleria che solo un genio dell’informatica come lui poteva inventarsi.

La cena proseguì in un’atmosfera sempre più surreale. Freeze raccontò di una missione di salvataggio dove aveva quasi congelato un bambino – «Solo le dita dei piedi, giuro, praticamente non contano» – e rideva come se fosse una battuta fantastica. Strong si vantò di aver sollevato un autobus pieno di turisti giapponesi – «Dovevate vedere le loro facce, pensavano di essere in un film!» – e Bailey pensò che in effetti quei turisti probabilmente avevano pensato di morire. Storm fece battute a doppio senso ogni trenta secondi, e ogni volta che lo faceva sfiorava Bailey sotto il tavolo come per caso, una mano sulla coscia, un ginocchio contro il suo, un piede che gli risaliva lungo il polpaccio.

Finalmente arrivò il discorso di chiusura. L’uomo tornò sul palco, questa volta per ringraziare i finanziatori. Lesse una lista di nomi – aziende, magnati, filantropi – con la reverenza che si riserva ai santi.

«E un ringraziamento speciale va alla signorina Storm, il cui generoso contributo ha permesso la costruzione di un nuovo ospedale pediatrico a Chelsea per i bambini malati di cancro.»

Storm si alzò, lanciando baci intorno alla sala mentre gli applausi esplodevano. Qualcuno fischiò d’ammirazione. Storm fece un piccolo inchino – grazioso, studiato, perfetto – poi si sedette di nuovo, soddisfatta.

«E ora» disse l’uomo. «Vorrei chiamare sul palco due persone che, sette anni fa, mettendo a repentaglio la loro vita, eliminarono una pericolosa minaccia alla nostra società. Per favore, accogliete Empathy e Cipher!»

Gli applausi divennero fragorosi. Bailey e Arthur si alzarono, sforzandosi di apparire entusiasti. Salirono sul palco davanti a centinaia di paia d’occhi. Le luci erano accecanti – Bailey sentiva il calore dei riflettori sulla faccia, il sudore che gli imperlava la fronte.

Un addetto consegnò ad Arthur un trofeo – l’ennesimo cristallo intagliato a forma di stella, pesante e costoso, che sarebbe finito come gli altri sulla mensola a prendere la polvere. Ne avevano una collezione ormai. Una mensola intera di cristallo e vetro e ottone, tutta roba che non significava un cazzo.

Arthur raggiunse il microfono e iniziò il suo discorso. Le parole giuste al momento giusto, il tono calibrato, le pause nei punti esatti. Era nato per stare davanti a un pubblico. Bailey non ascoltava. Aveva troppe cose per la testa. Pensava al fatto che Arthur forse aveva scopato con altri a sua insaputa e che non se la sentiva di biasimarlo. Pensava che non vedeva l’ora che la serata finisse per attaccarsi alla bottiglia e annegare i suoi dispiaceri. Pensava alla donna con le uova, al dolore che le aveva letto negli occhi.

Pensava che al posto loro avrebbe dovuto esserci Annie, cazzo.

Lei era quella che gli aveva salvato il culo. Lei era quella che aveva fatto la differenza, quella notte. E ora non c’era, e loro due stavano su un palco a ricevere trofei di cristallo per qualcosa che non avrebbero mai potuto fare senza di lei. Annie gli avrebbe riso in faccia a vedere quello che erano diventati. Due celebrità. Due facce sorridenti su manifesti pubblicitari. Due pupazzi che andavano ai gala e posavano per i fotografi.

Forse lo stava facendo, da qualche parte. Che poteva essere l’Inghilterra, oppure la fottuta Europa o il resto del mondo. Forse non era morta come credevano. Forse si era addirittura sposata e aveva avuto dei marmocchi, anche se la trovava un’ipotesi inverosimile – Annie e i bambini erano due concetti che non si incontravano nel suo cervello.

Aveva solo una certezza, e cioè che gli mancava. Gli mancava da morire. E che si sentiva in colpa per non averla potuta aiutare. Cristo, se si sentiva in colpa. Quel senso di colpa era diventato una specie di compagno fisso, una voce nella testa che ogni tanto gli ricordava: L’hai persa. L’hai lasciata andare. Non hai fatto abbastanza.

«Empathy?»

La voce di Arthur lo riportò al presente. Gli occhi azzurri puntati su di lui, il microfono teso in avanti. Il pubblico in attesa.

«Vuoi dire qualche parola?»

Bailey prese lentamente il microfono. Guardò la folla davanti a sé – volti illuminati, vestiti eleganti, sorrisi d’aspettativa, tutti in attesa che dicesse qualcosa di ispirante – e fu tentato di mandarli tutti a cagare. Di dire la verità. Che era tutto un cazzo di teatro. Che le persone vere che avevano combattuto quella notte non erano in quella sala, perché le persone vere erano morte o scomparse o troppo rotte per mettersi in smoking e fare il pagliaccio.

«Grazie» disse, la voce roca. «È un onore essere qui. Come sempre.»

Pausa. Deglutì.

«Le vittime della Rivolta non saranno dimenticate.»

Altra pausa. Più lunga. Qualcuno tossì tra il pubblico.

«Buona serata a tutti.»

Restituì il microfono ad Arthur. Gli applausi riempirono la sala, ma sembravano distanti, ovattati.

Quando finalmente la tortura finì, uscirono dal Guildhall diretti verso il parcheggio. L’aria della notte era fredda e umida, e Bailey ci affondò i polmoni come un uomo che torna in superficie dopo essere rimasto troppo a lungo in apnea.

Ma i giornalisti li stavano aspettando. Ovviamente.

«EMPATHY! EMPATHY! QUALCOSA DA DIRE SU QUELLO CHE È SUCCESSO CON LA GRANT?»

«CIPHER, QUAL È LA TUA OPINIONE SULLO SCANDALO?»

I bodyguard li circondarono, tenendoli a bada. Bailey camminò a passo spedito verso la Mustang, gli occhi a terra. Era troppo stanco e depresso anche per arrabbiarsi. Sentiva solo un peso enorme sul petto, come se qualcuno ci stesse seduto sopra. Le voci dei giornalisti gli rimbalzavano addosso senza penetrare.

Salirono in macchina. Bailey mise in moto e sgommarono via, lasciandosi dietro i flash e le urla. Il viaggio di ritorno fu silenzioso come l’andata.

Raggiunto l’appartamento, Arthur andò dritto in bagno senza accendere le luci del corridoio. Bailey lo seguì a distanza, appoggiandosi allo stipite della porta. Lo osservò mentre iniziava a spogliarsi con movimenti meccanici, tesi. Si tolse la giacca. La appoggiò sullo sgabello. Slacciò il primo bottone della camicia. Poi il secondo. Ogni gesto calibrato, privo di emozione, come un automa che esegue una sequenza programmata.

Lo sentiva infinitamente lontano, ed era la cosa che faceva più male. Poteva essere nello stesso appartamento, nella stessa stanza, a un metro di distanza, e sembrare irraggiungibile come la luna.

Senza pensarci troppo scivolò verso di lui e lo abbracciò da dietro. Le braccia intorno alla sua vita, il petto contro la sua schiena, il naso nei suoi capelli. Chiuse gli occhi. Inspirò il suo profumo – sotto il sapone del bagno del Guildhall c’era ancora il suo odore, quello vero, quello che Bailey conosceva a memoria.

Cercò la sua bocca, ma Arthur girò la testa dall’altra parte. Bailey lo strinse più forte, insistendo. Le sue labbra gli sfiorarono il collo, la mascella, la guancia. Il calore della sua pelle contro le labbra.

«Ti vedi con altre persone?» sussurrò.

«E se anche fosse?»

Bailey continuò a tenerlo stretto, sondando le sue emozioni. Ma Arthur aveva imparato negli anni a proteggersi dal suo potere, a tagliarlo fuori, a costruire muri così spessi che il potere di Bailey ci sbatteva contro senza sfondare. O forse era lui che non voleva sapere cosa provava. Non per davvero. L’idea che potesse non fregargliene più un cazzo di loro lo atterriva. Perché poteva gestire le altre emozioni. Ma l’indifferenza no. L’indifferenza era la morte.

«Sono stanco» disse gelido Arthur.

Le sue mani presero quelle di Bailey e le scostarono dalla vita con fermezza. Bailey lasciò scivolare le braccia. Arthur riprese a spogliarsi come se nulla fosse.

«Okay… allora buonanotte. Io resto sveglio a farmi un bicchierino.»

Arthur non rispose. Non si voltò. Non disse niente.

Bailey si allontanò verso il bar, il cuore gonfio di tristezza. Si versò un whisky – doppio, senza ghiaccio – e lo mandò giù in un colpo, sentendo l’alcol bruciargli l’esofago. Se ne versò un altro. Si sedette sullo sgabello, solo nella penombra dell’attico, con la città che brillava sotto di lui attraverso le finestre. Migliaia di luci. Milioni di persone. E lui non si era mai sentito così solo.

2 Capitolo 2

Bailey si svegliò al suono di una vibrazione insistente.

La luce filtrava dalle tende – quella stessa fottuta luce bianca che gli pugnalava il cranio ogni mattina. Sbatté le palpebre, ancora intontito, e allungò il braccio verso il lato di Arthur del letto.

Vuoto.

Le lenzuola erano fredde. Non tiepide, non fresche – fredde. Doveva essersene andato già da un pezzo.

Bailey si tirò su a sedere. La testa gli pulsava – di nuovo l’hangover, di nuovo quella sensazione che qualcuno gli stesse trapanando le tempie dall’interno. Il telefono continuava a vibrare sul comodino, ballando verso il bordo. Un altro centimetro e sarebbe precipitato sul parquet.

Lo afferrò prima che cadesse, strizzando gli occhi per leggere il nome sullo schermo. Dirk. Il suo avvocato.

Quell’uomo non chiamava mai per portare buone notizie. Non aveva mai chiamato per dire Ehi, B.B., volevo solo avvisarti che va tutto alla grande e non devi preoccuparti di niente. Ogni volta che il suo nome appariva sullo schermo, significava guai. Rispose, portandosi il telefono all’orecchio. «Ciao, Dirk» disse con voce impastata.

«B.B.! MENO MALE CHE HAI RISPOSTO! CRISTO SANTO, LA TV! ACCENDI LA TV!»

Bailey allontanò immediatamente il telefono, facendo una smorfia mentre le urla di Dirk riempivano la stanza come un allarme antincendio. L’uomo blaterava qualcosa di incomprensibile, le parole che si accavallavano in un flusso isterico, intervallate da respiri corti e affannosi.

«Dirk» disse stizzito, riavvicinando il telefono. «Datti una calmata.»

«LA TV! ACCENDI LA FOTTUTA TV!»

«Cosa?»

«ACCENDI LA TV E METTI BBC ONE! SUBITO!»

Si stropicciò gli occhi. «Va bene, va bene… merda.»

Si alzò dal letto, camminando verso il soggiorno. Il parquet freddo sotto i piedi nudi. L’attico era silenzioso – quel silenzio vuoto che ti ricordava che eri solo. Prese il telecomando dal tavolino e accese la TV montata sulla parete.

Lo schermo si illuminò. BBC One. Programma mattutino. Studio luminoso con divani color crema e una conduttrice bionda sorridente, il tipo di sorriso professionale che diceva Sono empatica ma anche autorevole. E accanto a lei, seduta con un’espressione addolorata perfettamente calibrata, c’era Eva Grant.

Il cuore di Bailey si fermò. Per un istante il mondo intero si fermò – la luce, il rumore, il mal di testa, tutto – e rimase solo lo schermo e quella faccia.

«... è stato terrificante» stava dicendo Eva, la voce che tremava leggermente. Abbastanza da sembrare vulnerabile, non abbastanza da sembrare isterica. Aveva i capelli biondi raccolti in uno chignon morbido, un vestito blu scuro sobrio – niente scollatura, niente gioielli vistosi, tutto calcolato per dire vittima dignitosa – le mani strette in grembo come una testimone in tribunale. «Non solo l’erezione, che già di per sé è stata...» deglutì, come se le costasse fatica continuare. Una pausa studiata. «Ma mentre eravamo sospesi nell’aria, lui mi ha sussurrato delle cose. Cose oscene.»

Bailey sgranò gli occhi. «COSA?» urlò al telefono.

Dall’altro capo arrivò un rumore. Un’inspirazione forte, nasale. Inconfondibile.

Si bloccò. «Stai sniffando?»

Un momento di silenzio. Poi Dirk, con voce nasale: «Sì.»

«CHE CAZZO, DIRK! SONO LE DIECI DI MATTINA!»

«Lo so! È per darmi la carica!»

«Sei il mio avvocato!»

«Appunto! Credi che sia facile rappresentarti senza supporto chimico?»

Bailey si passò una mano tra i capelli, camminando avanti e indietro davanti alla TV dove Eva Grant continuava la sua performance da attrice consumata. La conduttrice annuiva con aria grave, inclinando la testa di quel tanto che bastava per comunicare solidarietà. Eva si tamponava l’angolo dell’occhio con un fazzoletto. Un fazzoletto bianco. Di pizzo. Cristo.

«Perché si sta inventando queste cazzate?» chiese Bailey, la voce tesa.

«Per incularci» rispose Dirk. Sentì un altro sniff. «Guarda, B.B., siamo già nella merda per questa situazione. Quella sgualdrina ha sporto ufficialmente denuncia. Sta facendo in modo di tirare acqua al suo mulino – sta costruendo una narrativa, capito? Prima l’erezione, poi le "cose oscene." Prossimo passo saranno le lacrime in diretta nazionale e un libro autobiografico. Sta dipingendo te come un predatore seriale e lei come la povera vittima traumatizzata.»

«E che dobbiamo fare?»

«Correre ai ripari. La denunciamo a nostra volta per diffamazione. Tu dovrai cominciare a rilasciare qualche intervista sulla faccenda, dare la tua versione dei fatti...»

«No» lo interruppe brusco Bailey. «Non voglio rilasciare nessuna intervista.»

«B.B., ascoltami...»

«Ho detto di no, Dirk.»

«Vuoi o non vuoi, non hai scelta se vuoi salvare la faccia!» Dirk stava alzando di nuovo la voce, quella sfumatura isterica che tornava a galla come un cadavere in un fiume. «Questa donna ti sta distruggendo pubblicamente! Se non fai qualcosa, la tua carriera...»

Bailey ringhiò una bestemmia. Pensò ad Arthur. A quanto questo lo avrebbe fatto incazzare ancora di più. Come se ci fosse bisogno di altro materiale per alimentare il fuoco tra di loro. L’amarezza tornò, densa e pesante, a premere sullo stomaco insieme alla nausea dell’hangover.

Un’altra chiamata entrò in sottofondo. Il telefono vibrò brevemente nella sua mano. Guardò lo schermo. Era un numero sconosciuto, ma riconobbe il prefisso. Il sangue gli si raffreddò. Non era l’ufficio stampa. Non era il suo agente. Era l’Agenzia. Quella vera. Quella governativa. Quella che chiamava solo quando le cose erano dannatamente serie.

«Dirk, devo chiudere» disse secco.

«Cosa? No, aspetta, B.B., dobbiamo...»

Bailey gli chiuse la telefonata in faccia e prese l’altra chiamata. «Pronto?»

Una voce femminile – fredda, controllata, senza inflessioni. Il tipo di voce che non ti chiedeva le cose ma te le comunicava. «Empathy. Verrai prelevato tra sette minuti. Preparati.»

La chiamata si chiuse. Nessun saluto, nessuna spiegazione, nessun Per cortesia. Bailey guardò il telefono, poi sé stesso. Era ancora in smoking. Lo smoking del gala. Si era addormentato vestito — prima sul divano, poi nel letto, in un momento della notte che non ricordava — e in soggiorno la bottiglia di whisky mezza vuota era ancora sul tavolino, con un bicchiere rovesciato sul tappeto.

Andò verso la camera da letto, tirando fuori i primi vestiti che trovò – jeans, maglietta nera, giacca di pelle. Si vestì in un turbine frenetico, quasi inciampando nei pantaloni, infilando le scarpe da ginnastica senza neanche allacciarsele. Sei minuti. Cinque. Il cuore che accelerava.

Stava per afferrare le chiavi e il portafoglio dal mobile vicino all’ingresso quando qualcosa sulla TV lo fece fermare.

L’immagine era cambiata.

Non più il programma mattutino con Eva Grant. Ora c’era una scritta rossa in sovrimpressione: EDIZIONE SPECIALE. Il tipo di scritta che non compariva per le buone notizie.

Un giornalista apparve sullo schermo, la voce nervosa, il nodo della cravatta leggermente storto come se qualcuno lo avesse buttato fuori dal letto e trascinato in studio di peso. «Ripetiamo, stiamo ricevendo immagini in diretta di un fenomeno meteorologico anomalo sopra il distretto di Tower Hamlets...»

L’inquadratura cambiò. Riprese traballanti filmate con un cellulare. Il cielo sopra Londra. E lì, sospeso tra le nuvole, c’era qualcosa. Una luce. Non il sole. Non un riflesso. Non un drone, non un aereo, niente che avesse un nome nei dizionari umani. Qualcosa di diverso – un punto luminoso che pulsava con colori che Bailey non riusciva a identificare, che facevano male agli occhi anche attraverso lo schermo. Colori che non sarebbero dovuti esistere.

Le nuvole gli si stavano addensando intorno, girando. Come se un gigantesco vortice le stesse risucchiando verso quel punto centrale, creando una spirale perfetta nel cielo. Lenta. Ipnotica. Terrificante.

«Che cazzo...» mormorò.

Le riprese continuavano. La gente per strada che guardava in alto, alcuni filmando con i telefoni, altri – i più furbi – che correvano via. Una giornalista in primo piano che parlava velocemente, lanciando occhiate ansiose sopra di sé, i capelli che svolazzavano in un vento che non c’era stato un minuto prima.

«... le autorità stanno chiedendo alla popolazione di evacuare la zona... ancora non sappiamo di cosa si tratti, ma...»

Il campanello suonò, facendolo sobbalzare. Sette minuti esatti.

Afferrò le chiavi e il portafoglio, infilandoli nelle tasche, e corse verso l’ascensore.

L’atrio del palazzo era deserto. Il portiere non c’era – probabilmente anche lui davanti a un televisore da qualche parte, a guardare il cielo che impazziva sopra Tower Hamlets. Bailey uscì dall’ingresso principale e vide immediatamente la macchina. Un grosso SUV nero con i vetri oscurati, la targa governativa che brillava sotto il sole mattutino.

Si avvicinò. La portiera posteriore si aprì dall’interno.

Una donna era seduta sul sedile di fronte a lui – sulla sessantina, capelli castani legati in una crocchia severa, con un trench nero e pantaloni mimetici scuri. Teneva una cartelletta sulle ginocchia e un tablet in mano. Tutto in lei comunicava controllo. Dalle unghie corte e pulite alla postura eretta, perfettamente centrata sul sedile.

«Ciao, Empathy» disse in tono disinvolto, come se lo stesse invitando a prendere un tè.

L’autista mise in moto e partirono a razzo, le gomme che stridevano sull’asfalto. Bailey venne sbattuto contro il sedile dalla forza dell’accelerazione.

La osservò. Su di lei sapeva solo tre cose: si faceva chiamare Cardinal, era il loro referente per conto dell’Agenzia, e non l’aveva mai vista sorridere per più di mezzo secondo.

«Che sta succedendo?» chiese.

«Stiamo ancora cercando di capirlo. Ti faccio un veloce briefing.» Cardinal passò il dito sul tablet, scorrendo dati che Bailey non riusciva a leggere da quella distanza. «Abbiamo chiamato a raccolta tutti gli eroi disponibili nel raggio di cinque chilometri. Freeze, Strong, Storm, e Cipher. E tu, ovviamente.»

«L’unica cosa utile che potrò fare è tifare» borbottò Bailey imbronciato.

Cardinal accennò un sorriso – appena un movimento degli angoli della bocca, così rapido che potresti averlo immaginato. «Ti sottovaluti troppo, Empathy. Il controllo emotivo può fare la differenza in situazioni critiche.»

Situazioni critiche. Il suo modo elegante per dire Siamo nella merda e non sappiamo quanto è profonda.

La macchina svoltò bruscamente, inchiodando a un incrocio prima di ripartire col rosso. Fuori dai finestrini, Londra sfilava veloce – edifici, strade, persone che guardavano il cielo con espressioni di paura e curiosità morbosa. Bailey percepiva le loro emozioni anche attraverso il vetro, un’onda confusa di terrore ed eccitazione che gli premeva contro le tempie. La zona di Tower Hamlets era già stata delimitata, con la polizia che urlava nei megafoni alla gente di evacuare. Ma la folla se ne fregava. Centinaia di persone erano ammassate oltre le transenne, telefoni alzati, filmando tutto. Come se fosse uno spettacolo. Come se non potessero morire.

Il SUV si fermò con una frenata secca. Bailey scese e guardò in alto.

La luce era peggio dal vivo. Molto peggio. Pulsava nel cielo come un cuore moribondo, circondata da quel vortice di nuvole che girava e girava, un mulinello in un cielo che non avrebbe dovuto muoversi così. L’aria stessa vibrava – Bailey la sentiva sulla pelle, nelle ossa, nei denti. Un ronzio basso, continuo, che non era un suono ma una pressione.

Altri SUV arrivarono, fermandosi in rapida successione, le portiere che si aprivano quasi in sincrono.

Freeze scese dal primo – la sua tuta da supereroe "sobria" era bianco perla, così aderente che gli fasciava il pacco in un modo che probabilmente violava qualche legge sul decoro pubblico. Si stiracchiò, il collo che scrocchiava, studiando il cielo con un sorriso eccitato. Come un bambino a Natale. Come se lassù non ci fosse qualcosa di potenzialmente letale, ma un fottuto parco giochi.

Strong scese dal secondo – indossava una tuta blu del Chelsea, perché ovviamente doveva fare pubblicità anche mentre salvava il mondo. Si schioccò le nocche, riscaldandosi.

Storm scese dal terzo – aveva ancora il vestito rosso del gala. Probabilmente aveva passato la notte a casa di qualcuno e non aveva nemmeno avuto il tempo di cambiarsi. I tacchi affondavano nell’asfalto morbido. Il trucco sbavato le dava un’aria da film dell’orrore.

E poi Arthur.

Scese dall’ultimo SUV, vestito sportivo – pantaloni da jogging grigi, maglietta tecnica nera, scarpe da corsa. Dovevano aver interrotto la sua corsetta mattutina. Aveva ancora gli auricolari al collo. Si avvicinò a Bailey, gli occhi fissi sul cielo, la mascella serrata. La tensione del giorno prima era ancora lì, sotto la superficie, ma era stata messa da parte. Archiviata. Arthur sapeva compartimentalizzare. Era una delle cose che Bailey invidiava di più e capiva di meno.

«Non promette bene» mormorò Arthur.

Bailey non ebbe il tempo di rispondere. In quel momento, dalle nuvole, iniziò a scendere qualcosa. Era lungo – impossibilmente lungo. Forse duecento metri, forse di più, difficile dirlo perché continuava a srotolarsi dalle nuvole come un serpente che emergeva da una tana. La bocca era aperta – così grande che avrebbe potuto ingoiare un palazzo intero, una caverna di denti concentrici che si restringevano verso l’interno in anelli infiniti, fila dopo fila dopo fila, un tunnel di zanne che non finiva mai.

E brillava.

Non rifletteva la luce – la emanava. Colori cangianti che scorrevano sulla pelle traslucida come petrolio su acqua, sfumature impossibili che cambiavano ogni secondo. Verde che diventava viola che diventava qualcosa che non aveva nome, qualcosa che il cervello umano non era attrezzato per processare.

Tutti si bloccarono.

L’ombra della creatura calò su di loro come una notte prematura. La temperatura scese di colpo – il freddo gli morse le braccia attraverso la giacca di pelle. La gente smise di urlare. Il silenzio fu quasi peggio del rumore. Qualcuno continuava a filmare, le mani tremanti. Altri stavano congelati, bocche aperte, occhi spalancati. Un bambino piangeva da qualche parte, un suono acuto e sottile che tagliava il silenzio come un coltello.

«Cazzo» mormorò Bailey, impallidito. «Non i fottuti alieni.»

«Te la stai facendo sotto, Empathy?» sghignazzò Freeze.

Prima che Bailey potesse rispondere, Freeze alzò le mani e il ghiaccio esplose dalle sue dita, creando una passerella lucida che si estendeva nell’aria come un ponte cristallino. Ci saltò sopra, correndo verso l’alto con la grazia di un pattinatore olimpico, ogni passo che generava nuova superficie sotto i piedi.

Storm decollò, i fulmini che saettavano sotto di lei, sollevandola nel cielo. L’aria intorno a lei crepitava, carica di ozono.

«Resta qui e non fare nulla di stupido» si raccomandò Arthur, prima di far materializzare le sue ali digitali – costruzioni di pixel azzurri che si formavano dalla schiena, trasparenti, geometriche, bellissime – e spiccare il volo.

«Così rischiamo di perderci tutto il divertimento!» brontolò Strong, pestando i piedi.

Bailey non rispose. Guardava quella specie di verme che si srotolava completamente ora, il corpo che ondeggiava nell’aria come se stesse nuotando attraverso un mare invisibile. Lento, sinuoso, quasi elegante nella sua mostruosità. Poi la creatura emise un suono.

Profondo. Risonante. Come il canto di una balena amplificato diecimila volte, che faceva vibrare l’aria e le ossa e i vetri delle finestre e l’asfalto sotto i piedi. Il suono gli arrivò non solo alle orecchie ma in tutto il corpo – gli riempì il petto, gli strinse la gola, gli fece venire le lacrime agli occhi senza motivo.

Non aveva idea di come avrebbero fermato quel coso.

Storm attaccò per prima – scagliò archi di fulmine che si abbatterono sul verme con un boato assordante. Il cielo si illuminò di bianco. La pelle traslucida pulsò appena – onde di colore che si propagarono lungo il corpo come increspature su uno stagno – ma fu come se l’attacco gli avesse fatto il solletico.

O peggio – come se lo avesse nutrito.

Freeze lo raggiunse, continuando a creare passerelle che si estendevano nell’aria in ogni direzione, un labirinto di cristallo sospeso sopra Londra. Allargò le braccia e il ghiaccio esplose, cristalli che si formavano dal nulla, cercando di avvolgere il verme, di congelarlo. Il ghiaccio scivolò via dalla pelle senza attecchire, come acqua su un impermeabile.

Arthur volò intorno alla creatura, le ali che battevano veloci. Dal nulla si materializzarono catene – costruzioni massicce fatte di pixel intrecciati, spesse come tronchi d’albero, luminose e ronzanti, che si avvinghiarono al corpo del verme cercando di trattenerlo.

La creatura ondeggiò, quasi annoiata. Scrollò il corpo una volta, e le catene si frantumarono in migliaia di frammenti azzurri che piovvero sulla città come coriandoli digitali.

Strong si guardò intorno, in cerca di qualcosa. C’era una macchina parcheggiata poco distante – una Smart blu, minuscola. Sorrise. Quel sorriso che Bailey aveva imparato a temere. Si diresse verso di essa.

«Strong» disse Bailey. «Che intenzioni hai?»

Lui afferrò la macchina, sollevandola sopra la testa con la stessa facilità con cui qualcun altro avrebbe sollevato un pallone. Le sospensioni gemettero. Un pezzo del paraurti si staccò e cadde sull’asfalto. «Gliela voglio lanciare.»

«METTILA GIÙ!» urlò Bailey arrabbiato. «L’unica cosa che rischi di colpire sono i civili!»

«Posso farcela.»

«Non sarà di certo una Smart a fermare quel coso!»

Strong esitò, i muscoli delle braccia che tremavano – non per la fatica, ma per l’indecisione. Poi abbassò la macchina, rimettendola a terra con un tonfo metallico che fece scattare l’allarme. «Hai ragione. Mi serve qualcosa di più pesante.» E ricominciò a guardarsi in giro.

«EMPATHY!»

Bailey si girò. Un bambino – forse sette, otto anni – era riuscito a sgattaiolare oltre il cordone della polizia. Ora era lì, a pochi metri da lui, lo zaino sulle spalle troppo grande per il suo corpo, i jeans con le toppe del suo supereroe preferito. Lo osservava con occhi traboccanti di venerazione, completamente incurante del verme cosmico che ondeggiava sopra la sua testa.

«Merda» sussurrò Bailey. Si chinò verso di lui, mettendosi alla sua altezza. «Piccolo, devi tornare dai tuoi genitori. Qui è pericoloso.»

Sopra di loro, lo scontro continuava. Storm che urlava ordini. Freeze che creava lance di ghiaccio lunghe quanto autobus. Arthur che tesseva reti di pixel sempre più complesse, sempre più disperate.

«È un alieno?» chiese eccitato il bambino, gli occhi spalancati. «Un vero alieno? Lo fermerai con i tuoi superpoteri?»

«Sì, lo fermeremo, ma ora devi...»

Ci fu un suono assordante. Uno schianto che gli arrivò nei polmoni prima che alle orecchie. Alzò lo sguardo appena in tempo per vedere il verme che urtava uno dei palazzi – un edificio residenziale di cinque piani, mattoni marroni, finestre con le tendine, vasi di fiori sui davanzali. Il corpo della creatura lo sfiorò quasi distrattamente, come un nuotatore che urta il bordo della piscina.

Ma per l’edificio fu catastrofico. Un’intera sezione del muro esterno si staccò. Cemento, mattoni, finestre – tutto si sgretolò come un castello di carte, una valanga di macerie che precipitava. Verso di loro.

«CRISTO!»

Bailey non pensò. Non ci fu tempo per pensare. Afferrò il bambino e lo sollevò, sentendo il suo corpo leggero e fragile tra le braccia, e iniziò a correre.

«CI PENSO IO!» urlò Strong, correndo verso le macerie con le braccia alzate sopra la testa.

«SCAPPA, IDIOTA!» ringhiò Bailey senza voltarsi.

Guardò le ombre sul terreno. Crescevano. Velocemente. Li stavano raggiungendo. Bailey sentiva il rombo delle macerie che cadevano, l’aria che si spostava alle sue spalle come il respiro di qualcosa di enorme. La gente urlava. Correva. La polizia cercava di spingere tutti più lontano, ma era troppo tardi per muoversi in modo ordinato.

Bailey fece i calcoli. Non ce l’avrebbe fatta. Le ombre erano troppo veloci, troppo larghe. Si fermò e strinse forte il bambino contro il petto, piegandosi su di lui, usando il suo corpo come scudo, consapevole che sarebbe stato inutile. Tonnellate di cemento contro carne e ossa. Non c’era gara. Ma almeno il bambino non avrebbe visto arrivare la fine. Chiuse gli occhi, i denti serrati, aspettando lo schianto.

Che non arrivò.

Dopo un momento – un momento che sembrava eterno e istantaneo allo stesso tempo – riaprì gli occhi, sollevando lentamente la testa.

Sopra di loro c’era una ragnatela luminosa. Linee di luce blu intrecciate che coprivano il cielo come una rete di sicurezza. E trattenuta tra le maglie, tonnellate di cemento, mattoni, acciaio contorto – tutto sospeso a pochi metri sopra le loro teste, immobile, che scricchiolava e cigolava.

Arthur atterrò accanto a lui con un tonfo morbido, le ali che si dissolvevano nell’aria in una pioggia di pixel. Aveva il respiro corto.

«Stai bene?»

«Sì» disse Bailey con voce tremante.

Il bambino sollevò la testa e urlò eccitato. «CIPHER! CIPHER CI HA SALVATI! È STATO FIGHISSIMO!» Si divincolò dall’abbraccio di Bailey, quasi cadendo nella fretta. «Mi fai un autografo? PER FAVORE?»

Arthur sorrise – quel sorriso gentile, vero. «Dopo ti firmerò qualunque cosa vorrai. Ora però devi tornare dalla tua mamma, okay?»

Il bambino annuì entusiasta e trotterellò via, felice come se fosse al Luna Park.

Bailey guardò Arthur. Il cuore gli martellava ancora. Aveva la bocca asciutta. «Grazie.»

Lui distolse lo sguardo, le ali che prendevano di nuovo forma. «Devo tornare su.»

E decollò, senza aggiungere altro.

Il verme sembrava intoccabile. Freeze lo attaccava con lance di ghiaccio, lame cristalline che esplodevano al contatto senza lasciare segno. Storm e Arthur tentavano degli attacchi combinati – fulmini e costruzioni digitali che si intrecciavano, che avvolgevano, che stringevano. Strong lanciò un cassonetto dell’immondizia – Bailey non seppe mai dove lo avesse trovato – che rimbalzò sulla pelle della creatura come una pallina da ping-pong.

Niente funzionava.

E poi, all’improvviso, la creatura iniziò a gonfiarsi.

Il corpo si espanse. La pelle traslucida che si stirava, diventando sempre più sottile, sempre più trasparente, finché Bailey poté vedere qualcosa all’interno – un nucleo scuro, pulsante, come un cuore nero. La pelle continuò a stirarsi, a stirarsi, oltre ogni limite logico, finché…

Esplose.

Materia organica – se era materia – spruzzò in ogni direzione. Pezzi di carne traslucida che volavano, sangue che somigliava a qualcosa di colorato come sciroppo per la tosse – rosa e viola e arancione, colori che non avevano senso per un fluido corporeo – cadde sui palazzi, sulle strade, sulla gente.

Su Bailey.

Lo investì come una cascata tiepida. Appiccicoso. Denso. Il sapore entrò in bocca – terribile, indescrivibile, dolce e putrido in egual misura, come frutta marcia mescolata a medicinale. Si infilò nelle narici, negli occhi, tra i capelli.

Bailey sputò per terra, ripulendosi la faccia con le mani che erano altrettanto coperte. Intorno a lui, la gente urlava – alcuni ridendo istericamente, altri vomitando, altri semplicemente congelati sotto lo strato di liquido alieno, troppo scioccati per muoversi.

Tornò a guardare in alto, strizzando gli occhi attraverso lo strato di roba appiccicosa. Pezzi del verme continuavano a precipitare, alcuni grandi come automobili. La ragnatela di Arthur ne attutiva la maggior parte, catturandoli prima che colpissero gli edifici o le persone, ma il peso la stava deformando, le linee di luce che si curvavano sotto la pressione.

E poi Bailey lo notò.

Dove prima c’era stato il verme, ora c’era un punto nero.

Sospeso nell’aria. Piccolo. Immobile. In lontananza, una silhouette che si stagliava contro il cielo grigio, troppo lontana per coglierne i dettagli.

Freeze fu il primo a raggiungerla. Scivolò sulla sua passerella di ghiaccio, avvicinandosi alla figura con la sicurezza di chi crede di avere la situazione sotto controllo. Alzò le mani. Il ghiaccio esplose – un cristallo enorme che si formò intorno alla figura, cercando di imprigionarla, di congelarla in una gabbia trasparente.

Per un momento sembrò funzionare. Il cristallo si chiuse, sigillandola all’interno. Una prigione perfetta. Da terra, qualcuno applaudì.

Poi il ghiaccio iniziò a vibrare.

Un tremito sottile, quasi impercettibile, che divenne un ronzio, poi un ruggito, fino a implodere dall’interno. Punte acuminate lunghe quanto braccia umane che si scagliarono verso l’esterno in tutte le direzioni, come i raggi di un sole mortale.

Freeze non ebbe il tempo di schivare, né di capire cosa stesse succedendo. Non ebbe il tempo di niente.

Le punte lo infilzarono. Attraverso il petto. La gola. Lo stomaco. Le gambe. Come uno spillo in un insetto. Il suo corpo si bloccò, gli occhi spalancati – non di dolore, non ancora, ma di pura incredulità. La bocca aperta su una parola che non uscì mai. Scivolò lungo la passerella di ghiaccio che iniziava a sciogliersi sotto di lui, lasciando una scia di sangue rosso brillante che si mischiava con il ghiaccio e il rosa dello sciroppo alieno.

«FREEZE!» urlò Storm.

La figura si liberò da ciò che restava del cristallo. I frammenti caddero, dissolvendosi nell’aria come neve sotto il sole.

Storm caricò l’attacco. Le sue mani esplosero di luce bianca – fulmini che si scagliarono contro la figura con un ruggito che fece tremare i palazzi, che fece scoppiare le finestre nei piani più alti, che illuminò il cielo come fosse mezzogiorno.

Per un attimo sembrò funzionare. I fulmini che continuavano a crepitare intorno alla figura, intrappolandola in una gabbia di elettricità. Almeno finché lei non alzò una mano. Una sola mano. Con calma.

Una palla di luce elettrica si formò nel suo palmo – condensata, compressa, pulsante. La scagliò contro Storm. L’impatto fu devastante. La ragazza venne sbalzata all’indietro come una bambola di pezza, il corpo che rotolò nell’aria prima di iniziare a precipitare nel vuoto, i fulmini che le si spegnevano intorno come candeline. Arthur creò una piattaforma digitale per prenderla, ma quando Storm ci atterrò sopra rimase immobile, il corpo fumante, le braccia abbandonate lungo i fianchi.

«CAZZO!» imprecò Strong. «Per essere un alieno è forte!»

Bailey guardò Arthur che si stava avvicinando alla figura, le ali che battevano veloci, le mani che già brillavano di pixel azzurri.

«ARTI, NO!» urlò, anche se sapeva che non poteva sentirlo a quell’altezza.

Arthur stava per caricare il suo attacco – le mani che brillavano mentre materializzava qualcosa di enorme, qualcosa di nuovo – quando all’improvviso si fermò. Rimase sospeso davanti alla figura, le ali che battevano lentamente, immobile.

Il cuore gli si fermò per la seconda volta in quella mattina.

Arthur stava parlando. Aveva le braccia abbassate. Stava parlando con la figura.

Fu in quel frangente che giunsero gli elicotteri militari. Tre, quattro, forse di più, che si avvicinavano a gran velocità, il rombo delle pale che tagliavano l’aria, il rumore così forte che copriva tutto il resto.

Aprirono il fuoco senza neanche sprecarsi in un avviso. Il rumore fu assordante – mitragliatrici pesanti che sparavano raffiche, traccianti che illuminavano il cielo come fuochi d’artificio rossi e gialli, proiettili che sferzavano l’aria lasciando scie luminose.

«ARTI!» gridò disperato Bailey, la voce che si spezzò.

Arthur creò rapidamente una barriera che avvolse lui e la figura – una cupola digitale, azzurra, traslucida, che vibrò sotto l’impatto dei proiettili. I proiettili rimbalzarono, schizzando in ogni direzione. E poi le pale degli elicotteri smisero di girare. Tutte insieme. Come se qualcuno avesse premuto un interruttore. I motori si spensero, e quei mastodonti d’acciaio cominciarono a piombare verso il suolo.

«CAZZO!» gridò Strong, guardando in alto a bocca aperta.

Arthur parve urlare qualcosa – la bocca che si muoveva, le parole inghiottite dal vento. Le sue mani tracciarono pattern frenetici nell’aria e costruzioni digitali simili a liane esplosero dal nulla, avvolgendo gli elicotteri, rallentandoli, reggendone il peso.

Li depositò con cura sulla strada, uno alla volta, piloti e copiloti che uscivano barcollanti, vivi ma scioccati, le gambe che cedevano appena toccavano l’asfalto.

Arthur si voltò verso la figura e urlò di nuovo qualcosa, le braccia che gesticolavano.

Sotto, i rinforzi dell’esercito stavano arrivando. Camion militari. Tank che sferragliavano sull’asfalto. Soldati che scendevano con armi alzate, formando linee, puntando verso l’alto.

Cardinal raggiunse Bailey. Il trench le svolazzava nel vento. «Che cosa sta facendo Cipher?»

Lui scosse la testa. «Non lo so.»

Arthur continuava a parlare con la figura. Poi prese lentamente ad avvicinarsi, portandosi sempre più vicino. La figura non si muoveva. Non attaccava. Non scappava. Arthur allungò le braccia e la abbracciò.

E improvvisamente Bailey comprese. La felicità gli esplose nel petto. «ANNIE!» Si voltò verso Cardinal, afferrandola per il braccio. «È lei! È la nostra amica!»

Iniziò a correre verso di loro, il cuore che martellava così forte da fargli male, le scarpe slacciate che gli battevano sull’asfalto. Cominciò a sbracciarsi, agitando le mani sopra la testa come un naufrago che cerca di farsi notare da una nave.

«ANNIE! ANNIE, SONO IO! B.B.!»

Lei e Arthur iniziarono a scendere. Lentamente. Come piume. Atterrarono in mezzo al gruppo di soldati che si erano radunati, le armi alzate, le facce tese.

«NON OPPORRE RESISTENZA!» urlò un ufficiale, il fucile puntato contro Annie. «MANI DOVE POSSO VEDERLE!»

Altri soldati si mossero, formando un cerchio, tutte le canne puntate verso una donna che non si era mossa di un centimetro.

«NON C’È PERICOLO!» urlò Arthur, mettendosi davanti a lei. «LA CONOSCIAMO! È DALLA NOSTRA PARTE!»

«INDIETRO, CIPHER!» ringhiò l’ufficiale. «È UN OSTILE! HA UCCISO UN NOSTRO EROE!»

«NO, ASCOLTATE...»

«MANI SULLA TESTA! SUBITO!»

Bailey arrivò ansante, schivando i soldati, infilandosi tra i corpi armati. «DATEVI UNA CALMATA, VOI ALTRI!»

Rilasciò il suo potere come un’onda. Sentì le loro emozioni – paura, adrenalina, tensione, il dito sul grilletto che prudeva – e le schiacciò, sostituendole con una calma artificiale che si propagò come un anestetico. I soldati rimasero per un attimo storditi, abbassando esitanti le armi, le espressioni che si ammorbidivano, le pupille che si dilatavano.

Bailey si fermò davanti ad Annie. Quasi non la riconobbe.

Era cresciuta. Non più la ragazza magra e spigolosa che ricordava, quella con la bocca sempre pronta a insultarti e gli occhi che bruciavano di rabbia. Ora era qualcosa di più vecchio dei suoi trentun anni. I capelli erano lunghi, lunghissimi, sciolti fino alla vita in una massa di ciocche arruffate e annodate che sembravano non vedere un pettine da anni – incastrati tra i nodi c’erano frammenti di cose che non riusciva a identificare, cose che forse venivano da posti che non avevano nome. Era coperta di quella strana roba vischiosa che ricordava lo sciroppo della tosse. Sotto, s’intravedevano degli stracci – resti di quello che una volta poteva essere stato un vestito, ora ridotto a brandelli sporchi che le pendevano dal corpo come pelle morta.

Ma erano gli occhi a fare più male. Bailey li ricordava – sempre pieni di rabbia, di fuoco, di vita anche quando diceva che voleva essere lasciata in pace. Ora erano vuoti. Impassibili. Come guardare dentro le finestre di una casa abbandonata.

«Sei tornata! Non posso crederci!»

La stritolò in un abbraccio, che lei non ricambiò. Rimase ferma, rigida come una statua. Nessun movimento. Nessuna reazione. Bailey usò il suo potere per capire cosa stesse provando.

E quello che sentì – o meglio, quello che non sentì – riuscì a spaventarlo.

Nulla.

Non tristezza. Non rabbia. Non paura. Non confusione. Non sollievo.

Semplicemente il nulla.

Si staccò, prendendola per le spalle, osservandola preoccupato.

«Annie?»

Lei non batté ciglio. Lo fissava con quegli occhi morti, senza reagire. Come se guardasse attraverso di lui. Come se lui fosse trasparente.

«Ehi, di' qualcosa...»

Altri uomini in uniforme nera, armati fino ai denti, si disposero intorno a loro con efficienza militare. L’Agenzia. Sempre pronti. Sempre puntuali. Cardinal si avvicinò, gli occhi fissi su Annie con un’espressione che Bailey non riusciva a decifrare – interesse, calcolo, forse un accenno di paura tenuta sotto controllo.

«Empathy, fatti da parte.»

«Cosa?»

«Fatti da parte. Ora.»

«Che hai in mente?»

Cardinal parlava con quella voce calma, controllata, la voce che usava quando le cose erano già state decise e la conversazione era solo una formalità. «Dobbiamo prelevare la ragazza. Verrà portata in un posto sicuro, dove non potrà nuocere a nessuno.»

«COL CAZZO!» sbottò Bailey, stringendo le spalle di Annie. «Lei resta con noi!»

Cardinal fece un cenno. Gli uomini dell’Agenzia si mossero, circondandoli, le armi non puntate ma pronte. Un cerchio che si stringeva.

«B.B.»

Bailey si voltò.

Arthur era lì, a pochi passi. «Fatti da parte» disse in tono deciso. «È la cosa giusta.»

Bailey non riusciva a credere alle sue orecchie. «La cosa giusta?» ripeté incredulo. «Stai scherzando, spero!»

«Annie ha ucciso Freeze.» Arthur parlava con quella voce da adulto responsabile che Bailey odiava con ogni fibra del suo essere. Misurata. Ragionevole. Insopportabile. «La gente è nel panico. Hanno visto cosa è successo. Lascia che se ne occupi l’Agenzia.»

Gli uomini si strinsero ancora di più intorno a loro. Un tizio massiccio con la faccia da bulldog allungò la mano e afferrò Annie per un braccio. Lei non si ribellò. Non fece niente. Non era rassegnazione – la rassegnazione presupponeva un’emozione. Semplicemente non reagì, come un oggetto che viene spostato da un punto all’altro.

«Non toccarla!» sbraitò Bailey.

«B.B., per favore. Non complicare ulteriormente le cose» insistette pacato Arthur.

Bailey guardò Annie. Lei semplicemente se ne stava lì, come un manichino. Capì che non poteva vincere. Non lì, non in quel momento, non circondato da uomini armati con il dito sul grilletto. «Va bene. Ma vengo con voi. Non si discute.»

Cardinal annuì ai suoi uomini. «D’accordo. Così potrai tenerla buona durante il trasporto.»

«Non lo faccio per quello» replicò irritato Bailey.

«Io resto qui» disse Arthur. «Aiuto i feriti e recupero il corpo di Freeze.»

«Bene. Mantieni l’ordine.»

Gli uomini dell’Agenzia scortarono Annie verso una camionetta nera – un mezzo blindato con le finestre oscurate, il tipo di veicolo in cui ti caricano e dal quale potresti non uscire mai più. Bailey la seguì, camminando accanto a lei. Il suo braccio sfiorava il suo. Lei non se ne accorse, o non le importò.

Presero posto sul sedile posteriore, Cardinal di fronte a loro, altri due uomini armati ai lati. L’abitacolo puzzava di metallo e disinfettante.

Le porte si chiusero con un clang metallico e partirono.

Arrivarono alla sede dell’Agenzia venti minuti dopo. Dall’esterno sembrava un edificio governativo come tanti altri – grigio, anonimo, con quella facciata di cemento che diceva uffici amministrativi o dipartimento di qualcosa di noioso. Una targa all’ingresso che recitava qualcosa di generico come "Ministero degli Affari Interni – Divisione Sicurezza". Il tipo di posto davanti al quale passi ogni giorno senza alzare lo sguardo.

Ma Bailey sapeva cosa si nascondeva sotto. La camionetta entrò nel parcheggio sotterraneo, scendendo lungo una rampa che sembrava non finire mai. La luce naturale sparì. Luci al neon la sostituirono – bianche, fredde, senza ombre. Uno, due, tre livelli sotto terra. Le orecchie di Bailey schioccarono per il cambio di pressione. Poi un cancello di sicurezza – scanner biometrici, guardie armate che scrutavano l’interno del veicolo, telecamere che seguivano ogni movimento.

Oltre il cancello, il vero edificio.

Una struttura sotterranea che si estendeva per chissà quanti piani sotto Londra. Corridoi sterili illuminati da luci al neon che ronzavano appena. Porte d’acciaio con placche numeriche. Laboratori dove venivano studiati vari fenomeni – Bailey aveva visto abbastanza durante le sue poche visite per capire che facevano esperimenti di cui non capiva molto e su cui preferiva non indagare. Il tipo di posto dove le domande erano scoraggiate e le risposte classificate.

Quel posto gli metteva i brividi. Ogni volta. L’aria era diversa là sotto – riciclata, secca, con un vago sentore di prodotti chimici e ozono. La camionetta si fermò. Le porte si aprirono.

Bailey aiutò Annie a scendere. Il suo braccio era sottile, le ossa vicine alla superficie. Lei si muoveva come un automa, mettendo un piede davanti all’altro con la precisione meccanica di chi non sta scegliendo di camminare ma semplicemente si lascia portare dalla gravità. Gli uomini dell’Agenzia camminavano in formazione intorno a loro – due davanti, due dietro, le armi pronte. I loro passi rimbombavano nel corridoio vuoto.

Passarono davanti a porte chiuse. Bailey cercava di non guardare, ma non poteva fare a meno di notare le etichette: "Lab 4 – Test Psichici", "Contenimento Biologico", "Analisi Anomalie Temporali". Ogni targa un mondo di cose che probabilmente non voleva sapere.

Avanzarono fino a raggiungere una sezione che sembrava diversa. Più fredda. Più silenziosa. L’illuminazione cambiava – da neon bianco a un bagliore azzurrino che veniva dalle pareti stesse.

Celle di detenzione. Non celle normali – non sbarre di ferro e gabinetti a vista. Queste erano progettate per contenere persone con superpoteri. Pareti di vetro rinforzato spesse quanto il braccio di Bailey, barriere energetiche che brillavano lungo i bordi come fili incandescenti, sistemi di sicurezza che lampeggiavano ovunque. Alcune erano vuote. Altre no – Bailey intravide figure nelle ombre, persone sedute o sdraiate, sagome che si muovevano appena, ma distolse lo sguardo prima di vedere troppo. Non voleva sapere chi fosse rinchiuso lì dentro.

Cardinal si fermò davanti a una cella vuota. Premette il palmo su un pannello e la porta si aprì con un sibilo.

«Stai scherzando» disse Bailey con voce tesa.

«Terremo la tua amica qui finché non decideremo cosa farne» spiegò Cardinal in tono distaccato. «Dopo che ci saremo assicurati che non sia una minaccia.»

«Una minaccia?» La rabbia gli rimontò in gola come bile. «Basta guardarla per capire che non è una minaccia! Se avesse voluto farci del male, ci avrebbe già fatto esplodere, te l’assicuro!»

Cardinal lo fissò con quegli occhi freddi da burocrate. Non c’era cattiveria in quegli occhi. Non c’era nemmeno indifferenza. C’era qualcosa di peggio – efficienza. «Le procedure sono chiare. Nella cella. Ora.»

Gli uomini si avvicinarono ad Annie. Uno di loro la prese con forza per il braccio, spingendola verso l’interno della cella. Un altro le applicò un braccialetto al polso che scattò con un suono secco – un inibitore, Bailey lo sapeva. Progettato per sopprimere i poteri. La porta si chiuse con un sibilo pneumatico e un pannello sulla parete si illuminò di rosso.

Bailey si avvicinò al vetro. Ci appoggiò le mani. «Annie! Annie, mi senti?»

Lei non si voltò. Era ferma al centro della cella, in piedi, le braccia lungo i fianchi. Fissava il muro davanti a sé.

«Ascolta, andrà tutto bene. Sistemeranno tutto, okay? È solo temporaneo. Ti tiro fuori di qui, te lo prometto!»

Ma Annie continuò a fissare il vuoto.

«Seguimi» ordinò Cardinal.

Bailey esitò, lo sguardo fisso su Annie. Le mani ancora premute sul vetro. Poi si voltò e le andò dietro, e qualcosa gli si strappò nel petto.

Camminarono attraverso altri corridoi. Cardinal davanti, Bailey dietro, due guardie che li seguivano a distanza di sicurezza. I passi di Cardinal erano regolari, metronomici. Bailey odiava quei passi. Odiava la loro calma.

«Non ci voleva proprio» disse Cardinal senza voltarsi. «Non riusciremo a nascondere ciò che è successo. La gente ha filmato tutto. L’alieno, la battaglia, Freeze che muore. Entro stasera sarà su ogni social media del pianeta.»

«Era solo un verme particolarmente cresciuto» borbottò Bailey. «Nulla di così spaventoso.»

Cardinal si fermò di colpo, voltandosi a guardarlo. Il trench ondeggiò intorno alle sue gambe. «Quel "verme" è riuscito a mettere in difficoltà cinque dei nostri supereroi più forti. Ci ha dovuto pensare la tua… amica.» La parola amica pronunciata con un’inflessione che la metteva tra virgolette invisibili. «Ha ucciso Freeze e mandato Storm in ospedale.»

Bailey serrò la mascella.

«Non mi avevate detto che la ragazza avesse il potere di aprire portali dimensionali.»

«Non lo sapevamo. Pensavamo che… fosse morta.»

Cardinal si avvicinò di un passo. L’odore del suo profumo – qualcosa di secco, minerale – arrivò alle narici di Bailey. «Mi chiedo cos’altro mi abbiate tenuto nascosto, Empathy. Per esempio… la persona con la maschera. Avete sempre asserito che non sapevate chi fosse.»

Bailey sostenne il suo sguardo. «È così, infatti. Te l’ho detto, Annie la trascinò lontano da noi quella notte. Non so cosa è successo tra di loro.»

«Beh, ora possiamo supporlo… probabilmente la tua amica ha aperto un portale ed è scomparsa con lei in qualche altra… dimensione.»

«Che importa, adesso?»

Cardinal inclinò la testa. «Quella ragazza è in grado di aprire portali verso altri mondi, Empathy. Sei un ragazzo intelligente, sono certa che comprendi la gravità della situazione. Non possiamo lasciarla libera. È una mina vagante. Potrebbe portare nella nostra realtà cose ben peggiori di un verme gigante.»

«Annie non lo farebbe mai» replicò Bailey con fermezza. «Potete fidarvi di lei.»

«L’ha già fatto.»

«Dev’essere stato un errore! Sono sicuro che non voleva…»

«Un errore che ha portato una creatura aliena nel mezzo di Londra. Un errore che ha ucciso uno dei nostri migliori agenti. Un errore che ha mandato nel panico milioni di persone.» Cardinal scandiva ogni frase come un atto d’accusa. «Non possiamo permettercelo, Empathy.»

Bailey chiuse la bocca di scatto, non sapendo come ribattere. Perché non c’era come ribattere. I fatti erano fatti. Freeze era morto. Storm era all’ospedale. Mezza Londra era coperta di sciroppo alieno. E Annie era tornata da qualche parte portandosi dietro un mostro di duecento metri.

«La interrogheremo» riprese Cardinal. «Capiremo esattamente cosa è successo negli ultimi sette anni. Dove è stata. Cosa ha visto. Come controlla il suo potere.» Fece una pausa, lasciando che il silenzio riempisse il corridoio. «E tu non devi intrometterti. Lasciaci fare il nostro lavoro.»

«In che modo esattamente volete interrogarla? Annie non è una persona molto socievole.»

Cardinal non rispose. Il silenzio parlò al posto suo.

«La volete torturare.»

«Non ho detto questo.»

«Non hai negato.»

«Useremo i metodi necessari per ottenere le informazioni di cui abbiamo bisogno. Se la tua amica non ha nulla da nascondere, allora non ha nulla da temere.»

«Vai a farti fottere.»

Bailey fece per tornare indietro, verso le celle. Cardinal fu più veloce. Gli bloccò il passaggio, avvicinandosi fino a essere a pochi centimetri dal suo viso. I suoi occhi erano a fuoco, precisi, privi di emozione. Da quella distanza Bailey poteva contarle le rughe intorno alla bocca, le lentiggini sbiadite sulle guance.

«Così facendo getti al vento tutto quello che abbiamo costruito in questi anni.»

«Togliti dai piedi.»

«Dubito che tu voglia essere un eroe caduto in disgrazia.» Il tono di Cardinal era quasi dolce, materno. «Con le accuse che ti pendono addosso sarebbe un suicidio. Eva Grant va in televisione a raccontare che le hai sussurrato oscenità. L’opinione pubblica è già pronta a dipingerti come un predatore. Se decidessi di metterti contro di noi… beh, sarebbe un peccato vedere la tua carriera sgretolarsi in questo modo, non credi?»

Bailey strinse i pugni. Le unghie gli si conficcarono nei palmi.

«Per non parlare di Arthur. Lui non approverebbe la tua scelta. Crede profondamente nella nostra causa. Nel sistema. Nell’ordine. Non si lascerà trascinare nel fango insieme a te.» Si avvicinò ancora di un centimetro. «Pensa bene a cosa sei disposto a perdere per una ragazza che non ti riconosce nemmeno più, Empathy.»

Lo superò e ricominciò a camminare. Bailey rimase lì, paralizzato, le sue parole che gli risuonavano nella testa come campane. La cosa peggiore era che non aveva torto. Non su tutto. Non su Arthur.

Riprese a seguirla in silenzio, il peso nel petto che diventava sempre più insopportabile.

Arrivarono all’ascensore. Salirono. Le porte si chiusero. Il ronzio della risalita. Nessuno parlò. Quando si riaprirono, erano di nuovo al piano terra. L’ingresso normale, quello che dava sulla strada. La luce del giorno che filtrava attraverso le porte a vetri sembrò quasi offensiva dopo il neon del sotterraneo.

Cardinal uscì e si voltò a guardarlo. «Ci faremo sentire noi. Non provare a venire qui senza autorizzazione. Ci siamo capiti?»

Bailey la fissò.

«Ci siamo capiti, Empathy?» ripeté lei.

«Sì» mormorò lui attraverso i denti serrati.

«Bene.»

E rientrò nell’edificio, la porta che si chiuse dietro di lei con un click discreto.

Bailey rimase lì, da solo, nel parcheggio quasi vuoto, il sole di mezzogiorno che picchiava sull’asfalto. Rimase fermo per un tempo indefinito – potevano essere secondi o minuti, non faceva differenza.

«CAZZO!» sbottò, dando un calcio a un cestino della spazzatura che volò via, schiantandosi contro un muro con un rumore metallico. Il coperchio rimbalzò e rotolò fino ai suoi piedi, girandogli intorno in cerchi sempre più stretti prima di fermarsi.

Si passò una mano tra i capelli, tirandoli con frustrazione.

Annie era tornata.

Dopo sette fottuti anni, era tornata.

E lui non poteva fare un cazzo per aiutarla. Di nuovo. Come sette anni fa. Come sempre.

Si accasciò contro il muro, scivolando fino a sedersi sull’asfalto sporco. Il calore del sole sulla faccia. Il rumore lontano della città che continuava a vivere, indifferente ai drammi che si consumavano al suo interno.

A casa, aspettò il ritorno di Arthur con un’ansia che gli mangiava lo stomaco.

Continuava a prendere il cellulare, a guardarlo, a rimetterlo giù. Ogni cinque minuti. Ogni tre. Controllava le notifiche. Niente. Riprendeva il telefono. Lo fissava. Lo rimetteva sul tavolo. Lo riprendeva. Lo guardava come se potesse farlo squillare con la forza del pensiero.

La TV era accesa, il volume alzato. Ogni canale una versione diversa della stessa storia.

«... ancora scioccati per gli eventi di questa mattina» diceva una giornalista con quell’espressione grave che riservano alle tragedie – sopracciglia increspate, voce bassa, sguardo in camera. «La morte dell’eroe Freeze ha lasciato il paese in lutto. Ma le domande si moltiplicano riguardo alla figura misteriosa che è emersa dalla creatura aliena…»

Il video mostrava riprese dall’alto – droni della polizia, probabilmente. Annie sospesa nel cielo. I colori impossibili che brillavano intorno a lei. Vista così, da lontano, attraverso la lente tremolante di un drone, sembrava una dea. O un demone. Dipendeva da chi guardava.

«Alcuni esperti suggeriscono che si tratti di un alieno» continuava la giornalista. «Forse un secondo invasore, venuto per conquistarci. Altri invece credono che sia un emissario di pace – dopotutto, è stata questa entità a distruggere la creatura che minacciava Londra.»

Bailey cambiò canale. Un altro programma. Un panel di "esperti" seduti intorno a un tavolo – il tipo di persone che vengono chiamate in TV perché hanno un’opinione su tutto e la certezza di niente.

«È chiaramente legittima difesa!» urlava un uomo con gli occhiali, sbattendo la mano sul tavolo. «Freeze l’ha attaccata per primo! Cosa avrebbe dovuto fare, lasciarsi congelare?»

«Ma ha ucciso un eroe!» ribatteva una donna, scandendo le parole. «Non possiamo ignorare questo fatto!»

«Le leggi sulla legittima difesa si applicano anche agli alieni?»

«Ammesso che SIA un alieno...»

Altro canale. Questo era uno di quei programmi del mattino, ma in edizione speciale serale.

«L’unica cosa certa» diceva il presentatore con tono grave, le mani intrecciate sul tavolo. «È che la figura è stata prelevata dal governo. Forse per studiarla. Forse per comunicare e capire le sue intenzioni.»

Un altro cambio. Un canale di news continua, con il ticker che scorreva in basso: FREEZE MORTO - ALIENO CATTURATO - LONDRA NEL PANICO.

E poi i cospirazionisti.

Cristo, i cospirazionisti.

«È ovvio!» sbraitava un tizio con una t-shirt con scritto "LA VERITÀ È LÀ FUORI", gli occhi accesi di quella fervida convinzione che Bailey associava ai fanatici religiosi e ai tifosi dell’Arsenal. «È un portale multiversale! Come nelle opere di Philip K. Dick! Stanno arrivando da altre dimensioni!»

«Esattamente!» concordava un altro, annuendo così forte che la webcam traballava. «Il governo lo sa da anni! Ricordate la Rivolta di sette anni fa? ANCHE quello è collegato! E ora stanno cercando di insabbiare tutto!»

Alcuni erano più vicini alla verità di quanto credessero. E questo faceva quasi ridere. Quasi.

Bailey spense la TV e riprese a camminare per il salotto. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Le mani che si stringevano e aprivano, stringevano e aprivano. Sentiva le pareti chiuderglisi intorno, l’attico che sembrava rimpicciolirsi a ogni passo.

Il sole calò. Il cielo passò dal grigio all’arancione al viola al nero. Londra fuori dalle finestre si illuminò di luci artificiali. Il Tamigi brillava come una striscia di ossidiana liquida. Le ore si trascinavano, pesanti, appiccicose, interminabili. Bailey si versò un whisky. Poi un altro. Poi smise di contarli.

Erano le dieci passate quando udì finalmente l’ascensore aprirsi con un sibilo.

Arthur aveva l’aria provata. Il tipo di stanchezza che non se ne andava con il sonno. Gli occhi cerchiati, le spalle curve sotto un peso invisibile. Ancora coperto di tracce di quella sostanza aliena che si era seccata sui vestiti, creando macchie iridescenti che luccicavano sotto le luci dell’attico. Puzzava di ozono e di qualcosa di chimico che Bailey non sapeva identificare.

«Arti...» iniziò Bailey.

«Sono venuto solo per cambiarmi.» Arthur parlò senza guardarlo, dirigendosi dritto verso la camera da letto come se Bailey fosse un mobile. «Devo uscire subito. Stanno ancora cercando di mantenere il controllo sulla situazione.»

Bailey lo rincorse, il bicchiere di whisky ancora in mano. «Dobbiamo aiutare Annie.»

Arthur aprì l’armadio, tirando fuori vestiti puliti. Non rispose.

«L’Agenzia vuole torturarla, Arti. Dobbiamo...»

«Annie è un pericolo» ribatté Arthur con voce stanca, senza voltarsi. «Ora è una faccenda dell’Agenzia.»

A Bailey servì qualche secondo per processare quelle parole. Le rigirò nella testa, cercando un significato diverso da quello ovvio. Non lo trovò.

«Di che parli? Ti sei bevuto il cervello?»

«Lo sai che cosa ha fatto.»

«Si è solo difesa!»

«Resta comunque una minaccia.»

«Quindi vuoi abbandonarla?» replicò Bailey, spazientito. «È nostra amica! Ci ha salvato la vita!»

«Non la stiamo abbandonando.»

«SÌ INVECE!» La voce di Bailey si alzò. Il whisky ondeggiò nel bicchiere. «Dovrebbe stare con noi! L’hai vista in che stato è! Chissà che ha passato! Sette anni, Arti! Sette fottuti anni in cui è stata chissà dove a fare dio sa cosa, e torna così, ridotta a un fantasma, e noi la consegniamo a quei burocrati in uniforme come se fosse un pacco?»

«Appunto.» Arthur si sfilò la maglietta. «Non lo sappiamo. Chi ci assicura che non sia pericolosa? Dobbiamo agire con prudenza, ora. Lascia fare all’Agenzia.»

«Cristo, Arti! Vogliono...»

«Non è più l’Annie che abbiamo conosciuto» tagliò corto Arthur, lanciando la maglietta in un angolo con un gesto più brusco del necessario. «Fattene una ragione.» Fece una pausa, le mani appoggiate sull’anta dell’armadio, la schiena nuda rivolta verso Bailey. Poi aggiunse: «E poi, diciamoci la verità. È sempre stata fuori controllo. Ricordi come si divertiva a usare il suo potere?»

Bailey lo guardò come se non lo riconoscesse. Come se l’uomo davanti a lui portasse la faccia di Arthur ma parlasse con la voce di qualcun altro. «Hai dimenticato cosa ha fatto quella notte? Se non fosse stato per lei…»

«Non ho intenzione di discuterne oltre.» Arthur prese una maglietta pulita, infilandosela. «Annie resta dov’è, B.B.»

Si diresse verso il bagno, con Bailey alle calcagna. Arthur aprì il rubinetto e cominciò a sciacquarsi le mani, sfregandole sotto l’acqua calda per togliere le ultime tracce di sostanza aliena. L’acqua scorreva rosa nel lavandino.

«Lascerai che le facciano del male?»

Arthur si guardò allo specchio, cercando di sistemarsi i capelli unti. I loro occhi si incontrarono nel riflesso. «Non essere melodrammatico. La interrogheranno.»

«Non parlerà mai con loro! La conosci, è...»

«Te l’ho già detto. Non è più quella persona. È cambiata, e non parlo solo fisicamente...»

«Andiamo, Arti!» La disperazione lo assalì. «Dobbiamo fare qualcosa! Annie per noi l’avrebbe fatto! Senza pensarci un secondo!»

Arthur sospirò – un sospiro lungo, esasperato, che veniva dal fondo dei polmoni. Si passò le mani bagnate sul viso. L’acqua gli gocciolava dal mento. «Proverò a parlare con Cardinal. Non posso prometterti altro.»

Poi uscì dal bagno e andò verso l’ascensore senza voltarsi. Le porte si aprirono. Entrò. Le porte si chiusero. Il sibilo della discesa. E poi il silenzio.

Bailey si lasciò cadere sul divano, frustrato. Sapeva che Arthur non avrebbe fatto niente. Non davvero. Avrebbe detto qualche parola gentile a Cardinal, forse chiesto di trattarla bene, forse negoziato condizioni un po’ più umane per la cella, e poi si sarebbe lavato le mani della situazione. Perché Arthur era fatto così. Perché Arthur credeva nel sistema. Nell’ordine. Nelle procedure. Anche quando il sistema era marcio.

Bailey guardò fuori dalle finestre, dove Londra brillava.

Bevve un ultimo sorso di whisky. Posò il bicchiere.

E prese una decisione.

Una decisione stupida. Pericolosa. Che gli sarebbe costata tutto.

Ma era l’unica che poteva prendere se voleva continuare a guardarsi allo specchio la mattina.

3 Capitolo 3

La mattina dopo, Bailey si presentò alla sede dell’Agenzia.

Erano le otto e ventitré. Il cielo era grigio, l’aria umida. Aveva dormito forse due ore – il resto della notte lo aveva passato a fissare il soffitto dell’attico, a bere whisky, a elaborare il piano più stupido della sua vita.

Inspirò profondamente, ripetendosi per la centesima volta che poteva farlo. Che doveva farlo.

Per Annie.

L’edificio gli si stagliava davanti con tutta la sua bruttezza burocratica. Cemento grigio, finestre a nastro, la targa del finto ministero che brillava opaca nella luce del mattino. Una bandiera dell’Union Jack penzolava floscia da un palo. Due piccioni si contendevano una briciola sul marciapiede. Tutto tremendamente ordinario. Tutto tremendamente falso.

Entrò. Due guardie al desk della reception – un bancone di legno chiaro con un pannello di vetro antiproiettile che lo separava da loro. Una donna sulla cinquantina che leggeva una rivista – Hello!, con Eva Grant in copertina, perché l’universo aveva un senso dell’umorismo del cazzo – e un uomo più giovane che beveva caffè da un thermos, una macchia scura sulla camicia dell’uniforme.

Alzarono lo sguardo nel vederlo.

«Posso aiutarla?» chiese la donna.

Bailey rilasciò il suo potere. Lo fece con delicatezza – non un martello, ma un guanto di velluto. L’onda empatica si propagò attraverso l’aria come profumo, avvolgendo le due guardie in una bolla di fiducia calda e rassicurante. Tutto regolare. Niente di strano. Questo uomo ha tutti i permessi necessari.

«Sono qui per vedere Cardinal. Mi ha chiesto di eseguire un interrogatorio.»

La donna annuì lentamente, come se quelle parole avessero perfettamente senso. Le sue pupille si dilatarono impercettibilmente. «Certo. Ha il badge?»

Bailey lo tirò fuori dalla tasca della giacca e glielo mostrò. Il badge era autentico – quello che gli avevano dato per le visite autorizzate. Che non era il caso di oggi, ma la guardia non era nella condizione di fare queste distinzioni.

«Perfetto.» La donna premette un pulsante. La porta di sicurezza si sbloccò con un click. «I laboratori sono al livello meno quattro.»

«Grazie.»

Il cuore gli batteva così forte che era convinto lo sentissero anche loro. Oltrepassò il checkpoint sforzandosi di camminare con naturalezza, di non accelerare il passo, di non guardarsi alle spalle.

Prese l’ascensore e scese. Meno uno. Meno due. Meno tre. Meno quattro. Le porte si aprirono sui corridoi sterili. Luci al neon che ronzavano. Odore di disinfettante e aria riciclata. Altre guardie lungo il percorso – una a ogni incrocio, un’altra davanti a ogni porta che contava.

Usò il suo potere su tutte. Un tocco leggero – abbastanza per farle sentire che tutto era in ordine, che lui aveva l’autorizzazione, che non c’era motivo di preoccuparsi. Ogni volta la stessa procedura. Ogni volta il terrore che non funzionasse, che qualcuno fosse resistente, che un allarme scattasse. Ogni volta il sollievo quando la guardia annuiva e lo lasciava passare senza fare domande.

Dovette girare per un po’. Si perse più volte, sforzandosi di ricordare il percorso che aveva fatto con Cardinal il giorno prima. Corridoi che si somigliavano tutti – stesso neon, stesso cemento, stesse porte d’acciaio numerate. Tra una bestemmia e l’altra, dopo aver sbagliato due volte svolta ed essere finito davanti a un laboratorio il cui rumore preferì non approfondire, riuscì finalmente a imboccare la strada giusta.

Arrivato alla sezione delle celle, rallentò. Il corridoio si srotolava davanti a lui, stretto e lungo, disseminato di porte di vetro rinforzato illuminate dal bagliore azzurrino delle barriere energetiche.

Uno dei prigionieri – un tizio con la testa rasata e un tatuaggio tribale che gli copriva metà della faccia – parve riconoscerlo mentre passava. Si avvicinò al vetro.

«Ehi, Empathy» ghignò, la voce attutita. «Sei qui per liberarci?»

Bailey lo ignorò e continuò a camminare. C’era una guardia davanti alla cella di Annie – un tipo grosso, braccia incrociate, la faccia annoiata di chi sta contando i minuti fino alla fine del turno.

Bailey forzò un sorriso. «Cardinal vuole che la interroghi. Apri, per favore.»

Un’altra spinta empatica. Più forte questa volta, perché il tizio aveva la faccia di uno che non si fidava neanche della propria madre. Bailey sentì la resistenza – un muro di scetticismo e routine – e spinse più forte, avvolgendolo nella certezza assoluta che questo è normale, questo è autorizzato, non c’è niente di cui preoccuparsi.

La faccia del tipo si ammorbidì. Si avvicinò al pannello di controllo. Il blocco elettronico si disattivò con un beep e la porta si aprì con un sibilo.

Annie era seduta su una panca metallica attaccata al muro, gli occhi fissi su un punto indefinito del pavimento. Non le avevano fatto fare nemmeno una doccia. Indossava ancora quei brandelli di vestito, ancora coperta delle tracce secche dello sciroppo alieno. Il braccialetto inibitore brillava al polso come un gioiello sinistro. Non sollevò lo sguardo quando la porta si aprì. Non reagì in nessun modo.

«Annie.» Bailey si avvicinò, la voce bassa. «Sono io. B.B.»

Lei non si mosse. Bailey le si inginocchiò davanti, prendendola delicatamente per le spalle. Sotto le mani, le ossa erano troppo vicine alla superficie, troppo sporgenti.

«Dobbiamo andare.»

La sollevò. Non di peso – lei si lasciò portare in piedi, le gambe che reggevano, il corpo che seguiva la direzione che le veniva data come un’imbarcazione alla deriva. La guidò fuori dalla cella, un braccio intorno alle sue spalle.

Le guardie nel corridoio fecero per dire qualcosa – uno aprì la bocca, l’altro portò la mano alla radio – ma Bailey le tranquillizzò prima che potessero formulare il pensiero.

«È tutto a posto. Solo un trasferimento.»

Annuirono. Bailey accelerò il passo, trascinando Annie lungo il corridoio. Mancavano forse trenta metri all’ascensore. Venti. Quindici.

«Empathy.»

Cardinal era lì, alla fine del corridoio. Non da sola. Con lei, quattro guardie armate – equipaggiamento tattico completo, visiere, giubbetti antiproiettile. Stavano in formazione, due per lato, le armi basse ma pronte.

Camminava verso di loro con passo misurato, le mani intrecciate dietro la schiena, la faccia di chi non è sorpreso. Neanche un po’.

«Oh, Empathy, mi hai profondamente deluso» disse, e nella sua voce c’era quasi della tenerezza. «Pensavi davvero che avrebbe funzionato?»

Bailey mise istintivamente Annie dietro di sé. Il cuore che martellava. La bocca asciutta. «Posso portarti a cena fuori per farmi perdonare, se vuoi.»

Cardinal non sorrise. Fece un gesto a una delle guardie, che alzò qualcosa che non era un fucile. Un taser – grosso, nero, con due puntini rossi che si accesero sul petto di Bailey come occhi di un insetto.

Gli elettrodi lo colpirono prima che potesse reagire. L’elettricità esplose attraverso il suo corpo come lava fusa nei nervi. Ogni muscolo si contrasse simultaneamente – una scarica bianca e totale che gli cancellò i pensieri, il dolore, il nome. Cadde a terra, boccheggiando. Il mondo diventò bianco per un momento, poi si sbiadì ai bordi. Lottò per non svenire, le mani che si stringevano sul pavimento freddo, le dita che graffiavano il cemento.

«Riportatela in cella» ordinò Cardinal.

Le guardie si avvicinarono ad Annie. Bailey, a terra, col mento premuto sul pavimento e i muscoli che ancora tremavano, vide tutto attraverso un velo di lacrime involontarie.

La prima guardia le allungò una mano verso il braccio. Annie la afferrò per il polso – un movimento così rapido che sembrò un fotogramma saltato – ruotò il busto e le tirò una gomitata in pieno volto. Il naso si ruppe con uno scrocchio umido, un suono che gli arrivò nello stomaco. La guardia barcollò all’indietro, il sangue che le esplodeva tra le dita, e Annie le era già addosso – un calcio basso, preciso, chirurgico, dietro il ginocchio. La gamba cedette e la guardia crollò a terra come un sacco di cemento.

La seconda reagì d’istinto, portando la mano alla fondina. Ma Annie era più veloce di qualsiasi cosa Bailey avesse mai visto – più veloce del pensiero, più veloce del riflesso. Gli scivolò nel raggio d’azione prima che potesse estrarre, gli piantò il palmo della mano sotto il mento e gli spinse la testa all’indietro con una forza brutale che lo sollevò sui talloni. Lui inciampò, sbilanciato, e Annie lo finì con un pugno corto alle costole che gli svuotò i polmoni. L’uomo si piegò in due, la bocca spalancata in un rantolo muto, e lei lo accompagnò a terra con una ginocchiata allo stomaco che lo lasciò raggomitolato sul pavimento.

La terza guardia indietreggiò, alzando il taser con mani che tremavano. Annie fu più rapida. Strappò l’arma dalle mani dell’uomo a terra – quello col naso rotto, che cercava di rimettersi in piedi e non ci riusciva – e premette il grilletto. Gli elettrodi si conficcarono nel petto della terza guardia. Il corpo si irrigidì, percorso da spasmi violenti, e collassò sul pavimento con un tonfo sordo.

Tre guardie a terra. Meno di dieci secondi. Annie non aveva nemmeno il fiatone.

Cardinal non si mosse. Fece cenno all’ultimo dei suoi rimasti di trattenere il colpo – un gesto calmo della mano, quasi pigro. Osservò la scena con un’espressione imperscrutabile, la testa leggermente inclinata.

«Interessante» disse, la voce piatta. «Vedo che non hai bisogno del tuo potere per essere pericolosa.»

Bailey, ancora a terra, la fissò attraverso la nebbia del dolore. Le scosse gli percorrevano ancora i muscoli in ondate decrescenti, come il risucchio di un maremoto. Nonostante tutto, nonostante il sapore metallico in bocca e il cuore che batteva troppo forte e il fatto che probabilmente aveva appena buttato via la sua carriera, la sua relazione e il suo futuro in un colpo solo, gli sfuggì un sorrisetto.

Eccola, l’Annie che ricordava. Non era scomparsa.

«Chi cazzo sei?» domandò Annie.

La voce era debole e roca, come se parlasse per la prima volta dopo molto tempo.

«Vedo che hai recuperato l’uso della parola. Mi chiamo Cardinal. E tu sei Annie.» Un’inflessione diversa su quel nome, più morbida. «La nostra… salvatrice. Empathy e Cipher mi hanno raccontato tutto di quello che è successo sette anni fa.»

Annie abbassò lo sguardo su Bailey per un attimo – una frazione di secondo, niente di più – poi tornò a fissare Cardinal. «Sei dell’Agenzia.»

Cardinal inclinò leggermente il capo. «Sono cambiate un bel po’ di cose da quando te ne sei… andata. Sarai confusa.»

«Avete trovato il modo di contenere i poteri» osservò Annie con indifferenza, studiando il braccialetto fissato al suo polso.

«Inibitori neurali a frequenza variabile» spiegò Cardinal. «Tecnologia sviluppata negli ultimi tre anni. Il braccialetto emette micro-impulsi elettromagnetici calibrati sulla firma cerebrale del soggetto. Interferiscono con l’attività della corteccia prefrontale e del sistema limbico — le aree che, nei soggetti dotati, fungono da ponte tra intenzione e manifestazione del potere.»

Si avvicinò di un passo. Annie non indietreggiò.

«In parole povere: il tuo cervello prova ad accendere il motore, ma il braccialetto stacca la batteria prima che la scintilla scocchi. Ogni volta. Non senti dolore, non senti nulla. Semplicemente… non succede.» Fece una pausa, e qualcosa cambiò nei suoi occhi – un luccichio breve, quasi nostalgico. «Ci sono voluti quattordici prototipi. I primi tre facevano scoppiare i vasi sanguigni nel naso dei soggetti. Il quinto ha mandato in coma un ragazzo per due settimane.» Un’altra pausa, più lunga. «Ma come vedi, abbiamo risolto. È autonomo. Funziona finché è a contatto con la pelle. Rimuoverlo senza il codice di sblocco attiva una scarica che… beh.» Fece un gesto vago con la mano. «Diciamo che è fortemente sconsigliato.»

«Ci fai anche il caffè?» replicò Annie con freddezza.

Cardinal accennò un sorriso – il primo vero che Bailey le avesse mai visto. Breve, genuino, quasi divertito. «Che ne dici di saltare i convenevoli e passare subito agli affari?»

«Ti risparmio la fatica. Non mi unirò a voi.»

«Allora temo che dovrai tornare in cella. Comprenderai che non possiamo lasciarti andare, dopo quello che hai combinato. Sei… imprevedibile.»

«Quel coglione che ha provato a congelarmi era uno dei vostri?»

«Freeze, sì.»

«Pensavo volesse uccidermi. Mi sono solo difesa.»

«È stato avventato» concesse Cardinal. «Ma puoi ancora rimediare. Entra a far parte della nostra Task Force. Con te dalla nostra parte, saremo inarrestabili.»

Annie rise, scuotendo la testa. Un suono basso, beffardo, che rimbalzò sulle pareti del corridoio. «E perché mai dovrei farlo?»

«Non credo che tu preferisca rimanere a fare da cavia.» Cardinal lasciò che la parola restasse nell’aria un momento. «Veniamoci incontro. Sei sprecata qui sotto, e io ho bisogno di qualcuno che rimpiazzi Freeze. Inoltre… in questo modo potresti stare con i tuoi amici. Immagino che avrete tante cose da raccontarvi.» Lo sguardo scivolò su Bailey, ancora a terra. «Empathy rischia la sua carriera. Dopo la cazzata di oggi… dovrei buttarlo fuori. Hai la possibilità di evitarlo. Accetta, e ti concederemo delle libertà. Ti toglieremo quel bracciale, tanto per iniziare. Voglio darti il beneficio del dubbio. Empathy afferma che tu non l’abbia fatto apposta a portare quel mostro nel nostro mondo.»

«No, infatti.»

«Ottimo. Riflettici attentamente. Hai tutto da guadagnarci.»

Annie si toccò il bracciale. Lo girò intorno al polso, lentamente. La faccia che non lasciava trasparire nulla – né calcolo né esitazione né paura. Un vuoto che era più inquietante di qualsiasi espressione.

«D’accordo» disse dopo un momento. «Ora toglimi questo coso.»

«Prima mi piacerebbe scambiare quattro chiacchiere, se non ti dispiace. Devi aver visto cose pazzesche nei tuoi viaggi… interdimensionali.» Lo disse come se la parola le bruciasse leggermente la lingua. «Ti tratteremo qui per qualche altra ora. Se ti dimostrerai collaborativa, ti lasceremo andare.»

«Non m’interessa soddisfare la curiosità di voi teste di cazzo. Se vuoi che io sia… "collaborativa", allora comincia col togliermi questo aggeggio. Ho bisogno di una boccata d’aria. Avrai le tue risposte a tempo debito, se mai mi verrà voglia di condividerle con questo imbecille.»

Guardò di nuovo Bailey, che emise un debole «Ehi!» di protesta dal pavimento.

Cardinal parve soppesare le opzioni, con quel calcolo rapido delle persone abituate a prendere decisioni in fretta – rischio contro beneficio, controllo contro collaborazione.

«Immagino che tu ti senta più a tuo agio ad aprirti con un amico. Va bene.»

Fece un cenno alla guardia rimasta. Lui si avvicinò guardingo ad Annie e armeggiò col braccialetto, inserendo il codice di sblocco – una sequenza di numeri che Bailey cercò di memorizzare, ma la vista ancora annebbiata dalla scarica glielo impedì. Il braccialetto scattò e scivolò via dal polso di Annie con un click metallico.

Lei aprì e chiuse la mano, facendo scrocchiare le ossa del polso. La pelle sotto il braccialetto era arrossata, segnata. Poi si chinò su Bailey e gli toccò una spalla. I suoi occhi s’illuminarono di una luce bianca – non calda, non fredda, solo bianca, intensa, come guardare dentro una lampadina.

Improvvisamente, i muscoli gli si rilassarono. Il tremore si fermò. Il dolore che gli mordeva ogni nervo si ritirò come la marea, lasciando al suo posto un intorpidimento caldo e quasi piacevole. Riuscì ad alzarsi in piedi, a fatica, le ginocchia ancora deboli.

«Sarai il suo babysitter, Empathy.» Cardinal lo disse come una sentenza. «Vedi di non combinare altri guai. Non ci sarà un’altra occasione.»

Annie non aspettò risposta. Li oltrepassò – Cardinal, la guardia, i tre uomini a terra che si stavano lentamente rialzando con gemiti e imprecazioni – e si incamminò lungo il corridoio. Il passo diverso ora. Più deciso. Più forte. La postura dritta. Come se il semplice fatto di non avere più quel braccialetto le avesse restituito qualcosa.

Bailey la seguì, ancora coi muscoli rigidi per l’elettricità, le gambe che non volevano cooperare del tutto. «Cazzo» mormorò, raggiungendola. «Ero io che dovevo salvare te.»

Annie non rispose.

Riuscirono a risalire in superficie senza intoppi. Le guardie li osservavano passare – occhiate nervose, mani sulle armi – ma nessuno osò fermarli. Bailey non sapeva se fosse per ordine di Cardinal o per paura di Annie. Probabilmente entrambe le cose.

Quando uscirono dall’edificio, la luce del sole li colpì in pieno viso.

Annie si fermò sulla soglia. Socchiuse gli occhi, alzando una mano per proteggersi. Rimase così per un momento e Bailey pensò di scorgere qualcosa sul suo viso. Non un’emozione, non ancora. Qualcosa di più sottile. Come l’ombra di un’emozione. Come il ricordo di cosa significasse sentire.

«Hai una casa?» chiese con fare apatico.

Bailey spalancò la bocca, sorpreso. «Certo che ho una casa.»

«Andiamo lì.» Annie abbassò la mano. «Devo farmi una doccia.»

Raggiunsero la macchina. Bailey camminava ancora con un leggero tremolio alle gambe, le ginocchia che cedevano ogni tanto come se i muscoli si dimenticassero per un istante come funzionare. La Mustang era dove l’aveva parcheggiata – nel parcheggio esterno dell’edificio, tra un furgone dell’Agenzia e una berlina grigia che puzzava di governo.

Annie si fermò un momento a studiare la macchina. Bailey salì, e lei si sedette accanto a lui con noncuranza, sistemandosi sul sedile di pelle.

«Bella. È tua?» chiese.

Bailey annuì, mettendo in moto. Il motore ruggì. Per un po’ non parlarono. Londra scorreva fuori dai finestrini – edifici, strade, persone che andavano al lavoro come se il giorno prima un verme gigante non avesse cercato di mangiarsi la città. Come se il mondo si fosse già dimenticato.

Bailey aveva un milione di domande. Dove era stata. Cosa le era successo. Come era sopravvissuta. Ma non sapeva da dove iniziare, e ogni volta che apriva la bocca la richiudeva, perché ogni domanda sembrava troppo grande o troppo piccola o troppo prematura.

Annie si limitava a fissare davanti a sé attraverso il parabrezza, il viso imperturbabile.

«Tu e Arti state ancora insieme?»

«Noi… sì.»

Ancora silenzio. La macchina si infilò in una rotonda, costeggiando un parco.

«Perché quella stronza ti ha chiamato Empathy?»

«È il mio… alias da supereroe.»

Annie lo guardò per la prima volta da quando erano saliti in macchina. Uno sguardo lungo, fisso, che Bailey sentì sulla pelle come un raggio di sole concentrato da una lente.

«Quindi siete supereroi adesso? Combattete i cattivi e quelle stronzate lì?»

«Ecco… sì.»

«Te lo sei scelto da solo il nome?»

«No, è stata l’Agenzia.»

«Fa cagare.»

Bailey s’imbronciò. «Beh, voglio dire, non è il top ma…»

«È ridicolo.»

«Ascolta, non ho avuto scelta, okay?» brontolò lui, cambiando corsia con più aggressività del necessario. «Non hanno chiesto il mio parere, mi hanno solo messo delle carte davanti da firmare.»

«E tu da bravo coglione hai firmato.»

«È il tuo modo contorto per dirmi grazie?»

«Non avevo bisogno di essere salvata.»

Bailey emise un verso a metà tra una risata e uno sbuffo. «Sei la solita stronza.» Scosse la testa. «Dove sei stata tutto questo tempo?»

Annie evitò la domanda. Il suo riflesso nel finestrino non la tradì. «Sono passati davvero sette anni?»

«Sì. Ti credevamo morta. O… dispersa.»

«Quindi ho trentun anni» mormorò pensierosa lei, più a sé stessa che a lui.

Bailey venne colto da un’illuminazione. «Hai perso il conto del tempo? Si può sapere che hai combinato?»

Ma Annie evitò ancora di rispondere. Si era rimessa a guardare fuori dal finestrino, le dita appoggiate sul vetro come se volesse toccare la città attraverso la superficie.

«Annie…»

«Mi dispiace per il vostro amico.»

Bailey la guardò di sottecchi.

«Freeze non era un amico. Direi più… un collega. Un collega che nessuno avrebbe scelto. Ma comunque non dovevi ucciderlo.»

Annie non rispose a quello. Le sue dita tamburellavano piano sul vetro.

«Perciò siete famosi, adesso.»

«Un po’.» Bailey si massaggiò il collo, a disagio. «Vedi, sette anni fa, quando hai… sì, insomma quando tu e la tua sosia siete scomparse, l’Agenzia ha… non c’è un modo carino per dirlo, ha appioppato il merito a me e ad Arti. Abbiamo provato a spiegargli che avevi fatto tutto tu, ma…»

«Lei» disse secca Annie. «È stata lei ad aprire la porta tra le dimensioni.»

«La porta?»

«È così che la chiamo.»

«Ma se è una porta…» Bailey aggrottò la fronte, destreggiandosi nel traffico. «Ecco, non potevi aprirla prima e tornare qui?»

«Non è così facile. Ci ho provato. Più volte.»

«Ma ieri ci sei riuscita, giusto? E hai portato con te… quel coso.»

«Leviatano.»

«Il che?»

«Non so come si chiamano. Sai com’è, non parlano molto.»

«Divertente.»

«È sbucato dal nulla mentre aprivo la porta e mi ha mangiata.»

Bailey quasi inchiodò. La macchina sbandò, il clacson di un taxi dietro di loro che esplose in un concerto di insulti. «Hai detto che ti ha mangiata

«Sì.» mormorò Annie con indifferenza. «L’ho fatto esplodere dall’interno. È l’unico modo per ucciderli. Sono praticamente invulnerabili.»

Bailey la fissò per un momento troppo lungo, dimenticandosi della strada. Un ciclista lo schivò per un pelo, urlando qualcosa in francese.

«Vuoi dire che quel coso non era l’unico?»

«No, ce ne sono a centinaia su Kethara.»

«Scusa… dove?»

«Kethara» ripeté Annie. «Il posto da cui sono arrivata.»

«Sembra il nome di uno di quei giochi di fantascienza che piacciono tanto ad Arti. Quindi è lì che siete finite tu e la psicopatica dopo…»

«No» lo interruppe Annie. «Era un altro posto. Simile a questo ma… diverso.»

«Porca puttana. Allora è vera quella storia delle dimensioni alternate o come cazzo si dice…»

«Sì. Ma è complicato. Ora non mi va di spiegarti.»

Bailey percepì la saracinesca che calava – quel muro invisibile che Annie alzava quando le domande si avvicinavano troppo. Lo conosceva da quando erano ragazzi. Non serviva a niente insistere. Le rivolse un sorriso incoraggiante, quello che usava quando non sapeva cos’altro fare. «Sono contento che sei tornata. Mi sei mancata. Cioè, ci sei mancata. A me e ad Arti» aggiunse in fretta.

«Sai nulla dei miei genitori?»

Un groppo gli salì in gola. Sapeva. Certo che sapeva. I suoi genitori erano morti quattro anni fa – incidente stradale sulla M25. Il furgone che li aveva tamponati, il fuoco, l’esplosione. Erano morti sul colpo. Li avevano seppelliti in un cimitero a Hackney, in una giornata di pioggia, con quattro persone presenti. Bailey era andato da solo. Arthur non aveva potuto – una missione, qualcosa di urgente. Bailey era rimasto davanti a quelle due tombe a chiedersi se Annie fosse ancora viva da qualche parte, e se sarebbe mai tornata a visitarle.

Ma non sapeva come dirglielo. Non ora. Non così. Non in macchina, nel traffico, dopo la mattina che avevano avuto. Non era il momento. Non esisteva un momento giusto per dire a qualcuno che i suoi genitori erano morti mentre lei vagava in un’altra dimensione.

«Beh, dai, parlami di questi altri mondi!» disse con troppo entusiasmo, la voce che saliva di un’ottava. «Hai incontrato qualche aliena sexy? Ci hai fatto sesso? C’erano i tentacoli, come in quei cartoni giapponesi dove censurano i genitali? Chiedo per curiosità, non perché io guardi quella roba…»

Annie lo lasciò blaterare. Probabilmente era consapevole quanto lui che stava evitando la domanda. Ma non insistette. E questo era peggio, in un certo senso. Peggio della rabbia, peggio delle lacrime. Quel silenzio consapevole, quella decisione di non chiedere, come se avesse già intuito la risposta e avesse scelto di non ascoltarla. Non ancora.

Appena arrivarono a casa, mentre stavano imboccando il parcheggio sotterraneo, l’uomo al gabbiotto sorrise falsamente a Bailey e fissò Annie con palese curiosità, scandagliandola dalla testa ai piedi – i brandelli di vestito, i capelli annodati, la pelle sporca. Bailey percepì le sue emozioni: curiosità morbosa, un pizzico di disgusto, e il pensiero inconfondibile di chissà in che guai si è cacciato stavolta.

«Ve la passate bene» osservò Annie mentre salivano con l’ascensore, gli occhi sulle pareti di vetro, sulla città che si allargava sotto di loro. «Londra non sembra poi così cambiata.»

«No, infatti. Stessa merda di sempre. Ma resta casa, no?»

«Sì…» disse Annie. Una pausa. «Immagino di sì.»

Le porte si aprirono sull’attico. Annie entrò, guardandosi intorno. Le finestre dal pavimento al soffitto. Il panorama mozzafiato. L’arredamento minimalista. Il sistema domotico che si attivava automaticamente, regolando le luci in base alla luce naturale. Non sembrava particolarmente colpita dalla grandiosità del posto. Lo guardava come si guarda la vetrina di un negozio in cui non si ha intenzione di entrare.

«Il bagno è di qua.» Bailey la guidò lungo il corridoio. «Ti prendo dei vestiti veri.»

Andò in camera, aprendo l’armadio. Prese una maglietta pulita – una sua, nera e oversize – e un paio di pantaloni della tuta che Arthur non metteva più. Aggiunse un paio di calzini puliti dopo un momento di esitazione, perché non sapeva cosa servisse a una persona che era stata in un’altra dimensione per sette anni ma immaginava che i calzini puliti fossero un buon punto di partenza.

Tornò in bagno. Annie fissava il suo riflesso allo specchio con un’espressione difficile da decifrare. Le mani appoggiate al bordo del lavandino, il corpo leggermente piegato in avanti, gli occhi che studiavano la propria faccia come se fosse quella di un’estranea. Forse lo era. Forse l’ultima volta che si era guardata in uno specchio aveva ventiquattro anni.

«Ecco.» Bailey posò i vestiti sul mobile. «Se hai bisogno di altro…»

«Hai delle forbici?»

«Forbici?»

«Sì.»

«Che devi farci?»

«Tagliarmi i capelli.»

«Oh. Certo. Aspetta.»

Rovistò in cucina, aprendo cassetti finché non trovò un paio di forbici da cucina – grosse, arancioni, col manico di plastica. Non l’ideale, ma avrebbero funzionato. Probabilmente. Forse Annie ci avrebbe tagliato anche il cibo, con il suo tasso di pragmatismo.

Quando rientrò nel bagno, si congelò sulla soglia.

Annie era nuda. Gli dava le spalle, in piedi davanti alla doccia. Stava testando la temperatura dell’acqua, la mano sotto il getto. Il vapore che iniziava a sollevarsi.

Il suo corpo era disseminato di cicatrici.

Piccole e grandi. Sparse ovunque come una mappa. Alcune sembravano vecchie – linee bianche sbiadite che si confondevano con la pelle, così sottili da essere quasi invisibili. Altre relativamente fresche – rosa, sollevate, ancora in via di guarigione, la pelle tesa e lucida intorno ai bordi. Sul lato sinistro della schiena c’era qualcosa che sembrava un’ustione – un’area irregolare, grande come una mano aperta, dove la pelle era liscia e tirata in modo innaturale. Sulla spalla destra, segni che potevano essere morsi – semicerchi irregolari, profondi, che raccontavano una bocca non umana. Lungo le costole, tagli paralleli, equidistanti, come se qualcuno – o qualcosa – avesse deliberatamente inciso la sua pelle seguendo uno schema.

Bailey rimase sulla soglia, incapace di muoversi. Incapace di distogliere lo sguardo. Il vapore gli sfiorava il viso. «Cosa ti è successo?» domandò di getto, senza riuscire a trattenersi.

Se ne pentì immediatamente. Si preparò alla reazione – allo scatto di rabbia, all’insulto, al fatti i cazzi tuoi.

Annie si girò. Lo guardò senza imbarazzo, senza pudore, senza la minima traccia di vergogna o vulnerabilità. Come se il suo corpo fosse uno strumento e le cicatrici fossero il normale logorio dell’uso.

«Ho combattuto» disse soltanto, senza scendere nei dettagli.

Due parole. Fine della storia. Bailey la guardò – davvero guardò, non solo le cicatrici. Muscoli asciutti e definiti sotto la pelle segnata. Spalle più larghe. Braccia che avevano imparato a colpire. Un corpo che aveva combattuto – contro cosa non lo sapeva, e forse non voleva saperlo.

Si schiarì la gola, distogliendo in fretta lo sguardo e posando le forbici accanto ai vestiti. «Fai con calma.»

Uscì dal bagno, chiudendosi la porta alle spalle. Poi andò in camera da letto e si sedette sul bordo del letto, con ancora la visione del corpo martoriato di Annie impressa nella testa. Cercò di scacciarla. Non ci riuscì.

Il cuore gli pesava come piombo. Si chiese cosa avesse passato in quegli anni. E poi c’era il discorso dei suoi genitori. Quel buco nero che se ne stava lì, in agguato, in attesa del momento in cui non avrebbe più potuto evitarlo. Prima o poi avrebbe dovuto dirglielo, in un modo o nell’altro.

Ma non ora.

Non oggi.

Si sdraiò, ascoltando il rumore dell’acqua che scorreva dall’altra parte del muro. Il suono più normale del mondo, dopo la mattina più assurda del mondo.

C’era solo una cosa che non poteva rimandare. Ed era quella che lo terrorizzava più di tutte.

Dopo un’ora, Annie uscì dal bagno.

Indossava i vestiti che Bailey le aveva dato – la maglietta nera che le cadeva larga sulle spalle, i pantaloni della tuta che le stavano un po’ corti ma andavano bene. I capelli erano corti ora, tagliati in modo approssimativo ma funzionale – irregolari in alcuni punti, più lunghi su un lato che sull’altro, ma efficaci. Le sfioravano le spalle, ancora umidi, più scuri del solito per l’acqua. Aveva il viso pulito, la pelle non più coperta di sporcizia e sciroppo alieno.

Era quasi irriconoscibile. E allo stesso tempo, inconfondibilmente Annie.

Si sedette accanto a lui sul letto, in silenzio. Le ginocchia piegate, le braccia sulle ginocchia. Stava guardando la parete davanti a sé, ma Bailey ebbe la sensazione che stesse guardando qualcosa di molto più lontano.

«Arti s’incazzerà a morte per ciò che ho fatto» brontolò Bailey.

«Probabile.»

«È la volta buona che mi lascia.»

«Strano che non l’abbia già fatto.»

«Vaffanculo.»

«Se vuoi me ne vado. Posso andare dai miei… dovunque si trovino.»

Bailey non osò guardarla. Il groppo tornò, improvviso e feroce.

«No, puoi restare. Non preoccuparti. E poi Cardinal vuole che ti tenga d’occhio.» Si sforzò di cambiare tono. «Hai fame? Scommetto di sì.»

Andarono in cucina. Bailey aprì il frigo – quasi vuoto, come al solito. Qualche birra, la bottiglia di champagne che nessuno dei due aveva mai voluto aprire, metà di una pizza avanzata nella scatola di cartone. Un barattolo di senape. Mezzo limone avvolto in pellicola trasparente.

Afferrò la scatola della pizza e un paio di birre.

«Non abbiamo granché.»

Servì ad Annie la pizza fredda su un piatto e le porse una birra. «Alla tua.»

Fece tintinnare le bottiglie. Il suono del vetro contro il vetro riempì la cucina per un istante. Annie prese la birra, la studiò un momento – l’etichetta, la condensazione sul vetro, il colore ambrato del liquido attraverso la bottiglia – poi ne bevve un sorso.

Cominciò a mangiare.

Bailey la osservò. Annie masticava lentamente, come se assaporasse ogni boccone. Chiudeva ogni tanto gli occhi, concentrata sul sapore, le mascelle che lavoravano piano, quasi con reverenza. Come se quella pizza fredda – mozzarella gommosa, pomodoro insipido, crosta secca – fosse la cosa migliore che avesse mangiato in vita sua.

«Quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato della pizza?»

«Sette anni fa.»

«Come sei sopravvissuta tutti questi anni senza cibo d’asporto?»

Annie non rispose. Continuò a mangiare, un boccone alla volta, bevendo ogni tanto dalla birra. Bailey si chiese ancora una volta cosa diavolo le fosse successo.

«Aggiornami su tutto quello che mi sono persa.»

Le spiegò come lui e Arthur fossero diventati eroi. Le missioni – i salvataggi in mare, gli incendi, la volta che un palazzo stava per crollare a Birmingham e Arthur lo aveva tenuto su con le sue costruzioni digitali per tre ore finché non avevano evacuato tutti. Le interviste – il primo talk show, le telecamere, le domande stupide. I gala – come quello della sera prima, il Fracture Memorial, il circo annuale. I fan – la gente che li fermava per strada, i bambini che volevano gli autografi, le ragazze che urlavano i loro nomi. Strong e Freeze e Storm e tutti gli altri supereroi reclutati – ognuno con i suoi poteri, i suoi problemi, il suo ego. L’Agenzia che era cresciuta, che ora controllava tutto – missioni, immagine pubblica, contratti, interviste, persino la vita privata. Come il mondo era cambiato – o forse non era cambiato per niente, solo era diventato più strano.

Non le disse dello scandalo con Eva Grant. Non le disse che lui e Arthur si stavano sgretolando. Non le disse che si sentiva un impostore ogni volta che saliva su un palco a ricevere un trofeo di cristallo per qualcosa che non aveva fatto. Che tutto quello che avevano costruito era fondato su una bugia.

Quando finì, Annie aveva terminato la pizza e stava sorseggiando la birra, gli occhi fissi sulla bottiglia. Le dita che giravano lentamente l’etichetta.

«Capisco» fu il suo unico commento.

Una parola che condensava universi interi.

Bailey esitò. «Senti, lo so che è tanta roba da digerire… sette anni. Insomma, io al posto tuo darei di matto…»

«Ti va di vedere un film?»

Lui sbatté le palpebre. «Che?»

«Un film. Uno con delle esplosioni e dei mostri, non quella roba smielata che piace tanto alle ragazze.»

«Che hai contro le commedie romantiche?» replicò Bailey risentito. «Sono belle.»

Si sedettero sul divano. Bailey accese la TV e scrollò Netflix finché non trovò qualcosa – un film d’azione con esplosioni e alieni e tutta quella merda che di solito guardava quando Arthur non c’era. Arthur preferiva i documentari. O le serie con i sottotitoli. O cose che Bailey si addormentava a guardare dopo venti minuti.

Mentre il film scorreva – roba mediocre con effetti speciali esagerati e dialoghi terribili che facevano sembrare una discussione al pub come Shakespeare – Bailey continuava ad adocchiare Annie. Lei fissava lo schermo con quell’espressione vuota, senza reazioni. Non rideva alle battute. Non sussultava alle esplosioni. Non commentava le scene ridicole. Era fin troppo rilassata per una che aveva appena scoperto di aver perso sette anni della sua vita, di essere tenuta d’occhio da un’agenzia governativa, e di aver ucciso un uomo la mattina prima.

O forse non era rilassata affatto. Forse era solo che Bailey non riusciva a leggere i segnali. Forse dopo sette anni in un’altra dimensione, le reazioni umane normali non significavano più niente.

Si domandò se fosse felice di essere tornata. Se felice fosse un concetto che aveva ancora senso per lei.

A sera, sentirono l’ascensore. Il sibilo delle porte. Passi.

Arthur entrò. Era a pezzi. Più del giorno prima – i vestiti sgualciti, i capelli arruffati, gli occhi cerchiati da borse scure che sembravano lividi. L’aria di chi non ha dormito, non ha mangiato, e ha passato la giornata a gestire il caos lasciato da un verme alieno e dalla morte di un collega.

«Ciao» disse distrattamente, passando davanti al salotto senza nemmeno guardarli.

Poi si fermò di colpo. Tornò indietro di due passi. Guardò il divano. Bailey. Annie. La TV accesa. Le birre vuote sul tavolino. La scatola della pizza.

Rimase immobile per un momento. Bailey vide il processo che gli attraversava la faccia – la confusione, il riconoscimento, la comprensione, la rabbia. Come le fasi del lutto, ma più veloci e più pericolose.

Bailey si alzò dal divano. «Posso spiegare… lo so che non dovevo, ma…»

«Perché lei è qui?» sibilò Arthur. La voce bassa, controllata, con quel tremore sotterraneo che Bailey conosceva troppo bene. Il tremore che precedeva la tempesta.

«Sono andato a salvarla. Ma è tutto a posto. Cardinal…»

«Tu…» Arthur chiuse gli occhi. Li riaprì. Li richiuse. Come se stesse contando. Come se stesse cercando nel buio dietro le palpebre un briciolo di pazienza. Non lo trovò. «Ti avevo detto di restartene buono! Che avrei parlato io con lei!»

«Abbiamo raggiunto un accordo…»

«Accordo?» ringhiò Arthur. «Che accordo?»

«Baderemo ad Annie. Ci assicureremo che faccia la brava, che non apra porte su altre dimensioni e queste stronzate così. E in cambio lei…»

«Ha ucciso Freeze!»

«Cristo santo, Arti! Era un coglione! Non è questa gran perdita!»

Arthur lo fissò. Bailey vide qualcosa spezzarsi nei suoi occhi – non rabbia, non delusione, ma qualcosa di più profondo. Stanchezza. La stanchezza di chi ha lottato troppo a lungo per tenere insieme qualcosa che continua a rompersi. Le mani che tremavano lungo i fianchi, le nocche bianche.

Bailey inspirò. «Resterà da noi. Almeno finché… non si sistema.»

«Sei un idiota.»

«Non fare così…»

«Hai cercato di fregare l’Agenzia!» Arthur fece un gesto ampio con le braccia – un gesto che abbracciava l’attico, le finestre, la vista, il lusso. «La stessa che ci ha dato tutto questo!»

«Tra un po’ ti farai dire da loro anche quando andare a cagare! Te l’ho detto, è tutto a posto, abbiamo un accordo. Annie resta da noi, la aiutiamo a riprendersi e poi…»

«E poi cosa?!»

«Che ne so! Poi si vedrà! Cardinal vuole che entri a far parte della nostra Task Force!» Bailey fece un cenno verso Annie, che non si era mossa dal divano, che guardava la scena con un interesse distaccato. «Ha perso sette anni di vita, Arti. È rimasta a… vagare su pianeti dai nomi strani senza pizza né alieni sexy con cui scopare. Ha passato l’inferno, capisci?»

«E cosa vuoi fare, esattamente?» replicò gelido Arthur. «Portartela in giro come un cagnolino da compagnia sperando che i paparazzi non la notino?»

«Posso dire che è la mia accompagnatrice.»

Arthur strinse gli occhi. La mascella che si contrasse.

«Non in quel senso! Hai capito cosa intendo. La mia assistente, ecco. O la mia guardia del corpo. È un lavoro sessista, se vogliamo proprio dirla tutta…»

«E quindi dovrebbe restare a casa. Con noi.»

«Sì, dov’è il problema? Abbiamo una stanza degli ospiti che non usiamo mai.»

«Il problema è che non possiamo farle da balie!»

«Non dovremo fare… niente, Arti. Perché sei così incazzato?»

Arthur sembrò sul punto di una rispostaccia – la parola gli si stava già formando sulle labbra, forse perché o forse qualcosa di peggio. Ma ci ripensò. Serrò la mascella così forte che Bailey sentì quasi il rumore dei denti che stridevano. Le sue emozioni erano un groviglio impenetrabile – rabbia e paura e frustrazione e qualcos’altro che Bailey non riusciva a identificare, qualcosa che assomigliava alla gelosia ma non era esattamente gelosia.

«Dormi sul divano stasera.»

Sbatté la porta della camera così forte che fece vibrare le pareti. Un quadro appeso nel corridoio – una stampa di Banksy che Arthur aveva comprato a un mercatino – si inclinò di quindici gradi.

Il silenzio tornò a riempire l’attico.

«È andata bene» osservò Annie dal divano, senza inflessione.

Bailey si lasciò cadere accanto a lei. Si passò le mani sul viso, trascinandole verso il basso, stirando la pelle. «Posso dormire con te?»

«No.»

Lei si alzò e se ne andò, dirigendosi verso la stanza degli ospiti. Non disse buonanotte. Non disse niente. I suoi passi leggeri lungo il corridoio, la porta che si chiuse piano – non sbattuta, non come Arthur, solo chiusa, come se il gesto stesso non meritasse alcuna energia.

Bailey rimase da solo nel salotto. La TV ancora accesa – l’ennesimo film era finito, ora c’erano i titoli di coda che scorrevano su uno sfondo nero, accompagnati da una musica epica che non si addiceva alla sua situazione. «Perfetto» mormorò.

Si sdraiò sul divano, troppo stanco anche per andare a prendere una coperta, e chiuse gli occhi, cercando di non pensare a niente.

Non ci riuscì.

4 Capitolo 4

La mattina dopo, Bailey venne di nuovo svegliato dal telefono.

Aprì un occhio e allungò la mano, afferrando il cellulare dal tavolino. Era di nuovo Dirk. Guardò l’ora sullo schermo. Appena le sette.

«Cristo…» mormorò, rispondendo. «Dirk, sono le sette di mattina.»

«Non me ne frega un cazzo.» La voce dell’avvocato era nervosa, tesa, con quella nota nasale che suggeriva un inizio di giornata già chimicamente assistito. «Muovi il culo. Ho bisogno che tu venga qui in ufficio.»

«Perché?»

«Perché siamo in un mare di merda.»

E chiuse la chiamata. Neanche un saluto. Neanche uno scusa se ti sveglio. Bailey abbassò il telefono, fissando il soffitto. Le travi dell’attico lo guardavano con indifferenza. Tornò a chiudere gli occhi.

«Problemi?»

Sollevò la testa. Annie era nel corridoio, appoggiata al muro. I capelli tagliati la sera prima le cadevano arruffati intorno al viso, un lato più lungo dell’altro, le punte che si arricciavano dove si erano asciugati nel sonno. Indossava ancora la sua maglietta nera, che le arrivava a metà coscia.

Bailey si tirò su a sedere, passandosi una mano sul viso. «Era il mio avvocato. Vuole che lo raggiunga in ufficio.»

«Chi l’avrebbe mai detto. Tu, che parli di avvocati… ho sempre creduto che saresti finito a vivere per strada.»

«Grazie.» Bailey si alzò, stiracchiandosi. La schiena scricchiolò in tre punti distinti, come una scala musicale del dolore. «Mi scalda il cuore sentirlo.»

«Posso venire con te?»

«Non vuoi riposarti? Tanto sarà una cosa noiosa.»

«Non importa. E poi sono ufficialmente la tua guardia del corpo, no?»

«Va bene. Dammi cinque minuti. Anzi, dieci. Ho bisogno di un caffè.»

Lo preparò per entrambi. La macchinetta ronzò, riempiendo l’attico di quel profumo amaro che era l’unica cosa che lo teneva vivo al mattino. Ogni giorno la stessa liturgia – capsula, pulsante, ronzio, caffè. Il suono più rassicurante che conoscesse. Lo versò in due tazzine e ne porse una ad Annie.

Lei la prese, portandola alle labbra. Sorseggiò lentamente, gli occhi chiusi, assaporandolo come se fosse chissà quale prelibatezza. Bailey si chiese se su Kethara esistesse qualcosa di simile al caffè, e decise che probabilmente no, perché il caffè era troppo perfetto per esistere in un universo dove i mostri ti mangiavano.

Prima di uscire, lanciò uno sguardo verso la camera da letto. La porta era chiusa. Arthur dormiva ancora – o forse era già sveglio e fingeva di dormire per non dovergli parlare. Con Arthur era difficile dirlo.

Scesero a prendere la macchina e partirono. Londra si svegliava lentamente intorno a loro, sbadigliando smog e rumori. Il sole era pallido dietro un velo di nuvole, il cielo del colore di un calzino lavato troppe volte. Raggiunsero lo studio di Dirk dopo mezz’ora, perché il traffico di Londra era il traffico di Londra e nessun superpotere al mondo poteva farci niente.

Lo studio era in una zona che cercava di sembrare rispettabile ma non ci riusciva del tutto. Edifici di uffici con le finestre che riflettevano altri edifici di uffici. Vetrine di negozi che vendevano cose che nessuno voleva – materassi, assicurazioni, consulenze fiscali. Un Pret A Manger all’angolo dove la gente comprava panini troppo costosi per il pranzo e caffè che era solo acqua sporca travestita da espresso.

I collaboratori di Dirk li accolsero con tiepidi saluti, tutti con l’aria stanca di chi deve ancora svegliarsi completamente. Una ragazza con le cuffie abbassate sul collo gli indicò la porta in fondo al corridoio senza alzarsi dalla sedia.

Dirk era nel suo studio, seduto alla scrivania, trafficando con delle carte sparse ovunque come se un ventilatore le avesse distribuite a caso. L’ufficio puzzava di dopobarba economico e di qualcos’altro che Bailey preferiva non identificare. Calvizie incipiente che Dirk cercava di mascherare con un riporto ambizioso. Pancia prominente che trasbordava dalla cintura. Occhi rossi e stanchi. Le maniche della camicia arrotolate in modo diseguale – una sopra il gomito, l’altra appena sotto. Il tipo di persona che sembrava sempre sull’orlo di un infarto e che probabilmente lo era.

Appena Bailey entrò, disse: «Chiudi la porta.»

Lui obbedì.

Dirk squadrò Annie – la maglietta nera troppo grande, i pantaloni della tuta corti, i capelli tagliati male, l’espressione vuota. «E lei chi cazzo è?»

«La mia nuova guardia del corpo.» Bailey si sedette sulla sedia di fronte alla scrivania. Il cuscino era talmente consumato che il legno gli premeva sotto il sedere. «Allora? Che c’è di così urgente?»

Dirk prese quello che sembrava un portasigarette dalla tasca della giacca. Placcato d’oro, con delle iniziali incise – D.R. – i bordi consumati dall’uso. Lo aprì con un click. Dentro c’era una polvere bianca. Se ne mise un po’ sul dito – il mignolo della mano destra, con la pratica di chi ha perfezionato la tecnica in anni di applicazione – e sniffò, chiudendo gli occhi con qualcosa che sembrava sollievo. O forse estasi. Era difficile distinguere, con Dirk.

Poi guardò Bailey. «Ne vuoi?»

Lui scosse la testa.

Dopo la pompatina al morale, Dirk sembrò di nuovo pieno di energia. Rimise a posto il portasigarette con un gesto fluido e spostò compulsivamente le carte sulla scrivania, continuando a tirare su col naso. Le sue pupille erano due capocchie di spillo nere.

«Bene. La Grant sta guadagnando terreno. È passata alla fase successiva dell’offensiva. Vuoi sentire l’ultima?»

«Non particolarmente.»

«Ha contattato un editore. Un grande editore. HarperCollins, tanto per intenderci. Pare stia lavorando a un memoir sulla sua "terribile esperienza." Provvisoriamente intitolato Nell’aria o qualche stronzata simile. Sei ancora dell’opinione di non fare niente o vuoi cercare di salvare la dignità che ti resta?»

«Non voglio che diventi un caso mediatico.»

«È già un caso mediatico, B.B. Lo era prima che tu arrivassi in questo ufficio. Sarà un caso mediatico anche quando uscirai. E sarà un caso mediatico domani, e la settimana prossima, e il mese prossimo, finché la Grant non si stufa o finché qualcuno non trova qualcosa di meglio di cui parlare.»

Bailey si appoggiò contro lo schienale. La sedia gemette. «Non possiamo… che ne so, pagarla?»

«Hai idea di quanto stia guadagnando già adesso? Se ne sbatte il cazzo dei tuoi soldi. Le interviste, le apparizioni televisive, il contratto per il libro che probabilmente sta firmando mentre parliamo…» Dirk scosse la testa, il riporto che oscillò come un’alga nella corrente. «Non è più questione di soldi. Restando in tema.» Abbassò la voce, come se le pareti avessero orecchie. «Ha chiamato di nuovo quel tizio, Brian, del centro dei lavori sociali che frequentavi… vuole un altro assegno. Ha detto che gli serve per delle spese mediche.»

«Fantastico» mormorò Bailey.

«Non serve aggiungere che se non glieli darai ha minacciato di raccontare tutto alla stampa.»

«Non avevo dubbi.»

«E ovviamente ha chiamato anche quello stronzo di tuo padre… non possiamo permetterci altri scandali.»

Lo stomaco di Bailey si contrasse al suono di quella parola. «Lo so.»

«Devi contrattaccare con la Grant, prima che sia troppo tardi.»

«Lo so, Dirk.»

«Allora fallo.»

Bailey evitò di guardare Annie. Sentiva il suo sguardo sulla nuca, fisso, silenzioso, che registrava tutto.

«Contatterò il tuo ufficio stampa.» Dirk prese il telefono. «Organizzeremo qualche intervista. Devolveremo qualche milione a qualche associazione contro la violenza sulle donne. Il solito teatrino per far sembrare che ti importi, anche se ti importa davvero, il che è il paradosso fottuto di questa situazione.»

Fece per comporre un numero.

«Abbiamo finito?» chiese depresso Bailey.

Dirk abbassò il telefono. Lo guardò con un’espressione che, sotto la coca e la stanchezza e il cinismo professionale, conteneva qualcosa che assomigliava alla preoccupazione. «Se si arriverà in tribunale, cosa che probabilmente accadrà, dovrai costruirti una difesa decente. Quella stronza ha il coltello dalla parte del manico. Ogni giorno che passa senza una tua risposta pubblica, lei guadagna terreno. Ogni intervista che rilascia senza un contraddittorio è un chiodo nella tua bara. E tu stai lì a farmi la faccia del cane bastonato invece di reagire.»

«D’accordo. Posso andare adesso?»

Dirk lo liquidò sventolando la mano. Bailey si alzò e uscì dall’ufficio, lasciandolo alle sue chiamate e alla sua coca. La segretaria gli sorrise mentre passava. Bailey non ricambiò.

Annie lo seguì in silenzio. I loro passi sull’asfalto, il rumore della porta che si chiudeva alle spalle, il clacson di un taxi in lontananza.

«Chi è questa Grant?» chiese lei mentre montavano in macchina.

Bailey prese coraggio. Strinse le mani sul volante prima di mettere in moto. «Una modella. Ci siamo lanciati insieme col paracadute da un aereo. Doveva essere una cosa per beneficenza, solo che…»

«Hai rovinato tutto.»

«Mi è venuta un’erezione. E ora lei mi ha denunciato per molestie.»

Gli angoli della bocca di Annie si piegarono nell’ombra di un sorriso.

«Non è divertente, Annie.»

«Parla con lei. Falla ragionare.»

«Non è così semplice. Ho bisogno di bere.»

Si fermarono al primo pub aperto che trovarono. Era uno di quei posti tipici inglesi – soffitti bassi con travi di legno scuro, bancone di mogano lucido consumato da generazioni di gomiti, odore di birra e frittura e cera per pavimenti. Moquette a motivi floreali che era stata moderna negli anni ottanta. Ancora quasi vuoto a quell’ora, solo qualche pensionato che leggeva il Daily Mail e un paio di operai che bevevano pinte prima del turno, le giacche catarifrangenti appese alle sedie.

Bailey ordinò due birre – Stella Artois, perché almeno quella non deludeva mai. Si sedettero a un tavolo nell’angolo, sotto un quadro sbiadito di un cavallo da corsa.

«E così Brian ti sta ricattando» disse Annie.

Bailey ruotò nervoso il bicchiere tra le mani, lasciando segni di condensa sul legno del tavolo. «Lo fa anche con Arti. È un avido bastardo. L’Agenzia l’ha pagato profumatamente per tenere la bocca chiusa su quello che è successo con noi al centro, e lui continua a spillare soldi perché sa che può.»

«Dovresti dargli una lezione. Fargli capire che non può fare lo stronzo con te.»

«Tu cosa faresti?»

«Gli spezzerei un braccio. O una gamba.»

«Cristo, Annie.»

«Farei lo stesso con tuo padre.»

La mano di Bailey si strinse intorno al bicchiere. «Non dire così.»

«Preferisci che continuino a metterti i piedi in testa?»

«Non… senti, è complicato.» Bailey bevve un sorso. La birra era tiepida, amara, perfetta. «Non posso andare lì e rompergli qualche osso. Mi denuncerebbero. Finisco sui giornali – Empathy aggredisce il proprio padre, roba del genere. L’ufficio stampa va in cortocircuito. Cardinal mi spella vivo. Fine.»

«Allora paga qualcuno che lo faccia al posto tuo. Te lo puoi permettere.»

«Non voglio farlo.»

«Posso occuparmene io.»

Bailey la fissò. «No» disse deciso. «Tu devi restartene buona, o Cardinal…»

«Lei non è un problema.»

«Annie, ascolta. Apprezzo l’offerta, ma…»

«Non farai un cazzo.»

Non lo disse con rabbia. Non con delusione, nemmeno. Lo disse come si enuncia un fatto.

Bailey deglutì, abbassando lo sguardo sulla schiuma della birra.

«Come ti pare.»

Annie sorseggiò la sua pinta. Alla TV agganciata alla parete sopra di loro stavano passando le immagini dello scontro col Leviatano. Il verme gigante che si srotolava dalle nuvole. Freeze che veniva infilzato – la scena ripetuta al rallentatore, le punte di ghiaccio che gli attraversavano il corpo, il sangue sulla passerella cristallina. La scritta in sovrimpressione: FUNERALI DI FREEZE PREVISTI PER DOMANI. Il vecchietto al tavolo accanto alzò lo sguardo dal giornale per guardare, poi tornò alla sua pinta, scuotendo la testa.

Il telefono tornò a vibrargli in tasca. Lo tirò fuori. Era il suo ufficio stampa. Prese la chiamata.

«Buongiorno, signor Burns!» Una voce allegra e femminile dall’altra parte. Troppo allegra per le otto del mattino. Il tipo di allegria che può essere solo professionale. «Sono Melissa, l’assistente del capo dell’ufficio stampa. Come sta?»

Bailey grugnì.

«Perfetto! Allora, siamo stati contattati dal suo avvocato per organizzare delle interviste. Se lei è disponibile, abbiamo modo di programmarne una già per stasera, per il Graham Norton Show.»

Chiuse gli occhi. Il Graham Norton Show. Il programma che guardava la metà del paese. Milioni di persone che avrebbero ascoltato lui parlare della sua erezione involontaria. Il sogno di ogni supereroe.

Non aveva la minima voglia di farlo. Ma era consapevole che, come al solito, non aveva scelta.

«Sì, ci sto.»

«Meraviglioso! Allora l’intervista sarà alle 20:30, agli studi della BBC. Le invierò tutti i dettagli via email. Ha bisogno di altro?»

«No.»

«Perfetto! A stasera allora!»

Lanciò il telefono sul tavolo. La vibrazione fece ondeggiare la birra nel bicchiere.

«Stasera ho un’intervista.»

«Non sembri molto felice.»

«No, per niente.»

«Strano.» Annie bevve ancora, gli occhi sopra il bordo del bicchiere che lo osservavano. «Una volta ti saresti eccitato per una roba del genere.»

«Beh sì… una volta» mugugnò Bailey.

Una volta erano due parole che usava troppo spesso ultimamente. Una volta era diventato il titolo di un capitolo della sua vita che non riusciva a chiudere.

«Vuoi che venga con te?»

«Non posso lasciarti da sola.»

«Perché te l’ha chiesto quella Cardinal?»

«Perché non so più cosa aspettarmi da te, Annie.»

Le parole uscirono senza che potesse fermarle. Si pentì un istante dopo, ma era troppo tardi per riprenderle.

Lei non reagì. Non si offese. Non alzò la voce. «Non sono una minaccia. Non farò male a nessuno, a meno che non mi costringano.»

«Sì, io… lo so. Scusa, non dovevo dirlo.»

Annie finì la sua birra con un ultimo sorso lungo. Posò il bicchiere vuoto sul tavolo con un click. «Dove andiamo adesso?»

«Non ne ho idea.» Bailey svuotò il suo boccale. «Potremmo fare un giro per negozi, se hai bisogno di vestiti…»

«Posso usare i tuoi.»

«Sì, ma ti servirà roba per la tua igiene personale. E un paio di scarpe che non siano le mie da ginnastica numero quarantaquattro. Andiamo.»

La portò in centro, dove le strade erano disseminate di boutique d’alta moda e negozi di lusso che Bailey frequentava solo perché Arthur lo costringeva.

Annie si guardò intorno con lo stesso interesse che avrebbe riservato a un muro grigio. Le vetrine piene di manichini perfetti, i prezzi assurdi, la gente elegante che entrava e usciva con borse firmate e l’aria di chi ha appena compiuto un atto di estrema importanza. Niente di tutto questo la toccava. Bailey la capiva. Dopo sette anni passati a sopravvivere su mondi alieni, una borsa di Gucci doveva sembrare il concetto più assurdo dell’universo.

«Scegli quello che vuoi. Offro io.»

Ma lei si limitò a prendere l’essenziale. Un paio di jeans. Magliette nere – tre identiche, come se avesse deciso che quella era la sua uniforme. Biancheria intima. Un paio di stivali bassi. Sapone, shampoo, spazzolino, le cose fondamentali. Tutto il resto le scivolava addosso.

Mentre erano alla cassa di un negozio su Oxford Street – uno di quelli a metà strada tra il lusso e il ragionevole – la commessa li osservò e sorrise. Uno di quei sorrisi che indossano come uniforme, praticati allo specchio ogni mattina. Poi riconobbe Bailey. I suoi occhi si sgranarono. La bocca si aprì leggermente. Il sorriso diventò un sorriso vero, quasi isterico.

Bailey sentì la sua eccitazione – un’ondata di emozioni che lo investì come acqua calda. Ammirazione. Desiderio. La voglia di raccontare alle amiche non indovinerete mai chi è venuto in negozio oggi. Tirò fuori la carta di credito, facendo finta di nulla.

La commessa imbustò le loro cose con mani che tremavano leggermente. «È… è tutto?»

«Sì.»

«Benissimo. Il totale è… 387 sterline.»

Firmò sulla ricevuta. La commessa la strinse al petto come una reliquia.

«Buona giornata.»

Presero le buste e uscirono dal negozio. Il rumore della strada li risucchiò – taxi, autobus, gente, il solito assalto sonoro di Londra.

«Vuoi girare ancora?»

«Ho tutto quello che mi serve.»

«Sicura? Possiamo…»

«Hai un posto che preferisci? Dove ti piace rifugiarti.»

La domanda lo fermò. Non perché fosse difficile rispondere, ma perché Annie l’aveva posta come se già sapesse che ne aveva bisogno. Come se avesse letto qualcosa nella sua postura, nei suoi movimenti, nel modo in cui teneva le spalle.

«Sì. Ce l’ho.»

Andarono a Hyde Park. Era uno dei pochi posti a Londra dove Bailey riusciva ancora a respirare. Dove non si sentiva soffocato dalla città, dalle persone, dalle aspettative.

Parcheggiarono la Mustang vicino a Lancaster Gate e cominciarono a camminare per i viali ghiaiosi. Il parco era pieno di gente presa nelle proprie attività – joggers che correvano con le cuffie nelle orecchie, mamme con passeggini che discutevano di cose che Bailey non capiva, coppie che passeggiavano mano nella mano, turisti che facevano foto come se gli alberi inglesi fossero più interessanti di quelli del resto del mondo.

Bailey si fermò a un chiosco e comprò delle noccioline. «Vuoi qualcosa da mangiare?» domandò ad Annie.

Lei indicò una busta di patatine. Salt & Vinegar. Bailey la comprò senza commentare.

Si fermarono a una panchina vicino al Serpentine, il lago che attraversava il parco come una ferita d’acqua nel verde. La superficie brillava sotto il sole, anatre che nuotavano lasciando scie sulla superficie, una barca a remi in lontananza con due persone che ridevano.

Bailey inspirò l’aria fresca, e un po’ della tensione se ne andò. Non tutta. Ma abbastanza. Annie sgranocchiava le sue patatine in silenzio, le gambe allungate davanti a sé.

«Vuoi vedere una cosa fighissima?» disse lui a un certo punto.

Annie lo guardò con l’espressione di chi non si aspetta niente ma non è nemmeno contraria.

Bailey si concentrò. Aprì la mente, allentando i filtri che di solito teneva stretti, aprendosi alle emozioni esterne. I sentimenti delle persone che li circondavano lo invasero come sempre – opprimenti, caotici, tutti che urlavano insieme. La donna preoccupata per il figlio che si era allontanato troppo. L’uomo al telefono che mentiva a qualcuno. La coppia sulla panchina accanto che stava litigando in silenzio. Tuttavia, sotto quel rumore, percepì anche le emozioni meno complesse. Più semplici. Più pure. Gli animali. Menti piccole e brillanti come fiammelle – senza ansia, senza rimpianto, senza tutte le complicazioni che gli umani si portavano dietro.

Si focalizzò su quelle, trasmettendo calma. Tranquillità. Sicurezza. Degli scoiattoli cominciarono ad avvicinarsi, attratti dall’odore del cibo e dalla bolla di tranquillità che Bailey aveva creato intorno alla panchina. Prima uno, timido, che si fermava ogni due passi. Poi un altro. Poi tre insieme.

Bailey sorrise e lanciò delle noccioline ai suoi piedi. Gli animali, resi mansueti dal suo potere, si avvicinarono sempre di più, circondandoli. Uno si arrampicò sulla sua gamba con quelle zampette minuscole che graffiavano il tessuto dei jeans, sgranocchiando la nocciolina direttamente sul suo ginocchio, la coda arruffata che tremava di piacere.

«Forte, eh?» ridacchiò, accarezzandolo con un dito sulla schiena.

«Puoi influenzare anche gli animali?»

«Sì. È più facile con loro.» Ne accarezzò un altro che gli era saltato sul braccio, sistemandosi nell’incavo del gomito come in una culla. «Non sono incasinati come gli umani. Le loro emozioni sono… semplici. Hanno fame, hanno paura, sono curiosi. Non c’è altro.»

Un altro scoiattolo si arrampicò su di lui, passandogli sopra la spalla e sistemandosi dietro il collo come una sciarpa vivente. La coda gli solleticava l’orecchio.

«Quindi è questo che fai per rilassarti?»

«Lo trovi stupido?»

Annie consegnò una patatina allo scoiattolo più vicino a lei. Lui la prese con quelle zampette minuscole – le dita che si chiudevano intorno al bordo della patatina con una precisione quasi chirurgica – e se la portò alla bocca, sgranocchiandola con un rumore che era insopportabilmente adorabile.

«Sono carini gli scoiattoli» disse Annie.

«Sì.»

«Su Kethara c’erano creature simili. Solo più brutte. Con sei zampe e il pelo viola. Però erano buone.»

Bailey esitò. «Che intendi con buone?»

«Voglio dire che le mangiavo. Non avevo scelta. Non c’è molto da mangiare, lì.»

«Hai mangiato degli scoiattoli?»

«Qualcosa di simile a degli scoiattoli.»

«Hai mangiato degli scoiattoli viola a sei zampe.»

«Impari a non fare lo schizzinoso quando muori di fame.»

Di riflesso Bailey strinse lo scoiattolino a sé, avvolgendolo con la mano come per proteggerlo da quella informazione. L’animale sembrò apprezzare e si acciambellò nel suo palmo.

«Ho mangiato cose peggiori» aggiunse Annie.

«Tipo?» chiese lui dubbioso, non sicuro di voler sapere.

«Quando ero a Lantis c’erano queste creature svolazzanti, simili a meduse… grandi così.» Fece un gesto con le mani – venti centimetri di diametro, più o meno. «Erano innocue, ma il sapore era terribile, anche da cotte. Sembrava di masticare della gomma. Della gomma che sapeva di pesce marcio.»

«Cristo.»

«E poi c’era un tipo di radice su Vael – il secondo mondo dove sono finita – che aveva il sapore del vomito ma era l’unica cosa commestibile nel raggio di chilometri. Dopo un po’ ti abitui.»

Bailey continuò ad accarezzare distrattamente lo scoiattolo, che si era addormentato nel suo palmo. «Hai viaggiato parecchio.»

«Sì.»

«Come funziona? Con quella porta, intendo.»

Annie prese l’ultima patatina dalla busta. La studiò un momento, poi la mangiò. «In parole povere, la apro e non so dove finisco. Potrebbe essere una dimensione simile a questa, o qualcosa di completamente diverso. Non c’è un modo per scegliere la destinazione. È come… girare la manopola di una radio senza sapere su quale frequenza atterrerai.»

«Arti impazzerebbe a sentirti parlare di questa roba.»

«Non sembra contento di riavermi qui.»

Bailey distolse lo sguardo, fingendo di concentrarsi sullo scoiattolo addormentato. «È solo… arrabbiato. Ma non con te. Con me.»

«Sarà geloso.»

«Non credo» borbottò mogio Bailey. «Lui… forse si frequenta con altre persone.»

Annie continuò a guardare davanti a sé, verso il lago, dove un’anatra stava tentando di salire su una barca a remi con scarsi risultati. «Forse?»

«Non ne sono sicuro. Insomma… dovrei controllargli il telefono ma è più protetto di un bunker governativo.»

«O potresti affrontare il discorso con lui.»

«Sì, beh… gliel’ho chiesto. E lui ha risposto "e se anche fosse?" che è un po’ una conferma…»

«O una provocazione.»

Bailey la guardò.

«Magari sta mentendo, ci hai pensato?» disse Annie, accartocciando la busta delle patatine con una mano. «Magari ti ha detto così per ferirti. Per farti sentire quello che sente lui.»

«Pensi che lo farebbe? Lasciarmi per un altro…»

«No» rispose Annie senza esitazione. «Tu gli piaci troppo.»

Bailey si sentì un po’ rincuorato. Solo un po’. Come trovare una banconota da cinque sterline nel fondo di una tasca – non ti cambiava la vita, ma era meglio di niente.

Annie si girò verso di lui. «Che è successo ai miei genitori?»

Bailey s’irrigidì. Lo scoiattolo nel suo palmo sentì la tensione e si svegliò di scatto, scappando via lungo il braccio e giù per la gamba. Gli altri lo seguirono, disperdendosi nell’erba come granelli di sabbia nel vento.

«Loro… ecco…» si grattò la testa. «Cazzo…»

«Dimmelo e basta, senza girarci intorno.»

Bailey guardò il lago. L’anatra aveva rinunciato alla barca e nuotava via con aria offesa.

«Sono morti. Quattro anni fa. Incidente stradale sulla M25.»

Annie rimase immobile. Non pianse. Non urlò. Non chiese dettagli. Rimase seduta sulla panchina, le mani sulle ginocchia, gli occhi fissi su di lui.

«Stai… bene?» chiese esitante Bailey.

Era una domanda stupida. Lo sapeva mentre la formulava. Lo sapeva mentre le parole uscivano. Ma non ne aveva un’altra.

Annie non rispose. Riprese a fissare il vuoto – quello stesso vuoto che si portava dietro da quando era tornata, solo che adesso Bailey sapeva che quel vuoto conteneva qualcosa in più.

Appena rientrarono nell’appartamento, trovarono Arthur già vestito, pronto per uscire. Completo blu scuro, camicia bianca, cravatta perfettamente annodata – un nodo Windsor che Bailey non avrebbe saputo fare neanche sotto minaccia. I capelli pettinati con cura, la riga da una parte, ogni ciocca al suo posto. L’aspetto da professionista impeccabile che faceva sentire Bailey come un barbone per contrasto.

«Dove siete stati?»

«Sono dovuto passare all’ufficio da Dirk. E ho portato Annie a fare un po’ di shopping» spiegò Bailey, posando le buste vicino all’ingresso.

Arthur non guardò le buste. Non guardò Annie. Non commentò il fatto che Bailey l’avesse portata a fare shopping. Invece disse: «Ho parlato con Cardinal. Vuole che Annie entri a far parte della nostra task force.»

«Lo so, te l’ho detto… ma come al solito non mi hai creduto.»

Arthur lo ignorò con quella capacità magistrale che aveva di cancellare le frasi che non gli facevano comodo. «Prenderà il posto di Freeze. La gente pensa che sia un’aliena venuta per conquistarci. Dobbiamo contenere il panico, smentire le voci su di lei. La gente sta già protestando per strada.» Fece un gesto vago con la mano. «Non sarà facile cercare di far passare il messaggio che è stato un incidente. Almeno così gli faremo credere che vuole redimersi…»

«Non t’interessa nemmeno la sua opinione?» sbottò Bailey.

«L’Agenzia ha organizzato un evento per dopodomani sera, alla Tate Modern. Annuncerà ufficialmente che Annie entra nella squadra.» Arthur si voltò verso di lei, gli occhi freddi. «Ti consiglio di presentarti.»

Annie non rispose. Lo guardava con un’espressione che Bailey non riusciva a decifrare.

«Lasciala stare, non è dell’umore» disse irritato Bailey.

Arthur prese la sua borsa dal mobile vicino all’ingresso – una ventiquattrore in pelle marrone che costava quanto un mese d’affitto di un appartamento normale. «Devo andare. Ho un’intervista con Sky News per parlare di quello che è successo.»

E uscì. Senza salutare. Senza guardarsi indietro. Le porte dell’ascensore si chiusero su di lui come le pagine di un libro che nessuno stava leggendo.

Rimasti soli, Bailey brontolò: «È una stronzata, lo so.» Le mise una mano sulla spalla. «Se non te la senti, lo capisco. Al diavolo l’Agenzia.»

«Se non lo faccio ricadrà su di voi.» Annie parlò con voce ferma, controllata. «Giocherò a fare il supereroe. Almeno finché non mi stuferò.»

«Sei sicura?»

«Non ho nient’altro da fare.» Una pausa. «Dove sono stati sepolti i miei?»

Una fitta al petto. «Il cimitero a Hackney. Se vuoi ti…»

«Ci vediamo stasera» tagliò corto Annie, prima di uscire.

Non si fece vedere per tutta la giornata.

Bailey provò a non pensarci. Provò a non immaginarla davanti a due tombe in un cimitero, sola, con gli occhi vuoti e sette anni di assenza che le pesavano sulle spalle come macigni. Provò a non chiedersi se avesse pianto, o se piangere fosse una di quelle cose che aveva disimparato in qualche dimensione dove le lacrime non servivano a niente.

Si preparò per l’intervista – doccia lunga, così calda che il bagno si riempì di vapore. Completo nero elegante che Arthur gli aveva comprato per un’occasione simile. Cravatta che allentò subito perché odiava la sensazione di soffocamento – come se qualcuno gli avesse messo un cappio intorno al collo e gli avesse detto adesso sorridi. Scarpe lucide che non metteva mai e che gli facevano male ai talloni.

Si guardò allo specchio del bagno, pulendolo dal vapore con il palmo della mano. Sembrava un impostore. Un attore che recitava la parte di qualcun altro in una commedia che non aveva letto. Il completo gli stava bene – Arthur aveva un occhio infallibile per queste cose – ma la faccia era sbagliata. La faccia era quella di un uomo di trentacinque anni che non dormiva abbastanza, beveva troppo, e aveva paura di tutto quello che gli stava succedendo.

Mentre scendeva alla macchina, si chiese preoccupato dove fosse Annie.

Poi la vide. Era appoggiata alla sua Mustang, braccia conserte, che lo aspettava.

«Da quando sei qui?»

«Cinque minuti.»

«Il tipo al gabbiotto non ti ha fatto storie?»

«Ci ha provato. L’ho chiuso dentro.»

«Ah.»

Salirono in macchina.

«Ti sta bene questo vestito» disse lei con noncuranza, mettendosi la cintura.

«Grazie. Prima di andare è meglio liberare il tipo. Tra un po’ vengono a dargli il cambio.»

La sede dell’intervista erano gli studi della BBC a White City. Un edificio moderno di vetro e acciaio che sembrava una scatola lucida lasciata cadere nel bel mezzo di un quartiere residenziale, illuminato da riflettori che lo facevano brillare nella sera londinese come un UFO atterrato gentilmente.

Ai controlli di sicurezza, Bailey rassicurò le guardie con un tocco leggero del suo potere. «È con me» disse, accennando ad Annie.

Le guardie annuirono senza obiettare. La sede era trafficata. Gente che camminava veloce per i corridoi, parlando al cellulare o nelle cuffiette, borse e cavi e attrezzature ovunque. Un assistente – ragazzino sui vent’anni con gli occhiali e un walkie-talkie – lo guidò verso i camerini. Una stanza piccola con uno specchio illuminato da lampadine calde, una sedia girevole, un tavolo pieno di trucchi e pennelli ordinati come strumenti chirurgici.

Una truccatrice si mise subito al lavoro. Fondotinta per nascondere le occhiaie – che richiesero una quantità vergognosa di prodotto. Cipria per eliminare il lucido. Un tocco di ombretto per far risaltare gli occhi. Bailey si lasciò fare, gli occhi chiusi, mentre le dita della truccatrice gli tamponavano il viso con movimenti rapidi.

Vennero raggiunti anche da Dirk – già agitato, con quel tic nervoso di tirare su col naso ogni quindici secondi – e da un responsabile dell’ufficio stampa, una donna sulla quarantina con i capelli legati indietro così stretti che sembrava le tirassero la pelle del viso fino alle orecchie. Aveva un iPad in mano e l’espressione di chi gestisce crisi per lavoro e ci trova un perverso piacere.

«Okay, ascolta.» Dirk parlava veloce, le mani che gesticolavano come un direttore d’orchestra impazzito. «Resta calmo. Sorridi. Non ammettere niente. Se ti chiede dell’erezione, dici che è stata una reazione fisiologica involontaria. Se ti chiede delle molestie, dici che non hai mai toccato la Grant in modo inappropriato. Non deviare dal copione. Chiaro?»

«Chiaro.»

«E sorridi, cristo santo. Devi sembrare simpatico. Accessibile. Il ragazzo della porta accanto. Quello con cui la gente vorrebbe bere una birra.»

La donna dell’ufficio stampa aggiunse: «Ricordati di menzionare le opere di beneficenza. Abbiamo appena donato due milioni a Women’s Aid. Fallo sapere. Possibilmente con naturalezza, non come se stessi leggendo un comunicato.»

«Okay.»

Annie si limitava a osservare tutto dalla sua posizione nell’angolo, seduta su una sedia pieghevole con le gambe incrociate. Guardava Dirk, la donna dell’ufficio stampa, la truccatrice, Bailey nello specchio. Registrava. Non commentava.

Una volta pronto, vennero accompagnati verso il palco. Il corridoio che portava alle quinte era stretto, illuminato male, pieno di cavi che correvano sul pavimento come serpenti neri. Bailey poteva sentire il brusio del pubblico dall’altra parte – centinaia di voci che si mescolavano in un ronzio basso e continuo, come un alveare.

Il presentatore – Graham Norton, con i suoi capelli argentati perfetti e il sorriso che sembrava stampato in fabbrica – stava per annunciarlo. La sua voce amplificata arrivò attraverso le pareti.

«Signore e signori, un bell’applauso per… EMPATHY!»

Fece la sua entrata, accolto da uno scrosciare di applausi del pubblico in studio. Sorrise. Salutò con la mano. Come aveva fatto decine di volte. Il pilota automatico si attivò – schiena dritta, sorriso, contatto visivo con il pubblico, un cenno della testa, un piccolo gesto della mano.

Le luci erano accecanti – il tipo di luce che ti entra negli occhi e ti cancella tutto tranne il palco. Il pubblico era un mare di facce sfocate, illuminate dal basso, che lo guardavano con curiosità e aspettativa. Le telecamere lo seguivano come occhi enormi, silenziose, implacabili. Prese posto sul divano rosso accanto a Norton.

«Benvenuto, benvenuto!» Norton gli strinse la mano con calore eccessivo – il tipo di stretta che diceva siamo amici anche se non si erano mai visti prima. «È la prima volta che vieni da noi, giusto?»

«Sì, è la prima volta.»

«Meraviglioso! Allora, prima di tutto – come stai? Perché devo dire, ti vedo in televisione sempre che salvi gente, ti lanci da aerei, combatti mostri alieni… dev’essere estenuante.»

Il pubblico rise. Una risata calda, complice. La risata di un pubblico che era dalla sua parte. Almeno per ora.

Bailey si sforzò di sorridere. «Sì, diciamo che non è esattamente un lavoro da nove alle cinque.»

«Immagino di no! E dimmi, hai avuto modo di rilassarti ultimamente? Ferie? Weekend al mare?»

«Non proprio. È stato un periodo… intenso.»

«Oh, sì.» Norton si appoggiò allo schienale, incrociando le gambe con un movimento fluido. «Abbiamo perso Freeze due giorni fa. Dev’essere stato terribile per te e per la squadra.»

«Sì, è stata… è stata dura.»

Le parole gli uscirono più sincere di quanto avrebbe voluto. Perché era stata dura. Forse non per le ragioni che Norton immaginava – non per il lutto, non per la perdita di un amico, perché Freeze non era un amico. Ma per tutto il resto. Per il caos. Per Annie. Per il fatto che il mondo stava cambiando sotto i suoi piedi e lui non aveva idea di dove stesse andando.

Il pubblico mormorò comprensivo. Norton lasciò passare un momento di silenzio rispettoso, poi si sporse in avanti con quel luccichio negli occhi che significava adesso arriviamo al sodo.

«Ma non è di questo che vogliamo parlare stasera, vero?»

I muscoli gli si tesero. Eccoci.

«Allora, Empathy – o preferisci che ti chiami in un altro modo?»

«Empathy va benissimo.»

«Empathy. Eva Grant. Vedi, io ho letto le sue dichiarazioni. E devo dire…» Norton fece una pausa teatrale, girandosi verso il pubblico con l’aria di chi sta per dire qualcosa di scandaloso. «Che sono molto pesanti.»

«Sì… lo sono.»

«Quindi, per chi non sapesse tutta la storia – cosa è successo esattamente quel giorno?»

Bailey inspirò. Sentì la telecamera più vicina stringere il campo sul suo viso. «Era un evento di beneficenza. Eva aveva vinto all’asta la possibilità di fare un lancio col paracadute con me. Un tandem jump, sai, dove sei legato insieme…»

«Oh, sì, ho presente.»

«Sì, e… eravamo a circa tremila metri d’altezza quando…»

«Quando è successo.»

«Quando è successo, sì.»

Norton si sporse ancora più avanti. «E cosa è successo esattamente? Perché Eva dice che hai avuto… come posso dire con eleganza…» guardò il pubblico con un sopracciglio alzato. «Una reazione fisica.»

Il pubblico rise. Alcuni urlarono di imbarazzo. Qualcuno fischiò. Il tipo di atmosfera da arena che Bailey odiava – dove la tua vita diventava intrattenimento per gli altri.

«È stata una reazione involontaria. Quando ti lanci da un aereo, c’è un’enorme scarica di adrenalina. Il corpo reagisce in modi che… non puoi controllare.»

«Capisco, capisco.» Norton annuì saggiamente, con quell’aria da confidente che aveva perfezionato in trent’anni di carriera. «Quindi stai dicendo che è stata l’adrenalina. Non Eva Grant in particolare.»

«Esattamente.»

«Perché lei è oggettivamente attraente.»

«Sì, lo è, ma…»

«Stai dicendo che non ti attrae.»

«No, non è questo… guarda, è una situazione complicata. Quando sei legato a qualcuno, pancia contro pancia, e stai precipitando dal cielo a duecento chilometri orari, ci sono un sacco di fattori in gioco…»

«Oh, questo è certo!»

Norton rise. Il pubblico lo seguì. Le pareti si strinsero intorno a Bailey.

«Ma lei dice anche che le hai sussurrato qualcosa. All’orecchio.»

«Non è vero. Non le ho mai detto niente di inappropriato.»

Norton lo guardò con quegli occhi astuti – occhi da intervistatore navigato, che avevano smontato persone più abili di lui a mentire. «Perciò sta mentendo?»

«Non sto dicendo che sta mentendo. Sto dicendo che forse ha frainteso. Con il rumore del vento, l’adrenalina, il panico…»

«Il panico?»

«Era terrorizzata. Urlava. Piangeva.»

«E tu?»

«Io cercavo di tenerla calma. Con… il mio potere. È il mio lavoro.»

Norton annuì lentamente. «Il tuo lavoro. Che include avere erezioni mentre sei legato a persone terrorizzate?»

Il pubblico esplose in risate. Bailey strinse per un attimo i pugni sulle ginocchia, le nocche che diventavano bianche. Respirò. Rilassò le mani. Sorrise. Come gli avevano insegnato.

«Quando ti lanci da un aereo, il corpo… è biologia. È una risposta allo stress. Succede. Non significa che ci sia stata intenzione o…»

«Dev’essere imbarazzante.»

«È più che imbarazzante. È…» Bailey si fermò, cercando le parole giuste. Per un momento il copione sparì e rimase solo lui su un divano rosso sotto le luci accecanti, circondato da facce che aspettavano. «È frustrante. Perché tu sai chi sei. Sai cosa hai fatto e cosa non hai fatto. Ma non importa, perché la gente ha già deciso.»

Norton inclinò la testa. Un lampo di qualcosa – rispetto, forse – nei suoi occhi. «L’hai toccata in modo inappropriato?»

«No.»

«Mai?»

«Mai.»

«E dopo l’atterraggio? Cosa è successo?»

«Ci hanno slegati. Lei era scioccata ma incolume. Le ho chiesto se stava bene. Lei ha detto di sì. Abbiamo fatto alcune foto con i fotografi che erano lì. E poi ci siamo separati.»

«E quando hai saputo delle accuse?»

«Qualche giorno dopo. Il mio avvocato mi ha chiamato. All’inizio pensavo fosse uno scherzo.»

Norton lo guardò con qualcosa che sembrava simpatia genuina. «Ma non lo era.»

«No. Non lo era.»

«E come ti senti ora? Riguardo a tutto questo?»

Bailey guardò il pubblico. Centinaia di facce che lo fissavano. Alcune comprensive. Altre scettiche. Altre semplicemente curiose, lì per lo spettacolo.

«Mi sento… tradito, in un certo senso. Ho dedicato la mia vita ad aiutare le persone. A salvarle. E ora una situazione che era fuori dal mio controllo viene usata per distruggermi.»

Il pubblico mormorò, diviso. Alcuni applaudirono. Altri rimasero in silenzio.

«Ma sai» disse Norton, il tono che cambiava, diventando più caldo, più complice. «Non tutti la pensano così.»

Sullo schermo dietro di loro apparve un video. Le riprese traballanti da un cellulare. Bailey che correva con un bambino tra le braccia. Le macerie che cadevano. L’ombra enorme che cresceva. E poi la ragnatela di pixel di Arthur che li salvava all’ultimo secondo.

Il pubblico esplose in un applauso spontaneo. Genuino. Non guidato dalle luci o dal riscaldamento del pubblico. Un applauso che veniva dalla pancia. Bailey fissò il video, e qualcosa gli si strinse nel petto. Si vide correre – disperato, terrorizzato, il bambino stretto al petto – e pensò che la persona sullo schermo sembrava molto più coraggiosa di come si sentiva in quel momento.

«Questo era due giorni fa» disse Norton quando gli applausi si calmarono. «Durante l’attacco del… come vogliamo chiamarlo… verme gigante?»

«Leviatano.»

«Leviatano?»

«Sì, è… così che lo chiamo io.»

«Che nome allegro» sghignazzò Norton. «E qui vediamo te che salvi un bambino da morte certa. Senza esitazione. Usando il tuo corpo come scudo. Come un vero eroe.»

Bailey tacque. Non sapeva cosa dire. Non si sentiva affatto un eroe.

«Un gesto commovente» continuò Norton. «Ho una sorpresa per te, Empathy. Penso che l’apprezzerai.»

Oh no. Bailey riconobbe quel tono. Il tono da momento emotivo preparato. Il tono che significava che qualcuno dietro le quinte aveva organizzato qualcosa di commovente per far piangere il pubblico e alzare gli ascolti.

«Vogliamo invitare sul palco Tommy!»

La musica partì – qualcosa di edificante e orchestrale, il tipo di musica che ti dice esattamente cosa devi provare. Le luci si mossero, concentrandosi su un punto del pubblico. Un bambino – quello stesso bambino con lo zaino troppo grande e gli occhi pieni di venerazione – si sciolse dall’abbraccio della madre seduta in prima fila e corse verso il palco con la coordinazione incerta dei bambini che corrono quando sono emozionati.

Si lanciò su Bailey, abbracciandolo forte. Le braccine che gli circondavano il collo. Il viso premuto contro la sua spalla.

Il pubblico si sciolse. Qualcuno piangeva. Le telecamere stringevano.

«Ciao, piccoletto» disse Bailey, la voce più morbida di quanto avesse previsto. Gli accarezzò la testa. I capelli del bambino erano morbidi e profumavano di shampoo alla fragola. «Stai bene?»

«Sei il mio eroe!» esclamò Tommy, tirandosi indietro per guardarlo con occhi che brillavano come stelle. «Mi fai l’autografo?»

«Certo.»

Un assistente apparve con una foto stampata – Bailey nel suo "costume da supereroe", una tuta nera aderente con il logo dell’Agenzia sul petto. Una trovata di marketing che odiava con ogni fibra del suo essere. Firmò la foto con mano tremante. Tommy la strinse al petto come se fosse oro.

Norton continuava a sorridere. «E questo, signore e signori, è il vero Empathy. Non quello che leggiamo sui tabloid. Questo.»

Altri applausi. Più lunghi. Più convinti. Il tipo di applausi che ti faceva quasi credere che il mondo non fosse del tutto marcio.

Tommy tornò dalla madre. Bailey rimase sul divano, sentendosi esposto. Nudo. Come se qualcuno gli avesse tolto tutti gli strati – il sarcasmo, la rabbia, la facciata da duro – e lo avesse messo lì sotto le luci per quello che era.

«Ti ringraziamo per essere venuto» disse Norton, stringendogli la mano. «E per aver condiviso la tua verità con noi.»

«Grazie per avermi ospitato.»

«Signore e signori, Empathy!»

Applausi finali. Musica. Le luci che si abbassavano. Pubblicità.

Mentre Bailey si alzava, Norton si avvicinò e gli sussurrò fuori dal microfono, coprendosi la bocca con la mano: «Io ti credo, sai? Le donne come la Grant tendono a inventarsi tutto per apparire in televisione. È solo l’ennesima puttana in cerca di attenzione.»

Bailey lo guardò. Il sorriso di Norton era ancora lì – caldo, complice, da amicone – ma le parole erano gelide. Bailey forzò un altro sorriso. «Grazie.»

Si allontanò con il sapore di qualcosa di amaro in bocca. Non riusciva a decidere cosa fosse peggio – le persone che lo credevano colpevole o quelle che lo credevano innocente per le ragioni sbagliate. Raggiunse Annie dietro le quinte.

«Sei stato perfetto!» disse entusiasta l’addetta stampa, materializzandosi dal nulla con l’iPad stretto al petto. «I social stanno impazzendo. L’hashtag #TeamEmpathy è in tendenza. Il momento con Tommy è virale. Ottimo lavoro.»

«Sì, bene.»

Non appena furono di nuovo al sicuro nella macchina, Bailey incrociò le braccia sul volante, poggiandovi la fronte. Aveva mal di testa. Il tipo che inizia dietro gli occhi e si espande come una macchia d’inchiostro.

Annie non disse niente. Per un momento restarono così – lui col viso premuto sul volante, lei seduta accanto, il silenzio che riempiva la macchina.

«Vuoi fare qualcosa?» chiese alla fine.

«Ho solo voglia di ubriacarmi.»

«Ti va di andare in discoteca?»

Lui sollevò la testa e la guardò, spiazzato. Annie aveva il viso illuminato dalla luce del lampione che filtrava dal finestrino, metà in ombra, metà dorata.

«Dici sul serio?»

«Non ci sono mai andata.» Annie si strinse nelle spalle, un gesto così piccolo che quasi non si vide. «Puoi venire con me. O tornartene a casa. Come ti pare.»

«Pensavo che odiassi fare certe cose.»

«Infatti.»

Bailey la studiò per un momento. Annie che voleva andare in discoteca. Annie che non era mai stata in discoteca. Annie che aveva passato sette anni in altre dimensioni a mangiare scoiattoli viola e adesso voleva andare a ballare in un locale di Londra. L’universo non smetteva mai di sorprenderlo.

«Va bene» borbottò, mettendo in moto. «Vada per la discoteca.»

Il Neon Veil era uno di quei locali che non avevano bisogno di insegne vistose per farsi trovare. Occupava il piano interrato di un edificio vittoriano a Shoreditch, tradito solo dalla fila di persone che serpeggiava lungo il marciapiede e dalle basse vibrazioni che facevano tremare le grate di ventilazione a livello della strada. L’ingresso era una porta nera senza fronzoli, sorvegliata da due buttafuori con l’espressione di chi aveva già visto di tutto e non era rimasto impressionato da niente.

Bailey saltò la coda – uno dei tanti privilegi della fama – e si ritrovarono a scendere una scala stretta rivestita di velluto scuro, illuminata da strisce di luce ultravioletta che facevano brillare i bordi dei gradini come linee di un circuito stampato. L’aria cambiava a ogni scalino – più calda, più densa, più elettrica.

Dentro era un altro mondo. Il locale si apriva in un unico ambiente vasto, con il soffitto basso attraversato da travi di ferro industriale a cui erano agganciati faretti e sfere specchiate che frantumavano la luce in migliaia di schegge rotanti. Le pareti erano rivestite di pannelli neri lucidi che riflettevano la folla come specchi deformati, moltiplicando i corpi fino a rendere impossibile capire quante persone ci fossero davvero. Il bancone del bar correva lungo tutto il lato destro, una lastra di vetro retroilluminata di blu elettrico dietro cui si muovevano i baristi come ombre. La pista occupava il centro – una marea di persone che si muovevano sotto un gioco di luci stroboscopiche, viola e magenta e bianco accecante, sincronizzate con i bassi che pompavano così forte da sentirli nello stomaco. L’aria sapeva di sudore, profumo, ghiaccio secco e possibilità.

Si diressero dritti al bar, scansando gomiti e spalle senza troppe cerimonie. Il barista – un tizio con i capelli rasati ai lati e un piercing al sopracciglio che brillava sotto le luci UV – si sporse verso di loro per farsi sentire sopra la musica.

«Cosa vi porto?»

«Flaming shots.» Bailey alzò una mano aperta. «Cinque a testa.»

Qualche istante dopo, una fila di bicchierini si materializzò sul bancone, allineati con precisione chirurgica. Il liquore era ambrato, denso, e sulla superficie di ciascuno tremolava una piccola fiamma blu che proiettava ombre danzanti sul vetro.

Annie si chinò a osservarli, il volto illuminato dal basso. «Come si dovrebbero bere, esattamente?»

«Guarda e impara.»

Bailey soffiò sulla fiamma del primo bicchierino, spegnendolo con un colpo secco, poi lo afferrò e lo rovesciò in gola in un movimento fluido. Il liquore bruciò come una scia di fuoco giù per l’esofago. Sbatté il bicchierino sul bancone a testa in giù e passò al secondo senza pause, ripetendo il gesto con la disinvoltura di chi l’aveva fatto troppe volte per contarle.

Annie lo imitò. Il primo con cautela – soffio, bicchierino, gola, una smorfia appena percettibile. Il secondo con più sicurezza. Il terzo come se lo facesse da sempre. Bailey la guardò con qualcosa che assomigliava all’ammirazione.

Finito l’ultimo bicchierino, Annie lo posò sul bancone e si voltò verso la pista, gli occhi che vagavano sulla folla. Centinaia di corpi che si muovevano come un unico organismo.

«Dovrei rimorchiarmi qualcuno» disse con noncuranza.

Bailey la fissò. «Perché?»

«Per chiedergli di ballare.»

«Puoi ballare con me.»

«Non voglio che mi metti in imbarazzo.»

«Guarda che sono un fenomeno sulla pista» replicò lui, indispettito.

«Da quanto tempo non fai qualcosa da solo?»

La domanda lo colse di sorpresa. «Che c’entra?»

Annie si limitò a guardarlo. Quegli occhi che non chiedevano e non giudicavano, che semplicemente osservavano. «Se fai qualche figuraccia, fingerò di non conoscerti.»

«Non farò nessuna figuraccia.»

Ma lo disse con meno convinzione di quanta ne avrebbe voluta. Si immersero nella folla, lasciandosi inghiottire dal muro di corpi e musica. Tutto si muoveva a scatti sotto le luci stroboscopiche, come un sogno frammentato – volti che apparivano e scomparivano, mani alzate, sorrisi che duravano un lampo.

Annie cominciò a ballare, e Bailey capì immediatamente che aveva imparato da qualche altra parte. Non dai tutorial su YouTube, non dalle serate al pub con le amiche. I movimenti erano naturali, fluidi, come se la musica la attraversasse senza incontrare resistenza – il corpo che seguiva il ritmo con una grazia che non aveva nulla di studiato, le spalle rilassate, la testa leggermente piegata, gli occhi chiusi. Sette anni in altre dimensioni e aveva imparato a ballare. O forse lo sapeva già. Forse era una di quelle cose che il suo corpo ricordava anche quando la sua mente aveva dimenticato tutto il resto.

Bailey, al contrario, si sentiva rigido. Le spalle troppo tese, i piedi troppo consapevoli di dove si trovavano, le braccia che non sapevano cosa fare. Si sforzò di lasciarsi andare, oscillando al ritmo della musica con un atteggiamento che sperava sembrasse disinvolto ma che probabilmente sembrava un orso che provava a fare stretching.

«Visto?» urlò sopra la musica. «Ci so fare.»

«Sembri uno con problemi deambulatori.»

«Sciocchezze!»

«Sei cambiato» disse Annie, e la sua voce arrivò con una calma che stonava col caos intorno a loro, come se parlasse da un’altra stanza. «Una volta posti come questo non ti avrebbero fatto innervosire.»

«Non sono nervoso. Devo solo… ambientarmi.»

«Immagino che tu non sia mai venuto qui con Arti.»

«Lui odia ballare. E bere. E la musica alta. E la folla. Praticamente tutto quello che rende la vita sopportabile.»

«Se sei a disagio puoi andare via. Me la caverò.»

«Non ti lascio da sola. Qualcuno potrebbe drogarti il drink.»

«Te l’ha detto Arti?»

«Basta sentire i telegiornali.»

«Allora smetti di tenere il muso e prova a divertirti.»

«Non sto tenendo il muso!» protestò Bailey, consapevole che era una bugia così palese che anche un bambino l’avrebbe smascherata. «Okay, forse un po’. Non sono ancora abbastanza ubriaco.»

Tornarono verso il bancone, ordinando di nuovo gli stessi drink di prima. Bailey li ingoiò uno dopo l’altro, il calore del liquore che si diffuse nel petto come una mano che scioglieva nodi che non sapeva di avere.

Dopo altri due giri, il mondo iniziò a smussarsi.

«Questa roba è forte» gridò Annie – e anche lei aveva perso quella rigidità, le spalle più basse, il mento meno serrato.

«Vorrei ben vedere, per quello che costa.»

Continuarono a bere e a ballare, alternando il bancone e la pista come se fossero le due estremità di un pendolo. Il ritmo della serata prese una cadenza propria – una canzone, un drink, un momento sulla pista, un ritorno al bar. A un certo punto Bailey smise di preoccuparsi di apparire goffo, di controllare le facce intorno a loro, di chiedersi se qualcuno lo avesse riconosciuto. L’alcol stava facendo il suo lavoro. E forse non era solo l’alcol. Forse era il fatto di essere in un posto dove nessuno lo chiamava Empathy, dove la musica era troppo alta per pensare, dove poteva essere soltanto un uomo di trentacinque anni in una discoteca con un’amica.

Ben presto, la lucidità cominciò a sgretolarsi come un muro che cedeva mattone dopo mattone. Le facce intorno a lui si sfocavano, si fondevano, diventavano un unico mare di colori e movimento. Il suo unico punto di riferimento era Annie.

Sotto le luci della discoteca sembrava diversa. Non più bella nel senso convenzionale – Annie non era mai stata convenzionale in niente – ma luminosa, in un modo che non aveva a che fare con le luci stroboscopiche. Ballava con gli occhi chiusi, i capelli corti che le ricadevano sul viso, il corpo che si muoveva con una grazia che non aveva nulla di studiato.

Bailey sapeva, con la parte di sé che era ancora lucida – quella piccola, insistente, sobria voce nel fondo del cranio – che quello era esattamente il tipo di pensiero pericoloso che avrebbe dovuto soffocare sul nascere.

Ma non lo fece.

5 Capitolo 5

Si risvegliò con una strana sensazione.

All’inizio non capì. Era ancora stordito dal post-sbornia, la testa che pulsava, la bocca secca come carta vetrata. Poi la riconobbe. Tristezza. Rabbia. Disperazione.

Non sue. Di qualcun altro.

Emozioni che gli premevano contro la mente, insistenti, calde, impossibili da ignorare. Venivano da molto vicino.

Aprì gli occhi, strizzandoli contro la luce che filtrava dalle tende – quella stessa fottuta luce bianca che ogni mattina lo pugnalava attraverso le palpebre come se il sole avesse un problema personale con lui. Sollevò appena la testa dal cuscino. Arthur era sulla soglia della camera. Fermo lì. Che lo fissava. Indossava ancora il completo della sera prima – la giacca slacciata, la cravatta allentata, il primo bottone della camicia aperto. Doveva aver dormito sul divano, o forse non aveva dormito affatto. La luce gli prendeva il viso da un lato, scavandogli ombre sotto gli zigomi.

«Ehi» bofonchiò Bailey.

Colse un movimento alla sua sinistra. Si voltò, e il mondo si fermò.

Annie era addormentata al suo fianco, avvolta nelle coperte mentre gli dava le spalle. I capelli corti sparsi sul cuscino come un ventaglio. La curva della spalla nuda che spuntava dal lenzuolo. Il ritmo lento del suo respiro.

Impiegò qualche secondo a realizzare. Non ricordava un cazzo di come erano finiti lì. Frammenti della serata precedente gli tornarono in mente come schegge di uno specchio rotto – le luci stroboscopiche del Neon Veil, i bicchierini di liquore rovesciati in gola uno dopo l’altro, la musica che pompava così forte da sentirla nelle ossa. Annie che ballava con gli occhi chiusi. Le sue mani da qualche parte. E poi… niente. Un buco nero. Il tipo di buco nero che conteneva esattamente le cose che non volevi ricordare.

«Non è come sembra» disse in fretta, mettendosi a sedere di scatto.

Il mondo girò per un momento – la stanza che ruotava come una giostra guasta, la nausea che gli salì in gola, acida, improvvisa. Arthur non rispose. Si allontanò verso l’uscita. I suoi passi erano pesanti, deliberati. Non correva. Non sbatteva i piedi. Peggio – camminava con quella calma terribile che significava che aveva già preso una decisione.

«ARTI, ASPETTA!» urlò Bailey, lanciandosi fuori dal letto.

Lo afferrò per un braccio nel corridoio, le dita che si strinsero intorno al suo bicipite. Arthur si voltò. La mascella serrata così forte che Bailey poteva vedere i muscoli pulsare sotto la pelle. Gli occhi lucidi, ma asciutti.

«È finita» disse con freddezza.

«Lasciami spiegare…»

Ma lui si liberò brusco dalla sua presa e uscì dall’appartamento. Le porte dell’ascensore si aprirono. Si chiusero. Il sibilo pneumatico della discesa. Silenzio.

Bailey rimase lì, nudo, nel corridoio dell’attico. Il parquet freddo sotto i piedi. La luce del mattino che entrava dalle finestre dal pavimento al soffitto, illuminando la polvere che galleggiava nell’aria.

Si passò una mano tra i capelli. «Merda» mormorò.

Tornò in camera. Annie si era svegliata, le coperte tirate su fino al mento. Lo guardava con quegli occhi impassibili che non rivelavano nulla – né colpa, né imbarazzo, né rimpianto. Come se svegliarsi nuda nel letto di qualcun altro fosse un evento che non meritava commento.

Bailey si sedette sul bordo del letto, la testa tra le mani. Il peso di quello che era appena successo gli cadde addosso tutto insieme, come una valanga.

«Dovresti seguirlo» suggerì Annie.

«Non servirebbe a un cazzo. È troppo incazzato. Non mi ascolterebbe.» Bailey deglutì. «Che cazzo è successo?»

«Ci siamo ubriacati, immagino.»

«Fin qui ci arrivo da solo. Abbiamo…?»

«Siamo entrambi nudi, quindi suppongo di sì.» Annie assunse uno sguardo pensieroso, come se stesse ricostruendo un puzzle con metà dei pezzi mancanti. «Ricordo che ho vomitato. In un bagno. E che tu hai vomitato appresso a me su una tizia.»

Bailey fece una smorfia.

«Poi abbiamo spaccato il finestrino di una macchina con un mattone.»

Bailey sbiancò, voltandosi di scatto verso di lei. «Quale macchina? Non era la Mustang, vero?»

«Non credo… era gialla.»

«Perché cazzo l’abbiamo fatto?»

«Era di un coglione che si era parcheggiato dietro di noi. Non l’ha presa bene… mi sa che l’ho atterrato con un pugno.»

«Cristo santo… che altro ricordi?»

«Una volante che ci inseguiva. Penso di averla fatta andare fuori strada con il mio potere…»

«Hai fatto uscire di strada una macchina della polizia?»

«Non mi arrestare, agente.»

Bailey si lasciò cadere all’indietro sul materasso, passandosi le mani sul viso. «Cazzo… è tutta colpa tua. Io non volevo neanche venirci a quella maledetta discoteca!»

«Non ti ho costretto.»

«È la stessa cosa!»

La suoneria di un cellulare riecheggiò nella stanza, perforandogli il cranio come un trapano. Un altro attacco alla sua testa già martoriata. Bailey si alzò con un grugnito, cercando tra i vestiti abbandonati per terra – i suoi pantaloni in un angolo, la maglietta di Annie sulla sedia, biancheria intima sparsa ovunque come prove di un crimine. La scena del delitto. Trovò la giacca accartocciata vicino alla porta, il telefono nella tasca interna che vibrava con l’insistenza di qualcosa che non si sarebbe arreso.

Guardò lo schermo. Era di nuovo il suo ufficio stampa.

«Pronto?»

«Buongiorno, signor Burns!» La voce allegra di Melissa. Quel cazzo di entusiasmo che non si spegneva mai, nemmeno alle otto del mattino, come se qualcuno le avesse impiantato una batteria di ottimismo nel cervello. «Come sta questa bellissima mattina?»

Bailey si massaggiò la fronte, sentendo le tempie pulsare. «Cosa vuoi, Melissa?»

«Volevo informarla che questa sera ci saranno i funerali ufficiali di Michael Dawson.»

«Chi?»

Un momento di esitazione dall’altra parte. Il tipo di esitazione che diceva non posso credere che me lo stia chiedendo. «Michael Dawson. Il vero nome di Freeze.»

«Ah… giusto.»

Melissa continuò con quel tono professionale eccessivamente gentile che gli faceva venire voglia di lanciare il telefono dalla finestra. «Lei è stato invitato al funerale e, beh, la sua presenza sarebbe molto consigliabile. Per una questione di immagine, capisce? Tutti i membri della Task Force saranno presenti e…»

«Ci sarò.»

«Meraviglioso! Allora, si terrà alla Cattedrale di St Paul alle 18:00. Abbigliamento formale, ovviamente. Le invierò tutti i dettagli via email. Ha bisogno di altro?»

«No.»

«Buona giornata, signor Burns!»

Chiuse la chiamata e buttò il telefono sul letto, dove rimbalzò una volta e si fermò contro la gamba di Annie sotto le coperte.

«Altre cattive notizie?» chiese lei.

«Sono stato invitato a partecipare al funerale di quello stronzo di Freeze.»

«Non puoi inventare una scusa e non andarci?»

«Sarebbe bello.» Si guardò intorno alla ricerca dei boxer. Li trovò appesi alla maniglia della porta del bagno. Non voleva sapere come erano finiti lì. «Vuoi venire?»

«Non credo sia una buona idea.»

Bailey non poteva darle torto.

Al funerale c’era mezza città.

La Cattedrale di St Paul era illuminata da riflettori che la facevano brillare contro il cielo notturno di Londra. La cupola maestosa che dominava lo skyline, le colonne neoclassiche che sembravano ossa giganti di qualche creatura mitologica. Christopher Wren l’aveva progettata secoli fa, e stasera sembrava più imponente che mai – un monumento non solo a Dio, ma al potere, alla ricchezza, all’importanza di farsi vedere nei posti giusti.

I civili venivano tenuti fuori da cordoni di sicurezza. Centinaia di persone ammassate dietro le transenne metalliche, i loro volti illuminati dalle candele che tenevano in mano – fiammelle che oscillavano nella brezza serale, creando un mare di luce tremolante. Molti sorreggevano cartelli – "RIPOSA IN PACE FREEZE", "GIUSTIZIA PER FREEZE", "GLI EROI NON MUOIONO MAI". Alcune donne piangevano, aggrappate l’una all’altra. Bambini sulle spalle dei padri per vedere meglio, con facce confuse e affascinate. Anziani con cappelli e cappotti scuri che scuotevano la testa, mormorando preghiere che nessuno sentiva.

Ovviamente c’erano anche telecamere. Giornalisti con microfoni e capelli perfettamente pettinati nonostante il vento. Droni che ronzavano sopra le teste come insetti meccanici, riprendendo ogni secondo della serata per i telegiornali della notte. Due elicotteri delle news in hovering sopra la cupola. Il dolore come spettacolo. La morte come contenuto.

Bailey sentiva le emozioni di tutti. Dolore genuino – quello dei fan che avevano davvero amato Freeze, che lo vedevano come un eroe, che avevano le sue foto nelle camerette e i suoi poster sulle pareti. Tristezza superficiale – quella di chi era lì per farsi vedere, per dire c’ero anch’io, per postare la foto con la candela su Instagram. Rabbia verso Annie – bollente, viscerale, il tipo di rabbia che la gente prova verso ciò che non capisce. Paura del futuro – se un eroe poteva morire, chi li avrebbe protetti? Speranza. Curiosità morbosa. Eccitazione per lo spettacolo. Il cocktail emotivo dell’umanità di fronte alla morte.

Affidò la macchina a un parcheggiatore – un ragazzo sulla ventina che quasi inciampò quando lo riconobbe, la bocca che si apriva e chiudeva come un pesce – e si avviò verso l’ingresso della cattedrale, tenendo la testa bassa, ignorando i paparazzi che si accalcavano ai lati.

«EMPATHY! EMPATHY, COME TI SENTI?»

«HAI QUALCOSA DA DIRE SULLA MORTE DI FREEZE?»

Venne accolto da soffitti altissimi decorati con affreschi di santi e angeli che guardavano giù con espressioni che potevano essere compassione o giudizio. Colonne di marmo che si innalzavano verso il cielo come alberi pietrificati. Vetrate colorate che filtravano la poca luce esterna in arcobaleni polverosi. L’odore di incenso e cera di candela risultava dolce e soffocante allo stesso tempo, il tipo di odore che si appiccicava ai vestiti e non se ne andava per giorni.

E gente. Così tanta gente.

Il chiacchiericcio sommesso riempiva lo spazio sacro come un ronzio d’alveare – voci che si parlavano addosso, sussurri che rimbalzavano sulle pareti di marmo e tornavano indietro amplificati. Uomini in smoking e donne in abiti neri eleganti. Gioielli che brillavano. Profumi costosi che si mescolavano all’incenso in una combinazione nauseante. L’élite di Londra era venuta a rendere omaggio a un ragazzo che probabilmente nessuno di loro aveva mai incontrato di persona, ma la cui morte era diventata l’evento sociale della stagione.

Bailey venne immediatamente intercettato da persone che non conosceva – politici in completi sartoriali con fazzoletti nel taschino piegati in modi elaborati, e burocrati con facce serie e strette di mano studiate. Lo circondavano come avvoltoi attorno a una carcassa, ognuno che voleva il suo momento, la sua stretta di mano, la sua foto.

«Una tragedia terribile» disse un uomo con i capelli grigi e gli occhiali dorati, stringendogli la mano con troppa forza.

«Il tuo dolore deve essere immenso» aggiunse una donna con un vestito nero.

Bailey percepì le sue emozioni – noia, impazienza, la voglia di andarsene a bere champagne da qualche parte. Non un grammo di dolore.

Si limitò ad annuire, mormorando risposte generiche – «grazie» «sì, è difficile» «lo ricorderemo.» Perlomeno non era costretto a sorridere. La maschera del lutto gli si adattava perfettamente stasera.

Appena riuscì a liberarsi dalla morsa di congratulazioni e condoglianze – perché in qualche modo la gente ti faceva le congratulazioni anche ai funerali, come se essere sopravvissuto fosse un risultato personale – cercò Arthur nella folla.

Lo trovò vicino all’altare, che stava parlando con un gruppo di persone. Una coppia sulla sessantina, i loro volti segnati dal dolore come carta accartocciata. Lui alto e magro, con un completo che sembrava troppo grande per le spalle che il lutto gli aveva ristretto, le mani che tremavano. Lei piccola, vestita di nero totale, un fazzoletto stretto nella mano come un talismano. Intorno a loro, altre persone in lacrime – parenti, amici, gente che aveva conosciuto Michael Dawson prima che diventasse Freeze.

Si avvicinò. Arthur si voltò verso di lui. Rimase apparentemente calmo, ma Bailey riusciva a percepire sotto la superficie le sue vere emozioni. Non era solo rabbia. Era qualcosa di peggio. Stanchezza. La stanchezza di chi ha smesso di lottare. Di chi ha preso una decisione e non intende tornare indietro. Il dolore che bruciava come braci sotto la cenere, pronto a divampare al minimo soffio – ma braci che lui stava deliberatamente lasciando spegnere.

«B.B.» disse Arthur con voce piatta. Fece un gesto verso la coppia. «Loro sono la famiglia di Michael. I suoi genitori.»

Bailey strinse le loro mani. Erano fredde, secche, fragili – mani che avevano tenuto un bambino e che adesso non avrebbero tenuto più niente. «Le mie più sentite condoglianze. Michael era… un eroe.»

La madre pianse silenziosamente, le lacrime che le rigavano il viso senza che lei facesse nulla per fermarle. Il padre annuì, gli occhi rossi e gonfi, la mascella che tremava mentre cercava di trattenere i singhiozzi. Erano spezzati in un modo che non si aggiustava.

La loro sofferenza era così pura, così intensa, che Bailey la sentì nel petto come un pugno. Fu tentato di usare il suo potere per farli sentire meglio. Bastava poco – un tocco di calma, un po’ di pace. Un’onda leggera. Qualche secondo e avrebbe potuto alleviare quel peso schiacciante.

Ma non sarebbe stato giusto. Quella sofferenza faceva parte del lutto. Togliergliela sarebbe stato come rubare qualcosa di prezioso. Il dolore era l’ultimo legame che avevano con il figlio – l’ultimo filo che li collegava a lui, la prova che era esistito e che la sua assenza contava. Chi era Bailey per spezzarlo?

Mentre si allontanavano dai Dawson, sussurrò ad Arthur: «Senti, lo so che sei ancora arrabbiato, ma…»

«Almeno hai avuto la decenza di non portarla al funerale» sibilò Arthur, senza guardarlo.

«Eravamo u…»

«Non è il momento.» Arthur gli sistemò la cravatta con gesti meccanici, le dita che sfioravano il tessuto senza toccarlo davvero – un gesto di abitudine che il corpo ricordava anche quando la mente aveva già deciso di smettere. «Dopo. Ora fai la tua parte.»

Dopo il giro di saluti e condoglianze, la cerimonia iniziò.

Fu inutilmente pomposa. Come tutto, ultimamente.

Un prete con la voce tonante che parlò di sacrificio ed eroismo, citando passi della Bibbia che probabilmente Freeze non aveva mai letto in vita sua – e che Bailey sospettava il prete stesso non avesse letto con attenzione, dato che due delle citazioni venivano dallo stesso salmo. Un membro dell’Agenzia – un tipo con la faccia da burocrate e la voce di un navigatore satellitare – lesse un discorso preparato su quanto Freeze fosse stato importante per la sicurezza nazionale, quanto il suo coraggio avesse ispirato milioni di persone. Parole che avrebbero potuto essere scritte per chiunque. Parole intercambiabili.

Poi Strong salì sul podio. La sua massa muscolare sembrava sul punto di far esplodere il completo nero che qualcuno l’aveva costretto a indossare – le cuciture delle spalle che gemevano, il collo della camicia che si arrampicava sulle corde del suo trapezio. Raccontò aneddoti – alcuni veri, la maggior parte chiaramente inventati o quantomeno abbelliti oltre il riconoscibile. «Quella volta che Michael mi ha salvato la vita durante l’alluvione di Manchester.» «Quando abbiamo bevuto insieme fino all’alba e lui mi ha parlato dei suoi sogni.» Bailey non ricordava nessuna di queste cose. Freeze e Strong si sopportavano a malapena. L’unica volta che avevano bevuto insieme, Freeze aveva definito Strong «un gorilla con problemi di autostima» e Strong aveva risposto ribaltando il tavolo.

La bara era coperta dalla bandiera britannica – la Union Jack distesa con precisione geometrica, le pieghe stirate, i colori vividi contro il legno scuro. Circondata da fiori bianchi e blu disposti in composizioni elaborate che probabilmente costavano più del funerale stesso. Corone con nastri dorati. Mazzi di rose. L’odore era quasi nauseante – una dolcezza che copriva la morte, che la mascherava, che la rendeva presentabile per le telecamere.

Bailey era seduto accanto ad Arthur, nella prima fila riservata agli eroi. Le loro spalle si sfioravano ogni tanto – un contatto accidentale che Arthur evitava accuratamente, spostandosi di qualche millimetro ogni volta, come se la pelle di Bailey fosse elettrica. Tra di loro c’era uno spazio di forse dieci centimetri che conteneva un abisso.

La cerimonia continuò. Un’ora. Poi due. Discorsi. Preghiere. Canti. Il coro della cattedrale che intonava inni funebri con voci angeliche che salivano verso la cupola e lì restavano, a galleggiare come spiriti. Tutto perfettamente orchestrato, perfettamente vuoto. Come un bel pacchetto regalo che non contiene niente.

Quando finalmente finì, la folla si riversò fuori come acqua da una diga. Arthur e Bailey continuarono a camminare fianco a fianco, per mantenere le apparenze. Due figure in smoking che dall’esterno sembravano una coppia. Dall’interno erano due estranei che condividevano lo stesso indirizzo.

Qualche giornalista tentò di placcarli appena uscirono, microfoni puntati come armi.

«CIPHER! EMPATHY! Come vi sentite?»

«Avete qualcosa da dire sulla morte del vostro compagno?»

«Qual è il futuro della Task Force ora?»

Arthur si fermò, componendo l’espressione in qualcosa di appropriatamente addolorato. Le telecamere lo inquadrarono, le luci che gli illuminavano il viso, e in quel momento tornò ad essere Cipher – il professionista, la voce della squadra, l’uomo che sapeva sempre cosa dire.

«Michael era un caro amico e un collega prezioso. La sua perdita lascia un vuoto nella nostra squadra e nei nostri cuori. Era un eroe nel vero senso della parola, qualcuno che ha dato la vita proteggendo gli altri. Lo ricorderemo sempre.»

Le telecamere registravano. I giornalisti annuivano solennemente. Qualcuno si asciugò persino una lacrima. Le parole perfette. Il tono perfetto. Tutto perfetto. Tutto falso.

Bailey non doveva fingere di essere triste. Era triste. Non per Freeze – quello stronzo – ma per tutto il resto. Per Arthur che gli stava accanto senza guardarlo. Per il vuoto che sentiva crescere nel petto come una crepa in un muro. Per la consapevolezza che, ancora una volta, aveva rovinato tutto. Come sempre. Come con ogni cosa che gli importava. Prendeva le cose belle e le rompeva, una alla volta, con la precisione di un orologiaio al contrario.

Mentre stavano tornando verso la macchina, incrociarono Strong e Storm.

Stavano intrattenendo i media come due star sul red carpet. Strong che fletteva i muscoli per i fotografi, la giacca sbottonata per mostrare il petto in modo che sembrava accidentale ma che ovviamente era studiatissimo. Storm che si pavoneggiava nel suo vestito nero attillato che sembrava più adatto a un cocktail party che a un funerale, il trucco perfetto, i capelli che brillavano sotto i riflettori. Stava raccontando qualcosa a un giornalista, gesticolando con un bicchiere di champagne in mano. Al funerale. Con lo champagne.

Per fortuna non si accorsero di loro.

Una volta dentro la macchina, Bailey si allontanò dalla cattedrale, guidando con calma forzata. Le strade erano illuminate dai lampioni, i ristoranti pieni, pub con le porte aperte. Gente che rideva sui marciapiedi. Il mondo che andava avanti, come faceva sempre.

Il silenzio nell’abitacolo era teso, del tipo che premeva sulle orecchie, che occupava spazio fisico.

«Lasciami a Marylebone Road» disse Arthur impassibile, gli occhi fissi sul finestrino.

Bailey spostò lo sguardo da lui alla strada. «Non torni a casa con me?»

«Per fare cosa?» replicò secco Arthur. «Per guardarvi scopare?»

Bailey strinse il volante. «Eravamo… ubriachi. È successo e basta. Non significa niente.»

«Starò nel mio appartamento a Shoreditch.»

Il panico gli salì in gola. L’appartamento a Shoreditch. Quello che Arthur aveva comprato anni fa come investimento, che usava come ufficio quando aveva bisogno di concentrarsi lontano da Bailey, lontano dal caos, lontano da tutto. Non ci dormiva mai. Non ci viveva. Era un posto freddo, impersonale – pareti bianche, mobili essenziali, nessuna foto, nessun ricordo. Il tipo di posto in cui vai quando vuoi essere nessuno.

«Arti, per favore…»

«Ne ho abbastanza, B.B.» scattò Arthur, voltandosi verso di lui. I suoi occhi brillavano di rabbia trattenuta, di dolore che cercava di nascondere e che non ci riusciva più – perché anche Arthur aveva un limite, anche la pietra si spaccava se la colpivi abbastanza forte e abbastanza a lungo. «Di te. Delle tue cazzate. È finita, hai capito? Una volta per tutte.»

«Andiamo, abbiamo già fatto queste scene…» Bailey cercò di mantenere la voce calma, anche se il cuore sembrava volergli esplodere nel petto, anche se le mani tremavano sul volante. «Ci siamo lasciati altre volte e poi…»

«E poi tu rifai la stessa cosa. Ogni volta. E io torno come un idiota. E tu lo rifai. Ma non stavolta.» La voce di Arthur si spezzò su quelle ultime parole – una crepa microscopica nella facciata, subito ricomposta. «Ferma la macchina.»

«Arti, io…»

«FERMA QUESTA CAZZO DI MACCHINA!»

Bailey inchiodò, accostando bruscamente al bordo della strada. Le gomme stridettero sull’asfalto bagnato. Un taxi dietro di loro suonò furiosamente, il conducente che urlava qualcosa di incomprensibile dal finestrino.

«Non volevo ferirti…» iniziò Bailey.

Ma Arthur aveva già spalancato lo sportello e stava scendendo. L’aria fredda della notte entrò nell’abitacolo come un respiro ghiacciato.

Bailey scese anche lui. «Aspetta…»

Dalle spalle di Arthur si materializzarono le ali, e lui si sollevò da terra.

«ARTI!»

Ma lui era già partito, volando via contro il cielo notturno di Londra. Una figura che diventava sempre più piccola, sempre più lontana, irraggiungibile. Le ali che brillavano tra le luci della città come una stella cadente al contrario – che saliva invece di scendere, che si allontanava invece di avvicinarsi. Poi scomparve dietro un grattacielo, e rimase solo il cielo vuoto.

Bailey rimase lì, in piedi accanto alla macchina con la portiera aperta, guardando il punto dove Arthur era svanito. Il vento gli sferzava il viso. Il rumore del traffico intorno a lui – macchine, autobus, la città che non si fermava mai.

Un passante lo fissò. Poi un altro. Qualcuno tirò fuori il telefono per filmarlo. Bailey tornò in macchina, sbattendo la portiera, e ripartì affondando il piede sull’acceleratore. Il motore ruggì. Le strade sfilarono veloci – semafori, lampioni, luci sfocate. Non sapeva dove stava andando. Non importava.

Quando la mattina dopo si svegliò, il suo primo istinto fu di allungare la mano verso l’altro lato del letto, trovandolo vuoto.

Non che si fosse aspettato altro. Ma il pensiero che potesse rimanere così – vuoto, per sempre – gli compresse il petto come una morsa. Le lenzuola erano fredde. L’assenza di Arthur riempiva la stanza più di quanto la sua presenza l’avesse mai fatto. L’intero attico era diverso senza di lui – più grande, più silenzioso, più vuoto. Come una casa dopo un trasloco, quando i mobili non ci sono più e restano solo le macchie sul pavimento dove stavano.

Depresso, si trascinò in cucina. I piedi nudi sul pavimento freddo, la testa che pulsava ancora – per i postumi della sbornia, per la tristezza, probabilmente per entrambe le cose. Annie era intenta a preparare la colazione, china sui fornelli. Indossava una delle magliette nere comprate il giorno prima e i pantaloni della tuta di Arthur. Si voltò verso di lui. «Hai fame?»

«Non molta» ammise Bailey, la voce roca.

Ma Annie gli riempì comunque un piatto – uova strapazzate un po’ troppo cotte, toast leggermente bruciati ai bordi, il burro che non si era sciolto del tutto – che gli posò davanti sul bancone. «C’erano solo queste in frigo» disse, sedendosi accanto a lui.

«Di solito è Arti che si occupa di fare la spesa.» Bailey guardò il piatto senza appetito. Le uova lo fissavano, gialle e accusatorie. «È fissato col cibo biologico. Passa ore al mercato di Borough a scegliere le verdure giuste, a parlare con i contadini della provenienza, a leggere le etichette come fossero contratti legali…»

Si fermò. Parlare di lui faceva più male di quanto si aspettasse. Come premere su un livido fresco. Giocò con le uova, spingendole avanti e indietro con la forchetta, creando solchi nel tuorlo.

«Stai bene?» chiese Annie, mangiando con appetito.

«Cazzo, no. Era serio, Annie. Fottutamente serio. Mi ha lasciato. Per davvero, stavolta.»

Annie masticò pensierosa, guardandolo. «Puoi provare con dei fiori.»

«È allergico al polline.»

«Una serenata. Nei film funziona.»

«Arti detesta queste pagliacciate. Le trova imbarazzanti.»

«Una lettera d’amore?»

«Non sono un cazzo di poeta… e comunque gliene ho già scritte a centinaia. Ne ha una scatola piena nel cassetto.» Bailey fissò il bancone. «Le tiene in ordine cronologico.»

«Ooh.»

«Non prendermi in giro.»

Annie addentò un toast. «Allora cosa vuoi fare?»

«Non lo so.» Bailey si lasciò cadere contro lo schienale dello sgabello, il metallo freddo contro la schiena. «Aspetterò che smaltisca la rabbia, immagino.»

«Potrebbero passare anni.»

Il suo telefono vibrò sul bancone. Era un numero sconosciuto, ma come sempre riconobbe il prefisso. Quello dell’Agenzia. «Ci mancavano solo loro» brontolò, rispondendo.

«Empathy.» La voce di Cardinal, fredda e professionale come sempre. «L’evento per il grande debutto della tua amica è pronto.»

«La trovo una pessima idea.»

«La tua opinione è irrilevante. Stasera fatevi trovare alle 19:00 al bacino di St Katharine Docks.»

Bailey aggrottò le sopracciglia. «St Katharine Docks? Arti ha detto che l’evento sarebbe stato alla Tate Modern…»

«Presentatevi all’ora prestabilita. Ed Empathy?»

«Cosa?»

«Fai in modo che non ci siano… incidenti.»

Bailey sbatté il telefono sul bancone, ringhiando: «Stronza.»

Annie lo guardò, in attesa.

«Cardinal vuole che ci facciamo trovare alle sette a St Katharine Docks.»

«Come mai non alla Tate Modern? Non era quello il posto che aveva detto Arti?»

Bailey si strinse nelle spalle. «È difficile prevedere cosa passi per la testa di quella donna.»

Annie gli avvicinò il piatto. «Mangia.»

Guardò le uova ormai fredde. Prese la forchetta e mangiò un boccone. Sapeva di carta, di niente, di mattina sbagliata. Ma continuò a masticare, deglutendo con difficoltà.

Alle sette si presentarono al luogo dell’appuntamento.

St Katharine Docks era un’area portuale storica vicino alla Torre di Londra, trasformata in marina per yacht di lusso. Di notte aveva un’atmosfera strana, sospesa tra il moderno e l’antico – come gran parte di Londra, in fondo. Edifici vittoriani restaurati si affacciavano sull’acqua scura che rifletteva le luci dei ristoranti costosi e dei pub alla moda. Barche eleganti dondolavano dolcemente ai loro ormeggi – vele ripiegate, scafi lucidi, nomi pretenziosi dipinti sulle fiancate in caratteri dorati. Lady Catherine. Neptune’s Dream. Serenity. Il tipo di nomi che la gente dava alle barche quando aveva troppi soldi e poca fantasia.

Un grosso furgone nero li attendeva, parcheggiato in un angolo isolato lontano dalle telecamere di sicurezza e dai turisti che passeggiavano lungo i pontili.

Cardinal era lì, che li aspettava. Indossava un trench scuro e pantaloni neri, i capelli raccolti nella solita crocchia severa. Due uomini in abiti scuri le stavano accanto – guardie del corpo, presumibilmente, con quella faccia da manichino armato che Bailey associava all’Agenzia.

Bailey e Annie scesero dalla Mustang. L’aria era fredda, sapeva di sale e di fiume e di qualcosa di marcio che veniva dal Tamigi quando la marea era bassa.

Cardinal fece qualche passo verso di loro, gli occhi che scansionavano Annie dalla testa ai piedi con l’espressione di chi valuta un acquisto e non è del tutto convinta. «Ecco la nostra nuova eroina» commentò in tono quasi sarcastico, accennando un sorriso. «Mi aspettavo che ti presentassi vestita elegante per la serata.»

«Perché siamo qui?» chiese lei, ignorando il commento.

Cardinal aprì le porte posteriori del furgone. Dentro era come un centro di comando mobile – pareti rivestite di apparecchiature elettroniche che lampeggiavano di luci verdi e rosse, schermi che brillavano di luce blu. Tre persone stipate davanti a computer portatili, le dita che volavano sulle tastiere con la velocità frenetica di pianisti impazziti, cuffie con microfoni calate sulle orecchie. Mappe satellitari. Feed video in tempo reale – strade, edifici, angolazioni multiple. Dati che scorrevano veloci come cascate, numeri e coordinate e sigle che Bailey non capiva e che non aveva intenzione di capire.

Sembravano star monitorando qualcosa di importante. Lanciarono uno sguardo distratto ai nuovi arrivati – il tipo di sguardo che diceva non ho tempo per voi – e tornarono immediatamente al loro lavoro.

In un angolo, appesa a un gancio come un trofeo, c’era una tuta.

Completamente nera. Sembrava fatta di pelle lucida, ma quando la luce la colpiva dall’angolo giusto, si vedevano riflessi iridescenti – come petrolio su acqua, come ali di scarabeo. Bailey la guardò. Attrazione e repulsione insieme, qualcosa che non sapeva descrivere.

Cardinal la indicò con un cenno del mento. «Indossala.»

«Che roba è?» chiese Annie.

«La tua nuova tuta. Ogni supereroe che si rispetti ne ha una.»

A Bailey sembrava solo un abito da mistress di qualche club fetish a Soho. Troppo aderente, troppo lucida, troppo… tutto. Il tipo di cosa che Storm avrebbe indossato – e che indossava, in effetti.

Annie si avvicinò e la toccò. Le dita che scivolavano sul materiale, lentamente, con la concentrazione di chi legge in Braille. «È strana» osservò. «Sembra… viva.»

«È fatta con un materiale speciale. Nanobot programmabili integrati in una matrice di polimeri adattivi.» Cardinal parlava come se stesse leggendo da un manuale tecnico – il tono che usava quando voleva ricordarti quanto fosse più intelligente di te. «In parole povere, tu puoi manipolarla. Cambiare la sua forma, la sua durezza, farla diventare un’arma o una protezione.»

«Devo cambiarmi di fronte a tutti?» chiese Annie, impassibile.

«Sei timida?»

Annie iniziò a spogliarsi senza esitazione. Le mani che andavano all’orlo della maglietta, le braccia che si alzavano.

«CAZZO, CARDINAL!» sbottò Bailey, voltandosi di scatto. «Lasciatele almeno la sua privacy!»

«Puoi uscire se vuoi, Empathy.»

Le rivolse un’occhiataccia – che Cardinal ricevette con la stessa indifferenza con cui avrebbe ricevuto una brezza leggera – e uscì dal furgone, sbattendo la porta dietro di sé. Rimase lì, in piedi sul molo, guardando l’acqua scura del bacino. Le luci dei ristoranti che si riflettevano sulla superficie in strisce tremolanti di giallo e bianco. Una coppia che passeggiava mano nella mano lungo il pontile, ridendo di qualcosa che Bailey non poteva sentire. Il rumore lontano del traffico.

Pensò ad Arthur. All’appartamento di Shoreditch – quelle pareti bianche e vuote, quel letto singolo, quella solitudine scelta. Si chiese se stesse dormendo. Se stesse piangendo. Se stesse già cancellando le foto dal telefono.

Pochi minuti dopo, sentì dei passi dietro di sé. Leggeri. Sicuri.

Si girò. E quasi dimenticò di respirare.

Annie era uscita dal furgone, finendo di sistemarsi la tuta. Era incredibilmente aderente. Il materiale nero lucido che le si avvolgeva intorno al corpo, seguendo ogni curva, ogni linea, ogni muscolo. Maniche lunghe che terminavano in guanti senza cuciture visibili, come se fossero un’unica cosa. Collo alto che le saliva fino sotto il mento. Stivali integrati che arrivavano a metà coscia.

Le donava incredibilmente. Non solo perché era attillata – Bailey aveva visto abbastanza tute attillate da immunizzarsi. Era… giusta. Come se fosse sempre stata destinata a indossarla. Come se la tuta l’avesse aspettata. Il nero che contrastava con la sua pelle pallida. I capelli corti che incorniciavano il viso. Gli occhi che sembravano più luminosi, più intensi, come se il nero intorno a loro li avesse accesi.

«È più comoda di quanto sembri» commentò Annie con noncuranza, muovendo le braccia per testare la flessibilità. Fece qualche passo, saltò sul posto, ruotò il busto. «Quasi non la sento addosso.»

Bailey chiuse la bocca di scatto, realizzando che era rimasta aperta. «Sì, è… ti sta bene.»

Cardinal uscì dal furgone, seguita da uno dei tecnici che portava un tablet. «Verrai con noi. Ti faremo fare un’entrata ad effetto.»

Annie aprì la mano guantata, studiandola. Davanti agli occhi di Bailey, sottili aculei emersero dal tessuto – affilati come spilli, lucidi come vetro nero, allineati lungo le nocche come artigli. Poi, così come erano emersi, si ritrassero. La superficie del guanto tornò liscia, senza nemmeno una cucitura a indicare dove fossero nascosti. Come se non fossero mai esistiti.

«Ci vediamo alla Tate Modern» disse Cardinal a Bailey. Poi si voltò verso Annie. «Vieni.»

Annie salì di nuovo sul furgone senza guardarsi indietro.

«Ah, quasi dimenticavo.» Cardinal si fermò un attimo prima di chiudere gli sportelli, rivolgendosi di nuovo a Bailey con quella noncuranza calcolata che significava che stava per dire qualcosa di importante. «È successo qualcosa tra te e Cipher, Empathy?»

A Bailey si gelò il sangue. Come faceva a saperlo? Li aveva fatti seguire? Aveva telecamere nel loro appartamento? Leggeva il linguaggio del corpo? Oppure – e questa era l’opzione più inquietante – qualcuno li aveva visti la sera prima? Il tipo che lo filmava col telefono?

«Nulla che t’interessi» rispose brusco.

Lei accennò un sorriso – freddo, calcolatore, il tipo di sorriso che conteneva informazioni. «Fate i bravi. Non vorrete rovinare il momento alla vostra amica.»

E chiuse le porte. Il furgone partì sgommando, le luci posteriori che si allontanarono nella notte londinese fino a scomparire dietro un angolo.

Bailey se ne tornò alla macchina, sbattendo la portiera così forte che la Mustang oscillò sulle sospensioni.

La Tate Modern si ergeva sulla riva sud del Tamigi – un’ex centrale elettrica trasformata in museo d’arte contemporanea. La ciminiera alta dominava lo skyline come un dito puntato verso il cielo, le finestre industriali che brillavano di luce calda. Di notte era ancora più impressionante – illuminata da riflettori che ne accentuavano la maestosità brutale, i mattoni rossi che sembravano pulsare di una vita propria.

Era stata addobbata per l’evento. Tappeto rosso che si estendeva dall’ingresso principale fino alla strada. Striscioni con il logo dell’Agenzia che pendevano dalle facciate – quell’aquila stilizzata che Bailey odiava perché sembrava un piccione con pretese. Riflettori che tagliavano il cielo notturno, creando colonne di luce bianca che si vedevano da tutta Londra.

E ovviamente – giornalisti, telecamere, sicurezza ovunque. Transenne metalliche a tenere a bada la folla di curiosi. Bodyguard in completi scuri con auricolari e facce impassibili. Polizia a cavallo che pattugliava il perimetro.

Gente vestita elegante che posava per i fotografi prima di entrare. Celebrità con sorrisi studiati. Politici che stringevano mani. Membri dell’alta società che volevano essere visti nei posti giusti, con le persone giuste, indossando le cose giuste.

Bailey parcheggiò nel posto che gli era stato assegnato – una zona VIP delimitata da cordoni di velluto rosso, perché anche il parcheggio doveva essere un evento. Entrò, ignorando tutto e tutti. I flash che esplodevano come fuochi d’artificio. Le voci che urlavano il suo alias. Le domande che si accavallavano in un muro di rumore.

«EMPATHY! COME TI SENTI RIGUARDO A FREEZE?»

«HAI QUALCOSA DA DIRE SULLE ACCUSE DI EVA GRANT?»

Le accuse di Eva Grant. Anche al funerale. Anche qui. Non c’era posto al mondo dove quella storia non lo raggiungesse.

Continuò a camminare, lo sguardo fisso davanti a sé. L’interno era uno spazio enorme, alto come una cattedrale laica. Soffitti industriali a quaranta metri d’altezza, travi d’acciaio che si incrociavano come le costole di qualche bestia meccanica. Pavimento di cemento lucido che rifletteva le luci. Pareti di mattoni a vista. Installazioni d’arte contemporanea sparse ovunque – sculture astratte di metallo contorto, proiezioni video che mostravano immagini incomprensibili, oggetti strani che probabilmente costavano più dell’attico di Bailey e che lui non capiva. Una volta Arthur aveva cercato di spiegargli un’installazione – qualcosa a che fare con «la decostruzione dell’io nel contesto post-industriale» – e Bailey aveva smesso di ascoltarlo dopo la terza frase.

Per l’evento, avevano allestito un palco temporaneo a un’estremità della Turbine Hall – l’enorme sala delle turbine che era il cuore del museo. Tavoli rotondi disposti davanti al palco, coperti di tovaglie bianche e centrotavola elaborati – composizioni di fiori e candele che avrebbero fatto impallidire quelle del gala al Guildhall. Luci soffuse che creavano un’atmosfera intima nonostante l’immensità dello spazio. Un sistema audio professionale con casse alte come persone. Camerieri che circolavano con vassoi di champagne, gli stessi volti professionali e intercambiabili di sempre.

La donna all’accoglienza – sulla trentina, vestito nero elegante, sorriso professionale – lo salutò calorosamente.

«Empathy! Che piacere averla qui. Il suo tavolo è il numero tre, proprio davanti al palco.»

Ovviamente. Sempre in prima fila. Sempre in bella vista.

Si diresse verso il tavolo indicato. Arthur era già seduto – completo grigio scuro, camicia azzurra, cravatta perfettamente annodata. Impeccabile come sempre. Era impegnato in una conversazione con Storm e Strong. Ridevano di qualcosa – Storm con quella risata falsa che usava quando voleva sembrare simpatica, la testa inclinata all’indietro, la mano che sfiorava il braccio di Strong. Strong con la sua risata da orso che faceva tremare il tavolo e tintinnare i bicchieri.

L’assenza di Freeze non sembrava pesare su nessuno. La sua sedia era ancora lì – qualcuno aveva tolto il segnaposto, ma il posto era rimasto. Nessun bicchiere lasciato lì come tributo. Nessun fiore. Niente.

Bailey si avvicinò, sfiorando la spalla di Arthur. I muscoli si irrigidirono sotto le sue dita. Lui si voltò e sorrise. Un sorriso caloroso, perfetto, completamente vuoto.

«B.B.! Finalmente. Siediti.»

Prese posto accanto a lui, lo stomaco stretto in una morsa. Arthur tornò a voltarsi, riprendendo la conversazione con Storm come se niente fosse. Come se Bailey fosse un mobile. Come se la notte prima non fosse esistita.

Lei stava raccontando della sua degenza in ospedale dopo lo scontro con Annie. «… e poi hanno avuto il coraggio di portarmi cibo in scatola precotto. PRECOTTO! Come se fossi una dannata carcerata. Gli ho detto che se avessero continuato gli avrei fatto causa per trattamenti inumani.»

Strong rise. «Sei sempre la solita, Storm.»

Bailey non si sforzò nemmeno di sorridere. Non ne aveva la forza. Non ne aveva la voglia.

«Sei di cattivo umore?» chiese Storm, notando il suo muso lungo.

«Che t’importa?» replicò lui secco.

Storm alzò le sopracciglia con espressione offesa – un’offesa che Bailey percepì essere completamente finta. «Oh. Scusami tanto.»

«Su, sputa il rospo.» Strong si appoggiò sul tavolo con i gomiti, facendo tremare i bicchieri e ondeggiare lo champagne. «Siamo amici, no?»

«Non siamo amici.»

Strong fece una smorfia. «Cazzo, ti rode alla grande stasera.»

«Sì, è un po’ nervoso» intervenne Arthur, continuando a mantenere la facciata con quella maestria che Bailey non avrebbe mai avuto. Prese la mano di Bailey sotto il tavolo – un gesto automatico, di repertorio, per le apparenze – ma il suo tocco era freddo, rigido. Le dita che lo toccavano senza stringere. «Non fateci caso.»

Prima che la serata iniziasse ufficialmente, qualcuno salì sul palco. Era Cardinal.

Storm e Strong sobbalzarono, sorpresi. Arthur no – o lo nascose meglio.

«Che ci fa lei qui?» chiese Storm sottovoce, evidentemente all’oscuro del vero motivo per cui si trovavano lì.

Cardinal prese il microfono. Iniziò a camminare avanti e indietro sul palco con passi misurati, la luce dei riflettori che la seguiva come un’amante fedele. Il suo trench era stato sostituito da un tailleur nero elegante – giacca strutturata, gonna al ginocchio, scarpe con tacco basso ma preciso. Sembrava quasi una persona diversa – più morbida, più accessibile. Il tipo di persona che ti offre un tè prima di pugnalarti alla schiena.

«Buonasera a tutti.» La sua voce riempì la sala, amplificata e cristallina, ogni sillaba calibrata. «È un onore avere qui stasera così tante persone straordinarie. Membri del Parlamento, rappresentanti dell’Agenzia, benefattori, e ovviamente i nostri eroi.»

Pausa per gli applausi educati. Bicchieri che tintinnavano. Sorrisi cortesi.

«Come tutti sapete, pochi giorni fa abbiamo perso uno dei nostri migliori agenti. Freeze è caduto nell’adempimento del suo dovere. Ha dato la sua vita proteggendo Londra da una minaccia che nessuno di noi avrebbe potuto prevedere.»

La sua voce si fece più solenne. Più bassa. Il trucco da oratrice consumata.

«Comprendo il vostro dolore. La vostra rabbia. Le vostre domande. Ma vi chiedo di ricordare che le avversità non ci definiscono – è come le affrontiamo che conta. Le esperienze negative, per quanto dolorose, ci insegnano. Ci rendono più forti. Ci preparano per le sfide future.»

Cardinal si fermò al centro del palco. La luce la prendeva dall’alto, creandole un’aureola involontaria.

«Ed è per questo che stasera sono qui. Per condividere con voi non solo il dolore, ma anche la speranza. Perché l’Agenzia non è rimasta con le mani in mano. Mentre piangevamo la perdita di Freeze, stavamo già lavorando per assicurarci che il suo sacrificio non fosse vano.»

Altra pausa. Teatrale. Calcolata al millisecondo.

«Abbiamo trovato qualcuno. Qualcuno di eccezionale. Qualcuno che può non solo riempire il vuoto lasciato da Freeze, ma portare la nostra Task Force a nuove vette. Qualcuno con poteri che vanno oltre la nostra comprensione attuale.»

Storm guardò Strong, confusa. Lui si strinse nelle spalle, le sopracciglia alzate.

«Questa persona» continuò Cardinal «ha deciso di unirsi a noi. Di proteggerci. Di usare i suoi doni straordinari per il bene comune.» La voce si fece più forte, più appassionata – e Bailey si chiese quante volte avesse provato questo discorso davanti allo specchio. «Signore e signori, lasciate che vi presenti la nostra nuova risorsa. Il futuro della nostra sicurezza. La prova vivente che siamo più forti insieme.»

Indicò un lato del palco, dove le tende si stavano aprendo.

«Rift.»

Le luci si abbassarono. Un singolo riflettore si accese, puntato verso l’entrata laterale. Il silenzio calò sulla sala come un sipario.

E Annie emerse dall’ombra.

Splendente nella sua tuta nera. Il materiale che brillava sotto le luci, iridescente, cangiante. Ogni passo sicuro, controllato, come se stesse camminando su una passerella e non su un palco davanti a centinaia di persone che pochi giorni prima volevano la sua testa. Gli occhi fissi davanti a sé. Il viso impassibile. Bellissima e terrificante allo stesso tempo.

Gli applausi esplosero. Non unanimi – Bailey percepì sacche di resistenza, di rabbia, di paura – ma abbastanza forti da riempire la sala.

Strong quasi scivolò dalla sedia. «QUELLA È L’ALIENO!» urlò, la voce che si perdeva nel rumore. «QUELLA CHE HA UCCISO FREEZE!»

Storm era rimasta a bocca aperta, ammutolita – forse per la prima volta nella sua vita. Arthur lasciò bruscamente la mano di Bailey sotto il tavolo, improvvisamente cupo. Le sue emozioni – che fino a quel momento erano state un muro compatto di gelo controllato – si incresparono. Qualcosa di nuovo. Qualcosa che Bailey non riusciva a decifrare completamente.

Annie raggiunse Cardinal al centro del palco. Si fermò accanto a lei, impassibile. Alta, pallida, eterea sotto il riflettore. Sembrava un essere di un altro mondo – il che, tecnicamente, non era lontano dalla verità.

«La nostra nuova eroina!» disse Cardinal con un sorriso soddisfatto, passandole un braccio intorno alle spalle in un gesto possessivo che fece irrigidire Bailey.

Annie non reagì al contatto. Altri applausi. Più forti. Standing ovation da parte di alcuni – quelli che seguivano la corrente, quelli che applaudivano qualsiasi cosa.

«Ma che cazzo…» disse ad alta voce Storm, le unghie che graffiavano la tovaglia. «È uno scherzo?»

«Va’ pure a sederti con i tuoi nuovi compagni, Rift.»

Annie scese dal palco, camminando verso il tavolo numero tre, ogni occhio nella stanza che la seguiva. La tuta che brillava a ogni passo. Prese il posto vuoto – quello che era stato di Freeze – e si sedette con noncuranza.

«CAZZO!» Strong era ancora sotto shock, la faccia rossa, una vena che gli pulsava sulla tempia. «Non può dire sul serio! Questo mostro ha ucciso il nostro amico!»

Storm si alzò di scatto, la sedia che strisciò sul cemento con un verso acuto, e si diresse verso Cardinal che stava scendendo dal palco.

«Pensavo che ti avrebbe fatto distruggere il tetto» commentò imbronciato Bailey.

«Sarebbe stato divertente» disse Annie senza sorridere.

«Che…» Strong spostò lo sguardo da lei a Bailey, confuso. «Tu conosci questo mostro, Empathy?»

«Non è un mostro, idiota. È solo una… ragazza» ribatté lui esasperato.

«Si chiama Annie. E sì. Ci conosciamo da un po’» aggiunse Arthur, la voce controllata, gli occhi che evitavano quelli di Annie.

«Si può sapere che succede? Ha ucciso Freeze! Perché è qui?»

«Non hai ascoltato Cardinal? È qui per prendere il suo posto.»

«Ma…»

«È complicato, Strong. Lascia perdere.»

Strong continuò a fissare Annie, strangolato dallo shock. Storm tornò al suo posto, palesemente arrabbiata. Evidentemente Cardinal l’aveva liquidata. Si lasciò cadere sulla sedia, incrociando le braccia con una violenza che fece tintinnare i braccialetti ai polsi, e fissò Annie con disprezzo. I suoi occhi erano fessure scure.

«Dunque» sputò rabbiosa. «Non sei un alieno.»

«No.» Annie guardò il tavolo davanti a sé – piatto vuoto, posate allineate, calice di champagne che non aveva toccato. «Anche se a volte mi ci sento.»

«E prenderai il posto di quel coglione di Freeze.»

«Così pare.»

«Empathy e Cipher dicono che la conoscono» intervenne Strong.

«Ah, sì? E come mai?»

«È una lunga storia» mormorò Arthur.

Vennero servite le prime portate. Camerieri in uniforme che si muovevano silenziosamente tra i tavoli, posando piatti con la precisione di chirurghi. Annie iniziò a mangiare tranquilla, la tensione che le scivolava addosso, assaporando ogni boccone come se potesse essere l’ultimo. Storm faceva a pezzi ciò che aveva nel piatto, ancora furiosa, il coltello che squartava la carne con violenza eccessiva, come se stesse pugnalando qualcuno per procura. Arthur si limitava a tagliare il suo cibo in piccoli pezzi precisi, geometrici, senza però toccare nulla – Bailey riconosceva il gesto, lo faceva quando era troppo ansioso per mangiare ma troppo orgoglioso per ammetterlo.

Bailey non si sforzò nemmeno di fare finta di mangiare. E Strong… Strong si ingozzava senza ritegno, masticando rumorosamente, il tovagliolo incastrato nel colletto come un bavaglino.

«Ma quindi nemmeno quel lombrico gigante era un alieno?» chiese lui a un certo punto, sputacchiando pezzi di pane sul tavolo.

«Leviatano» disse Annie senza distogliere lo sguardo dal piatto.

«Eh?»

«Si chiamano Leviatani. E sono decisamente alieni.»

Strong sbatté le palpebre, sempre più confuso. «Ma tu non lo sei.»

«No.»

«E allora come mai eri dentro quel coso?»

«Mi ha mangiato. Mentre aprivo la porta.»

«La porta? Quale porta? Intendi quella di casa?»

Bailey si massaggiò la fronte, sentendo l’emicrania tornare con la ferocia di un martello pneumatico.

«Il portale con cui è arrivato» spiegò Annie con pazienza.

«Oh, fantastico» disse secca Storm, le parole che gocciolavano sarcasmo. «Quindi sei stata tu a portarlo qui. Fantastico, davvero. È questo che fai nel tempo libero? Ti fai mangiare da alieni giganti?»

Annie non rispose. Continuò a mangiare.

«Ti ho fulminata, cazzo» insistette Storm, sporgendosi sul tavolo verso di lei. «Avrei dovuto polverizzarti. Come hai fatto a sopravvivere?»

Annie si voltò a guardarla, lentamente. «È questo che fate, voi eroi? Polverizzate la gente?» replicò con calma.

«Senti, stronza…» sibilò Storm.

«Annie può controllare la materia» s’intromise Arthur, la voce controllata. «Per questo il tuo attacco non ha avuto effetto.»

«Mi hai quasi uccisa» ringhiò Storm, continuando a fissare Annie con un’intensità che avrebbe potuto incendiare il tovagliolo.

«Ci sono andata piano.»

Storm strinse le posate così forte da farsi sbiancare le nocche. Il coltello che tremava nella sua mano. Bailey percepì le sue emozioni – rabbia, sì, ma anche qualcos’altro. Paura. Storm aveva paura di Annie. E la paura la rendeva pericolosa.

«Non mangi?» chiese Arthur a Bailey, senza guardarlo, tagliando un altro pezzo microscopico di cibo.

«Potrei chiederti la stessa cosa.»

Arthur finse di non sentirlo, portandosi il pezzo alla bocca con la forchetta. Masticò. Deglutì. Un’azione meccanica priva di qualsiasi piacere.

«Mi devi delle scuse» disse Storm ad Annie, scandendo ogni parola.

«Non ti devo un cazzo. Siete stati voi i primi ad attaccare. Mi sono solo difesa.»

«Adesso basta» disse Arthur, in tono deciso. La voce di Cipher, non di Arthur. La voce pubblica. «Cardinal vuole che andiamo d’accordo, Storm. Annie ha accettato di aiutarci per rimediare al casino che ha fatto. Sarà già abbastanza complicato gestire la reazione del pubblico senza che ci mettiamo a farci la guerra tra di noi.»

«Capirai. Tanto non l’accetteranno mai. Resta un’assassina. Una merda rimane una merda, anche se la infiocchetti.»

«Se ne occuperà l’Agenzia. Il nostro compito è mantenere l’ordine.»

Arthur parlava come Cardinal adesso. Le stesse frasi. Lo stesso tono. Lo stesso pragmatismo freddo.

«Mi piace la tua tuta.» Strong ammiccò verso Annie, improvvisamente interessato – perché la paura durava poco in Strong, sostituita dalla prima emozione di passaggio. «Ti va di venire da me più tardi? Sai, per conoscerci meglio.»

Cardinal si materializzò al loro tavolo, apparendo dal nulla con quell’abilità soprannaturale che aveva di comparire nei momenti peggiori. «State facendo amicizia?» chiese con un ghigno.

Nessuno rispose.

«Non fate tardi stasera. Tra quattro ore dovrete prendere un jet privato che vi porterà in Yemen.»

Strong alzò lo sguardo dal piatto. «Yemen?»

«Sì. Il governo yemenita ci ha chiesto di intervenire per fermare un gruppo di terroristi che si nasconde tra le dune del deserto di Rub' al Khali. Li abbiamo individuati grazie ai satelliti. Manderemo voi a catturarli. Tutto rigorosamente registrato in diretta per la televisione, ovviamente.» Fece una pausa, lasciando che l’informazione atterrasse. «Sarà un test per mettere alla prova le capacità di Rift e vedere come vi muovete come gruppo. Non fatemi fare brutta figura. Ne va delle vostre carriere.» Cardinal si voltò verso Annie. «Rift, tu uscirai con me. È arrivato il momento di annunciare al mondo la nascita di una nuova stella.»

E si allontanò senza aspettare risposta, i tacchi che battevano sul cemento lucido.

Una volta fuori, vennero immediatamente investiti dai flash e dalle domande. Il tappeto rosso era ancora affollato di giornalisti, le telecamere che ronzavano come uno sciame.

Strong si sistemò subito in posa, flettendo i muscoli, sorridendo alle telecamere con quei denti troppo bianchi che probabilmente erano finti. Storm era così di malumore che per una volta evitò di mettersi in mostra, camminando a passo spedito verso la sua limousine, il vestito nero che ondeggiava dietro di lei come una coda furiosa, con l’aria altera di una regina sprezzante.

Arthur e Bailey avanzarono, vicini ma senza guardarsi. Due figure che camminavano parallele ma separate, come binari di un treno. Per le telecamere erano ancora Empathy e Cipher, la coppia d’oro della Task Force.

L’attenzione dei paparazzi venne improvvisamente calamitata dall’apparizione di Annie con Cardinal. Le telecamere si voltarono tutte verso di loro come girasoli verso il sole. Annie camminava accanto a Cardinal con la stessa disinvoltura con cui camminava ovunque – come se il mondo non la riguardasse, come se i flash e le grida fossero il rumore di un televisore nell’altra stanza.

Cardinal si fece avanti, alzando le mani. Calò il silenzio – un silenzio innaturale, improvviso, come se qualcuno avesse premuto il tasto muto sulla città.

I giornalisti la guardarono, incuriositi.

«Ho un annuncio da fare!» esclamò Cardinal a gran voce, la voce che tagliava l’aria notturna. «Vorrei presentarvi formalmente la nostra nuova eroina – RIFT!»

Un giornalista urlò: «Non è lei l’alieno che ha ucciso Freeze?»

Cardinal sorrise – quel sorriso che non raggiungeva mai gli occhi, che restava sulle labbra come un’etichetta incollata. «No. Rift non è un alieno. È umana come noi. E ha scelto di unirsi alla nostra causa.»

Esplose una valanga di domande, tutte insieme, un muro di voci.

«DA DOVE VIENE?»

«È VERO CHE HA UCCISO FREEZE?»

«PERCHÉ DOVREMMO FIDARCI DI LEI?»

«QUAL È IL SUO POTERE?»

«HA UN MESSAGGIO PER I CITTADINI?»

Bailey guardò la scena incupito, le mani nelle tasche, in disparte. Le luci dei flash esplodevano sulla tuta di Annie, facendo brillare quei riflessi iridescenti.

Senza dire una parola, Arthur si allontanò, dirigendosi verso il parcheggio. Bailey lo seguì con lo sguardo. La schiena dritta. I passi misurati. Nessuna esitazione. Stava andando alla sua macchina – una Tesla nera elegante parcheggiata qualche posto più in là.

Non si voltò. Non guardò nella loro direzione. Semplicemente salì e partì. Le luci posteriori che si allontanavano come occhi rossi nel buio.

Annie raggiunse Bailey. Aveva lasciato Cardinal a rispondere alle domande, allontanandosi dal cerchio di telecamere con la stessa facilità con cui ci era entrata.

«Andiamo» disse, quasi annoiata.

Salirono sulla Mustang. Bailey accese il motore. Guardò nello specchietto retrovisore – la strada vuota dove la Tesla di Arthur era stata un momento prima. Lo spazio vuoto. L’assenza.

Strinse con forza il volante e partì, il cuore che gli si spezzava un po’ di più a ogni secondo che passava.

6 Capitolo 6

Non dormì molto.

Si rigirò nel letto, tormentato. Le lenzuola che si aggrovigliavano intorno alle gambe come serpenti. Il cuscino troppo caldo da un lato, troppo freddo dall’altro. Si girò sulla schiena. Sul fianco. Sulla pancia. Nessuna posizione funzionava. Il materasso era troppo grande senza Arthur.

Chiuse gli occhi. Li riaprì. Fissò il soffitto. Le ombre che le luci della città proiettavano attraverso le finestre dal pavimento al soffitto – strisce di arancione e bianco che si muovevano lentamente, come le lancette di un orologio troppo pigro.

Le tre del mattino.

Le tre e mezza.

Le quattro.

Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva Arthur. Il suo sguardo ferito – non arrabbiato, non furioso, ferito, che era peggio, che era mille volte peggio. Le ali di pixel che si dissolvevano nel cielo notturno. La Tesla che spariva nel traffico. Non stavolta, B.B. La crepa nella voce. Il suono di qualcosa che si rompeva e che non si poteva aggiustare.

Il telefono vibrò sul comodino. Il prefisso dell’Agenzia. Rispose con la bocca impastata.

«Il veicolo sarà lì tra dieci minuti. Fatevi trovare pronti.»

La linea cadde. Nessun saluto. Nessuna cortesia. L’Agenzia comunicava come sparava – breve, secco, al bersaglio.

Si alzò dal letto, trascinandosi verso la camera degli ospiti. Il corridoio era buio, illuminato solo dalla luce della città che filtrava dalle finestre – quel bagliore arancione e perpetuo che era il cielo notturno di Londra, che non era mai veramente buio, mai veramente notte. Bussò piano alla porta. «Annie?»

Nessuna risposta. Aprì. Annie era in piedi davanti alla finestra, una sagoma scura contro le luci di Canary Wharf. Il Tamigi che brillava sotto di lei come una ferita di ossidiana. Non si era cambiata. Non si era mossa. Forse era rimasta così tutta la notte – in piedi, immobile, a guardare una città che non la riconosceva più.

«Hai dormito un po’?»

«Ormai non dormo mai davvero.»

Bailey si chiese da quanto tempo non dormisse davvero. Se su Kethara, o su Lantis, o su Vael, dormire fosse un lusso che non poteva permettersi. Se le cicatrici sul suo corpo le fossero state inflitte mentre era sveglia o mentre provava a chiudere gli occhi.

«L’Agenzia sta per venirci a prendere.»

Annie si girò. Prese la tuta nera dal letto e iniziò a spogliarsi senza alcun pudore.

Bailey distolse lo sguardo, uscendo rapidamente. «Ti aspetto fuori.»

Tornò in camera sua. Aprì l’armadio, rovistando in fondo tra vecchie giacche e scatole di scarpe che non apriva da anni – la parte dell’armadio che Arthur definiva la discarica – finché non la trovò. La sua "tuta da supereroe." Nera e aderente, con il logo dell’Agenzia sul petto – quell’aquila stilizzata disegnata da qualche graphic designer strapagato che probabilmente non aveva mai visto né un’aquila né un vero supereroe in vita sua. Materiale tecnico che prometteva di essere resistente, traspirante, protettivo. Marketing. Tutto marketing.

Bailey la odiava. La odiava perché rappresentava tutto quello che era diventato. Un prodotto. Un’icona pubblicitaria. Un burattino con le corde tirate da Cardinal e dai suoi lacchè. La odiava perché ogni volta che la indossava si sentiva un impostore.

Si cambiò, guardandosi allo specchio. A differenza di Annie – su cui la tuta sembrava una seconda pelle, un’estensione naturale del corpo – lui sembrava solo un povero coglione travestito da supereroe. Le cuciture che tiravano nei punti sbagliati. Il tessuto che si ammucchiava all’inguine in modo imbarazzante. Il logo che gli sembrava un marchio a fuoco.

Sospirò.

Quando furono pronti, si incontrarono nel corridoio.

«Sembri un deficiente vestito così» fu il commento di Annie.

«Lo so» borbottò Bailey.

In quel momento suonò il citofono. Dieci minuti esatti. L’Agenzia era puntuale come la morte.

Scesero e trovarono ad accoglierli il grosso furgone nero, parcheggiato davanti all’ingresso del palazzo come un carro funebre.

Appena si avvicinarono, i portelli posteriori del furgone vennero aperti dall’interno. Cardinal era seduta lì dentro, tablet in mano, illuminata dalla luce bluastra degli schermi, le gambe accavallate con eleganza. Come se stesse aspettandoli da ore.

«Entrate.»

L’interno del furgone era lo stesso centro di comando mobile della sera prima. Schermi che lampeggiavano. Tecnici con le cuffie che digitavano freneticamente, senza alzare lo sguardo.

Mentre erano in viaggio verso l’aeroporto, Cardinal fece il briefing. La sua voce era piatta, efficiente, priva di qualsiasi emozione che potesse suggerire che stava mandando delle persone in una zona di guerra alle quattro del mattino.

«La situazione è semplice. Gruppo terroristico nascosto nel deserto yemenita. Coordinate 16.4385° N, 48.9847° E. Circa venti uomini armati, prevalentemente con armi leggere – AK-47, qualche RPG. Il governo locale ha chiesto il nostro intervento dopo che due operazioni militari convenzionali sono fallite.»

Fece scorrere lo schermo, mostrando immagini satellitari. Tende beduine sparse su dune di sabbia color ruggine, come pustole su una pelle malata. Veicoli – pickup e jeep polverosi, alcuni con mitragliatrici montate sul pianale. Figure minuscole, pixelate, che si muovevano tra le strutture come formiche.

«Obiettivo: catturare i leader. Neutralizzare la minaccia. NON uccidete nessuno.» Alzò gli occhi dal tablet, fissando Annie. «Nuocerebbe alla nostra immagine.»

«Non prometto niente» replicò Annie.

Cardinal la ignorò con la disinvoltura di chi ha già catalogato quella risposta come irrilevante, e tornò a scorrere dati sullo schermo.

Raggiunsero la pista d’atterraggio privata a sud di Londra in venti minuti. Era ancora buio – quella fase grigia tra la notte e l’alba in cui il mondo sembrava sospeso, come un respiro trattenuto. L’aria sapeva di asfalto bagnato e carburante per aerei. Il jet li stava aspettando sulla pista, i motori già in fase di riscaldamento, un sibilo basso che vibrava nel petto. Un Gulfstream G650, bianco e lucido come un dente appena sbiancato, con il logo dell’Agenzia dipinto sul fianco.

Bailey salì le scalette, entrando nell’abitacolo. Era oscenamente lussuoso – il tipo di lusso che ti ricordava quanto denaro pubblico veniva speso per mantenere l’illusione che i supereroi fossero importanti. Poltrone di pelle color crema che sembravano più comode del suo letto. Tavolini di legno scuro lucidato a specchio. Finestre ampie con tendine di seta. Illuminazione soffusa che creava un’atmosfera da lounge bar esclusivo. E hostess – due donne giovani e sorridenti in uniformi eleganti color blu notte – che servivano champagne su vassoi d’argento.

Bailey si fermò appena vide Arthur.

Era seduto a metà cabina, nel suo costume da supereroe – una tuta simile alla sua ma con dettagli blu elettrico che correvano lungo i lati come circuiti stampati, come le linee di luce delle sue costruzioni digitali. Aveva il laptop aperto sulle ginocchia, lo sguardo fisso sullo schermo, le dita che si muovevano sulla tastiera con quella velocità silenziosa che Bailey associava ai momenti in cui Arthur non voleva pensare a nient’altro.

Bailey esitò, indeciso se sedersi accanto a lui. Il posto era libero. Sarebbe bastato fare tre passi e sedersi, come aveva fatto mille volte, su mille aerei e in mille macchine e in mille stanze. Tre passi.

Arthur gli rivolse un’occhiata. Veloce. Fredda. Come guarderesti uno sconosciuto sul treno. Come guarderesti qualcuno che non riconosci. Poi tornò a digitare.

Bailey si trascinò triste verso il fondo della cabina, sentendo quei tre passi non fatti pesare come piombo nelle gambe. Si sedette con Annie a qualche posto di distanza da Storm e Strong, che facevano coppia, sorseggiando champagne nelle loro tute come se fossero a una festa in maschera – Storm con le gambe accavallate e il mignolo sollevato dal calice in un gesto che voleva essere elegante, Strong che beveva direttamente dalla bottiglia perché il bicchiere era troppo piccolo per le sue mani.

«Questo è vita!» esclamò Strong, alzando la bottiglia verso nessuno in particolare. «Champagne alle quattro del mattino mentre andiamo a pestare dei terroristi! Chi altro può dire di vivere così?»

Nessuno che sia sano di mente, pensò Bailey. Chiuse gli occhi, appoggiando la testa contro il finestrino freddo.

Poco dopo, il jet partì. Decollarono nella notte londinese, salendo attraverso strati di nuvole grigie che avvolgevano l’aereo come ovatta bagnata. Le luci della città che si rimpicciolivano sotto di loro, diventando puntini arancioni che sembravano stelle cadute sulla terra. Poi le nuvole inghiottirono tutto, e non rimase che il bianco.

Il volo fu lungo. Ore di ronzio costante dei motori, del sibilo dell’aria condizionata, di Strong che russava rumorosamente con la bocca aperta e un filo di saliva che gli colava sul mento, di Storm che ridacchiava guardando qualcosa sul telefono – probabilmente i commenti dei suoi follower su Instagram, dove aveva postato con molta probabilità un selfie.

Bailey non dormì. Non ci provò nemmeno. Non avrebbe funzionato. Guardava fuori dal finestrino il cielo che si schiariva gradualmente – dal nero al blu scuro al viola al rosa al giallo pallido. L’alba vista da diecimila metri d’altezza, sopra le nuvole, era uno spettacolo che non si stancava mai di vedere. Un mare di cotone rosa e oro che si estendeva fino all’infinito, con il sole che emergeva come una moneta incandescente dall’orizzonte.

Ma oggi non gli dava nessuna gioia.

Annie, accanto a lui, non guardava fuori. Fissava il sedile davanti a sé con quegli occhi vuoti che Bailey stava imparando a conoscere – occhi che non erano vuoti davvero, ma che contenevano così tanto da sembrare niente.

Raggiunsero lo Yemen quando il sole era già alto – una palla di fuoco bianco che bruciava in un cielo senza nuvole, senza pietà, senza ombre. Sorvolarono il deserto. Un mare infinito di sabbia che si estendeva fino all’orizzonte in ogni direzione. Dune che ondeggiavano come onde congelate – creste affilate come lame e valli d’ombra. Sfumature di ocra, arancio, rosso ruggine. Niente vegetazione. Niente strutture. Niente vita visibile. Solo calore e desolazione e un silenzio che Bailey sentiva anche attraverso lo scafo dell’aereo.

«Stiamo arrivando alla zona target» annunciò la voce del pilota attraverso l’interfono. «Preparatevi per il lancio.»

Cardinal si alzò dalla sua poltrona, posando il tablet con la cura di chi posa un neonato. «È ora.»

Un consulente paracadutista – un ex-SAS sulla cinquantina con cicatrici che gli attraversavano la guancia sinistra come un fiume in secca e occhi che avevano visto troppo per sorprendersi di qualcosa – iniziò a distribuire i rig. Aveva le mani callose di chi aveva fatto migliaia di lanci, e un’efficienza nei movimenti che suggeriva di non essere uno che perdeva tempo in chiacchiere. O in convenevoli.

«Ascoltate attentamente» disse, la voce roca. «Lancio ad apertura ritardata. Usciamo a tremila metri, aprite a cinquecento. Questo vi dà circa quaranta secondi di caduta libera a circa duecento chilometri orari.»

Mostrò il sistema con gesti precisi, ogni movimento calibrato dalla ripetizione.

«Questo è il pilot chute.» Indicò una piccola maniglia rossa sul lato destro del rig. «Lo tirate, esce il drogue, poi il main canopy. Se il main non si apre, avete il reserve qui.» Toccò un’altra maniglia, gialla. «Ma a cinquecento metri, se il main fallisce, il reserve probabilmente non avrà tempo di aprirsi completamente. Quindi pregate che il main funzioni.»

Bailey avvertì il sangue gelargli nelle vene. Lo sguardo che andava dalla maniglia rossa a quella gialla, cercando di memorizzare quale era quale, mentre il cervello urlava che nessuna delle due importava perché non sarebbe dovuto essere lì.

«Quando uscite, assumete posizione box – braccia e gambe allargate, pancia in giù, testa alta. Controllate l’altezza con l’altimetro qui sul polso.» Indicò un dispositivo digitale con numeri rossi che brillavano. «A cinquecento metri – CINQUE-ZERO-ZERO – tirate il pilot. Chiaro?»

Il consulente iniziò a sistemare i rig su Strong. Il problema era che Strong era una massa di muscoli alta due metri e larga quasi altrettanto. Le cinghie si stringevano appena intorno al suo petto massiccio, e l’uomo dovette tirare con tutta la forza per farle passare, il viso che diventava rosso per lo sforzo, le vene sulle tempie che pulsavano.

«Cristo, sei fatto di cemento?» borbottò.

«Proteine e squat, amico.» Strong sorrise, fiero, flettendo i pettorali. «Proteine e squat.»

Bailey guardò il suo rig con terrore crescente. Non aveva mai avuto un buon rapporto con l’altezza. Quella sensazione di vuoto sotto i piedi, lo stomaco che si rovesciava, il cervello che urlava QUESTO NON È NATURALE, GLI ESSERI UMANI NON DOVREBBERO VOLARE. L’ultima volta che si era lanciato era stato con Eva Grant. E aveva funzionato benissimo. In tutti i sensi. Cristo.

E ora doveva lanciarsi da tremila metri. Nel deserto dello Yemen. Alle sei del mattino. Dopo non aver dormito.

Il consulente gli sistemò il rig, stringendo le cinghie intorno al petto e alle cosce con movimenti brevi e decisi. I lacci gli premevano addosso, e con loro il peso del paracadute sulla schiena – quindici chili di nylon ripiegato da cui dipendeva la sua vita.

«Ricorda – box position, controlla l’altitudine, tira a cinquecento.» L’uomo lo guardò negli occhi, serio. «E respira. Se vai nel panico, morirai.»

«Grazie. Molto rassicurante.»

Storm, Arthur e Annie rifiutarono i rig. Potevano volare. Bailey li invidiò con ogni fibra del suo essere.

Le hostess – ora con caschi protettivi e occhiali da aviatore che stonavano assurdamente con le loro uniformi eleganti – aprirono il portellone posteriore.

L’aria del deserto esplose nella cabina come il respiro di un drago. Calda. Secca. Che bruciava i polmoni e seccava istantaneamente le labbra. Il rumore era assordante – il vento che ululava, i motori che ruggivano, la pressione che cambiava facendo scoppiettare le orecchie come popcorn. Bailey sentì il sudore evaporare dalla pelle prima ancora di formarsi.

Si avvicinò al bordo e guardò giù.

Il mondo si inclinò. Tremila metri. Il deserto rosso sotto di lui che sembrava una texture di videogioco – irreale, troppo lontano per essere vero. Le dune come rughe sulla pelle di un gigante addormentato, ombre lunghe e nette proiettate dal sole basso. Così maledettamente lontano. La testa gli girò. Lo stomaco si contrasse. Le ginocchia diventarono acqua.

Inspirò – aria calda e secca che gli graffiò la gola. Il cuore gli martellava contro le costole, le mani sudate nelle cinghie, le gambe tremanti.

Il consulente iniziò il countdown, la voce che tagliava il vento. «Cinque! Quattro! Tre…»

Strong non aspettò.

«YEEEEEAH!»

Si lanciò prima che finisse il conto, sparendo nel vuoto con un urlo di pura gioia. Storm lo seguì, trasformandosi in una sfera di elettricità crepitante che sfrecciò verso il basso, lasciando una scia di ozono. Arthur spiegò le ali e si tuffò con grazia, come un uccello che scende in picchiata.

Annie semplicemente cadde. Un passo oltre il bordo, braccia lungo i fianchi, senza teatro, senza effetti speciali. Come scendere da un gradino.

Restò solo Bailey, al bordo del portellone. Il vento che gli tirava i vestiti, i capelli, la pelle della faccia. L’abisso sotto i piedi. Il niente.

Il consulente gli mise una mano sulla spalla. Le dita che stringevano forte. «Più aspetti, peggio è. Tre secondi. Poi ti spingo io.»

Bailey chiuse gli occhi e si gettò.

Non c’era più il jet. Non c’era più la cabina. Non c’era più il consulente con le sue istruzioni e i suoi occhi da veterano. Non c’era più niente.

Solo il vento.

Violento. Urlante. Che lo schiaffeggiava, lo tirava, lo strappava in ogni direzione. Che entrava nella bocca, nel naso, negli occhi. Che gli rubava il respiro prima ancora che potesse prenderne uno.

Cercò di assumere la box position – braccia allargate, gambe allargate, pancia in giù – ma il suo corpo non cooperava. Le braccia che sbattevano come ali inutili. Le gambe che scalciavano nel vuoto. Il vento che lo faceva roteare come una trottola impazzita. Nessun controllo. Nessuna stabilità. Nessuna dignità.

Aprì gli occhi.

Il deserto rotava sotto di lui. Il cielo sopra. Poi il deserto di nuovo. Poi il cielo. Girando girando girando come dentro un’enorme centrifuga impazzita. Rosso blu rosso blu rosso blu. Il mondo ridotto a due colori che si alternavano con velocità nauseante.

L’altimetro sul polso lampeggiava: 2750m… 2500m… 2250m…

Doveva contare. Doveva calcolare. Ma non riusciva a concentrarsi. Il cervello era sovraccarico – troppi stimoli, troppo vento, troppa paura, troppo tutto. Pensieri frammentati che si scontravano senza senso come auto in un tamponamento a catena.

2000m… 1750m… 1500m…

Quando aveva detto di tirare? Cazzo, non se lo ricordava. Cinquecento? Seicento? Mille? Se vai nel panico, morirai. Grazie tante. Utilissimo. Stava andando nel panico e stava morendo, esattamente come previsto.

1250m… 1000m…

Il deserto stava diventando più definito. Poteva vedere le dune individuali ora. Le ombre. I colori che si separavano – l’ocra dal rosso, il ruggine dall’arancio. Le increspature nella sabbia. Le rocce.

750m… 600m… 550m…

Cinquecento. Era cinquecento. CINQUECENTO. Il numero gli esplose nel cervello come un lampo.

Bailey afferrò la maniglia rossa del pilot chute e la tirò con tutta la forza che aveva nelle dita sudate.

Non successe niente.

Nessun drogue. Nessun main canopy. Nessun paracadute. Niente che rallentasse la caduta. Niente tra lui e il suolo tranne l’aria e la gravità e la certezza crescente che stava per morire.

500m… 450m…

Il panico esplose nel petto come una bomba nucleare. Bianco, accecante, totale.

«MERDA! MERDA!»

Tirò di nuovo la maniglia. Niente. Il meccanismo che non rispondeva, la maniglia che veniva e tornava senza attivare nulla, come tirare la catena di un gabinetto rotto.

La tirò ancora. E ancora. E ancora. Strattonandola con violenza disperata, le mani che scivolavano sudate sul tessuto.

«CAZZO! FUNZIONA, PEZZO DI MERDA!»

400m… 350m…

Bailey provò il reserve. Afferrò l’altra maniglia – quella gialla, quella che il consulente aveva indicato come ultima speranza, quella che probabilmente non avrà tempo di aprirsi completamente – e la tirò con tutta la forza che aveva.

Nulla. Nemmeno un fruscio. Nemmeno una vibrazione. Niente.

300m… 250m…

Continuò a girare, senza controllo. Le dune che si avvicinavano come bocche spalancate. I dettagli che si definivano con crudeltà – poteva vedere le rocce ora, le ombre delle rocce, le increspature nella sabbia, i granelli di sabbia, cristo i singoli granelli di sabbia.

Stava per morire.

A trentacinque anni.

Nel deserto dello Yemen.

Con un paracadute difettoso legato alla schiena.

Con Arthur che lo odiava.

Con Eva Grant che lo accusava di essere un predatore sessuale.

Con la sua stupida tuta da supereroe che tirava all’inguine.

200m… 150m…

All’improvviso qualcosa lo afferrò da dietro. Braccia che si chiudevano intorno al suo petto come morse d’acciaio. Un corpo che si premeva contro la sua schiena. La rotazione che si fermava di colpo, come se qualcuno avesse tirato il freno a mano dell’universo.

«Sta’ fermo!» urlò Annie da sopra il vento.

Il mondo si stabilizzò. Il cielo sopra, il deserto sotto, tutto al suo posto. Sotto di loro esplose un boato assordante, come un treno merci che passava a un millimetro dalle orecchie. Abbassò lo sguardo.

La sabbia stava esplodendo verso l’alto. Colonne di sabbia che si alzavano come geyser, che si contorcevano e si solidificavano in tempo reale – granelli che si compattavano in qualcosa di solido, di strutturale – formando una rampa che saliva verso di loro. Annie la stava creando al volo, manipolando tonnellate di sabbia, costruendo una struttura che attutisse la caduta metro dopo metro.

Ma stavano ancora scendendo troppo velocemente. La rampa non era abbastanza lunga. Non c’era abbastanza tempo.

100m… 80m… 60m…

Il vento continuava a sferzare. Gli occhi di Bailey che lacrimavano, le lacrime che volavano via dalla faccia prima di arrivare alle guance. Il naso che colava. La bocca piena di sabbia.

40m… 30m…

Urlò. Un grido acuto, isterico, poco virile. Non gliene fregava niente. Stava per morire.

20m… 10m…

Annie lo mollò.

«NOOOOO!»

Bailey precipitò gli ultimi metri, atterrando sulla rampa di sabbia solidificata con la faccia in avanti. La superficie era dura ma non quanto il suolo – abbastanza solida da reggere il suo peso, abbastanza morbida da non spezzargli ogni osso del corpo. Scivolò lungo la rampa inclinata, la sabbia compressa che gli graffiava la faccia e le mani, il corpo che rimbalzava e rotolava e finalmente si fermava alla base, disteso come una stella marina sulla sabbia calda.

Dolore.

Ovunque.

Il naso schiacciato contro il terreno. La mascella che aveva sbattuto. I denti che avevano cozzato insieme. Le costole compresse dall’impatto. La sabbia che entrava nella bocca, nel naso, negli occhi, nelle orecchie, in ogni fessura del corpo che potesse accoglierla.

Ma era vivo.

Cazzo. Era vivo.

Rimase lì per un momento – faccia nella sabbia, corpo a stella, il rig del paracadute inutile che gli pesava sulla schiena come un monumento all’incompetenza – cercando di ricordare come si respirava. Il cuore che batteva così forte da sentirlo nelle orecchie, nelle dita, nei denti. I polmoni che bruciavano. Ogni muscolo che tremava.

Sputò sabbia. Un sacco di sabbia. Grumi umidi mescolati a saliva e sangue – si era morso la lingua nell’impatto.

«Fanculo…» tossì, la voce rauca.

Si tirò su a fatica, ancora stordito. Il deserto intorno a lui era surreale – il calore che ondeggiava nell’aria creando miraggi, pozzanghere d’acqua che non esistevano, forme che si distorcevano all’orizzonte come un dipinto che cola. Le dune che si estendevano in ogni direzione, senza fine, senza punto di riferimento, senza niente.

Il silenzio era totale. Assoluto. Nessun uccello. Nessun insetto. Nessun suono umano. Solo il vento che sibilava tra le dune come il respiro di un animale enorme e addormentato.

La rampa di Annie si stava già sgretolando, la sabbia compressa che tornava sabbia, i granelli che si separavano e tornavano a essere polvere, come se non fosse mai esistita.

Lei stava già volando via – un razzo nero che sfrecciava verso l’accampamento, la tuta iridescente che brillava sotto il sole come una cometa diurna. Il rig del paracadute pendeva inutile dalla schiena di Bailey come uno zaino rotto. Lo sganciò con dita tremanti, lasciandolo cadere nella sabbia, e cominciò a correre.

O almeno ci provò.

Arrancava a fatica, affondando nella sabbia ad ogni passo – a volte fino alla caviglia, a volte fino al polpaccio, ogni passo un’estrazione faticosissima del piede dal terreno cedevole. Il calore lo colpiva come un muro solido, come aprire un forno e infilarci la testa, prosciugandogli l’energia a ogni respiro. Stava già sudando copiosamente, sentendo la tuta che si appiccicava al corpo come una seconda pelle bagnata, il sale che gli bruciava gli occhi.

Vide Annie raggiungere le tende. Si fermò a mezz’aria. Tonnellate di sabbia si sollevarono dal suolo. Non gradualmente – tutto insieme, come se il deserto stesso si fosse svegliato. Contorcendosi, ruotando, formando un tornado colossale che inghiottì l’intero accampamento in un abbraccio di sabbia urlante.

Il vortice si estese verso il cielo – venti, trenta, quaranta metri di altezza. Largo quanto un campo da calcio. Una colonna di sabbia rotante che oscurava il sole, che proiettava un’ombra circolare sulla terra come un’eclissi artificiale. Il rumore era assordante anche da quella distanza – come stare dentro un motore a reazione. Un ruggito costante che faceva vibrare le ossa, che si sentiva nel petto, che cancellava ogni altro suono.

Storm volava intorno al vortice come un moscone arrabbiato, urlando qualcosa che Bailey non riusciva a sentire sopra il ruggito della sabbia. Sembrava incazzata – le mani che crepitavano di elettricità inutilizzata, furiosa di non poter partecipare all’azione, di essere stata resa irrilevante in quaranta secondi.

Arthur creò una barriera di pixel blu brillante intorno a sé – una cupola protettiva che scintillava nella luce del deserto – e attraversò il vortice, scomparendo nella sabbia rotante come un subacqueo che si tuffa in un mare di granelli.

Strong stava ancora scendendo col paracadute, lontano, un puntino contro il cielo azzurro.

Il vortice continuò per forse quaranta secondi. Quaranta secondi in cui Bailey arrancava nella sabbia, sempre più vicino, sempre più stanco, il cuore che minacciava di esplodere. Poi, improvvisamente, si fermò.

La sabbia ricadde come pioggia dorata, come coriandoli di un carnevale del deserto, rivelando il caos sottostante. Tende sfondate, il tessuto strappato che svolazzava come bandiere di resa. Veicoli rovesciati, le ruote che giravano ancora. Figure che si muovevano a fatica, stordite, barcollanti, come zombie in un film a basso budget – solo che questi zombie avevano kalashnikov.

Bailey raggiunse il perimetro tre minuti dopo, ansimando così forte che pensò di vomitare – e quasi lo fece, piegandosi in due con un conato secco che gli fece lacrimare gli occhi. Storm volteggiava sopra le tende come un falco, scariche che saettavano dalle sue mani verso figure che cercavano di scappare. Non letali – solo abbastanza forti da stordire, far cadere, immobilizzare. I corpi che si irrigidivano e cadevano nella sabbia con tonfi sordi.

Arthur aveva creato catene di pixel che si materializzavano dal nulla – costruzioni azzurre e luminose che si avvolgevano intorno ai polsi e alle caviglie degli uomini come manette di luce. Alcuni cercavano di tagliarle con i coltelli, ma le lame passavano attraverso i pixel senza effetto. Urlavano in arabo – insulti, preghiere, maledizioni. Erano tutti storditi dall’assalto di Annie – occhi vitrei, movimenti lenti e scoordinati, completamente disorientati, come uomini appena svegliati da un sonno profondissimo.

I più coraggiosi – o i più stupidi – si trascinavano verso le armi. AK-47 appoggiati contro i pali delle tende, coperti di sabbia. Ma Storm li fulminava prima che potessero mirare, scariche precise come bisturi che li buttavano a terra prima che le dita toccassero il grilletto.

Bailey arrivò quando era già tutto finito. Si piegò in due, mani sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato. Il fianco doleva – una fitta acuta che pulsava a ogni respiro, come se qualcuno gli stesse conficcando un chiodo tra le costole. La gola bruciava – aveva bisogno di acqua, disperatamente, la lingua che era un pezzo di cartone secco nella bocca.

Arthur atterrò a pochi metri da lui, le ali che si dissolsero in pixel che evaporarono nell’aria calda come nebbia al sole. Premette l’auricolare.

«Cardinal, situazione sotto controllo. Venti ostili neutralizzati. Nessuna vittima. Richiediamo trasporto per i prigionieri.»

Bailey lo guardò. Alle spalle di Arthur, qualcosa si mosse. Una tenda mezza sfondata. Tessuto marrone che svolazzava nel vento caldo. Un’ombra che si muoveva all’interno – non barcollante come le altre, non stordita. Lucida. Determinata.

Un uomo uscì imbracciando un fucile. Magro. Barba incolta che gli copriva metà del viso. Vestiti polverosi color sabbia che lo avevano mimetizzato nella tenda. Occhi iniettati di sangue che bruciavano di fanatismo o follia o disperazione – Bailey non sapeva quale, e non importava, perché tutte e tre portavano allo stesso risultato. Urlò qualcosa nella sua lingua – un grido gutturale, furioso – e puntò l’arma verso Arthur.

Il tempo rallentò.

Bailey vide il dito stringersi sul grilletto. Vide la canna del fucile allineata con la schiena di Arthur. Vide tutto con una chiarezza terribile, una chiarezza che il cervello regalava solo nei momenti in cui la morte era nell’aria e ogni dettaglio diventava eterno.

Non pensò. Non ci fu tempo per pensare. Non ci fu spazio per la paura o il calcolo o la ragione. Solo l’istinto. Solo il corpo che si muoveva prima che la mente potesse fermarlo.

Si lanciò in avanti, spingendo via Arthur nello stesso istante in cui il colpo partiva.

Lo sparo rimbombò nel deserto – un’esplosione secca che rimbalzò sulle dune e tornò indietro come un’eco furiosa.

Non fu come nei film. Non fu un buco pulito che perfora e basta, con un filo di sangue fotogenico e un gemito composto.

Il proiettile entrò nella sua spalla sinistra appena sotto la clavicola, fracassando l’osso, strappando muscoli, recidendo nervi, esplodendo attraverso tessuti in un cono di distruzione che il cervello umano non era progettato per processare. Bailey sentì l’impatto prima ancora di sentire il dolore – una forza bruta, improvvisa, come essere colpiti da un martello da fabbro.

Quello arrivò un millisecondo dopo.

Accecante. Totale. Assoluto. Come se qualcuno gli avesse infilato un ferro rovente nella carne e lo stesse girando lentamente, con cura. Come se il braccio gli stesse andando a fuoco dall’interno. Come se ogni nervo dalla spalla alla punta delle dita fosse diventato un filamento incandescente. Cadde a terra, la schiena che sbatté sulla sabbia rovente. Il cielo azzurro sopra di lui. Il sole che lo accecava.

Non riusciva a respirare. Non riusciva a pensare. Non riusciva a fare niente tranne sentire quel dolore che cancellava tutto il resto – il nome, il luogo, la ragione. La sua bocca si aprì in un urlo silenzioso che divenne un urlo reale quando i polmoni trovarono abbastanza aria.

«B.B.!»

Arthur era sopra di lui. Il viso che riempiva il cielo. Gli occhi sgranati dal terrore. Le mani che tremavano, che non sapevano dove toccare, che si muovevano nell’aria sopra la ferita senza osare posarsi.

«B.B., guardami! GUARDAMI!»

Dietro di loro, l’uomo con l’AK-47 alzò di nuovo il fucile, cercando di mirare attraverso la sabbia e la polvere. Un fulmine – un singolo fulmine brillante che illuminò il deserto per un istante – lo colpì al petto. L’uomo cadde a terra in preda alle convulsioni, il fucile che volava via, la bocca aperta in un grido che non emise mai.

Bailey digrignava i denti così forte che pensò potessero spezzarsi. Ogni respiro era una tortura – l’aria che entrava nei polmoni e li espandeva contro le costole e la spalla distrutta. Sentiva il sangue caldo che colava dalla ferita, impregnando la tuta nera, assorbito dalla sabbia sotto di lui che si scuriva in un cerchio che si allargava.

Arthur premette di nuovo l’auricolare, la voce che si spezzava. «Cardinal! CARDINAL! Abbiamo bisogno di assistenza medica! Empathy è ferito! Ferita da arma da fuoco alla spalla sinistra!»

Storm atterrò accanto a loro, le scariche elettriche che si dissolvevano intorno al suo corpo con un crepitio finale. Guardò Bailey con un misto di sufficienza e blando interesse, come se stesse osservando un insetto schiacciato su un parabrezza.

«Fa male?»

«SÌ CAZZO CHE FA MALE!» ringhiò Bailey attraverso i denti. «Mi hanno sparato!»

«Sta’ tranquillo. Sta’ tranquillo.» Arthur gli poggiò una mano tremante sul petto. «Ora mandano i soccorsi. Va tutto bene. Tutto okay.»

Il calore di Arthur gli arrivava attraverso la tuta. Il tremito delle dita. Voleva dirgli che gli dispiaceva. Che lo amava. Che era stato un idiota. Che si era lanciato davanti a quel proiettile non perché era coraggioso ma perché l’idea di un mondo senza di lui era peggio della morte. Ma quella cazzo di ferita faceva troppo male per parlare. Ogni tentativo di formare parole si trasformava in un gemito.

Annie piombò accanto a loro, atterrando con un tonfo morbido sulla sabbia, la tuta che si sollevava appena per l’inerzia.

Storm la aggredì immediatamente. «Quella cazzata del tornado non ci permetteva di avvicinarci! Io e Cipher avremmo potuto finire tutto in dieci secondi invece di…»

«Li ho storditi» replicò Annie impassibile, già in ginocchio accanto a Bailey. «Vi ho permesso di fare il resto più velocemente.» Poi abbassò lo sguardo su di lui. «Cosa è successo?»

«Gli hanno sparato!» Arthur tornò a premere l’auricolare. «Cardinal, dove cazzo sono i soccorsi?!»

Rimase in ascolto, la faccia che diventava sempre più pallida sotto l’abbronzatura del deserto.

«COSA?! Ma sta perdendo sangue!»

Bailey percepì le emozioni di Arthur – paura, panico, qualcosa di disperato che viveva sotto tutti gli strati di rabbia. L’amore. Ancora lì. Ancora vivo. Anche adesso. Soprattutto adesso.

«Non è così grave…» provò a dire Bailey.

Tentò di sollevarsi, appoggiandosi sul braccio buono. Il dolore esplose di nuovo – così intenso che il mondo si oscurò ai bordi, che le stelle danzarono davanti agli occhi come lucciole impazzite. Ricadde sulla sabbia, gemendo.

«Dicono che non saranno qui prima di venti minuti!»

Arthur fece per premere sulla ferita con le mani. Bailey urlò.

«AAAAH! NON TOCCARE! NON TOCCARE!»

«Spostati.»

Annie spinse gentilmente Arthur di lato. I suoi occhi iniziarono a brillare – quella luce bianca che Bailey aveva visto nei corridoi dell’Agenzia, intensa, fredda.

«Che vuoi fare?» chiese Bailey con voce tremula.

Poi lo sentì. Qualcosa che si muoveva dentro la ferita. Il proiettile. Come se mani invisibili lo stessero afferrando, lo stessero tirando. Poteva sentire ogni millimetro del percorso, ogni fibra che veniva spostata, ogni frammento d’osso che grattava contro il metallo deformato.

Riprese a urlare.

«CAAAAZZO! CRISTO! FERMATI! FERMATIIII!»

Il proiettile schizzò fuori – coperto di sangue, deformato dall’impatto in una forma irregolare, ancora caldo – e finì nella sabbia con un tonfo sordo. Un pezzo di metallo insignificante. Un grammo di piombo che aveva quasi ucciso un supereroe.

Bailey si contorse, prossimo alle lacrime. «Cazzo… cazzo… cazzo…»

«Cerca di non muoverti.»

Annie gli posò la mano sulla ferita. Un formicolio. Quasi piacevole sotto il dolore pulsante, come il contrasto tra acqua fredda su una bruciatura. Come aghi microscopici che lavoravano nella carne – migliaia, milioni di punti di contatto che ricostruivano ciò che il proiettile aveva distrutto. La pelle intorno alla ferita tirò, si tese, si riallineò. Bailey percepiva i tessuti riconnettersi – le fibre muscolari che si intrecciavano di nuovo come fili di un tessuto, i vasi sanguigni che si richiudevano uno ad uno, il sangue che smetteva di fluire, l’osso che si ricomponeva pezzo per pezzo con un suono che sentì più che udire – un click sordo, profondo, dentro la carne.

Dieci secondi. Venti. Trenta.

Il dolore si attenuò.

Da un dieci a un otto. Poi a un cinque. Poi a un tre. Poi a un fastidio sordo, un’eco del dolore che era stato, come il ricordo di un rumore forte.

Bailey riuscì a tirarsi su, guardandosi la spalla con occhi increduli. Dove avrebbe dovuto esserci un buco – carne strappata, osso esposto, sangue – c’era solo pelle nuova. Rosa. Fresca. Liscia come quella di un neonato. Come se il proiettile non fosse mai esistito.

La toccò con le dita, incredulo. Non c’era nemmeno una cicatrice. Nemmeno un segno. Mosse il braccio – su, giù, ruotò la spalla. Funzionava. Tutto funzionava. Come nuovo. Meglio di nuovo. Alzò lo sguardo su Annie.

«Grazie.»

Lei si alzò senza dire niente, come se avesse appena fatto qualcosa di insignificante.

Un drone militare svolazzò sopra di loro, l’obiettivo che li seguiva. Riprendendo tutto. Ogni secondo. Ogni grido. Ogni goccia di sangue. Per la diretta televisiva. Per gli ascolti. Per il contenuto.

«C’è qualcosa che non puoi fare?» disse Storm con voce acida.

Annie non le rispose. Non le concesse nemmeno l’onore di un’occhiata.

Arthur toccò l’auricolare, in ascolto. «Cardinal dice che stanno venendo a prenderci con gli elicotteri.»

«Qualcuno deve andare a recuperare quell’idiota di Strong.» Storm indicò l’orizzonte dove si vedeva una figura che camminava verso di loro, piccola e lenta in lontananza, ondeggiante nel calore che distorceva l’aria. «È atterrato tipo a due chilometri da qui.»

«Vado io» disse Arthur.

Si alzò, le ali che si materializzarono di nuovo dalle spalle. Per un attimo – solo un attimo, una frazione di secondo che durò un’eternità – i suoi occhi incontrarono quelli di Bailey.

C’era qualcosa lì. Preoccupazione. Sollievo profondo, viscerale. Poi Arthur distolse lo sguardo e si alzò in volo, diventando un punto blu che si allontanava nel cielo del deserto.

Bailey lo guardò sparire, massaggiandosi la spalla nuova.

7 Capitolo 7

Gli elicotteri militari arrivarono venti minuti dopo.

Due Black Hawk che apparvero all’orizzonte come libellule nere, il rumore dei rotori che cresceva da un ronzio a un boato assordante. Sollevavano nuvole di sabbia che costringevano tutti a coprirsi gli occhi, a voltare la faccia, a sputare granelli che entravano ovunque – negli occhi, nelle orecchie, tra i denti.

Il primo elicottero atterrò vicino all’accampamento devastato, la sabbia che sferzava come una tempesta in miniatura. Bailey, Annie, Arthur, Storm e Strong – quest’ultimo rosso come un peperone e sudato come se avesse corso una maratona nel Sahara, il che non era lontano dalla realtà – salirono a bordo insieme ad alcuni soldati yemeniti con le uniformi polverose e sguardi stanchi di chi era abituato a questo tipo di cose.

C’era anche una giornalista – una donna sulla trentina con un completo beige che sembrava assurdamente fuori posto nel deserto, il tessuto già coperto di sabbia nonostante i suoi migliori sforzi, trucco perfetto nonostante il calore soffocante che avrebbe sciolto il cemento, sorriso professionale stampato sul viso come un adesivo. E un cameraman con una telecamera sulla spalla, la lucina rossa già accesa, il fiatone.

L’elicottero si alzò in volo con un sobbalzo che fece sbattere i denti a Bailey. Il secondo rimase a terra, i soldati che iniziavano a caricare i terroristi catturati – legati con le catene digitali di Arthur che ancora brillavano intorno ai loro polsi, i volti coperti di sabbia e confusione.

Dentro l’abitacolo era rumoroso. Il battito dei rotori che vibrava attraverso il metallo, che entrava nelle ossa. Il sibilo del vento dalle porte aperte. I soldati seduti lungo i lati con le armi tra le gambe, gli occhi fissi nel vuoto, il tipo di sguardo di chi ha smesso di farsi domande.

Bailey si sedette su una delle panche laterali, continuando a toccarsi la spalla. Non faceva male – non c’era più dolore, nemmeno un’eco – ma sentiva ancora un’impronta fantasma, come se il corpo ricordasse il proiettile anche dopo che la carne lo aveva dimenticato. La pelle nuova era strana al tatto – troppo liscia, troppo perfetta, troppo giovane rispetto al resto.

Annie si sedette accanto a lui, guardando fuori dal finestrino – il deserto che si allontanava sotto di loro, le dune che diventavano piccole, il campo distrutto che diventava un punto marrone in un mare di rosso. Arthur prese posto dall’altra parte dell’elicottero, lo sguardo fisso sul pavimento metallico, evitando qualsiasi contatto visivo. Le mani intrecciate in grembo. La mascella contratta.

Storm e Strong invece erano già davanti alla telecamera, sorridenti e sudati, come se avessero appena vinto una partita di calcetto e non catturato venti terroristi nel deserto.

«È stata un’operazione perfetta!» Storm parlava con quella voce da intervista che Bailey detestava – troppo allegra, troppo modulata, troppo piena di punti esclamativi. «Siamo entrati, abbiamo neutralizzato la minaccia, nessun civile ferito. Questo è ciò che facciamo. Questo è ciò che siamo.»

«Sì!» Strong fletté i muscoli per la telecamera, il sudore che gli brillava sulla pelle come olio. «E quella tempesta di sabbia? È stata PAZZESCA! Non ho mai visto niente del genere! La nostra nuova compagna è una BESTIA!»

La giornalista annuiva entusiasta, il microfono teso verso di loro come una canna da pesca. «E voi avete lavorato perfettamente come squadra. Parliamo della nuova arrivata – Rift. Come è stato lavorare con lei?»

Storm esitò per una frazione di secondo, il sorriso che vacillava come la fiamma di una candela. «È stata… efficiente. Molto efficiente.»

«Una vera macchina da guerra!» aggiunse Strong.

La giornalista si voltò, gli occhi che si spostarono su Bailey. Il sorriso si allargò – quello delle esclusive, quello dei momenti televisivi, quello che significava questo frammento farà gli ascolti.

«E tu, Empathy. Abbiamo visto tutto dal drone. Come sta la tua ferita?»

«Bene.»

Voleva solo essere lasciato in pace. Voleva chiudere gli occhi e non pensare a niente – non al proiettile, non ad Arthur, non al paracadute difettoso, non a niente. Ma la giornalista non aveva finito. Si avvicinò, il microfono che si allungava verso di lui come un tentacolo.

«Il tuo paracadute non si è aperto, giusto?»

«No.»

«Se non fosse stato per l’intervento di Rift, saresti morto.»

«Già» mormorò Bailey pensieroso.

Il paracadute. Il pensiero gli girava nella testa come un cane che insegue la propria coda. Era strano che non avesse funzionato. Cardinal era troppo scrupolosa per commettere errori del genere. Controllava tutto tre volte. Non lasciava nulla al caso. Ogni dettaglio pianificato, ogni variabile calcolata, ogni rischio valutato. Non commetteva errori. Mai.

Che l’avessero sabotato apposta? Consapevoli che Annie si sarebbe precipitata a salvarlo? Per creare un momento da diretta televisiva? Per testare i limiti di Annie? Per vedere quanto velocemente reagiva, quanto era disposta a rischiare? Sarebbe stato tipico dell’Agenzia. Tipico di Cardinal. Il tipo di decisione che prendeva con la stessa indifferenza con cui ordinava il pranzo.

«Abbiamo filmato tutto dal drone. Il modo in cui hai eroicamente protetto il tuo compagno Cipher, usando il tuo corpo come scudo. Proprio come con quel bambino durante l’attacco del Leviatano.» La giornalista gli sorrise – un sorriso caldo, ammirato. «È stato incredibile.»

Si voltò, piantando il microfono sotto il naso di Annie.

«Rift, cosa hai provato durante la missione? Dev’essere stato intenso.»

Annie si limitò a fissare il vuoto oltre il finestrino, come se la giornalista non esistesse.

Il silenzio si prolungò. Imbarazzante. La telecamera che continuava a registrare, la lucina rossa che lampeggiava come l’occhio di un ciclope paziente.

La giornalista esitò, il sorriso che si incrinava. Poi tornò verso Bailey, ripiegando sull’opzione più sicura.

«Beh! Sei stato molto coraggioso. Salvare Cipher in quel modo… è stato un gesto così romantico…» Si sporse in avanti, gli occhi che brillavano. «Voi due avete in programma di sposarvi?»

Il cuore di Bailey saltò un battito. Guardò verso Arthur, cercando aiuto, cercando qualsiasi cosa – un segnale, un’indicazione di cosa dire, una zattera in un mare di imbarazzo.

Arthur alzò lo sguardo dal pavimento e sorrise. Quel sorriso perfetto, impeccabile, che non raggiungeva mai gli occhi. «Sto ancora aspettando la proposta» disse con leggerezza.

La giornalista si rivolse alla telecamera, eccitata. «Avete sentito? Cipher sta aspettando che Empathy faccia la proposta! Oh, questo è meraviglioso! Speriamo che accada presto! E voi a casa, continuate a seguire le avventure dei nostri eroi. Sono Sarah Mitchell, in diretta dallo Yemen. Linea allo studio!»

Il cameraman abbassò la telecamera. La lucina rossa si spense.

La giornalista lanciò un’occhiata perplessa verso Annie – ancora immobile, ancora silenziosa – poi si allontanò con il cameraman, tornando a sedersi dall’altra parte dell’elicottero, mormorando qualcosa al collega.

Strong guardò Bailey, gridando sopra il rumore dei rotori. «QUINDI AVETE DAVVERO INTENZIONE DI SPOSARVI?»

Bailey aprì la bocca. Non uscì niente. Non sapeva cosa dire. Non sapeva nemmeno se fossero ancora insieme. Se insieme avesse ancora un significato.

Arthur rispose di nuovo per lui. «Ci stiamo pensando» disse con lo stesso tono leggero, sorridente. Il pilota automatico della recita pubblica, infallibile.

Bailey deglutì, la gola stretta come un pugno chiuso. Spostò lo sguardo fuori dal finestrino, verso il deserto che scorreva sotto di loro.

All’aeroporto yemenita salirono di nuovo sul jet.

Il calore del deserto li seguì dentro per un momento – quella vampata secca che bruciava i polmoni come respirare fuoco – poi le porte si chiusero e l’aria condizionata riprese il controllo. Il fresco artificiale che avvolgeva i corpi sudati, la pelle che si contraeva per il cambio di temperatura.

Cardinal li attendeva, seduta nella sua poltrona con il tablet in mano, le gambe accavallate con eleganza, come se non si fosse mossa di un centimetro nelle ore in cui loro rischiavano la vita nel deserto. «Lavoro eccellente» disse mentre si sedevano, gli occhi che scorrevano sullo schermo senza mai alzarsi. «Operazione completata in dodici minuti. Venti ostili neutralizzati. Zero vittime civili. Zero vittime tra le nostre forze.»

«Il mio paracadute non ha funzionato» disse secco Bailey.

«Sì, dev’essere stato difettoso» replicò con calma Cardinal, continuando a scorrere le informazioni sul tablet come se Bailey avesse appena menzionato il meteo.

«È strano. Quello di Strong ha funzionato benissimo.»

Cardinal alzò lo sguardo su di lui. I suoi occhi – marroni, freddi, calcolatori – lo fissarono per un momento. «Gli incidenti capitano, Empathy.»

«L’hai fatto apposta» sputò rabbioso Bailey. «L’hai sabotato.»

Lei sorrise – un sorriso lento, calcolato. Non disse nulla. Non confermò. Non negò. Lasciò che il silenzio parlasse al posto suo, il che era peggio di qualsiasi ammissione.

«Potevo morire!»

«La tua amica non lo avrebbe mai permesso.» Cardinal lanciò un’occhiata verso Annie, seduta qualche fila più indietro con la stessa espressione vuota di sempre. «Ti sei comportata bene» le disse. Poi scrollò sul tablet, lo schermo che si illuminava di grafici e numeri. «Vediamo… Empathy, avevi subito un grosso calo nelle classifiche dopo lo scandalo con la Grant. Eri sceso al quarantaduesimo posto nella graduatoria degli eroi più amati del Regno Unito.»

Bailey strinse i pugni sulle ginocchia. Le classifiche. Le fottute classifiche.

«Ma dopo oggi?» Il sorriso di Cardinal si allargò. «Sei schizzato al nono posto. Sei di nuovo un eroe. Il video in cui ti fai sparare per proteggere Cipher ha già trenta milioni di views. E tu, Rift.» Si voltò verso Annie. «Sei in cima a tutte le classifiche. Twitter, Instagram, TikTok. I video della tempesta di sabbia hanno fatto cinquanta milioni di views in meno di due ore. La gente ti adora. "Rift è la nuova Regina" è il primo trend su X.»

Annie non diede cenno di averla sentita. Fissava il finestrino con la stessa intensità con cui fissava tutto – come se guardasse attraverso il vetro, attraverso il cielo, attraverso la realtà stessa.

«Ho programmato un’intervista per te. BBC Heroes Channel. Stasera alle otto. Dovremmo atterrare a Londra verso le sei, il che ti dà due ore per prepararti.»

«Annie non vuole rilasciare interviste» ringhiò Bailey.

«Non è una richiesta, Empathy. Il pubblico vuole saperne di più sulla nuova eroina. Vogliono conoscere la sua storia. Vogliono sentire la sua versione dei fatti riguardo alla morte di Freeze. Vogliono sapere chi è questa misteriosa figura che è sbucata dal cielo.»

Storm, seduta qualche fila più avanti con Strong, commentò ad alta voce – abbastanza forte da essere sicura che tutti sentissero: «Beh, sarà un’occasione perfetta per la nostra nuova stella per stare al centro dell’attenzione che tanto desidera. Voglio dire, dopo uno spettacolo del genere, chi non vorrebbe più attenzione? Tutti quegli applausi. Tutti quei like. Dev’essere bellissimo.»

Bailey si voltò verso Annie, sussurrando: «Non devi farlo per forza…»

«Non ha importanza» disse lei, la voce piatta. «Non me ne frega niente.»

A sera, Bailey aiutò Annie a prepararsi per l’intervista.

Aiutò era un termine generoso. Quello che fece fu tirare fuori vestiti dall’armadio e guardarla rifiutarli uno dopo l’altro.

«Hai bisogno di qualcosa di più… professionale.» Tirò fuori abiti, scartandoli uno dopo l’altro come carte da gioco in una mano perdente. «Ecco. Questo.»

Estrasse uno dei suoi completi – giacca e pantaloni grigi che usava per le apparizioni ufficiali. Camicia bianca stirata – da Arthur, ovviamente, perché Bailey non sapeva stirare una camicia nemmeno sotto la minaccia di un fucile. Cravatta a righe che Annie rifiutò immediatamente.

«Non la indosso.»

«Va bene. Niente cravatta.»

Annie si vestì nella camera degli ospiti. Quando uscì, Bailey la osservò con crescente disagio.

Il completo le cadeva addosso come un sacco. Era fatto per Bailey – largo di spalle, stretto di fianchi. Su Annie sembrava un lenzuolo con pretese sartoriali. Le maniche della giacca che coprivano metà delle mani. I pantaloni troppo lunghi che si ammucchiavano sulle scarpe, creando pieghe che avrebbero fatto piangere un sarto.

Le scarpe erano la parte peggiore. Annie indossava gli stivaletti comprati con Bailey, che stonavano decisamente col resto.

Lui la osservò, dubbioso. «Forse potremmo chiedere alle costumiste della BBC se hanno qualcosa di più adatto…»

«Va bene così» disse Annie, sistemandosi la giacca larga senza interesse.

Bailey sospirò. «Okay. Andiamo.»

Raggiunsero gli studi della BBC a White City per la seconda volta in tre giorni.

L’edificio era lo stesso – lo scatolone di vetro e acciaio che brillava nella sera londinese – ma l’atmosfera era diversa. Più elettrica. Più frenetica. La notizia dell’intervista con Rift aveva attirato giornalisti e curiosi che si accalcavano all’esterno – furgoni delle news parcheggiati in doppia fila, telecamere puntate verso l’ingresso, gente con telefoni alzati.

Bailey e Annie vennero accompagnati nei camerini attraverso corridoi affollati di tecnici e assistenti che parlavano nelle cuffiette, che correvano con pile di fogli, che si gridavano ordini a vicenda. L’energia nel corridoio era quella di una sala parto – frenetica, ansiosa, piena di aspettativa.

Due truccatrici si avvicinarono subito ad Annie, sorridenti e armate di pennelli e spugnette, come chirurghe pronte per un’operazione estetica.

«Okay tesoro, siediti qui. Ti facciamo bella per le telecamere.»

Annie si ritrasse. «No.»

«Oh, solo un po’ di fondotinta. Per uniformare la…»

«Ho detto no.»

La truccatrice esitò, guardando Bailey come per chiedere aiuto. Lui alzò le mani in un gesto di resa.

«Ma… la luce delle telecamere è molto forte. Senza trucco sembrerai lavata e…»

«Ho detto di no.»

Le truccatrici si scambiarono occhiate nervose – il linguaggio universale di non mi pagano abbastanza per gestire questa situazione. Poi si allontanarono, mormorando tra loro, lanciando occhiate indietro come se Annie fosse un fenomeno inspiegabile.

Bailey era sempre più agitato. La serata non prometteva bene. La donna dell’ufficio stampa dell’Agenzia entrò – la stessa della volta precedente, tailleur nero impeccabile, tablet stretto al petto come uno scudo, l’espressione di chi non ha dormito abbastanza e vive di caffè e ansia.

«Rift! Okay, abbiamo pochissimo tempo. Il presentatore è Marcus Whitfield, molto popolare, pubblico giovane, stile informale. Farà domande sulla missione di oggi, su Freeze, sulla tua origine. Ecco le risposte approvate.»

Passò ad Annie un foglio stampato. Lei non lo guardò neppure. Il foglio restò in aria tra di loro per un momento imbarazzante, poi la donna lo appoggiò sulla sedia accanto.

«Leggi questo. Memorizzalo. Quando ti chiede di Freeze, dici che è stato un tragico malinteso, che ti dispiace profondamente, che hai accettato di unirti alla squadra per onorare la sua memoria. Quando ti chiede del tuo potere, dici che è un dono che intendi usare per proteggere le persone. Quando ti chiede del tuo passato, dici che preferisci concentrarti sul futuro. Chiaro?»

Annie continuò a fissare il vuoto. La donna avrebbe potuto parlare al muro e ottenere lo stesso risultato.

«Rift? Mi stai ascoltando?» Si voltò verso Bailey, esasperata. «Puoi farle capire quanto sia importante che faccia bella figura?»

«Lei… farà del suo meglio.»

Non ne era affatto sicuro.

Un assistente bussò alla porta. «È ora. Rift, sei pronta?»

Annie si alzò, dirigendosi verso il corridoio senza una parola.

Bailey la seguì, mormorandole nell’orecchio: «Attieniti a quello che ti hanno detto. E non fare scena muta. Per favore.»

Arrivarono dietro le quinte. Il pubblico in studio applaudiva per qualcosa – la battuta di apertura del presentatore. Il rumore filtrava attraverso le tende pesanti come il rombo di un temporale lontano.

Marcus Whitfield era sul palco – sulla trentina, capelli perfetti come da pubblicità di shampoo, completo blu scuro sartoriale con risvolti lucidi, sorriso da mille watt che brillava sotto le luci dei riflettori. Il tipo di faccia di cui la gente si fidava istintivamente e che non meritava quella fiducia.

«E ora» disse nel microfono, la voce che riempiva lo studio con entusiasmo studiato. «Il momento che tutti stavate aspettando. Ha salvato vite oggi nel deserto yemenita. Ha un potere che sfida la nostra comprensione. È la nuova stella della Task Force di supereroi. Per favore, accogliete con un caloroso applauso… RIFT!»

Musica drammatica. Luci che si muovevano. Il pubblico che esplose in applausi – condizionati, eccitati, curiosi.

Annie entrò in scena a testa alta, il completo troppo grande che le ciondolava addosso. Gli stivaletti che cigolavano sul pavimento lucido. Ignorò tutto – le luci accecanti, le telecamere che la seguivano, gli applausi che riempivano la sala – e si sedette sul divano con l’aria di chi aspetta l’autobus in una giornata di pioggia.

Marcus le si avvicinò, mano tesa, sorriso smagliante. «Benvenuta! È un piacere averti qui!»

Annie rimase seduta, le mani in grembo, gli occhi fissi davanti a sé.

Dietro le quinte, Bailey scosse la testa, chiudendo gli occhi.

Marcus lasciò cadere la mano, ridendo nervosamente. «Beh! Vedo che la nostra nuova eroina non conosce ancora le buone maniere britanniche!»

Alcune risate imbarazzate dal pubblico. Qualcuno tossì. Il silenzio che seguì era il tipo che potevi tagliare con un coltello e servirlo su un piatto.

Marcus si sedette sulla sua poltrona, incrociando le gambe con disinvoltura studiata. «Allora, Rift. Raccontaci un po’ di te. Chi sei? Da dove vieni? Fatti conoscere dal nostro pubblico.»

«Chiedimi ciò che ti interessa davvero.»

Marcus sbatté le palpebre, colto alla sprovvista. Il sorriso che vacillò per un decimo di secondo prima di tornare al suo posto. «Oh. Okay. Diretta al punto. Mi piace.» Si aggiustò nervosamente la cravatta. «Bene. Allora… come mai hai ucciso Freeze?»

Il pubblico si zittì. Un silenzio pesante, carico.

«Mi sono difesa. Tu avresti fatto la stessa cosa se qualcuno avesse provato a ucciderti.»

«Ma Freeze era un eroe. Non ti avrebbe mai fatto del male.»

«Sei mai stato congelato?»

Marcus aggrottò le sopracciglia. «Scusa?»

«Sei mai stato congelato?»

«No, direi di no…»

«Beh, non è piacevole. Lui mi ha attaccata. Io ho reagito. Fine della storia.»

Marcus esitò, cercando di riprendere il controllo dell’intervista, di ritrovare il filo del suo copione. «Sì, ma… solo perché pensava fossi un pericolo. Hai fatto esplodere quell’alieno gigante…»

«Leviatano.»

«Cosa?»

«Si chiamano Leviatani. E sì, è l’unico modo per ucciderli. Dall’interno.»

«Dall’interno» ripeté Marcus, scettico. «Tu sei sbucata insieme a lui da quello squarcio nel cielo, giusto?»

«Si chiama porta. O almeno così la chiamo io.»

«Tu… cosa sei, esattamente?»

«Non sono un alieno, se è questa la domanda.»

«Sì, questo l’avevo capito… intendo dire: sei in grado di viaggiare tra le dimensioni, giusto? Universi paralleli e tutta quella roba lì…»

«È complicato.»

«Vuoi provare a spiegarlo, per il pubblico?»

«Sarebbe inutile. Non capirebbero niente.»

Il silenzio continuava, glaciale. Le telecamere non smettevano di registrare, implacabili. Un operatore dietro le quinte si voltò verso il collega, accigliato.

Marcus si guardò intorno con un sorriso nervoso, cercando complici nel pubblico. «Okay… tu sei in grado di manipolare la materia, giusto?»

«Sì.»

«E affermi di aver ucciso Freeze per legittima difesa?»

«Sì.»

«Quindi, ricapitolando.» Marcus si sporse in avanti, cercando di sembrare incisivo. «Non sei un alieno. Puoi viaggiare tra i mondi. E hai ammazzato uno dei nostri supereroi perché pensavi volesse ucciderti.»

«Devi continuare a ripeterlo o possiamo andare avanti?»

Gli occhi di Marcus si strinsero. Il sorriso che diventava più forzato, le labbra tirate sui denti come una maschera che non aderisce più. «Ti senti in colpa, per ciò che hai fatto?»

«No.»

Un mormorio sommesso dal pubblico. Qualcuno scosse la testa. Una donna in prima fila incrociò le braccia.

«È un’affermazione forte, la tua» disse Marcus. «Però stai collaborando con l’Agenzia adesso. Vuoi dire che non lo stai facendo per rimediare al tuo errore?»

«No.»

Altro brusio. Più forte. Alcune voci arrabbiate si alzarono dal pubblico.

«E cosa ti spinge, allora?»

«È importante?»

Marcus unì le mani sulla scrivania, assumendo un’espressione seria – la faccia da adesso facciamo sul serio. «Un eroe deve essere spinto da una motivazione. Giustizia. Protezione degli innocenti. Qualcosa.»

«Fama. Soldi. Quello che vi pare.»

«Un po’ egoista, non trovi?»

«Le persone sono sempre egoiste. Anche quando fingono di non esserlo.»

«Non sono d’accordo.» Marcus si animò, sentendo finalmente terreno solido sotto i piedi. «Prendi Empathy, per esempio. Ha salvato un bambino che stava per finire schiacciato dalla creatura che tu hai portato nel nostro mondo. Non aveva motivo di mettere a rischio la sua vita per salvarlo. Eppure lo ha fatto. O il modo in cui ha protetto il suo compagno Cipher oggi, facendosi sparare al posto suo. Gesti nobili, non trovi?»

«È solo stupido. Sarebbe già morto se qualcuno non gli avesse salvato il culo.»

I mormorii continuarono, più forti. Contrariati. Alcuni "BUU!" si alzarono dal pubblico come spari.

«Perciò, secondo la tua visione» disse Marcus con tono tagliente, «i supereroi, o chi segue il loro esempio, sono un branco di idioti.»

«La maggior parte di loro lo è.»

Il mormorio salì di tono. Più "BUUU!". Qualcuno urlò: «Vattene!» Un altro: «Vergogna!»

Marcus rise, ma non c’era allegria. «Sai che siamo in diretta nazionale, vero? Quelle sono telecamere. Milioni di persone ti stanno guardando.»

«Non sono venuta qui in cerca di approvazione.»

«Sì, lo vedo.» Marcus si sistemò la giacca. «Pensi di portare altre… meraviglie nel nostro mondo?»

«Ci sto pensando.»

Il silenzio tornò a calare sullo studio. Nessuno respirava. Nemmeno le telecamere sembravano muoversi.

«È… una battuta, giusto?» chiese titubante Marcus.

«No.»

Sguardi allarmati. Qualcuno urlò dal pubblico: «Sei pazza!» Un altro: «Arrestatela!» Una donna si alzò e uscì dalla fila di sedie, dirigendosi verso l’uscita.

«Suvvia» disse Marcus, sistemandosi nervosamente la giacca per l’ennesima volta. «Sono sicuro che stesse scherzando. Bene, Rift, quali sono i prossimi piani dell’Agenzia?»

«Espandere la sua influenza, immagino.»

«Ancora?»

«Chi ha potere vuole solo più potere. È sempre stato così.»

«Beh, non posso darti torto su questo punto. Tu… ehm… vuoi dire altro?»

«No.»

«Bene. Bene…» Marcus si voltò verso la telecamera, il sorriso che tornò come per magia, come un interruttore acceso. «Allora salutiamo i nostri cari telespettatori e il pubblico qui in studio. Un abbraccio dal vostro Marcus Whitfield, da BBC Heroes Channel. Torneremo con le ultime novità sui nostri beniamini dopo la pubblicità!»

Musica. Luci che si abbassarono. Fine.

Marcus smise di sorridere come se qualcuno gli avesse tagliato i fili. Guardò accigliato Annie, che si stava già alzando dal divano. «Sei fuori di testa, ragazza» disse con voce bassa, il microfono spento. «Hai idea di quanta merda ti lanceranno addosso dopo questa intervista?»

Annie scese dal palco senza rispondere, camminando verso le quinte con la stessa noncuranza con cui ci era entrata.

La donna dell’ufficio stampa le andò incontro come un treno in corsa. Stringeva convulsamente il tablet, pallida in volto come se avesse appena assistito a un incidente mortale. «Che cazzo hai combinato?» sibilò, la voce che tremava di rabbia e panico. «Hai detto l’esatto opposto di tutto quello che ti avevo chiesto! Hai minacciato di portare altri mostri! Hai insultato gli eroi! Ti rendi conto di cosa hai fatto?»

Annie passò oltre senza rispondere, senza rallentare, senza guardarla. «Andiamo» disse a Bailey.

«Davvero pensi che io sia un idiota?» chiese lui, raggiungendola.

«Non ne ho mai fatto mistero, mi sembra.»

«Cazzo, Annie. Va bene essere sinceri, ma quello che hai fatto là dentro…»

«Ho fame» lo interruppe Annie. «Ti va del sushi?»

Bailey la portò da Nobu – uno dei ristoranti di sushi più famosi di Londra, perché se doveva accompagnare Annie a distruggere la sua reputazione pubblica almeno poteva farlo con dello yellowtail sashimi.

Era a Mayfair, in una strada tranquilla nascosta dietro Park Lane, lontano dalla frenesia di Oxford Street. Dall’esterno sembrava quasi anonimo – solo una porta scura con il nome in lettere discrete, come se il lusso fosse troppo raffinato per farsi pubblicità. Ma dentro era puro minimalismo giapponese che trasudava denaro da ogni centimetro quadrato.

Pareti di legno scuro e linee pulite. Illuminazione soffusa che creava ombre morbide e intime. Un lungo bar dove chef con cappelli bianchi e grembiuli immacolati preparavano sushi con movimenti precisi, quasi rituali. L’odore era una sinfonia di pesce fresco, wasabi, salsa di soia, riso caldo.

Si sedettero a un tavolo nell’angolo, lontano dagli altri clienti – coppie ricche che si parlavano piano, uomini d’affari con le cravatte allentate dopo la giornata. Una cameriera in kimono portò i menù – rilegati in pelle nera con caratteri dorati, pesanti come libri sacri.

Annie lo aprì, scorrendo velocemente le pagine. Poi iniziò a ordinare senza esitazione, come se avesse aspettato questo momento per anni. Che probabilmente era esattamente il caso.

«Black cod miso. Yellowtail jalapeño. Rock shrimp tempura. Salmon sashimi. Toro sashimi. Spider roll. Dragon roll. Rainbow roll. Edamame. Gyoza. Miso soup.»

La cameriera segnava veloce sul tablet, gli occhi che si allargavano a ogni nuovo piatto. «È… è tutto?»

«No. Anche il wagyu beef. E sake. Una bottiglia. La migliore.»

La cameriera guardò Bailey, cercando conferma, probabilmente chiedendosi se dovesse chiamare il manager o direttamente la polizia.

«Sei sicura che riuscirai a mangiare tutta questa roba?» domandò lui.

«Stai facendo il tirchio?»

«No! Cazzo» disse risentito Bailey, pensando però che il conto avrebbe richiesto un secondo mutuo sull’attico. «Mi preoccupo solo che tu non ti senta male.» Si rivolse alla cameriera. «Va bene così. Portate tutto.»

Il cibo arrivò in ondate. Piatto dopo piatto. Vassoio dopo vassoio. Sushi disposto con precisione geometrica su ceramiche eleganti – bianco, nero, azzurro, ogni piatto scelto per complementare il colore del cibo. Sashimi che brillava sotto la luce soffusa – rosa salmone, rosso tonno, bianco perlaceo del branzino, le venature sottili della carne che scintillavano come minerali. Tempura croccante che fumava ancora, il fritto così leggero da sembrare una nuvola dorata. Carne wagyu che sembrava marmo rosa, così marmorizzata che praticamente si scioglieva sulla lingua prima che i denti avessero il tempo di intervenire.

Annie mangiò con la stessa concentrazione reverenziale con cui aveva mangiato la pizza fredda nell’attico e le patatine a Hyde Park – come se ogni boccone fosse un sacramento, ogni sapore un ricordo che si riformava dopo sette anni di assenza. Le bacchette che si muovevano con efficienza meccanica – afferrare, portare alla bocca, chiudere gli occhi per un istante, deglutire, ripetere. Dopo sette anni di scoiattoli viola e meduse che sapevano di gomma, un pezzo di toro sashimi doveva essere il paradiso in forma solida.

Bailey la osservava, mangiando il suo roll molto più lentamente, assaporando ogni boccone. Il silenzio tra loro era disturbato solo dalla musica lounge di sottofondo – qualcosa di jazzy e discreto – e dal tintinnio occasionale di piatti da altri tavoli.

Poi Bailey disse: «Senti, odio dover dar ragione a quelli dell’ufficio stampa, ma hai un po’ esagerato.»

«Non ho detto nulla di che.»

«Hai minacciato di far entrare altri alieni nel nostro mondo! In diretta nazionale!»

«Sai che non lo farò.»

«Sì, ma… cristo, Annie, potevi almeno fingere che ti dispiacesse per Freeze.»

«Perché avrei dovuto? Non lo conoscevo. Non rappresenta niente per me.»

Bailey tacque, giocherellando con le bacchette. Le fece roteare tra le dita, un trucco inutile che aveva imparato in un ristorante giapponese anni fa per impressionare Arthur, che non si era mai impressionato.

«Cos’è successo con l’altra te?»

Annie masticò, senza rispondere. Un pezzo di spider roll che scomparve in silenzio.

«Annie…»

«Che importa?»

«Importa eccome. Se è ancora viva da qualche parte…»

«È morta» disse lei seccamente.

«L’hai…»

«Sì.»

Bailey abbassò lo sguardo sul piatto. Un pezzo di sashimi che non aveva più appetito di mangiare. Il rosa della carne del salmone che gli sembrò improvvisamente troppo vivido, troppo reale. «Dev’essere stato… difficile.»

«Sì» ripeté Annie con calma innaturale. «È stato come uccidere me stessa.»

Quelle parole gli si piantarono nello stomaco. Le immaginò – due Annie, una di fronte all’altra, la stessa faccia, gli stessi occhi. E una che uccideva l’altra. O l’altra che moriva. O entrambe le cose allo stesso tempo.

«Mi dispiace.»

Calò di nuovo il silenzio, interrotto solo da una risata soffocata da qualche parte.

«Beh, almeno adesso non è più un problema.»

«Lei e molte altre» mormorò Annie.

Bailey posò le bacchette. «Cosa?»

Annie posò le sue. Guardò il piatto ancora mezzo pieno – pezzi di sushi perfetti che non aveva toccato – poi alzò lo sguardo, fissando il vuoto oltre la spalla di Bailey.

«Ne ho uccise altre. Di Annie. Mentre viaggiavo tra i mondi.»

Bailey rimase immobile. Il ristorante intorno a loro – le risate, la musica, il tintinnio – sembrò allontanarsi, come se qualcuno avesse girato il volume del mondo verso il basso.

«Una diceva di essere dio. La veneravano su quel mondo. Avevano costruito templi in suo onore. Statue d’oro alte come palazzi. Migliaia di fedeli che si prostravano al suo passaggio.» Annie parlava con voce piatta, come se stesse leggendo da un rapporto. «Facevano sacrifici, e non sto parlando di galline. Bambini. Vergini. Chiunque lei indicasse. Credeva di poter leggere i pensieri delle persone. Uccideva gente senza ragione, solo perché secondo lei l’avevano contraddetta, anche se non aprivano bocca.»

Fece una pausa. Le dita che giravano lentamente il bicchiere di sake, creando cerchi sul tavolo bagnato.

«L’ho uccisa pensando di fare un favore a quelle persone. Di liberarle da un mostro. Ma ho solo peggiorato le cose.»

Era il discorso più lungo che le avesse mai sentito fare da quando era tornata. Forse il più lungo da sempre.

«Sono impazzite senza di lei. Hanno iniziato a uccidersi a vicenda. A suicidarsi in massa, dicendo che il loro dio era morto e che non c’era più ragione di vivere. A dare fuoco alle città. Come se non avessero più nulla per cui esistere. Così me ne sono andata.»

Prese il sake, versandosene un bicchiere. Lo buttò giù in un sorso.

«Sono finita in un altro mondo. Anche lì ero la fottuta cattiva. Una specie di Hitler, solo senza baffi e con le tette.» Un’ombra di qualcosa – non un sorriso, l’eco lontana di un sorriso che non ce l’aveva fatta ad arrivare alla superficie. «Era convinta che solo le persone con i superpoteri meritassero di riprodursi. Che erano gli eletti di dio. Tutti gli altri erano bestiame. Sterilizzazioni forzate. Campi di concentramento.» Le parole che uscivano con la stessa intonazione piatta, senza enfasi, senza orrore. «Ho ucciso anche lei.»

Si versò altro sake.

«Non è servito a un cazzo. L’hanno rimpiazzata con un altro matto nel giro di una settimana. Così me ne sono andata. Di nuovo.» Bevve. «Volevo solo tornare a casa. Ma continuavo a finire in posti diversi. C’era sempre qualcosa di sbagliato. Sempre qualche versione di me che aveva perso la testa. O che era stata uccisa. O che aveva ucciso. E non importava cosa facessi, finiva sempre tutto a puttane.»

Riempì di nuovo il bicchiere. Il sake che scintillava sotto la luce soffusa.

«Finché non sono tornata qui. Dopo sette fottuti anni. Solo per scoprire che quelli che consideravo amici si sono arricchiti sulle mie spalle. E che i miei genitori sono morti in un cazzo di incidente che forse avrei potuto evitare se fossi stata qui.»

Bailey sentì tutta la sua rabbia, il suo dolore, la sua solitudine schiacciarlo come un macigno. Un’onda di emozioni così intensa che gli tolse il respiro. Annie stava finalmente sentendo qualcosa. Dopo giorni di vuoto e impassibilità, il muro si era incrinato.

Le prese la mano sul tavolo e la strinse forte. Le dita di lei erano fredde.

«Annie, io…»

«Dovresti fare rapporto a Cardinal.»

Bailey sbatté le palpebre, confuso. «Cosa?»

«Su quello che ti ho detto. Così non potrà lamentarsi che non stai facendo il tuo lavoro di spione.»

«Cazzo.» Bailey la guardò, incredulo. «È questo che pensi? Che lo stia facendo per farmi bello con l’Agenzia?»

«No, non sei così intelligente. Ma quella Cardinal ti tiene per le palle. È meglio che tu le dia qualcosa. Qualche osso da rosicchiare.»

Annie ritirò la mano e riprese a mangiare. Con la stessa concentrazione di prima. Come se la conversazione non fosse mai avvenuta.

Bailey la guardò per un lungo momento. Poi tornò al suo piatto, pensando a tutto quello che aveva sentito.

E si chiese, non per la prima volta, cosa sarebbe successo se anche lei avesse perso la testa.

8 Capitolo 8

L’indomani, Bailey venne svegliato presto dall’ennesima chiamata.

Sbuffando, allungò la mano verso il comodino, brancolando alla cieca finché non trovò il telefono. Lo schermo brillava troppo forte nel buio della stanza, proiettando un rettangolo di luce bianca sul soffitto. Il nome di Dirk lampeggiava come un avvertimento – un semaforo rosso che non smetteva mai di accendersi.

Rispose con voce strascicata: «Che altro c’è?»

«Tu vuoi farmi venire un infarto.» La voce di Dirk era tesa, più tesa del solito. Quel tono che usava quando qualcosa era andato davvero a puttane – non il tono da siamo in un mare di merda del solito, ma quello da il mare di merda si è alzato e ci sta sommergendo. «È così, vero? È il tuo obiettivo nella vita. Farmi crepare.»

Bailey si passò una mano sul viso, sentendo la barba di due giorni che gli graffiava il palmo. L’attico era buio e silenzioso. «Se ti verrà un infarto sarà per tutta quella coca che sniffi, non per colpa mia.»

«Accendi la TV.»

«Devo proprio?»

«MUOVI IL CULO.»

Bailey sospirò – il tipo di sospiro che viene dal fondo dei polmoni e che porta con sé il peso di tutti i sospiri precedenti. Si trascinò fuori dal letto. Il corridoio buio. Sbatté gli occhi infastidito quando arrivò al salotto, illuminato a giorno. Trovò il telecomando sotto un cuscino del divano e accese la TV.

Non ebbe bisogno nemmeno di cambiare canale.

Sullo schermo vide sé stesso e Annie al ristorante di sushi. Riprese traballanti da cellulare, probabilmente di qualcuno seduto a pochi tavoli di distanza – qualche stronzo con lo smartphone puntato sotto il tavolo che si era fatto i fatti loro tra un piatto di edamame e l’altro. La qualità era pessima – sgranata, tremolante, i colori sbiaditi dalla luce soffusa del ristorante – ma si vedeva chiaramente. Bailey che allungava la mano sul tavolo per prendere quella di Annie. L’inquadratura che zoomava su quel contatto – le dita intrecciate, la pelle chiara di lei contro quella più scura di lui. I loro volti vicini nella luce soffusa del ristorante. Due sagome piegate l’una verso l’altra in quello che, fuori contesto, sembrava inequivocabilmente un appuntamento romantico.

Poi la linea passò allo studio – un programma del mattino che trattava gossip. Morning Buzz o qualcosa del genere. Colori sgargianti, musichetta allegra, quell’energia forzata da prima mattina.

Il titolo in sovrimpressione recitava: "EMPATHY E RIFT: UN NUOVO AMORE?"

Due presentatori – una donna sui sessanta con troppo botox che le tirava la pelle del viso come un tamburo, e un uomo con troppo gel nei capelli che brillavano sotto le luci dello studio come una palla da discoteca – stavano discutendo della scena, ridacchiando come adolescenti al primo appuntamento.

«Guardate come la guarda!» disse la donna, indicando lo schermo alle sue spalle dove il video girava in loop. «Quello è uno sguardo da innamorato!»

«E lei sembra così vulnerabile in quel momento. Dopo l’intervista disastrosa di ieri sera, è chiaro che aveva bisogno di conforto. E chi meglio di lui per confortarla?»

«Pensi che stiano davvero insieme?»

«Guarda le prove! La cena romantica in un ristorante da cinquecento sterline a coperto, le mani intrecciate, quegli sguardi intensi…»

«Ma che cazzo…» disse piano Bailey.

«Sei ancora lì?» La voce di Dirk nell’orecchio, impaziente. «Sul serio, B.B. Dovevi proprio portarla fuori a cena? Dopo la figura che ha fatto in televisione? Non potevate restarvene a casa e ordinare da asporto come persone normali?»

«È un’amica! È… è solo questo!»

«Non secondo le ultime notizie che circolano. Su internet sembrano tutti impazziti. I tag più cercati sono #EmpathyxRift, non più #EmpathyIlMolestatore. Twitter sta esplodendo. TikTok è pieno di video che analizzano il vostro linguaggio corporeo – c’è gente che ha fatto analisi frame per frame di come le tenevi la mano, B.B. Frame per frame!»

«È una cosa buona, no? Almeno non parlano più della Grant.»

«Dipende. Te la scopi?»

Bailey esitò. «Ecco, io… è successo solo una volta… anzi, due.»

Dirk sospirò dall’altra parte. «Metti su BBC Heroes Channel.»

Bailey cambiò canale con il telecomando.

E il mondo si fermò di nuovo. Sul palco c’era Arthur. Con Marcus Whitfield. Lo stesso studio di ieri sera – le stesse luci, le stesse poltrone, gli stessi riflettori che creavano ombre geometriche sul pavimento lucido. Ma questa volta era Arthur seduto lì, non Annie. La sua faccia sullo schermo, la sua voce che riempiva il salotto vuoto dell’attico.

«Allora, Cipher.» Marcus si sporse in avanti con quel sorriso da conduttore professionista, quello che suggeriva intimità senza essere davvero intimo. «Parliamo della notizia che sta circolando da ieri sera. Tu e il tuo compagno Empathy. Dopo sette anni insieme, sembra che le cose siano… cambiate.»

Arthur era seduto composto, le gambe incrociate con eleganza, mani appoggiate sulle ginocchia. Indossava un completo blu scuro perfettamente stirato – quello che Bailey gli aveva regalato per il loro quinto anniversario, quello con le cuciture a mano e il filo d’oro nascosto nella fodera che Bailey aveva fatto aggiungere come sorpresa. I capelli pettinati con cura, la riga da una parte. La postura rilassata ma controllata, ogni centimetro calibrato. Sembrava tranquillo. Maturo. In controllo.

«Sì» disse Arthur. La voce calma, misurata. «Le cose non funzionavano più da tempo tra di noi. Abbiamo cercato di lavorarci, ovviamente. Terapia di coppia. Conversazioni difficili. Ma a volte non basta.»

«E avete aspettato prima di dare l’annuncio pubblico.»

«Volevamo prenderci del tempo per rifletterci. Per essere sicuri. Per elaborare. Non è una decisione che si prende alla leggera dopo sette anni.»

Marcus inclinò la testa, assumendo quell’espressione da confidente premuroso che aveva perfezionato in anni di interviste. «Quindi è ufficiale? Vi siete lasciati?»

Arthur esitò. Solo per un secondo. Un battito di ciglia. L’ombra di qualcosa che attraversò il viso come una nuvola veloce davanti al sole. Poi: «Sì.»

La parola uscì chiara. Definitiva. Come una sentenza letta in tribunale. Come il click di una porta che si chiude a chiave. Qualcosa gli si spezzò nel petto. Ancora. Di nuovo. Come se il cuore fosse fatto di vetro e qualcuno continuasse a calpestare i pezzi.

«Siete ancora in buoni rapporti?» chiese Marcus.

«Sì, certo.» Arthur sorrise – quel sorriso perfetto, lucido, che Bailey aveva visto rivolto a telecamere e giornalisti centinaia di volte. «Resta pur sempre un mio compagno di squadra. E sono legato a lui. Ho un affetto profondo per Empathy. Questo non cambierà mai.»

«Posso farti una domanda un po’ impertinente, Cipher?»

«Certo.»

«Per caso in questa vostra rottura… c’entra Rift?»

Arthur rise. Una risata leggera, naturale, che suonava quasi genuina – quasi, perché Bailey conosceva le sue risate come un musicista conosce le note. «No. Ma sono contento per Empathy. Non provo nessun rancore nei suoi confronti, davvero. Anzi, gli auguro che la relazione con Rift vada in porto.» Sorrise di nuovo, guardando direttamente nella telecamera. Direttamente verso Bailey, sembrava. «Sono carini insieme.»

Risate dal pubblico. Alcuni "awww" commossi. Applausi sparsi. Il circo che continuava.

Bailey era ammutolito. Il telecomando che gli scivolava dalle dita intorpidite, cadendo sul cuscino del divano con un tonfo morbido.

«Sì, internet è su di giri per quel video.» Marcus sorrise con complicità. «Sembra che Empathy abbia già elaborato la separazione.»

«Come ho detto, le cose tra noi non funzionavano già da un po’.» Arthur si aggiustò la giacca con gesto disinvolto – il gesto che faceva quando era nervoso e non voleva che si vedesse. «È un bene che abbia ricominciato a guardarsi intorno. Dico sul serio. Gli auguro tutta la felicità del mondo.»

«E tu, Cipher? Ti stai guardando intorno?»

Bailey si irrigidì sul divano, le mani che stringevano il cuscino.

«Certo. Sono un essere umano anch’io.»

«C’è già qualcuno che ha attirato la tua attenzione?»

Una pausa. Breve. Calcolata. Il tipo di pausa che i media trainer ti insegnano a usare prima di sganciare una bomba.

«Forse.»

Uno "ooooh" eccitato dal pubblico. Applausi. Qualcuno fischiò.

Marcus spalancò la bocca, fingendosi colpito. «E chi è, se posso chiedere? Il pubblico muore dalla curiosità!»

«Preferisco che resti un segreto, almeno per adesso» ribatté Arthur con calma, ancora sorridente. «Lui tiene molto alla sua privacy.»

«Che notizia bomba!» Marcus batté le mani, eccitato. «Beh, sembra che tu ed Empathy non vi portiate rancore. È bello vedere una separazione così civile.»

«Nessun rancore.»

«Vuoi aggiungere qualcosa? Molti dei nostri spettatori sono grandi fan della vostra coppia.»

Arthur si voltò di nuovo verso la telecamera. L’espressione diventò più seria, più sincera – o almeno, più abile nel sembrare sincera. La luce che gli prendeva il viso nel modo giusto, le ombre giuste, l’angolazione giusta. Tutto perfetto. Tutto calcolato. O forse no. Forse era sincero. Con Arthur non potevi mai sapere dove finiva la performance e iniziava la persona. Forse nemmeno Arthur lo sapeva.

«Sì. So che molti di voi saranno sotto shock adesso per questa notizia. Mi dispiace di avervi arrecato questo dolore, ma non è stato facile nemmeno per noi, credetemi. Alcune relazioni non sono destinate a durare, ma questo non vuol dire che non vadano vissute. Io ed Empathy ci siamo amati ed è stato bellissimo. Abbiamo condiviso momenti incredibili insieme. Ci siamo salvati la vita a vicenda, letteralmente. Abbiamo costruito una squadra. Abbiamo protetto persone. Abbiamo fatto la differenza.»

La voce si fece più morbida. Più intima. Il tipo di voce che Arthur usava solo nel buio della loro camera, quando le luci erano spente e le telecamere non esistevano.

«Quello non scompare solo perché la relazione romantica finisce. Empathy occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore. Sempre. E spero che anche lui senta lo stesso.»

Il pubblico applaudì. Un applauso caldo, commosso. Qualcuno piangeva.

Bailey non si mosse. Non respirò. Non batté ciglio. Fissava lo schermo come si fissa un incidente stradale – incapace di distogliere lo sguardo, incapace di guardare.

«Parole toccanti, Cipher. Davvero toccanti.»

«Grazie.»

«Bene, cari telespettatori.» Marcus si voltò verso la telecamera con il suo sorriso da mille watt. «Noi torneremo con Cipher dopo lo stacco pubblicitario. Restate con noi!»

La pubblicità che seguì sponsorizzava l’applicazione di Arthur – Glitch, il social network per supereroi e fan. Il logo apparve sullo schermo, accompagnato da una musichetta allegra e immagini di persone sorridenti che scrollavano sui loro telefoni. L’ironia di Arthur che promuoveva un’app di connessioni mentre bruciava la loro era talmente grossa che Bailey quasi rise. Quasi.

«Sei ancora lì?»

La voce di Dirk nell’orecchio, impaziente.

«Io… sì.»

«Quando cazzo volevi dirmelo che vi siete lasciati?»

«Non ci siamo lasciati! Non… cioè…»

«Ti ha scaricato, vero?»

Bailey chiuse gli occhi. Li strinse forte, come se potesse cancellare quello che aveva appena visto. «Tre giorni fa» ammise con amarezza.

«Bene, ora è ufficiale. In diretta nazionale. Milioni di persone lo sanno. La buona notizia è che sei libero di intrallazzare con chi vuoi senza che nessuno ti accusi di tradimento. La cattiva è che ora tutti penseranno che stai con quella Rift. Il succo del discorso è: non fare cazzate.»

«Sei molto d’aiuto, Dirk.»

«È il mio lavoro.» Il rumore di carte che venivano spostate. Uno sniff. «Ecco il mio consiglio da avvocato: fingi di stare un po’ con lei e poi mollala. In modo cortese. Se qualcuno ti fa domande sulla situazione, dì che è solo una frequentazione. Niente di serio. Non uscirtene con stronzate sull’amore e segui l’esempio di Cipher. Ricorda: vi siete lasciati in buoni rapporti. Voi due vi volete ancora bene ma non siete più innamorati. Eccetera eccetera. Il pubblico adora queste stronzate da separazione civile.»

«Cristo, Dirk! Annie è solo un’amica!»

«Ecco, evita anche questo. "Solo un’amica" implica che ci sia qualcos’altro sotto. Dì "stiamo conoscendoci meglio" o "è presto per definirlo." Roba vaga. Lascia che la gente immagini quello che vuole. L’immaginazione del pubblico lavora gratis, è il miglior ufficio PR del mondo.»

«Ma porca…» Bailey si lasciò cadere sul divano, fissando il soffitto dell’attico. «Chi è questo tizio di cui ha parlato Arti?»

«Che cazzo ne so. Potrebbe essere un’invenzione per sembrare più desiderabile. O potrebbe essere vero. Non è un tuo problema adesso.» Dirk fece una pausa. Un’altra sniffata. «B.B. Ascoltami. Non combinare casini. Siamo risaliti in vetta dopo la tua performance in Yemen. Eva Grant è già dimenticata. I sondaggi ti danno al nono posto tra gli eroi più amati. Non vale la pena mandare tutto a puttane per una storia finita. Comportati da adulto e fattene una ragione.»

«Non posso fare finta di niente!»

«E qual è il tuo piano? Pedinare Cipher e scoprire con chi va a letto?»

Bailey si illuminò.

«SÌ! Cazzo, Dirk, sei un genio!»

«Cosa? Era una batt…»

Ma Bailey aveva già riattaccato.

Corse nella camera degli ospiti, spalancando la porta con un botto che fece tremare le pareti e cadere la stampa di Banksy che Arthur aveva comprato al mercatino – quello che si era già inclinato la sera della discussione e che nessuno si era preoccupato di raddrizzare.

«ANNIE!»

Lei sussultò. Scattò a sedere come una molla, gli occhi che si illuminarono – quella luce bianca e pericolosa.

«Sono io!» disse in fretta Bailey, alzando le mani in segno di resa.

Gli occhi di Annie si spensero lentamente. Lo fissò con un’espressione che era un mix tra confusione e desiderio omicida. «Che cazzo vuoi?» chiese brusca.

«Ho bisogno del tuo aiuto. Per una cosa importante.» Bailey si sedette sul bordo del letto, parlando in fretta, le parole che si accavallavano. «Arti mi ha lasciato. Voglio dire, ufficialmente. Ho appena visto il servizio alla TV. Ha fatto un’intervista. Ha detto che è finita. Davanti a milioni di persone. E poi ha detto che si sta vedendo con qualcuno. Un tizio. Un tizio misterioso. E io devo scoprire chi è.»

Annie chiuse gli occhi. Scosse la testa, ancora stordita dal sonno – il primo vero sonno che Bailey le aveva visto fare da quando era tornata. «E allora?»

«Ha detto che si sta frequentando con qualcuno. Devo scoprire chi è. Prima che… beh, prima che sia troppo tardi.»

«Prima che scopino, vuoi dire.»

«Sì!»

«Sai che può essere già successo, vero?» Annie si strofinò gli occhi con il dorso della mano, sbattendo le palpebre. «Forse con più persone.»

«Cazzo, non dire così! Altrimenti me lo immagino e… sto una merda!»

Annie si tirò su a sedere, appoggiando la schiena alla testiera. «Che vuoi da me, esattamente?»

«Dirk mi ha dato un’idea geniale.» Bailey si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di entusiasmo malsano. «Lo pediniamo.»

«Lo pediniamo» ripeté secca Annie, come se non avesse sentito bene.

«Sì, lo pediniamo! Vediamo dove va, con chi si vede. Dovrà incontrarsi con lui, prima o poi, no? E noi saremo lì. Appostati. In incognito.»

«Ancora non capisco che cazzo c’entro io in tutto questo.»

«Devi aiutarmi! Tu puoi volare! Se lo seguo con la macchina lui se ne accorgerà subito – la mia bambina non passa di certo inosservata. Ma tu puoi stargli dietro dall’alto. Invisibile.»

«Certo. Non fa una piega» disse Annie con sarcasmo tagliente.

«Lo so!» disse Bailey compiaciuto, non cogliendo il tono. «Vedrai, funzionerà!»

Annie si rigirò nel letto, tirando le coperte sulla testa. «Vattene. Voglio dormire.»

«E dai! Non puoi abbandonarmi adesso!» la supplicò Bailey, scrollandola per la spalla. «Per favore! Ti prego! Farò quello che vuoi!»

«Vuoi farti accusare anche di stalking, già che ci sei?»

«Annie, sono serio.»

«Anch’io, idiota.»

«Andrà tutto bene! È un piano perfetto! Nessuno ci vedrà! Oh, aspetta, mi sta richiamando Dirk…» Bailey tirò fuori il telefono dalla tasca. «Ehi, che c’è?»

La voce di Dirk era così forte che riecheggiò nella stanza, rimbalzando sulle pareti della camera degli ospiti.

«ERA UNA BATTUTA! UNA MALEDETTA BATTUTA! NON DEVI PEDINARE NESSUNO! SEI IMPAZZITO? TI FARAI ARRESTARE! E L’AGENZIA TI FARÀ A PEZZI E IO NON RIUSCIRÒ A SALVARTI E MI VERRÀ UN INFARTO E MORIRÒ E SARÀ COLPA TUA!»

«Tranquillo, ho tutto sotto controllo!» disse Bailey con tono allegro. «Ci sentiamo dopo!»

Riattaccò di nuovo.

«Su, Arti è alla sede della BBC in questo momento. Se ci sbrighiamo possiamo intercettarlo quando esce dal parcheggio.»

Annie fece un verso frustrato – qualcosa tra un grugnito e un urlo soffocato nel cuscino. Poi scostò le coperte con un gesto violento, le gambe che toccarono il pavimento.

«Se finiremo in galera» ringhiò, alzandosi «ti ucciderò. Lentamente. Con le mie mani.»

«Va bene! Ora però muovi il culo!»

E corse fuori dalla stanza, lasciando Annie a vestirsi mentre borbottava improperi in almeno tre lingue diverse – alcune delle quali Bailey era abbastanza sicuro non fossero terrestri.

Annie atterrò nel parcheggio della BBC con un urlante Bailey tra le braccia.

«CAAAAZZO!»

Lo stomaco gli si era rovesciato almeno tre volte durante il volo. Il mondo girava ancora quando i piedi di Annie toccarono l’asfalto – il parcheggio che oscillava, le macchine che si sdoppiavano, l’orizzonte che non voleva stare fermo.

Si staccò da lei barcollando come un ubriaco, sistemandosi freneticamente la giacca e il berretto che si era messo per "non farsi riconoscere" – un cappellino dei New York Yankees e occhiali da sole nonostante il cielo grigio di novembre.

«Non mi abituerò mai a questa merda» disse con voce tremante, piegato in due con le mani sulle ginocchia.

«Se continui a urlare così ci faremo scoprire di sicuro» disse scocciata Annie, guardandosi intorno con l’efficienza di chi ha passato anni a valutare minacce in ambienti ostili. «Tanto vale mettersi un cartello al collo.»

«Devo solo tenere chiusi gli occhi la prossima volta.» Bailey si raddrizzò, cercando tra le macchine parcheggiate. File di veicoli lucidi – berline, SUV, qualche sportiva. «Eccola! Quella è la sua macchina! La Tesla nera laggiù!»

Indicò una Tesla Model S parcheggiata in un angolo, vicino a un pilastro, nell’ombra.

«Vieni, nascondiamoci qui dietro.»

E la trascinò dietro una colonna di cemento vicino all’uscita del parcheggio, quella posizione strategica da film di spionaggio che nella realtà era solo un posto scomodo e freddo dietro un pilastro che puzzava di olio motore.

«Dovrebbe uscire a momenti. L’intervista è finita da poco…»

Restarono lì.

Cinque minuti. Bailey controllava ossessivamente l’orologio, il piede che batteva sull’asfalto.

Dieci minuti. Cominciava a battere i piedi per il freddo, saltellando sul posto come un pugile prima di un incontro.

Mezz’ora. Le gambe gli facevano male per essere rimasto accovacciato. La schiena protestava. Un crampo gli mordeva il polpaccio sinistro.

Un’ora. Annie aveva smesso di nascondersi ed era semplicemente appoggiata al muro, le braccia conserte, l’espressione che gridava perché lo sto facendo con ogni fibra del suo essere.

«Sei sicuro che sia la sua macchina?» chiese irritata.

«Sì, certo! Per chi mi hai preso?»

«Vuoi davvero che risponda?» Annie indicò il parcheggio con un gesto largo. «Ci sono almeno quindici Tesla nere qui dentro. Forse venti.»

Bailey guardò. Effettivamente, c’erano parecchie Tesla nere. Tutte identiche. Tutte anonime. Il tipo di macchina che a Londra era più comune dei piccioni. Non ci aveva pensato.

«Beh, sì, ma… la sua ha un adesivo sul paraurti. Un coniglietto. Ce l’ho messo io perché… beh, perché lui è il mio coniglietto.»

«È legato a qualcosa di sessuale?»

Bailey le lanciò un’occhiata eloquente, sogghignando.

Annie roteò gli occhi con un’espressione di disgusto genuino. «E tu riesci a vedere quell’adesivo da qui?»

«… no.»

Arthur uscì dall’edificio quaranta minuti dopo, parlando al telefono con qualcuno. Rideva – Bailey vide la risata prima di sentirla, il modo in cui la testa si inclinava all’indietro, il modo in cui la mano libera gesticolava. Rideva con qualcuno. Non con lui. Si diresse verso una delle Tesla.

«ECCOLO!» sussurrò Bailey trionfante, stringendo il braccio di Annie. «Che ti avevo detto? In perfetto orario!»

«Con un’ora e quaranta di ritardo, intendi.»

Arthur entrò nella macchina. Il motore elettrico si accese silenziosamente – nessun rumore, nessun segnale, la Tesla che scivolava via come un fantasma su ruote. Uscì dal parcheggio, dirigendosi verso la strada principale.

«Presto, o rischiamo di perderlo!» disse in fretta Bailey, aggrappandosi ad Annie come un koala terrorizzato.

«Non stringermi così forte! Mi stai soffocando!»

«Tu parti e basta!»

Annie decollò con un ringhio, il suolo che si allontanava di colpo, il vento che li colpì come uno schiaffo. Bailey strinse le labbra per non urlare, chiudendo gli occhi con forza. Il vento gli sferzava il viso, il vuoto si spalancava sotto di loro, lo stomaco protestava con l’insistenza di un allarme antincendio.

«Lo vedi?» gridò mentre erano su, a circa cinquanta metri da terra. La città si stendeva sotto di loro – tetti grigi, strade che serpeggiavano, macchine che sembravano formiche, il Tamigi che scintillava in lontananza.

«Sì… mi stai stritolando!»

«Ho paura! Sii comprensiva!»

«Che cazzo hai nei pantaloni? Le chiavi? Mi stanno perforando una gamba.»

«No, è solo la mia erezione. Non farci caso.»

«Se non smetti di stringermi così forte ti lascio cadere. Giuro su dio.»

«Okay, okay!»

Seguirono Arthur attraverso Londra. La città scorreva sotto di loro come una mappa tridimensionale – parchi verdi che sembravano macchie d’inchiostro, grattacieli di vetro che riflettevano il cielo grigio, il Tamigi che serpeggiava come un nastro d’argento tra i ponti. La Tesla nera era un puntino che si muoveva nel traffico, facilmente rintracciabile dall’alto grazie al tetto che brillava ogni volta che il sole usciva tra le nuvole.

La prima fermata fu a Canary Wharf – non l’attico, ma il quartier generale dell’Agenzia. L’edificio grigio e anonimo con la targa del finto ministero, quello che Bailey conosceva fin troppo bene. Arthur parcheggiò nel garage sotterraneo, scomparendo dentro l’edificio.

Annie e Bailey atterrarono su un tetto vicino – un palazzo di uffici con condizionatori industriali che ronzavano come un alveare – nascondendosi dietro un’unità di aria condizionata che puzzava di freon.

«Probabilmente ha una riunione» Bailey sbirciò oltre il bordo del tetto, osservando l’ingresso dell’edificio. «Dobbiamo aspettare.»

«Quanto?»

«Non lo so. Un’ora? Due?»

Aspettarono due ore e mezza. Il sole era pallido, una palla giallognola che non scaldava niente e che sembrava presente solo per cortesia, come un ospite che non ha voglia di stare a una festa ma non sa come andarsene. Il vento gelido soffiava tra i grattacieli, infilandosi sotto le giacche, portando odore di fiume e smog e qualcosa di chimico che veniva dal Tamigi. Bailey tremava nel suo giubbotto leggero, battendo i denti, soffiandosi sulle mani, saltellando sul posto. Annie sembrava non essere disturbata dal freddo. Stava seduta sulla ghiaia del tetto con le gambe incrociate, immobile, gli occhi che fissavano l’orizzonte con la stessa espressione che aveva quando fissava qualsiasi altra cosa – muri, cieli, piatti di sushi, intervistatori televisivi.

«Come fai a non congelare?» chiese Bailey, i denti che battevano.

«Ho vissuto su Kethara. Le temperature notturne scendevano a meno quaranta. Questo è niente.»

«Ti manca?» chiese Bailey. «Kethara, intendo.»

«No.»

«Nemmeno un po’?»

«Nemmeno un po’.»

Un piccione atterrò sul bordo del tetto, fissandoli con quell’aria di superiore indifferenza che i piccioni londinesi hanno perfezionato in secoli di evoluzione urbana. Bailey gli lanciò una nocciolina che aveva in tasca – residuo del pomeriggio a Hyde Park. Il piccione la ignorò e volò via.

Arthur uscì finalmente. Risalì in macchina con un caffè in mano – da asporto, bicchiere bianco con il logo verde di Starbucks, che significava che i distributori dell’Agenzia erano ancora rotti.

«Andiamo!»

La seconda fermata fu a Shoreditch. Arthur parcheggiò in una strada laterale, davanti a un edificio moderno di vetro e acciaio – sei piani, balconi minimalisti con ringhiere nere, il tipo di posto che i giornali immobiliari descrivevano come boutique apartment living e che costava un patrimonio per essere così piccolo. Bailey riconobbe l’indirizzo. L’appartamento che Arthur aveva comprato anni fa come investimento – quello dove ora viveva, quello con le pareti bianche e il letto singolo e nessuna foto.

Annie e Bailey lo seguirono dall’alto, atterrando sul tetto dell’edificio di fronte – un vecchio magazzino convertito in loft, con tubature arrugginite e un’antenna satellitare che aveva visto giorni migliori.

«È il suo appartamento» mormorò Bailey, cercando di vedere attraverso le finestre. Niente. Le tende erano tirate – tessuto grigio, sobrio. «Se c’è qualcuno lì dentro non posso vederlo.»

«Forse è solo venuto a cambiarsi» disse Annie con un’alzata di spalle. «O a prendere qualcosa. O a respirare senza di te, che è comprensibile.»

«Grazie per il supporto emotivo.»

«Figurati.»

Aspettarono quarantacinque minuti. Bailey camminava avanti e indietro sul tetto come un leone in gabbia, mordicchiandosi le unghie, controllando l’orologio ogni trenta secondi, cercando di usare il suo potere empatico per percepire le emozioni di Arthur attraverso i muri – il che non funzionava, ovviamente, perché non era così che funzionava, ma la disperazione rendeva stupidi.

Arthur uscì. Solo. Nessun misterioso ragazzo al suo fianco. Nessun bacio d’addio sulla porta. Nessuna mano che indugiava sulla maniglia. Risalì in macchina e ripartì, il caffè finito e il bicchiere vuoto lasciato nella portiera.

La terza fermata fu a Soho – un ristorante elegante chiamato The Ivy. Un’istituzione londinese. Vetrate che davano sulla strada da cui si vedevano tovaglie bianche e candele e gente che sembrava importante. Camerieri in uniforme che si muovevano con la grazia studiata dei camerieri nei posti costosi. Il tipo di ristorante dove prenotavi con settimane d’anticipo e dove il maitre ti guardava dall’alto in basso se non portavi la giacca giusta.

Bailey e Annie atterrarono in un vicolo puzzolente dietro il ristorante, nascondendosi tra i cassonetti della spazzatura. L’odore era nauseante – cibo marcio, olio da friggere rancido, qualcosa di indefinibile che poteva essere una banana decomposta o la carcassa di un piccione o entrambe le cose. Annie non batté ciglio. Bailey si coprì il naso con la manica della giacca.

«Devo vedere con chi sta mangiando.» Si avvicinò alla parete di mattoni, cercando una finestra.

«B.B., questo è ridicolo.»

«Shhh!»

Trovò una finestra sul retro – la cucina. Chef in cappelli bianchi che urlavano ordini in un mix di inglese e francese. Camerieri che correvano con vassoi carichi. Vapore. Fumo. Rumore di pentole che sbattevano e coltelli che tagliavano e qualcuno che gridava «DOVE CAZZO È IL RISOTTO PER IL TAVOLO SETTE?» Niente vista sulla sala da pranzo.

«Merda.»

Aspettarono un’ora e venti, seduti sui gradini di una porta di servizio, circondati dalla spazzatura. Annie mangiava un panino che aveva comprato a un chiosco – prosciutto e formaggio, niente di speciale, ma lo masticava con la stessa concentrazione reverenziale con cui mangiava tutto il resto. Bailey era troppo ansioso per mangiare. Le dita che tamburellavano sulle ginocchia. Il piede che batteva sul gradino. L’immaginazione che gli produceva scenari sempre più elaborati – Arthur che rideva con un modello svedese, Arthur che condivideva il dessert con un miliardario, Arthur che sussurrava all’orecchio di qualcuno le stesse cose che sussurrava a lui nel buio dell’attico.

A un certo punto un cameriere uscì per una pausa sigaretta – un ragazzo giovane con il grembiule sporco di qualcosa di rosso (salsa? sangue? non voleva sapere) e l’aria stanca di chi conta le ore fino alla fine del turno. Quasi inciampò su Bailey nascosto dietro un cassonetto.

«Oi! Che cazzo ci fai qui?»

«Io… stavo cercando il mio gatto» disse Bailey, alzandosi in piedi, sistemandosi il cappellino con un gesto che sperava fosse disinvolto.

«Qui dietro? Tra la spazzatura?»

«È un gatto… strano. Gli piacciono i posti del genere.»

Il cameriere lo guardò come si guarda un pazzo, o un senzatetto, o un pazzo senzatetto. Finì la sigaretta in fretta tirando boccate nervose, lanciando occhiate indietro, e rientrò dalla porta di servizio che si chiuse con un clang metallico.

«Il mio gatto» ripeté Annie con tono piatto. «Magistrale.»

«Avresti avuto un’idea migliore?»

«Qualsiasi idea sarebbe stata migliore. "Aspetto un amico." "Mi sono perso." "Sto cercando la metro." Letteralmente qualsiasi cosa.»

Arthur uscì dal ristorante poco dopo. Ancora solo. Nessuna compagnia romantica in vista. Nessun modello svedese. Nessun miliardario. Solo lui, il telefono e la Tesla.

La quarta fermata fu a Kensington – un edificio residenziale lussuoso con portiere in livrea rossa e piante ornamentali all’ingresso che sembravano più curate di qualsiasi relazione che Bailey avesse mai avuto. Arthur rimase dentro per venti minuti. Uscì con una borsa da palestra sulla spalla – nera, sportiva, con il logo di un brand che Bailey non riconobbe.

«La palestra!» disse Bailey, schiaffandosi la fronte così forte da lasciarsi un segno rosso. «Me n’ero dimenticato! Ci va tutti i martedì e giovedì!»

La quinta fermata fu effettivamente una palestra – Third Space a Marylebone, quella costosa frequentata da celebrità e gente ricca che pagava cifre assurde per sudare in un ambiente esteticamente gradevole. Vetrate enormi attraverso cui si vedevano attrezzature all’avanguardia, schermi piatti su ogni tapis roulant, personal trainer con fisici da modelli e sorrisi da venditori di auto.

Arthur rimase dentro per un’ora e quaranta. Bailey e Annie aspettarono su un tetto dall’altra parte della strada, seduti sul bordo con le gambe a penzoloni. Sotto di loro, la vita di Londra continuava – gente che camminava con le borse della spesa, macchine che passavano, un musicista di strada che suonava il sax all’angolo, una melodia triste che saliva nell’aria fredda.

Il sole stava calando. Il cielo si tingeva di arancio e rosa e viola, i colori che si riflettevano sulle finestre dei grattacieli come un dipinto che qualcuno stava ancora finendo.

«Forse si allena con lui» disse nervoso Bailey, mordendosi l’unghia del pollice fino alla carne. «Il misterioso ragazzo. Forse è un personal trainer. O un altro membro della palestra. Forse si sono conosciuti lì, tra una sessione di pesi e l’altra, e ora si vedono in segreto e fanno sesso negli spogliatoi e…»

«B.B.»

«…e ridono di me mentre sono insieme, e lui gli racconta quanto sono patetico e quanto…»

«B.B.!»

«Cosa?»

«Respira.»

«Scusa. Sono solo… nervoso.»

Annie lo guardò. Per un momento – brevissimo, quasi impercettibile – qualcosa di morbido attraversò quegli occhi vuoti. Non compassione, non esattamente. Qualcosa di più raro. Riconoscimento, forse. Come se sapesse cosa significava perdere qualcuno e non poterci fare niente.

Arthur uscì dalla palestra. Capelli bagnati dalla doccia, borsa sulla spalla, l’aria rilassata di chi ha scaricato la tensione sui pesi. Sembrava disteso. Il tipo di distensione che viene dopo un buon allenamento – o dopo il sesso, ma Bailey scelse di credere alla prima opzione.

La sera calò completamente. Londra si illuminò – luci che si accesero in ogni finestra come occhi che si aprivano, lampioni che brillarono arancioni, insegne al neon che pulsarono, il traffico che rallentò in un fiume di fari rossi e bianchi.

Arthur guidò verso ovest. Fuori città. Oltre i quartieri residenziali, oltre i sobborghi, verso la campagna – o almeno verso quella zona ambigua ai margini di Londra dove le case diventano più grandi, i giardini più curati e il silenzio più denso.

«Dove cazzo va?» mormorò Bailey, il freddo notturno che gli penetrava nelle ossa nonostante stringesse la giacca intorno a sé come un’armatura inadeguata.

Seguirono la Tesla lungo la M4, i fari che tagliavano il buio, poi uscirono verso una zona residenziale tranquilla. Case grandi con giardini curati e siepi potate. Alberi spogli le cui sagome scheletriche si stagliavano contro il cielo arancione dell’inquinamento luminoso. Silenzio. Il tipo di posto dove vivevano famiglie benestanti con cani, bambini, e Range Rover nel vialetto.

Arthur parcheggiò davanti a una villetta a schiera – elegante, tre piani, mattoni rossi, luci calde alle finestre che suggerivano comfort e normalità e cene di famiglia e tutto quello che Bailey non aveva mai avuto da bambino. Delle bici erano appoggiate alla staccionata. Un gatto rosso sul davanzale della finestra.

Bailey e Annie erano atterrati su un albero nel giardino di fronte, nascosti tra i rami spogli come uccelli notturni con problemi sentimentali. Le foglie cadute scricchiolavano sotto di loro. L’aria sapeva di erba bagnata e fumo di camino e qualcosa che poteva essere una torta in forno.

«È questa» sussurrò Bailey, il cuore che martellava così forte che era sicuro si potesse sentire. «Deve essere questa. Abita qui. Il ragazzo misterioso.»

Arthur bussò alla porta. Attese. Raddrizzò la giacca. Si passò una mano tra i capelli.

Un uomo sulla cinquantina apparve – capelli grigi ben pettinati, occhiali con montatura sottile, maglione di lana color bordeaux. Faccia amichevole. Sorriso caloroso. Il tipo di persona che offriva il tè e i biscotti prima ancora che ti sedessi.

«Arthur! Finalmente! Entra, entra! Ti stavamo aspettando!»

Arthur entrò. La porta si chiuse. Bailey fissò la casa, confuso. L’uomo lo aveva chiamato Arthur. Non Cipher. Arthur. Il che significava che lo conosceva. Davvero. Non come supereroe, come persona.

«Chi cazzo è quello?»

«Sembra un po’ vecchio per lui» commentò Annie, appollaiata sul ramo accanto.

«Forse è uno… sugar daddy? O un mentore? O un parente che non conosco? O un vecchio professore? O…»

«Calmati.»

Mezz’ora dopo la porta si riaprì. Arthur uscì. Ma non era solo. Con lui c’era una donna sulla cinquantina – probabilmente la moglie dell’uomo – capelli biondi raccolti, vestito elegante ma casual, il tipo di calore materno che emanava anche a distanza. E due bambini. Una femmina, forse sette anni, con le trecce bionde e un vestito a fiori, che teneva la mano di Arthur come se fosse il suo migliore amico al mondo. Un bambino più piccolo, forse cinque anni, che saltellava eccitato tirando la giacca di Arthur con una mano e tenendo un pupazzo di peluche con l’altra.

«Cipher! Cipher! Mi insegni a volare? Per favoreee!»

Arthur rise – una risata che Bailey non sentiva da mesi. Aperta. Vera. Le fossette sulle guance. Gli occhi che brillavano. «Magari quando sarai più grande, Timmy. Per ora devi crescere un altro po’.»

«Quanto?»

«Almeno così.» Arthur indicò un’altezza con la mano – ridicolmente alta, ovviamente, perché Arthur faceva sempre queste cose con i bambini, queste battute gentili che li facevano ridere.

Il bambino fece il broncio. La bambina tirò la mano di Arthur, sussurrandogli qualcosa che lo fece sorridere. La famiglia lo salutò calorosamente sulla soglia. L’uomo gli diede una pacca sulla spalla, virile e affettuosa. La donna lo abbracciò – un abbraccio lungo e sincero, il tipo che ti dà una madre.

«Grazie ancora per essere venuto. Sai quanto significhi per loro. Non fanno che parlare di te.»

«Figurati. È sempre un piacere. Stessa ora la prossima settimana?»

«Perfetto. Guida piano.»

Arthur salì in macchina. Salutò con la mano mentre partiva. I bambini rimasero sulla porta a sventolare finché la Tesla non scomparve dietro l’angolo, il bambino che saltellava ancora, la bambina che mandava baci.

Bailey rimase sull’albero, confuso e frustrato. «Chi sono questi? Non me ne ha mai parlato.»

«Se non lo sai tu che ci sei stato insieme sette anni…» Annie si strinse nelle spalle. «Forse amici? Parenti lontani?»

«Arti ha tagliato i ponti con la sua famiglia anni fa. I suoi genitori… beh, non hanno preso bene il fatto che sia gay. Non li sente più.»

«Quindi gli sei rimasto solo tu. Poveretto» commentò ironica Annie.

«Vaffanculo» brontolò Bailey.

Ma il pensiero gli restò addosso – Arthur che si era costruito una famiglia sostitutiva di cui Bailey non sapeva niente. Sette anni insieme e c’erano ancora pezzi di lui che non conosceva.

Seguirono la Tesla di nuovo verso Londra. La macchina percorse strade sempre più illuminate, sempre più affollate, il traffico serale che si addensava. Fino a raggiungere Soho. Ma non il ristorante di prima.

Un pub.

The Admiral Duncan – un gay bar storico su Old Compton Street, nel cuore del quartiere LGBTQ di Londra. Insegna luminosa con lettere dorate, arcobaleno dipinto sulla facciata, musica che pulsava dall’interno – qualcosa di anni ottanta, Whitney Houston forse, o George Michael. Bailey conosceva quel posto. Ci aveva trascinato Arthur una volta, anni fa, solo per divertirsi a vederlo passare la serata a guardarsi intorno imbarazzato, il collo rosso, le mani strette intorno alla pinta come a una ciambella di salvataggio.

Stavolta Arthur entrò senza esitazione. Passo sicuro. Spalle rilassate. Come chi va in un posto che conosce, dove si sente a casa.

«Ci siamo!» Bailey quasi cadde dall’albero dove si erano appollaiati – un platano malandato sul marciapiede di fronte, che aveva già perso la maggior parte delle foglie e che li sorreggeva con la riluttanza di un mobile troppo vecchio. «È lì dentro! Il tizio è lì dentro! Lo sento nelle ossa!»

«O forse vuole solo bere qualcosa dopo una giornata lunga. Come una persona normale.»

«Devo entrare.»

«È una pessima idea.»

Ma Bailey era già sceso dall’albero – scivolando, più che scendendo, graffiandosi le mani sulla corteccia – attraversando la strada trafficata schivando taxi e bus e un ciclista che gli urlò qualcosa di irripetibile.

Annie lo seguì, atterrando accanto a lui con un tonfo leggero. «Se ti vede non sarà contento.»

«Entro solo un secondo. Solo per vedere. Resto nascosto. Non mi noterà.»

«Con quel cappellino dei New York Yankees e gli occhiali da sole di notte. Certo. Passerai inosservatissimo.»

Bailey si avvicinò al pub. La musica pulsava dall’interno – Don’t Stop Me Now dei Queen, il che era ironicamente la colonna sonora peggiore possibile per quello che stava facendo. Voci e risate e il tintinnio di bicchieri e quel ronzio caldo e umano che hanno solo i pub pieni di gente che si sta divertendo. Sbirciò attraverso la finestra, facendo attenzione a restare nell’ombra, premendo la faccia contro il vetro freddo.

Arthur era al bar. Parlava con qualcuno. Un ragazzo.

Sulla ventina. Forse venticinque. Capelli biondi corti, taglio alla moda – rasato ai lati, più lungo sopra, quel look che le riviste chiamavano textured crop e che Bailey chiamava il taglio dei bastardi belli. Fisico atletico visibile anche sotto la camicia – spalle larghe, vita stretta, il tipo di corpo che veniva da ore in palestra o da genetica ingiusta o da entrambe le cose. Mascella definita. Occhi chiari – azzurri, forse verdi, difficile dirlo dalla distanza e dalla luce. E il sorriso. Il tipo di sorriso che illumina una stanza. Che ti fa girare la testa. Che ti fa dimenticare cosa stavi dicendo.

Rideva di qualcosa che Arthur aveva detto, gettando indietro la testa in una risata aperta, senza filtri. Come se Arthur fosse la persona più divertente del mondo. Come se le sue parole fossero oro.

Poi si sporse, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. La bocca vicina al lobo. Il respiro caldo sulla pelle. Arthur sorrise.

Non quello falso. Non quello da telecamera. Non quello di Cipher. Quello vero. Di nuovo. Quello che Bailey non vedeva rivolto a sé da mesi – forse da anni. Quello che aveva sempre considerato suo, un’esclusiva, una cosa privata tra di loro, e che adesso apparteneva a qualcun altro.

Il ragazzo posò una mano sul braccio di Arthur. Un tocco leggero, casuale, intimo. Le dita che indugiavano. Arthur non si ritrasse. Non si irrigidì. Non spostò il braccio. Si sporse verso di lui, dicendo qualcosa che fece ridere di nuovo il ragazzo – quella risata aperta, luminosa, che Bailey sentiva attraverso il vetro come un coltello nel petto.

Sembravano… felici.

Veramente felici.

Non la felicità performata delle telecamere. Quella semplice, spontanea, che viene dallo stare con qualcuno che ti piace in un posto che ti piace a fare una cosa che ti piace. La felicità che Bailey e Arthur avevano avuto una volta, prima che tutto si complicasse, prima dei gala e degli scandali e delle bugie e delle notti passate da soli.

Bailey sentì lo stomaco rivoltarsi. Non di nausea – di qualcosa di peggio. Di riconoscimento. Di resa.

«È carino» commentò Annie accanto a lui, fissando la scena attraverso il vetro con la stessa espressione con cui guardava tutto – piatta, valutativa, priva di giudizio.

«Sì… lo è» disse Bailey con voce roca, prima di distogliere lo sguardo.

«Vuoi avvicinarti?»

«No. È stata… un’idea del cazzo. Andiamo via.»

Annie non disse te l’avevo detto. Non disse niente. Lo prese tra le braccia e decollò.

Volarono in silenzio attraverso la notte londinese. Le luci della città che brillavano sotto di loro come un secondo firmamento, milioni di finestre illuminate, milioni di vite che continuavano, milioni di persone che in quel momento stavano litigando, facendo l’amore, guardando la TV, dormendo, piangendo, ridendo. Il vento freddo che faceva lacrimare gli occhi. Almeno aveva una scusa per giustificarle, quelle lacrime.

Atterrarono sul balcone dell’attico. Bailey entrò senza dire una parola, i piedi che lo portavano automaticamente nella direzione giusta. Andò dritto verso l’angolo bar – il mobile di mogano scuro che Arthur aveva scelto, con le bottiglie allineate in ordine di altezza come piaceva a lui, le etichette girate tutte dalla stessa parte perché Arthur era Arthur e la simmetria era il suo linguaggio d’amore.

Prese la prima bottiglia che trovò – whisky, Macallan diciotto anni, quello che tenevano per le occasioni speciali, che aveva aperto il giorno in cui avevano comprato l’attico, che avevano bevuto insieme sul pavimento vuoto di una casa ancora senza mobili, ridendo di niente, felici di tutto. Stappò la bottiglia e si versò un bicchiere. Lo buttò giù in un sorso. Il liquore bruciò la gola, lo stomaco, tutto. Un incendio controllato che cancellava, per un istante, l’immagine di Arthur che sorrideva a qualcun altro. Ne versò un altro.

Annie lo osservava dalla porta del balcone. Una sagoma scura contro le luci della città. Non parlò. Non giudicò. Non offrì consigli. Stava semplicemente lì, presente, silenziosa, come un testimone.

«Scusa… voglio restare da solo» disse Bailey.

Annie si allontanò verso la camera degli ospiti, senza dire niente. I suoi passi leggeri lungo il corridoio. La porta che si chiuse piano.

Bailey rimase da solo nell’attico. Bevve fino a quando il mondo smise di avere spigoli.

Poi bevve ancora un po’, per sicurezza.

9 Capitolo 9

Il telefono vibrò sul comodino. Ancora. E ancora. E ancora. Quel ronzio maledetto che gli perforava il cranio come un trapano in un cantiere alle sei del mattino – il che, guardando l’ora, non era molto lontano dalla realtà.

Bailey grugnì, allungando una mano senza aprire gli occhi. Le dita brancolarono sul legno del comodino – il legno freddo, liscio, quello che Arthur aveva scelto perché si abbinava al parquet – rovesciando qualcosa. Una bottiglia vuota che rotolò sul pavimento con un rumore di vetro contro legno che lo fece rabbrividire fin dentro le ossa. Trovò il telefono. Rispose con un suono che vagamente assomigliava a un «pronto» ma che poteva anche essere un rantolo di morte.

«Empathy.» La voce di Cardinal. Piatta. Efficiente. Il tipo di voce che non aveva orari e non chiedeva se era un buon momento perché non le importava. «Presentati alla sede. Tra un’ora. Porta Rift con te.»

La linea cadde. Bailey lasciò cadere il telefono sul letto. Aprì gli occhi. Errore. Il sole che filtrava attraverso le tende lo accecò come un flash fotografico a un centimetro dalla faccia. Chiuse di nuovo gli occhi, gemendo. Il suono della sua stessa voce gli rimbalzò dentro il cranio come una pallina da ping-pong.

Si tirò su a sedere. Il mondo girò per un momento – la stanza che oscillava come la cabina di una nave in tempesta, le pareti che si inclinavano, il pavimento che non era dove avrebbe dovuto essere. Respirò profondamente, cercando di non vomitare. Non ci riuscì del tutto – un conato secco che gli contrasse lo stomaco e gli fece lacrimare gli occhi.

Guardò il comodino. Tre bottiglie vuote. Una di whisky – il Macallan diciotto anni che aveva aperto la sera prima. Una di vodka – quando era finito il whisky e il dolore era ancora lì, ancora lucido, ancora insopportabile. Una di… cos’era quella? Gin? Tequila? La bottiglia era senza etichetta, il liquido trasparente evaporato fino all’ultima goccia. Non ricordava nemmeno di averla aperta. Non ricordava molto della notte precedente, a dire il vero. Solo l’immagine di Arthur che sorrideva a un ragazzo biondo in un pub di Soho. Quella l’alcol non l’aveva cancellata. Quella era stampata a fuoco dietro le palpebre come un marchio.

Il sapore in bocca era orribile. Come se un gatto randagio ci avesse dormito dentro e poi fosse morto e decompostosi.

Si alzò barcollando, la testa che pulsava a ogni movimento. Si trascinò in bagno, aggrappandosi ai mobili per non cadere – il bordo del letto, lo stipite della porta, il lavandino. Lo specchio gli restituì l’immagine di un uomo che aveva fatto scelte sbagliate e che continuava a farle con impressionante costanza. Occhiaie nere. Pelle grigia. Occhi iniettati di sangue. La barba di tre giorni che gli copriva le guance come muschio su una roccia. Ricordava sempre di più suo padre.

Cristo Santo.

Un’ora dopo – doccia veloce che non aveva lavato via niente tranne il sudore e il puzzo più immediato, quattro ibuprofene ingoiati a secco che scesero grattando lungo l’esofago, e occhiali da sole anche in interni perché la luce era il nemico – Bailey e Annie arrivarono alla sede dell’Agenzia.

Non l’edificio grigio e anonimo con la targa del finto ministero. Quello era per le operazioni segrete, per le celle, per le cose che nessuno doveva vedere. Questo era il quartier generale ufficiale – la torre di vetro di Canary Wharf che si ergeva contro il cielo plumbeo, il logo dell’Agenzia che brillava in cima come l’occhio di Sauron. Bailey la guardò con odio mentre entravano. L’edificio lo ricambiò con indifferenza.

Ascensore al ventesimo piano. Corridoi bianchi con luci al neon troppo luminose – anche attraverso gli occhiali da sole, anche con gli occhi socchiusi, quelle luci trovavano il modo di entrargli nel cranio e di ballare la macarena sulle meningi. Ogni passo che rimbombava in modo fastidioso.

Vennero condotti nella sala riunioni principale. Era una stanza grande – forse cento metri quadrati – con un tavolo lungo di vetro che poteva ospitare venti persone, così trasparente e lucido che rifletteva il soffitto e creava l’illusione vertiginosa di una stanza doppia, una sopra e una sotto. Pareti bianche sterili. Uno schermo enorme su una parete, ora spento – tre metri per due di niente. Finestre dal pavimento al soffitto che davano sulla città – il Tamigi che serpeggiava in lontananza, i grattacieli di Canary Wharf che brillavano sotto le nuvole basse, il cielo color acciaio.

C’era tutta la squadra riunita. Come ai vecchi tempi. Meno uno.

Storm sedeva a un’estremità del tavolo, scrollando il telefono con quell’aria di chi è troppo importante per prestare attenzione a qualsiasi cosa non sia il proprio riflesso. Tuta rosa oggi – perché Storm coordinava il colore della tuta con l’umore, e il rosa significava sto bene e voglio che tutti lo sappiano. Capelli perfettamente acconciati in onde che sembravano uscite da un servizio fotografico, il tipo di capelli che richiedevano un’ora di lavoro per sembrare casuali. Unghie laccate di rosso che tamburellavano sullo schermo con piccoli click ritmici.

Strong era accanto a lei, mangiando qualcosa da un sacchetto di patatine. Briciole ovunque – sul tavolo di vetro, sul pavimento lucido, sulla sua maglietta troppo stretta che gli stringeva i pettorali in un modo che probabilmente violava qualche legge sull’indecenza. Masticava a bocca aperta, producendo rumori umidi e croccanti che facevano venire voglia a Bailey di vomitare – il che, data la situazione del suo stomaco, era un rischio concreto.

E Arthur.

Seduto dall’altra parte del tavolo. Completo grigio impeccabile – non quello del quinto anniversario, un altro, uno che Bailey non riconosceva, il che significava che ne aveva comprato uno nuovo, il che significava che stava andando avanti, il che significava tutto. Laptop aperto davanti a lui, le dita che si muovevano sulla tastiera con quella velocità silenziosa e precisa che Bailey associava ai momenti in cui Arthur non voleva pensare a nient’altro che al codice. Non alzò lo sguardo quando entrarono. Non li degnò di una parola. Non mosse un muscolo. Come se la porta non si fosse aperta.

Bailey evitò di guardarlo e si sedette con Annie dall’altra estremità del tavolo, il più lontano possibile. Come se quei dieci metri di vetro potessero proteggerlo.

Cardinal era in piedi alla testa del tavolo, tablet in mano come un libro sacro. «Siete in ritardo» sentenziò.

Bailey e Annie non la degnarono di una risposta. Annie perché non le importava. Bailey perché aprire la bocca avrebbe potuto provocare conseguenze gastriche.

«Visto che siete finalmente qui, possiamo iniziare il briefing.»

Cardinal toccò il tablet. Lo schermo sulla parete si accese con un bagliore che fece sussultare Bailey e quasi gemere di dolore. Apparve la foto di un uomo – sulla sessantina, capelli grigi pettinati all’indietro con la precisione di chi ha un barbiere personale, completo elegante blu scuro con fazzoletto nel taschino, espressione severa da aristocratico britannico che ha visto il mondo dalla cima e lo ha trovato insufficiente. Il tipo di faccia che vedevi sui ritratti nei club privati di Mayfair, appesa tra un Gainsborough e un caminetto di marmo.

«Questo è Sir Malcolm Hendricks. Membro del Parlamento da trent’anni. Molto influente nei circoli che contano – e quando dico che contano, intendo i circoli che decidono chi vive e chi muore in questo paese, metaforicamente parlando. Vicinissimo al Primo Ministro – erano compagni di stanza a Eton, giocavano a cricket insieme, probabilmente si sono ubriacati con lo stesso sherry.»

Cardinal fece scorrere il dito sul tablet. Apparvero documenti, articoli di giornale, grafici con curve ascendenti e frecce rosse.

«Sta per proporre una nuova legge – il Powered Individuals Protection Act. In pratica, darà ai supereroi riconosciuti dall’Agenzia immunità legale per azioni compiute durante operazioni ufficiali. Niente più cause civili ogni volta che qualcuno si lamenta di un vetro rotto. Niente più indagini infinite ogni volta che qualcuno si fa male durante un salvataggio. Niente più avvocati che cercano di spillare soldi.»

Strong fischiò, sputacchiando briciole sul tavolo di vetro che le rifletté senza dignità. «Finalmente! Sono stufo di dover testimoniare in tribunale ogni volta che rompo qualcosa. L’ultima volta mi hanno fatto stare lì otto ore per una macchina schiacciata. Otto ore! Per una Smart!»

«La legge verrà discussa stasera alla Camera dei Comuni. C’è molta opposizione. Alcuni parlamentari la considerano troppo permissiva. Dicono che darà troppo potere all’Agenzia. Che creerà una classe di cittadini al di sopra della legge.»

«Non hanno tutti i torti» mormorò Annie.

Cardinal la ignorò con la stessa ostentazione con cui si ignora un rumore di sottofondo.

«La vostra missione è semplice. Fare da scorta a Sir Malcolm durante la sessione parlamentare. Assicurarvi che non accada nulla di spiacevole. Ci sono state minacce nelle ultime settimane – email anonime, messaggi sui social, lettere scritte a mano con inchiostro rosso, perché i pazzi sono anche melodrammatici. Niente di concreto, ma vogliamo essere prudenti. Sir Malcolm è troppo importante per perderlo.»

Strong sbuffò rumorosamente, il labbro inferiore che vibrava come un cavallo. «Quindi staremo lì a guardarli litigare per ore? Sarà una palla mortale. Posso portarmi la Switch?»

Bailey, per una volta, si ritrovò d’accordo con lui. Mai come ora avrebbe voluto avere la Switch di Strong. O un cuscino. O un coma farmacologico.

Cardinal toccò di nuovo il tablet. Apparve una pianta dettagliata della Camera dei Comuni – corridoi, uscite, scale, punti di osservazione, zone morte delle telecamere. Tutto codificato a colori, con linee tratteggiate che indicavano percorsi di evacuazione e cerchi rossi sui punti critici.

«Vi posizionerete così. Storm, tu copri l’ingresso principale. Nessuno entra o esce senza che tu lo sappia. Strong, l’uscita laterale su St Margaret Street. Cipher, la galleria pubblica – monitora tutto dall’alto e tieni d’occhio i feed delle telecamere di sicurezza.» Alzò lo sguardo verso Arthur, che annuì una volta sola, gli occhi già azzurri di quella luce digitale che significava che stava già pianificando. «Empathy, il corridoio dietro la camera – è il punto cieco delle telecamere di sicurezza, il che lo rende il percorso più probabile per un aggressore.»

Si voltò verso Annie.

«Rift. Tu farai da guardia personale a Sir Malcolm. Resterai con lui per tutta la sera. Non lo perdi di vista un secondo. Dove va lui, vai tu. Se va al bagno, aspetti fuori dalla porta. Se starnutisce, gli dici salute. Chiaro?»

Annie non fece commenti. Non annuì. Non confermò. Stava guardando la pianta della Camera dei Comuni sullo schermo con lo stesso interesse con cui avrebbe guardato il menù di un ristorante mediocre.

«È fondamentale» disse Cardinal, scandendo ogni parola. «che indossiate un abbigliamento elegante. Questo è il Parlamento britannico, non un campo di battaglia. Cercate di sembrare professionisti, non vigilanti da quartiere.»

Storm rise sarcastica, il suono che tagliava l’aria come una lama. «Oh, perfetto. Rift farà un altro figurone davanti alle telecamere. Non vedo l’ora di vedere cosa combina stavolta.»

Bailey la guardò attraverso gli occhiali da sole. L’hangover gli rendeva la pazienza un concetto astratto. «Almeno lei non è falsa.»

Storm si voltò verso di lui, il sorriso che diventava cattivo – quel tipo di cattiveria calcolata che lei confondeva con l’intelligenza. «Oh, che tenero. Il fidanzatino che prende le sue difese.» Si sporse sul tavolo, il décolleté in bella vista come un’arma di distrazione di massa. «Dev’essere davvero brava a letto per averti convinto a lasciare Cipher dopo sette anni. Dimmi, ti fa cose che lui non faceva?»

Il sangue gli ribollì. Le emozioni di Storm lo colpirono – cattiveria divertita, gelosia mal mascherata, qualcosa di velenoso sotto la superficie. «Senti, stronza…»

«BASTA.»

La voce di Cardinal tagliò l’aria come un coltello. Il silenzio calò sulla stanza. Anche Strong smise di masticare – un evento così raro che meritava di essere documentato.

«Concentratevi sulla missione. È importante che questa legge venga approvata. Per voi. Per l’Agenzia. Per il futuro di tutti i supereroi in questo paese. Se falliamo stasera, ci saranno conseguenze. Per tutti.»

Storm si strinse nelle spalle con falsa noncuranza. «Chiaro.»

Il silenzio durò un momento di troppo. Poi Cardinal chiuse il briefing e tutti si alzarono, le sedie che stridevano sul pavimento, i corpi che si muovevano verso l’uscita. Arthur chiuse il laptop con un click secco e uscì per primo, senza guardarsi indietro. Bailey lo seguì con lo sguardo finché non scomparve nel corridoio.

A sera raggiunsero il Palazzo di Westminster.

L’edificio gotico si ergeva sul Tamigi come una cattedrale del potere – torri che puntavano verso il cielo plumbeo come dita accusatorie, finestre ad arco che brillavano di luce dorata dall’interno, guglie e pinnacoli e gargoyle che sembravano graffiare le nuvole basse. Il Big Ben dominava tutto – la torre dell’orologio che si innalzava sopra ogni cosa, il quadrante illuminato che splendeva nella notte come una luna artificiale, i numeri romani che segnavano un tempo che apparteneva a un’epoca in cui i problemi erano diversi e forse più semplici. I rintocchi delle sei echeggiarono mentre arrivavano – profondi, solenni, antichi, il suono che rimbalzava sull’acqua del Tamigi e si propagava lungo le strade come un’onda.

Bailey sentì i rintocchi nel petto, nel cranio, nello stomaco. Ogni colpo una pugnalata al mal di testa che non se ne era andato nonostante le quattro pillole.

Dentro, la Camera dei Comuni era piena.

L’ultima volta che era stato lì dentro, sette anni prima, il pavimento era coperto di corpi e Annie stava trascinando in cielo la cosa con la sua faccia. Adesso le panche verdi erano piene, lucide, come se la stanza non ricordasse niente. Le stanze non ricordano mai. È il loro talento migliore.

Centinaia di parlamentari schierati uno di fronte all’altro come due eserciti pronti alla battaglia, il che non era lontano dalla realtà di come funzionava la politica britannica. Lo Speaker della Camera presiedeva dal suo seggio rialzato, toga nera e secoli di tradizione addosso, un’immagine che non era cambiata da generazioni e che probabilmente non sarebbe cambiata in altri secoli, perché gli inglesi erano fissati con le tradizioni. Giornalisti stipati nella galleria della stampa, scribacchini con i taccuini aperti e le penne che volavano. Sicurezza ovunque – uomini in completi scuri con auricolari e sguardi vigili che scrutavano ogni faccia, ogni gesto, ogni ombra.

Bailey prese posizione nel corridoio dietro la Camera, come da istruzioni. L’auricolare nell’orecchio lo teneva in contatto con gli altri – un canale condiviso dove sentiva il respiro di tutti, il fruscio dei vestiti, il rumore di fondo delle rispettive posizioni. Un ronzio costante che non aiutava il mal di testa.

«Storm in posizione.» La voce di Storm crepitò nell’orecchio con quel tono da operativa che metteva quando voleva sembrare professionale. «Ingresso principale coperto. C’è una fila di turisti che cercano di entrare. Li sto mandando via con garbo.»

«Strong in posizione.» Strong masticava qualcosa – probabilmente altre patatine, perché Strong masticava sempre qualcosa, come un ruminante particolarmente grosso. «Uscita laterale coperta. Qui non c’è un cazzo. Letteralmente. Mi sto annoiando da morire.»

«Cipher in posizione.» La voce di Arthur – misurata come al solito. «Galleria pubblica coperta. Ho visuale su tutta la Camera. I feed delle telecamere di sicurezza sono puliti. Niente di anomalo.»

Silenzio.

«Empathy?» disse Cardinal nell’auricolare, impaziente. «Conferma la tua posizione.»

Bailey alzò gli occhi al cielo. «Sono qui. Tutto tranquillo» borbottò.

«Rift?»

«Sono con il vecchio» rispose secca Annie.

In sottofondo, Bailey sentì una voce maschile – probabilmente Sir Malcolm – che diceva qualcosa sulle politiche fiscali. Si appoggiò al muro del corridoio e tirò fuori la fiaschetta dal taschino interno della giacca – acciaio brunito, incisa con le iniziali B.B., regalo di compleanno di Arthur cinque anni fa, il primo anno in cui avevano festeggiato il compleanno come una coppia ufficiale e non come due ragazzi che dormivano insieme. Ne bevve un sorso. Il bruciore familiare del whisky che scendeva in gola, che scaldava lo stomaco.

Attraverso le porte chiuse della Camera poteva sentire i parlamentari che discutevano. Voci che si alzavano e si abbassavano. Lo Speaker che chiamava all’ordine con colpi di martelletto che riecheggiavano sotto la volta gotica.

«… questa legge è pericolosa!» urlava qualcuno, la voce che rimbombava nel soffitto a volta come un tuono in una cattedrale. «Darà carta bianca a questi… questi vigilanti mascherati! Li metterà al di sopra della legge! Creeremo una casta di intoccabili!»

«Non sono vigilanti!» replicò un altro, altrettanto furioso, il banco che tremava sotto il pugno. «Sono eroi registrati che operano sotto supervisione governativa! Salvano vite ogni giorno! Volete che la prossima volta che un Leviatano attacca Londra, chiediamo la cortesia di aspettare mentre i nostri eroi consultano un avvocato?»

«SUPERVISIONE? L’Agenzia è un’entità privata! Finanziata da corporazioni! Non risponde a nessuno!»

«L’Agenzia ha salvato migliaia di vite! Milioni, forse! Senza di loro Londra sarebbe stata distrutta una dozzina di volte!»

«E quante ne ha prese? Quanti danni collaterali? Quante cause insabbiate? Quante famiglie distrutte mentre i loro eroi posano per le telecamere?»

Continuavano così. Avanti e indietro. Come un match di tennis verbale dove nessuno segnava punti e tutti perdevano. Bailey bevve ancora dalla fiaschetta. Le loro grida diventarono rumore di fondo, un brusio costante che si mescolava al ronzio dell’auricolare e al pulsare del mal di testa.

«Cristo.» La voce di Strong nell’auricolare, esasperata. «Si azzuffano peggio di me al pub dopo sei pinte.»

«Almeno tu hai una scusa. Questi dovrebbero essere i nostri leader» commentò sostenuta Storm.

Una pausa. Il fruscio della linea.

«Come sta andando lì, Rift?» chiese Arthur.

«Mi sto annoiando a morte» rispose Annie con voce piatta. «Il vecchio sta parlando con un altro vecchio di cose da vecchi. Quanto dura questa roba?»

«Puoi, per favore, prendere sul serio la cosa?» replicò gelido Arthur.

«Se vuoi facciamo a cambio. Puoi condividere con loro la tua opinione sulle begonie.»

Arthur non rispose. Bailey fece un sorrisetto – il primo della giornata, piccolo e amaro – bevendo ancora dalla fiaschetta.

Le voci nella Camera continuavano, attutite dalle porte pesanti di quercia.

«…propongo un emendamento!»

«L’emendamento è respinto!»

«Questo è oltraggioso! È una violazione del processo democratico!»

«Chiedo una mozione di…»

Poi Bailey sentì qualcosa di diverso. Non attraverso l’auricolare. Attraverso il suo potere. Un’emozione che lo investì con la forza di un autobus in corsa. Paura. Non la paura quotidiana – non l’ansia dei parlamentari, non il nervosismo delle guardie. Terrore puro. Improvviso. Esplosivo. Il tipo di paura che il corpo produce quando la morte è nell’aria.

Seguirono le urla.

Si drizzò di scatto, il torpore dell’alcol che svaniva in un istante, polverizzato dall’adrenalina che gli pompava nel sangue come una droga.

«Che cazzo…»

Corse verso le porte e le spalancò con entrambe le mani, il legno pesante che sbatté contro i muri. Vide un parlamentare volare attraverso la sala – letteralmente, il corpo che descriveva un arco nel vuoto come una bambola di pezza, le braccia che sbattevano, la bocca aperta in un grido muto. Atterrò con un tonfo che riecheggiò attraverso l’ampio soffitto gotico, al centro del pavimento di legno lucido, privo di sensi. Qualcosa tintinnò sul legno accanto a lui, rimbalzando una volta, due, fermandosi. Un coltello. Corto. Lama scura che luccicava sotto le luci – non acciaio normale, qualcosa di più opaco, di più sinistro.

Sir Malcolm era a terra, ai piedi del suo seggio. Annie era china su di lui, le mani premute sul collo del vecchio – le dita guantate dalla tuta nera che aveva indossato sotto la giacca elegante. Intorno a loro il caos – parlamentari che urlavano, che correvano, che si arrampicavano sulle panche per scappare in ogni direzione come topi in una nave che affonda. La sicurezza che si precipitava da ogni direzione, le armi estratte, le voci che si accavallavano. Grida. Ordini. Confusione totale.

Bailey si precipitò verso di loro, il mondo che girava ancora per via dell’alcol – ogni passo che richiedeva concentrazione, il pavimento che sembrava ondeggiare sotto i piedi come il ponte di una nave, le luci che pulsavano ai bordi della visione.

«ANNIE!» urlò, scavalcando una panca rovesciata. «Stai bene? Che cazzo è successo?»

«Quel tizio si è avvicinato da dietro.» Annie indicò il corpo svenuto sul pavimento con un cenno del capo – un movimento secco, preciso, da soldato che fa rapporto. «Aveva un pugnale. Ha colpito prima che potessi reagire.»

Bailey guardò Sir Malcolm. Il vecchio aveva gli occhi spalancati, vitrei, le pupille dilatate al massimo. La bocca aperta in un rantolo silenzioso – le labbra che si muovevano senza produrre suono, come un pesce tirato fuori dall’acqua. Il corpo scosso da convulsioni – braccia e gambe che si contorcevano senza controllo, i tendini del collo che si tendevano come corde, la schiena che si inarcava dal pavimento. La bava alla bocca – bianca, schiumosa, che gli colava sulle guance. Annie teneva una mano sulla ferita al collo – non era profonda, forse un centimetro o due, un taglio pulito appena sotto l’orecchio. Ma il sangue usciva copioso. Troppo copioso per un taglio di quella misura. Qualcosa non andava.

Bailey si inginocchiò accanto a loro, le ginocchia che sbatterono sul legno antico con un dolore che quasi non sentì. «Cristo! Puoi guarirlo?»

«Il coltello era avvelenato» rispose Annie, gli occhi che brillavano di quella luce bianca mentre usava i suoi poteri – la concentrazione che le tirava i lineamenti, le tempie che pulsavano, le vene sulla fronte che si gonfiavano.

«Come fai a dirlo?»

«Sono stata avvelenata anch’io una volta. Riconosco i sintomi.»

«Merda! Puoi fare qualcosa?»

«Sto rallentando il flusso del sangue.» La voce di Annie era tesa – Bailey non l’aveva mai sentita così. Non spaventata, no. Concentrata al limite. Come se stesse tenendo in equilibrio qualcosa di enormemente pesante e sapesse che un tremito, un’esitazione, avrebbe fatto crollare tutto. «Ma non posso fermare il veleno. È già nel sistema nervoso. Si sta diffondendo troppo velocemente. Posso rallentare il sangue, ma non resisterà ancora a lungo.»

Bailey premette l’auricolare nell’orecchio con dita tremanti. «Cardinal! Abbiamo bisogno di aiuto! SUBITO! Sir Malcolm è a terra! Avvelenato! Serve un antidoto!»

Statico. Il fruscio della linea. Poi la voce di Cardinal, fredda anche nell’emergenza – perché Cardinal era fredda sempre, era la sua condizione naturale: «Soccorsi in arrivo. ETA cinque minuti.»

«Cinque minuti?! Cazzo, non li abbiamo cinque minuti!»

Arthur atterrò accanto a loro, le ali di pixel che si dissolsero. Il viso pallido sotto le luci dei lampadari gotici, gli occhi sgranati.

«Non c’è più tempo» disse Annie.

E aveva ragione. Sir Malcolm emise un ultimo rantolo. Un suono orribile – gorgogliante, umido, finale. Il tipo di suono che veniva dal fondo della gola, dal fondo del corpo, dal fondo della vita. Il tipo di suono che Bailey avrebbe sentito nei suoi incubi per settimane – mesi, forse. Per sempre, forse. Gli occhi del vecchio si spalancarono ancora di più, fissi sul soffitto gotico senza vedere gli angeli di pietra che lo guardavano dall’alto. La bocca si aprì in un cerchio perfetto. Un ultimo respiro che non arrivò mai. Il corpo si afflosciò – le convulsioni che si fermarono tutte insieme, come un motore che si spegne, e rimase solo la quiete.

Centinaia di persone nella Camera che assistevano, scioccate, immobili. Alcuni piangevano. Altri pregavano. Altri ancora filmavano con i telefoni – perché l’umanità filmava sempre, anche la morte, soprattutto la morte, i pollici che scorrevano sugli schermi mentre un uomo moriva a tre metri da loro.

Annie tolse la mano dalla ferita. Lentamente. Il sangue che continuava a uscire – lento ora, il cuore che non batteva più, solo la gravità che lo tirava fuori dal corpo ancora caldo.

«Prendi in custodia l’aggressore» disse ad Arthur con voce calma. «Prima che si svegli.»

Lui si riscosse dal torpore e raggiunse il parlamentare ancora svenuto sul pavimento. Catene di pixel blu si materializzarono dal nulla, avvolgendosi intorno ai polsi e alle caviglie dell’uomo.

Bailey si passò una mano tra i capelli, sentendo il sudore freddo sulla fronte che gocciolava nelle sopracciglia. Il cuore che batteva così forte da sentirlo nelle orecchie. L’adrenalina che combatteva l’alcol nel suo sangue – una guerra chimica che lo lasciava stordito e iper-vigile allo stesso tempo. «Porca troia.»

«Qualcuno mi spiega che cazzo è successo?» La voce di Strong nell’auricolare, confusa e agitata. «Ho sentito delle urla. Tutto bene? Sto venendo!»

«Resta al tuo posto!» abbaiò la voce di Cardinal nell’auricolare. «Nessuno si muove finché non lo dico io!»

Bailey guardò il corpo di Sir Malcolm – gli occhi aperti che fissavano il nulla, il sangue che formava una pozza scura sul pavimento di legno antico, la pozza che si allargava lentamente seguendo le venature del legno come un fiume che trovava il suo corso – e non seppe cosa rispondere.

Pochi minuti dopo, Cardinal arrivò sulla scena.

Sei agenti dell’Agenzia in completi scuri la seguivano come ombre – silenziosi, efficienti, con quella sincronicità di movimento che suggeriva addestramento militare. Si dispersero immediatamente – alcuni a controllare le uscite, altri a parlare con la sicurezza parlamentare in toni bassi e urgenti, altri a fotografare la scena con dispositivi che sembravano più avanzati di qualsiasi cosa sul mercato civile, con luci UV che rivelavano tracce invisibili a occhio nudo.

Cardinal attraversò la Camera dei Comuni ignorando il caos – i parlamentari che ancora singhiozzavano aggrappati l’uno all’altro, i giornalisti che urlavano domande dalla galleria della stampa, la sicurezza parlamentare che cercava di ristabilire l’ordine e non ci riusciva. Si fermò davanti al cadavere di Sir Malcolm. Lo guardò per un lungo momento – dieci secondi, forse quindici, un’eternità in quella stanza piena di gente che piangeva. La sua espressione non cambiò. Non un muscolo della faccia. Non una piega della bocca. Il corpo di un uomo a terra e lei che lo guardava come si guarda un problema logistico.

Poi si voltò verso Annie.

«Come è successo?»

Annie indicò il corpo dell’aggressore ancora svenuto sul pavimento, avvolto nelle catene di pixel di Arthur che pulsavano di luce blu. «Quello si è avvicinato da dietro. Aveva un pugnale avvelenato sotto la giacca. Neurotossina. Ha colpito prima che potessi reagire. Un secondo, forse due. Non l’ho visto arrivare.»

«Eri distratta» affermò Cardinal. «Ti stavi annoiando.»

Annie non rispose. Non abbassò lo sguardo. Non si scusò.

«Non è colpa sua!» sbottò Bailey, la voce che uscì più alta del necessario. «Grazie a lei quel figlio di puttana non è scappato!»

Cardinal lo guardò. «Non sarebbe andato comunque lontano. Ci sono duecento agenti di sicurezza in questo edificio. L’avrebbero preso prima che raggiungesse l’uscita.» Tornò a voltarsi verso Annie. «Bel lavoro, Rift. Grazie a te, mesi di negoziazioni sono andati a puttane. La legge è morta insieme a Sir Malcolm. Il suo successore non avrà né il peso politico né le connessioni per riproporla. Ci vorranno anni – anni – per ricostruire quello che abbiamo perso stasera.»

«Tu dov’eri mentre succedeva tutto questo?» replicò Annie. «A limarti le unghie nel tuo furgone?»

Gli agenti dell’Agenzia si bloccarono a metà gesto. Anche Arthur alzò lo sguardo dal corpo dell’aggressore, sorpreso e – Bailey lo percepì chiaramente – involontariamente ammirato, anche se non l’avrebbe mai ammesso.

Cardinal si avvicinò ad Annie. Si fermò a pochi centimetri da lei. «Attenta, ragazzina» disse sottovoce. «Stai tirando un po’ troppo la corda.»

Annie si avvicinò a sua volta, fronteggiandola. «E allora?»

Per un momento – un momento lunghissimo, carico di elettricità – Bailey pensò che una delle due avrebbe fatto qualcosa di irreversibile. Poi Strong arrivò di corsa insieme a Storm, rompendo la tensione.

«Cardinal!» Era agitato, col fiatone, il petto enorme che si alzava e abbassava, le mani che gesticolavano come pale di un mulino. Il sudore che gli colava sulle tempie. «Non è colpa nostra! Eravamo ai nostri posti! Abbiamo fatto esattamente quello che ci avevi detto! È lei che doveva proteggerlo!» E indicò Annie con un dito accusatore, il braccio che tremava per l’agitazione.

Cardinal si allontanò da Annie – un passo indietro, lento, controllato. «Vi avevo detto di rimanere ai vostri posti.»

«Ecco…»

«Strong. Prendi quell’uomo. Lo interrogheremo alla sede.»

Strong ubbidì immediatamente. Afferrò l’aggressore per le braccia, sollevandolo dalla panca come se fosse un sacco di patate. L’uomo gemette – un suono debole, gutturale – ma non si svegliò. Le catene di pixel di Arthur si adattarono al movimento, brillando e ondeggiando.

«Non aspettiamo l’arrivo della polizia?» chiese Arthur, la voce che tradiva incertezza. «Questo è il Parlamento. È tecnicamente proprietà della Corona. La polizia metropolitana ha giurisdizione su qualsiasi crimine commesso all’interno. E Scotland Yard vorrà sicuramente condurre la propria indagine parallela…»

«Arthur.» Lo interruppe secca Cardinal, usando il suo vero nome – il che significava che la conversazione era privata e seria, non pubblica e negoziabile. «L’Agenzia ha autorità operativa in casi che coinvolgono supereroi o minacce sovrannaturali. Questo attacco è avvenuto sotto la nostra protezione. È responsabilità nostra. Lo interrogheremo prima noi. La polizia può aspettare.»

Arthur aprì la bocca per obiettare – la protesta che già gli si formava sulle labbra, qualcosa sulla procedura, sulla legalità, sull’ordine. Poi la richiuse. Perché Arthur credeva nel sistema. E il sistema aveva appena parlato.

«Avanti. Muovetevi.»

Uscirono da un’uscita d’emergenza sul retro del Palazzo di Westminster – una porta di ferro che dava su un vicolo stretto e buio, lontano dalle telecamere dei giornalisti, lontano dagli occhi del pubblico. Il furgone nero li aspettava già – motore acceso, portelli posteriori aperti, l’interno illuminato da quella luce blu familiare che Bailey associava ormai alle brutte notizie.

Salirono a bordo in silenzio. Strong gettò l’uomo svenuto su una delle panche metalliche con poca delicatezza – un tonfo sordo che fece vibrare il pavimento del furgone.

Le porte si chiusero con un tonfo pesante – il suono di una bocca che si chiude, di una trappola che scatta. Il furgone partì sgommando, le ruote che stridevano sull’asfalto bagnato dalla pioggia che aveva iniziato a cadere mentre erano dentro.

Venti minuti dopo raggiunsero il garage sotterraneo dell’Agenzia.

La sala interrogatori era piccola. Quattro metri per quattro, forse meno. Pareti di cemento grigio senza decorazioni – nessun quadro, nessuna finestra, nessun orologio. Un tavolo metallico avvitato al pavimento con bulloni grossi come pollici. Due sedie – una per l’interrogato, una per l’interrogatore. Una telecamera nell’angolo in alto, l’occhio rosso che lampeggiava con la pazienza di qualcosa che non si stancava mai di guardare. Una luce al neon che tremolava leggermente, creando ombre danzanti sulle pareti – un difetto che Bailey sospettava fosse intenzionale, perché dopo un’ora in quella stanza il tremolìo ti entrava nel cervello e ti faceva impazzire.

Strong lasciò andare l’uomo su una delle sedie senza tante cerimonie. La testa penzolò in avanti, il mento che toccava il petto, un filo di saliva che colava dalla bocca socchiusa.

Cardinal si voltò verso Storm. «Dagli una scossetta.»

Le dita di Storm crepitarono di elettricità blu – piccole saette che danzavano tra le nocche come fuochi fatui. Toccò la spalla dell’uomo con l’indice.

Lui sobbalzò violentemente – il corpo che scattò come se avesse preso la scossa da un recinto elettrico, il che era essenzialmente quello che era successo. Gli occhi che si spalancarono. Annaspò, cercando aria, il petto che si alzava e abbassava freneticamente. Si guardò intorno – la stanza grigia, il neon tremolante, le facce che lo circondavano – e Bailey vide il terrore spandersi sul suo viso come inchiostro su carta bagnata.

«Ma che… dove mi trovo?»

Tentò di liberarsi dalle catene digitali di Arthur. Tirò, si contorse, i muscoli che si tendevano sotto la giacca del completo. Niente. Le catene non si muovevano di un millimetro, perché non erano materia e non obbedivano alla forza.

Il suo sguardo si spostò sui presenti, sempre più smarrito. «Dove… cosa…»

Cardinal si poggiò sulla scrivania, incrociando le gambe con l’eleganza di chi è nel suo elemento. «Bentrovato, signor…?»

Lo sguardo dell’uomo si fissò su di lei. Deglutì rumorosamente – il pomo d’Adamo che saliva e scendeva. «Pemberton. James Pemberton. Sono un membro del Parlamento. Rappresento la circoscrizione di…»

«So chi è lei, signor Pemberton.» Cardinal alzò una mano, tagliando il resto. «È un piacere conoscerla di persona. Mi chiami pure Cardinal. Immagino che non ci sia bisogno di presentarle i miei ragazzi.» Fece un gesto ampio verso il gruppo. «Li avrà visti in televisione.»

Pemberton si guardò di nuovo intorno, il panico negli occhi che cresceva come un incendio in una stanza chiusa – visibile, tangibile, che consumava l’ossigeno.

«Non capisco… ero alla Camera… stavamo discutendo la legge… come… come sono finito qui?»

«Che cosa ricorda, esattamente?»

Pemberton sbatté le palpebre, cercando di concentrarsi. Le mani che tremavano nelle catene luminose. «Stavamo discutendo se approvare il Powered Individuals Protection Act. Io ero contrario – sono sempre stato contrario. Ho parlato per venti minuti spiegando perché è una legge pericolosa, perché darà troppo potere a persone non elette, perché…» Si fermò. Gli occhi che si perdevano nel vuoto, che cercavano qualcosa che non trovavano. «Non… non ricordo. È tutto nero. Un momento ero al mio seggio, il momento dopo mi sono risvegliato qui.»

Cardinal rimase in silenzio per un lungo momento, studiandolo con attenzione.

«Ha pugnalato Sir Malcolm Hendricks.»

Gli occhi di Pemberton si sgranarono – così tanto che Bailey poteva vedere il bianco tutto intorno all’iride. Si voltò di scatto verso Cardinal, quasi cadendo dalla sedia nonostante le catene, il corpo che si sbilanciava.

«Cosa? Di che diavolo sta parlando? Malcolm? Pugnalato?»

«Lo ha ucciso. Con un pugnale avvelenato. Davanti a duecento testimoni.»

«Questo è… questo è assolutamente ridicolo!» Pemberton tremava ora – tutto il corpo che vibrava, le parole che uscivano a scatti come da una mitragliatrice inceppata. «Io non… non avrei mai…» Il sudore freddo gli rigava la fronte, gocciolando negli occhi, sulla camicia. «Malcolm è… è morto?»

«Già.» La voce di Cardinal non tradiva emozioni. «Il veleno l’ha ucciso in meno di tre minuti.»

Il colore scomparve dal viso di Pemberton. La bocca che si apriva e chiudeva senza emettere suono. Sembrava sul punto di svenire di nuovo.

Cardinal si alzò dal tavolo. Iniziò a camminare lentamente per la piccola stanza, i tacchi che cliccavano sul cemento con il ritmo di un metronomo lento – click, click, click. Un suono che riempiva il silenzio come gocce d’acqua in una grotta.

«Dove si è procurato il veleno, signor Pemberton?»

«I-io non avevo nessun coltello!» urlò Pemberton, la voce isterica che rimbalzava sulle pareti di cemento e tornava indietro amplificata. «Non ho mai posseduto un’arma in vita mia! Sono un pacifista, per l’amor di dio! Sono membro di Amnesty International! Del comitato etico del Parlamento! Sono contro la pena di morte! Perché sono qui? Non ho ucciso nessuno!»

«Signor Pemberton.» Cardinal si fermò davanti a lui, guardandolo dall’alto in basso. La luce del neon che le cadeva sulla faccia creava ombre che la facevano sembrare più vecchia, più dura. «Lei è in una situazione molto delicata. Ma io posso aiutarla. Deve solo collaborare. Dirmi chi l’ha pagata. Chi le ha dato il coltello. Chi le ha detto cosa fare.»

«Liberatemi subito!» Pemberton si dimenò nelle catene con furia rinnovata, la sedia che cigolava e strideva sul pavimento. Le vene del collo che pulsavano. «Non avete nessun diritto di tenermi qui! Questo è sequestro di persona! Voglio un avvocato! Voglio la polizia! Voglio il mio telefono!»

«Quindi lei afferma di non aver commesso l’omicidio?»

«CERTO CHE NO!» Pemberton gridò così forte che la voce si spezzò a metà frase, riecheggiando nella piccola stanza come un’esplosione. Le lacrime che iniziavano a formarsi, gli occhi che si arrossavano. «Non avevo nessun motivo per fargli del male! Malcolm era mio amico! Il mio migliore amico! Cristo santo! Abbiamo studiato insieme a Oxford quarant’anni fa! Eravamo nello stesso college! Siamo stati testimoni ai matrimoni l’uno dell’altro! I nostri figli giocano insieme da quando erano bambini! Non ho… non avrei mai…»

La voce si spezzò in un singhiozzo. Un suono rotto, animale, che veniva dal fondo del petto. Lacrime che colavano sulle guance, sulle catene luminose, sul tavolo metallico.

Cardinal si voltò verso Bailey. «Cosa senti?»

Bailey si sforzò di concentrarsi, aprendosi alle emozioni di Pemberton. Ma i suoi sensi erano offuscati dall’alcol – il potere empatico che funzionava come un vecchio televisore con l’antenna storta, le immagini sfocate, il segnale che andava e veniva. Tutto era confuso, distorto, come guardare attraverso un vetro appannato in una tempesta. Percepì rabbia – intensa, bruciante, il tipo che viene dall’ingiustizia. Paura profonda – il terrore di un animale in trappola, primordiale, viscerale. Confusione – genuina, totale, il disorientamento di chi non capisce cosa sta succedendo. Disperazione. Ma erano emozioni forti, caotiche, che si sovrapponevano e si mescolavano. Difficili da separare. Difficili da interpretare con il cervello che galleggiava nel whisky.

«Credo… credo stia dicendo la verità» disse Bailey, la voce incerta.

«Credi?»

«È spaventato. È… è più difficile capirlo così.»

Cardinal lo fissò per un momento – uno sguardo che conteneva un intero vocabolario di disprezzo. Un dizionario di sei inutile condensato in tre secondi di contatto visivo. Poi tornò a concentrarsi su Pemberton.

«Le capita spesso di avere vuoti di memoria, signor Pemberton?»

L’uomo smise di singhiozzare. Le lacrime che ancora gli rigavano le guance, ma gli occhi che si schiarivano, che cercavano. «No! Voglio dire…» Si fermò, gli occhi che si muovevano a scatti – destra, sinistra, su, giù – mentre rovistava nei propri ricordi come in un cassetto disordinato. «Adesso che ci penso… non ricordo bene cosa ho fatto prima di entrare al Parlamento oggi. La mattinata è… sfocata. Ricordo di essermi svegliato. Di aver fatto colazione – toast e marmellata, come ogni mattina. Ma poi… poi c’è un buco. E mi sono ritrovato al mio seggio, nel mezzo della discussione, senza sapere come ci ero arrivato.»

Silenzio pesante nella stanza. Solo il ronzio della luce al neon e il respiro affannoso di Pemberton.

Arthur si fece avanti. «Potrebbe essere stato manipolato.»

Tutti si voltarono a guardarlo. Anche Annie, che fino a quel momento era rimasta appoggiata al muro nel suo angolo con l’espressione di chi aspetta la fine di un film che non ha scelto di guardare.

«Manipolato?» Pemberton lo guardò, incredulo. «Qualcuno mi ha… controllato? Come un… un pupazzo? È possibile?»

«Dev’essere stata opera di qualcuno che non voleva che la legge venisse approvata» continuò Cardinal, la mente che già girava, che già calcolava, che già pianificava tre mosse avanti come una giocatrice di scacchi. «La lista dei sospetti è lunga. Attivisti anti-superpoteri. Gruppi di protesta. Forse altri parlamentari con interessi contrari. Di sicuro avranno usato un intermediario. Un fixer.»

«Un fixer?» chiese perplesso Strong, grattandosi la testa con un dito grosso come una salsiccia.

«Dev’essere un telepate» spiegò Arthur, la voce che assumeva quel tono da analista che Bailey conosceva bene – il tono che significava che il suo cervello stava già processando mille possibilità al secondo. «Qualcuno in grado di controllare le menti. Ma deve averlo fatto a distanza – il perimetro del Parlamento era troppo sorvegliato per riuscire a infiltrarsi fisicamente. Ho tenuto d’occhio le telecamere di sicurezza per tutta la sera. Ogni feed, ogni angolazione. Nessun volto sconosciuto. Nessun comportamento sospetto prima dell’attacco. Chiunque sia stato, non era nell’edificio.»

Strong fischiò, impressionato, sputacchiando l’ennesima briciola. «Cazzo… uno con un potere così dovrebbe lavorare per noi. Sarebbe utilissimo.»

Cardinal fissò la parete di cemento. «La faccenda è più seria di quanto credessi» disse piano, quasi tra sé e sé.

Poi si girò, dirigendosi verso la porta a passi rapidi. «Venite con me. Strong, tu resta a sorvegliarlo.»

Pemberton si dimenò, cercando di alzarsi. La sedia che si ribaltò quasi sotto di lui, le catene che lampeggiarono più forte per lo sforzo.

«Non potete lasciarmi qui! Non ho fatto niente! Sono innocente! PER FAVORE! AIUTATEMI! CHIAMATE MIA MOGLIE! CHIAMATE IL MIO AVVOCATO!»

Il gruppo uscì dalla stanza. Due guardie dell’Agenzia entrarono immediatamente, posizionandosi negli angoli con le mani dietro la schiena e le facce vuote di automi. La porta si chiuse con un click pesante e definitivo, attutendo le urla disperate di Pemberton che continuavano, sempre più deboli, sempre più lontane, fino a diventare solo un ronzio dietro centimetri d’acciaio.

Cardinal camminava veloce davanti a loro attraverso i corridoi sotterranei. «Cipher» disse senza voltarsi, senza rallentare. «Voglio che effettui un controllo a tappeto su tutte le attività online. Internet normale e dark web. Forum criptati. Chat su Telegram, Signal, qualsiasi piattaforma. Cerca tracce di qualcuno che offre servizi come sicario. Riferimenti al Parlamento. Alla legge. A Sir Malcolm. A Pemberton. Qualsiasi cosa che possa darci una pista.»

Gli occhi di Arthur si illuminarono di quella luce blu brillante, la testa che si inclinò leggermente da un lato mentre si perdeva tra i dati.

«Tenete la bocca chiusa su quello che è successo stasera. Niente interviste. Niente social media. Niente commenti ai giornalisti che vi fermeranno per strada – e vi fermeranno, perché la notizia dell’assassinio sta già uscendo sui canali di news e domani sarà su ogni prima pagina del paese. Niente chiacchiere con amici o familiari. Gestiremo noi la stampa, controlleremo noi la narrativa. Chiaro?»

Nessuno rispose, il che Cardinal interpretò come assenso.

«Siete congedati. Tornate a casa. Riposatevi. Ci vediamo qui domani alle nove in punto. Non un minuto dopo.»

Bailey fece per andarsene con Annie, già pensando al suo letto, alla bottiglia che lo aspettava nel bar dell’attico.

«Voi no.»

Si bloccarono a metà passo. Il piede di Bailey già sollevato che tornò a terra con un tonfo sordo. Cardinal si voltò, fissandoli. Si avvicinò ad Annie. La guardò dall’alto in basso – dai capelli corti tagliati male agli stivaletti sporchi di polvere del Parlamento, passando per la tuta nera e la giacca macchiata del sangue di Sir Malcolm.

«Sei qui perché te lo abbiamo permesso, non dimenticarlo.» Le parole che uscivano lente, pesate. «Sei incredibilmente potente, Rift. Ma il potere senza disciplina è solo caos. E il caos è qualcosa che non posso permettermi.»

Annie non rispose. Non batté ciglio. Non mosse un muscolo. Lo sguardo fisso su Cardinal con la stessa intensità con cui fissava tutto – muri, cieli, nemici, amici. Senza differenza.

Cardinal si rivolse a Bailey. Lo scrutò con disgusto appena velato – le labbra che si stringevano, le narici che si dilatavano.

«Sei ubriaco.»

Lui deglutì. Il sapore del whisky che gli risaliva in gola come un’accusa. «Io…»

«Puzzi di alcol da un metro. Non sei riuscito a darmi una lettura decente di Pemberton.»

Bailey non aveva niente da dire. Perché aveva ragione. Come sempre. Come con tutto.

«La prossima volta che ti presenti a una missione in questo stato, ti tolgo dall’attivo. Permanentemente. Chiaro?»

«Chiaro» mormorò Bailey.

Cardinal li guardò ancora per un momento. Poi se ne andò, i tacchi che cliccavano sul cemento, la figura nera che scompariva in fondo al corridoio come un’ombra che rientra nella parete da cui è uscita.

Bailey e Annie rimasero soli nel corridoio sotterraneo. Le luci al neon che ronzavano. L’odore di disinfettante e cemento freddo. Lontano, attutite, le urla di Pemberton che si erano ridotte a singhiozzi.

Annie si voltò verso di lui. «Andiamo a casa» disse.

10 Capitolo 10

La mattina dopo, Bailey si svegliò come al solito stravolto.

Si disse che era l’ultima volta che beveva, ma sapeva che era una cazzata. Si sarebbe attaccato di nuovo alla bottiglia in meno di un’ora, giusto il tempo di riprendersi un po’. Giusto il tempo di sentirsi abbastanza umano da poter fingere di funzionare.

Si trascinò fuori dal letto e barcollò verso la cucina per farsi un caffè – l’unica medicina accettabile. L’unica cosa che poteva salvarlo a questo punto. Mentre camminava nel corridoio, sentì un suono in sottofondo. Voci. Il ronzio di un televisore.

Annie era seduta sul divano. Ancora in pigiama – o meglio, in una delle magliette di Bailey che le arrivava quasi alle ginocchia. Una vecchia t-shirt dei Radiohead, quella con l’orso sbiadito dal tempo, che Bailey non ricordava nemmeno di possedere ancora. Le gambe rannicchiate sotto di sé, i piedi nudi. I capelli corti sparati in ogni direzione. Gli occhi fissi sullo schermo.

Guardava le notizie locali del mattino. Sullo schermo, una giornalista sulla quarantina con completo blu e sorriso professionale – il tipo di sorriso che si incrinava appena quando le notizie erano brutte, come adesso. Dietro di lei, immagini del Palazzo di Westminster – le torri gotiche, il Big Ben, nastri gialli della polizia che si incrociavano come la trama di un tessuto sinistro.

«… la notizia dell’omicidio di Sir Malcolm Hendricks ha scioccato la nazione. Il parlamentare conservatore, noto sostenitore della legge sui supereroi, è stato pugnalato ieri sera durante la sessione alla Camera dei Comuni in quello che gli investigatori stanno definendo un attacco senza precedenti nella storia del Parlamento britannico.»

Apparvero immagini – ambulanze con le luci lampeggianti che pulsavano nel buio, polizia che transennava l’area con il nastro giallo che brillava sotto i riflettori, il corpo coperto da un telo bianco sul pavimento di legno antico – una macchia di bianco sterile su secoli di storia. Giornalisti che cercavano di farsi largo tra i cordoni di sicurezza. Parlamentari con facce sconvolte che venivano scortati fuori, alcuni in lacrime, altri con espressioni vuote di chi non ha ancora elaborato quello che ha visto.

«L’assassino è stato identificato come James Pemberton, anch’egli membro del Parlamento e, ironicamente, amico di lunga data della vittima. Pemberton è attualmente sotto custodia presso una struttura non specificata, ma le circostanze dell’omicidio rimangono avvolte nel mistero. Secondo testimonianze dei presenti alla Camera, la sicurezza di Sir Malcolm era affidata alla Task Force di supereroi dell’Agenzia.»

La voce della giornalista si fece più grave – quel tono che i giornalisti usavano quando stavano per dire qualcosa che avrebbe fatto arrabbiare qualcuno.

«In particolare, la responsabilità diretta della protezione di Sir Malcolm era stata assegnata a Rift…»

Apparve un’immagine di Annie. Quella scattata alla Tate Modern durante la presentazione. Gli occhi fissi nella telecamera. L’espressione vuota, indecifrabile, che il pubblico interpretava come minaccia e che Bailey sapeva essere solo Annie.

«… la nuova e controversa eroina che solo qualche giorno fa ha fatto il suo discusso debutto pubblico con un’intervista che ha diviso l’opinione pubblica. Fonti anonime all’interno del Parlamento suggeriscono che Rift non abbia svolto con la dovuta attenzione il suo compito di guardia personale, permettendo all’aggressore di avvicinarsi indisturbato alla vittima. L’Agenzia non ha ancora rilasciato commenti ufficiali.»

Bailey afferrò il telecomando dal tavolino. Cambiò canale, il pollice che affondava nella plastica.

Un altro telegiornale. BBC News. Logo rosso e bianco. Musica drammatica di sottofondo che suonava come la colonna sonora della fine del mondo.

«… manifestazioni che stanno interessando diverse zone di Londra questa mattina. Sembra che l’omicidio di Sir Malcolm abbia riacceso tensioni sopite – tensioni che covavano sotto la superficie da quando il Leviatano ha attaccato la città e la morte di Freeze ha sollevato domande fondamentali sul ruolo dei supereroi nella nostra società. La linea passa ora alla nostra corrispondente sul campo, Sarah Mitchell. Sarah?»

L’inquadratura cambiò bruscamente. Una strada di Londra – Camden, a giudicare dall’architettura e dalle insegne dei negozi vintage sullo sfondo. Bailey riconobbe il mercato, le bancarelle chiuse, le saracinesche abbassate.

Centinaia di persone ammassate. Un mare di corpi che occupava la strada da marciapiede a marciapiede. Cartelli di ogni colore e dimensione che oscillavano come bandiere in battaglia. Urla che si sovrapponevano in un caos incomprensibile – slogan che si scontravano, che si contraddicevano, che si annullavano a vicenda. Polizia in tenuta antisommossa – caschi, scudi, manganelli – che cercava di mantenere l’ordine formando cordoni umani che si piegavano e si riformavano come onde contro una diga.

La giornalista – la stessa Sarah Mitchell che li aveva intervistati nell’elicottero sopra il deserto dello Yemen, il cui sorriso professionale sembrava leggermente meno saldo di allora – cercava di farsi sentire sopra il frastuono. Il vento le scompigliava i capelli. Il microfono che captava raffiche di rumore, slogan, imprecazioni.

«Grazie, John. Come potete vedere dietro di me, la manifestazione coinvolge diversi gruppi di civili con obiettivi… molto differenti tra loro. Direi addirittura contrapposti.»

La telecamera si allargò, mostrando la folla nella sua interezza. Alcuni cartelli recitavano: GIUSTIZIA PER FREEZE e GLI EROI NON UCCIDONO e RIFT ASSASSINA.

Altri: NO AI SUPEREROI e ABOLITE L’AGENZIA e BASTA CON I VIGILANTI.

Altri ancora: IL GOVERNO CI MENTE e RIVOLUZIONE ORA e VERITÀ PER IL POPOLO.

E in fondo, un gruppo particolarmente agitato con cappelli di carta stagnola e occhi spiritati: LA FINE È VICINA e GLI ALIENI CI INVADERANNO e IL LEVIATANO ERA SOLO L’INIZIO. Perché non mancavano mai. In ogni crisi, spuntavano come funghi dopo la pioggia.

«Come vedete» continuò Sarah, cercando di mantenere un tono professionale nonostante il caos che le ondeggiava alle spalle. «i motivi della protesta sono… variegati, per usare un eufemismo. C’è chi chiede giustizia per Freeze, chi manifesta contro i supereroi in generale, chi protesta contro le politiche del governo, e chi…» Esitò, lanciando un’occhiata ai complottisti con i cappelli di stagnola. «… crede che l’incidente del Leviatano sia stato solo l’inizio di un’invasione aliena su larga scala.»

Due gruppi si scontrarono proprio dietro di lei – quelli con i cartelli RIFT ASSASSINA e quelli con i cartelli ABOLITE L’AGENZIA, che avrebbero dovuto essere alleati ma che evidentemente non erano d’accordo su niente. Spintoni. Urla. Un cartello che volava in aria, rotando come un frisbee impazzito. La polizia che si precipitava a separarli, i manganelli alzati in modo minaccioso ma non ancora usati, i caschi che brillavano sotto la luce grigia.

«La situazione è piuttosto tesa.» Sarah si spostò leggermente, allontanandosi dalla rissa con la pratica di chi ha coperto abbastanza manifestazioni da sapere quando è il momento di togliersi dai piedi. «E ho qui accanto a me un giovane che ha accettato di farsi intervistare. Come ti chiami?»

La telecamera si spostò su un ragazzo – forse diciannove, venti anni al massimo. Hoodie nero con il cappuccio abbassato. Cappellino da baseball dei Tottenham Hotspur. Denti storti quando sorrideva – un sorriso largo, eccitato, quasi maniaco. Sembrava elettrizzato dall’essere in TV, gli occhi che brillavano di quella luce che hanno i fanatici e i bambini a Natale.

«Jayden» disse con forte accento cockney. Quello vero, da East End, non quello finto che usavano gli attori nei film. «Jayden Hydes.»

«Jayden, per quale motivo sei qui oggi?»

«Sono qui per dare supporto a Rift, yeah?» Il ragazzo indicò la telecamera con entusiasmo, il dito che quasi toccava l’obiettivo. «La nuova eroina. Lei è forte, sai cosa intendo? Non come gli altri supereroi, quei manichini presuntuosi che sorridono alle telecamere e fanno quello che gli dice l’Agenzia come tanti cagnolini ammaestrati. Lei dice le cose in faccia. Non se le tiene dentro. È autentica, capisci?»

Sarah mantenne un’espressione professionale, anche se un sopracciglio si alzò leggermente. «Ma Rift ha ucciso Freeze. Uno dei supereroi più amati del paese. Non ti preoccupa questo aspetto?»

Jayden fece una smorfia sprezzante – una di quelle smorfie da ragazzo di strada che ha già deciso che il mondo fa schifo e che non vale la pena prenderlo sul serio. «Quel coglione che giocava col ghiaccio? Se l’è cercata, cazzo. Scusa, posso dire cazzo in TV? Vabbè, l’ho detto. Comunque, non doveva attaccarla. Lei si è solo difesa. È legittima difesa, punto e basta!»

Si voltò direttamente verso la telecamera, gli occhi che brillavano di fanatismo. Le vene del collo che pulsavano. Il pugno che si alzava.

«RIFT! Se stai guardando, sappi che noi siamo con te! Mostra a questi stronzi cosa vuol dire essere un vero supereroe! Non farti controllare dall’Agenzia! Non farti controllare dal governo! Non farti controllare da nessuno! Sei libera! SEI LIBERA!»

E iniziò a sbraitare slogan, il pugno che batteva l’aria a ritmo.

«NO ALL’AGENZIA! NO AL CONTROLLO! LIBERTÀ PER I VERI EROI! RIVOLUZIONE!»

Altri dietro di lui iniziarono a unirsi. Una piccola folla che urlava insieme, i pugni che battevano l’aria come un cuore collettivo. L’energia che cresceva, contagiosa, pericolosa.

Sarah allontanò rapidamente il microfono dal ragazzo, con un gesto che diceva basta così. Si voltò verso la telecamera, l’espressione che comunicava chiaramente perché ho scelto questo ragazzo tra tutti i presenti.

«Ehm… restituiamo la linea allo studio.»

Bailey spense la TV e si lasciò cadere accanto a lei, sospirando pesantemente.

«Stanno solo straparlando. Come al solito. Non è colpa tua quello che è successo.»

«Non mi frega niente di cosa pensa questa gente.» Annie non distolse lo sguardo dallo schermo nero. La sua voce era piatta, ma sotto la piattezza c’era qualcosa – non rabbia, non delusione, qualcosa di più vecchio e più stanco. «Sai qual è la cosa divertente? Che non sanno quello che vogliono. Mai. È una costante universale. In ogni dimensione che ho visitato. Non importa il pianeta, la specie, il livello tecnologico. È sempre la stessa storia.»

Si voltò verso di lui, gli occhi scuri e imperscrutabili.

«Pretendono un eroe, poi lo odiano quando fa quello che deve fare. Chiedono un leader forte, poi si lamentano della tirannia. Blaterano di libertà, per poi spaventarsi quando ce l’hanno davvero. Vogliono sicurezza ma protestano contro il controllo. Vogliono protezione ma rifiutano chi li protegge. Non importa cosa fai. Ci sarà sempre qualcuno che ti ama e qualcuno che ti odia. E spesso sono le stesse persone in momenti diversi. A volte nella stessa giornata.»

Bailey la fissò per un attimo in silenzio, riflettendo sulle sue parole. Sette anni di lezioni imparate nel modo peggiore. «Già» mormorò infine, non sapendo cos’altro aggiungere. «Hai fame?»

Prepararono la colazione insieme. In silenzio, per la maggior parte. I gesti che si incastravano senza bisogno di parole, come se avessero una coreografia implicita.

Bailey fece il caffè – forte, nero, abbastanza da svegliare un morto. L’aroma che riempiva la cucina, quasi abbastanza da coprire il vuoto.

Annie tostò il pane. Le fette che scricchiolavano nel tostapane, i bordi che si bruciavano leggermente come al solito.

Bailey ruppe le uova in padella. Il tuorlo che si spandeva, il bianco che sfrigolava nel burro.

Annie mise su del bacon. Le strisce rosa che si arricciavano, diventando croccanti e dorate, il grasso che scoppiettava.

Bailey la guardò mentre apparecchiava – i piatti, le tazze, la bottiglia di ketchup che lei considerava un sacrilegio sulle uova e di cui lui non poteva fare a meno. Si chiese come sarebbe stata la sua vita se avesse scelto lei invece di Arthur. Se Annie fosse il tipo di persona di cui ci si può innamorare. Immaginò come sarebbe stata – mattine lente come questa, risate distratte, una casa che profumava di caffè, magari animata da qualche bambino con i suoi occhi e l’espressione vuota di lei. Si chiese se, anche in quell’esistenza gentile, avrebbe comunque sentito la mancanza di Arthur. Come un arto fantasma. Come un dolore in un punto del corpo che non esiste più.

Un’ora dopo si presentarono alla sala riunioni dell’Agenzia.

Gli altri erano già lì. Storm seduta con le braccia conserte, l’aria annoiata di sempre. Tuta viola oggi – il viola significava sono incazzata ma faccio finta di niente – i capelli raccolti in una coda di cavallo alta, le unghie laccate di nero che tamburellavano sul tavolo.

Strong mangiava qualcosa da un sacchetto – noccioline, a giudicare dal rumore – leccandosi le dita con un entusiasmo che suggeriva una relazione più intima con il cibo che con qualsiasi essere umano.

Arthur era fisso sul laptop, gli occhi che brillavano di quella luce blu digitale mentre processava dati. Non alzò lo sguardo quando entrarono. Bailey si chiese se lo facesse apposta o se fosse semplicemente così concentrato da non notare il mondo esterno.

Si sedettero in silenzio all’estremità opposta del tavolo. Il più lontano possibile. Ormai era diventata la loro posizione ufficiale – l’angolo degli esclusi, la periferia della squadra.

Cardinal guardò l’orologio al polso – un Cartier d’argento, discreto e costoso, come tutto di lei. «Siete in orario. Che miracolo.»

Bailey non rispose. Annie nemmeno.

«Cipher.» Cardinal si voltò verso Arthur. «Rapporto.»

Lui alzò lo sguardo dal laptop. E Bailey vide quanto era stanco – più stanco di quanto l’avesse mai visto in sette anni. Occhiaie scure come lividi sotto gli occhi, non quelle superficiali da notte corta ma quelle profonde, scavate, di chi non dorme da giorni. Capelli meno perfettamente pettinati del solito – una ciocca ribelle che gli cadeva sulla fronte, che in circostanze normali Arthur avrebbe spazzato via con un gesto irritato ma che adesso lasciava lì, come se non avesse l’energia. La pelle pallida, quasi traslucida sotto le luci al neon.

«Ho trovato qualcosa» disse, la voce leggermente rauca. «Ho passato la notte a setacciare i database. Tutti i database. Non solo i nostri – quelli di Interpol, FBI, MI5, MI6, i servizi europei. E quello che ho trovato è… preoccupante.»

Toccò il laptop. Lo schermo sulla parete si accese. Apparvero foto di persone diverse – una griglia di volti che riempì la parete come un mosaico. Tutti uomini e donne sulla quarantina, cinquantina. Tutti dall’aria distinta – completi eleganti, sorrisi professionali, lo sguardo di chi è abituato al potere.

«Negli ultimi sette anni ci sono stati altri omicidi con modalità simili a quello di Sir Malcolm. Ventisette in totale, includendo il suo.»

Il numero rimase sospeso nell’aria come un macigno.

«La maggior parte sono politici. Senatori, parlamentari, consiglieri regionali. Sparsi in dodici paesi diversi – Regno Unito, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone, Australia. Alcuni giudici – di corti d’appello, principalmente. Un alto funzionario della difesa americana. Un dirigente dei servizi segreti francesi. Un ambasciatore presso le Nazioni Unite.» Arthur fece una pausa. «Tutti, senza eccezione, appoggiavano apertamente i supereroi e le rispettive agenzie nei loro paesi. Erano nostri alleati. Le persone che lottavano per i nostri diritti, per la nostra legittimità, per la nostra esistenza legale.»

Fece scorrere le immagini. Documenti ufficiali. Rapporti di polizia con timbri rossi e classificazioni di sicurezza. Foto segnaletiche di persone che sembravano ordinarie – impiegati, insegnanti, medici, madri.

«Gli assassini – tutti catturati, tutti ancora in prigione – affermano di non ricordare niente. Non avevano motivi apparenti. Nessuno di loro aveva precedenti violenti. Alcuni erano colleghi delle vittime. Altri amici di lunga data. Uno era il fratello della vittima – lo ha accoltellato durante una cena di famiglia, davanti ai figli.» Arthur deglutì visibilmente. «Tutti descrivono la stessa cosa. Vuoti di memoria. Ore che mancano. Poi si risvegliano con sangue sulle mani, senza capire cosa sia successo. Esattamente come Pemberton.»

Arthur tornò a guardare Cardinal. Le dita intrecciate sul tavolo, il laptop dimenticato.

«Ho scavato nel dark web. Forum criptati, chat private, marketplace illegali. Ci sono molte richieste di commissioni di omicidi – il mercato è più vasto di quanto si possa immaginare. Mercenari. Assassini professionisti. E diversi fixer che offrono i loro servizi – gente con poteri minori che si vende al miglior offerente.»

«Quanti?» chiese Cardinal.

«Ventitré che si pubblicizzano apertamente. Ma sono tutti piccoli pesci. La maggior parte sono ex militari o solitari che si vantano di capacità che probabilmente non hanno.» Arthur scosse la testa lentamente. «Non quello che stiamo cercando.»

Si sporse in avanti, la voce che si abbassava.

«Chiunque sia il nostro uomo – o donna – è molto più capace. E molto più scrupoloso. Non sbandiererebbe mai ai quattro venti quello che sa fare. Probabilmente lavora solo su commissione privata, con clienti selezionati. Niente tracce digitali. Niente pubblicità. Niente firma. È come cercare un ago in un pagliaio grande quanto il mondo.»

Cardinal rimase in silenzio per un momento, elaborando le informazioni. Le dita che tamburellavano piano sul tablet – l’unico segno di tensione che Bailey le avesse mai visto mostrare.

«Hai ragione. Chiunque sia, è rimasto nascosto perfino all’occhio dell’Agenzia per sette anni. Ventisette omicidi e nessuno aveva collegato gli schemi. È un professionista.» Si avvicinò allo schermo, studiando le foto delle vittime. «Dobbiamo trovarlo il prima possibile. Un potere del genere potrebbe esserci estremamente utile. Per non parlare del fatto che è pericoloso. Se dovesse controllare la persona sbagliata, potrebbe creare una catastrofe.»

Si girò verso Annie, gli occhi freddi che la scrutavano.

Annie ricambiò lo sguardo senza battere ciglio. «Che cosa intendi fare?»

«L’Agenzia si è già attivata per trovare questo individuo. Abbiamo messo in campo tutte le risorse disponibili – analisti, investigatori, informatori in mezza Europa. Ma richiederà tempo. Tempo che forse non abbiamo, visti i precedenti.»

«Saremmo tutti più tranquilli se Rift se ne andasse il più lontano possibile da qui» intervenne Storm con voce strascicata, esaminandosi le unghie nere come se contenessero informazioni classificate. «Tipo in un’altra dimensione. Quella da cui è venuta andrebbe benissimo.»

Bailey scattò, la sedia che stridette sul pavimento. «Lei ha tutto il diritto di stare qui. È casa sua.»

«Storm…» Arthur esitò, gli occhi che evitavano quelli di Bailey con quell’abilità che aveva perfezionato nell’ultima settimana. «Non ha tutti i torti.»

Bailey si voltò verso di lui, incredulo.

«Cosa?»

Arthur finalmente lo guardò. Solo per un secondo. Un battito di ciglia. Poi distolse lo sguardo come se il contatto visivo bruciasse.

«Il fixer potrebbe usare Annie come arma. Controllarla. Farle fare… qualsiasi cosa.»

«Potrebbe radere al suolo Londra» finì per lui Storm, quasi con entusiasmo. «O aprire un portale su qualche dimensione infernale. O far piovere meteoriti. O far esplodere il Tamigi. Le opzioni sono infinite, davvero.»

«Annie non è una cazzo di bomba!»

«Ma può diventarlo» Cardinal lo fissò. «Nelle mani sbagliate. È un rischio che dobbiamo considerare.»

Prima che Bailey potesse rispondere, Strong intervenne con la bocca ancora piena di noccioline. I frammenti che volavano mentre parlava.

«Se l’obiettivo di questo tizio fosse creare il caos, lo avrebbe già fatto. Non si sarebbe limitato ad ammazzare qualche politico qua e là.»

Tutti si ammutolirono. Si voltarono a guardarlo. Strong stava ancora masticando, le briciole sulle labbra, un pezzo di nocciolina incastrato tra i denti. Li guardò confuso, alzando le spalle massicce.

«Che c’è? Ho detto qualcosa di sbagliato?» Si pulì la bocca con il dorso della mano. «Voglio dire, se io avessi un potere del genere e volessi fare casino sul serio, prenderei il controllo di Rift e le farei aprire un portale gigante nel centro di Londra. O farei saltare in aria il Parlamento con tutti dentro. O controllerei il Primo Ministro e gli farei dichiarare guerra alla Francia. Roba così. Non ammazzerei gente una alla volta come un serial killer qualunque. Quello è lavoro da dilettanti.»

Il silenzio si prolungò. Tutti guardavano Strong come se lo vedessero per la prima volta.

«Strong ha ragione» ammise Cardinal, e nella sua voce c’era una nota di genuina sorpresa. «Probabilmente il fixer persegue un altro obiettivo. O segue gli ordini di qualcuno con un piano più ampio. Questi omicidi sono chirurgici. Mirati. Eliminano i nostri alleati uno alla volta, indebolendo la nostra posizione politica. Chiunque sia il mandante, non vuole il caos. Vuole il controllo.»

Si voltò verso il gruppo. Gli occhi che passavano da uno all’altro come un faro.

«Fate attenzione. Non fidatevi di nessuno. E Cipher – continua a scavare. Voglio sapere tutto di questi omicidi. Ogni dettaglio. Ogni connessione. Ogni schema.»

Arthur annuì appena.

«Siete congedati.»

Tutti si alzarono. Storm stiracchiò le braccia con un gemito teatrale. Strong accartocciò il sacchetto vuoto di noccioline e lo lanciò nel cestino – mancandolo.

Cardinal guardò Bailey e Annie. «Tranne voi due.»

Si scambiarono un’occhiata. Poi tornarono a sedersi lentamente, la sedia che emise un verso metallico sotto il peso di Bailey. Gli altri uscirono – Storm con un’ultima occhiata maligna da sopra la spalla, Strong sbuffando, Arthur senza voltarsi. Il click della porta che si chiudeva. I passi che si allontanavano nel corridoio fino a diventare silenzio.

Cardinal aspettò. Contò i secondi. Poi si avvicinò al tavolo e abbassò la voce – non un sussurro, ma qualcosa di più controllato, più intimo, più pericoloso.

«Credo ci sia un traditore tra di noi.»

Bailey aggrottò la fronte. «Cosa te lo fa pensare?»

«L’omicidio del parlamentare è stato orchestrato troppo bene. L’assassino sapeva esattamente come muoversi, quando colpire, quale veleno usare. Era progettato per fare in modo che neppure Rift potesse salvarlo. Chiunque sia il mandante, conosce perfettamente come funziona il suo potere. I suoi limiti.» Cardinal fece una pausa pesante. «Sapeva che non avrebbe potuto fermare una neurotossina una volta nel sistema nervoso.»

Bailey continuava a non capire. «E quindi?»

«Credi che sia Arti» disse Annie.

Le parole caddero nel silenzio come pietre in un pozzo. Bailey sgranò gli occhi. Lo stomaco che si contraeva. Un freddo improvviso lungo la schiena.

«Che? Sei seria? Stai scherzando, vero?»

Cardinal rimase inespressiva. Un muro di ghiaccio.

«Cipher ha accesso completo ai nostri sistemi informatici. Conosce ogni dettaglio delle nostre operazioni. Ogni protocollo. Ogni debolezza. Ogni cifratura di sicurezza. Prima dell’omicidio ci sono state interferenze nei nostri sistemi di comunicazione. Qualcuno ci ha isolati per tre minuti esatti. Tre minuti in cui non potevamo comunicare tra noi, in cui le telecamere hanno avuto dei glitch, in cui i nostri sensori sono andati offline. Una finestra perfetta per colpire.»

«E allora? Magari è crollato internet per un momento! O c’è stato un blackout! O…»

«Internet non crolla, Empathy. Non sui nostri sistemi. Abbiamo ridondanze su ridondanze. Backup dei backup. Satelliti dedicati. Linee dedicate.» Cardinal incrociò le braccia. «Solo qualcuno che conosceva le nostre cifrature di sicurezza avrebbe potuto farlo. O qualcuno che può controllare la tecnologia con il pensiero.»

Bailey si agitò sulla sedia, sentendo il cuore che accelerava. La stanza che si stringeva. «Sei fuori di testa. Arti non tradirebbe mai l’Agenzia! Non è il tipo! Crede in questa merda più di chiunque altro in questa stanza!»

«Si comporta in modo strano ultimamente.»

«Beh, perché… ecco, noi ci siamo lasciati. È normale che sia…»

«Non è questo. Abbiamo provato a monitorare le sue attività online. Le sue comunicazioni. I suoi movimenti. Ma lui ci sta tenendo fuori. Ha creato firewall che nemmeno i nostri migliori tecnici riescono a penetrare. Strati su strati di crittografia che non avevamo mai visto prima.»

«Sì, perché tiene alla sua cazzo di privacy! È un suo diritto!»

«Così di colpo? Finora non ci ha mai nascosto niente.» Cardinal inclinò la testa. «Cosa è cambiato?»

«Lui… che ne so!» Bailey alzò le mani, esasperato. «Dai, Cardinal, questa è una stronzata! Arti è troppo fedele alla vostra causa del cazzo per tradirvi! Ci crede davvero!»

«Tu no, Empathy? Non credi nella nostra causa?»

Bailey si lasciò sfuggire una risata amara. «Diciamo che se mi licenziassi non mi metterei a piangere.»

«Perché ce lo stai dicendo?» intervenne Annie. «Per quanto ne sai, potrei essere io il traditore. O B.B. Perché fidarti di noi?»

«Non avete motivo di voltarci le spalle. Mettiamola così: tu, Rift, non provi grandi simpatie per noi, ma non metteresti mai a repentaglio la vita delle persone che dipendono da te. Lo hai dimostrato in Yemen.» Lo sguardo di Cardinal scivolò su Bailey – un’ombra che poteva essere disprezzo o pietà o entrambe le cose. «E tu, Empathy… tu sei troppo disastrato per architettare qualcosa del genere.»

«Grazie. Sono lusingato. Se per questo nemmeno Arti ha un motivo. È la persona più leale che conosca.»

«Cipher ha ricevuto molte proposte di lavoro durante questi sette anni. Soprattutto da oltreoceano. Agenzie americane. Cinesi. Europee. Russe. Tutti lo vogliono dalla loro parte. Gli hanno offerto cifre astronomiche. Posizioni di potere. Libertà operativa totale. L’unico motivo per cui è rimasto qui sei tu. E ora questa motivazione è venuta a mancare.»

«Pensi che stia già lavorando per qualcun altro?» disse Annie, la voce piatta.

«Se è così, ce lo sta mettendo nel culo. E non mi sta bene.» Cardinal si raddrizzò. «Cercate di scoprire le sue intenzioni. Fatemi rapporto su qualsiasi cosa sospetta. Del resto ce ne occuperemo noi.»

«E come?» ringhiò Bailey, sentendo la rabbia che saliva come lava. «Dubito che gli darai una buona uscita e una stretta di mano. Lo distruggerai, vero? Cazzo, non ti permetterò di…»

«Se è lui il traditore, ha permesso che una persona innocente morisse, Empathy.» Lo interruppe brusca Cardinal. «Capisco che sia difficile da accettare. Ma resti pur sempre un supereroe. Hai giurato di proteggere questo paese e i suoi cittadini. Non lasciare che i sentimenti offuschino il tuo giudizio.»

«Tu non lo conosci! Lui non farebbe mai una cosa del genere! Mai! Non ha senso!»

«D’accordo» disse Annie. «Lo terremo d’occhio.»

Bailey si voltò di scatto verso di lei. La sedia che quasi si ribaltò.

«Cosa?»

«Ottimo. Mettetevi al lavoro. E ricordatevi – discrezione assoluta.»

Bailey spalancò la porta della sala riunioni con tanta forza che sbatté contro il muro. Il rumore riecheggiò nel corridoio vuoto come uno sparo – un suono che fece voltare una guardia in fondo al corridoio, che poi si voltò di nuovo facendo finta di niente.

«È UNA STRONZATA!»

La sua voce rimbalzò sulle pareti bianche, sul soffitto, sul pavimento lucido, tornando indietro amplificata.

«È una fottuta stronzata e tu lo sai! Non puoi aver accettato davvero! Non puoi pensare che Arti sia…»

«Immagino che lo scopriremo. Ora chiudi il becco.» Annie indicò la porta alle loro spalle con un cenno del capo, senza alzare la voce. «Può ancora sentirci.»

Raggiunsero l’ascensore in silenzio. Bailey che camminava a passo pesante, i pugni chiusi lungo i fianchi. Annie che camminava accanto a lui con la stessa leggerezza di sempre, come se la gravità fosse un suggerimento e non una legge. Scesero al garage sotterraneo. L’aria fredda e stantia che sapeva di cemento e olio motore e qualcosa di chimico.

Bailey aspettò che le porte dell’ascensore si chiudessero alle loro spalle prima di esplodere di nuovo.

«Cardinal sta cercando un capro espiatorio! Qualcuno da incolpare perché LEI ha fallito! Perché l’Agenzia ha fallito! Il sistema di sicurezza ha fallito! E vuole scaricare la colpa su Arti perché è conveniente, perché è facile, perché…»

«Forse» disse Annie, camminando verso la Mustang parcheggiata nell’angolo. «O forse ha ragione.»

«NON DIRE COSÌ!»

Bailey sbatté una mano sul cofano della macchina. Forte. Abbastanza da far male – il dolore che gli attraversò il palmo e risalì lungo il braccio. Il metallo che rimbombò nel garage vuoto.

«Tu lo conosci! Sai com’è fatto! Arti è… è la persona più onesta che io abbia mai incontrato nella mia vita! Lui crede in questa merda! Crede nei supereroi, nella giustizia, nel bene contro il male, in tutto questo cazzo di circo!»

«Le persone cambiano, B.B.»

«Non lui!»

«Davvero?»

Bailey aprì la bocca per rispondere. Poi la richiuse. Pensò ad Arthur. All’Arthur che conosceva – quello che era sempre il primo ad arrivare alle missioni e l’ultimo ad andarsene. Che studiava ogni piano nei minimi dettagli. Che si preoccupava quando qualcuno si faceva male. Che credeva sinceramente che stavano facendo la cosa giusta.

Ma poi pensò all’Arthur degli ultimi mesi. Quello che lo guardava con occhi freddi. Che sorrideva con falsità alle telecamere e a lui allo stesso modo. Che nascondeva il telefono. Che si allontanava senza spiegazioni. Che aveva smesso di parlare del futuro.

«Io…»

Annie notò l’esitazione. Ovviamente la notò. Non le sfuggiva niente.

«Cardinal dice che ha ricevuto offerte. Da altre agenzie. Offerte importanti.»

«E allora? Non vuol dire che le abbia accettate!»

«Dice anche che l’unico motivo per cui è rimasto qui sei tu.»

Il dolore gli esplose nel petto. Acuto. Insopportabile. Come il proiettile in Yemen, solo che questo non lasciava un buco visibile. «Stai dicendo che è colpa mia?»

«No.»

«Ma lo stai pensando! Lo pensano tutti!» La voce di Bailey si alzò, poi si incrinò come vetro che si crepa. «Che se non fossi un disastro ambulante, allora lui non avrebbe…»

Si fermò. Le parole che si bloccavano in gola.

«Se Arti ha tradito l’Agenzia, è una sua scelta. Non tua.»

«Ma se l’ha fatto perché io…»

«B.B.» Annie lo fissò, seria. Più seria di quanto l’avesse mai vista – il che diceva molto, perché Annie non scherzava mai. «Anche se tu fossi la ragione – e non dico che lo sei – anche se lo fossi, la scelta resta sua. Nessuno lo ha costretto a fare quello che ha fatto. Le persone sono responsabili delle proprie azioni. Anche quelle che amiamo. Soprattutto quelle che amiamo.»

Bailey si appoggiò contro la macchina, la schiena contro il metallo freddo. Il garage vuoto intorno a loro, il ronzio dei neon, l’eco dei loro respiri. «Non posso credere che stiamo avendo questa conversazione.»

Rimase in silenzio per un momento.

Poi tornò a guardare Annie. «E tu hai accettato. Di spiarlo. Senza nemmeno esitare.»

«Sì.»

«Perché?»

«Perché voglio sapere la verità. Qualunque essa sia.»

«E se la verità è che Arti è innocente? Se Cardinal si sbaglia?»

«Allora sarà tutto risolto. Avremo la coscienza pulita. E lui non saprà mai che lo sospettavamo.»

Bailey scosse la testa, passandosi le mani tra i capelli – un gesto che faceva così spesso da quando tutto era andato a puttane che probabilmente si stava facendo un buco nel cranio. «Non è così semplice. Se iniziamo a indagare su di lui e lo scopre… cazzo, Annie, lo perderò. Di nuovo. Per sempre. Qualsiasi possibilità di riconciliazione, di amicizia, di qualsiasi cosa… sparirà.»

«E se non indaghi» replicò Annie impassibile, «e lui è colpevole, quante altre persone moriranno? Quanti altri Sir Malcolm?»

Bailey chiuse gli occhi e appoggiò la testa contro il finestrino freddo della macchina. Il vetro che gli premeva sulla nuca. Il freddo che penetrava. «Cazzo» sussurrò.

Verso il tramonto, mentre erano a casa, il telefono di Bailey vibrò.

Stavano guardando la TV senza vederla davvero – qualche reality show idiota, voci che blateravano di cose senza importanza, il tipo di programma che guardavi quando il tuo cervello rifiutava di processare la realtà. Annie era raggomitolata su un’estremità del divano, le gambe al petto, il mento sulle ginocchia. Bailey dall’altra, una birra in mano che non aveva ancora toccato – si era detto che non avrebbe bevuto, e la birra era un compromesso tra la promessa e la disperazione. Non contava, la birra. Non era whisky. Non era vodka. Era solo luppolo e acqua. Quasi salutare.

Il messaggio era dall’Agenzia. Bailey lo aprì con dita che tremavano leggermente – non per l’alcol, per una volta, ma per qualcosa di peggio. Coordinate GPS. Un punto blu che si muoveva su una mappa in tempo reale. E un solo messaggio allegato, senza firma: TROVALO.

Bailey fissò lo schermo. Il punto blu che pulsava come un cuore. Le coordinate che si aggiornavano in tempo reale – latitudine, longitudine, velocità di spostamento. Erano le coordinate di Arthur. Dovevano esserlo. Cardinal manteneva la parola. Voleva che lo spiassero. Che lo seguissero. Che scoprissero la verità – o che la fabbricassero, a seconda di quello che le conveniva.

Bailey esitò. Il pollice che si librava sopra lo schermo senza premere niente. Il punto blu che continuava a muoversi, ignaro di essere osservato. Il cuore digitale di Arthur che batteva sul suo telefono, a chilometri di distanza.

«Annie» chiamò, la voce incerta.

Lei si voltò.

Bailey le mostrò il telefono. «Ho ricevuto delle coordinate. Dall’Agenzia. Credo siano quelle di Arti.»

Annie si avvicinò. Si sedette accanto a lui – vicina, le spalle che si toccavano – e fissò lo schermo.

«Dove si trova?»

Bailey zoomò con due dita. La mappa che si ingrandiva. Strade che diventavano visibili. Nomi che apparivano – A40, M25, nomi di paesi che non conosceva.

«Non lo so con certezza. Sembra si stia spostando fuori città. Verso nord. Verso… la campagna?»

Alzò lo sguardo verso Annie, cercando qualcosa nel suo viso – un consiglio, una direzione, un permesso.

«Cosa vuoi fare tu?»

Ci aveva pensato per tutto il giorno. A cosa doveva fare, a cosa poteva sopportare di fare, a cosa non poteva sopportare di non fare.

«Voglio controllare» disse Bailey finalmente. La voce più ferma di quanto si aspettasse.

Corsero alla macchina e salirono. Bailey mise in moto – il rombo del V8 che riempì il garage come un ruggito – e inserì le coordinate nel GPS del telefono, collegandolo al sistema dell’auto.

La voce meccanica della navigazione disse: «Destinazione: 47 chilometri. Tempo stimato: 38 minuti.»

Bailey partì sgommando, l’eco che rimbalzava nel garage vuoto. Guidò veloce. Troppo veloce. Molto oltre i limiti, bruciando semafori che erano appena diventati gialli, sorpassando auto che protestavano con clacson e fari lampeggianti. La Mustang che ruggiva tra le strade serali di Londra come un animale liberato dalla catena.

Le luci della città si fecero sempre più rade. I palazzi che lasciavano spazio a case più basse, poi a villette con giardini, poi a campi. Le strade che diventavano più strette, meno illuminate, più vuote. I lampioni che si diradavano fino a scomparire.

Poi uscirono completamente da Londra.

Campagna. Campi arati che si stendevano nel buio come coperte nere stese ad asciugare. Alberi spogli che alzavano rami scheletrici verso il cielo – sagome contorte contro le nuvole basse, illuminate dal basso dall’alone arancione lontano della città. Buio – un buio denso, totale, come Bailey non ne vedeva da anni. Il tipo che ti ricordava che il mondo era grande e indifferente, e tu piccolo e insignificante.

Annie non parlò durante tutto il viaggio. Guardava fuori dal finestrino – il buio della campagna, le sagome degli alberi, il niente.

Il GPS continuava a guidarli con voce monotona. «Prosegui dritto per 5 chilometri.»

«Alla rotonda, prendi la seconda uscita.»

«Svolta a destra tra 200 metri.»

«La destinazione si trova a 800 metri sulla sinistra.»

Bailey rallentò. I fari che tagliavano il buio come lame, illuminando l’asfalto screpolato, le erbacce ai bordi della strada, un cartello arrugginito che indicava qualcosa di illeggibile. Davanti a loro apparve una struttura. Una sagoma scura contro il cielo scuro.

Una fabbrica. Vecchia. Abbandonata da decenni, a giudicare dallo stato. Mattoni scuri anneriti dal tempo e dall’inquinamento, coperti di muschio verde dove l’umidità li aveva lavorati per anni. Finestre rotte – la maggior parte senza vetri, altre con frammenti che pendevano come denti marci in una bocca spalancata. Muri coperti di graffiti sbiaditi dalla pioggia e dal sole – tag illeggibili, disegni senza senso, la parola FUCK in lettere alte un metro. Un cartello arrugginito all’ingresso che diceva CROMWELL TEXTILES – le lettere quasi scomparse, mangiate dalla ruggine e dal tempo.

Una recinzione di filo spinato circondava il perimetro – metà crollata, il resto arrugginito e inutile, piegato in angoli innaturali. Erbacce alte fino alla vita che crescevano ovunque, che avevano reclamato il terreno con la pazienza delle cose che non hanno fretta. L’odore di abbandono – metallo corroso, cemento bagnato, vegetazione che marciva, fine.

«Che cazzo…» mormorò Bailey.

Fermò la macchina a una cinquantina di metri dall’edificio, spegnendo i fari. Il buio li avvolse immediatamente, totale, come un sacco calato sulla testa. Solo il ticchettio del motore che si raffreddava. Solo il vento.

Controllò di nuovo il GPS. Il punto blu lampeggiava. Arthur era lì. Da qualche parte in quella rovina.

Smontarono dall’auto piano, cercando di non fare rumore. Le portiere che si chiudevano con click soffocati. Il freddo notturno li colpì immediatamente – penetrante, umido, il tipo di freddo che entrava nelle ossa e non usciva più.

Avanzarono lentamente. Bailey illuminava il terreno con la torcia del telefono – un cerchio di luce tremolante che rivelava erbacce, detriti, vetri rotti che scricchiolavano sotto le scarpe, lattine arrugginite, un topo che scappava nel buio.

La Tesla di Arthur era parcheggiata vicino all’ingresso della fabbrica, seminascosta dietro un cumulo di macerie. Nera, lucida, completamente fuori posto in quel cimitero industriale. Lo sportello del conducente era aperto – spalancato, come se qualcuno fosse uscito in fretta. La luce interna ancora accesa, che proiettava un rettangolo debole sull’asfalto crepato. Ma di Arthur non c’era traccia.

Bailey si guardò intorno, in preda all’ansia. Il cuore che batteva così forte da fargli male alle costole. «Che cazzo è venuto a fare qui?» mormorò, più a sé stesso che ad Annie.

Lei si avvicinò alla Tesla. Guardò dentro con calma. Era vuota – il cruscotto ancora acceso che brillava di luce azzurra, le chiavi inserite nel quadro, una bottiglia d’acqua nel portabicchieri.

«Cerchiamo di capirlo.»

Si mossero verso l’ingresso della fabbrica. Una porta di metallo arrugginita, socchiusa – lo spazio tra la porta e il muro appena sufficiente per passare. Cardini che cigolarono quando il vento la spinse leggermente, un lamento di metallo vecchio che fece rizzare i peli sulla nuca di Bailey.

Buio totale oltre la soglia. Un buio solido, che sembrava guardarti.

Bailey stava per spingerla quando qualcosa lo fermò.

Un movimento d’aria. Un fruscio dall’alto – rapido, letale, come il suono di un rapace che scende in picchiata. Arthur piombò su di loro dal cielo, una sagoma scura con le ali spiegate che brillavano nella notte. Infilzò il terreno con una grossa spada di pixel nel punto esatto dove Annie si trovava un secondo prima – la lama che affondò nell’asfalto fino all’elsa, i pixel che crepitarono e mandarono schegge di ghiaia in ogni direzione.

Annie era già rotolata via – salvata dai riflessi di sette anni di sopravvivenza in mondi dove abbassare la guardia significava morire. Si rialzò in posizione di combattimento in un movimento fluido, le mani alzate, gli occhi illuminati di bianco.

Bailey cadde all’indietro, strisciando via sui gomiti, la ghiaia che gli graffiava le mani e gli avambracci. La torcia del telefono che volò via, atterrando a qualche metro e illuminando un cerchio inutile di terra.

«CAZZO, ARTI!» urlò, la voce che si spezzava. «CHE DIAVOLO FAI?»

Arthur estrasse la lama dal terreno con un movimento fluido e si voltò verso Annie, gli occhi che brillavano. Ma non come al solito. Non quella luce blu calma, controllata.

Brillavano troppo. Lampeggiavano. Come schermi rotti.

«Arti!» Bailey si alzò barcollando, le ginocchia che cedevano. «FERMATI!»

Arthur non lo guardò nemmeno. Si lanciò di nuovo in avanti, la lama che tagliò l’aria con un sibilo che Bailey sentì nei denti. Annie schivò – a malapena. Si piegò all’indietro, la lama che le sfiorò la guancia, lasciandole un taglio sottile che iniziò immediatamente a sanguinare – una riga rossa sulla pelle pallida, perfettamente dritta.

Arthur non si fermò. Continuò ad attaccare. Fendente dopo fendente, la lama che fischiava nell’aria con la precisione di una macchina. Annie arretrava passo dopo passo – schivava, rotolava, saltava – ma non contrattaccava. Non ancora. Lo guardava con quegli occhi illuminati di bianco, studiandolo, cercando qualcosa.

Improvvisamente il terreno sotto di loro si crepò. La terra tremò, spaccandosi lungo linee invisibili, aprendosi in una voragine enorme.

Arthur decollò immediatamente e Annie lo seguì, alzandosi da terra con la stessa facilità con cui si alza da una sedia. Volarono sopra la voragine, due figure contro il cielo nero – una azzurra, una bianca. Scontrandosi. Separandosi. Scontrandosi di nuovo. Le scintille dei pixel che si frantumavano nell’aria come fuochi d’artificio.

Bailey li guardò dal basso, impotente. I piedi piantati sul bordo del cratere. Le mani che tremavano. Sopra di lui, costruzioni digitali si materializzavano – lance che volavano come missili, pugnali che ruotavano come giocattoli mortali, frecce che sfrecciavano verso il bersaglio con la precisione del codice che le aveva generate.

«Annie!» gridò Bailey. «Non fargli male! Per favore! Non è lui! Qualcosa non va!»

Cercò di usare il suo potere. Si concentrò con tutta la forza che aveva – ogni grammo di energia empatica che possedeva, ogni fibra del suo essere protesa verso Arthur. Tese i sensi come antenne, cercando di connettersi alle sue emozioni. Di sentire cosa stava provando. Rabbia? Paura? Confusione? Qualsiasi cosa che potesse spiegare perché l’uomo che amava stava cercando di uccidere la sua migliore amica.

E si scontrò con un muro.

Solido. Impenetrabile. Come una porta d’acciaio sbattuta in faccia. Non il muro che Arthur costruiva quando era arrabbiato – quello era fatto di mattoni, lo potevi sentire, potevi aggirarlo con pazienza. Questo era diverso. Questo era… estraneo.

Bailey non sapeva cosa fare. Il terrore lo paralizzava – non la paura per sé stesso, ma la paura per Arthur, per Annie, per tutto. Iniziò a correre lungo il bordo del cratere, seguendo lo scontro aereo, inciampando sulle macerie, graffiandosi sulle erbacce, le scarpe che scivolavano sulla ghiaia.

Sopra di lui, Arthur caricò Annie. Il corpo che accelerò come un missile, le ali ripiegate contro la schiena, la spada di pixel che brillava davanti a sé come la prua di una nave da guerra. Si scontrarono in aria con un impatto che produsse un’onda d’urto. Un boom sordo che fece tremare i muri della fabbrica.

Precipitarono insieme, aggrovigliati, sfondando una finestra della fabbrica. Il vetro – quel poco che rimaneva – esplose verso l’interno, i frammenti che si sparsero ovunque brillando nel buio come diamanti prima di spegnersi nel cemento.

Bailey corse verso l’ingresso, il fiato corto. Dentro s’intravedevano a malapena i macchinari arrugginiti che emergevano come scheletri di dinosauri – forme enormi e minacciose che la torcia del telefono illuminava a pezzi, rivelando ruggine e ragnatele e decenni di abbandono. Nastri trasportatori fermi da un’eternità, coperti di polvere e ragnatele così spesse da sembrare tessuto. Pavimento di cemento crepato, coperto di detriti, polvere, erbacce che crescevano attraverso le crepe come dita verdi che cercavano la luce.

La torcia del telefono tremava nella sua mano – la luce che saltava da un punto all’altro, che creava ombre che si muovevano come cose vive.

Annie era in piedi al centro dello spazio vuoto, sotto il lucernario sfondato da cui erano precipitati. Barcollava leggermente, stordita dalla caduta. Un taglio sulla fronte che sanguinava, il sangue che le colava nell’occhio sinistro.

Arthur era già dietro di lei. Un grosso aculeo digitale si stava materializzando nella sua mano – lungo come un braccio, affilato come un ago, la punta che brillava mortale di quella luce blu troppo intensa, troppo lampeggiante.

«NO!»

Bailey si lanciò in avanti. Le braccia tese per afferrarlo, per fermarlo, per fare qualcosa, qualsiasi cosa.

Arthur si girò di scatto.

Bailey non sentì l’impatto. Non subito. Solo una pressione al centro del petto, come se qualcuno lo avesse spinto con forza. Poi il suono – un crack umido, organico, che veniva dall’interno del suo corpo. Poi volò all’indietro – letteralmente, i piedi che lasciavano il suolo – come se fosse stato investito da un camion.

Atterrò di schiena sul pavimento di cemento, l’aria che uscì dai polmoni con un suono umido e finale. La testa sbatté contro il pavimento, facendo esplodere stelle bianche davanti agli occhi che poi diventarono nere che poi diventarono niente.

Il dolore arrivò tutto insieme. Guardò in basso.

L’aculeo gli spuntava dal petto. Proprio al centro. Tra le costole. Brillava così forte che feriva gli occhi. In bocca sentì il sapore del sangue. Metallico. Caldo. Gorgogliante in gola come un rubinetto che perde, che gli colava dagli angoli delle labbra.

Stava morendo. Di nuovo. Per la terza volta in una settimana, se contava il paracadute e il proiettile.

Era quasi comico, a pensarci. Se non fosse che stavolta aveva come la sensazione che fosse la volta buona. Quella definitiva.

Morire per mano della persona che amava.

Da schiantarsi dal ridere, davvero.

La vista si offuscava. Il soffitto della fabbrica – travi di ferro arrugginite, il lucernario sfondato, le stelle che brillavano attraverso il buco, lontanissime. Pensò che le stelle erano belle. Che non le guardava da molto tempo. Che avrebbe dovuto guardarle più spesso. Che avrebbe dovuto fare molte cose più spesso e molte altre cose meno spesso.

Il mondo si spense ai bordi, come una fotografia che brucia dal centro verso l’esterno.

Annie guardò Bailey atterrare sul pavimento di cemento della fabbrica con un tonfo secco, pesante.

Il suono echeggiò nello spazio vuoto. Rimbalzò sui macchinari arrugginiti. Sulle pareti di mattoni. Sul soffitto di travi corrose. Morì nel silenzio.

L’aculeo con cui Arthur lo aveva colpito gli aveva trapassato il petto da parte a parte – la punta che spuntava dalla schiena, insanguinata, brillante, pulsante. Una farfalla infilzata su uno spillo luminoso. Una cosa bella e orribile allo stesso tempo.

Annie corse verso di lui.

Lei, che aveva imparato a controllare ogni reazione. Che aveva combattuto contro versioni di sé stessa. Che aveva visto mondi morire – pianeti interi che bruciavano, civiltà che crollavano, miliardi di vite che si spegnevano. Che aveva ucciso ed era stata quasi uccisa e aveva continuato a camminare, sempre, una porta dopo l’altra, un mondo dopo l’altro, senza fermarsi.

Ma questo.

«B.B.!»

Si chinò su di lui, le ginocchia sul cemento freddo, nel sangue che già si allargava in una pozza scura intorno al suo corpo. Bailey sbatté freneticamente gli occhi. La bocca che si aprì, forse cercando di dire qualcosa. Forse il suo nome. Forse Annie. Forse Arti. Forse una parola che non sarebbe mai arrivata. Ma uscirono solo suoni gorgoglianti. Bolle di sangue che scoppiavano sulle labbra come bolle di sapone rosse. Un rivolo che gli colava già lungo la mascella, tingendo i denti, gocciolando sul cemento con un ticchettio regolare.

«Cazzo» disse piano Annie.

Usò il suo potere. Percepì l’interno del suo corpo come una mappa tridimensionale di tessuti e organi e sangue. Sentì il punto dove l’aculeo aveva perforato tutto. Polmone destro, collassato come un palloncino bucato. Costole fratturate, tre, forse quattro, schegge d’osso che fluttuavano nel sangue come barche alla deriva. E il cuore – il ventricolo sinistro, il muscolo strappato, le arterie coronarie recise, il sangue che usciva con ogni battito che diventava più debole.

Maledizione.

Prima di poter riparare i tessuti doveva togliere quel maledetto aculeo. Cercò di afferrarlo con le mani – le dita che si chiusero intorno al costrutto. Ma ci passò attraverso. Come se non ci fosse niente. Come afferrare la luce.

Era solo un ologramma, un costrutto digitale. Una proiezione di energia e dati. Non era fatto di materia fisica – non era atomi e molecole e strutture cristalline che il suo potere poteva manipolare. Era informazione. Codice. E Annie non poteva toccare il codice. Non poteva piegare l’informazione. Non poteva manipolare quello che non esisteva nel mondo fisico.

«Merda… ARTI!»

Si voltò verso Arthur. Lui si era fermato a qualche metro di distanza. In piedi, immobile. Li fissava con quegli occhi vuoti, brillanti, sbagliati.

«Devi smaterializzarlo!» gridò Annie. «SUBITO! O morirà!»

Arthur non reagì. Non batté ciglio. Non mosse un muscolo.

«ARTI!» Annie sentì la voce rompersi – per la prima volta da quando era tornata, per la prima volta da sette anni forse, il controllo che scivolava via come sabbia tra le dita. «B.B. STA MORENDO! HAI CAPITO? STA MORENDO!»

Niente. Silenzio. Solo il gorgoglio del sangue nei polmoni di Bailey. Il suo respiro che diventava sempre più debole, sempre più raro. Gli occhi che si chiudevano.

Annie si alzò di scatto. Attraversò lo spazio che la separava da Arthur. Lo afferrò per le spalle, le dita che affondavano nella stoffa del suo completo, che stringevano con una forza che avrebbe frantumato le ossa di un uomo normale. Lo scosse. Forte. La testa che ondeggiava avanti e indietro.

«Arti, non c’è tempo! Devi dissolverlo! Devi…»

Fissò i suoi occhi da vicino. Da vicino era ancora peggio. C’era qualcosa di profondamente sbagliato – non solo il bagliore irregolare, non solo il lampeggiare. Gli occhi erano vuoti. Completamente vuoti. Arthur non era lì. La sua coscienza era altrove – imprigionata, rimpiazzata, sepolta sotto qualcosa che non era lui.

«Cazzo!» Annie lo scosse più forte. «TORNA IN TE!»

Gli mollò uno schiaffo. Forte. Aperto. Il suono che echeggiò nel silenzio della fabbrica. La guancia di Arthur divenne rossa. La testa che si girò di lato per l’impatto, i capelli che gli ricaddero sulla fronte.

«RIPRENDITI, PORCA PUTTANA!»

All’improvviso, qualcosa cambiò. Le palpebre di Arthur si chiusero. Tremarono – un movimento rapido, frenetico, come durante il sonno REM. Si riaprirono.

E questa volta, dietro quegli occhi, c’era qualcuno.

Si guardò intorno, confuso. Disorientato. Le pupille che si contraevano, cercando di mettere a fuoco. «Annie?» mormorò, la voce roca, incerta.

«Arti, non c’è tempo per le spiegazioni! Devi smaterializzare quel coso!» Annie indicò Bailey a terra. «ADESSO!»

«Cosa…?»

Poi Arthur lo vide. Il suo viso impallidì completamente – tutto il colore che scomparve in un istante, come se qualcuno avesse tirato una spina. Gli occhi che si spalancarono. La bocca aperta su un suono che non riusciva a formarsi.

«B.B.» disse sottovoce.

Si precipitò verso di lui, cadendo in ginocchio nella pozza di sangue – il liquido caldo e scuro che gli inzuppò i pantaloni, che gli macchiò le mani. Le mani che si libravano sopra il corpo di Bailey, tremanti, senza sapere dove posarsi.

«Che cosa… io non…»

Fissò scioccato l’aculeo – la sua creazione, il suo costrutto, la sua arma – e la comprensione che gli si dipinse sul viso fu la cosa più terribile che Annie avesse mai visto – e aveva visto molto.

«PRESTO!» urlò lei, inginocchiandosi dall’altra parte. «DEVO RICHIUDERE LE FERITE! Dissolvilo! ORA!»

Arthur chiuse gli occhi. Annie lo vide lottare – lottare contro il panico che gli cancellava i pensieri, contro la parte di sé che voleva semplicemente crollare e urlare e non smettere mai.

Lentamente – troppo lentamente, ogni secondo un’eternità in cui Bailey scivolava un po’ più vicino al buio – l’aculeo iniziò a dissolversi. I pixel che si disperdevano nell’aria, evaporando in niente.

Rimase solo il buco. Nel petto di Bailey. Da cui il sangue zampillava con un ritmo che rallentava.

Annie si mise all’opera. Ordinò ai tessuti di ricucirsi. Alle fibre muscolari del cuore di riconnettersi – fibra per fibra, come cucire un tessuto con aghi invisibili. Alle arterie coronarie di risigillare – l’aorta prima, poi le coronarie, poi i vasi più piccoli, i capillari. Al sangue di rallentare, di coagulare, di fermare il dissanguamento.

Era più grave dello Yemen. Molto più grave. Non una spalla – il cuore. Il fottuto cuore.

Bailey aveva perso gran parte del suo colorito. La pelle cerosa, grigia, come cera di candela spenta. Le labbra bluastre – il tipo di blu che non dovrebbe apparire su labbra umane. Le palpebre che si abbassavano sempre di più, gli occhi che rotolavano all’indietro, mostrando il bianco. Il petto che si alzava e si abbassava a malapena – ogni respiro un atto di volontà che si esauriva.

Arthur esplose in un singhiozzo. Un suono rotto. «Che cosa ho fatto?» gracchiò, la voce acuta, strangolata. Le lacrime che iniziavano a scendere lungo le guance, cadendo nel sangue. «No no no… ti prego… B.B., guardami… guardami…»

Si chinò su Bailey, prendendogli il viso tra le mani – le mani coperte del suo sangue, calde e scivolose.

Annie si impose di rimanere concentrata. Non guardare Arthur. Non ascoltare Arthur. Guarda il tessuto. Guarda le fibre. Guarda il sangue. Lavora.

Le ferite erano gravi. Più gravi di qualsiasi cosa avesse mai riparato. Bailey era debole – troppo debole. Aveva perso molto sangue. Il cuore batteva a malapena – irregolare, lento, le contrazioni che si distanziavano come i rintocchi di un orologio che si scarica.

«Chiama i soccorsi» disse senza alzare lo sguardo. «Adesso.»

Arthur tirò su col naso. Singhiozzò. Gli occhi che cercavano di illuminarsi di blu, di connettersi alla rete, di fare quello che sapeva fare. «N-non ricordo come…» balbettò.

«PARLEREMO DOPO!» scattò Annie. «Ora STA’ ZITTO e CHIAMA I SOCCORSI.»

«Ti supplico, aiutalo…» mormorò disperato Arthur, le mani ancora sul viso di Bailey, le lacrime che cadevano sulla pelle grigia.

«Hai chiamato i soccorsi?» chiese Annie, senza guardarlo.

Arthur non rispose.

«ARTI?» Annie lo afferrò per un braccio. Strinse forte. Le dita che si conficcavano nella carne. «I soccorsi. Li hai chiamati?»

Arthur la guardò con occhi rossi, gonfi, distrutti – occhi che avevano visto cosa avevano fatto le sue mani, che avevano capito cosa era successo, che non avrebbero mai dimenticato. Annuì debolmente, il mento che tremava.

«H-ho richiesto l’intervento dell’elicottero dell’Agenzia. Dovrebbero… dovrebbero essere in volo.»

«Tra quanto saranno qui?»

«T-trenta minuti. Forse meno. I-io non lo so…»

«Merda.»

Trenta minuti.

Trenta cazzo di minuti.

Annie tornò a concentrarsi. Ordinò al sangue di riprodursi. Alle cellule staminali del midollo osseo di attivarsi – trovò i serbatoi, nelle ossa lunghe, nelle creste iliache, nello sterno frantumato che stava ancora ricostruendo. Ai globuli rossi di moltiplicarsi. Al plasma di rigenerarsi. Al cuore riparato di pompare – piano, delicatamente, senza fretta, un battito alla volta.

Era un processo lento. Troppo lento. Il corpo umano non era fatto per perdere così tanto sangue e sopravvivere. Non era fatto per essere riparato così in fretta. C’erano limiti – limiti biologici, limiti fisici, limiti che nemmeno il suo potere poteva ignorare senza conseguenze.

Bailey doveva sopravvivere per altri trenta minuti.

Trenta lunghi, impossibili, terrificanti minuti.

E Annie non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Se il suo potere sarebbe stato sufficiente. Se aveva abbastanza energia, abbastanza concentrazione, abbastanza di qualsiasi cosa servisse per tenere in vita un uomo il cui cuore era stato trapassato da parte a parte.

Ma doveva provarci.

Perché non era disposta a perdere anche lui.

11 Capitolo 11

Bailey si risvegliò in una stanza bianca.

Completamente bianca. Pareti bianche. Soffitto bianco. Lenzuola bianche che sembravano brillare sotto le luci fluorescenti come se fossero fatte di luce stessa. Una bianchezza totale, aggressiva, che non lasciava spazio all’ombra né al dubbio.

Per un momento pensò che fosse la sala d’attesa del paradiso.

O dell’inferno, considerando come aveva vissuto la sua vita.

Probabilmente l’inferno. Con la sua fortuna, sicuramente l’inferno. L’inferno era bianco, scoprì. Non rosso come nei quadri. Non pieno di fiamme e demoni. Solo bianco. Bianco e silenzioso e pulito, come un ambulatorio dentistico per l’eternità.

Poi sentì il dolore.

Sordo. Diffuso. Ovunque. In ogni muscolo, in ogni osso, in ogni fibra del suo corpo malandato. Come se qualcuno lo avesse usato come sacco da boxe per un paio d’ore, poi lo avesse investito, avesse fatto retromarcia per essere sicuro, e per finire fosse passato sopra con un rullo compressore per buona misura.

Okay. Non era morto.

I morti non sentivano dolore.

Almeno sperava. Altrimenti l’aldilà faceva davvero cagare.

Concentrandosi meglio, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco – ogni battito di ciglia uno sforzo consapevole, come se le palpebre fossero fatte di piombo – si accorse che era solo una stanza d’ospedale. Normale. Banale. Deprimente nella sua sterilità asettica. Niente angeli. Niente demoni. Solo pareti bianche e il ronzio sommesso delle luci fluorescenti che gli ricordava il neon dell’Agenzia – e non era un’associazione piacevole.

L’odore antisettico gli bruciava le narici – candeggina, disinfettante, quel profumo particolare che hanno solo gli ospedali e i mattatoi, quello che ti ricorda la mortalità anche quando stai bene. Un suono ritmico riempiva il silenzio.

Bip. Bip. Bip.

Il suono più rassicurante e più irritante del mondo. La prova che il suo cuore funzionava ancora – lo stesso cuore che un aculeo di pixel azzurri aveva trapassato da parte a parte in una fabbrica abbandonata nell’Essex.

Si girò lentamente, ogni movimento un atto di volontà, come se il suo corpo fosse fatto di elastici troppo tesi. Vide il macchinario che monitorava la sua frequenza cardiaca – uno schermo nero con una linea verde che saliva e scendeva regolarmente, come le colline intorno a Londra viste dall’aereo. I numeri che cambiavano: 72… 73… 74…

Aveva una flebo attaccata al braccio destro. Ago inserito nella vena, il cerotto bianco che tirava leggermente la pelle. Sacca di sangue che gocciolava lentamente – rosso scuro, quasi nero, che scendeva attraverso il tubicino trasparente con la pazienza di qualcosa che non ha fretta. Accanto, un’altra sacca – trasparente, forse soluzione fisiologica.

Era ufficialmente vivo.

Ce l’aveva fatta. Di nuovo.

Per la terza volta in… quanti giorni?

Quanto cazzo era resistente? O fortunato? O entrambi?

Si tirò su a sedere con uno sforzo enorme. I muscoli protestarono – rigidi, dolenti, come se fossero stati tesi troppo a lungo e poi lasciati andare di colpo. La testa che girava per un momento. Punti luminosi che danzavano davanti agli occhi come lucciole.

Indossava una tuta leggera sotto le coperte, anch’essa bianca. Si sollevò la parte sopra, controllando il suo corpo in cerca di ferite.

Niente.

Solo una chiazza sul petto dove la pelle sembrava leggermente diversa – più rosa, più liscia, come pelle di neonato. Come quella sulla spalla dopo il proiettile, solo più grande. Il punto esatto dove l’aculeo di Arthur lo aveva trapassato. Nessuna cicatrice. Nessun segno. Come se non fosse mai successo.

Annie lo aveva salvato. Ancora una volta.

Stava diventando un’abitudine preoccupante. Quasi imbarazzante, a pensarci. Bailey Burns, il supereroe che non riusciva a smettere di farsi quasi ammazzare e doveva essere salvato da altri.

In quel momento la porta si aprì. Entrò un’infermiera – giovane, sulla ventina, capelli biondi raccolti in una coda alta che oscillava quando camminava. Occhi azzurri che si spalancarono quando lo vide seduto. Portava un vassoio con del cibo che quasi le cadde dalle mani per la sorpresa.

«Signor Burns!» Esclamò con voce acuta, eccitata. Le guance che arrossirono immediatamente, diffondendo un rosa intenso che si allargò fino alle orecchie, al collo, fin dove la divisa bianca copriva. «È sveglio!»

Bailey sentì un’ondata di emozioni investirlo – il potere empatico che si accendeva automaticamente, come un radar che non si spegneva mai. Ammirazione. Eccitazione. Nervosismo. E sotto tutto, un tocco di attrazione – quel calore familiare che aveva sentito migliaia di volte, da fan, da sconosciuti, da persone che vedevano il personaggio pubblico e si innamoravano dell’immagine senza conoscere la persona dietro.

Anche in ospedale, mezzo morto, non riusciva ad avere pace.

La ragazza si avvicinò rapidamente, quasi correndo, i passi che risuonavano sul linoleum, il sorriso così largo che sembrava farle male alla faccia.

«Come si sente?»

«Una meraviglia» rispose Bailey. La voce uscì rauca, rasposa, come se le corde vocali fossero state grattugiate. «Dove mi trovo?»

«È al St. Catherine’s Private Hospital. A Kensington.»

Una delle cliniche private dell’Agenzia. Come sbagliarsi. Niente ospedali pubblici per i supereroi – troppo rischio di scandali, di foto rubate, di giornalisti che si intrufolavano fingendosi parenti o pazienti. Niente corsie affollate e tempi d’attesa infiniti. Solo stanze bianche e private e costose, dove potevi quasi morire senza che nessuno ti fotografasse.

Bailey guardò il vassoio nelle mani dell’infermiera. Lo stomaco ruggì improvvisamente – un suono forte, quasi imbarazzante, come un motore che si avvia dopo essere stato fermo troppo a lungo – ricordandogli che non aveva mangiato da… quanto?

«Quello è per me?»

La ragazza alzò il vassoio, orgogliosa come se avesse cucinato lei stessa. «Sì! Ha fame?»

«Mi hai letto nel pensiero.»

La ragazza rise. Un suono cristallino, melodioso, che riempì la stanza sterile con qualcosa di vivo. Qualcosa di umano in mezzo a tutto quel bianco.

Sistemò il vassoio sul tavolino regolabile davanti al letto con efficienza professionale nonostante il nervosismo evidente. Poi lo fece scorrere fino a posizionarlo perfettamente davanti a Bailey.

Cibo ospedaliero standard. Minestra che sembrava acqua sporca con qualche triste pezzetto di verdura che galleggiava in superficie. Pane secco – probabilmente di ieri, forse dell’altro ieri. Gelatina verde tremolante che sembrava viva e che lo guardava con sospetto. Succo di mela in una tazza di plastica.

Ma Bailey era così affamato che non gliene fregava niente. Avrebbe mangiato il cartone del vassoio se necessario. Afferrò il cucchiaio e iniziò a divorare tutto.

«Quanto sono rimasto fuori gioco?»

«Dodici ore» rispose la ragazza, controllando automaticamente il monitor cardiaco. Le dita che si muovevano con competenza professionale sui tasti, annotando numeri su un tablet. «Aveva perso molto sangue. È arrivato qui in condizioni critiche. I medici hanno detto che se non fosse stato per l’intervento immediato di Cipher e Rift…»

Non finì la frase.

Non serviva.

Bailey deglutì il boccone – la minestra insipida che scivolò giù con difficoltà, il sapore di niente che gli rivestì la bocca come una pellicola. «Loro sono qui?»

«Sì, credo di sì. Sono in sala d’attesa. Non si sono mossi da quando è arrivato.»

«Vorrei vederli.»

La ragazza esitò. «Ecco… ufficialmente non è ancora orario di visita. Dovrebbe aspettare almeno altre due ore. I medici devono ancora fare gli ultimi controlli, i prelievi del sangue, l’elettrocardiogramma, e il protocollo richiede…»

Bailey le sorrise. Quel sorriso da ragazzo carino che aveva perfezionato negli anni – quello che faceva sciogliere le difese, quello che aveva usato migliaia di volte sui fan, sui giornalisti, sui poliziotti che lo fermavano per eccesso di velocità.

Spinse leggermente con il suo potere. Niente di forte. Niente di invasivo. Solo un tocco di calore che si diffuse come miele. Un suggerimento gentile. Una carezza emotiva che diceva fidati di me.

«Per favore» disse con voce morbida, gli occhi che incontravano i suoi. «Fai uno strappo alla regola. Per me.»

La ragazza si morse il labbro inferiore, vacillando tra il dovere professionale e il desiderio di compiacerlo. «Va bene» sospirò, il sorriso che tornava. «Ma solo per dieci minuti. Poi devo chiamare i medici per i controlli.»

«Grazie. Sei un angelo.»

Bailey le fece l’occhiolino. La ragazza arrossì ancora di più – un rosso ormai quasi bordeaux – e si affrettò verso la porta, quasi inciampando nella sedia, chiudendola piano dietro di sé.

Bailey tornò a mangiare. Svuotò il vassoio in pochi minuti – la minestra, il pane, persino quella gelatina verde sospetta che aveva un retrogusto chimico e una consistenza che ricordava il muco di Leviatano. Bevve il succo di mela tutto d’un fiato.

Aveva appena finito quando la porta si aprì di nuovo.

Ed entrarono Arthur e Annie.

Arthur aveva un’aria completamente stravolta. Non l’Arthur impeccabile delle telecamere e dei gala, non il Cipher dei briefing e delle interviste. Un uomo distrutto. Occhi rossi e gonfi. Capelli in disordine – non leggermente fuori posto, ma proprio in disordine, come se ci avesse passato le mani cento volte. La camicia spiegazzata, slacciata ai primi bottoni. Le scarpe slacciate.

Appena lo vide – vivo, sveglio, seduto nel letto, che lo guardava – qualcosa si spezzò nel suo viso. L’ultima difesa. L’ultimo muro.

Si fiondò attraverso la stanza e lo abbracciò. Così forte da fargli quasi male, il viso che affondava nella curva del suo collo, le braccia che si chiudevano intorno a lui come se volesse entrare dentro il suo corpo e non uscire mai più.

«Mi dispiace.» La voce era rotta. Il respiro caldo e tremante sulla pelle del collo di Bailey. «Mi dispiace così tanto. Ero controllato. Non ero io. Non avrei mai… l’ultima cosa che ricordo è che sono salito in macchina per tornare a casa. Stavo guidando sulla M4. C’era una canzone alla radio – quella dei Radiohead, sai quale – e poi… niente. Buio. Come se qualcuno avesse staccato la spina. E poi mi sono svegliato con Annie davanti a me che mi urlava addosso e tu… tu eri a terra, e c’era tutto quel sangue, e l’aculeo… il mio aculeo… era…»

«Arti» lo interruppe Bailey con dolcezza, posandogli una mano sui capelli. Li accarezzò lentamente, con la stessa tenerezza che avrebbe usato con un bambino spaventato. Le ciocche che gli passavano tra le dita, disordinate, unte del sudore di dodici ore di attesa. «Va tutto bene.»

«Non va tutto bene» replicò Arthur, rafforzando la presa. La voce soffocata dal collo di Bailey. «Ti ho quasi ucciso.»

Bailey lo strinse più forte. Il calore di Arthur lo avvolgeva come una coperta – quel calore familiare, conosciuto, che gli era mancato per giorni che sembravano anni. Il suo profumo che gli riempiva i polmoni. Non aveva bisogno di usare il suo potere empatico per sapere cosa stava provando. Lo sentiva nel tremolio del corpo. Nella presa delle braccia. Nel respiro spezzato.

«Non è stata colpa tua» disse piano. «Non eri tu.»

Avrebbe voluto baciarlo. Proprio lì. Sulle labbra. Come facevano prima. Quando erano ancora loro – Bailey-e-Arthur, un’entità unica, un nome composto. Quando tutto era più semplice e il futuro sembrava luminoso.

Ma non era sicuro di poterlo fare. Non era sicuro di averne il diritto. Non dopo tutto quello che era successo.

«Abbiamo parlato con Cardinal mentre eri fuori gioco» disse Annie dalla porta, rompendo il silenzio che si era allungato troppo. Stava appoggiata allo stipite con le braccia incrociate, la postura di sempre – presente ma a distanza, coinvolta ma non invasiva.

Arthur si staccò da Bailey. Lentamente, con riluttanza, come se separarsi fisicamente gli causasse dolore. Si asciugò gli occhi con il dorso della mano – un gesto disordinato, brusco, così diverso dal solito Arthur composto.

«Le ho spiegato la situazione» continuò Annie. «Ha detto che ci farà tenere d’occhio. Per evitare altri spiacevoli "incidenti".»

Arthur si sedette sul bordo del letto, la mano che trovò quella di Bailey e la strinse forte – le dita che si intrecciavano con una familiarità che i giorni di distanza non avevano cancellato. «Come… come stai?» chiese, la voce che vibrava. «Senti dolore? Hai bisogno di qualcosa? Posso chiamare l’infermiera, o i medici, o…»

«Mai stato meglio» rispose Bailey, stringendogli la mano di rimando. «Sul serio. Annie ha fatto un lavoro incredibile. Non sento quasi niente. Guarda, tutto funziona. Sono come nuovo.»

Arthur emise un suono che era a metà tra una risata e un singhiozzo. «Sono… sono contento che tu stia bene.»

Ci fu un attimo di stallo. Nessuno che parlava. Nessuno che si muoveva. Solo il bip regolare del monitor cardiaco e i loro respiri e il ronzio delle luci fluorescenti.

«Vuoi tornare a casa?» chiese Annie, rompendo finalmente la tensione con la sua solita praticità.

Bailey spostò il vassoio vuoto sul tavolino. «Sì.»

«Dovresti rimanere ancora un po’» disse ansioso Arthur, la preoccupazione che gli corrugava la fronte in quelle righe che Bailey conosceva a memoria. «I medici devono controllarti. Fare altri test. Analisi del sangue. Risonanze. Assicurarsi che le ferite siano completamente guarite. Che non ci siano complicazioni interne, emorragie nascoste, danni agli organi che…»

«Arti, davvero, sto bene.»

Bailey si alzò dal letto per dimostrarlo. Le gambe che tremarono leggermente – i muscoli ancora deboli, non abituati a reggere il peso dopo dodici ore di immobilità – ma ressero. Fece qualche passo. La stanza che oscillava, poi si stabilizzava. Iniziò a staccare gli elettrodi dal petto. Uno per uno, il gel adesivo che tirava la pelle con piccoli schiocchi umidi. Poi il secondo. Il terzo.

La macchina iniziò a suonare immediatamente. Un allarme acuto, insistente, che perforava i timpani e rimbalzava sulle pareti bianche. In pochi secondi la stessa infermiera di prima si fiondò nella stanza, spalancando la porta con un rumore che fece sussultare anche Annie.

«Che… cosa…»

Si fermò vedendo Bailey in piedi, gli elettrodi che penzolavano come tentacoli bianchi dal macchinario urlante. Il panico che si trasformava in confusione, poi in disapprovazione.

«Signor Burns! Dovrebbe stare a letto!»

Bailey le sorrise, indicando il suo braccio destro dove la flebo era ancora attaccata. «Potresti togliermi questo coso, dolcezza?»

«Signor Burns, non posso. Dobbiamo tenerla in osservazione almeno altre ventiquattro ore. Ha subito un trauma grave. Perdita massiccia di sangue. Danno cardiaco. Il protocollo medico richiede…»

«Per favore» insistette Bailey gentilmente.

Usò di nuovo il suo potere. Un’onda più forte questa volta. Più insistente. Non abbastanza da controllare, ma abbastanza da suggerire. Da persuadere. Da rendere l’idea di aiutarlo la cosa più naturale del mondo.

La ragazza esitò, il conflitto visibile sul suo viso – il dovere contro il desiderio, la procedura contro il sorriso. Poi si avvicinò lentamente, arrendendosi. Staccò il sondino con movimenti professionali – rapidi, indolori. Applicò un cerotto sul punto dove l’ago era stato inserito, premendo con il pollice per un momento. Spense l’allarme con un tocco sul pannello, e il silenzio tornò come un sollievo.

«Grazie!» disse allegro Bailey, flettendo il braccio liberato. «Dove devo firmare per uscire di qui?»

La ragazza li guidò lungo il corridoio dell’ospedale. Pareti bianche e sterili che sembravano non finire mai – il tipo di corridoio che nei film dell’orrore portava sempre in un posto brutto. Pavimento lucido che rifletteva le luci al neon come solo negli ospedali e nelle stazioni della metro di notte.

Passarono davanti a porte chiuse. Numeri. Targhette con nomi.

Si fermarono davanti a un ufficio con la porta socchiusa. All’interno, un medico sulla cinquantina con capelli grigi ben pettinati, occhiali da lettura appoggiati sul naso come se ci vivessero stabilmente, camice bianco immacolato, stava discutendo con un collega più giovane sopra una cartella clinica spessa come un dizionario.

Appena vide Bailey – in piedi, in pigiama ospedaliero, che camminava verso di lui come se niente fosse – sgranò gli occhi. La cartella che quasi gli cadde dalle mani.

«Signor Burns!» Avanzò veloce, gli occhiali che gli scivolavano sul naso. «Cosa… lei dovrebbe stare a letto! Come è possibile che…»

«Sto bene. Voglio firmare i moduli per uscire.»

«Ma…»

«Sto una favola, doc.»

Bailey usò di nuovo il suo potere, spingendo con determinazione. L’uomo tentennò. Gli occhi che persero fuoco per un momento, come se guardasse qualcosa di molto lontano. La bocca che si aprì e chiuse senza emettere suoni, come un pesce particolarmente colto.

«Beh… se si sente davvero bene… suppongo che… in questo caso… venga, le faccio firmare i moduli di dimissione volontaria.»

All’accettazione firmò tutte le scartoffie. Moduli su moduli. Liberatorie. Disclaimer. Il linguaggio legale che scorreva davanti ai suoi occhi senza che lo leggesse davvero – perché nessuno legge le liberatorie, nemmeno quando dicono cose come il paziente esce contro il parere medico e solleva l’ospedale, il personale sanitario, e l’Agenzia da ogni responsabilità per eventuali complicazioni, ricadute, morte improvvisa, esplosione spontanea, o conseguenze derivanti dalla dimissione prematura.

Firma qui. Iniziali là. Data. Prossimo modulo.

Il medico spiegò ad Arthur le istruzioni post-dimissione mentre Bailey finiva con le carte. Arthur ascoltava con attenzione totale – la postura dritta, gli occhi che non si staccavano mai dal dottore, le mani intrecciate in grembo. Cipher al lavoro. Registrava ogni parola, ogni indicazione, ogni numero, archiviandolo nella mente con la precisione di un database.

«Tecnicamente non ha subito danni permanenti significativi. Il che è… francamente straordinario, considerando l’entità del trauma che ha riportato. Ma il corpo ha comunque bisogno di tempo per riprendersi completamente. I tessuti nuovi sono fragili. Il cuore è funzionale ma non ancora al massimo della capacità.»

Il medico si schiarì la gola.

«Riposo assoluto. Almeno una settimana, preferibilmente due. Niente attività fisica intensa. Niente missioni. Niente…» Guardò significativamente Bailey dall’altra parte del bancone dell’accettazione, dove stava firmando l’ennesimo modulo con la noncuranza di chi firma una ricevuta della pizzeria. «…niente di stressante. Il cuore ha bisogno di tempo per rinforzarsi. Alimentazione ricca di proteine per aiutare la rigenerazione dei tessuti. Carne rossa, uova, legumi. Ferro per compensare la perdita di sangue – integratori se necessario. Vitamine del gruppo B. Molta acqua. Niente alcol per almeno due settimane. L’alcol rallenta la guarigione, interferisce con la rigenerazione cellulare, e può causare complicazioni con la pressione sanguigna che nel suo caso è già…»

«Ho capito» disse Arthur. «Niente alcol. Riposo. Proteine. Ferro. Qualcos’altro?»

«Torni per un controllo tra una settimana. Prima se nota qualcosa di strano – dolore al petto, difficoltà respiratorie, vertigini, svenimenti. Qualsiasi cosa.»

«Capito. Ci saremo.»

Il ci saremo non sfuggì a Bailey. Plurale. Non ci sarà. Ci saremo.

Appena furono fuori dall’ospedale – l’aria fredda di Londra che li colpì, il cielo grigio, il solito cielo grigio che non si stancava mai di essere grigio – Bailey si guardò intorno. Parcheggio semi-vuoto. Qualche macchina sparsa qua e là. Ma niente Mustang.

«Dov’è la mia bambina?»

«È distrutta» disse Annie con tono piatto.

Bailey si voltò di scatto verso di lei, il cuore – il cuore nuovo, quello ricostruito, quello fragile – che saltò un battito.

«COSA?»

«Sta scherzando» intervenne in fretta Arthur, lanciando ad Annie un’occhiataccia. «È al deposito dell’Agenzia. Prenderemo un taxi per tornare a casa.»

«È al sicuro, vero?» chiese Bailey, la voce ancora preoccupata, il cuore che batteva troppo forte per una persona a cui avevano detto di evitare lo stress. «Nessuno l’ha toccata? Graffiata? Spostata male?»

«Sì, B.B., è al sicuro. Nessun danno. Te la riporteranno domani mattina.»

Bailey riprese a respirare. «Sei proprio una stronza» disse ad Annie. «Hai rischiato di farmi venire un infarto. Il dottore ha detto niente stress.»

Lei alzò le spalle. «È stato divertente.»

Appena furono a casa, Arthur andò dritto in cucina. Aprì il frigorifero e si bloccò.

«Santo cielo» borbottò, la voce tra l’incredulo e l’esasperato. «È praticamente vuoto. E… cos’è questa cosa?»

Tirò fuori qualcosa che una volta – in un passato lontano e migliore – poteva essere stato cibo. Forse formaggio. Ora era verde. Peloso. Sembrava pulsare di vita propria, come se stesse sviluppando una coscienza e progettando la fuga.

«Non ne ho idea» ammise Bailey, sbirciando da sopra la sua spalla.

Arthur buttò l’oggetto misterioso nel cestino con disgusto evidente. Si lavò le mani due volte al lavandino, strofinando con vigore, come se l’oggetto potesse averlo contaminato per osmosi.

«Questo posto è un disastro.»

Guardò la cucina con l’occhio critico di chi l’aveva progettata e decorata e mantenuta per sette anni e che la ritrovava in uno stato che avrebbe fatto piangere un ispettore dell’igiene. Piatti sporchi accumulati nel lavandino come una piccola montagna. Bicchieri ovunque – sul bancone, sul tavolo, sul divano, per terra. Bottiglie vuote – il Macallan, la vodka, quella senza etichetta, più altre che Bailey non ricordava di aver aperto. Briciole. Macchie appiccicose. Qualcosa che poteva essere sugo o sangue secco o entrambi.

«Dovrò fare la spesa. E pulire. Probabilmente farei prima a chiamare i servizi sanitari…»

«Vado io» disse Annie.

Arthur si voltò, sorpreso. «A fare la spesa? Sei sicura? Non devi…»

«Tu resta qui con lui. Io mi occupo del cibo.»

Arthur prese un foglio e una penna dal cassetto – quello dove teneva i blocchetti per le liste, perfettamente organizzati per dimensione, perché Arthur organizzava perfino gli strumenti per organizzare. Scrisse una lista veloce. Precisa. Organizzata per categoria – proteine, verdure, frutta, latticini – con note sui brand preferiti e specifiche che andavano dal ragionevole al maniacale.

«C’è un mercato biologico a circa cinque chilometri da qui» spiegò, passandole il foglio. «Su Kensington High Street. Hanno tutto quello che serve. Ti chiamo un taxi.»

Annie prese il biglietto senza commentare la lunghezza eccessiva della lista.

«Tieni» aggiunse Arthur, estraendo il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans. Le passò una carta di credito nera – il tipo di carta che non aveva limiti visibili e che probabilmente poteva comprare un piccolo paese. «Non guardare i prezzi. Prendi quello che serve.»

Annie la prese e se la infilò nella tasca della giacca.

«Ci vediamo dopo.»

E li lasciò soli.

Completamente soli.

Il silenzio che seguì si fece improvvisamente più pesante. Come se l’aria stessa si fosse solidificata. L’appartamento sembrava troppo grande – troppo spazio, troppa luce, troppi ricordi. Foto sui muri che Bailey non aveva ancora tolto – loro due al primo gala, loro due in vacanza a Barcellona, loro due su un red carpet con sorrisi che sembravano veri perché all’epoca lo erano. Oggetti condivisi. L’impronta di sette anni di vita insieme, stratificata come sedimento geologico.

«Vuoi… vuoi qualcosa?» chiese Arthur, incerto. Le mani che si muovevano nervosamente – aprire un cassetto, chiuderlo, spostare un bicchiere, rimetterlo dov’era. «Posso prepararti uno spuntino. Con quello che è rimasto. Non sarà molto, ma ci sarà pure qualcosa di commestibile…»

«Ho già mangiato all’ospedale» rispose Bailey senza pensarci, solo per pentirsene subito – perché Arthur si stava offrendo di prendersi cura di lui, e lui lo aveva respinto per riflesso condizionato, come un idiota. «Allora» aggiunse a voce troppo alta, cercando disperatamente di rompere la tensione che riempiva la stanza come gas invisibile. «Come te la passi?»

Arthur si girò a guardarlo, lo sguardo cupo. «Sono stato meglio, a essere sincero.»

«Sì, lo so… scusa. Domanda stupida. Fai finta che non l’abbia fatta.»

«Sto cercando di sforzarmi di ricordare cosa è successo, ma…» Arthur scosse la testa, frustrato. «C’è solo quel buco. La radio. I Radiohead. E poi il niente.»

«Beh, sì, è stato… intenso» disse Bailey, nel tentativo di trovare le parole giuste. «Voi eravate lì, in aria, che combattevate… e io ero a terra, impotente. Come al solito. Ho provato a usare il mio potere, ma eri come… disconnesso. Un muro. Non ho mai sentito niente del genere.»

Gli occhi di Arthur tornarono a riempirsi di lacrime. Il viso si contrasse – le labbra che tremavano, il mento che si arricciava, la mascella che si stringeva nel tentativo di non crollare. Di non cedere. Di restare in piedi.

Bailey si avvicinò. «Arti, non piangere… non è successo nulla di irreparabile. L’importante è che stiamo tutti bene.»

Lo abbracciò. Non sapendo se stava facendo la cosa giusta. Se Arthur voleva essere toccato. Se stava oltrepassando qualche confine invisibile che si era creato tra loro.

Arthur restò rigido. Per un momento. Due. Tre. Come sempre. Come faceva quando doveva decidere se lasciarsi andare o resistere. Poi – lentamente, come il ghiaccio che si scioglie – le sue braccia salirono. Si chiusero intorno alla schiena di Bailey. Non forte come in ospedale. Piano. Con cautela. Come se avesse paura di romperlo.

«Me lo sono meritato, in un certo senso» proseguì Bailey, nervoso. «Il karma che torna a mordermi il culo.»

Lui non commentò.

«È vero quello che hai detto in TV?» sussurrò Bailey.

«Quale parte?»

«Che ti stai frequentando con un’altra persona.»

Arthur non rispose.

«Dev’essere bravo» disse Bailey, sforzandosi di apparire disinvolto. Di sembrare maturo. Adulto. Non geloso come un adolescente. «Intendo, come persona. Non a letto. Non che mi importi come sia a letto. Non è affar mio. È solo… avrai fatto tutte le tue verifiche, giusto? Controllato tutto di lui. Il background. I precedenti. I social media. Se ha mai avuto relazioni tossiche…»

Doveva smetterla di parlare. Subito. Adesso. In questo istante.

«È carino. Cioè, è una domanda. Io non lo so. Non l’ho mica visto… sono contento per te» insistette Bailey, incapace di fermarsi. «Dico sul serio. Te lo meriti. Tu… te lo meriti davvero. Di essere felice. Con qualcuno che ti tratti bene. Che ti apprezzi. Con qualcuno che non sia un cazzone come me…»

Arthur si ritrasse, evitando di guardarlo. «Devo prendere dei vestiti» mormorò, teso.

Andò in camera. Bailey chiuse gli occhi, tornando a darsi dell’idiota – l’idiota cronico, l’idiota certificato, l’idiota che non sapeva stare zitto neanche quando la sua vita dipendeva dal farlo – e lo seguì.

Lo osservò mentre Arthur s’infilava nell’armadio walk-in, cominciando a lanciare vari abiti sul letto. Giacche. Camicie. Pantaloni piegati con precisione millimetrica.

«Vuoi… trasferirti?» domandò incerto Bailey dalla soglia.

Ancora una volta, nessuna risposta. Arthur continuava a selezionare vestiti con movimenti meccanici.

Bailey s’infilò nell’armadio con lui, mettendosi in mezzo, bloccandogli il passaggio con il corpo.

«Ne possiamo parlare?»

Arthur continuò a evitare di guardarlo, frugando tra i vestiti, cercando di raggirarlo. Le mani che si muovevano. Gli occhi ovunque tranne che su Bailey.

«Ascolta, non ho mai voluto ferirti… non so perché l’ho fatto. Sono un coglione. Tu sei… importante, per me. Sei… cazzo, sei molto più che importante. Se sono riuscito a sopportare tutta questa merda è stato solo grazie a te.»

«Non posso continuare così» mormorò Arthur, tenendo lo sguardo fisso su un completo che teneva piegato tra le mani. «Non fai altro che mentirmi, B.B. Su ogni cosa.»

«S-sì, è vero, ma… lo faccio solo perché non voglio deluderti!»

«Oh, quindi è tutto per il mio bene…» replicò Arthur con sarcasmo.

«Non… non intendevo… hai ragione. Ho sbagliato. Non è una novità. Ci lavorerò. Ti do la mia parola.»

«Ci abbiamo già provato, ricordi? Non mi pare che tu ti sia impegnato molto…»

«Perché sono una testa di cazzo! Ma stavolta sarà diverso, io… tornerò a fare terapia. Sul serio. E verrò anche alle sedute di coppia. La prenderò sul serio, stavolta. Niente cazzate. Niente scuse. Tutto quello che vuoi!»

«Non è il caso di discuterne adesso… sei appena uscito dall’ospedale.»

Arthur tentò di uscire dall’armadio, ma Bailey glielo impedì.

«Ti prego, non farmi questo…»

«Spostati, per favore.»

Qualcosa nella voce – non durezza, stanchezza – fece cedere Bailey. Lo lasciò passare, esitante, le braccia che cadevano lungo i fianchi.

Arthur sistemò il completo insieme agli altri vestiti sul letto. Una pila ordinata. Preparata per partire.

«Arti…» Bailey si avvicinò a lui, cercando di mascherare la disperazione che gli saliva nel petto. «Ho bisogno di te. Siamo noi due contro il mondo. Ce lo siamo promessi.»

Arthur si chinò, tirando fuori una grossa valigia da sotto il letto. Nera. Con le rotelle. Il tipo che compri per i viaggi lunghi. «È stato tanto tempo fa» sussurrò piano in risposta.

Bailey lo strinse a sé con forza, le braccia intorno alla sua vita, il mento sulla sua spalla. Il cuore che pompava rapido, provocandogli fitte al costato – il cuore nuovo che non era ancora pronto per questo tipo di sforzo, né fisico né emotivo. Arthur rimase ancora una volta rigido, senza ricambiarlo.

«Ti amo» disse sottovoce Bailey, affondando il volto nella sua spalla.

Gli occhi gli bruciarono. La gola che si stringeva. Inspirò profondamente, le narici che si riempivano di nuovo del suo profumo. Cercò di non scoppiare a piangere. Il suo potere defluì senza che riuscisse a controllarlo – come una diga che cede, le sue emozioni che si riversarono verso Arthur, investendolo. E contemporaneamente sentì le emozioni di Arthur che fluivano verso di lui.

Desiderio. Dolore. Bisogno. Amore – tanto amore, così tanto che faceva male sentirlo, che bruciava come il sole guardato troppo a lungo, che riempiva ogni spazio vuoto e ne creava di nuovi solo per riempire anche quelli.

Arthur gli poggiò una mano sul braccio. «Calmati. Non ti fa bene agitarti così» disse con dolcezza.

Ma c’era una nota esitante sotto la dolcezza. Un tremito. Bailey lo baciò. Sulla testa. Sulla tempia. Sulla guancia. Fino alla bocca.

Fu un bacio lento – il tipo di bacio che sa di domanda più che di risposta. Arthur rimase immobile per un momento, come se il suo corpo non avesse ancora deciso da che parte stare. Le labbra che non rispondevano ma non si ritraevano. Un limbo.

Poi cercò di staccarsi. Un movimento debole, senza convinzione, la bocca che si allontanava di pochi millimetri prima di fermarsi. Come un magnete che lotta contro la sua stessa forza.

«Resta» lo supplicò Bailey, la voce rotta. «Per favore. Resta.»

Percepì la resistenza di Arthur che cedeva, strato dopo strato. Le sue mani scivolarono lungo il collo di Arthur, poi giù, sotto la camicia, ritrovando il contatto caldo della pelle nuda. Arthur ansimò sulle sue labbra.

La valigia cadde a terra con un tonfo secco. Le rotelle che girarono a vuoto per un momento. Poi si fermarono.

Arthur lo afferrò per il volto e lo tirò a sé, approfondendo il bacio con una fame che sapeva di mesi di distanza. Di notti passate a girarsi dall’altra parte del letto. Di parole non dette e telefonate interrotte e sorrisi falsi alle telecamere mentre dentro tutto bruciava.

Si lasciarono ricadere sul materasso. I movimenti erano disordinati, impazienti – mani che tiravano tessuto, dita che armeggiavano con bottoni, respiri che si accavallavano. Si spogliarono l’un l’altro come se i vestiti bruciassero, strappandoseli quasi di dosso, lasciando una scia di stoffa sul pavimento.

Arthur lo spinse sul materasso. Si sollevò per un attimo, a cavalcioni su di lui, gli occhi velati. Aveva il fiato corto. I capelli in disordine. La pelle arrossata dal calore. Era bellissimo – non il bello curato delle telecamere, il bello disordinato e reale e imperfetto di una persona vera.

«Il dottore ha detto che non devi fare sforzi» mormorò, la voce roca. «Sto io sopra. Tu non ti muovere.»

Si abbassò su di lui lentamente. Bailey sentì il suo corpo stringersi e trattenne il fiato, le dita che affondavano nei suoi fianchi, gli occhi che si chiudevano.

Arthur si aggrappò alle sue spalle e cominciò a muoversi. Su e giù. Lento all’inizio – ogni movimento deliberato, misurato – poi sempre più veloce, sempre più urgente, il ritmo che cresceva insieme al respiro.

«Cambieranno delle cose, vero?» mugolò, le unghie che gli segnavano la pelle delle spalle. «Me l’hai promesso…»

Bailey accompagnò le sue spinte. «Sì… te lo giuro. Cazzo…»

«Niente più bugie, okay?» Arthur si inarcò, la testa che ricadeva all’indietro, il collo esposto, la gola che vibrava. «Niente più… scopate con altre persone…»

«Sì…»

I gemiti di Arthur si fecero più forti, più rotti, il tipo di suoni che Bailey conosceva a memoria e che non aveva sentito da settimane che sembravano anni. Le sue cosce tremavano. L’attico si animò. Le luci si accesero e si spensero senza controllo, come un temporale elettrico. La televisione in salotto si attivò da sola, vomitando un lampo di statica bianca. Il microonde emise un bip. Il frigorifero prese a ronzare come un motore impazzito. Le lampadine nel corridoio esplosero una dopo l’altra – pop, pop, pop – come una catena di fuochi d’artificio, i filamenti che brillavano per un istante prima di spegnersi.

Il corpo di Arthur si contrasse, la schiena che si inarcava come un arco teso allo spasimo. Vennero insieme – Bailey sentì il proprio orgasmo fondersi con quello di Arthur attraverso il suo potere empatico, un’onda doppia, devastante, che gli tolse l’aria dai polmoni e gli annebbiò la vista. Per alcuni secondi restarono così, aggrappati l’uno all’altro, respirando pesantemente, scossi dalle sensazioni che ancora si rincorrevano tra i loro corpi come echi.

Poi Arthur crollò al suo fianco. Il materasso che li accolse. I respiri che rallentavano. Bailey si girò verso di lui e gli catturò di nuovo la bocca. Un bacio diverso, stavolta. Morbido. Il tipo di bacio che viene dopo, quando non c’è più urgenza e resta solo la tenerezza.

«Mi sei mancato» disse, accarezzandogli una guancia con il dorso delle dita. Poggiò la fronte contro la sua, i respiri che si mescolavano. «Mi sei mancato da morire.»

Arthur rimase in silenzio per qualche istante, il respiro che andava lentamente calmandosi. Le dita che tracciavano distrattamente la macchia di pelle nuova sul petto di Bailey – il cerchio rosa dove il cuore batteva sotto, dove l’aculeo era entrato e uscito, dove Annie aveva ricostruito tutto.

«Anche tu» disse infine.

Annie era seduta su una panchina fuori dal mercato biologico.

Le buste piene di cibo ai piedi – quattro in totale, traboccanti di verdure fresche, proteine magre, frutta organica, tutto esattamente come dalla lista precisa di Arthur. Aveva trovato ogni singolo articolo, incluse le uova biologiche di galline allevate a terra specificate nel terzo punto – Clarence Court, guscio marrone, dimensione large.

Guardava il cielo. Grigio. Nuvoloso. Pesante. Il sole nascosto da qualche parte dietro quello strato uniforme di nuvole, incapace di penetrare. Il vento freddo che le sfiorava il viso, trascinando con sé l’odore di pioggia imminente e di asfalto bagnato. La gente che passava sul marciapiede – donne con borse della spesa, uomini al telefono, bambini che piangevano, cani che tiravano i guinzagli. La vita ordinaria di un venerdì a Londra.

Una signora anziana passò davanti a lei. Cappotto beige logoro. Borsa della spesa di tela con il logo di Waitrose. Passo lento, incerto, come se ogni gradino fosse una negoziazione con la gravità.

«Scusi» la fermò Annie. «Che ore sono?»

La donna si fermò. Controllò l’orologio al polso – uno di quelli vecchi, con le lancette, il cinturino di pelle consumato dall’uso.

«Le undici e mezza, tesoro.»

«Grazie.»

La donna le sorrise – un sorriso caldo, genuino, il tipo che le nonne regalano agli sconosciuti – e si allontanò, trascinando i piedi.

Erano passate due ore da quando aveva lasciato l’appartamento. Aveva fatto la spesa in venti minuti. Poi si era seduta lì, sulla panchina, a pensare.

Gli aveva concesso abbastanza tempo per fare la pace, si disse, alzandosi. Afferrò le buste – pesanti ma gestibili per qualcuno che aveva trasportato cose molto più pesanti in posti molto peggiori – e si incamminò verso l’appartamento.

Quando arrivò all’edificio di Bailey, spinse la porta d’ingresso con la spalla, le buste che frusciavano.

La receptionist – donna sulla quarantina, trucco perfetto, tailleur grigio impeccabile – era alla scrivania, intenta a digitare qualcosa al computer con le unghie laccate di rosso.

Annie si avvicinò, le buste che frusciavano.

La donna la guardò distrattamente, gli occhi che si alzarono appena dallo schermo. «Buongiorno, posso aiut…» poi la guardò di nuovo. Con più attenzione. Gli occhi si spalancarono, la bocca si aprì. «Lei è…»

«Ah-ha. Sono proprio io» disse Annie indifferente. «Devo salire all’attico.»

La donna boccheggiò, le mani che si mossero nervosamente – sulla tastiera, sul mouse, sulla scrivania, nel vuoto. Le emozioni che Annie poteva immaginare anche senza il potere di Bailey – paura, eccitazione, il desiderio di sembrare professionale mentre il cervello urlava È RIFT! RIFT È NEL MIO ATRIO!

«Io… il signor Burns non mi ha avvisata di… di visite. Dovrei chiamarlo per confermare. È il protocollo. Per sicurezza. Per…»

«Non serve.»

La donna esitò. Deglutì rumorosamente. Poi, come prendendo una decisione – o arrendendosi alla forza gravitazionale di qualcuno che aveva fatto esplodere un verme gigante dall’interno – aprì un cassetto della scrivania. Estrasse una chiave magnetica con le mani che tremavano visibilmente.

«Ecco… tenga. L’ascensore è là in fondo. Inserisca la chiave nello slot per accedere all’attico. È l’unico piano che richiede l’autorizzazione.»

Annie la prese. «Grazie.»

Attraversò la hall – marmo lucido, piante ornamentali che qualcuno annaffiava con regolarità, quadri astratti alle pareti che Arthur avrebbe saputo spiegare e che per Annie erano solo macchie di colore – e raggiunse l’ascensore. Inserì la chiave. Le porte si aprirono silenziosamente. Salì. Le porte si chiusero. Il sibilo della risalita.

Appena fece un passo fuori dall’ascensore, il piede colpì involontariamente qualcosa. Una creaturina digitale – un uccellino fatto di pixel azzurri brillanti, grande come un pugno – che rimbalzò via emettendo un pigolio acuto di protesta. Sbatté le ali pixelate indignato, come se Annie avesse personalmente offeso la sua dignità, poi si allontanò volando a zig-zag, lasciando una scia di pixel nell’aria.

Annie si guardò intorno.

Ce n’erano dappertutto. Sparsi per tutto l’appartamento come un’infestazione incantata. Decine. Forse un centinaio. Uccellini di pixel che rimbalzavano qua e là – sui mobili, sul divano, sul tavolo, sul pavimento. Che si inseguivano cinguettando con suoni digitali. Che volavano in cerchio intorno ai lampadari come pianeti intorno a un sole di cristallo. Che si posavano sui ripiani delle librerie e si lisciavano le piume pixelate con becchi azzurri. Due che litigavano per un posto sulla mensola dei trofei – quella piena di cristalli e vetro e ottone che non significavano niente.

Annie entrò, facendosi strada tra le creature digitali che le sfioravano le gambe come gatti. Posò le buste sul bancone della cucina e guardò verso la camera da letto. La porta era socchiusa. Attraverso lo spiraglio vide il letto – le coperte sgualcite, ammassate da una parte, la scia di vestiti sul pavimento. E sotto le coperte, un bozzo che respirava con il ritmo lento e profondo di qualcuno che dormiva il sonno dei giusti – o degli ingiusti che avevano finalmente fatto la cosa giusta.

Bailey era fuori, sul balcone. Se ne stava appoggiato alla ringhiera di ferro battuto, la schiena ricurva, intento a fumarsi una sigaretta – la luce arancione della brace che pulsava nel grigio del mattino londinese. Annie lo raggiunse, aprendo la porta scorrevole. L’aria fredda che le sfiorò il viso.

«Vi siete chiariti?»

Bailey si voltò di scatto, sorpreso. Quasi lasciò cadere la sigaretta – la mano che la afferrò all’ultimo secondo, le braci che volarono via.

«Cazzo, mi hai fatto prendere un colpo. Come hai fatto a entrare?»

«Ho chiesto alla receptionist di darmi la chiave.» Annie si appoggiò alla ringhiera accanto a lui. «Allora? Come è andata?»

Bailey sbuffò del fumo dalla bocca. Lo guardò disperdersi nell’aria fredda, mescolarsi con le nuvole basse, sparire.

«Bene… suppongo.»

«Meglio così. E ora aiutami a mettere a posto tutta questa roba. Non sono la tua domestica.»

Mentre stavano sistemando la spesa nel frigo – Annie che passava gli articoli dalle buste, Bailey che li disponeva sugli scaffali vuoti cercando di ricordare l’ordine che Arthur preferiva – lui parlò.

«Grazie» borbottò, senza guardarla. «Per avermi salvato. Di nuovo.»

Annie non alzò lo sguardo. Continuò a svuotare le buste. Broccoli. Spinaci. Pomodori. I pomodori di una varietà specifica che Arthur aveva sottolineato due volte nella lista.

«Non farci l’abitudine.»

«Cazzo, no. Basta morire. Tre volte in dieci giorni è già troppo. Sto esaurendo le vite bonus. Anche i videogiochi ne danno tre al massimo.»

Annie chiuse lo sportello del frigo. Si voltò verso di lui, l’espressione seria. «Ho pensato un po’ a quello che è successo.»

Bailey la guardò. «E?»

«È strano.»

«In che senso strano?»

«È stato tutto un po’ troppo… conveniente.» Annie incrociò le braccia. «Cardinal ci dice che Arti è un possibile traditore. E qualche ora dopo ci manda la sua posizione esatta. GPS in tempo reale. In una zona isolata, in mezzo alla campagna, dove non ci sono testimoni. Dove non ci sono telecamere. Dove nessuno può vederci o sentirci.»

Bailey aggrottò la fronte, elaborando. «Stai suggerendo quello che penso?»

«Era una trappola» disse Annie. «Ovvio che lo era. La domanda è: chi l’ha organizzata? E perché?»

«Cardinal voleva… cosa? Farci uccidere a vicenda?»

«Non necessariamente Cardinal. Ma qualcuno. Qualcuno che sapeva dove si trovava Arthur. Qualcuno che aveva accesso alle coordinate GPS dell’Agenzia. Qualcuno che sapeva che noi lo avremmo seguito.»

«Cristo.»

«C’è qualcosa che non torna.»

«Cosa?»

«Ha esitato.»

«Chi ha esitato?»

«Quello che controllava Arti. Il Burattinaio. C’è stato un momento – quando ti ha colpito, quando sei caduto – dove avrebbe potuto finirmi. Sarebbe bastato un colpo mentre ero distratta a soccorrerti. Un colpo solo. Semplice. Veloce. Ma ha esitato. Si è fermato. Ha lasciato andare Arthur.»

«Quindi… cosa significa?»

«Significa che ha provato qualcosa. Rimorso, forse. O paura. Non è solo un assassino a sangue freddo. Non è qualcuno che uccide per piacere o per soldi senza battere ciglio. C’è dell’altro.»

«Non capisco dove vuoi andare a parare.»

«Credo che qualcuno lo stia costringendo.»

Bailey si fece più serio. Posò le mani sul bancone, chinando la testa. Le dita che premevano sul marmo freddo.

«L’Agenzia?»

Annie annuì lentamente.

«Ma non ha senso!» replicò Bailey, la voce che si alzava. «Tutti quelli che sono stati uccisi erano nostri sostenitori. Politici che volevano aiutare i supereroi. Sir Malcolm voleva far passare il Powered Individuals Protection Act. Cardinal smaniava per quella legge – diceva che era fondamentale per il nostro futuro, per la nostra legittimità. Che senso ha far ammazzare il tuo stesso alleato? Sabotare la tua stessa legge?»

«Evidentemente non tutti all’Agenzia sono d’accordo sul fatto che i supereroi ottengano più libertà. O sul fatto che esistiamo.»

Bailey la fissò, accigliato.

«Pensaci. Siamo una minaccia. Una minaccia che non possono controllare. Non per davvero, non completamente. Possiamo radere al suolo città intere. Aprire portali in altre dimensioni. Controllare la tecnologia globale. Manipolare le emozioni delle persone. Siamo armi. Armi che camminano, parlano, pensano, hanno opinioni proprie. Il tipo di armi che un esercito non vuole – quelle che possono decidere di non obbedire.»

«Stai dicendo che c’è una fazione interna? Una specie di… cospirazione contro i supereroi? All’interno dell’Agenzia stessa?»

«Ricordi cosa ha detto Cardinal? Sul fatto che i sistemi di comunicazione sono rimasti isolati prima dell’omicidio di Sir Malcolm? Che solo qualcuno che lavora all’interno dell’Agenzia poteva conoscere i codici di sicurezza necessari?»

Bailey annuì.

«Ho parlato con Arti mentre dormivi all’ospedale.» Annie si appoggiò al bancone. «Ricorda perfettamente cosa ha fatto la sera dell’omicidio di Sir Malcolm. Ogni minuto. Non è stato lui a interferire con i sistemi. Inoltre, l’altra sera stava tornando a casa quando ha avuto il blackout. Il fixer sapeva esattamente dove trovarlo. Conosceva i suoi movimenti, i suoi orari, il suo percorso. Qualcuno gli ha passato le informazioni. Dall’interno.»

«Qualcuno dell’Agenzia stessa» mormorò Bailey.

«Esatto.»

Bailey si grattò la testa, sopraffatto. «Cazzo… potrebbe essere chiunque. Letteralmente chiunque. Centinaia di persone lavorano lì. Migliaia, forse. Tecnici. Amministratori. Analisti. Altri supereroi. Agenti sul campo. E Cardinal stessa…tu… ne hai parlato con lei?»

«No» disse Annie fermamente. «E non intendo farlo.»

«Ma se non è lei il traditore…»

«Anche se non è lei, cambia poco. Se le diciamo dei nostri sospetti e lei non è coinvolta, cosa penserà? Che vogliamo sabotare l’Agenzia. Che siamo paranoici. Che stiamo cercando di coprire qualcosa. E se lo dice alle persone sbagliate…»

«E se è lei?»

«Se è lei, capirebbe immediatamente che sospettiamo. E ci farebbe fuori prima che possiamo diventare un problema. Incidente sul campo. Missione finita male. Suicidio convincente.»

«Quindi… cosa facciamo?»

«Scopriamo chi è il Burattinaio» disse Annie, la voce fredda e determinata. «E ci sbarazziamo di lui. Chiunque sia. Finché esiste, è una minaccia. Potrebbe prendere il controllo di me la prossima volta. E se lo fa… beh, lo sai cosa succederebbe.»

«Strano che non l’abbia già fatto, in effetti» osservò Bailey, pensieroso. «Sei la più potente. La più pericolosa.»

«Non così strano, se ci pensi.» Annie si sedette su uno sgabello. «È come quando i paesi si fanno guerra. Prima tentano con la diplomazia. Negoziati. Minacce. Sanzioni economiche. Poi con le armi convenzionali. Sabotaggi. Operazioni segrete. Assassinii mirati. E solo alla fine, quando tutto il resto ha fallito, tirano fuori le armi nucleari.» Fece una pausa. «Perfino l’idiota più grosso del mondo sa che le atomiche sono una soluzione a senso unico. Una volta sganciata la bomba non si torna più indietro. E a pagarne le conseguenze sono tutti. Non solo i nemici. Anche tu. Anche i tuoi alleati. Tutto il mondo.»

«Sei il loro asso nella manica» disse cauto Bailey.

«Vogliono tenermi come ultima risorsa. Per quando ne avranno davvero bisogno. Per l’emergenza finale. Non ora. Non per piccole scaramucce politiche. Non per eliminare qualche politico scomodo.»

Calò il silenzio. Un uccellino di pixel entrò in cucina, si posò sul rubinetto, cinguettò una nota digitale, e volò via.

«Dobbiamo scoprire chi è il Burattinaio e neutralizzarlo. Così risolveremo il problema una volta per tutte.»

«Ehm… magari possiamo optare per una soluzione meno… definitiva?» suggerì Bailey, incerto. «Catturarlo? Consegnarlo alle autorità?»

«Non puoi imprigionare qualcuno che può controllare le menti, B.B.»

Bailey sospirò.

«Sei con me?» chiese Annie, fissandolo.

«Certo che sono con te. Quel bastardo mi ha quasi ucciso. Anzi, peggio – ha usato Arti per fare il lavoro sporco. Ci deve come minimo delle scuse.»

«Bene. Ne parleremo anche con Arti quando si sveglia. Ci servirà il suo aiuto per trovare questo stronzo.»

Passarono il pomeriggio in un limbo strano – quello spazio sospeso tra la crisi e la normalità, dove il mondo ha smesso di crollare ma non ha ancora deciso se vuole ricostruirsi.

Guardarono la TV in modo distratto – canali che cambiavano, immagini che scorrevano, voci che parlavano di cose che non importavano. Evitarono accuratamente i notiziari, le notizie sull’omicidio, i dibattiti sui supereroi. Bailey trovò un canale che trasmetteva documentari sugli animali – leoni che cacciavano gazzelle nella savana, balene che nuotavano in oceani blu – e lo lasciò acceso.

Verso le cinque, quando il cielo fuori iniziava a scurirsi e le luci della città si accendevano una dopo l’altra come occhi che si aprivano, Bailey propose: «Vuoi giocare a qualcosa?»

Annie lo guardò, inarcando un sopracciglio. «A cosa?»

«Non lo so. Abbiamo dei giochi da tavolo da qualche parte. Sono di Arti.»

Si alzò dal divano – un uccellino di pixel che gli si era posato sulla spalla volò via indignato – e andò verso un armadio nell’angolo del salotto. Rovistò tra scatole polverose, pile di riviste vecchie, oggetti dimenticati dal tempo.

«Monopoly? Risiko? Scarabeo?»

«Scarabeo» disse Annie senza esitazione.

«Sul serio?»

«Ho un vocabolario ampio, a differenza tua.»

«Va bene. Preparati a perdere malissimo.»

Giocarono a Scarabeo sul tavolino del salotto, con gli uccellini di pixel che ogni tanto atterravano sul tabellone e cercavano di mangiare le tessere. Annie giocava con la concentrazione di un generale che pianifica una battaglia – ogni parola calcolata, ogni posizione strategica, ogni bonus sfruttato. Bailey giocava come giocava a tutto il resto nella vita – d’istinto, male, e lamentandosi.

Verso le sette di sera – il cielo fuori completamente nero ormai, Londra che brillava come un oceano di luci sotto di loro – sentirono rumori dalla camera da letto. Passi. Il fruscio delle coperte. Uno sbadiglio lungo, profondo, il tipo che viene dopo un sonno vero.

Arthur apparve in salotto, ancora mezzo addormentato. I capelli – ancora più in disordine di prima, se possibile – che gli cadevano sulla fronte. Indossava solo i suoi boxer e una maglietta di Bailey – quella grigia che diceva "I’m not arguing, I’m just explaining why I’m right." Un uccellino di pixel gli si posò sulla testa. Lui non se ne accorse.

Bailey gli sorrise immediatamente. «Ehi. Ti senti meglio?»

Arthur annuì, sbadigliando di nuovo. Si avvicinò al divano dove Bailey era seduto e si sistemò direttamente sulle sue gambe, rannicchiandosi su di lui. Bailey lo avvolse con un braccio, attirandolo a sé per baciarlo – sulla tempia, sulla guancia, sull’angolo della bocca.

Annie gli concesse un minuto. Poi si schiarì forte la gola. Arthur non reagì. Continuò a baciare Bailey come se niente fosse. Le mani che gli accarezzavano il viso. I fianchi che si muovevano leggermente.

Annie scosse la testa, esasperata. «Dobbiamo parlare» disse irritata.

«Parla. Ti ascolto» bofonchiò Arthur tra un bacio e l’altro.

Bailey spostò i baci sul suo collo, mordicchiando leggermente la pelle. Arthur inclinò la testa, chiudendo gli occhi, mentre un piccolo sospiro gli sfuggiva dalle labbra.

«Sul serio?» disse Annie spazientita.

«Sto ascoltando» insistette piano Arthur, la voce leggermente roca. «Vai avanti.»

Annie inspirò profondamente, imponendosi la calma con la stessa forza con cui imponeva alla materia di obbedire. Poi iniziò a spiegare – il Burattinaio, la fazione interna, la trappola, l’esitazione, il piano. Tutto. Ogni dettaglio.

Quando finì, Arthur si prese un momento di riflessione. Ricambiò distrattamente i baci di Bailey – le labbra che si muovevano automaticamente mentre il cervello lavorava, gli occhi fissi su un punto indefinito dell’attico.

«Sì, potrebbe avere senso» le concesse alla fine.

«Leva il potrebbe» disse Annie decisa. «Devi aiutarci. Dobbiamo trovare questo stronzo prima che possa fare altri danni.»

«Ho già provato a cercarlo, ricordi? Se l’Agenzia lo sta coprendo – o peggio, se lo sta usando attivamente – sarà difficile rintracciarlo. Molto difficile. Potrebbero aver cancellato le sue tracce. Creato false piste. Protetto la sua identità con strati di crittografia che farebbero piangere la NSA.»

«Stai dicendo che non sei in grado?»

Arthur le lanciò un’occhiata severa – quella che usava quando qualcuno metteva in dubbio le sue capacità.

«Sto dicendo che dovremo muoverci con molta cautela. Non posso semplicemente violare i sistemi dell’Agenzia come se niente fosse. Sono protetti. Monitorati. Se mi beccano a ficcare il naso dove non dovrei, pretenderanno delle spiegazioni. Come minimo.»

«Puoi farlo o no?» chiese Annie.

«Certo che posso farlo» replicò secco Arthur, quasi offeso. «Ma mi serve tempo. Dovrò essere discreto. Coprire le mie tracce. Creare diversivi. Sarà come camminare su un campo minato bendato.»

«Ci riuscirai» disse Bailey, baciandolo sulla tempia. «Sei il migliore. Se qualcuno può farlo, sei tu.»

Arthur si sciolse leggermente al complimento – le spalle che si abbassavano, la mascella che si ammorbidiva – esibendosi in un piccolo sorriso e tornando a baciarlo.

Annie fece un verso disgustato. «Immagino che questa partita sia mia» disse scocciata, agitando una mano verso il tabellone dello Scarabeo dove le tessere giacevano a metà gioco, un uccellino di pixel accovacciato sulla Q.

Arthur si separò da Bailey e guardò il tabellone. Lo studiò per tre secondi – non di più. Poi si sporse e mosse alcune tessere con movimenti rapidi, precisi, sicuri. «Ecco» disse. «Hai perso.»

Annie guardò il tabellone. Poi Arthur. La mascella che si serrò.

Bailey sogghignò. «Ti adoro» disse, tornando a catturare le labbra di Arthur. «Meglio così, tanto non avevo più voglia di giocare…»

Con un movimento fluido invertì le loro posizioni sul divano. Arthur squittì deliziato, ridacchiando in modo insulso.

«Cristo» borbottò Annie, sollevandosi dal divano. «Almeno aspettate che cambi stanza…»

«Che ore sono?» chiese Arthur, compresso sotto il peso di Bailey.

«Perché? Vai di fretta?» chiese lui, stampandogli l’ennesimo bacio sulle labbra. Ruotò il polso, controllando l’ora. «Le sette e venti.»

«CAZZO!» esclamò Arthur, spintonandolo via con forza.

Bailey si spostò, perplesso. «Che succede, coniglietto?»

«Non ho tempo! Devo… io… scusa.»

Arthur corse verso la camera da letto, quasi inciampando nel tavolino dello Scarabeo – che oscillò pericolosamente, le tessere che saltarono, l’uccellino di pixel che volò via cinguettando proteste.

«Arti?» lo chiamò Bailey, alzandosi.

Rumori dalla camera. Cassetti che si aprivano. Vestiti che volavano. Imprecazioni sottovoce. Riapparve. Ora indossava jeans scuri e una camicia azzurra – quella che gli risaltava gli occhi. Si stava infilando le scarpe mentre camminava, saltellando su un piede.

Lanciò un’occhiata a Bailey – un’occhiata quasi colpevole – e distolse rapidamente lo sguardo.

«Ecco, devo… devo vedermi con Francis.»

«Chi?»

«Lui è… un mio amico.»

«Quello del gay bar?» si lasciò sfuggire Annie.

Arthur si voltò verso di lei di scatto, gli occhi che si spalancavano come se avesse appena sentito un colpo di fucile.

«Come fai a sapere…»

Silenzio. Arthur si voltò verso Bailey, gli occhi che si restringevano minacciosi.

«Già, Annie» disse Bailey frettolosamente, la voce troppo alta, le mani che si muovevano troppo. «Come fai a saperlo? Non avrai seguito Arti per caso, vero? Perché sarebbe strano. E fottutamente inquietante, dico io. Ma d’altronde è sempre stata… particolare. Però sai che c’è? Noi ti vogliamo bene lo stesso.»

«Mi avete seguito?» sibilò Arthur.

«Oh, no. Nel modo più assoluto. È stata lei. È stata tutta un’idea sua. Ho cercato di dirle che non doveva farlo ma non mi ha dato ascolto. E come se questo non bastasse mi ha costretto anche a sentire quello che aveva scoperto. Assurdo. Io ovviamente le ho detto che per me andava bene se tu e… Francis ve la spassavate…»

«Devo andare. Sono già in ritardo di venti minuti» disse Arthur, la voce gelida. Si infilò la giacca – quella elegante, quella per le uscite – e si diresse verso l’ascensore.

«Non ci farai sesso, vero?» chiese ansioso Bailey.

Prima che le porte dell’ascensore si chiudessero dietro di lui, Arthur disse seccamente, senza voltarsi: «Non azzardatevi a seguirmi.»

Il sibilo della discesa. Il silenzio che tornava. Un uccellino di pixel atterrò sulla spalla di Annie e cinguettò tristemente.

Bailey si grattò la testa. «Merda» mormorò. «Forse dovrei andare con lui.»

«Vuoi farti lasciare di nuovo?» chiese Annie, tornando a raccogliere le tessere dello Scarabeo con movimenti precisi. «Dopo nemmeno sei ore che vi siete rimessi insieme?»

Bailey esitò, combattuto.

«Io… no.»

«Allora smettila di preoccuparti e rimettiti a giocare. Probabilmente lo mollerà» disse Annie, iniziando a rimescolare le tessere nel sacchetto con il rumore familiare delle lettere di legno che sbattevano l’una contro l’altra.

«Tu credi?» chiese speranzoso Bailey.

«Certo che sì, idiota. Non butterà via tutto per uno che si chiama… Francis.»

Bailey tornò a sedersi sul divano, visibilmente sollevato. Afferrò una tessera dal sacchetto.

«Sì. Hai ragione. Come sempre. Non mi mollerà per lui. Non per uno che fa di nome Francis. Voglio dire… cazzo, è ridicolo. Francis. Come fai a prendere sul serio uno con un nome così? È un nome da…»

«Gioca.»

«… da personaggio di un romanzo dell’Ottocento. Francis. Probabilmente beve il tè con il mignolo alzato e sa l’ordine dei formaggi sulla tavola e…»

«Gioca.»

«Sicuramente ha il cazzo piccolo» concluse Bailey compiaciuto, sistemando le lettere sul leggio.

Annie non rispose. Si limitò a giocare la sua prima parola – QUANTUM, con la Q sulla casella tripla.

«Questa parola non esiste.»

«Certo che esiste. È un prestito dal latino.»

«Il fottuto latino? Sei seria? C’è un motivo per cui è morta come lingua, Annie.»

«Smettila di lamentarti e gioca.»

Bailey borbottò qualcosa di incomprensibile e tornò a fissare le sue tessere con espressione accigliata, cercando disperatamente una parola che potesse competere con QUANTUM sulla casella tripla.

Non ne trovò nessuna.

12 Capitolo 12

Annie si trovava di nuovo in un mondo che non conosceva.

O lo conosceva? I dettagli sfuggivano. Scivolavano via come acqua tra le dita. Le forme erano sfocate, i colori sbiaditi, tutto sembrava esistere dietro un velo di nebbia che non riusciva a penetrare.

Il cielo era sbagliato. Troppo rosso. Troppo vicino. Due lune – o erano soli? - pendevano all’orizzonte come occhi malati.

E davanti a lei c’era... lei.

L’altra Annie, quella finita nel loro mondo. Sdraiata sul terreno. Immobile. Morta.

Gli occhi aperti che la fissavano, accusatori. Il sangue formava una pozza scura sotto il corpo. Si allargava lentamente. Le bagnava le scarpe.

Si svegliò di soprassalto, ansimando, il cuore che martellava nel petto. Si passò una mano sul viso, sentendolo umido al tatto.

Poi sentì un grido.

La voce di Arthur.

Senza pensare, scattò in piedi, i muscoli che si muovevano prima che il cervello potesse processare. Si precipitò verso la camera da letto e spalancò la porta con violenza, il legno che sbatté contro il muro.

Bailey era sopra Arthur, il corpo che si muoveva con foga, il letto che sobbalzava sotto le sue spinte con scricchiolii ritmici e osceni. Almeno c’erano le coperte a censurare parzialmente ciò che stava succedendo. Arthur emetteva gridolini ad ogni colpo, le dita che graffiavano la schiena di Bailey con veemenza. Lui impiegò qualche secondo ad accorgersi di Annie.

Girò la testa verso di lei. Non sembrò nemmeno sorpreso. Le rivolse un sorriso sfiatato, rallentando appena il ritmo.

«Ehi... che succede?»

«NON FERMARTI!»

Arthur lo afferrò per la mascella e lo costrinse a voltarsi, riportando l’attenzione su di sé.

«PENSAVO CHE FOSSE SUCCESSO QUALCOSA!» urlò Annie, voltandosi di scatto. «L’HO SENTITO GRIDARE!»

«No, tutto... tutto bene» ansimò Bailey da dietro di lei. «Dacci dieci minuti. Forse anche cinque…»

«SÌ! COSÌ!»

Annie chiuse la porta con violenza, masticando un’imprecazione. Andò in cucina, tentando di ignorare i suoni che continuavano a filtrare attraverso la porta, e azionò la macchinetta del caffè. Per un attimo il rumore coprì almeno in parte il resto.

Andò avanti così per mezz’ora. I caffè divennero due. Poi tre. Annie era seduta al bancone, sforzandosi di concentrarsi su qualsiasi cosa che non fossero gli urletti di Arthur che diventavano sempre più acuti, sempre più frequenti.

Cristo santo. Come facevano ad avere ancora energia?

Ad un certo punto sentì la porta della camera aprirsi. Finalmente.

Passi nel corridoio. Poco dopo comparve Bailey, in mutande, sorridente. Anzi – raggiante. Aveva i capelli arruffati e segni di morsi sul collo e sulle spalle. Si sedette accanto a lei, ancora con quel sorriso idiota stampato in faccia. «Arti ha mollato Francis» disse soddisfatto.

«Ho bisogno di bere» disse secca Annie.

«Dai, non fare così!» Bailey rise. «Non è la prima volta che ci becchi a fare porcate.»

«Grazie per avermelo ricordato» ringhiò Annie.

«Cazzo, è fantastico» continuò Bailey, incapace di contenere l’entusiasmo. «Mi sembra di essere tornato a quando ci siamo messi insieme. Mi basta toccarlo per farlo arrapare. È...»

«Non voglio saperlo.»

«... è un buon segno, capisci? Vuol dire che non ha scopato con nessuno. È represso. Era da una vita che non facevamo sesso così e...»

Annie inspirò profondamente, chiudendo gli occhi.

«... non ne ha mai abbastanza...»

Annie smise di ascoltare. Qualche minuto dopo entrò Arthur. Aveva i capelli bagnati dalla doccia e indossava un accappatoio. Si avvicinò immediatamente a Bailey e gli infilò la lingua in bocca senza dire neanche buongiorno.

«Qual è il vostro problema?» disse Annie, frustrata.

Arthur si voltò verso di lei.

«Sei tu che piombi nelle camere da letto senza bussare.»

«Credevo ti stessero facendo del male!» Annie cercò di non soffermarsi sui suoni umidi delle loro lingue. Sugli ansimi. Sui piccoli gemiti. «Dobbiamo concentrarci sul trovare il Burattinaio» disse irritata.

Ma gli altri due la ignorarono, troppo presi a mangiarsi la faccia.

«Dico sul serio» insistette Annie, alzando la voce.

«Oggi no» rispose Arthur tra un bacio e l’altro.

«Che vuol dire oggi no?» chiese Annie, esasperata.

Arthur si staccò di nuovo da Bailey. Sorrise – quel sorriso soddisfatto e innamorato che faceva venire voglia ad Annie di vomitare. «Oggi è un giorno speciale per me e B.B.» spiegò, la voce stucchevole. «Il Burattinaio può aspettare.»

«Cioè?» chiese Annie.

Arthur accarezzò il volto di Bailey, le dita che tracciarono la mascella.

«Te lo ricordi che giorno è oggi, vero?»

Bailey sorrise. «Certo.»

Arthur gli diede un bacio a stampo. «Devo andare alla sede della BBC per registrare la puntata settimanale per Heroes Channel. E poi ho la Hero Con al centro congressi. Ma stasera sono libero. Potremmo fare qualcosa. Solo noi due.»

«Tutto quello che vuoi, coniglietto» disse Bailey con voce melliflua.

Il sorriso di Arthur si allargò. Lo baciò di nuovo.

«Vado a prepararmi.»

Si alzò e si allontanò verso la camera da letto. Appena fu scomparso dietro l’angolo, Bailey smise di sorridere. Si voltò verso Annie, nel panico. «Che cazzo di giorno è oggi?» sussurrò.

«Che cazzo vuoi che ne sappia. Sono mancata per sette anni.»

«Merda... il suo compleanno, forse? No, quello è... aspetta, quando è? Non ricordo mai il giorno esatto... è in primavera? O estate? No, non può essere, una volta abbiamo festeggiato sulla neve, quindi deve essere...»

«Il vostro anniversario?» suggerì Annie, sorseggiando il caffè ormai freddo.

Bailey gemette. «Merda. Sì, deve essere quello. Cazzo. Si aspetterà che facciamo qualcosa di speciale!»

«Terribile» commentò sarcastica Annie. «Questo è decisamente più importante del cercare un tizio che può controllarci con la mente.»

«Cazzo, Annie, devi aiutarmi! Non so che fare!»

«È il tuo fidanzato, non il mio.»

«L’ultima volta siamo andati a Parigi… una palla assurda. Parigi fa cagare e i parigini sono delle teste di cazzo. Non spiccicano una parola di inglese, ti rendi conto? Siete la fottuta Europa! Lì la studiano come seconda lingua! Siamo andati in questo ristorante di lusso – tre stelle Michelin, duecento euro a testa – dove ci hanno servito dei fottuti piccioni. DEI PICCIONI! Piccoli. Secchi. Disgustosi. Come quelli che cagano sulle statue a Trafalgar Square. E si considerano un popolo civilizzato...»

Annie roteò gli occhi.

«Potrei portarlo sul London Eye? No, troppo banale. Ci siamo già stati. E poi non si vede un cazzo la sera con quelle luci nelle cabine che si riflettono sul vetro. E costa troppo.»

«Dubito che costi più di una vacanza a Parigi» replicò Annie. «E poi sei ricco. Ripiega su qualche ristorante chic e falla finita.»

«Ci siamo appena rimessi insieme! Dev’essere qualcosa che lo mandi fuori di testa. Qualcosa che gli faccia capire che sto prendendo sul serio la cosa. Altrimenti penserà che non mi importi!»

«Allora cerca di ricordare se dovete festeggiare il suo compleanno o il vostro anniversario, tanto per iniziare.»

«Cazzo...» Bailey si passò una mano tra i capelli, tirando. «Questa non ci voleva. Okay. Stiamo calmi. Devo pensare... forse potremmo andare a una di quelle mostre d’arte astratta che gli piacciono tanto. Sai, quelle con i quadri che sono solo macchie di colore e ti dicono che rappresentano l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno. O la frammentazione dell’io. Stronzate così.» Scosse la testa. «Ma cristo, sono noiose da morire. Nemmeno a dire che posso attaccarmi allo champagne per sopravvivere. Arti odia quando bevo alle mostre. Dice che non sono 'culturalmente impegnato'.»

Arthur tornò in cucina, vestito elegante. «Allora» disse, sorridendo, avvicinandosi a Bailey. «Ci vediamo stasera.»

«Sì.» Bailey sorrise a sua volta. «Vedrai. Ho una sorpresa per te. Ti piacerà. Anzi – ti piacerà da morire. Sarà la sorpresa del secolo.»

«Ooh» chiocciò Arthur, compiaciuto, gli occhi che brillarono. «Non vedo l’ora.»

Bailey aspettò che fosse uscito prima di crollare, sbattendo la testa sul bancone.

«Bella mossa» commentò Annie. «Ora le sue aspettative saranno salite alle stelle.»

«Lo so.» Bailey grugnì contro il bancone. «Devo inventarmi qualcosa.»

«Non contare su di me.»

Bailey alzò la testa.

«Ti prego!»

«No.»

«Annie, ti prego. Sono disperato. Non so che fare. Tu sei... sei brava a risolvere problemi.»

«A meno che tu non voglia ammazzarlo, non sono la persona più adatta a cui chiedere.»

«Per favore. Ti supplico. Mi devi un favore.»

«Non ti devo niente.»

«Mi hai salvato la vita due volte.»

«Di più. E ciò significa che sei tu che mi devi qualcosa. Non il contrario.»

Bailey tentò di farle occhi dolci.

«Se speri di irretirmi, ti sbagli di grosso.»

«Non so cosa voglia dire.»

Annie sospirò. «Va bene» disse acida.

Bailey si ringalluzzì. «Mi aiuterai?»

«Sì. Ti aiuterò. Ma solo perché se rovini tutto di nuovo con Arti, dovrò stare a guardare mentre ti piangi addosso. E non ho intenzione di sopportare oltre quella merda.»

Bailey saltò in piedi e l’abbracciò.

«Sei la migliore!»

«Lasciami.» Annie si divincolò. «Non farlo mai più.»

«Scusa. Scusa. Hai ragione. Mi sono lasciato andare.»

Passarono tutto il pomeriggio a cercare una soluzione.

Prima andarono a Covent Garden. Il mercato coperto brulicava di gente – turisti con le macchine fotografiche, londinesi in pausa pranzo, artisti di strada che si esibivano sotto le arcate. L’odore di cibo da strada riempiva l’aria.

Camminarono tra i negozi, guardarono le vetrine, cercando ispirazione.

«Un orologio?» Suggerì Annie, indicando un Rolex da cinquemila sterline che brillava sotto i faretti di una gioielleria.

«Ne ha già sette.» Bailey scosse la testa. «Collezionista compulsivo. Li tiene in una vetrinetta con illuminazione LED. Li lucida ogni domenica.»

«Gioielli?»

«Non li mette mai. Dice che interferiscono con i suoi poteri. Qualcosa a che fare con i campi elettromagnetici.»

Continuarono a camminare tra la folla.

«Vestiti?»

«Ha un intero armadio pieno. Tutto firmato. Tutto perfettamente organizzato per colore, stagione e occasione.»

«Tecnologia?»

Bailey rise amaramente. «Lui è la tecnologia. Ha l’ultimo modello di tutto prima ancora che esca sul mercato. I produttori glieli mandano in anteprima sperando che li usi in pubblico.»

Provarono a Piccadilly. Entrarono da Fortnum & Mason. Il negozio di lusso con i suoi tè pregiati e dolci costosi.

«Un cesto regalo?» tentò di nuovo Annie, guardando le confezioni elaborate.

«Troppo impersonale.»

«Un abbonamento a qualcosa di esclusivo?»

«A cosa? Netflix? Ce l’ha già. Spotify? Pure. Quella cosa dove ti mandano i vini costosi ogni mese? Li ha rifiutati perché “non rispettano la catena del freddo durante il trasporto”.»

Andarono a Oxford Street. Bailey diventava sempre più disperato, sempre più agitato.

«Un viaggio?» propose Annie, mentre erano seduti a un caffè.

«Dove? Siamo stati ovunque. Parigi - già detto, fa schifo. Roma – troppo caotica, si è lamentato dei motorini. New York – troppo rumorosa, non ha dormito. Tokyo - troppo confusionaria, si è perso tre volte. Sydney – troppo lontana, il jet lag lo ha distrutto per una settimana...»

«Un’esperienza? Tipo... paracadutismo?»

«Può volare. E io soffro di vertigini.»

«Immersioni?»

«Odia l’acqua.»

«Lezioni di cucina?»

«Cucina meglio di Gordon Ramsay. L’ultima volta che mi ha trascinato a un corso, ha corretto la chef sui tempi di cottura del risotto. Quella poveretta stava quasi per mettersi a piangere dalla vergogna.»

«Allora non so. Sei fottuto. Fatti trovare nudo nel letto e spera che basti questo ad accontentarlo.»

Bailey si afflosciò depresso sulla sedia. «Tu che faresti al mio posto?»

«Che cos’è che lo renderebbe felice?»

«Che cazzo ne so...» Bailey sbuffò. «Passare del tempo insieme, immagino.»

Lo sguardo di Annie si posò sulla coppia seduta alle loro spalle. Si tenevano per mano attraverso il tavolo, le dita che giocherellavano con gli anelli che portavano sugli anulari.

«Potresti chiedergli di sposarlo.»

«Cosa?»

«State insieme da sette anni, non è poi così strano.»

Bailey esitò, fissando il tavolino.

«È solo un’idea» disse Annie.

«È che... non ci ho mai pensato» ammise Bailey. «Il matrimonio è... una roba seria. Un contratto a vita.»

«Hai già fatto un giuramento» gli ricordò Annie.

«È diverso. Quello era lavoro. Questo è... è tutto. È dire all’altra persona “tu sei la mia anima gemella”. Per sempre.»

«Tu lo ami?»

«Cristo... certo che lo amo.»

«Allora dov’è il problema? Se funziona, bene. Altrimenti potete sempre divorziare. Non è una condanna a morte.»

«Non voglio divorziare.» La voce di Bailey si fece più forte, più sicura. «Voglio...» esitò. «Voglio stare con lui, Annie. Finché non diventerò uno di quei vecchi rincoglioniti che si pisciano addosso e non ricordano il proprio nome. Voglio che sia l’ultima faccia che vedo prima di crepare.»

«Glielo hai mai detto?»

«Vuoi scherzare? È imbarazzante!»

«Prendi questo cazzo di anello e falla finita.»

Andarono da Tiffany & Co. su Bond Street. Il negozio di gioielleria più famoso di Londra – forse del mondo. Dentro era tutto elegante. Luci soffuse che creavano un’atmosfera intima. Vetrine illuminate che esponevano gioielli che costavano più di automobili. Commesse in tailleur scure che si muovevano come ballerine.

Bailey si avvicinò a una vetrina. Guardò gli anelli esposti. Dozzine. Centinaia. Tutti diversi. Tutti costosi. «Non so quale scegliere» borbottò.

«Puoi puntare alla classica fede» disse Annie.

«Nah, troppo banale.»

Una commessa si avvicinò.

«Buonasera! Posso aiutarvi?»

Bailey si voltò. «Ehm... sì. Stiamo cercando... qualcosa per un evento speciale. Tipo... un matrimonio.»

Il sorriso della commessa si allargò, eccitata. «Oh, che meraviglia! Vi state per sposare?» esclamò, spostando lo sguardo da Bailey ad Annie.

Lei scoppiò a ridere, facendo voltare gli altri clienti. Ci fu un momento di imbarazzo. La commessa la guardò, confusa.

«Neanche se fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra» ridacchiò Annie. «Anzi: neanche se fossimo gli ultimi due esseri umani nell’universo.»

Bailey cercò di sorridere. «Alla mia amica piace scherzare. No, l’anello è per il mio... compagno» disse in fretta.

«Oh!» La commessa si riprese rapidamente, continuando a sorridere. «Certo! Beh, abbiamo delle fedi bellissime per...»

«Sì, ecco» la interruppe Bailey. «Vorrei qualcosa di particolare. Non la solita fede. Lui è... una persona speciale. Merita qualcosa di unico.»

«Capisco. Seguitemi.»

Li guidò verso un’altra sezione. Aprì una vetrina. Estrasse un vassoio foderato di velluto nero. Anelli. Dozzine di anelli. Oro bianco. Oro giallo. Platino. Con diamanti. Senza diamanti. Semplici. Elaborati.

«Questi sono i nostri modelli premium» spiegò la commessa. «Tutti realizzati a mano dai nostri migliori artigiani. Oro diciotto carati. Diamanti certificati. Incisioni personalizzabili.» Ne indicò uno. «Questo per esempio è molto popolare. Fede in platino con tre diamanti incastonati. Molto elegante ma non eccessivo.» Poi un altro. «Oppure questo. Oro bianco con texture martellata. Perfetto per chi cerca qualcosa di moderno.» E un altro ancora. «O questo classico. Semplice. Senza tempo. Sempre di tendenza.»

Bailey li guardò tutti, incerto. Sembravano... normali. Belli, sì. Costosi, sicuramente. Ma normali. «Quanto costa questo?» chiese, indicandone uno a caso.

«Quattromila sterline.»

«E questo?»

«Cinquemilacinquecento.»

«Quello?»

«Settemila.»

Annie si avvicinò. Osservò gli anelli con espressione critica. Poi si rivolse alla commessa. «Ci dà un momento? Il mio amico ha bisogno di pensarci su.»

«Certo! Prendo dello champagne?»

«No, grazie.»

La commessa si allontanò in modo discreto.

Bailey continuò a fissare gli anelli. «Secondo te...»

Annie lo afferrò per il braccio e lo tirò verso l’uscita.

«Che...»

«Usciamo.»

«Ma l’anello...»

«Vieni.»

Una volta fuori, Bailey si voltò verso di lei.

«Che hai in mente?»

«Fidati di me.»

«Ma gli anelli erano...»

«Quella paccottiglia dorata non vale un cazzo.»

Bailey sgranò gli occhi. «Paccottiglia? Quello era oro diciotto carati! Roba da...»

«Fidati di me» ripeté Annie, più fermamente. Poi aggiunse: «Devo andare in un posto.»

E iniziò ad allontanarsi.

«Aspetta!» le urlò dietro Bailey. «Dove vai?»

Annie non rispose. Continuò a camminare e svoltò un angolo, scomparendo alla vista.

Bailey rimase lì, in piedi davanti a Tiffany & Co, chiedendosi che cazzo avesse in mente.

Tornato a casa, si ritrovò a camminare avanti e indietro nel salotto.

Continuava a lanciare sguardi terrorizzati all’orologio sulla parete.

19:15.

Dio.

19:17.

Cristo.

19:20.

Merda.

Annie era scomparsa da ore. Ore. E Arthur stava per tornare. Da un momento all’altro. Con la sua “sorpresa del secolo” che lo aspettava.

E lui non aveva ancora un cazzo.

Afferrò il telefono, scrollando i contatti. Trovò il numero del ristorante italiano preferito di Arthur – quel posto a Mayfair con lo chef napoletano e i prezzi assurdi.

Stava per chiamare – per supplicarli, implorarli, offrire tangenti, in cambio di un tavolo – quando sentì le porte dell’ascensore aprirsi con un sibilo. Si voltò di scatto, il cuore che saltava in gola.

Annie comparve nel salotto. Bailey tirò un sospiro di sollievo così forte che quasi svenne.

«Cazzo, dove sei stata?»

«Al centro spaziale.»

Bailey rimase basito.

«Al... cosa?»

«Si trova a Leicester.»

«Cosa sei andata a fare là?»

Annie sollevò il pugno e lo aprì lentamente. Nel palmo c’erano due anelli. Identici.

Bailey si avvicinò per esaminarli. Non oro. Non platino. Non era niente che avesse mai visto prima.

Il metallo – se si poteva chiamare metallo – aveva una texture unica. Grigio scuro con sfumature che andavano dal nero profondo all’argento chiaro. La superficie era leggermente ruvida, quasi porosa, con piccole imperfezioni che catturavano la luce in modi strani.

Incastonato al centro di ogni anello c’era un frammento minuscolo di qualcosa che brillava debolmente. Era quasi traslucido, con piccole inclusioni cristalline che riflettevano la luce come stelle.

«Sono fatti con frammenti di roccia lunare» spiegò Annie. «Quella vera. Non la merda che vendono su internet che è solo basalto terrestre. Questa viene dalla missione Apollo 15. Raccolta nel 1971 dalla Rima Hadley, sul bordo del mare Imbrium.»

Bailey la guardò, ammutolito.

«L’ho plasmata io. Ho manipolato la struttura molecolare per creare le bande. E ho incastonato un micro-frammento di regolite lunare al centro. Quello che brilla.»

«Dove... dove hai preso il frammento?»

«Dal centro» disse Annie semplicemente. «Avevano un campione esposto nella sezione Apollo. Uno dei pochi al mondo fuori dagli Stati Uniti. Protetto da una teca di vetro rinforzato con allarmi e sensori di movimento.»

«Cioè ti hanno permesso di prendere un frammento di roccia lunare? Così?»

Annie si strinse nelle spalle. «È bastato minacciarli di aprire un portale e fargli piombare addosso degli alieni.»

Bailey cercò di capire se stesse scherzando, ma il viso di Annie era serio, impassibile.

«È una battuta?»

«No.»

Annie gli porse gli anelli. «Volevi qualcosa di speciale. Questi lo sono. Hanno viaggiato per 384.400 chilometri. Sono più vecchi della vita sulla Terra.»

Bailey li prese e se li rigirò tra le dita. Erano sorprendentemente leggeri. Quasi come se galleggiassero. La superficie fredda al tatto. Liscia in alcuni punti, ruvida in altri.

«Cazzo, Annie...» La voce gli si incrinò. «Grazie. Questo è... è incredibile.»

«Ti sei preparato il discorso?»

«Che discorso?»

«La proposta, demente. Non puoi dargli l’anello così. Devi dire qualcosa. Qualcosa di romantico. Di significativo.»

«Merda, non so nemmeno dove portarlo. Non ho prenotato niente. Non ho...»

«Al mare.»

«Al mare?»

«Se un tizio volesse farmi una proposta, mi piacerebbe che fosse davanti all’oceano. Di notte. Quando il mare è scuro e puoi sentire le onde. E il cielo è pieno di stelle.»

Bailey la fissò. Poi sorrise lentamente. «Cavolo. Non ti facevo così romantica.»

Annie non rispose, lo sguardo che si spostò verso la finestra.

«Potremmo andare a Brighton» disse pensieroso Bailey. «È solo un’ora di macchina. La spiaggia è bella. Tranquilla di sera. E c’è quel molo con le luci...»

«Bene. Ora ti manca solo un discorso.»

«Che... che devo dirgli?»

«Improvvisa» disse Annie con tono piatto. «È quello che ti riesce meglio. Dì quello che senti. Senza filtri. Senza pensarci troppo.»

«Ma se dico una cazzata...»

«Dirai sicuramente una cazzata. Ma sarà una cazzata sincera. E questo è quello che conta.»

Prima che Bailey potesse rispondere, l’ascensore si riaprì e la voce di Arthur riecheggiò nell’appartamento.

«Eccomi! Scusa il ritardo!»

Bailey nascose in fretta gli anelli in tasca.

«La Hero Con è stata lunghissima. Quattro ore di panel. Ma alla fine è andata bene. Mi hanno chiesto di tornare l’anno prossimo come keynote speaker» disse Arthur, avvicinandosi per dargli un bacio.

Sorrise. Quel sorriso che faceva sciogliere Bailey.

«Mi cambio e sono pronto. Dove andiamo di bello?»

«È una sorpresa» rispose Bailey, cercando di apparire disinvolto.

Il sorriso di Arthur si allargò. «Devo vestirmi elegante?»

«No. Anche una tuta andrà bene. Qualcosa di comodo.»

«Misterioso» ridacchiò Arthur. «Mi piace» si voltò e guardò Annie, l’espressione che si raffreddava leggermente. «Tu resterai qui.»

«Non avevo comunque intenzione di venire» rispose Annie, disinteressata.

Arthur diede un altro bacio a Bailey.

«Torno subito.»

Bailey si toccò la tasca, sentendo gli anelli. Freddi. Solidi. Reali.

Ce la poteva fare, si disse.

Era solo una proposta di matrimonio. Milioni di persone le facevano ogni giorno. Non era una cosa difficile.

Davanti all’oceano.

Di notte.

Con anelli fatti di luna rubata da un museo.

Facile.

Facilissimo.

Assolutamente fattibile.

Cristo santo. Stava per vomitare.

Dieci minuti dopo Arthur riapparve. Jeans scuri. Maglione grigio. Giacca di pelle. Scarpe da ginnastica. Perfetto. Come sempre.

«Pronto.»

Bailey sorrise, nervoso.

«Andiamo.»

Presero la macchina di Arthur. Bailey insistette per guidare – aveva bisogno di qualcosa su cui concentrarsi, qualcosa che tenesse a bada il panico crescente. Mentre guidava, il silenzio nell’abitacolo divenne sempre più pesante. Ogni secondo che passava. Ogni chilometro che l’avvicinava alla destinazione.

Pensava disperatamente a cosa dire quando sarebbero arrivati.

"Arti, vuoi sposarmi?"

No, troppo diretto.

"Ho pensato che forse potremmo fare il passo successivo nella nostra relazione..."

Troppo formale. Sembrava un terapeuta.

"Senti, so che ci siamo appena rimessi insieme ma..."

Pessimo inizio. Pessimo.

Le mani stringevano il volante così forte che le nocche diventarono bianche, i muscoli delle braccia che facevano male per la tensione.

«Sei stranamente silenzioso» commentò Arthur ad un certo punto, voltandosi verso di lui.

«È che non ho nulla da dire» borbottò Bailey, gli occhi fissi sulla strada.

«Dove stiamo andando?» chiese Arthur in tono innocente.

«In un posto.»

«Che posto?»

«Non essere impaziente.»

Arthur sorrise. La sua mano si posò sulla gamba di Bailey. Iniziò ad accarezzarla lentamente. Su e giù. Le dita che tracciarono la cucitura interna dei jeans.

«Non provarci, volpe.»

«Non sto facendo niente» disse Arthur con un sorriso. «Non ancora.»

La mano salì un po’ più in alto.

«Ci aspetta un po’ di strada. E lo sai che non sono bravo a concentrarmi su due cose contemporaneamente.»

«L’ultima volta te la sei cavata bene.»

«Eravamo fermi a un semaforo.»

«Sei durato così poco?» chiese Arthur con finto shock.

«Vaffanculo.»

Arthur rise e ritrasse la mano. Il silenzio calò di nuovo, ma stavolta era più confortevole. Meno teso.

Giunti a Brighton, Bailey parcheggiò vicino alla spiaggia, in un piccolo parcheggio quasi vuoto e spense il motore. Mentre scendevano, il nervosismo tornò a farsi sentire. Le mani ripresero a sudargli nonostante il freddo, mentre l’aria di mare li avvolgeva, così diversa da quella di Londra.

La spiaggia si estendeva davanti a loro nell’oscurità. Non sabbia – ciottoli. Milioni di ciottoli lisci e rotondi, levigati da secoli di onde. Brillavano debolmente sotto la luce pallida della luna che filtrava tra le nuvole, emettendo quel suono ipnotico quando l’acqua si ritirava.

«È bello qui. Hai avuto un’ottima idea» disse Arthur, stringendosi nella giacca, il respiro che formava nuvolette bianche nell’aria gelida.

Si avviarono sulla battigia, i piedi che affondavano nei ciottoli, scricchiolando ad ogni passo. Era come camminare su delle biglie. Si fermarono dove le onde morivano. Abbastanza lontani da non bagnarsi. Abbastanza vicini da sentire gli spruzzi.

«Si vedono le stelle» disse Arthur ad un certo punto, alzando lo sguardo.

«Già» disse piano Bailey, lanciando un’occhiata distratta al cielo.

Doveva farlo.

Doveva farlo adesso.

Ma come?

Che cazzo doveva dirgli?

Si dondolò sulle punte dei piedi, cercando di raccogliere il coraggio. Le mani corsero alle tasche, giocherellando con gli anelli.

«Senti» esordì, ma la voce uscì troppo alta, troppo nervosa.

Arthur si voltò verso di lui, curioso.

«Tu... hai mai pensato di... ecco... che ne so... tipo al matrimonio...come concetto generale, intendo. Non per forza tra noi due.»

Che inizio di merda.

«Certo che ci ho pensato» disse Arthur con un altro sorriso. «Tu?»

«Io?» Il panico gli esplose dentro. «Io no. Mai.»

«Oh» mormorò Arthur.

Le spalle si abbassarono leggermente, il sorriso che vacillò.

«Capisco.»

Tornò a guardare le stelle, lo sguardo distante. Bailey aprì la bocca per dire qualcosa. Qualunque cosa. Per sistemare il casino che aveva appena fatto.

Arthur si mosse. «Vogliamo farci una passeggiata? Così magari ci scaldiamo un po’.»

E iniziò ad avviarsi lungo la spiaggia.

«Merda» ringhiò Bailey sottovoce. «Arti, aspetta!»

Lo raggiunse, afferrandogli il braccio. Forse troppo forte.

«Io... cazzo.» Bailey si rovistò in fretta nella tasca. «Tieni.»

Prese l’anello e glielo mise in mano. Arthur lo guardò, senza reagire.

«Vuoi sposarmi? Lo so che dovrei farti un cazzo di discorso ma ci ho pensato per tutto il viaggio e non mi è venuto in mente niente di sensato e... merda... non sapevo cosa organizzare per oggi. E poi Annie ha detto 'perché non gli chiedi di sposarlo?' e io ero tipo 'sei scema?' Ma poi ci ho pensato. E mi sono detto perché no? Cazzo, lo fanno tutti, perché noi non dovremmo?»

Gesticolò nervosamente.

«In fondo sono sette anni che stiamo insieme. C’è gente che si sposa dopo pochi mesi. Una roba assurda, secondo me. Magari non hanno nemmeno scopato e pensano già a infilarsi al dito l’anello. È... è stupido, no? Perché parliamoci chiaro, se le cose a letto non vanno, è un casino. È importante. Molto importante. Certo, non è il nostro caso. Voglio dire, il sesso tra di noi va alla grande. Va alla grande, giusto? No, te lo chiedo perché se magari vuoi provare altre cose, puoi dirmelo. Io sono sempre aperto a nuove esperienze. Tipo quella volta che volevi usare le manette digitali e...»

«B.B.» lo interruppe Arthur, la voce tremante.

Sollevò lo sguardo su di lui. Gli occhi erano lucidi.

«Mi stai davvero chiedendo di sposarti?»

«Sì, insomma... nessuna pressione. Se non ti senti pronto va bene. Va benissimo. Nemmeno io mi sento pronto. Cioè, non è che non voglio. È solo che...»

Arthur lo zittì con un bacio.

«Okay...» disse piano Bailey quando si separarono. «Mi pare di capire che è un sì.»

«Sì» disse Arthur ridendo, commosso. «Sì. Lo voglio.»

«Devo... devo mettermi in ginocchio?» chiese Bailey titubante. «Anche se qui ci sono i ciottoli e mi farebbero male alle ginocchia...»

Arthur rise ancora. «No... va bene così.»

Bailey prese la mano sinistra di Arthur e gli mise l’anello al dito. Era perfetto. Come se fosse stato fatto appositamente per lui. Il grigio scuro della roccia lunare che contrastava con la pelle chiara. Il frammento al centro che brillava debolmente.

«Sono fatti con un frammento lunare» spiegò. «E questa pietra è... cazzo, come si chiamava... ecco, ora non me lo ricordo. Ma è roba che proviene dalla Luna. Roba vera. Vecchissima. Tipo di... miliardi di anni fa.»

Arthur lo accarezzò delicatamente.

«È stupendo.»

«Beh, sì... non volevo farti qualcosa di banale. Tipo una fede normale perché tu... tu sei una persona speciale. E intendo veramente speciale. Non perché hai un potere figo. Ma perché... perché sei... tu.»

«C’è una cosa che devo dirti» sussurrò Arthur, sfiorandogli le labbra. «Oggi non è un giorno speciale.»

Bailey sbatté le palpebre. «Cosa?»

«Ti ho preso in giro» rispose Arthur con calma. «Volevo vedere come avresti reagito.»

Bailey lo fissò. «Cazzo!» disse, scuotendo il capo.

«Ti sei fatto perdonare» lo rassicurò Arthur, accarezzando l’anello.

«Sei senza cuore.»

Arthur gli accarezzò il petto, le mani che scendevano. «Ho freddo. Che ne dici di scaldarci un po’?»

Era andata bene, tutto sommato.

Annie si svegliò con la faccia schiacciata contro il cuscino, un filo di bava che le colava dall’angolo della bocca.

Si sollevò a fatica, stropicciandosi gli occhi. La luce del mattino filtrava dalle finestre panoramiche, illuminando l’appartamento in modo quasi aggressivo. Il bruciore dell’alcol le ristagnava ancora nello stomaco – aveva bevuto troppo la sera prima, da sola, mentre Bailey e Arthur erano fuori.

Si trascinò fuori dal letto e attraversò il corridoio a piedi nudi, dirigendosi verso il salotto.

Bailey e Arthur erano sul divano. Ma non seduti normalmente, no. Arthur era praticamente sdraiato sopra Bailey, le gambe intrecciate, le bocche incollate. Si baciavano con quella lentezza languida di chi non ha nessuna fretta, sussurrandosi cose tra un bacio e l’altro. Bailey gli accarezzava i capelli con una mano. Arthur ridacchiava contro le sue labbra.

«Sei così bello» mormorò Arthur.

«Anche tu» rispose Bailey, baciandogli la punta del naso.

«No, tu di più.»

«Impossibile.»

Un conato di vomito le salì in gola. Aspettò che si accorgessero di lei, ma loro continuarono a pomiciare come se fossero soli nell’universo.

«’Giorno» disse in tono brusco.

Finalmente Arthur si voltò. Il suo viso era arrossato, i capelli tutti spettinati, le labbra gonfie. Ma il suo sorriso era radioso – genuinamente, irritantemente radioso.

«Oh, ciao Annie» disse allegro, come se lei fosse appena entrata dalla porta. «Dormito bene?»

«No.»

«Oh.»

Arthur sembrò dispiaciuto per circa mezzo secondo. Poi tornò a sorridere come un ebete.

«Immagino che la vostra serata sia andata bene» commentò Annie.

«Più che bene» ridacchiò Arthur. Poi sollevò la mano sinistra, agitandola. «B.B. mi ha fatto la proposta!»

Bailey stava sorridendo con quell’aria compiaciuta che le faceva venire voglia di prenderlo a schiaffi.

«Congratulazioni.»

Arthur si voltò verso Bailey, gli afferrò il viso con entrambe le mani e lo baciò di nuovo – un bacio profondo, intenso. «È stato perfetto» sussurrò contro le sue labbra quando finalmente si staccarono.

Bailey sorrise, passandogli un pollice sulla guancia.

«Vado a preparare la colazione» annunciò Arthur, alzandosi dal divano con un saltello. Era scalzo, indossava solo i boxer e una delle camicie di Bailey – sbottonata, troppo grande per lui. Sembrava uscito da un film romantico particolarmente sdolcinato. «Avete fame?»

Non aspettò la risposta. Sparì in cucina canticchiando qualcosa – era "Chapel of Love"? Cristo santo.

Appena fu fuori portata d’orecchio, Bailey si sporse verso Annie. «Mi ha fatto un pompino dopo che gliel’ho chiesto» mormorò.

«Romantico» commentò Annie con sarcasmo.

«Cazzo, sì» Bailey si lasciò cadere contro lo schienale del divano, fissando il soffitto con aria sognante. «C’eravamo solo noi, il rumore del mare, le stelle... hai avuto un’idea grandiosa, Annie. Davvero. Ti devo un favore.»

«L’ennesimo.»

«E poi siamo finiti a scopare in macchina» continuò Bailey, ignorandola completamente. «Abbiamo fatto quattro round. Quattro.» Sollevò le dita per enfatizzare il concetto. «E credimi, non è stato facile nei sedili posteriori della Tesla. A un certo punto mi ha quasi…»

«Non m’interessa» lo interruppe Annie, rifugiandosi in cucina.

Arthur era ai fornelli. L’odore di bacon iniziava già a diffondersi nell’aria. Stava ancora canticchiando. «Sto preparando i pancake!» disse allegro. «Con bacon croccante e sciroppo d’acero. La colazione preferita di B.B.»

«Certo che lo è.»

Arthur si girò, raggiante. «Ho già prenotato il posto dove faremo il matrimonio. Sarà tra tre mesi. Ho trovato questa location incredibile sulla costa del Kent. Vista sul mare, giardino con gazebo per la cerimonia, sala ricevimenti con vetrate panoramiche...» versò l’impasto dei pancake nella padella con un movimento fluido. «Il catering sarà un menu a quattro portate, opzione vegetariana e vegana, torta nuziale a cinque piani. E ho mandato gli inviti stamattina – elettronici, ovviamente, più ecologico – a tutti i nostri amici e colleghi. Oh, e ho contattato un wedding planner che…»

«Dove cazzo hai trovato il tempo di fare tutto questo?»

Arthur si strinse nelle spalle con noncuranza. «Stanotte non riuscivo a prendere sonno. Ero troppo eccitato» tornò a concentrarsi sui pancake, impilandoli su un piatto. Poi aggiunse il bacon e decorò il tutto con una generosa dose di sciroppo d’acero. «Tu hai intenzione di venire?»

«Dipende. Tu mi vuoi?»

«No.»

La parola rimase sospesa nell’aria.

«Ti sei scopata il mio ragazzo» continuò Arthur. Il suo tono era ancora calmo, quasi conversazionale, ma gli occhi erano freddi. «A proposito, aspetto ancora le tue scuse.»

«È una decisione che abbiamo preso in due» replicò Annie. «Non sono stata io a costringerlo.»

«Oh, questo lo so. Ma tu sapevi che stavamo insieme. E l’hai fatto lo stesso.»

«Eravamo ubriachi. È stato un errore.»

«Gli errori si fanno una volta. Questa è già la seconda.»

Prima che Annie potesse ribattere, Bailey entrò in cucina. Aveva finalmente indossato una maglietta, anche se i suoi capelli erano ancora un disastro.

«Che profumino.» Bailey annusò l’aria. «Che cucini?»

L’espressione di Arthur si trasformò istantaneamente. «Pancake con bacon» rispose con affetto. «La tua colazione preferita.»

«Gnom gnom» Bailey sorrise, sedendosi sullo sgabello accanto ad Annie. «Sei il migliore, lo sai?»

«Lo so.»

«Se non sei troppo impegnato a programmare il vostro matrimonio, potremmo finalmente concentrarci a trovare il Burattinaio» disse Annie, cercando di riportare la conversazione su binari utili.

Arthur non la guardò nemmeno. Stava versando altro sciroppo d’acero sui pancake di Bailey. «Stavo pensando che dovremmo organizzare un’intervista, B.B.» disse, come se Annie non avesse parlato affatto. «Sai, per dirlo ai media.»

Bailey fece una smorfia. «Dobbiamo proprio?»

«Beh, sì. È una notizia grossa. Due supereroi che si sposano. I tabloid impazziranno.»

«Potremmo sposarci di nascosto» suggerì Bailey.

Arthur sospirò. «Sarebbe fantastico.»

«Allora facciamolo.»

«Sai che non funziona così.» Arthur si sedette accanto a lui, rubandogli un pezzo di bacon. «Siamo personaggi pubblici. La gente si aspetta un grande evento.»

Bailey si rivolse ad Annie. «Tu verrai, vero?»

«Non lo so.»

«Cosa?» Bailey sgranò gli occhi. «Tu devi venire. Sei la mia testimone.»

Annie guardò Arthur, che la osservava con un’espressione illeggibile. «Come ti pare» disse infine. «Ora possiamo parlare di quello che dobbiamo fare?»

«E cioè?» chiese Bailey, tornando ai suoi pancake.

«Il Burattinaio. Ricordi? Il tizio che ha cercato di ucciderci? Quello che è ancora là fuori da qualche parte?»

Bailey e Arthur si scambiarono un’occhiata.

«Te l’ho detto» disse Arthur, il tono che si gelava. «Mi serve tempo per violare i sistemi dell’Agenzia. Non è una cosa che si fa in cinque minuti. Devi avere pazienza.»

«Sei stato veloce però col tuo matrimonio.»

Arthur posò la forchetta. «Lascia fare a me, d’accordo?» disse, la voce tagliente. «Tu finirai solo per incasinare tutto. Come al solito.»

Bailey spostò lo sguardo da Arthur ad Annie, confuso. «Mi sono perso qualcosa?»

Arthur si alzò, prendendo un altro piatto e riempiendolo di pancake. Lo porse a Bailey. «No» disse, chinandosi a dargli un bacio sulla guancia. «Ecco, amore.»

Poi preparò un altro piatto – meno pancake, meno bacon – e lo spinse verso Annie. «Tieni» disse con sufficienza.

Lei lo tirò verso di sé senza dire una parola. La colazione proseguì in un silenzio teso. Bailey mangiava ignaro, commentando quanto fossero buoni i pancake. Arthur sorrideva, annuendo, ignorando Annie.

Ad un certo punto i loro telefoni sul bancone vibrarono insieme.

«È Cardinal.» Gli occhi di Arthur si illuminarono di blu, prima che Bailey potesse controllare. «Vuole che ci presentiamo tra un’ora alla sede dell’Agenzia. Ha una nuova missione per noi.»

«Fantastico» borbottò imbronciato Bailey.

«Pensate che abbia trovato qualcosa?» chiese Annie. «Sul Burattinaio?»

«Non lo so» rispose Bailey. «Stiamo per scoprirlo.»

Non appena raggiunsero la sala riunioni, trovarono ad accoglierli Strong e Storm.

Strong era seduto con le gambe allungate sotto il tavolo, le braccia incrociate sul petto massiccio. Storm era accanto a lui, le gambe accavallate, giocherellando col cellulare. Sembrava annoiata.

Quando li vide entrare, si raddrizzò.

«Ma guarda un po’» disse con un sorriso malizioso. «Siete proprio un trio inseparabile, eh? Nonostante la vostra... situazione amorosa» pronunciò le ultime parole con un piacere quasi sadico, gli occhi che scivolavano da Bailey ad Arthur ad Annie. «Devo ammettere che ammiro la vostra resilienza. La maggior parte delle coppie si sarebbe già ammazzata.»

«Fottiti» replicò candidamente Bailey, sedendosi con Annie.

Arthur, invece, sorrise. «La nostra situazione si è risolta nel migliore dei modi, in realtà» disse con dolcezza. Poi sollevò la mano sinistra, facendo brillare l’anello sotto le luci al neon. «Ci sposiamo.»

Storm sbatté le palpebre. Una volta. Due. Il suo viso passò dalla sorpresa allo sconcerto in una frazione di secondo. «Aspetta» si voltò verso Bailey, gli occhi spalancati. «Vi state per sposare?»

«Sì» rispose Arthur prima che Bailey potesse aprire bocca. «Cerimonia tra tre mesi. Sei invitata, ovviamente.»

Strong si sporse in avanti, la fronte aggrottata. «Ma non vi siete lasciati per colpa sua?» e indicò Annie con un cenno del mento.

Arthur ridacchiò – un suono leggero, quasi musicale. «Ci abbiamo ripensato.»

«Cazzo» Strong scosse la testa, visibilmente confuso. «Voi due siete più incasinati di una soap opera.»

«Grazie. Apprezziamo il supporto.»

Prima che Storm potesse aggiungere altro, la porta della sala riunioni si aprì. Cardinal entrò con passo deciso. La sua mascella era serrata più del solito. Una ruga profonda le tagliava la fronte.

Si fermò davanti allo schermo televisivo e premette un pulsante sul telecomando. L’immagine cambiò, mostrando una serie di foto satellitari.

«Forse siamo riusciti a localizzare il responsabile dell’omicidio di Sir Malcolm Hendricks. Intendo, il vero responsabile»

Annie si fece attenta. Le immagini scorrevano sullo schermo. Riprese aeree di una zona boscosa. Una strada sterrata che si snodava tra gli alberi. E al centro, seminascosto dalla vegetazione, un edificio – una specie di capannone industriale abbandonato, con il tetto arrugginito e le finestre sbarrate.

«Si trova qui.» Cardinal indicò un punto sulla mappa. «Quaranta chilometri a nord di Londra. Zona isolata. Nessun vicino nel raggio di cinque chilometri. Perfetto per qualcuno che vuole restare nascosto.»

«Come l’avete trovato?» chiese Arthur.

«Intercettazioni. Tracce digitali. Un po’ di fortuna.» Cardinal fece scorrere altre immagini. «Negli ultimi due giorni abbiamo rilevato attività sospette in quella zona. Veicoli che vanno e vengono a orari strani. Segnali elettromagnetici anomali. È lui. Ne siamo ragionevolmente certi.»

Annie studiò le foto. Il capannone aveva l’aria di essere abbandonato da anni. Erbacce che crescevano ovunque, ruggine che mangiava le pareti metalliche. Ma se guardavi bene, potevi notare i dettagli che non tornavano: le telecamere di sicurezza nascoste tra i rami degli alberi, i cavi elettrici che sparivano nel terreno, le tracce fresche di pneumatici sulla strada sterrata.

«Vista la situazione» continuò Cardinal, la voce piatta, «siete autorizzati all’uso della forza contro il soggetto.»

Storm si sporse in avanti, avida. «Intendi che possiamo ucciderlo?»

Cardinal la guardò. Per un momento, il suo viso rimase inespressivo. «Sarebbe preferibile prenderlo vivo. Abbiamo bisogno di interrogarlo. Vogliamo sapere per chi lavora, quali sono i suoi obiettivi, se ha complici» fece una pausa. «Ma se la situazione dovesse sfuggire di mano... sì. Potete farlo.»

Bailey, Arthur e Annie si scambiarono un’occhiata eloquente.

Strong si scrocchiò le nocche con un suono che riecheggiò nella stanza. «Ci sarà da divertirsi.»

Cardinal li passò in rassegna, uno per uno. Era seria – più seria del solito. «Il vostro obiettivo è altamente pericoloso» disse, scandendo ogni parola. «Non sottovalutatelo. Sapete cosa è capace di fare. Sapete cosa ha già fatto. Fate attenzione» si voltò verso Annie. «Tu non andrai con loro.»

«Perché?» chiese secca lei.

«È troppo pericoloso. Se il fixer dovesse prendere il controllo della tua mente sarebbe una strage.»

Annie aprì la bocca per protestare, ma Cardinal alzò una mano. «La discussione è chiusa. Le macchine sono già giù ad aspettarvi. Muovetevi.»

Strong fu il primo ad alzarsi, già eccitato all’idea di spaccare qualcosa. Storm lo seguì, stiracchiandosi. Arthur si alzò più lentamente, lanciando un’occhiata preoccupata verso Annie.

Bailey esitò. Guardò Annie, poi Cardinal, poi di nuovo Annie.

«Andiamo, B.B.»

Arthur gli prese la mano. Si avviarono verso la porta. Annie fece per seguirli.

«Rift.»

Annie si fermò. Gli altri erano già usciti. Erano sole nella sala riunioni.

«Limitati a eseguire gli ordini.»

«Non lascerò andare Arti e B.B. ad affrontare quel tizio da soli.»

«Non saranno soli. Avranno Strong e Storm con loro.»

«Come se fossero d’aiuto.»

«Sono supereroi addestrati.»

«Sono degli idioti. Se quel bastardo riesce a entrare nelle loro teste…»

«Se riesce a entrare nella tua testa» la interruppe Cardinal. «Sarai tu a ucciderli.»

«Non succederà.»

«Sei disposta a correre il rischio di uccidere i tuoi stessi amici? L’unica famiglia che ti è rimasta?» La voce di Cardinal era bassa, quasi gentile, ma Annie non si lasciò incantare. «Ti sto solo chiedendo di restare qui. Di aspettare. Di lasciar fare a loro.»

«Non puoi fermarmi.»

«Sto solo cercando di aiutarti» continuò Cardinal. «Anche se ti trovo una stronzetta impertinente.»

Annie accennò un sorriso ironico. «Ne dubito.»

Si voltò e uscì dalla stanza. Gli altri la stavano aspettando nel corridoio. Bailey e Arthur apparivano tesi. Strong e Storm erano già avviati verso gli ascensori, chiacchierando tra loro come se stessero andando a una gita scolastica.

«Tutto okay?» chiese Bailey.

«Andiamo.»

13 Capitolo 13

Il capannone sembrava ancora più tetro dal vivo.

L’aria sapeva di terra bagnata e foglie marce. Il cielo era coperto da nuvole grigie che minacciavano pioggia. Intorno a loro, solo alberi e silenzio.

Arthur l’affiancò. «Annie.»

Lei lo guardò.

«Forse dovresti dare retta a Cardinal. Per una volta.»

«È tutto sotto controllo.»

«No, non lo è» insistette Arthur. «Se c’è davvero il Burattinaio là dentro, è impossibile prevedere cosa farà.»

Bailey si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla. «Ehi. Faremo attenzione, okay? Andrà tutto…»

Arthur chiuse gli occhi di scatto. Quando li riaprì, erano pieni di rabbia. «Non usare il tuo potere su di me» sibilò.

«Voglio solo aiutarti. Sei troppo nervoso.»

«Non mi importa. Non farlo.»

«State già bisticciando?»

La voce di Storm li raggiunse da dietro. Lei si stava avvicinando con quel suo passo felino, un ghigno sulle labbra. «Siete adorabili» continuò, una scintilla maligna nello sguardo. «Scommetto che entro la fine della missione vi sarete già lasciati di nuovo.»

Si avviò verso il capannone, con Strong dietro che si scrocchiava il collo.

Gli occhi di Arthur si illuminarono di blu. «Sembra non esserci nessuno intorno al perimetro» disse dopo qualche secondo. «Nessun segnale termico. Nessun movimento.»

«Un’altra trappola?» commentò Annie. «Comincia a diventare noioso.»

«Non abbassiamo la guardia.» Arthur si avviò verso l’ingresso. «Meglio restare uniti.»

La porta del capannone era bloccata. Una lastra di metallo arrugginito con un lucchetto grosso come un pugno.

Strong si fece avanti. «Ci penso io.»

Il suo pugno colpì la porta con la forza di un ariete. Il metallo si accartocciò come carta stagnola, volando all’interno con un fracasso assordante che riecheggiò per chilometri.

«Addio effetto sorpresa» mormorò Bailey.

Dentro era buio. L’unica luce filtrava dalle finestre sbarrate – raggi pallidi che tagliavano l’oscurità come lame. L’odore di muffa e olio bruciato riempiva l’aria. Macchinari arrugginiti giacevano abbandonati lungo le pareti. Scale metalliche conducevano a un piano superiore avvolto nell’ombra.

Il gruppo avanzò lentamente, guardandosi intorno.

«Non c’è niente qui» borbottò Strong dopo qualche minuto. «Siamo sicuri che sia il posto giusto?»

Fu allora che lo sentirono. Un rumore. Un tintinnio dal piano superiore. Come se qualcuno avesse urtato una bottiglia.

Storm alzò lo sguardo verso le scale. Il suo viso si illuminò. «Bene, bene» mormorò, facendo crepitare le dita di elettricità.

Arthur si rivolse a Bailey. «Senti qualcosa?»

Bailey chiuse gli occhi, concentrandosi. Le sue sopracciglia si aggrottarono. «C’è qualcuno» confermò dopo un momento. «È... terrorizzato» aggiunse, esitante.

«Ci credo» sghignazzò Strong. «Sa che stiamo per fargli il culo.»

Storm fece qualche passo avanti, la voce che riecheggiava nel capannone vuoto. «Vieni fuori! Non ti succederà niente... se collabori.»

All’improvviso Strong si girò, cercando di colpirla alla testa. Lei lo vide all’ultimo istante – si gettò di lato, schivando per un soffio. Il pugno si abbatté su una trave di legno.

Il legno esplose in una pioggia di schegge. La struttura sopra di loro gemette, poi crollò, costringendoli a separarsi.

Una nube di polvere li accecò.

Annie sentì Storm urlare: «Che cazzo fai?!»

Altri colpi. Altre cose che crollavano sotto i pugni di Strong.

«Lo sta controllando!» gridò Arthur, tossendo. «Dobbiamo salire in alto!»

Afferrò Bailey e spiccò il volo, schizzando verso l’alto. Annie li seguì. Con la coda dell’occhio colse un movimento alla sua destra.

Per un attimo, un fascio di luce fendette l’oscurità. Una porta che si apriva. Una figura che fuggiva.

«Là!» esclamò, indicandola.

Si fiondarono verso la porta. Arthur lasciò cadere Bailey appena furono fuori – lui atterrò con un urletto, rotolando sull’erba bagnata.

«Resta qui!» gli disse Arthur, mentre lui e Annie correvano dietro la figura che stava scappando.

Correva veloce, diretta verso i boschi. Un cappuccio le copriva la testa. Gambe magre che si muovevano frenetiche. Arthur alzò le mani. Corde digitali si materializzarono dal nulla, schizzando verso la figura come serpenti luminosi. Le si avvolsero intorno alle caviglie.

La figura inciampò, cadendo a terra.

Annie saltò. L’aria la spinse verso l’alto, poi la lasciò planare. Atterrò accanto alla figura e, prima che potesse rialzarsi, la inchiodò al terreno, premendogli un ginocchio sulla schiena.

«Sta’ fermo» ringhiò. «O ti ammazzo seduta stante.»

La figura si voltò verso di lei, il cappuccio logoro che le scivolava dalla testa.

Era solo una ragazzina. Non dimostrava più di quindici anni. Capelli tinti di un blu elettrico, tagliati corti e irregolari. Un piercing al naso – un piccolo anello d’argento. La pelle pallida, le guance scavate. Occhi enormi, spalancati dal terrore.

«Ti prego» implorò, disperata. «Ti prego, non farmi del male.»

Arthur li raggiunse, ansimante. «Non ucciderlo!» gridò. Poi si fermò di colpo e i suoi occhi si sgranarono. «Ma che...»

Un fulmine piombò dal cielo, colpendolo alla schiena. Annie vide solo il flash – luce accecante, l’odore di ozono, il crepitio dell’elettricità. Arthur si irrigidì, il corpo che si arcuava all’indietro. Poi crollò a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

«ARTI!»

Un altro fulmine scese dal cielo, diretto verso Annie e la ragazzina. Reagì d’istinto. Alzò le mani, manipolando l’aria. Il fulmine deviò, colpendo un albero alle loro spalle. Il tronco esplose in una pioggia di schegge infuocate.

Alzò lo sguardo. Storm volteggiava sopra di loro.

«Dovevi restartene buona e farti gli affari tuoi. Come ti aveva ordinato quella stronza.»

Attaccò di nuovo. Una raffica di fulmini che piovvero dal cielo come una tempesta. Annie creò un muro dal terreno – roccia e terra che si sollevarono davanti a lei, assorbendo l’impatto. Il muro tremò, ma tenne.

«Ti prego, aiutami!» La ragazzina si era aggrappata a lei, le mani che tremavano. «Vogliono uccidermi!»

«Non muoverti!» gridò Annie, sollevandosi.

Lei e Storm si fronteggiarono a mezz’aria, a una ventina di metri dal suolo.

«Qual è la tua scusa?» chiese Annie. «Non sembra che tu sia controllata.»

Storm attaccò di nuovo. Annie deflesse il colpo, rispedendolo indietro. Storm lo evitò con una capriola aerea.

«Stavolta non mi freghi, puttana» sibilò Storm.

Lo scontro continuò. Fulmini contro vento. Elettricità contro gravità. L’aria intorno a loro crepitava di energia.

Poi, senza motivo, Storm si fermò. I suoi occhi si svuotarono. Divennero bianchi, vitrei, privi di qualsiasi espressione. Rimase immobile a mezz’aria, le braccia che pendevano inerti lungo i fianchi, finché non premette le sue stesse mani contro il petto. L’elettricità le attraversò il corpo. Un gemito strozzato le uscì dalle labbra. Precipitò, colpendo il terreno con un tonfo secco.

Annie guardò giù. La ragazzina era in piedi, una mano tesa verso Storm. I suoi occhi erano completamente bianchi – niente iride, niente pupilla, solo un vuoto lattescente. Il sangue le colava dal naso, rigandole il mento. Barcollò e cadde a sedere, senza più forze.

Annie atterrò accanto a lei. «Sei il Burattinaio» mormorò.

La ragazzina non rispose. Ansimava, lo sguardo perso nel vuoto.

«Annie!»

Bailey li raggiunse di corsa, senza fiato. Si fermò, guardandosi intorno – Storm a terra, la ragazzina seduta nell’erba, Annie che lo fissava. «Che...» iniziò.

Poi vide Arthur.

«Merda»

Si precipitò su di lui, lasciandosi cadere in ginocchio. Lo prese tra le braccia, sollevandogli la testa dal terreno.

«Arti, mi senti?» Gli schiaffeggiò le guance. Nessuna reazione. «Arti!»

«Storm l’ha colpito alle spalle» spiegò Annie.

«Perché l’ha fatto?» Bailey premette le dita sul collo di Arthur, cercando il polso. Il suo viso impallidì. «Cazzo, Annie, non sento il battito!» La guardò con gli occhi spalancati. «Fa’ qualcosa!»

Annie posò una mano sul petto di Arthur e si concentrò. Sentì il suo cuore. Fermo. Un muscolo che aveva smesso di contrarsi. Gli ordinò di battere.

Niente.

Tentò di nuovo.

Il muscolo cardiaco ebbe uno spasmo. Una contrazione, poi un’altra. Il ritmo era irregolare, caotico, ma c’era. Annie forzò i muscoli a sincronizzarsi. A pompare. A vivere.

«Arti?» Bailey lo stringeva, pallido come un fantasma. «Cazzo, non farmi questo...»

«È vivo.» Annie ritirò la mano. «Ho riattivato il cuore.»

Bailey lasciò uscire un sospiro di sollievo. «Dio, grazie!»

«Prego» scherzò Annie.

Poi si voltò verso la ragazzina. Era ancora seduta a terra, ansimante, le pupille vacue.

«Chi è?» chiese Bailey.

«Il nostro Burattinaio.»

«Cosa? Lei?» esclamò Bailey, incredulo. «Ma è solo una…»

«Cazzo!»

La voce di Strong li fece voltare entrambi. Era in piedi a pochi metri di distanza, la bocca spalancata. Dietro di lui c’erano gli uomini dell’Agenzia che li avevano accompagnati – sei, forse sette, tutti in tenuta tattica, le armi in mano.

«Merda, non doveva andare così!» Strong indicò Storm con un gesto agitato. «L’avete ammazzata!»

«È solo svenuta» replicò Annie, alzandosi.

Gli uomini dell’Agenzia le puntarono le armi contro. Fucili d’assalto, mirini laser che le danzavano sul petto.

«Fate sul serio?»

Nessuno rispose.

«Come volete.»

Gli uomini aprirono il fuoco. Annie rilasciò il suo potere. I proiettili rallentarono a mezz’aria – come se stessero attraversando un liquido denso, invisibile. Rimasero sospesi per un istante, piccoli cilindri di metallo che luccicavano nella luce del tardo pomeriggio, fino a schizzare all’indietro.

I corpi caddero uno dopo l’altro. Alcuni proiettili colpirono Strong – alla spalla, al fianco, alla gamba. Lui crollò a terra con un urlo. Annie si avvicinò lentamente. Lo fissò dall’alto, il viso privo di espressione.

«Cazzo!» si lamentava Strong, agitandosi a terra come un pesce fuor d’acqua. «Fottuta psicopatica!»

Annie premette un piede sulla sua gamba ferita. L’urlo che ne seguì fu quasi inumano.

«È opera di Cardinal?» chiese soltanto.

«Fottiti!» sputò Strong tra i denti. «Non ti dirò niente!»

Annie aumentò la pressione sulla ferita.

«NO!» urlò lui, gemendo. Il sudore gli colava sulla fronte. «Va bene, cazzo, va bene! Gli ordini vengono dall’alto!»

«Da chi?»

«N-non lo so! Non conosco il suo nome! L’abbiamo incontrato solo una volta! È un vecchio, uno importante! Ha detto di uccidere la mocciosa! Che se non l’avessimo fatto ci avrebbe tolto di mezzo!»

«E voi non avete esitato, eh?»

«Che cazzo dovevamo fare? Farci ammazzare per una sconosciuta?»

«Fanculo, Strong, è solo una ragazzina!» sbraitò Bailey da dietro.

«Fanculo tu, ipocrita del cazzo!» ringhiò Strong. «Avresti fatto lo stesso se ti avessero minacciato!»

Annie tolse il piede. Strong gemette di sollievo, rannicchiandosi su sé stesso.

«Dobbiamo andarcene. Probabilmente ci stanno monitorando.»

«Siete pazzi!» rantolò Strong, cercando di sollevarsi su un gomito. «Vi faranno a pezzi! Siete ancora in tempo per fare la cosa giusta!»

Bailey si caricò Arthur in spalla, tirandolo su con un po’ di difficoltà. Annie aiutò la ragazzina ad alzarsi.

«Grazie» sussurrò lei.

«Conosci la zona?»

La ragazzina annuì. «Tagliamo... per il bosco» disse, indicando con un gesto debole.

«Ce la fai a portarlo?» chiese Annie a Bailey.

«Sì, non preoccuparti» rispose lui.

«Ehi, un momento!» urlò Strong alle loro spalle.

Loro continuarono a camminare.

«Cazzo, non potete lasciarci qui!» La sua voce era diventata più acuta, quasi isterica. «Sono ferito! Morirò dissanguato!»

«Una vera tragedia» commentò Annie con freddezza.

«Posso aiutarvi! Siamo dalla stessa parte!»

S’inoltrarono nel bosco. Le fronde fitte degli alberi creavano un manto naturale sopra di loro – un tetto di foglie e rami intrecciati che bloccava la vista del cielo. Niente droni, almeno per ora.

«Come ti chiami?» chiese Annie alla ragazzina.

Lei la guardò, spaesata. I suoi occhi erano ancora arrossati, il sangue secco sotto il naso.

«N-Nina.»

«Puoi spiegarmi che cazzo succede, Nina?»

«L-li hanno mandati a uccidermi.»

«Questo l’ho capito.» Annie scavalcò una radice sporgente. «Perché?»

Nina guardò verso Bailey, che arrancava dietro di loro con Arthur. Quando parlò, la sua voce era appena un sussurro. «P-perché ho disobbedito» abbassò lo sguardo. «Dovevo uccidervi. Ma...»

«Ma ti sei fermata» concluse Annie per lei. «Perché?»

Nina abbassò lo sguardo. «Non ce l’ho fatta.»

Annie la osservò per qualche secondo. La ragazzina camminava a fatica, inciampando sulle radici, le gambe ancora deboli per lo sforzo di aver controllato Storm.

«Quanti anni hai?»

«Q-quattordici.»

«Cristo» commentò Bailey, ansimando sotto il peso di Arthur. «Sei solo una bambina.»

Annie rallentò il passo, affiancandosi a Nina. «Ti hanno costretta a uccidere quelle persone?»

Nina annuì. I suoi occhi si riempirono di lacrime. «Avevo solo sette anni quando mi ha colpito il fulmine» raccontò, la voce che tremava. «Ero in macchina con i miei genitori. Stavamo andando al mare. Era agosto, faceva caldo, e all’improvviso il cielo è diventato nero. Poi c’è stato questo... questo lampo» si strinse nelle spalle, come se volesse scomparire dentro la felpa. «Loro... sono morti nell’incidente. Io no.»

Annie non disse nulla. Continuò a camminare. «Quel vecchio di cui ha parlato Strong» disse dopo un momento. «Lo conosci?»

Nina annuì. «Lo zio Sam lo chiama Bishop.»

«Bishop?»

«Non so perché. È così che lo chiamano tutti.»

«Tuo zio fa parte dell’Agenzia?»

Un altro cenno affermativo. «Dopo che i miei sono morti, sono stata adottata da lui. È il fratello di mia madre. Appena ha visto quello che ero in grado di fare... mi ha portata lì. Mi hanno addestrata. Per anni. Per insegnarmi a usare il mio potere, dicevano. A controllarlo. E poi... poi loro... mi hanno chiesto di uccidere quelle persone. E io... io non volevo, ma...»

«Cazzo, Nina, mi dispiace» disse Bailey.

Lei si voltò, gli occhi lucidi. «Sei gentile» mormorò. «Sapevo che eri buono.»

Annie continuò a osservarla. «Questo Bishop» disse. «Ha un potere?»

Nina scosse la testa. «Non lo so. Ma lo zio ne ha paura. Tutti all’Agenzia ne hanno. Quando parlano di lui... abbassano la voce. Come se potesse sentirli anche a chilometri di distanza.»

«Possiamo fermarci un attimo?»

La voce di Bailey era strozzata. Annie si voltò. Lui era rosso in faccia, il sudore che gli colava sulla fronte, le braccia che tremavano.

Si fermarono in una piccola radura. Bailey posò con cautela Arthur per terra, appoggiandogli la testa su un cumulo di foglie. «Cavolo» ansimò, massaggiandosi le braccia. «È più pesante di quanto pensassi.»

«O forse sei tu fuori forma» disse Annie.

«Eh...» Bailey si lasciò cadere seduto accanto ad Arthur. «In effetti dovrei ricominciare con la palestra. Arti me lo dice sempre.»

Gli accarezzò i capelli, scostando una ciocca dalla fronte. Arthur era pallido, il respiro superficiale ma regolare.

Nina li fissava. Fece un passo avanti.

«Siete la mia coppia preferita.»

Bailey alzò lo sguardo, sorpreso.

Nina aprì bocca e le parole uscirono come un fiume in piena, travolgenti e inarrestabili.

«Sono una vostra grande fan. Ho tutti i vostri gadget. Ho la tua action figure, quella edizione limitata con la giacca di pelle, e ho il poster di Cipher con le ali digitali e la tazza e una volta mi hai firmato al Comic-Con una maglietta, ma non credo che tu te lo ricordi, avevo solo dieci anni, eri allo stand insieme a Cipher, ridevi con lui, e lui aveva occhi solo per te ed eravate così carini insieme, e io ho pensato 'voglio quello che hanno loro', e poi quello che hai fatto è stato così eroico! Aiutare la tua amica e il modo in cui hai protetto quel bambino dal mostro... non ho mai creduto alle accuse di Eva Grant, quella stronza, poi Cipher ha detto in TV che vi siete lasciati e io ho pianto per tre giorni, è vero che vi siete lasciati? Ma vi rimetterete insieme, giusto? Siete fatti l’uno per l’altro, forse voi non ve ne rendete conto ma tutti lo vedono, siete proprio…»

«Nina» disse Bailey, alzando una mano. «Respira.»

Lei prese fiato. Le sue guance erano diventate rosse come pomodori.

«In realtà si stanno per sposare» buttò lì Annie.

Nina quasi saltellò sul posto.

«È vero? Vi sposate? Gli hai fatto la proposta? E lui ha accettato? È stato romantico? Scommetto di sì. Posso venire al matrimonio? Posso essere la damigella? O la flower girl? So che sono un po’ grande per la flower girl ma…»

«Cerchiamo prima di sopravvivere a questa situazione» la interruppe di nuovo Bailey.

La testa di Arthur si mosse. Fu un movimento appena percettibile – una contrazione, un fremito. Poi le sue palpebre tremarono. Emise un gemito sommesso, portandosi una mano alla testa. Socchiuse gli occhi.

Per un momento sembrò non capire dove si trovasse. Il suo sguardo vagò confuso sugli alberi, sulle foglie, sul cielo grigio che si intravedeva tra i rami. Cercò di alzarsi di scatto, ma ricadde a terra con una smorfia di dolore.

«Ehi, tranquillo» mormorò Bailey, prendendogli la mano. «Va tutto bene.»

«Che è successo?»

«Storm ti ha messo KO.»

«Storm?» Arthur aggrottò la fronte. «Perché...?»

«Perché è una stronza.»

Arthur riuscì a rimettersi seduto, con Bailey che lo sosteneva per la schiena. Si massaggiò il petto – lì dove il fulmine l’aveva colpito, dove il suo cuore si era fermato. Notò Nina. «Chi sei?» chiese, ancora confuso.

«Mi chiamo Nina» rispose lei eccitata. «Sono una tua fan. Sei fenomenale. Le tue ali digitali sono la cosa più bella che abbia mai visto. Ho provato a disegnarle tipo un milione di volte ma non riesco mai a farle giuste, e…»

«È il Burattinaio» tagliò corto Annie.

Arthur la fissò. «Cosa?»

«È come ti dicevo io. L’Agenzia l’ha costretta a uccidere tutte quelle persone. Storm e Strong hanno provato a eliminarla su ordine di un certo Bishop, perché si è rifiutata di ammazzare i suoi beniamini.»

Arthur scosse appena la testa. «E Storm e Strong?» chiese. «Dove sono adesso?»

«Non molto lontano da noi. Fuori gioco, per adesso. Abbiamo guadagnato un po’ di tempo, ma dovremmo ricominciare a muoverci.»

Arthur si tirò su, appoggiandosi pesantemente al fianco di Bailey.

«Ce la fai?» chiese lui.

«Sì. Credo.»

Bailey gli prese il viso tra le mani e lo baciò.

Nina quasi esplose. «Oh, devo farvi assolutamente una foto!» esclamò, tirando fuori il cellulare dalla tasca della felpa. Prima che qualcuno potesse fermarla, aveva già iniziato a scattare foto a raffica. Il flash illuminava il sottobosco come una discoteca. «Questo va su Tumblr. No, aspetta, su Twitter. No, su entrambi. Dio, i miei follower impazziranno…»

Arthur si separò da Bailey, lanciando un’occhiata perplessa verso la ragazzina. «Mi pare di capire che la stiamo aiutando.»

«L’intenzione è quella.» Annie si voltò, scrutando il bosco davanti a loro. «Troviamo questo Bishop e cerchiamo di capire le sue intenzioni. Poi lo uccidiamo.»

Nina smise di scattare foto. Il cellulare le scivolò quasi dalle mani. «V-vuoi dire consegnarlo alla giustizia?»

«No. Intendo proprio ammazzarlo. È una minaccia.»

«Non puoi ucciderlo!» Nina fece un passo indietro. «Tu sei un’eroina!»

«No, non lo sono.» Annie riprese a camminare. «Ho accettato di fare questa stronzata dei supereroi solo per questi due idioti.»

«Non darle retta, Nina. Faremo la cosa giusta. Non siamo giustizieri» la rassicurò Arthur.

Continuarono a camminare in silenzio per qualche minuto. Poi Nina accelerò il passo, affiancando Annie. «La gente dice che sei cattiva» disse, mordendosi il labbro. «Ma non è vero, giusto? Sei amica di Empathy e Cipher, e loro sono buoni. Hai...» esitò. «Hai ucciso Freeze perché dovevi, giusto? Ho visto la tua intervista. Quella dove spiegavi che ti sei solo difesa…»

Annie si fermò di colpo. Nina quasi le andò addosso.

«Ho sulla coscienza più morti di te. Sono un’assassina, punto. Quei due sono l’unica cosa che mi resta e non permetterò a niente – niente – di fargli del male. Ci siamo capiti?»

Nina deglutì.

«Distruggerò l’Agenzia dalle fondamenta se sarà necessario. E tutti quelli che si opporranno.» Annie riprese a camminare. «Hai idea di dove poter trovare questo Bishop?»

Nina scosse la testa. «Forse... mio zio lo sa» e aggiunse in fretta: «Ma devi promettermi che non gli farai del male.»

«Dipenderà da lui.»

Annie si girò verso Arthur e Bailey, che arrancavano qualche metro più indietro. «Ce la fai a volare?» chiese ad Arthur.

Lui annuì, anche se il suo viso era ancora bianco. «Credo di sì.»

«Bene. Tu porta B.B., io vado con la ragazzina.» Annie afferrò Nina, attirandola a sé. «Reggiti forte a me.»

Partì a razzo. Nina urlò. Le sue braccia si avvinghiarono al collo di Annie come una morsa, le gambe che scalciavano nel vuoto mentre il terreno si allontanava sotto di loro. Poco dopo Arthur li seguì, con Bailey stretto tra le sue braccia. Le sue ali digitali brillavano di blu nel crepuscolo, lasciando scie luminose nell’aria.

«Dove si trova casa tua?» gridò Annie, il vento che le strappava le parole dalla bocca.

Nina, gli occhi ancora serrati, gridò un indirizzo. «KILBURN! HIGH ROAD 142! È UN PALAZZO DI MATTONI ROSSI, QUARTO PIANO!»

Annie virò, dirigendosi verso sud. Londra era una macchia di luci all’orizzonte, che si avvicinava rapidamente.

Atterrarono sul balcone dell’appartamento.

Era un posto strano – una via di mezzo tra il moderno e il classico. Ringhiera in ferro battuto, ma con sensori di movimento discretamente nascosti negli angoli. Vasi di gerani accanto a una telecamera di sicurezza. Tende di velluto bordeaux dietro vetri antiproiettile.

Annie lasciò andare Nina, che barcollò all’indietro. Si aggrappò alla ringhiera, respirando a fatica.

Anche Bailey non se la passava meglio. Atterrò pesantemente, le ginocchia che quasi cedevano. «La prossima volta prendiamo la macchina» borbottò, massaggiandosi la schiena.

Le ali di Arthur si smaterializzarono in una pioggia di pixel luminosi, ma i suoi occhi continuarono a brillare di blu. Fissava il vuoto, la testa leggermente inclinata. «Stanno cercando di tracciarci» disse piano, assorto.

«Puoi fermarli?» chiese Annie.

«Li sto tenendo occupati. Sto sovraccaricando i loro server con terabyte di porno.»

Bailey ridacchiò. «Quanto ti amo» disse, guardandolo con orgoglio.

Annie si voltò verso Nina. «Tuo zio è in casa?»

«Non credo.» Nina si staccò dalla ringhiera, ancora scossa. «Di solito rientra sempre tardi. Ma... come facciamo a entrare? C’è l’allarme e la finestra è chiusa dall’interno...»

«Arti?» disse Annie.

«Allarme disattivato» rispose lui senza esitazione.

Annie si avvicinò alla finestra. Posò il palmo sul vetro, la superficie liscia e fredda sotto le dita.

Sentì la struttura molecolare del vetro – silicio, ossigeno, atomi disposti in un reticolo ordinato. Ordinò loro di separarsi. Di rilassarsi. Di cedere. Il vetro si sciolse, come gelatina che si scioglie al sole, colando verso il basso in rivoli trasparenti che evaporarono prima di toccare il pavimento.

«Wow» fece Nina, a bocca aperta. «Lo zio Sam ha ragione su di te. Il tuo potere è incredibile.»

Annie scavalcò il telaio della finestra ed entrò nell’appartamento. L’interno era esattamente quello che ti aspetteresti da un investitore benestante con gusti conservatori. Mobili di mogano lucido. Tappeti persiani. Scaffali pieni di libri rilegati in pelle che probabilmente nessuno aveva mai aperto. Quadri alle pareti – paesaggi inglesi, scene di caccia alla volpe.

Nina si guardò intorno. «Che facciamo?» chiese, la voce ridotta a un sussurro.

«Aspettiamo.» Annie si sedette sul divano – pelle marrone, rigido e scomodo. «Mettiti comoda. Fai come se fosse casa tua.»

Nina si morse il labbro. «Dicevo sul serio prima. Non voglio che tu faccia del male allo zio Sam.»

«Se è furbo parlerà. Altrimenti sarò costretta a spezzargli qualche osso.»

«Annie» la riprese Bailey. Si avvicinò a Nina, mettendole una mano sulla spalla. «Non preoccuparti» disse con dolcezza. «Non gli torceremo un capello.»

Le sorrise. Quel sorriso da copertina che faceva impazzire i tabloid.

Le guance di Nina tornarono a tingersi di rosso. «Sei... sei ancora più bello dal vivo» si lasciò sfuggire.

«Oh, beh, grazie.»

«Vuoi... vuoi vedere la mia camera?»

«Ehm... certo, perché no?»

Nina lo trascinò verso il corridoio. «È da questa parte! Ho un sacco di cose da mostrarti!»

Una porta che si apriva. Poi la voce di Bailey: «Oh... accidenti.»

Una pausa.

«È... pittoresca.»

Incuriosita, Annie si alzò dal divano e li raggiunse, solo per bloccarsi sulla soglia.

La camera di Nina era un mausoleo. Un mausoleo dedicato a Bailey e Arthur.

C’era di tutto. Poster alle pareti – Bailey in posa eroica, Arthur con le ali spiegate, entrambi insieme al gala dell’anno scorso. Action figure sugli scaffali, ancora nelle confezioni originali. Tazze, portachiavi, spille, magneti. Un cuscino con la faccia di Bailey stampata sopra. Una coperta con il logo di Arthur.

E i disegni.

Decine di disegni fatti a mano, alcuni a matita, altri colorati, che li ritraevano in ogni possibile situazione. Bailey che sorrideva. Arthur che volava. Entrambi che combattevano fianco a fianco.

La cosa più inquietante era la parete accanto al letto. Era interamente tappezzata di foto. Foto di Bailey e Arthur a eventi ufficiali, a conferenze stampa, a inaugurazioni. Foto rubate dai paparazzi. Screenshot di interviste televisive. Ritagli di giornale. Tutto organizzato in ordine cronologico, con annotazioni scritte a mano in inchiostro rosa.

«Sei ossessionata» commentò Annie.

Nina arrossì fino alla punta dei capelli. «È solo... è solo che li ammiro molto, ecco.»

Bailey si era avvicinato agli scaffali, studiando i disegni appesi. «Questi li hai fatti tu?» chiese, indicandoli.

«Sì...»

«Mi piacciono. Hai talento.» Bailey ne prese uno in mano – un ritratto di Arthur con le ali spiegate, incredibilmente dettagliato. «Anche ad Arti piace disegnare. È un ritrattista nato.»

«Davvero?» Gli occhi di Nina si illuminarono. «Anche a me piacciono i ritratti! Una volta ho provato a fare un ritratto iperrealistico di Cipher, ci ho messo tipo due settimane, ma non sono mai riuscita a fare gli occhi giusti, sono così difficili da…»

«Forte questo disegno» continuò Bailey, indicandone uno appeso sopra la scrivania.

Ritraeva Bailey e Arthur impegnati in un bacio appassionato. Un bacio molto appassionato. Con le mani che andavano in posti interessanti. E i vestiti che erano decisamente meno di quelli che indossavano di solito.

Nina emise un suono strozzato. Corse verso Bailey, strappò il disegno dal muro e lo nascose dietro la schiena. «E-ecco io... non è come sembra!» balbettò. «A volte mi piace immaginare voi due mentre... cioè no... voglio dire... è solo... è arte! È espressione artistica! Non significa che io…»

«Ah, tranquilla, non sei la prima.» Bailey sventolò la mano con noncuranza. «Non hai idea delle proposte indecenti che riceviamo dai fan. Soprattutto ragazze. È una roba assurda, sono peggio degli uomini. Ricordo che una volta, a una conferenza stampa, una tipa riuscì a scavalcare la sicurezza e iniziò a urlare che voleva fare una cosa a tre con noi. Le guardie dovettero trascinarla via di peso. Continuava a gridare il suo numero di telefono.» Rise, scuotendo la testa. «E poi c’è stato quel produttore di film porno, uno abbastanza famoso a Hollywood, che ci propose di girare una scena per un suo film. Pagava bene, tra l’altro. Io ero tentato, ma Arti non voleva...»

Si grattò il mento, pensieroso.

«Magari potrei riuscire a convincerlo adesso. Se gli dico che è un regalo di nozze...»

Nina lo guardava a bocca aperta. «Posso venire?» mormorò roca.

«Non credo facciano stare minorenni sui set porno...»

Annie tornò in salotto. Arthur era in piedi accanto alla finestra. Le iridi ancora blu, assorto mentre navigava attraverso flussi di dati invisibili. «Sto cercando informazioni su questo Bishop» disse ad Annie senza voltarsi. «Ma è praticamente un fantasma. Non compare in nessun archivio. Nessun database governativo, nessun registro fiscale, niente.»

«Non avevo dubbi.» Annie tornò a sedersi sul divano. «Speriamo che lo zio Sam ne sappia qualcosa in più.»

Arthur si sedette accanto a lei, ancora immerso nel suo mondo digitale. «In compenso sto trovando informazioni su Nina» disse dopo un momento. «I file sono criptati, li sto violando...» Le sue sopracciglia si aggrottarono. «Nome in codice: Thrall. Sembra che sia stata sincera con noi su quello che ci ha raccontato.» Il suo viso si fece più cupo. «Santo cielo... le hanno fatto uccidere davvero tante persone… politici, giornalisti, imprenditori... chiunque fosse scomodo. Ho trovato anche suo zio. È uno dei maggiori investitori dell’Agenzia. Samuel Beckett, cinquantasette anni, celibe, nato a Manchester il 15 marzo 1968. Ha costruito la sua fortuna nel settore tecnologico. Ha fondato una società di software di sicurezza informatica negli anni Novanta, poi l’ha venduta a una multinazionale per una cifra a nove zeri. Da allora ha diversificato gli investimenti...»

Arthur si fermò.

«Annie... è uno dei fondatori dell’Agenzia.»

«Cosa?»

«Senti qua. 12 novembre 1995: Samuel Beckett e il professor Gregory Ashworth fondano l’A.R.C.A.N.E. – Agency for Research, Containment, and Analysis of Non-ordinary Events – con l’obiettivo dichiarato di studiare fenomeni paranormali e proteggere la popolazione da minacce soprannaturali. Questo Gregory Ashworth... potrebbe essere lui il Bishop che cerchiamo.»

«Ci sono informazioni su di lui?»

«No... è un nome piuttosto comune. Ci sono centinaia di omonimi. Nessuno sembra avere a che fare con l’Agenzia o con il paranormale.» Arthur aggrottò la fronte, concentrandosi. «Aspetta, ho trovato un articolo di giornale. Parla della fondazione dell’A.R.C.A.N.E... c’è una foto.»

I suoi occhi brillarono più intensamente.

«C’è lo zio di Nina insieme a un altro uomo. Provo a fare una ricerca per immagini...»

Silenzio. Arthur era immobile, gli occhi che si muovevano freneticamente. «E... c’è qualcosa!» Poi si bloccò. «Ma che...»

«Che c’è?»

«È... praticamente uguale.»

«Di che parli, Arti?»

«Di Gregory Ashworth. La foto che sto guardando adesso... risale a trent’anni fa. Ma lui è identico a quella con lo zio di Nina. Come se... come se non fosse invecchiato di un giorno.»

Annie si appoggiò allo schienale del divano, pensierosa.

«Che altro hai scoperto su di lui?»

«Era uno scienziato. Specializzato nello studio del paranormale. Professor Gregory Ashworth, cattedra all’Università di Cambridge, dipartimento di fisica teorica. Era un luminare nel suo campo... ha pubblicato decine di articoli su fenomeni inspiegabili, anomalie quantistiche, cose del genere. Ma le date non corrispondono.»

«In che senso?»

«In base ai documenti accademici, questo tizio si è laureato nel 1962. Il che significa che...» Arthur fece un rapido calcolo. «Dovrebbe avere quasi novant’anni. Ma non ne dimostra più di sessanta.»

Annie rimase in silenzio per un momento. «Dev’essere il suo potere» disse infine.

«Ma la tempesta si è manifestata solo sette anni fa. Com’è possibile che avesse già un potere?»

«Forse è già successo.»

«Cosa?»

«La tempesta. Forse ha già colpito una volta. Prima di sette anni fa. Molto prima.»

Arthur si morse il labbro, considerando l’ipotesi. «Sì... è possibile. Non abbiamo mai saputo da dove venisse la tempesta, o cosa l’avesse causata. Abbiamo sempre dato per scontato che fosse un evento unico, ma...»

«Ma potrebbe essere ciclica» concluse Annie. «O potrebbe esserci stata un’altra tempesta, più piccola, localizzata. Qualcosa che ha dato poteri solo a poche persone.»

«E Ashworth potrebbe essere una di loro.»

«Il che spiegherebbe perché ha fondato un’agenzia per studiare il paranormale» disse Annie.

Bailey tornò in salotto, seguito da Nina. «Noi ci facciamo un panino. Qualcuno ne vuole uno?»

Arthur era troppo assorto dalle sue ricerche per rispondere.

«E panino sia. Vieni, Nina, fammi vedere cosa c’è in frigo.»

Nina si lasciò guidare verso la cucina, lanciando occhiate adoranti verso Bailey.

Annie tornò a guardare Arthur. «Cos’altro riesci a trovare su Ashworth?»

«Sto cercando… ci sono altri articoli. Conferenze. Pubblicazioni accademiche. Ma tutto si ferma intorno al 2000. Poi... sparisce. Nessuna traccia di lui da nessuna parte.»

«È andato in clandestinità.»

«Oppure ha cambiato identità.»

«O entrambe le cose.»

Dalla cucina arrivò la voce di Nina: «Vuoi la maionese o la senape?»

«Entrambe» rispose Bailey. «E se c’è del bacon, aggiungilo.»

Annie andò alla finestra. «Quando arriva tuo zio?» chiese ad alta voce.

«Di solito verso le nove!» rispose Nina dalla cucina.

Annie guardò l’orologio alla parete. Erano appena le cinque. «Continua a cercare. Qualsiasi cosa su Ashworth. Dove vive, dove lavora, chi frequenta. Se è ancora vivo e se è davvero il Bishop che cerchiamo, deve pur lasciare qualche traccia.»

Lentamente calò la sera.

Le luci di Londra si accesero una dopo l’altra. Nell’appartamento, l’atmosfera era stranamente domestica. Nina e Bailey erano seduti al tavolo della cucina, impegnati in una partita di Uno. O meglio, in un massacro.

«Pesca quattro.»

Nina posò la carta con aria angelica.

Bailey gemette. «Un’altra?»

«Cambio colore in rosso.»

Bailey pescò le sue carte, aggiungendole al mazzo già considerevole che teneva in mano. «Come fai?» si lamentò. «Stiamo giocando da ore e non ho vinto neanche una volta.»

Nina scrollò le spalle. «Sono brava.»

«Stai barando.»

«Non sto barando!»

«Usi il tuo potere per leggere le mie carte.»

«Il mio potere non funziona così!» protestò Nina, offesa. «E comunque non ne ho bisogno. Hai la faccia più trasparente che abbia mai visto.»

Bailey posò una carta rossa. Nina ne posò immediatamente un’altra.

«Uno.»

«Oh, andiamo!»

Annie era sul divano, il telecomando in mano. Scorreva i canali senza davvero guardare – reality show, televendite, un documentario sui pinguini, una replica di qualche serie poliziesca degli anni Novanta. Niente che valesse la pena di fermarsi.

Arthur era ancora sulla poltrona, cercando informazioni su Gregory Ashworth.

«…notizia dell’ultim’ora. I supereroi Strong e Storm sono rimasti gravemente feriti durante una missione…»

Annie si bloccò. Sullo schermo, un giornalista con l’espressione grave stava parlando davanti a una foto dell’Agenzia.

«…mentre cercavano di fermare i loro compagni Cipher, Empathy e Rift, che si sospetta siano coinvolti in attività terroristiche.»

«Cosa?» esclamò Bailey, voltandosi di scatto.

Annie gli fece cenno di tacere e alzò il volume.

«…i tre sospetti sono attualmente in fuga» continuò il giornalista. «La loro posizione non è ancora nota. Le autorità consigliano ai cittadini di fare la massima attenzione e di non tentare di avvicinarli in nessuna circostanza. Sono considerati estremamente pericolosi.»

Le foto di Annie, Bailey e Arthur comparvero sullo schermo. Bailey con il suo sorriso da copertina. Arthur con la sua espressione seria e professionale. Annie con lo sguardo che sembrava voler uccidere il fotografo.

Sotto ogni foto, la scritta: RICERCATI.

«È un giorno triste per il nostro paese» proseguì il giornalista, assumendo un tono solenne. «Persone che avrebbero dovuto proteggerci, che avevano giurato di usare i loro poteri per il bene comune, si sono rivelate dei criminali. Dei terroristi. La fiducia che avevamo riposto in loro è stata tradita nel modo più…»

Annie spense la TV.

«Terroristi?» Bailey si alzò dalla sedia, facendo cadere le carte per terra. «Sul serio? Terroristi?»

«Dovresti essere contento.» Annie posò il telecomando. «Non facevi che lamentarti di quanto ti facesse schifo il tuo lavoro.»

«Cazzo, non voglio essere un terrorista!» Bailey iniziò a camminare avanti e indietro per il salotto. «Ho dato a questi stronzi sette anni della mia vita! Sette anni! E è così che mi ripagano?»

«Che cosa ti aspettavi? Una targa di commiato per i servizi resi?»

«Merda.» Bailey si passò le mani tra i capelli. «Si prenderanno tutto. La casa, i soldi...»

«La tua auto» aggiunse Annie.

Bailey sgranò gli occhi. «La mia bambina» sussurrò inorridito. «No» scosse il capo. «Non gli lascio la mia Lucy. Possono scordarselo.»

«Hai dato un nome alla macchina?»

«Certo che le ho dato un nome.»

«Lucy.»

«Sì, Lucy. È una Mustang del '68, Annie. Merita un nome.»

«È una macchina.»

«È la mia macchina. L’ho comprata con i miei soldi, l’ho restaurata con le mie mani, l’ho…»

«Non l’hai restaurata tu» intervenne Arthur, mentre emergeva dal suo stato di trance digitale. «L’hai portata in un’officina specializzata e hai pagato una fortuna.»

«L’ho supervisionata» si difese Bailey. «Ero presente. Moralmente l’ho restaurata io.»

Nina era al tavolo della cucina, le carte di Uno ancora in mano. «Mi dispiace» mormorò. «È colpa mia…»

«Non è colpa tua.» Il tono di Bailey si ammorbidì all’istante. «È colpa di quegli stronzi dell’Agenzia. Tu sei solo una vittima in tutto questo.»

«B.B. ha ragione.» Arthur si alzò dalla poltrona con una smorfia. Il suo petto faceva ancora male. «La colpa è di chi ti ha usata. Non tua.»

Annie andò alla finestra. Lanciò un’occhiata all’orologio da muro. Le otto e quaranta. «Tuo zio dovrebbe essere qui a momenti.»

«Sì. Ma a volte fa tardi. Dipende dal lavoro.»

«Hai trovato altro su Ashworth?»

Arthur si massaggiò le tempie. «Poco. È come se fosse svanito nel nulla dopo il 2000. Nessuna traccia digitale, nessun documento, niente. Ma...»

«Ma?»

«Nel 1998, due anni dopo la fondazione dell’Agenzia, c’è stata una serie di morti sospette. Tutti membri del consiglio di amministrazione dell’A.R.C.A.N.E. Cinque persone in sei mesi. Ufficialmente, cause naturali o incidenti.»

«È una coincidenza un po’ troppo grossa» osservò Annie.

«Esatto. Dopo quelle morti, Ashworth e Beckett sono rimasti gli unici due fondatori ancora in vita. E poco dopo, Ashworth è sparito.»

Bailey aggrottò la fronte. «Pensi che li abbia uccisi?»

«Non lo so. È probabile.»

Il suono di una chiave nella serratura li fece zittire tutti.

La porta si aprì. Samuel Beckett era un uomo sulla sessantina, ma portava bene i suoi anni. Capelli grigi pettinati all’indietro, occhiali con la montatura dorata, completo grigio scuro. Aveva l’aria stanca di chi ha passato una giornata lunga e stressante. «Nina?» urlò, entrando nell’appartamento. «Sei qui?»

Nina corse verso di lui.

«Zio Sam!»

L’uomo la strinse forte, tremando. Le sue mani le afferrarono le spalle come se avesse paura che potesse svanire da un momento all’altro. «Oddio, grazie. Pensavo che...»

Poi vide gli altri. Si irrigidì immediatamente. Il suo viso passò dalla sorpresa alla paura. Fece un passo indietro, spingendo Nina dietro di sé in un gesto protettivo.

Bailey si avvicinò lentamente, le mani alzate in segno di pace. «Stia tranquillo. Non siamo qui per farle del male.»

Qualcosa passò negli occhi di Samuel. Per un istante sembrò quasi stordito, come se una nebbia gli avesse offuscato la mente. «Che cosa volete?» chiese, la voce più controllata.

Annie si alzò dal divano. «Risposte.»

L’uomo si rabbuiò. «Vi dirò quello che volete. Basta che ci lasciate in pace.»

«Sua nipote sarebbe già morta se non fosse per noi.»

Samuel si voltò verso Nina, toccandole la testa.

«Sembra che tenga molto a lei. Ma non ha esitato a venderla all’Agenzia.»

«Non è così!» sbottò l’uomo con veemenza. «Non ho avuto scelta! Nina non riusciva a controllare il suo potere... ho dovuto. Loro l’hanno aiutata.»

«Trasformandola in un sicario» replicò Annie con calma.

Le spalle dell’uomo si afflosciarono.

«Ci offre qualcosa da bere?» chiese Annie con noncuranza. «È stata una lunga giornata.»

Samuel si avvicinò all’angolo bar – un mobile di mogano con decine di bottiglie allineate – e prese una bottiglia di whisky scozzese. Versò il liquido ambrato in quattro bicchieri di cristallo e li distribuì. Annie ne prese uno, facendo roteare il liquido prima di portarselo alle labbra.

«Ci parli di Gregory Ashworth.»

Samuel esitò. «Dovevo immaginarlo che avreste scoperto di lui» disse con un sospiro rassegnato.

«È il bello di internet» disse Arthur. «Restano sempre delle tracce.»

Samuel si passò una mano sul viso. «Non ho molto da dire su Gregory. Non lo conosco così bene.»

«Avete fondato l’Agenzia insieme.»

«Sì, ma lui è... schivo.» Samuel fece una pausa, cercando le parole. «Una persona a modo, ma schivo. Riservata. Non parla mai di sé, non condivide mai più del necessario.»

«A modo?» ripeté ironica Annie. «Ha ucciso i vostri colleghi.»

«Non è mai stato provato.»

«Ma lei sa che è così.»

Samuel non replicò. Il suo silenzio era più eloquente di qualsiasi ammissione.

«Ci dica quello che sa.»

L’uomo attraversò il salotto e prese posto su una poltrona, affondando nei cuscini come se il peso del mondo gli gravasse sulle spalle. Giocherellò col bicchiere, facendo tintinnare il ghiaccio.

«Nel '95 abbiamo fondato l’Agenzia» iniziò, gli occhi fissi su un punto lontano. «Come avete già avuto modo di scoprire. L’obiettivo era studiare i fenomeni paranormali, in modo da... comprenderli. Ed eventualmente combatterli, in caso di minaccia.»

«Come la tempesta.»

Samuel annuì. «Gregory è un genio. Un visionario. Aveva predetto che si sarebbe verificato un evento simile. Anni prima che accadesse, parlava già di tempeste elettromagnetiche anomale, di mutazioni genetiche, di persone con capacità straordinarie. Tutti lo prendevano per pazzo.»

«Non è un visionario» replicò Annie. «Semplicemente lo sapeva.»

Samuel era perplesso.

«Supponiamo che ci sia stata un’altra tempesta» continuò Annie, posando il bicchiere sul tavolino. «Anni prima che vi conosceste. Magari qualcosa di più localizzato, più piccolo. E che Gregory abbia acquisito un potere.»

Samuel continuò a giocherellare col bicchiere. Il ghiaccio tintinnava nel silenzio. «Spiegherebbe molte cose» mormorò infine.

«Tipo il fatto che non invecchia» intervenne Arthur. «È per questo che è sparito, vero? La gente avrebbe iniziato a fare domande.»

Samuel annuì. «All’inizio non ci ho fatto caso. Gregory è sempre stato... ben conservato. Ma dopo vent’anni insieme... io avevo i capelli grigi, le rughe, i dolori alla schiena. Lui… era sempre lo stesso.»

«E non ha mai chiesto spiegazioni?»

«Una volta.» Samuel bevve un lungo sorso di whisky. «Mi ha guardato e mi ha detto che alcune domande è meglio non porle. Non l’ho mai più chiesto.»

«Sa dove trovarlo?» chiese Annie.

«So che parteciperà a un gala domani sera» rispose Samuel. «Per l’anniversario della fondazione dell’Agenzia. Si terrà al Natural History Museum, nella Hintze Hall. Un evento esclusivo, solo su invito. Politici, imprenditori, vertici dell’intelligence. Il gotha della sicurezza nazionale. Ma se sperate di imbucarvi… beh, siete ricercati adesso. Le vostre facce sono su tutti i telegiornali. Non passerete mai i controlli.»

«Sì, lo sappiamo.» Annie si voltò verso Arthur. «Dobbiamo trovare il modo di andare a quel gala.»

«Posso crearci delle identità fittizie. Documenti falsi, credenziali d’accesso, tutto il necessario. Ma non basterà a superare i controlli.»

«Potremmo travestirci» propose Bailey. «Cambiarci i connotati. Parrucche, trucco, lenti a contatto colorate...»

Annie rifletté per un momento. «Sì, potrebbe funzionare» disse. «Se le identità sono abbastanza solide e il travestimento abbastanza buono, potremmo passare inosservati. Almeno fino a quando non saremo dentro.» Tornò a guardare Samuel. «Qual è il vostro obiettivo? Controllare i supereroi? Sabotare la vostra stessa Agenzia?»

L’uomo la fissò. I suoi occhi erano stanchi, vuoti. «Non so bene cosa spinga le azioni di Gregory» ammise. «All’inizio pensavo fosse la sete di conoscenza. Era uno scienziato, dopotutto. Voleva capire, studiare, catalogare. Ma col tempo...» Scosse la testa. «È un uomo imprevedibile. Non segue logiche che io riesca a comprendere. So che ti teme, questo sì. Come tutti, d’altronde. Il tuo potere è... terrificante. Quello che sei riuscita a fare durante la Rivolta, quello che hai fatto quando sei tornata nel nostro mondo... non c’è nessuno come te. Nessuno che possa fermarti.»

«Quindi avete provato a toglierci di mezzo.»

«Non è stata una mia decisione.»

Annie buttò giù il resto del drink. Il whisky le bruciò la gola.

«Può dirci altro?»

Samuel si appoggiò allo schienale della poltrona. «Sentite, non ho motivo di nascondervi niente. Avete protetto mia nipote, sono in debito con voi. Se potessi aiutarvi lo farei. Però… mi tengono d’occhio. Ogni mia mossa, ogni mia telefonata. L’unica cosa che posso consigliarvi è di lasciar perdere e darvi alla fuga finché siete in tempo.»

«Non è un granché come consiglio.»

«Voi non capite.» Samuel si sporse in avanti, la voce che si abbassava. «Gregory è... molto furbo. Probabilmente sa già che siete qui e che stiamo parlando. Lo permette perché vuole che vada così, capite? È il tipo di persona che conduce il gioco. Sempre. Ogni mossa che fate, lui l’ha già prevista. Ogni piano che elaborate, lui ne è già a conoscenza. È come giocare a scacchi contro qualcuno che vede dieci mosse avanti.»

«Allora staremo alle regole. Per adesso.»

«Stai scherzando col fuoco, ragazza.»

«È lui che sta scherzando col fuoco. Ha provato a uccidermi.»

«Quindi vuoi vendicarti?»

«No. Voglio assicurarmi che non sia più una minaccia. Per nessuno.»

«È una battaglia persa in partenza. È come tagliare una testa a un’idra. Se fai fuori lui, subentrerà qualcun altro. L’Agenzia è più grande di Gregory. Più grande di tutti noi.»

«Non se faccio esplodere direttamente l’idra.»

Per un momento, negli occhi di Samuel passò qualcosa – paura, forse. O ammirazione.

«È questo che vuoi che veda la gente? Una terrorista?»

«Non m’interessa cosa pensa la gente. Voglio solo essere lasciata in pace.»

«Allora vattene.» Samuel si alzò dalla poltrona. «Prendi i tuoi amici e mettetevi in salvo. Rifatevi una vita lontano da qui, ricominciate da capo. L’Europa è grande. Il mondo è grande. Potreste sparire, cambiare identità, vivere in pace.»

«Siamo eroi» commentò Bailey con leggerezza. «Se c’è un super cattivo da affrontare, non ci tiriamo indietro.»

«Se lo uccidete sarete voi gli unici cattivi. O così faranno credere.»

«A che ora è il gala?» chiese Annie.

Samuel sospirò. «Alle nove.»

«Dovremo procurarci dei vestiti adatti» osservò Annie. «Abiti da sera. Smoking. Qualcosa che non dia nell’occhio.»

«Hanno bloccato i nostri conti» le ricordò Bailey.

«Non è un problema» disse Arthur.

«Come, non è un problema?»

«Ho dei conti in Svizzera» spiegò Arthur, distrattamente. «Intestati a società fittizie. Li ho aperti anni fa, quando ho iniziato a guadagnare con le mie app. Non sono collegati all’Agenzia, non risultano da nessuna parte. Li ho sempre tenuti... come piano B.»

Bailey lo fissò a bocca aperta. «Hai dei conti segreti e non mi dici niente?»

Arthur non commentò, apparentemente troppo preso dal suo lavoro. Le iridi si muovevano frenetiche, leggendo dati che solo lui poteva vedere. «Sto trasferendo fondi su un conto corrente anonimo. Domani mattina avremo accesso a tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Vestiti, attrezzatura, qualsiasi cosa.»

«Quanti soldi hai su questi conti?» chiese Bailey, ancora scioccato.

«Abbastanza.»

«Abbastanza quanto?»

Arthur finalmente lo guardò. «B.B., non è il momento.»

«No, aspetta, voglio sapere…»

«Tre milioni di sterline, più o meno.»

Bailey rimase in silenzio per un lungo momento. «Tre milioni» ripeté infine. «E non mi hai mai detto niente.»

«Erano per le emergenze.»

«Questa è un’emergenza!»

«Infatti li stiamo usando.»

Nina si avvicinò ad Annie, tirandola per la manica, lo sguardo acceso. «Lasciatemi venire con voi! Posso aiutarvi! Posso controllare le guardie…»

«Assolutamente no!» intervenne brusco suo zio.

«Ma…»

«Ho detto no, Nina.»

«Posso essere utile!»

«Fareste meglio ad andarvene» li interruppe Annie. «Entrambi. Dubito che vi lasceranno in pace dopo quello che è successo.»

Samuel annuì. «Lo so. Ho già sentito dei miei contatti all’estero. Stanotte ci verranno a prendere. Ci porteranno in un posto sicuro.»

«Zio Sam, io voglio aiutare!» esclamò Nina, la voce che si alzava. «Sono stufa di nascondermi! Per una volta nella mia vita voglio fare qualcosa di…»

«Nina.»

Bailey le mise una mano sulla spalla. Lei si bloccò. I suoi occhi si appannarono leggermente, la tensione che defluiva dal suo corpo. Le spalle si rilassarono impercettibilmente.

«Fai come dice tuo zio. Noi ce la caveremo. Abbiamo affrontato cose peggiori. Quando tutto sarà sistemato, verrai al nostro matrimonio. Un bel posto in prima fila. Che ne dici?»

Nina lo guardò con quegli occhi grandi, adoranti. Tutta la sua determinazione sembrava essersi sciolta come neve al sole. «Va bene» mormorò.

Poi si voltò e andò in camera sua, l’aria ancora trasognata.

Samuel la guardò allontanarsi. «Grazie» disse piano a Bailey. «Ha un debole per te.»

«Sì, l’avevo notato.»

«Le sue emozioni sono sempre state... intense. Difficili da gestire. Quando si fissa su qualcosa, o qualcuno, non riesce a lasciar andare.»

«Starà bene. Ha solo bisogno di qualcuno che la protegga.»

«Spero che abbiate ragione.» Samuel si avvicinò alla finestra, guardando fuori. «Spero che tutto questo finisca bene. Per tutti.»

«Andiamo.»

Si avviarono verso la finestra. L’aria fredda della notte entrava nell’appartamento, portando con sé l’odore di pioggia imminente.

«Siete ancora in tempo per ripensarci» disse Samuel alle loro spalle.

Annie si voltò a guardarlo un’ultima volta. «Grazie per le informazioni. E per il whisky.»

Poi afferrò Bailey per la vita e spiccò il volo nella notte insieme ad Arthur. Sotto di loro, Londra brillava come un mosaico di stelle capovolte.

Avevano meno di ventiquattro ore per prepararsi.

14 Capitolo 14

Annie si risvegliò coi raggi del mattino che le accarezzavano il viso.

Per un momento rimase immobile, fissando il soffitto macchiato di umidità. Le ci volle qualche secondo per ricordare dove si trovava. L’hotel. La bettola in periferia che Arthur aveva trovato la sera prima.

Si tirò su, sgranchendosi gli arti indolenziti. Il materasso era una tortura. Le molle le si erano conficcate nella schiena tutta la notte, e aveva un dolore tra le scapole che le pulsava a ogni respiro. L’intera stanza puzzava di muffa e di qualcos’altro — un odore dolciastro, chimico, come deodorante per ambienti scaduto da un decennio.

Alle sue spalle, Bailey e Arthur erano ancora addormentati. Avvinghiati l’uno all’altro, le gambe intrecciate, le braccia che si stringevano. Bailey con la faccia premuta nell’incavo del collo di Arthur, un filo di bava che gli colava sul mento. Arthur con la bocca semiaperta, un braccio che pendeva fuori dal letto.

Scivolò fuori dal letto, cercando di non svegliarli. Si avvicinò alla finestra, scostando le tende ingiallite. Le strade iniziavano ad animarsi. Gente che andava al lavoro, macchine che sfrecciavano, un autobus che si fermava alla fermata all’angolo. La vita normale che continuava, indifferente al fatto che tre ricercati per terrorismo dormissero a pochi metri di distanza.

L’hotel era decisamente lontano dai loro standard. Niente attico con vista su Canary Wharf. Niente lenzuola di seta egiziana. Solo una stanza squallida con carta da parati scrostata, un bagno con la doccia che perdeva, e una TV che probabilmente non funzionava dagli anni Novanta. Il telecomando era incatenato al comodino. Come se qualcuno potesse volerlo rubare.

Almeno Arthur era stato lungimirante. Nessuna telecamera all’ingresso. Nessun registro digitale. Pagamento in contanti, niente domande. Il tipo di posto dove la gente veniva per sparire. O per morire. O per entrambe le cose.

Andò in bagno. La porta cigolò sui cardini arrugginiti e la serratura non si chiudeva del tutto. Il lavandino aveva una patina giallastra attorno allo scarico, e lo specchio era incrinato nell’angolo in basso, il che le regalava un riflesso frammentato — metà faccia intera, metà scomposta in schegge. Appropriato.

La doccia era un getto d’acqua tiepida che oscillava tra il freddo e il bollente senza preavviso. Il primo minuto andò bene — acqua calda, quasi accettabile. Poi un colpo nelle tubature, un rantolo metallico, e il getto diventò ghiaccio. Annie strinse i denti, contando fino a dieci. L’acqua tornò calda. Poi di nuovo fredda. Come una roulette russa termica.

Si lavò in fretta, cercando di non pensare troppo a quello che li aspettava quella sera. Cercando di non pensare ad Ashworth. A quello che poteva volergli fare. A quello che poteva fare a loro.

Uscì dalla doccia, si asciugò con un telo che aveva la consistenza della carta vetrata, e rientrò nella stanza.

Bailey e Arthur non si erano mossi di un millimetro. Si avvicinò a Bailey e gli mollò uno schiaffo.

Lui sobbalzò, le palpebre che si spalancavano di colpo. «AHI!» Si portò una mano alla guancia, con aria offesa. «Che modi! Perché l’hai fatto?»

Arthur socchiuse gli occhi, mugolando. «Che succede?» bofonchiò, la voce impastata dal sonno. Aveva un segno rosso sulla guancia dove il cuscino gli si era stampato nella pelle.

«Annie mi ha dato uno schiaffo!»

«Uhm...» Arthur si stiracchiò, sbadigliando. «Ha fatto bene.»

«Come sarebbe "ha fatto bene"? Ero lì che dormivo tranquillo e…»

«Muovete il culo» disse Annie. «Dobbiamo fare shopping.»

Bailey si lasciò ricadere sul cuscino con un gemito teatrale. «Prima non possiamo fare colazione? Sto morendo di fame.»

«Sei davvero insopportabile… va bene. Prenderemo qualcosa strada facendo.»

Bailey grugnì qualcosa di incomprensibile nel cuscino. Arthur gli posò un bacio tra le scapole e si tirò su, stropicciandosi gli occhi. «Dammi cinque minuti» disse, trascinandosi verso il bagno.

Lo sentirono imprecare quando l’acqua passò dal caldo al freddo.

Il supermercato era a pochi isolati dall’hotel.

Un discount squallido con le luci al neon che ronzavano e gli scaffali mezzi vuoti. Confezioni ammaccate, prezzi scritti a mano su cartoncini gialli, un pavimento di linoleum che si scollava agli angoli. Il tipo di posto dove la gente pagava in contanti e nessuno guardava troppo attentamente i clienti. O forse non gli importava abbastanza da farlo.

Arthur camminava monitorando le telecamere. Ogni volta che passavano davanti a un obiettivo, l’immagine si disturbava — interferenze, pixel, neve elettronica. I loro volti restavano sfocati, irriconoscibili. Annie lo guardò fare, notando quel bagliore azzurrino che gli attraversava le iridi ogni volta che entrava in contatto con un dispositivo elettronico. Era rapido, quasi impercettibile, ma lei aveva imparato a riconoscerlo.

Presero brioche confezionate — quelle nella plastica trasparente, col ripieno che sembrava colla arancione — succo d’arancia da un cartone ammaccato, e caffè da una macchinetta automatica che parve sul punto di esplodere prima di sputare fuori un liquido tiepido e marrognolo.

Mangiarono seduti su una panchina fuori dal supermercato, con il traffico della mattina che scorreva davanti a loro. La vernice della panchina si scrostava sotto le dita. Qualcuno ci aveva inciso un cuore con le iniziali — J+M — che era già mezzo cancellato.

Il caffè faceva schifo. Annie lo bevve comunque, grata del calore che le si diffondeva nel petto. C’era qualcosa di confortante nella caffeina, anche quando il veicolo era imbevibile. Il sapore amaro le bruciò la lingua e le schiarì la testa quel tanto che bastava.

«Buono questo» disse Bailey con la bocca piena, indicando la sua brioche, mentre un pezzo di ripieno arancione gli colava sul mento.

«Ha il sapore del cartone» commentò Annie.

«Sì, ma è cartone buono.»

Arthur sorseggiava il suo caffè con un’espressione che oscillava tra la rassegnazione e il disgusto. Non commentò. Si era abituato. O forse aveva smesso di lottare. «Mi manca la nostra cucina» mormorò dopo un po’, fissando il bicchiere di polistirolo. «Il Gaggia, il macinacaffè, il latte schiumato...»

«Arti, non è il momento.»

«Lo so. Ma il caffè è una questione di principio.»

Finirono in fretta e si diressero verso il centro, imbucandosi nel primo negozio di alta moda che incontrarono. Un posto con le vetrine scintillanti e i commessi in completo che ti squadravano dalla testa ai piedi. Evitarono accuratamente quelli più vicini all’ingresso, troppo impegnati a sistemare capi su appendiabiti dorati per notarli.

«Prendiamo ciò che ci serve e usciamo di qui» disse Arthur, nervoso. Gli occhi che scattavano tra gli angoli della sala, le telecamere di sorveglianza, le uscite. «Prima che qualcuno ci riconosca.»

I completi non furono un problema. Arthur e Bailey optarono per smoking scuri — classici, eleganti, anonimi. Il tipo di cosa che indossavano decine di uomini a ogni gala. Arthur si cambiò in camerino in tre minuti netti, valutandosi allo specchio con quella sua efficienza chirurgica. Sistemò le maniche, controllò la caduta sulle spalle, annuì a sé stesso.

Quello di Bailey, in particolare, gli donava molto. Nero, con risvolti in raso, taglio aderente che seguiva le linee del corpo. Si girò davanti allo specchio con la solennità di un imperatore romano, sistemandosi le maniche. «Che ne dite?»

Arthur lo percorse con lo sguardo dall’alto in basso, soffermandosi su ogni dettaglio. «Sei bellissimo» disse, avvicinandosi per dargli un bacio. «Sembri proprio un modello.»

Bailey lo strinse a sé. Le mani gli scivolarono sulla schiena, attirandolo più vicino. «Anche tu non sei male» mormorò, dandogli un altro bacio. «Anzi, sei…»

«Finitela» disse irritata Annie. «E aiutatemi a scegliere qualcosa.»

La ricerca richiese più tempo del previsto. Se fosse dipeso da Annie, avrebbe preso la prima cosa che aveva davanti — un vestito nero qualsiasi, senza fronzoli, senza complicazioni. Ma Arthur e Bailey erano più selettivi. Molto più selettivi.

«No, quello è troppo corto.»

«Quello è troppo lungo.»

«Quello sembra una tenda.»

«Quello è del colore sbagliato.»

«Quello…»

«Cristo, sono tutti uguali!» sbottò Annie dopo il decimo vestito scartato.

«Non sono tutti uguali» disse Arthur, sfogliando gli appendiabiti. «Ognuno ha un taglio diverso, un tessuto diverso, una…»

«Me ne frego. Basta che vi sbrigate. Non ho intenzione di restare qui dentro tutto il giorno.»

Bailey tirò fuori un abito dall’appendiabito con un gesto teatrale. «Che ne dite di questo?»

Era un abito nero. Lungo fino alle caviglie, con uno spacco laterale che arrivava a metà coscia. Corpetto aderente, spalline sottili, schiena scoperta. Elegante, sensuale, decisamente non il tipo di cosa che Annie avrebbe mai indossato volontariamente. Il tipo di cosa che indossavano le donne nei film per sedurre qualcuno o per ammazzare qualcuno. O entrambe le cose.

«Sì, è carino...» Arthur lo studiò con occhio critico, palpandone il tessuto tra pollice e indice. «Vediamo come le sta.»

Annie prese il vestito e si diresse verso il camerino. Entrarci si rivelò un’impresa. Il tessuto era aderente — troppo aderente. Come indossare una pelle di serpente. Dovette contorcersi, tirare, strattonare, imprecare sottovoce per riuscire a infilarselo. La zip sul retro richiese tre tentativi e una serie di acrobazie che avrebbero fatto invidia a un contorsionista. A un certo punto rimase incastrata con un braccio dietro la schiena e l’altro imprigionato nella stoffa, immobilizzata a metà, e per un istante terrificante pensò di dover chiedere aiuto.

Quando finalmente riuscì a chiuderlo, incrociò il proprio riflesso.

Il vestito le aderiva addosso come se fosse stato cucito su di lei. Risaltava le sue curve — curve che di solito nascondeva sotto magliette larghe e giacche di pelle. La faceva sembrare più adulta. Più donna. Più tutto quello che non si sentiva di essere.

Ci passò le mani sopra, nervosa. Il tessuto liscio, freddo sotto i palmi. Lo spacco le lasciava scoperta la gamba sinistra quasi fino all’anca. Si sentiva nuda. Esposta. Come un granchio senza guscio.

Si costrinse a uscire dal camerino.

Appena la vide, Bailey si paralizzò. Il sorriso che aveva in faccia si congelò, trasformandosi in qualcosa di diverso — qualcosa a metà tra lo stupore e una specie di ammirazione idiota. Fischiò piano, un suono basso e apprezzativo.

Anche Arthur sembrava colto alla sprovvista, le labbra che si schiudevano. «È...» balbettò.

«Cazzo, è perfetto» disse Bailey. «Sapevo di aver scelto bene.»

Le girò intorno lentamente, soffermandosi sul suo sedere più a lungo del necessario. La mascella le si serrò.

«Eh sì...» mormorò Bailey. «Ho scelto proprio bene.»

«È scomodo» disse Annie, tirandosi una spallina che continuava a scivolarle.

«È un abito elegante, Annie. Sono fatti per essere scomodi. Hai finito?»

Arthur lanciò a Bailey un’occhiataccia.

«Di fare cosa?»

«Di fissarle il sedere.»

«Controllo solo come le scende. Aspetta.»

Tirò fuori il cellulare e le scattò una foto. Il flash la accecò per un istante.

«Ecco. Questa va dritta sui social.»

«Dovrai aspettare a postarla» disse Arthur, imbronciato. «Siamo ancora ricercati.»

«La posterò quando tutto sarà finito. I miei follower impazziranno.»

«Dai, levati questo coso.» Arthur fece un gesto verso il camerino. «Dobbiamo ancora cercarti le scarpe. Un paio di décolleté nere con tacco a spillo andrebbero bene. Otto, dieci centimetri. Punta affusolata. Qualcosa di semplice ma elegante.»

«Io i tacchi non li metto.»

«Non puoi presentarti con le scarpe da ginnastica.»

«Non mi interessa. I tacchi non li metto.»

«Sì invece» sentenziò spazientito Arthur. «Dobbiamo passare inosservati, ricordi? Un abito da sera con le Converse non è esattamente discreto. Avanti.»

Si allontanò verso il reparto scarpe senza aspettare risposta.

Bailey sogghignò. «Non vedo l’ora di vedere come te la cavi.»

Annie lo fulminò con lo sguardo, poi seguì Arthur a malincuore. Il reparto scarpe era un incubo di scatole impilate e specchi ovunque — specchi al muro, specchi inclinati a terra, specchi che ti moltiplicavano da ogni angolazione possibile. Arthur trovò quello che cercava in pochi minuti — un paio di décolleté nere con tacco vertiginoso che sembravano strumenti di tortura medievale.

«Prova queste.»

Annie le guardò con disgusto. «Scordatelo.»

«Sono solo scarpe.»

«Sono trappole mortali.»

«Sono tacchi da dieci centimetri. Milioni di donne li indossano ogni giorno.»

«Milioni di donne sono masochiste.»

«Mettile. O ti costringo io.»

Annie si sedette su una delle panchette imbottite e, con riluttanza, infilò i piedi. La pelle rigida le compresse le dita come una morsa. Si alzò.

E quasi cadde.

Si aggrappò a uno scaffale per non finire a terra, le caviglie che oscillavano pericolosamente. Come stare in equilibrio su due chiodi.

«Cammina» disse Arthur.

Un passo. Un altro. Il terzo quasi la mandò lunga distesa. Il pavimento di marmo lucido non aiutava — i tacchi ci scivolavano sopra come pattini sul ghiaccio.

Bailey scoppiò a ridere. «Oddio... aspetta, devo riprenderti...»

Tirò fuori di nuovo il cellulare, puntandolo verso di lei.

«Vuoi un pugno?» ringhiò Annie, barcollando.

«Prima devi raggiungermi.»

Fece un altro tentativo. I fianchi oscillavano in modo innaturale, le braccia che si agitavano per mantenere l’equilibrio. Sembrava una giraffa appena nata. Una giraffa ubriaca.

Arthur si massaggiò le tempie. «Puoi viaggiare attraverso le dimensioni, ma non riesci a camminare sui tacchi» disse, esasperato.

«Sono... cose... diverse.» Annie si aggrappò a un appendiabiti, che oscillò pericolosamente. «Cazzo!»

«Torniamo all’hotel» disse Arthur, raccogliendo le scatole con i loro acquisti. «Farai pratica in stanza.»

«Pratica?»

«Sì, pratica. Hai sei ore per imparare a camminare come un essere umano.»

«Non posso scegliere qualcosa senza tacco?»

«No.»

Bailey continuava a riprendere, ridacchiando. «Questo finisce nell’album dei ricordi.»

Annie si tolse le scarpe con un sospiro di sollievo, massaggiandosi i piedi doloranti. Le dita erano già rosse, i mignoli pulsavano.

Stava già rimpiangendo di non aver scelto la fuga.

Inciampò per l’ennesima volta, aggrappandosi al comò. Il legno scricchiolò pericolosamente sotto la sua presa.

«Fai passi più piccoli» suggerì Arthur, seduto sulla sedia con le gambe accavallate, come un direttore d’orchestra particolarmente severo. «E ondeggia i fianchi.»

«Non ondeggio i fianchi.»

«Tutte le donne ondeggiano i fianchi quando camminano sui tacchi.»

Bailey era sdraiato sul letto, il cellulare in mano. Stava ancora riprendendo tutto con un ghigno divertito. «Questo è oro. Puro oro.»

«Se posti quel video ti ammazzo» ringhiò Annie.

«Non lo posto. Lo tengo per i momenti di tristezza.»

Annie fece un altro giro della stanza. Sei passi per arrivare alla finestra, sei per tornare al bagno. Un percorso che ormai conosceva a memoria — ogni macchia sul pavimento, ogni avvallamento della moquette, ogni punto in cui il legno cedeva leggermente sotto il peso. Stavolta riuscì a completarlo senza inciampare, anche se i movimenti erano ancora rigidi e innaturali. Come un robot programmato male.

«Meglio» ammise Arthur. «Ancora un po’ meccanica, ma meglio.»

«Quanto manca?»

Lui guardò l’orologio. «Quattro ore.»

Avanti e indietro, avanti e indietro. Le vesciche iniziavano a formarsi sui talloni — prima un calore, poi un bruciore, poi un dolore sordo e costante che le risaliva fino ai polpacci. Le dita dei piedi urlavano in protesta.

Dopo un’altra ora, Arthur la fermò. «Okay. Non sarai mai una modella, ma almeno non sembrerai ubriaca. Pausa.»

Annie si lasciò cadere sulla sedia più vicina, togliendosi le scarpe con una smorfia. Le calze avevano un alone scuro dove le vesciche si erano aperte. «Chi ha inventato questi affari merita di morire.»

«Tecnicamente sono stati inventati nel sedicesimo secolo per i cavalieri persiani. Per tenersi meglio in sella.»

«Non me ne frega un cazzo.»

Bailey rise, alzandosi dal letto. «Vado a prendere qualcosa da mangiare.»

«Basta che non sia quella roba del supermercato» disse Annie.

«C’è un ristorante che fa kebab qui vicino. Va bene?»

«Perfetto.»

Bailey uscì, lasciandoli da soli. La stanza sembrò improvvisamente più grande senza di lui — e più silenziosa.

Arthur si avvicinò alla finestra. Il sole del pomeriggio illuminava i tetti grigi di Londra, trasformando le antenne paraboliche in dischi d’argento. In lontananza, il profilo sfocato di un grattacielo che luccicava nella foschia. «Sei nervosa?» chiese senza voltarsi.

«No.»

«Bugiarda.»

Annie non rispose. Si massaggiò il piede sinistro, premendo il pollice nella pianta dove il dolore era più forte. Il silenzio tra loro era diverso da quello con Bailey — più denso, più carico. Con Bailey il silenzio era sempre temporaneo, una pausa tra una battuta e l’altra. Con Arthur poteva durare minuti interi, e contenere tutto quello che non avevano bisogno di dirsi.

«Sai che potrebbe andare storto tutto, vero?»

«Lo so.»

«E sei comunque disposta a farlo?»

«Hai un’alternativa migliore?»

Lui non rispose. Continuò a guardare fuori, le mani nelle tasche. Il suo riflesso nella finestra era traslucido, sovrapposto ai tetti di Londra — come se fosse già mezzo fantasma.

«Questo Ashworth, o Bishop, o come cazzo si chiama, non si fermerà» continuò Annie. «Ha provato a ucciderci. Ha usato una ragazzina come arma. Continuerà finché non avrà ottenuto quello che vuole.»

«E cosa vuole?»

«Non lo so. Ma stasera lo scopriremo.»

Arthur appoggiò la fronte al vetro. Rimase così per un momento — la pelle che si appannava contro la superficie fredda — prima di raddrizzarsi.

«Sai, a volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non avessi incontrato te e B.B.»

«Probabilmente più tranquilla.»

Arthur si girò, accennando un sorriso. «E più noiosa.»

Calò di nuovo il silenzio. Questo era diverso — più leggero, quasi confortante.

«Arti?»

«Mh?»

«Se le cose vanno male stasera... porta via B.B. Non aspettarmi.»

Arthur la guardò a lungo. Non disse niente.

Mezz’ora dopo Bailey rientrò con tre involti di carta oleata che emanavano un profumo paradisiaco. L’odore di carne speziata e cipolle caramellate invase la stanza, cancellando di colpo la muffa e il deodorante chimico. «Kebab per tutti» annunciò, sollevando il sacchetto come un trofeo.

Mangiarono seduti sul letto, in silenzio. Il kebab era unto e delizioso — esattamente quello di cui avevano bisogno. Il tipo di cibo che ti sporca le dita e ti cola sul mento e non te ne frega niente. Bailey mangiava con la foga di un lupo, salsa piccante che gli gocciolava sul polso. Arthur con più cautela, un tovagliolo di carta aperto sulle ginocchia come una tovaglia. Annie da qualche parte nel mezzo — fame che vinceva sulla dignità.

A un certo punto Bailey ruppe il silenzio. «Se moriamo stasera» disse con la bocca piena, «almeno l’ultimo pasto era decente.»

«Non moriremo stasera» disse Arthur.

«No, ma se succedesse...»

«B.B.»

«Sto solo dicendo che non è male. Cioè, il migliore resta quello di Dalston, ma questo è un solido secondo posto.»

Quando finirono, erano le sei. Tre ore al gala. Le ombre si allungavano nella stanza, il sole che calava dietro i palazzi.

«Dobbiamo prepararci» disse Arthur, alzandosi e raccogliendo gli involti vuoti. «Doccia, vestiti, trucco, parrucche...»

«Parrucche?» ripeté Annie.

«Le ho ordinate stamattina. Consegna express.» Arthur indicò una scatola sul comò che Annie non aveva notato — una scatola di cartone anonima, senza etichette. «Dobbiamo cambiare aspetto. Le nostre facce sono ovunque.»

Aprì la scatola, tirando fuori tre parrucche — una bionda platino, una rossa e una nera da uomo — un altro vestito da donna e una busta gonfia.

«Io prendo quella rossa» disse subito Annie. «Non si discute.»

«D’accordo» disse spazientito Arthur. «Questa bionda la prendo io.»

«Un attimo» intervenne sbalordito Bailey. Gli occhi che si allargavano. «Vuoi dire che…»

Arthur afferrò la parrucca bionda. «Già. Il tuo sogno sta per diventare realtà.»

Gli occhi di Bailey s’illuminarono come quelli di un bambino la mattina di Natale. «È il giorno più bello della mia vita.»

«Ti travestirai da donna?» domandò Annie, inarcando un sopracciglio.

«Non ho scelta. Le nostre facce sono su tutti i telegiornali. Tu e B.B. potete cavarvela con parrucche e trucco, ma io ho dei lineamenti troppo riconoscibili. L’unico modo per passare inosservato è cambiare completamente aspetto.»

«Quindi non lo stai facendo per soddisfare un suo fetish?»

«Ci sono cose più importanti a cui pensare, adesso!»

«Come no.»

«Ti amo così tanto» disse Bailey con un sorriso enorme, prendendogli il viso tra le mani. «Grazie, coniglietto.»

«Non è questo il motivo!»

Le due ore successive furono un turbine di preparativi. Arthur monopolizzò il bagno per primo. Ci restò quasi un’ora, durante la quale Annie e Bailey sentirono una serie di rumori sospetti — imprecazioni soffocate, il rumore di qualcosa che cadeva e rimbalzava sul pavimento, poi altre imprecazioni meno soffocate, un «cazzo!» distinto, seguito da un silenzio prolungato, seguito da un «no, no, no, no...» seguito da un altro silenzio.

Bailey, seduto sul letto, seguiva la colonna sonora con la testa inclinata e un sorriso beato.

Quando finalmente la porta si aprì, quasi si strozzò con la sua stessa saliva.

La parrucca bionda incorniciava il viso di Arthur in onde morbide che scendevano oltre le spalle. Si era truccato con una maestria sorprendente: fondotinta che ammorbidiva i lineamenti, contouring che affinava il mento, ombretto color bronzo che faceva risaltare gli occhi — ora marroni grazie alle lenti a contatto. Le labbra dipinte di un rosso scuro, elegante. Aveva persino le unghie finte — bordeaux, a mandorla, coordinate col vestito.

Indossava un abito lungo color bordeaux, con una scollatura a V non troppo pronunciata e maniche lunghe in pizzo trasparente. Il taglio studiato per nascondere le spalle e creare l’illusione di curve che non c’erano — grazie anche a quello che sembrava un reggiseno imbottito sotto il tessuto.

«Sembri una pornostar» commentò Annie, beccandosi un’occhiataccia.

«Le pornostar sono sempre benvenute ai gala» disse Bailey con un ghigno. Si avvicinò ad Arthur, girandogli intorno lentamente, esaminandolo come si esamina un’opera d’arte. «Sei perfetto.»

«Grazie.» Arthur si guardò le mani, girandole. «Ho dovuto guardarmi una decina di tutorial su YouTube.»

«Come hai fatto a…»

Bailey agitò una mano all’altezza del petto.

«Reggiseno con imbottitura in silicone. Amazon. Dodici sterline.»

«È un affare.» Bailey le strizzò, soppesandole, la faccia assorta. «Cazzo, senti qui… è proprio come toccare quelle vere.»

«Hai finito?» chiese stizzito Arthur. «Se fossi una donna ti avrei già denunciato.»

«Oh, aspetta di vedere cosa ci farò dopo…»

Arthur gli schiaffeggiò le mani, risistemandosele con cura. «Forse. Se ti comporterai bene.» Si voltò verso Annie. «Ora tocca a te. Vieni, ti trucco io.»

Un’altra tortura. Ogni passaggio era un’agonia.

«Stai ferma» disse Arthur, mentre le applicava l’eyeliner.

«Mi stai cavando un occhio.»

«Non ti sto cavando niente. Stai. Ferma.»

«Ci stai mettendo una vita.»

«Perché tu non smetti di fare smorfie.»

Il fondotinta era freddo, pastoso. L’ombretto le pizzicava le palpebre. Il mascara le fece lacrimare l’occhio sinistro, costringendo Arthur a ricominciare da capo, imprecando. Le labbra le si appiccicavano ogni volta che provava a parlare, intrappolate nel rossetto.

Quando finì, Annie si guardò allo specchio. La parrucca rossa le incorniciava il viso in onde morbide. Il trucco le aveva trasformato i lineamenti — zigomi più pronunciati, occhi più grandi, labbra più carnose. Non si riconosceva. Quella che la guardava dallo specchio era un’altra — una donna sicura di sé, pericolosa, il tipo che entra in una stanza e tutti si voltano. Con l’abito nero aderente e i tacchi assassini, sembrava uscita da un film di James Bond.

Bailey era già pronto — smoking scuro, parrucca nera, un paio di occhiali con montatura spessa che gli cambiavano completamente l’aspetto. «Cazzo.» Gli si spalancarono gli occhi. «Sei... sexy.»

«Smettila di fissarmi in quel modo. È disgustoso.»

«Andiamo. Il taxi ci aspetta» disse Arthur, controllando il proprio riflesso un’ultima volta. Sistemò una ciocca bionda, si aggiustò la scollatura, e annuì a sé stesso con la soddisfazione di chi ha completato un progetto particolarmente impegnativo.

Il Natural History Museum era un trionfo di architettura vittoriana.

L’edificio si ergeva maestoso contro il cielo notturno, le torri gemelle illuminate da riflettori che proiettavano ombre drammatiche sulla facciata di terracotta. Archi romanici, colonne scolpite, gargoyle che fissavano la strada con occhi ciechi. Una fila di limousine nere si snodava lungo Cromwell Road, scaricando ospiti in abiti da sera davanti all’ingresso principale. Autisti che aprivano portiere, fotografi che scattavano, guardie del corpo che fissavano la folla.

Il loro taxi — un Uber anonimo, non certo una limousine — si fermò a un isolato di distanza.

«Meglio arrivare a piedi» disse Arthur, la voce un’ottava più alta del solito. Aveva passato l’ultima mezz’ora a calibrarla, modulandola su un registro femminile che risultava sorprendentemente naturale. «Attireremo meno attenzione.»

Scesero. L’aria della sera era fredda, pungente. Annie rabbrividì nel suo vestito — decisamente non progettato per il clima inglese. Lo spacco le lasciava la gamba esposta al vento, e la pelle d’oca le risalì dalla caviglia fino alla coscia.

Si avviarono verso l’ingresso, mescolandosi alla folla di invitati. Politici, imprenditori, celebrità minori. Uomini in smoking, donne in abiti scintillanti. Gioielli che luccicavano sotto le luci. Profumi costosi che si mescolavano nell’aria fredda — lavanda, sandalo, qualcosa di floreale che le pizzicò le narici.

«Ricordate» sussurrò Arthur mentre si avvicinavano. «Io sono Audrey Hartwell, ereditiera di Edimburgo. Tu sei mia cugina Victoria. E tu sei Alexander Hartwell, mio marito.»

Bailey sorrise, quel suo sorriso largo e luminoso che gli illuminava la faccia. «Mi piace come suona.»

«Concentrati.»

«Sono concentratissimo, tesoro.»

Raggiunsero l’ingresso. Due guardie in completo scuro controllavano gli inviti, affiancate da un metal detector e quello che sembrava uno scanner biometrico. Un apparecchio largo quanto una porta, con luci verdi che pulsavano lungo il bordo.

«Ho disattivato lo scanner» bisbigliò Arthur. «Mostrerà solo dati casuali. Ci riconoscerà come ospiti legittimi.»

Annie inspirò. Devo solo camminare. Mettere un piede davanti all’altro. Non cadere. Non cadere. Non cadere.

«Un momento, per favore» disse la guardia, un tizio grosso con l’auricolare e il collo che traboccava dal colletto.

Li passò sotto lo scanner. Un’occhiata allo schermo. Un’altra. Il cuore di Annie batteva così forte che era convinta lo sentissero tutti.

«Signor e signora Hartwell.» Lo sguardo della guardia si soffermò su Arthur per un momento — apprezzamento, non sospetto. «E signorina Hartwell. Benvenuti.»

Li fece passare. Nessun allarme. Lo scanner biometrico lampeggiò di verde.

«Godetevi la serata» disse la guardia, già rivolgendosi agli ospiti successivi.

Entrarono. Annie rilasciò il respiro che non sapeva di aver trattenuto. L’ingresso principale si aprì davanti a loro — l’atrio immenso del museo, con il soffitto a volta dipinto, le colonne che si perdevano nell’ombra, lo scheletro di balenottera azzurra sospeso sopra lo spazio centrale come il guardiano di un tempio antico. Candele ovunque — centinaia, forse migliaia — che punteggiavano i tavoli, le scale, le balaustre, proiettando ombre danzanti sulle pareti.

«Ti stava guardando il culo» mormorò Bailey ad Arthur.

«Lo so.»

«Che sfacciato.»

«Sei geloso?» sghignazzò Arthur, voltandosi verso di lui.

«Beh, lo capisco. Hai ereditato il culo di tua madre.»

Arthur smise di sorridere. «Smettila di paragonare il mio fondoschiena a quello di mia madre!»

«È vero.»

Bailey gli mollò una pacca sul sedere che lo fece sussultare.

«Finitela» disse irritata Annie. «Vedi qualcosa?» chiese ad Arthur.

Lui si era già messo all’opera, il baluginio blu che traspariva attraverso le lenti a contatto. Il suo sguardo scivolava sugli invitati, processando dati invisibili — riconoscimento facciale, scansione biometrica, analisi dei dispositivi elettronici nella sala.

Bailey prese un bicchiere di champagne da un cameriere che passava con un vassoio d’argento. Ne sorseggiò un po’, facendo roteare il liquido nella bocca. «Non è male» commentò. «Dom Pérignon, se non sbaglio.»

«Credo di averlo trovato» disse Arthur a bassa voce. «Sì. È lui. I dati biometrici corrispondono.»

«Muoviamoci» disse Annie, seguendolo.

I tacchi le facevano male — un dolore sordo e costante ai talloni, una fitta acuta alle dita ogni volta che appoggiava il piede — ma riusciva a camminare senza sembrare troppo impacciata. La pratica pomeridiana era servita a qualcosa. Mentre si muovevano tra i gruppi di invitati, colsero frammenti di conversazione — le voci che rimbalzavano sulle volte del museo come echi in una cattedrale.

«... il mercato asiatico è in crescita, dovresti considerare...»

«... e poi le ho detto, cara, con quei soldi potresti comprarti un’isola...»

«... terribile quello che è successo con quei supereroi. Terroristi! Chi l’avrebbe mai detto...»

All’improvviso Arthur si fermò. «È lui» disse, facendo un cenno col capo.

Ashworth era in piedi vicino a una delle grandi finestre ad arco, un bicchiere in mano. Un uomo sulla sessantina — capelli bianchi pettinati con cura, barba curata, occhi di un azzurro penetrante che catturavano la luce delle candele. Smoking impeccabile con un fiore all’occhiello — una gardenia, bianca, perfetta. L’aria distinta di un professore universitario, o forse di un diplomatico. Il tipo di persona che non alza mai la voce perché non ne ha bisogno.

Si avvicinarono a uno dei tavoli vicini, fingendo di esaminare la composizione floreale al centro — rose rosse e gigli bianchi, un accostamento funebre che Annie trovò appropriato. Lo osservò con la coda dell’occhio. L’uomo parlava con un gruppo — due uomini in smoking e una donna con un abito rosso. Sorrideva, annuiva, gesticolava con eleganza. Perfettamente a suo agio. Come un ragno al centro della sua tela.

Poi, come se avesse sentito il suo sguardo, si voltò.

I loro occhi si incontrarono. L’uomo le rivolse un sorriso sottile, quasi impercettibile. Lo sguardo azzurro che la trapassava, preciso come un bisturi. Poi tornò al suo gruppo, come se niente fosse accaduto.

«Che facciamo?» chiese Bailey.

Ashworth stava ancora conversando, apparentemente ignaro della loro presenza. Ma lei sapeva che non era così. L’aveva vista. L’aveva riconosciuta, nonostante la parrucca e il trucco. «Vediamo cosa fa.»

Non dovettero aspettare molto. Dopo qualche minuto, Ashworth si congedò dal gruppo con una stretta di mano e un sorriso, posò il bicchiere su un tavolo, e si avviò verso una porta laterale, scomparendo in un corridoio. Senza fretta. Senza guardarsi alle spalle. Come chi sa di essere seguito e non se ne preoccupa.

«Seguiamolo» disse Annie.

«Annie, aspetta…» iniziò Arthur.

Ma lei si era già mossa, attraversando la sala con passi rapidi, i tacchi che ticchettavano sul marmo. Raggiunse la porta e la oltrepassò.

Il corridoio era vuoto. Applique che proiettavano ombre morbide sulle pareti rivestite di legno scuro. In fondo, un’altra porta. Il silenzio dopo il brusio della festa era quasi assordante — solo il ronzio lontano dell’impianto d’aerazione e il battito del suo cuore nelle orecchie. La aprì.

Si ritrovò in una delle gallerie del museo, piena di teche che contenevano fossili e minerali. Le luci soffuse, quasi spente. Le teche che luccicavano debolmente nell’oscurità, come acquari in una stanza buia. Ametiste, quarzi rosa, blocchi di pirite che scintillavano.

Ashworth era in piedi al centro della sala, le mani incrociate dietro la schiena, la gardenia bianca che spiccava nel buio. «Signorina Hawthorne» disse, con voce calma e coltivata, senza voltarsi. «O dovrei dire signorina Hartwell? Il travestimento è notevole, devo ammetterlo. La parrucca le dona.»

Annie si fermò a qualche metro. «Signor Ashworth. O dovrei chiamarla Bishop?»

«Mi chiami come vuole.» L’uomo si voltò e allargò le braccia in un gesto teatrale. Il suo sorriso era perfetto — denti bianchi, labbra sottili, rughe d’espressione calibrate al millimetro. «È un piacere finalmente incontrarla di persona. Ho sentito parlare molto di lei. E dei suoi amici, ovviamente» aggiunse, vedendo Arthur e Bailey varcare la porta. «Signor Morgan. Devo dire che il suo travestimento è... audace. E sorprendentemente convincente. Complimenti.»

Arthur mantenne la compostezza, serrando la mascella sotto il fondotinta. «Evidentemente non lo è abbastanza, visto che ci ha riconosciuti» ribatté.

«Immagino che siate qui per ottenere qualche risposta.»

«Ha provato a ucciderci» disse Annie con freddezza.

«Un malinteso.» Ashworth congiunse le dita davanti al petto, in un gesto quasi ecclesiastico. «I miei... colleghi a volte agiscono con eccessivo zelo. Avrei preferito un approccio più diplomatico.»

«Ma davvero?» replicò Annie con sarcasmo. «Cosa vuole?»

«Quello che vogliono tutti. Proteggere ciò che mi sta a cuore.»

«E che cos’è esattamente che le sta a cuore?»

«L’ordine. La stabilità. Il progresso.» Ashworth fece qualche passo verso una delle teche, chinandosi sul fossile all’interno. La luce della teca gli illuminava il viso dal basso, accentuandone le ombre. «Sa quanti anni ha questo trilobite? Cinquecento milioni. Ha vissuto in un’epoca in cui la vita sulla Terra era appena agli inizi. Eppure eccolo qui, preservato per sempre.» Si voltò verso di loro. «La preservazione è importante, non trovate? Alcune cose devono essere protette. A qualsiasi costo.»

«Inclusi gli omicidi?»

«Incluso tutto ciò che è necessario.»

«Basta con le stronzate» disse Annie. «Cosa vuole da noi?»

Per la prima volta, qualcosa cambiò nell’espressione di Ashworth. La cordialità scivolò via come una maschera, rivelando qualcosa di più freddo. Calcolato.

«Voglio quello che avete voi. I vostri poteri. La vostra forza. La vostra... utilità.»

«Non siamo in vendita.»

«Oh, non voglio comprarvi. Voglio che collaboriate con me. Volontariamente.»

«E perché diavolo dovremmo farlo?» domandò Bailey.

«Perché no?» La sua espressione si fece seria. «C’è qualcosa in arrivo. La tempesta di sette anni fa era solo l’inizio. Un’avvisaglia. La prossima sarà molto, molto peggiore.»

«Di cosa sta parlando?» chiese Annie.

«Di ciò che ho visto. Io non ho solo smesso di invecchiare, signorina Hawthorne. Ho visto ciò che accadrà. E vi assicuro che quello che sta arrivando farà sembrare la Rivolta una festa di compleanno per bambini.»

«E lei vuole salvarci?» chiese Arthur. «Per pura bontà d’animo?»

«Lo trova così impensabile?» replicò Ashworth. «Ma per farlo, ho bisogno di voi. Siete i più potenti. I più capaci. Se riusciamo a lavorare insieme…»

«Ha usato una ragazzina come sicario» lo interruppe Annie. «Ha fatto uccidere decine di persone innocenti. Ha cercato di eliminarci. E adesso vuole che ci fidiamo di lei?»

Ashworth sostenne il suo sguardo senza battere ciglio. «Ho fatto quello che era necessario. Come farò sempre. La domanda è: siete disposti a fare lo stesso?»

«Non siamo come lei» disse con fermezza Annie.

«Lei dice?» disse lentamente Ashworth. «Da quello che ho potuto vedere, signorina Hawthorne, noi non siamo così diversi. Lei farebbe di tutto per proteggere chi ama. Io la capisco. Oh, beh…» Sospirò — un suono quasi dispiaciuto, come un padre deluso dai propri figli. «Un vero peccato. Avevo sperato in un esito diverso.»

Le porte della sala si spalancarono. Uomini in completo nero da ogni lato — una dozzina, forse di più — li circondarono. Passamontagna, giubbotti antiproiettile, fucili d’assalto spianati. Sollevarono le armi e aprirono il fuoco.

Annie alzò le mani e l’aria intorno a loro si solidificò, diventando una barriera invisibile. I proiettili rallentarono, fermandosi a mezz’aria come insetti intrappolati nell’ambra. La luce delle teche li attraversava, proiettando ombre minuscole sulle pareti.

«Arti!»

Costrutti digitali si materializzarono dal nulla: cavi luminosi che si avvolsero intorno alle guardie, stringendosi come boa costrittori, facendoli cadere a terra come sacchi.

«Perché continuano a mandarci contro dei tizi armati? È stupido» disse Bailey, agitando un braccio per scacciare un bossolo che gli era finito sulla giacca.

Annie si guardò intorno. Le guardie si contorcevano a terra, impigliate nei costrutti di Arthur. La galleria puzzava di cordite e ozono. «Dov’è Ashworth?»

«Là» disse Arthur, indicando una colonna nell’angolo più buio della sala.

Si avvicinarono. Un suono debole, soffocato, proveniva dall’altro lato della colonna.

«Cazzo, merda, porca puttana...»

Annie alzò un sopracciglio. Non esattamente il linguaggio che si sarebbe aspettata da un centenario professore di Cambridge.

Girarono intorno alla colonna.

Ashworth era rannicchiato a terra, le mani sulla testa, che tremava come una foglia. Quando li vide, sgranò gli occhi. «No, no, no!» Alzò le mani in segno di resa. «Non uccidetemi! Vi prego, non uccidetemi!»

Questa non era la reazione di un uomo che aveva orchestrato omicidi, manipolato governi, vissuto per oltre un secolo. Questa era la reazione di un codardo. Di un uomo qualunque terrorizzato di morire.

«Dammi una buona motivazione per non farlo» disse Annie.

«Perché non sono lui!» esclamò l’uomo, la voce che si rompeva in un falsetto isterico. «Non sono il vero Ashworth! Sono solo uno con il suo aspetto!»

«Cosa?» disse Bailey.

«È la verità! Ho un potere, come voi! Posso assumere la forma che voglio!» L’uomo parlava così in fretta che le parole si accavallavano, inciampando l’una sull’altra. «Lavoro per l’Agenzia! Mi hanno costretto! Hanno detto che avrebbero fatto del male alla mia famiglia se non avessi collaborato!»

«Aspetta… quindi non sei quello vero?»

«No! Cazzo, no! Mi chiamo Derek! Derek Mullins! Ho quarantadue anni e una moglie e due figli che mi aspettano a Croydon!»

«E dov’è il vero Ashworth?» ringhiò Annie, afferrandolo per il colletto e tirandolo su con una forza che lo sollevò quasi da terra.

«Non lo so!» Derek era sul punto di piangere. Il trucco gli colava sulle guance — non erano lacrime, era sudore, ma il risultato era lo stesso. «Mi hanno solo dato una sua foto e un copione! Per favore, sono solo un attore! Faccio spettacoli per bambini di solito! Feste di compleanno, battesimi... questa è la prima volta che mi chiedono di interpretare un super cattivo!»

Annie lo mollò. L’uomo ricadde a terra con un tonfo, le gambe che gli cedevano.

«Cazzo!» sbottò lei.

«Ci ha fregati» disse Arthur, cupo.

«Perciò quel discorso da cattivo di serie B era finto?» indagò Bailey, palesemente deluso. «Tipo, tutto quanto? Anche la roba del trilobite?»

«Sì! Cioè... credo.» Derek si passò una mano sul viso, spalmandosi il fondotinta. «Forse Ashworth vi vuole davvero dalla sua parte. Sarebbe un idiota a mettersi contro voi tre.» Guardò le guardie a terra, che si contorcevano inutilmente. «Cazzo, avevano detto che non avrei corso rischi!»

«E la parte del grande pericolo in agguato?» chiese Arthur. «Te la sei inventata?»

«No! Ve lo giuro, era tutto scritto sul foglio!» Derek frugò nella giacca con mani tremanti e tirò fuori alcuni fogli spiegazzati, piegati in quattro. «Anche quello che avete detto voi!»

«Di che parli?» chiese secca Annie.

«Voglio dire che è proprio come un copione! Sai, come quelli dei film! Ci sono le vostre battute e le mie! Guardate!»

Annie glieli strappò di mano e li studiò. Fogli stampati, carattere piccolo, margini stretti. C’era tutto. Come si sarebbero vestiti. Le loro domande — parola per parola. Le risposte di "Ashworth", comprese le pause drammatiche. Persino alcune delle loro reazioni. «Ha provato a ucciderci» — dice Annie con freddezza. Era scritto così. Esattamente così.

«Che cazzo…» disse. Un brivido le corse lungo la schiena, e non aveva niente a che fare con il freddo.

«Ma non c’è scritto che avreste preso a calci in culo tutti!» Derek lanciò un’altra occhiata terrorizzata alle guardie. «Se l’avessi saputo non avrei mai accettato! Mi avevano promesso che sarebbe stato facile! Seicento sterline per due ore di lavoro, mi avevano detto! Seicento fottute sterline!»

«Forse Ashworth può prevedere il futuro?» disse Arthur, mordendosi il labbro. «Sapeva esattamente cosa avremmo detto, come avremmo reagito...»

«Immortale e con la preveggenza?» Annie scosse la testa. «Troppi poteri per una sola persona.»

«Posso andare?» Derek era ancora seduto a terra, con aria speranzosa. Lo smoking impeccabile era ormai una rovina — strappato alla spalla, sporco di polvere, col fiore all’occhiello penzolante. «Davvero, non so nulla! Sono solo un mutaforma da quattro soldi! Prima della tempesta facevo il mimo a Covent Garden!»

«Sparisci» disse Annie.

Non se lo fece ripetere. Si alzò così in fretta che quasi inciampò nei propri piedi, poi corse verso l’uscita. A metà strada il suo aspetto iniziò a cambiare — i capelli bianchi diventarono castani, la barba sparì, i lineamenti si ammorbidirono fino a rivelare un uomo sulla quarantina, decisamente meno imponente, con una pancia da birra e l’aria terrorizzata di chi ha appena capito che i soldi non valgono la pelle.

Scomparve attraverso la porta.

«Che facciamo?» chiese Arthur, preoccupato. «Se può prevedere le nostre mosse...»

«Dobbiamo trovare il modo di arrivare a lui» disse Annie, pensierosa. Strinse i fogli del copione nella mano. La carta le si accartocciava tra le dita. «Al vero Ashworth.»

«Dubito che ce lo permetterà. Torniamo alla festa? Lo champagne non era male.»

«B.B., fai il serio.»

«Sono serio. Se volete sapere la mia, sono d’accordo con lo zio di Nina. Ho sentito che l’Europa è meravigliosa in questo periodo dell’anno.»

«Vuoi dartela a gambe?» chiese Annie.

«Se il vecchio è un indovino siamo fregati comunque. Tanto vale lasciar perdere.»

«Sei tu che hai detto che dovevamo fermare il super cattivo.»

«Sì, perché pensavo volesse conquistare il mondo o stronzate del genere. Ma dal discorso che ha fatto quel tizio, pare voglia proteggerlo. Da qualcosa che è ancora peggio di te, senza offesa. Non so voi, ma io voglio godermi la vecchiaia. Per una volta possiamo lasciare che se ne occupino gli altri?»

«Se Ashworth non ha mentito, dobbiamo capire quale sia questa fantomatica minaccia» disse Arthur. «Non possiamo fare finta di nulla e starcene a prendere il sole alle Bahamas mentre sorseggiamo latte di cocco.»

«Io opterei più per le Maldive. O le Fiji. Ho sempre voluto vedere le Fiji.»

«B.B.!» lo rimbeccò Arthur.

«Siamo ricercati, Arti. E non abbiamo idea di dove si trovi il vecchio.»

«Proverò a cercarlo...»

«Ci hai già provato e non hai scoperto un granché.»

Annie si massaggiò la fronte. Il copione era ancora nella sua mano. Le loro battute, scritte da qualcun altro. Come burattini. «Cazzo» mormorò.

«Prenota i biglietti» disse Bailey ad Arthur.

«Non possiamo arrenderci! Non andrò da nessuna parte finché non avrò scoperto cosa sta succedendo!» Arthur si bloccò all’improvviso, il bagliore azzurrino che gli attraversava le iridi. «Ah, fantastico... quell’idiota ha avvertito la sicurezza. Stanno venendo qui. Una ventina di uomini, armati fino ai denti.»

«Leviamoci di torno» disse Annie.

Si mossero rapidamente. Arthur trovò un’uscita di servizio — una porta nascosta dietro un pannello di legno che conduceva a un corridoio di manutenzione. Tubi esposti, neon intermittenti, pavimento di cemento grezzo. Lo attraversarono di corsa, Annie che si tolse i tacchi a metà strada e li tenne in mano, correndo a piedi nudi sul cemento gelido. Sbucarono in un vicolo sul retro del museo. L’aria della notte li colpì come uno schiaffo. Bidoni della spazzatura, cassette di legno accatastate, un gatto che fuggì nel buio. In lontananza, le sirene che si avvicinavano.

«Di qua» disse Arthur, guidandoli attraverso un labirinto di stradine secondarie.

Vicoli che si intersecavano come le vene di un organismo malato, muri di mattoni scuri, scale antincendio arrugginite. Venti minuti dopo erano su un autobus notturno, diretti verso la periferia. Un N74, mezzo vuoto. Un ubriaco che dormiva nel fondo, una donna con le cuffie che fissava il telefono, un ragazzo con lo zaino che guardava fuori dal finestrino con gli occhi persi.

Nessuno li guardò due volte.

Annie si appoggiò al finestrino. Il vetro era freddo contro la tempia. Le luci di Londra scorrevano fuori — semafori, insegne, vetrine illuminate. Bailey si era addormentato, la testa sulla spalla di Arthur, la parrucca nera che gli scivolava di lato. Arthur guardava dritto davanti a sé, il viso indecifrabile.

Appena tornarono nell’hotel, Annie andò dritta in bagno.

Chiuse la porta e affrontò il proprio riflesso nello specchio incrinato. La parrucca rossa era storta, il trucco sbavato — fondotinta a chiazze, mascara che le colava sotto gli occhi, rossetto fuori dai bordi. Sembrava un clown triste dopo una notte di eccessi.

Iniziò a levarsi tutto. Prima la parrucca — la strappò via con più forza del necessario – i gancetti che le tiravano i capelli – e la gettò nel lavandino. Poi il trucco — strofinò il viso con l’acqua fredda, sfregando con le dita fino a quando la pelle non le bruciò. Il fondotinta e l’ombretto colarono via in rivoli marroni e dorati, girando nello scarico come acquerello diluito.

Si appoggiò al bordo del lavandino con entrambe le mani, le braccia tese, la testa china. L’acqua gocciolava dal suo mento. Restò così — respirando. Solo respirando.

Non riusciva a credere di essere stata presa per il culo. Aveva pensato di essere lei quella furba. Di essere un passo avanti. E invece era caduta nella trappola come un’idiota, recitando un copione che qualcuno aveva scritto per lei. Ogni parola che aveva detto — ogni reazione, ogni gesto — previsto. Calcolato. Come un topo in un labirinto che crede di scegliere la strada, mentre qualcuno dall’alto lo guarda correre esattamente dove deve correre.

Dall’altra parte della porta, Arthur e Bailey che discutevano sottovoce. Frammenti che le arrivavano attraverso il legno sottile.

«... non possiamo semplicemente...»

«... ma se lui sa già tutto quello che...»

«... dobbiamo trovare un modo per...»

Guardò il suo riflesso, cupa. Il viso pulito adesso — il suo vero viso. Le occhiaie, la mascella serrata, gli occhi scuri che la fissavano con un’espressione che non le piaceva. Paura.

Il vecchio poteva davvero prevedere ciò che facevano? Se era così, erano come cani che si mordono la coda. Ogni piano che elaboravano, lui lo sapeva già. Ogni mossa, prevista. Come si combatte qualcuno che vede il futuro?

Uscì dal bagno. Bailey e Arthur si stavano baciando. Non un bacio casto, da buonanotte. Un bacio vero, profondo, il tipo di bacio che ti fa dimenticare che il mondo esiste. Bailey aveva le mani sotto il vestito bordeaux di Arthur, frugando, esplorando. Arthur con la schiena premuta contro il muro, gli occhi chiusi, un gemito soffocato che gli sfuggiva dalle labbra. La parrucca bionda pendeva da un lato come una bandiera arresa.

«Possibile che pensiate solo a quello?» sbottò Annie.

Bailey si staccò appena da Arthur, che continuava a baciargli la mascella, il collo, l’orecchio. Aveva gli occhi lucidi e la faccia di chi non ha nessuna intenzione di smettere.

«Ehi, Annie. Non è che mi andresti a prendere le sigarette? Sai, io e Arti dobbiamo... ehm... discutere dei prossimi passi.»

Annie fece una smorfia disgustata. «Vi do dieci minuti» disse acida.

«Facciamo mezz’oretta.»

Annie si sbatté la porta alle spalle. Il freddo l’aggredì subito, infilandosi sotto il vestito e mordendole la pelle. Incrociando le braccia, rimpianse di non aver preso una giacca. Ma non aveva intenzione di tornare dentro — non finché quei due non avessero finito di… discutere.

Scese le scale esterne dell’hotel, i gradini di cemento che le gelavano i piedi attraverso le scarpe. Il parcheggio era quasi vuoto — qualche macchina arrugginita, un furgone con le gomme sgonfie, bidoni della spazzatura traboccanti. L’insegna dell’hotel ronzava sopra di lei, una luce rossastra intermittente che le faceva pulsare l’ombra sul pavimento.

Si era quasi abituata alle scarpe ormai. Quasi non sentiva più dolore. Quasi. Le vesciche si erano aperte da un pezzo e avevano smesso di bruciare — quel punto in cui il dolore diventa così costante che il cervello smette di registrarlo.

Camminò senza meta tra le auto parcheggiate, le braccia strette intorno al corpo. Attraversò il parcheggio fino a un muretto basso che dava su un terreno incolto — erbacce, cocci di bottiglia, un carrello del supermercato rovesciato. Si sedette sul muretto, il cemento freddo sotto le cosce.

Il cielo si stendeva sopra di lei. Le stelle si vedevano appena — puntini pallidi in un mare scuro. Era abituata a panorami migliori.

Aveva visto pianeti con due soli che tramontavano all’orizzonte, tingendo il cielo di viola e arancione. Aveva camminato su lune dove gli anelli del pianeta madre occupavano metà della volta celeste, così vicini che sembrava di poterli afferrare. Aveva assistito a tempeste di plasma su giganti gassosi, aurore boreali che danzavano su mondi di ghiaccio, nebulose così vicine che i colori — rosso, blu, verde — si mescolavano nell’atmosfera.

Le stelle viste da qui sembravano quasi… banali. Come guardare una fotografia sbiadita dopo aver visto il quadro originale.

Eppure. C’era qualcosa in questo cielo che gli altri non avevano. Non era più bello — era suo. Era il cielo sotto il quale era cresciuta, sotto il quale aveva litigato con i suoi genitori, sotto il quale aveva incontrato Bailey e Arthur. Le stelle degli altri mondi erano spettacolari, ma fredde. Queste erano sbiadite, ma familiari. Come le braccia di qualcuno che conosci da una vita.

Quale poteva essere questa grande minaccia di cui aveva accennato Ashworth? Un’altra tempesta, magari più grande e pericolosa? O qualcosa di peggio? Una specie di apocalisse incombente?

Se Ashworth diceva la verità — se c’era davvero qualcosa in arrivo — allora forse aveva ragione lui. Forse avevano bisogno di unirsi. Di lavorare insieme. Ma come poteva fidarsi di un uomo che aveva fatto uccidere decine di innocenti? Che aveva usato una ragazzina come arma? Che mandava attori di Croydon a recitare copioni dove persino le tue reazioni erano già scritte?

E soprattutto — se poteva prevedere il futuro, perché ricorrere a questo teatro? Perché non presentarsi direttamente? Perché la messinscena?

Restò lì, seduta sul muretto, le gambe a penzoloni. L’aria fredda le intorpidiva le dita. Un aereo attraversò il cielo, luci lampeggianti che si muovevano tra le stelle. Da qualche parte nell’hotel, una TV accesa — voci indistinte, risate registrate.

Il tempo passò. Non aveva un orologio, ma era abbastanza sicura che la mezz’ora fosse passata. Forse anche di più. I muscoli delle gambe le dolevano per il freddo, le dita dei piedi non le sentiva più. Tornò verso l’hotel, salendo le scale con passi pesanti.

Aprì la porta con cautela, preparandosi al peggio.

Bailey e Arthur parevano aver finito. Erano sotto le coperte — il lenzuolo tirato fino al petto, i vestiti sparsi per terra in una costellazione caotica. Il vestito bordeaux, lo smoking, le scarpe, una calza. Bailey si stava fumando una sigaretta con espressione soddisfatta, la schiena appoggiata alla testiera del letto. Arthur, accanto a lui, aveva ancora la parrucca — ormai completamente sfatta, ciocche bionde che gli cadevano sugli occhi — e il trucco sbavato che gli dava l’aria di un panda ubriaco. Gli accarezzava il petto con movimenti pigri, lo sguardo adorante.

La stanza era piena di esserini fatti di pixel che svolazzavano qua e là, Pac-Man grassottelli, gialli e luminosi, che fluttuavano nell’aria emettendo deboli suoni elettronici. Uno passò accanto alla sua testa, e lei lo allontanò con una schicchera.

Si chiuse la porta alle spalle. «Ho pensato un po’ alla nostra situazione» disse.

«E?» chiese Bailey, soffiando fuori una nuvola di fumo che il Pac-Man più vicino attraversò, dissolvendosi e ricomponendosi.

«Arti ha ragione. Non possiamo far finta di nulla.»

«Tu» disse Bailey, puntandole la sigaretta contro. «Sei una cazzo di eroina.»

«Sta’ zitto.»

«Accettalo.»

«Ti ho detto di stare zitto.»

«Dobbiamo solo trovare Ashworth» disse Bailey, aspirando un’altra boccata. «Quello vero.»

«O forse sarà lui a venire da noi» commentò piano Annie.

Se poteva davvero vedere il futuro, allora sapeva già cosa stavano pianificando. Sapeva già che non si sarebbero arresi. E se li voleva dalla sua parte...

Arthur si stiracchiò voluttuosamente, le spalle che scricchiolavano. «Vado a levarmi questa roba» disse, tirandosi su e avvolgendosi nelle coperte come un bozzolo, lasciando Bailey completamente scoperto.

Annie si girò di scatto. «Vestiti» disse.

Sentì Bailey ridacchiare, poi il fruscio di vestiti raccolti e indossati in fretta. «Quindi ci tocca salvare il mondo, eh?»

Annie si sedette sulla sedia vicino alla finestra. La pelle fredda del sedile le pizzicò le cosce. «Bisogna solo capire da cosa.»

Bailey accese un’altra sigaretta. La fiamma dell’accendino gli illuminò il viso per un istante — gli zigomi, le sopracciglia aggrottate, gli occhi grigi che fissavano il soffitto. «Sai cosa mi chiedo?»

«Spara.»

«Se il vecchio sapeva anche questo.» Bailey fece un gesto vago intorno a loro — la stanza, le coperte sfatte, i Pac-Man che si dissolvevano uno a uno nell’aria. «Noi tre qui, in questa stanza di merda, a decidere di non arrenderci.»

Annie ci pensò. Lo scenario le si formò davanti con chiarezza brutale — un vecchio immortale seduto da qualche parte, forse in una villa, forse in un bunker, forse ovunque, che li osservava attraverso un futuro già scritto. Che li vedeva decidere esattamente quello che lui voleva che decidessero.

«Probabilmente sì.»

«E allora perché ce lo permette?»

«Forse» disse Annie lentamente, assaporando le parole prima di lasciarle uscire. «Vuole che vinciamo.»

Bailey inarcò le sopracciglia.

«Vuole che arriviamo a lui. Vuole che scopriamo la verità. Per qualche motivo, ha bisogno che ci arriviamo da soli.»

«E non poteva semplicemente dircelo?»

«Forse non può. O forse non funziona così.» Annie scosse la testa. «Non lo so.»

Il silenzio calò sulla stanza, mentre l’ultimo Pac-Man si dissolveva con un bleep malinconico.

Bailey spense la sigaretta nel fondo di un bicchiere di plastica. L’acqua sfrigolò. «Beh» disse. «Almeno il kebab era buono.»

Annie quasi rise. Quasi.

15 Capitolo 15

La mattina dopo i tre vennero svegliati dal telefono sul comodino.

Un trillo acuto, insistente, che perforò il silenzio della stanza come un trapano. Annie gemette, seppellendo la faccia nel cuscino. Il cuscino puzzava di ammorbidente scaduto e di qualcos’altro — sudore, forse, di qualcuno che non era lei. Arthur si girò dall’altra parte, tirandosi le coperte sulla testa con un grugnito soffocato.

Bailey, che era il più vicino, allungò una mano a tentoni e prese la cornetta. Le dita gli inciamparono nel filo arricciato prima di trovare la presa giusta. «Pronto?» borbottò, la voce impastata.

Annie sentì una voce parlare dall’altro lato della linea — femminile, professionale, il tono di chi recita la stessa frase centocinquanta volte al giorno — ma non riuscì a capire cosa dicesse.

Bailey si sollevò sul gomito, gli occhi ancora semichiusi. «Scusi, può ripetere?»

Ascoltò per qualche secondo. Le sopracciglia gli si aggrottarono, poi si sollevarono.

«Okay... no, certo, la macchina... sì, è il nostro Uber...»

Mise giù. Il ricevitore atterrò sul supporto con un click. Per un momento rimase immobile, fissando il telefono come se gli avesse appena detto qualcosa di personale. Poi si girò verso Annie e Arthur, che lo guardavano interrogativi.

«La tizia della reception dice che c’è una macchina che ci sta aspettando.»

Arthur scattò a sedere, le coperte che gli scivolarono fino alla vita. «Come hanno fatto a trovarci?» Il baluginio azzurrino gli attraversò le iridi per un istante — istinto, il suo potere che scandagliava i dispositivi nella stanza in cerca di violazioni. «Mi sono assicurato che nessuno potesse rintracciarci! Ho cancellato ogni traccia digitale, ogni registro, ogni...»

«È Ashworth» disse Annie con sicurezza.

Silenzio.

«Che facciamo? Ci andiamo?»

Annie si alzò dal letto. I piedi nudi sul pavimento gelido, le vesciche dei tacchi che le pulsavano ai talloni. «Sì.»

La macchina che li aspettava era una Rolls-Royce nera.

Non una qualsiasi. Un modello Phantom, lucido come uno specchio, che sembrava appena uscito dalla concessionaria. Le cromature brillavano sotto il sole del mattino — un sole pallido, inglese, che non scaldava un cazzo ma riusciva comunque a fare scintillare la carrozzeria come fosse fatta d’onice liquido. La statuetta della Spirit of Ecstasy sul cofano sembrava guardarli con aria di sfida, la schiena inarcata, le braccia protese all’indietro.

Il parcheggio squallido dell’hotel — macchine arrugginite, furgone con le gomme a terra, bidoni traboccanti — la rendeva ancora più surreale. Come un diamante in una pozzanghera.

Il conducente era un uomo con l’aspetto di un maggiordomo uscito da un film d’epoca. Completo nero impeccabile, guanti bianchi, espressione impassibile come se fosse stata scolpita nella pietra. Non aprì bocca. Non li salutò. Si limitò ad aprire loro la portiera posteriore con un gesto fluido, quasi cerimonioso, e a farsi da parte.

Annie salì. L’interno era ancora più lussuoso dell’esterno — un altro mondo rispetto alla stanza in cui avevano dormito. Sedili in pelle color crema che la accolsero come braccia morbide. Finiture in legno pregiato — noce, forse, o ciliegio — che intarsiavano il cruscotto e le portiere. Un minibar nascosto nel bracciolo, con bicchieri di cristallo fissati in alloggiamenti imbottiti. L’aria profumava di cuoio nuovo e di qualcosa di floreale, sottile, che Annie non riuscì a identificare. Bailey e Arthur si infilarono accanto a lei. La portiera si chiuse con un suono morbido.

«Cazzo...» Bailey passò le dita sulla pelle del sedile. «Questa sì che è una macchina.»

Il maggiordomo prese posto al volante e mise in moto. Il motore era così silenzioso che Annie dubitò si fosse acceso, se non fosse stato per la vibrazione impercettibile sotto i piedi.

Arthur, nervoso, guardava fuori dal finestrino. Le dita che tamburellavano sul ginocchio, gli occhi che registravano ogni telecamera, ogni incrocio, ogni dettaglio del percorso. «Dove pensate che ci porterà?»

«Stiamo per scoprirlo» rispose Annie.

Attraversarono Londra in silenzio. Il traffico mattutino era già intenso, ma la Rolls li attraversava con una calma imperturbabile, come una nave che fende le onde. Il mondo esterno sembrava attutito dietro i finestrini — i clacson, le sirene, le voci, tutto ridotto a un mormorio lontano. Come essere dentro una bolla.

Bailey aveva trovato il minibar e stava esaminando le bottigliette. «Whisky Macallan... gin Hendrick’s... vodka Beluga... è un fottuto bar!»

«Non toccare niente» disse Annie.

«Ma...»

«Non toccare niente.»

Poi uscirono dalla città. Il paesaggio cambiò gradualmente — prima i palazzi di periferia, poi le villette suburbane con i loro giardinetti recintati, poi i campi verdi, le colline ondulate, gli alberi sempre più fitti. Il grigio di Londra cedette al verde dell’Inghilterra rurale come un respiro che si allenta. La strada si restrinse, diventando una striscia d’asfalto che serpeggiava attraverso la campagna. Siepi di biancospino ai lati, pecore che pascolavano nei prati, un cielo che si allargava sopra di loro fino a sembrare infinito.

Dopo circa un’ora, la macchina svoltò in un vialetto privato fiancheggiato da querce secolari. I rami formavano una volta sopra la strada, filtrando la luce in chiazze mobili.

Annie vide la villa prima ancora che si fermassero.

Era costruita su una collina isolata, circondata dal nulla — nessun vicino, nessun edificio nel raggio di chilometri, solo colline e campi e cielo. Ma non era una villa nel senso tradizionale del termine. Era più una... serra gigante. Pareti di vetro che riflettevano le nuvole, strutture metalliche che si intrecciavano come ossa — tetti trasparenti che lasciavano intravedere una giungla di verde all’interno. L’architettura era un ibrido impossibile: metà casa, metà organismo vivente.

Intorno all’edificio c’era un giardino botanico — ettari di piante esotiche, sentieri di ghiaia bianca che si snodavano tra le aiuole, fontane che zampillavano con un suono cristallino. Sembrava un frammento di foresta pluviale trapiantato nel cuore dell’Inghilterra. Un errore geografico bellissimo.

La Rolls-Royce si fermò davanti all’ingresso principale. L’uomo scese, aprì loro la portiera, e li guidò all’interno del giardino senza una parola. I sentieri erano fiancheggiati da piante che Annie non aveva mai visto — fiori dai colori impossibili, petali che andavano dal viola elettrico al rosso sangue, foglie grandi come ombrelli, rampicanti che si attorcigliavano intorno a strutture metalliche creando archi naturali.

«Quello è un Rafflesia arnoldii» mormorò Arthur, indicando un fiore enorme, rosso scuro, chiazzato di bianco, che sembrava fatto di carne. Emanava un odore che Annie avvertì anche a distanza — dolciastro, pesante, sgradevole. «È il fiore più grande del mondo. Cresce solo nelle foreste pluviali del Sud-est asiatico. È un parassita — non ha radici, non ha foglie, non ha fusto. Vive nutrendosi di un’altra pianta.»

«Come fa a sopravvivere qui?»

«Non dovrebbe.»

Bailey si guardava intorno con un’espressione a metà tra l’ammirazione e il disagio, come chi visita un manicomio particolarmente ben arredato. Non disse nulla.

L’interno della villa era minimalista, quasi spartano. Un contrasto violento con l’esplosione di verde del giardino. Niente quadri alle pareti, niente tappeti, niente soprammobili. Solo piante — ovunque, in vasi di terracotta, in contenitori di vetro sospesi, appese al soffitto in cestini intrecciati, arrampicate lungo le pareti come vene verdi — e qualche mobile essenziale. Un divano bianco. Un tavolo di legno grezzo. Poche sedie. Il pavimento era cemento lucidato, freddo sotto le suole. La luce entrava dalle pareti di vetro da ogni direzione, avvolgendoli in una luminosità uniforme.

«Questo tizio è ossessionato» commentò piano Bailey.

Il maggiordomo li guidò sul retro, attraverso una porta a vetri che si apriva su quello che sembrava un vivaio. File di bancali con piantine in vasi di plastica nera, lampade UV appese al soffitto che emanavano un bagliore violaceo, sistemi di irrigazione automatica con tubi sottili che correvano tra i vasi come arterie. L’aria era calda, umida, soffocante. Il sudore le si formò immediatamente sulla nuca, sotto i vestiti. La condensa le gocciolava sulle braccia nude. Profumo di terra bagnata, di muschio, di vita che marcisce e rinasce allo stesso tempo. Lo attraversarono in silenzio, tra il gocciolio costante dell’irrigazione e il ronzio delle lampade.

Ashworth li stava aspettando in fondo al vivaio, accanto a un tavolo di ferro battuto verniciato di bianco. Li accolse con un sorriso. «Ah, ecco i nostri ospiti» disse, la voce calda. Indossava una camicia di lino bianca, pantaloni chiari, mocassini senza calze. Sembrava vent’anni più giovane della sua versione da gala. «Grazie, Douglas. Puoi andare.»

Il maggiordomo si defilò, scomparendo tra le piante senza un suono.

Ashworth non era solo. Accanto a lui c’era una ragazza. Minuta, della loro età, con occhiali a fondo di bottiglia che le ingrandivano gli occhi in modo quasi comico — due globi pallidi che li fissavano attraverso le lenti spesse. I capelli erano castani, morbidi, raccolti in un’acconciatura elaborata che sembrava uscita da un’altra epoca — un chignon vittoriano, con forcine che luccicavano alla luce. Indossava un vestito grigio, semplice, abbottonato fino al collo. Stringeva al petto quello che sembrava un diario rilegato in pelle scura, le dita bianche serrate attorno ai bordi come se fosse l’unica cosa che la tenesse ancorata alla realtà. Il suo viso era inespressivo, quasi vacuo.

«Immagino che non ci sia bisogno di presentazioni.» Ashworth era allegro — troppo allegro per l’occasione. «O quasi. Permettetemi di presentarvi la mia assistente, Ashley.»

La ragazza continuò a guardarli, senza dire una parola. Le dita si strinsero impercettibilmente attorno al diario.

«Saltiamo i convenevoli» disse Annie.

Ashworth rise. Un suono genuino, caldo, completamente fuori luogo. «Sempre così diretta, mia cara. Lascia che ti offra almeno una tazza di tè.»

Sul tavolo c’era una teiera di porcellana bianca, fumante, e cinque tazzine già predisposte su piattini decorati con un motivo floreale. Cucchiaini d’argento. Zollette di zucchero in una ciotolina. Tutto disposto con una precisione maniacale.

Ashworth prese la teiera e iniziò a versare. Il gesto era rituale — lento, misurato, il beccuccio che tracciava un arco perfetto. «Darjeeling di prima raccolta» spiegò, mentre il liquido ambrato riempiva le tazzine con un suono delicato. «Proviene da una piantagione sulle pendici dell’Himalaya, a duemila metri di altitudine. Le foglie vengono raccolte a mano nelle prime ore del mattino, quando la rugiada è ancora fresca. Lo coltivo io stesso, in una serra climatizzata che riproduce le condizioni del versante indiano.»

Offrì una tazza alla sua assistente, che la prese con una mano senza smettere di stringere il diario con l’altra. Poi ne porse una ad Annie. Lei non si mosse.

«Suvvia...» ridacchiò Ashworth. «Non è avvelenato.»

I tre presero le tazze, esitanti. La porcellana era calda sotto le dita di Annie — sottile, quasi trasparente.

Arthur annusò la sua discretamente, il naso che sfiorava il bordo. «L’odore è buono» sussurrò a Bailey.

«Accomodatevi.» Ashworth indicò le sedie con un gesto ampio. «Avrete un sacco di domande.»

Si portò la tazza alle labbra e bevve un sorso. Gli occhi azzurri chiusi per un istante — piacere, o forse abitudine.

Annie si sedette, posando la sua tazza sul piattino senza berla. «Lei ha un potere, vero?»

«Già.»

«È immortale» intervenne Arthur.

«Non esattamente. Posso morire come qualunque altro essere umano. Un proiettile, una malattia, un incidente... tutto può uccidermi. E ci sono stati momenti in cui ci sono andato vicino. Più vicino di quanto mi piaccia ammettere.»

«Quindi come funziona? Semplicemente non invecchia?»

Ashworth si limitò a sorridere. Un sorriso amaro, privo di allegria, che gli scavò rughe intorno agli occhi.

Bailey prese un sorso di tè. Lo tenne in bocca un momento, valutandolo. «Beh, non è poi così male, no?» disse. «L’immortalità, intendo. Non il tè. Il tè è buonissimo.»

«Vivere a lungo ha indubbiamente i suoi vantaggi» disse Ashworth. «Puoi vedere il mondo cambiare, le civiltà evolversi, le idee trasformarsi. Puoi accumulare conoscenza, esperienza, saggezza.» Fece una pausa. Il pollice gli sfregava il bordo della tazza — un tic, forse, un gesto inconscio. «Ma vedi anche le persone che ami invecchiare e morire, una dopo l’altra. Smetti di affezionarti. Perché sai che qualsiasi legame è destinato a spezzarsi.» Bevve un altro sorso. «L’immortalità non è un dono, signor Burns. È una maledizione travestita da benedizione.»

Il silenzio durò qualche secondo.

«Come ha ottenuto il suo potere?» chiese Arthur. «È stata la tempesta?»

«No. Un incidente.»

«Che tipo di incidente?»

Ashworth sospirò — un suono lungo, misurato, come se avesse soppesato quanta aria usare. «Non vi annoierò con i dettagli. Diciamo che, come la vostra amica, ho aperto una porta che era meglio lasciar chiusa. E ne ho pagato le conseguenze.»

Annie strinse gli occhi. «Non poteva mandare una macchina a prelevarci subito? C’era bisogno di tutta quella manfrina col mutaforma?»

Ashworth scoppiò a ridere. «È stato divertente, no?»

«No. Non lo è stato.»

«Oh, ammettilo. È stata un’esperienza interessante. Il povero Derek ha dato il meglio di sé.»

Annie non sorrise. «Quali sono le sue vere intenzioni?» Si sporse in avanti. «Perché ha tentato di farci fuori se vuole il nostro aiuto? E come cazzo faceva a sapere cosa avremmo detto e fatto ieri sera?»

«Risponderò a quest’ultima domanda per prima, perché è la più semplice.» L’uomo rivolse un cenno alla sua assistente. «Ashley, mia cara, puoi...?»

La ragazza aprì il diario. Le pagine erano fitte di una scrittura minuta, ordinata — colonne di testo che riempivano ogni centimetro di carta, senza margini, senza spazi. Scorse le righe con l’indice e iniziò a parlare. La voce era piatta, monotona, come quella di chi legge un elenco telefonico.

«Che sta...»

Annie si bloccò. Stava per dire esattamente quelle parole. Le sentì morire nella gola, tranciate a metà.

«...facendo?» concluse Ashley, senza alzare lo sguardo dal diario.

«Mi fai...» iniziò Annie.

«...il verso?» concluse Ashley nello stesso istante.

«Ci sta leggendo la mente?» chiese Arthur, nervoso, la sedia che scricchiolava sotto di lui.

«Ci sta leggendo la mente, chiede Arthur» lesse Ashley dal diario, girando pagina.

Arthur sobbalzò come se qualcuno gli avesse premuto un ferro rovente sulla pelle.

«Cazzo, se è così sa che le sto guardando le tette, mormora Bailey» continuò la ragazza, monotona.

«Cosa? Non è vero!» esclamò Bailey.

«Cosa? Non è vero! esclama Bailey» disse Ashley esattamente nello stesso istante, con lo stesso tono, la stessa cadenza.

«Merda, cos’è questa storia?»

«Merda, cos’è questa storia, dice Bailey, visibilmente nervoso» ripeté Ashley.

Bailey chiuse la bocca di scatto.

«Può bastare, mia cara» disse Ashworth.

Ashley chiuse il diario. Lo strinse di nuovo al petto. Tornò a fissare il vuoto.

«Okay...» disse Annie lentamente. «Come funziona? Ci leggi nella mente?»

Ashley non rispose.

«Ashley può vedere il futuro» spiegò Ashworth. «Annota tutto sul suo diario. Scrive ciò che vede come se fosse un libro. L’aiuta a mettere ordine nelle idee, a separare le diverse linee temporali.»

Arthur si era sporto in avanti, gli occhi che brillavano. «È incredibile.»

«Oh, sì. Lo è.» Ashworth sorseggiò il tè con calma. «Ma ha i suoi limiti. Non è onnisciente. Vede frammenti — come un film montato in disordine. E non può vedere tutto.»

«Andiamo per ordine.» Annie non voleva lasciargli il controllo della conversazione. «Lei ha detto di non volerci 'fare fuori'. Ma ha usato Nina per controllare Arti, sapendo che non gli avrei mai fatto del male.» Lo fissò dritto negli occhi. «Ha calcolato tutto. Se Nina non avesse esitato...»

«Non sono stato io a volerlo.»

«Allora chi?»

Ashworth fece ruotare la porcellana tra le dita. Il liquido ambrato che oscillava nella tazza, un piccolo vortice ipnotico.

«Chi?» insisté spazientita Annie.

Ashworth posò la tazza. Si appoggiò allo schienale della sedia e incrociò le gambe. L’aria da professore universitario gli tornò addosso come un vestito familiare. «Nel 1962» iniziò. «Io e i miei colleghi stavamo conducendo degli esperimenti. A Cambridge, in un laboratorio sotterraneo che ufficialmente non esisteva. Ricerche sul tessuto della realtà, sui confini tra le dimensioni. Eravamo arroganti. Convinti di poter svelare i segreti dell’universo con una lavagna e un acceleratore di particelle. Trovammo il modo di aprire un varco. Verso... altrove.»

Annie ascoltava, le braccia conserte. Ogni muscolo del suo corpo le diceva di non fidarsi.

«Per un istante, vedemmo cosa c’era dall’altra parte. Fu...» Ashworth chiuse gli occhi. Le palpebre tremarono. «Terrificante. E allo stesso tempo straordinario.» Sorseggiò dell’altro tè. «Chiudemmo il varco immediatamente. Ma qualcosa riuscì a passare. Qualcosa... scivolò attraverso. Nella frazione di secondo prima che il varco si chiudesse.»

«Cosa?» chiese Bailey.

Si era sporto in avanti, il tè dimenticato in mano.

«Non lo so con certezza. Un’entità. Un essere che esisteva nel vuoto tra le dimensioni — forse da sempre, forse da prima che il tempo stesso avesse significato. Stava fuggendo da qualcosa, o forse stava cercando qualcosa.»

Bailey fece una smorfia. «Ha fatto entrare un mostro nel nostro mondo?»

«Non un mostro nel senso che intende lei, signor Burns. Questa entità non ha un corpo. Non ha una forma fisica. Esiste su un piano diverso dalla materia. Ha bisogno di un tramite per interagire con la nostra realtà. Potremmo definirla, in parole povere, una specie di parassita.»

«È così che ha ottenuto il suo potere» disse Annie. «È entrata in contatto con lei.»

Ashworth annuì appena. Il movimento minimo, quasi impercettibile. «Fu una carneficina. Vidi i miei colleghi morire, uno dopo l’altro. Rischiai di fare la loro fine. Il mio corpo non era adatto a ospitarla. O forse non mi reputò degno. Ancora oggi non so darmi una risposta. Fuggì.»

«Dove?»

«Mia cara, se lo sapessi l’avrei già eliminata, credimi.» Ashworth s’incupì. «Ma ha trovato un tramite, di questo sono certo. Gli ha donato... il suo potere.»

«Cioè?»

«Può plasmare la realtà.»

«Come fa a esserne così sicuro?»

Ashworth si alzò dalla sedia. Fece qualche passo tra i bancali di piantine, le dita che sfioravano le foglie con gesti esperti — controllando, valutando, come un medico che palpa un paziente.

«Ho iniziato a vedere i segni» disse, di spalle. «Coincidenze troppo perfette. Eventi che sembravano seguire uno schema preciso. Ho iniziato a fare cose che non avrei mai fatto. Decisioni che andavano contro ogni mia logica, ogni mio istinto. Come se qualcuno stesse controllando le mie azioni al posto mio.»

«Mi faccia capire» disse Annie, accennando un sorriso freddo. «Sarebbe colpa di questa entità se ha provato a ucciderci?»

«Sì.»

«Comodo.»

«Sta tessendo una trama. Tutto ciò che vi è capitato negli ultimi sette anni non è stato frutto del caso.»

«Quante cazzate.»

Ashworth si voltò. «Pensateci. La tempesta che vi ha dato i poteri — proprio voi tre, che vi trovavate nello stesso posto, nello stesso momento. Il vostro incontro. Le battaglie che avete vinto. I nemici che sono apparsi al momento giusto, con la difficoltà giusta, a spingervi sempre un gradino più in alto...»

«Coincidenze» ribatté gelida Annie.

«Affatto. Non siete eroi perché avete scelto di esserlo. Siete eroi perché qualcuno ha deciso che lo sareste stati. Siete i protagonisti della sua storia.»

Le parole restarono sospese nell’aria umida del vivaio. E qualcosa si incrinò — non paura, qualcosa di peggio. Il dubbio.

«Perché noi?»

«Non lo so. Forse è completamente casuale — se tanto possiamo usare questa parola, in un contesto dove il caso potrebbe non esistere. Ma il fatto è che questa entità è ossessionata da voi. Ogni trama che tesse, ogni destino che manipola, vi ruota attorno. Siete il centro della ragnatela.»

«Ma qual è lo scopo?» domandò Arthur.

Ashworth tornò a sedersi. Versò altro tè. «Credo che voglia semplicemente che la storia vada avanti. Che ci siano conflitti, drammi, colpi di scena. Forse è questo che le dà forza. Si nutre di noi. Nel vuoto da cui proviene non c’era nulla — niente tempo, niente spazio, niente significato. Ma qui...» allargò le mani, indicando il mondo intorno a loro. «Qui ha trovato un banchetto. Miliardi di vite, miliardi di storie che s’intrecciano. Riscrive il destino delle persone come uno scrittore riscrive un romanzo. Cancella, aggiunge, modifica. E quando la storia diventa noiosa, alza la posta.»

«È assurdo» sentenziò Annie.

«Lo pensavo anch’io. Per decenni mi sono convinto che fossero solo mie paranoie. Che l’incidente del 62 mi avesse... danneggiato. Che stessi vedendo schemi dove non c’erano. Poi è arrivata la tempesta. E i superpoteri. E voi tre. E ho capito che la storia era ricominciata. Con un cast nuovo.»

«Perciò... secondo lei questa entità sta usando qualcuno per... controllarci?» chiese incerto Arthur.

«È così. Ho passato gli ultimi anni a cercare questa persona, ma comprenderete che la mia ricerca non ha portato a un granché. Nemmeno il potere di Ashley funziona con lui. Chiunque sia, conosce le mie azioni, i miei pensieri, li plasma a suo piacimento. Non vuole essere trovato... non da me, perlomeno. Per questo ho bisogno del vostro aiuto.» Li guardò a turno — Annie, Arthur, Bailey. «Voi siete i suoi protagonisti preferiti. Se qualcuno può costringerlo a rivelarsi... siete voi tre.»

«E come diavolo dovremmo fare?» chiese secca Annie.

«Aspettando che si faccia trovare.»

«È questa la sua grande strategia? Aspettare?»

«So che suona ridicolo. Ma come ho già detto, questo individuo — il tramite — è ossessionato da voi. Prima o poi vorrà avvicinarsi. Vorrà... interagire direttamente. E quando lo farà, avremo la nostra occasione.»

«E poi? Cosa facciamo quando si mostra?»

Ashworth non rispose. Si portò la tazza alle labbra, bevve, la posò. Il silenzio fu la risposta.

«Vuole che lo uccidiamo.»

«È così che funzionano le storie, no?» disse Ashworth, e per la prima volta la sua voce ebbe un tono tagliente. «Il protagonista affronta il cattivo. È la regola fondamentale di ogni narrazione. E questa entità, per quanto potente, è schiava delle regole che lei stessa ha imposto. Se manipoli la realtà trasformandola in una storia, devi accettare che le storie hanno delle strutture. Degli archi. Dei finali.»

Annie lo fissò a lungo.

«Per favore. Si è inventato questa cazzata solo per scaricare le sue responsabilità. L’unico manipolatore qui è lei. Ha ucciso i suoi colleghi per coprire quello che avevate scoperto. Poi l’ha fatto di nuovo con le persone con cui ha fondato l’Agenzia. Di sicuro sapevano qualcosa sul suo conto che voleva rimanesse segreto.»

Ashworth non si scompose. Nemmeno un muscolo del viso si mosse. «Seguendo la tua logica avrei dovuto eliminare anche James. Non sono stato io l’esecutore delle loro morti, anche se ne sono in parte responsabile. Vedi, quando fondammo l’Agenzia, gli rivelai quello che avevamo fatto nel 62. Volevamo tentare di replicare l’esperimento, con la speranza di poter bandire l’entità di nuovo nel vuoto. Ma... morirono tutti prima che ciò avvenisse. Tranne James. Che, guarda caso, vi si è rivelato utile per trovarmi.»

«Come in un libro» mormorò Arthur. «Il personaggio che sopravvive è quello che serve alla trama.»

Ashworth gli rivolse uno sguardo che Annie non riuscì a decifrare. Approvazione, forse. O pietà.

Annie si alzò. La sedia graffiò il cemento. «Ne ho abbastanza. Ci lasci in pace. O scoprirà cosa succede a chi mi fa incazzare.»

Lui la fissò. «So che accetterai di aiutarmi, mia cara.»

«Perché glielo ha detto la sua assistente?»

«Perché sei la protagonista. E i protagonisti non scappano dalla sfida finale. È nella tua natura.»

Annie sostenne il suo sguardo per tre secondi. Poi si girò e uscì a passo deciso dal vivaio, attraversando la serra senza guardarsi indietro. L’aria fredda dell’esterno la colpì come un sollievo — pulita, secca, normale. Aveva quasi raggiunto il vialetto quando sentì i passi di Bailey e Arthur raggiungerla.

«E se avesse ragione?» borbottò Arthur, affiancandola.

«Sono tutte stronzate.»

Attraversarono di nuovo il giardino. I fiori tropicali li osservavano in silenzio — petali aperti come bocche, foglie inclinate come orecchie. Una volta nel vialetto di ghiaia, Bailey si fermò di colpo.

«Lucy!»

La Mustang era lì, nera, lucida, perfetta. Parcheggiata accanto alla Rolls-Royce come la figlia ribelle accanto alla madre aristocratica. Il maggiordomo era immobile al suo fianco, le chiavi in mano, l’espressione sempre impassibile.

Bailey corse verso la macchina. «La mia bambina!» esclamò, quasi commosso. Accarezzò il cofano con entrambe le mani, un gesto largo e amoroso, come si accarezza un cavallo. Poi si chinò e le diede un bacio. «Temevo che non ti avrei più rivista. Luce dei miei occhi...»

«Santo cielo... non l’hai mai detto nemmeno a me» commentò Arthur sottovoce, scuotendo la testa.

«Almeno non dovremo portarcelo in giro come un salame.»

«La macchina è pensata per due. Starai scomoda dietro.»

«Ah, sciocchezze!» Bailey prese le chiavi che il maggiordomo gli porgeva. «Dai, monta su!»

Annie si avvicinò. I sedili posteriori erano... beh, non erano sedili. Sembravano più una mensola con un po’ di imbottitura — la stessa quantità di spazio che si riserva a un cane di piccola taglia o a una borsa della spesa. Sospirò e s’infilò nell’abitacolo. Dopo svariate manovre — contorcimenti, imprecazioni, quasi una lussazione all’anca, le ginocchia che sbattevano contro lo schienale del sedile del passeggero — riuscì a incastrarsi dietro. Le ginocchia le arrivavano al mento e la schiena era piegata in una postura che avrebbe fatto inorridire un chiropratico.

«Comoda?» chiese Bailey dallo specchietto retrovisore.

«Vaffanculo.»

Bailey accarezzò il volante con reverenza — le dita che seguivano la curva della pelle, sfiorando ogni cucitura — poi inserì le chiavi nel quadro. Inspirò profondamente. «Sentite questo profumo? Benzina, pelle e libertà. Fiji, arriviamo!»

Mise in moto. Il motore ruggì — un ruggito vero, viscerale, niente a che vedere con il sussurro della Rolls-Royce. La ghiaia schizzò sotto le gomme.

«Lo ammetto» continuò allegro Bailey, mentre imboccavano il vialetto di querce. «Pensavo che il vecchio si sarebbe rivelato un problema. Invece è tranquillo. Fuori di testa, ma tranquillo. Quel tè non era male, in effetti. E la sua assistente era carina... e non le stavo guardando le tette, per la cronaca. Non so perché ha scritto quella roba. Probabilmente ha un debole per me.»

«Sembrava sincero» mormorò Arthur, sovrappensiero.

Guardava fuori dal finestrino, le colline che scorrevano, ma Annie dubitava che le vedesse.

«È matto, Arti. I matti credono sempre a quello che dicono.»

«Non trovi che sia un tantino... troppo elaborato per essere il vaneggiamento di un pazzo? Se si fosse inventato tutto, avrebbe potuto scegliere qualcosa di più semplice.»

«Naah.» Bailey afferrò gli occhiali da sole dal cruscotto e se li sistemò sul naso. «Prenota i biglietti per l’aereo. Prima classe. E assicurati che abbiano posto per Lucy nella stiva.»

«Ma se è vero... tutto quello che abbiamo fatto...» La voce di Arthur si affievolì. «Ogni decisione, ogni scelta che pensavamo di aver preso...»

«Non lo è.»

«Dovremmo prenderci del tempo per rifletterci...»

«Non c’è nulla su cui riflettere.»

«B.B., se Destiny è reale...»

Bailey quasi sbandò. La Mustang sterzò di colpo, le gomme che stridettero sull’asfalto. «Cazzo, Arti... gli hai dato un nome? Fai sul serio?»

«Dobbiamo identificarlo in qualche modo. Non posso continuare a chiamarlo il-tramite-dell’entità-interdimensionale.»

«È solo una dannata fantasia, Arti. Non siamo in un film della Marvel.»

«Dobbiamo capire come fare a trovarlo...»

«Quello che dobbiamo fare è prendere quei biglietti e andarcene il più lontano possibile da qui. Giusto, Annie?»

Prima che lei potesse rispondere, Arthur aggiunse: «Magari è un fan.»

«Eh?»

«Destiny. È ossessionato da noi, o almeno così crede Ashworth. Il suo tramite potrebbe essere un nostro fan. Qualcuno che ci segue, ci studia, ci conosce. Qualcuno che sa tutto di noi e che usa quella conoscenza per...»

«Cristo, Arti...» Bailey scosse la testa. «Davvero, possiamo concentrarci sulle cose importanti? Tipo lasciare questo paese del cazzo senza farci arrestare?»

«Se è come dici tu siamo fregati» commentò sarcastica Annie dal sedile posteriore. Aveva le ginocchia a un angolo che non esisteva in natura. «Quanti fan avrete nel mondo? Un miliardo?»

«Molti di più, se contiamo anche i tuoi» replicò con noncuranza Arthur.

«Dovremmo provare con un sondaggio su Instagram» scherzò Bailey. «Metti un bel pollice in su se pensi di star controllando le nostre vite!»

«Avete finito?» li rimbeccò Arthur, lanciandogli un’occhiataccia. «Potremmo restringere il campo. Prendere in considerazione solo i fan più... fedeli. Quelli che sanno cose che non dovrebbero sapere.»

«O potremmo smetterla di parlarne e acquistare quei biglietti. Che ne dici?» ribatté Bailey.

«Sono comunque tanti» osservò Annie, cercando di cambiare posizione senza successo.

Arthur tornò a guardare il panorama sfrecciante fuori dall’auto. «Come se fosse un libro...» mormorò.

«Di che parli?» chiese Bailey esasperato.

«Pensavo ad Ashley. Lei per canalizzare il suo potere scrive su un diario tutto quello che vede. La scrittura l’aiuta a mettere ordine nelle visioni. Scrive il futuro come se fosse una storia. E se Destiny usasse il suo potere in modo simile? Se anche lui avesse bisogno di scrivere per manipolare la realtà?»

«Dove vuoi arrivare?»

«Basterebbe cercare chi di loro ha pubblicato un libro. Magari proprio su di noi!» Arthur si girò sul sedile, gli occhi accesi. «Pensaci. Se il suo potere funziona attraverso la scrittura, allora da qualche parte ci deve essere un testo. Una storia. Qualcosa di fisico, tangibile.»

«E come faresti a capire che è lui? O lei?»

«Beh, la mia è solo una teoria...»

Bailey sventolò una mano, l’altra sul volante. «Se è per questo ci sono anche le fanfiction.»

Arthur lo guardò, perplesso. «Le cosa?»

«Fanfiction. Sono storie scritte dai fan. Su personaggi che amano — di libri, film, serie TV. O persone reali. Tipo noi. Ce ne sono un casino su internet. Siti interi dedicati.»

«Come lo sai?»

«Ne ho letta qualcuna. Sai, per curiosità.» Bailey scrollò le spalle. «Non puoi credere alla roba che scrivono... alcune sono carine, innocenti, dove ci salvano e tutto finisce bene. Ma altre...» Sghignazzò, un suono gutturale. «Sono così sporche che te lo fanno venire duro.»

«Ti sei fatto una sega leggendo storielle spinte su noi due?»

«Cristo, no! Non ho detto questo!»

«L’ha fatto» disse Annie.

«No, invece!»

Arthur lo fissò. Bailey tenne gli occhi sulla strada, le orecchie che diventavano rosa.

«Questo complica le cose» disse Arthur dopo un silenzio carico di significato.

Gli occhi gli si illuminarono di blu.

«Vuoi metterti a leggere ogni storia che hanno postato su di noi?» chiese scettica Annie.

Arthur non rispose. Il blu nelle sue iridi si intensificò.

«Arti, potrebbe non averle pubblicate» cercò di farlo ragionare Annie. «Se è davvero il tramite di un’entità cosmica, dubito che vada in giro a postare le sue storie su un sito per teenager.»

«Gli scrittori sono sempre in cerca di attenzioni» affermò lui con sicurezza. «Scrivere qualcosa e non farla leggere a nessuno è come cucinare un piatto e non mangiarlo. Prima o poi il bisogno di condividerlo vince.»

Annie ci pensò. Non aveva torto. Ma il ragionamento si basava su una catena di ipotesi così lunga che bastava spezzare un solo anello perché crollasse tutto.

«Immagino che non prenderemo quell’aereo» concluse imbronciato Bailey.

Trovarono rifugio in un altro motel squallido.

Questo era ancora peggio del precedente — e Annie non avrebbe creduto possibile. Moquette macchiata di cose che era meglio non identificare, il colore originale impossibile da determinare sotto gli strati di sporcizia. Carta da parati che si scrostava negli angoli, rivelando l’intonaco grigio sottostante. Un odore persistente di muffa e sigarette stantie, così denso che Annie sentiva di poterlo tagliare a fette. Il letto matrimoniale occupava quasi tutta la stanza, con un materasso che affondava nel mezzo come una sella da cavallo — il tipo di materasso che ha accolto migliaia di corpi e li ricorda tutti.

Il bagno era una questione a parte. Il water non scaricava al primo colpo. La doccia produceva un getto che oscillava tra il rivolo e lo sputo. C’era una macchia sul soffitto che Annie decise di non esaminare troppo da vicino.

Bailey era intento a scorrere i canali della TV appesa al muro con una staffa che sembrava tenuta su dalla preghiera. Lo schermo tremolava ogni tanto, le immagini disturbate da interferenze.

«... i tre supereroi ricercati sono ancora in fuga. Le autorità hanno esteso la zona di ricerca...»

Cambiò canale.

«... Storm e Strong, ancora ricoverati in condizioni gravi dopo il brutale attacco dei loro ex compagni...»

Cambiò canale.

«... il tradimento che ha scosso la nazione. Empathy, Cipher e Rift, un tempo simboli di speranza, ora considerati terroristi...»

Bailey premette il pulsante con forza, passando a un canale di televendite. Una donna troppo entusiasta stava cercando di vendere un set di pentole con un sorriso che sfidava le leggi della biologia facciale. «Almeno questa non ci sta dando dei criminali» borbottò.

Annie fissava fuori dalla finestra — il parcheggio, le macchine, un pezzo di cielo grigio — ripensando alla conversazione con Ashworth. Ancora non sapeva se crederci o no. Ogni fibra razionale del suo essere le diceva che era una stronzata. Ma c’era qualcosa — una scheggia di dubbio conficcata nel fondo del cervello — che non riusciva a rimuovere.

Arthur era seduto dall’altro lato del letto, la schiena appoggiata alla testiera, le gambe incrociate, immerso nella sua ricerca. Il baluginio blu gli attraversava gli occhi con un ritmo costante — rapido, metodico, come il lampeggiare di un cursore. Ogni tanto aggrottava le sopracciglia, oppure inclinava la testa, o le labbra gli si curvavano in un’espressione che oscillava tra la sorpresa e il disgusto.

«Come procede?» indagò Annie.

«Lentamente» rispose Arthur distrattamente. «Ci sono più di centottantamila fanfiction su di noi. Solo in inglese. Se aggiungo le altre lingue, il numero sale a quasi mezzo milione.»

«Mezzo milione? Di storie su di noi?»

«Alcune sono... creative.» Arthur fece una pausa. La luce blu pulsò più velocemente. «Molto creative. Ho appena finito di leggere una in cui io e B.B. siamo vampiri e tu sei una cacciatrice di vampiri che finisce per innamorarsi di noi. In un’altra siamo tutti pesci.»

«Pesci?»

«Pesci rossi. In un acquario. Non chiedere.» Scosse la testa. «Richiederà tempo setacciarle tutte. Devo cercare pattern specifici — dettagli che solo qualcuno con una conoscenza approfondita delle nostre vite potrebbe conoscere, eventi che sono accaduti esattamente come descritti, conversazioni private che non avrebbero dovuto apparire in nessun testo...»

«Grandioso» borbottò Bailey, tornando a fissare la donna delle pentole. «Potevamo già esserci imbarcati a quest’ora. Saremmo a metà strada per le Fiji. Sarebbe stato perfetto.»

«Dovremmo ucciderlo» disse Annie.

Bailey si voltò di scatto. «Cosa?»

«Destiny. O il tramite, o come vuoi chiamarlo.»

«Cristo, Annie, perché pensi subito alla soluzione più estrema?»

«E cosa vuoi fare? Chiedergli gentilmente di non scrivere più storielle su di noi?» Annie scosse la testa. «Di non usare il suo potere? Appena si renderà conto di quello che è in grado di fare — se non lo sa già — non si fermerà. Te lo garantisco.»

«Non è detto.»

«Il potere corrompe. Sempre. Non esistono eccezioni. Se questo tizio scopre di poter manipolare la realtà attraverso le sue storie, pensi che si limiterà a scrivere romanzi rosa su di noi? Potrebbe fare qualsiasi cosa. Potrebbe distruggere il mondo con un colpo di penna.»

«Noi non uccideremo nessuno, chiaro?» Bailey si girò completamente verso di lei. Il telecomando stretto nella mano come un’arma. «Parleremo con lui. E lo faremo ragionare.»

«E se non vuole ragionare?»

«Troveremo un modo.»

«State zitti» mormorò Arthur. «Mi distraete.»

Calò la sera.

La stanza era immersa nell’oscurità, illuminata solo dal bagliore della TV — ora sintonizzata su un vecchio film in bianco e nero con il volume al minimo, ombre che danzavano sulle pareti scrostate — e dalle iridi di Arthur, ancora accese di blu nell’ombra. Due punti luminosi, fissi, che si muovevano a scatti mentre processava pagine su pagine di testo a una velocità disumana.

Bailey e Annie avevano fatto incetta di cibo spazzatura alle macchinette del corridoio. Patatine al sale e aceto, barrette di cioccolato Dairy Milk, biscotti secchi in confezioni di cellophane, lattine di coca-cola tiepida. Ora stavano lasciando briciole sul letto, masticando in silenzio, il rumore degli involucri di plastica che copriva il dialogo del film.

Annie mangiava senza fame — gesti meccanici, mano che andava dal pacchetto alla bocca e ritorno. Il cioccolato le si scioglieva sulle dita. Il sapore era troppo dolce, chimico, ma il suo corpo ne aveva bisogno e lei glielo concedeva senza discutere.

Bailey si sporse verso Arthur, che non aveva toccato cibo da ore. «Dovresti mangiare qualcosa.»

Gli accarezzò il collo con le dita, un tocco leggero, delicato. Le punte che gli sfioravano l’attaccatura dei capelli.

Arthur chiuse gli occhi per un istante. La luce blu si affievolì, pulsando piano. «Sto leggendo una cosa che ti piacerebbe molto.»

«È perversa?»

«È molto perversa.»

Bailey ridacchiò, avvicinandosi di più. «Sei un pervertito» mormorò, la bocca vicina al suo orecchio.

«Lo siete entrambi» disse Annie con una smorfia, scartando un altro biscotto.

Bailey abbracciò Arthur da dietro, appoggiando il mento sulla sua testa. Le braccia che gli circondavano il petto, le mani che si intrecciavano sulla sua pancia. «Sai cosa sarebbe veramente perverso?» sghignazzò, la voce bassa. «Se ti infilassi adesso una mano nei pantaloni...»

Annie fece l’ennesimo verso disgustato.

Arthur non rise. Non si staccò dall’abbraccio di Bailey, ma non rise.

«Ci pensi?» disse piano. La sua voce era strana — pensierosa, quasi malinconica, come chi parla da un posto molto lontano. «Potrebbe averlo scritto lui. Questo momento. Noi due, qui, in questa stanza. Queste parole. Magari stai solo recitando una parte.»

Bailey rimase in silenzio per un istante. Il sorriso che gli svanì dalle labbra.

Poi affondò il naso nei capelli di Arthur, inspirando il suo odore. «Ti amo. Questo è reale.»

Arthur gli accarezzò il braccio. Le dita che tracciavano linee pigre sulla pelle. «Lo è?» sussurrò.

«Sì.»

«Come fai a esserne sicuro?»

«Perché lo sento.» Bailey gli baciò la tempia. Le labbra che restarono premute un secondo di troppo — come chi cerca di imprimere un momento nella memoria, nel caso non dovesse ripetersi. «Quello che provo per te è reale. Punto.»

Arthur non rispose, ma le sue dita si intrecciarono con le sue, stringendo. La luce blu nelle iridi tremolò — un battito, rapido, che poteva essere un’emozione o solo un glitch.

Annie li guardò. Per un momento, qualcosa le strinse il petto — qualcosa che assomigliava vagamente all’invidia, o forse alla tristezza, o forse a tutte e due. Quel legame tra loro — quella cosa invisibile che li teneva uniti anche quando tutto andava a pezzi — era l’unica cosa nell’intera vicenda di cui era certa. L’unica cosa che nessun copione, nessun burattinaio, nessuna entità cosmica poteva aver inventato. O forse sì. E forse era questo che la spaventava di più.

16 Capitolo 16

Annie si era appena addormentata quando qualcuno la scosse con forza.

Aprì gli occhi, confusa. Il buio della stanza era rotto solo dal bagliore azzurrino delle iridi di Arthur, chino su di lei, la mascella contratta, i capelli che gli cadevano sulla fronte. Sembrava non avesse dormito nemmeno un minuto.

«L’ho trovato. Destiny.»

Annie si tirò su di scatto. Il materasso affondò sotto il peso spostato. «Parli sul serio?»

Arthur annuì. Bailey dormiva alla grande sull’altro lato del letto, un braccio fuori dalle coperte, la bocca semiaperta. Russava leggermente — un suono ritmico, quasi confortante, come il ticchettio di un orologio.

«È tutto qui, Annie» disse Arthur, sedendosi accanto a lei. Le mani gli tremavano — non molto, un fremito sottile nelle dita che Annie non gli aveva mai visto. «Come ci siamo incontrati, come abbiamo ottenuto i poteri... è pieno di dettagli che nessuno a parte noi conosce. Cose che non abbiamo mai detto a nessuno. Il primo capitolo è incentrato su di te. Sul centro di servizi sociali, su Sally Winters, sulla sedia arancione. Sul modo in cui hai dato fuoco alla casa di quel professore. È... pazzesco.»

La sedia arancione. Il freddo le punse la nuca. Nessuno sapeva della sedia arancione. Nessun giornalista, nessun documentario, nessuna intervista. Era un dettaglio talmente insignificante che lei stessa non l’avrebbe ricordato, se non fosse stato il primo pensiero che aveva avuto quel giorno — quanto era scomoda quella cazzo di sedia.

«Quindi il vecchio non mentiva.»

Arthur annuì di nuovo, livido. La luce blu gli pulsava nelle iridi come un battito cardiaco accelerato.

«Sei riuscito a localizzarlo?»

«Sì. Sono risalito al suo indirizzo IP attraverso il sito di fanfiction. Connessione intestata a un’utenza privata in 12 Blackthorn Close, Thamesmead, Londra SE28 8QH. Zona sud-est. Case popolari, palazzoni di cemento e parcheggi mezzi deserti. Decisamente periferia. Il contratto internet è a nome di un certo Vincent Hawke.»

Annie si alzò. I piedi nudi sul pavimento freddo, il corpo già in modalità operativa — muscoli che si tendevano, respiro che rallentava, mente che si svuotava di tutto ciò che non fosse il prossimo passo. «Muoviamoci. Sveglia l’imbecille.»

«E poi?» chiese Arthur. La voce gli si incrinò, quasi impercettibilmente. «Che facciamo? Lo uccidiamo?»

Lei si voltò, gli occhi duri. «Non abbiamo scelta, Arti.»

«È solo un tramite, Annie. Probabilmente non si rende nemmeno conto di quello che può fare. Potrebbe essere chiunque — un ragazzino, una persona qualsiasi che scrive storie nel tempo libero...»

«Se è così, quando lo scoprirà, non si fermerà. Puoi scommetterci. E noi non possiamo permettergli di continuare a scrivere le nostre vite come se fossimo personaggi del cazzo.»

Arthur la fissò. «Proprio come ha detto Ashworth... l’eroina che affronta il cattivo. La regola fondamentale di ogni narrazione.»

«Finiscila con queste stronzate. Lo faccio soltanto perché non voglio essere il burattino di nessuno. Valeva per Nina, vale per Ashworth, e vale per questo... Destiny.»

«Magari è lui che ci vuole lì. Magari fa parte del copione.»

«Falla finita» tagliò corto lei.

La macchina si fermò davanti all’indirizzo trovato da Arthur: un complesso di palazzine identiche, allineate come soldati in parata lungo una strada senza marciapiede. Cemento grezzo, balconi rettangolari, finestre tutte uguali. Il tipo di architettura che qualcuno negli anni Sessanta aveva progettato pensando di risolvere il problema dell’edilizia popolare e che invece aveva solo replicato la miseria in formato verticale.

Le luci erano quasi tutte spente. Qualche televisore che tremolava dietro le tende. Un lampione su tre funzionava, proiettando pozze giallastre sull’asfalto screpolato. L’aria puzzava di spazzatura e di pioggia recente.

Bailey scrutò gli edifici oltre il vetro. «Che facciamo, bussiamo a ogni porta finché non indoviniamo?»

Arthur osservava le palazzine, il blu nelle iridi che pulsava. «Sto incrociando l’indirizzo IP con dati pubblici... ordini Amazon... consegne recenti... ecco.» Fece una pausa. «I pacchi sono intestati a una ragazza di nome Lorelay Hawke. È la figlia di Vincent. 32 anni, nubile, diplomata in informatica... sicuramente è lei.» Si voltò verso di loro. «Destiny.»

«O suo padre.»

«Lo trovo difficile. I pattern delle ricerche online, l’attività sui siti di fanfiction, l’orario delle pubblicazioni — sono tutti compatibili con il profilo di lei. Vincent sembra un sessantenne con una connessione internet che usa per guardare il cricket.»

Bailey fissò il palazzo. «Mi aspettavo che una super cattiva vivesse in una villa blindata con laser e trappole mortali. Non in un condominio di Thamesmead.»

«Se non sa cosa può fare, è normale» disse Arthur.

«Continui a ripeterlo» disse in tono duro Annie. «Resta una minaccia. Che lo sappia o no.»

Arthur chinò appena il capo. Il gesto di chi accetta qualcosa senza condividerlo. «Magari è una trappola.»

«Quindi restiamo all’erta. E ora fatemi uscire da questa scatola di metallo: non sento più le gambe.»

Uscirono dall’auto. L’aria della notte era umida, fredda, col sapore metallico della periferia londinese — gas di scarico, asfalto bagnato, fritto da qualche kebab ancora aperto. Raggiunsero la scala che gli interessava. I gradini erano di cemento scheggiato, con una ringhiera di ferro che oscillava al tocco. Qualcuno aveva abbandonato un passeggino senza ruota accanto ai bidoni.

Arthur si chinò sui citofoni, scorrendo i nomi col dito. Le etichette erano scritte a mano, alcune sbiadite, alcune illeggibili. «Eccola... Hawke.» Si mordicchiò il labbro. «Suoniamo?»

«È notte fonda, Arti. Dubito che sarà contenta di essere svegliata da tre sconosciuti» disse Bailey.

«Non se ci sta aspettando» disse Annie.

«Sul serio vi fidate ancora del vecchio?»

«Lo sapremo tra un secondo. Arti, premi il pulsante.»

Arthur esitò — il dito sospeso a un centimetro dal citofono, come se quel gesto potesse innescare qualcosa di irreversibile — poi lo fece. Per un attimo, niente. Solo il ronzio elettrico dell’impianto e il gocciolio di una grondaia.

«Forse non c’è.»

«O forse dorme. Come tutte le persone normali alle tre di notte. Possiamo ancora tornare...»

Annie premette di nuovo il citofono con forza, tenendo il pulsante premuto per cinque secondi buoni. Bailey sospirò, rassegnato.

Un gracchiare, seguito da una voce impastata: «Chi è?»

La voce era femminile. Giovane. Il tono di chi è stata strappata dal sonno e non ha ancora deciso se essere spaventata o incazzata.

«Ehm...» balbettò Arthur. «Buonasera... stiamo cercando Lorelay Hawke.»

Silenzio. Lungo. Annie sentì il proprio cuore battere nel silenzio — un, due, tre, quattro —

Poi: «...Sono io.»

«Già, ecco... noi siamo... i tuoi...»

«Siamo Empathy e Cipher. C’è anche Rift con noi» intervenne Bailey, sporgendosi verso il citofono. «Sai, i terroristi... oh, pardon: i supereroi.»

Arthur lo fulminò.

«È uno scherzo?» chiese la voce. La diffidenza era palpabile attraverso l’altoparlante gracchiante.

«No» disse Arthur. «Lorelay, so che suona folle, ma dobbiamo parlarti. Di persona. Puoi scendere?»

«Non costringerci a venirti a prendere» aggiunse Annie, tagliente.

Arthur le lanciò un’occhiata assassina. Annie la sostenne senza battere ciglio.

Il citofono gracchiò di nuovo. Un respiro. Un altro. Poi: «...Va bene.»

Dieci minuti — dieci minuti in cui Annie contò ogni secondo, ogni rumore nelle scale, ogni porta che si apriva e chiudeva nei piani superiori — poi il portone si aprì.

Due figure.

La prima era una ragazza dai capelli neri arruffati, tagliati corti in modo irregolare, come se lo avesse fatto lei stessa con le forbici della cucina. Magra come un chiodo — il tipo di magra che non è una scelta estetica ma il risultato di pasti saltati e notti davanti al computer. Pallida per l’agitazione, la pelle quasi traslucida sotto le luci del corridoio, con le occhiaie di chi dorme poco e male. Indossava una felpa troppo larga — grigia, con un logo sbiadito di qualche università — e pantaloni da ginnastica. I piedi nudi nelle ciabatte di gomma.

Non era quello che Annie si aspettava. Non sapeva cosa si aspettasse, in realtà — una strega? Una scienziata pazza? Una versione di Ashworth al femminile? Di sicuro non questa. Non una ragazza che sembrava uscita da una sessione di gaming interrotta nel mezzo.

Dietro di lei, un uomo sulla sessantina, massiccio, con capelli neri striati di bianco e l’aria di chi sta valutando se chiamare la polizia o risolvere la cosa da sé. Le braccia incrociate sul petto, i piedi piantati a terra. Canottiera bianca, pantaloni della tuta, pantofole. Anche lui strappato dal letto.

Li squadrarono per qualche secondo attraverso il portone a vetri — Lorelay con gli occhi sbarrati, Vincent con gli occhi stretti — poi l’uomo aprì.

«Che volete?» domandò immediatamente, guardingo. La voce profonda, con l’accento piatto di chi è nato e cresciuto a sud-est di Londra.

«Buonasera» disse Bailey, porgendogli la mano con quel suo sorriso luminoso che disarmava chiunque. «E scusi il disturbo.»

L’uomo ignorò la mano. Lo guardò come si guarda un insetto particolarmente fastidioso. Sembrò sul punto di insultarlo — la mascella che si serrava, le narici che si allargavano — ma improvvisamente qualcosa si ammorbidì nel suo viso. Le spalle che si rilassavano, gli occhi che perdevano quella durezza. Annie intuì che Bailey stesse usando il suo potere — quella carezza emotiva, sottile, quasi impercettibile, che scioglieva la tensione come calore sulla cera.

«Vi ho visti in TV» disse l’uomo, più calmo. La voce che aveva perso il filo d’acciaio. «Avete quasi ucciso quegli altri due...»

«Così dicono» sorrise Bailey. «Empathy, Cipher e Rift. Al suo servizio. E lei è...?»

«Vincent. Suo padre.»

L’uomo indicò la ragazza, che era rimasta immobile con la bocca aperta. Lorelay li fissava come se stesse vedendo dei fantasmi — o qualcosa di peggio. Qualcosa che fino a cinque minuti prima apparteneva a uno schermo e che adesso era qui, in carne e ossa, nel suo corridoio.

«Signor Hawke, perdoni l’improvvisata, ma abbiamo bisogno di parlare con sua figlia» disse Arthur. «È importante.»

«D’accordo.» La risposta uscì dalla bocca di Vincent con una naturalezza che non gli apparteneva. Bailey che lavorava dietro le quinte.

Lorelay lo fissò come se fosse impazzito.

«Ciao, Lorelay» disse con gentilezza Arthur.

«Voi... siete davvero...» balbettò lei. Le mani che stringevano la felpa all’altezza dello stomaco, torcendo il tessuto. «Che ci fate qui?»

«È complicato» ammise Arthur.

«Siete ricercati.»

«E tu sai perché» tagliò secca Annie. «Sappiamo del tuo potere.»

«Il mio... cosa?»

Arthur tentò un tono più umano — quello che usava coi bambini che gli chiedevano un autografo, quello che usava con Bailey quando si svegliava da un incubo. «Ho letto le tue storie. Quelle su di noi.»

Lei arrossì violentemente. Il rossore le risalì dal collo fino alla radice dei capelli, trasformandola in un semaforo con le ciabatte. «Ho infranto qualche legge? Giuro che sono solo fanfiction, io...»

«Non è questo» la rassicurò Arthur. «Ma sai cose che non dovresti sapere. E devi spiegarcelo.»

«Sono inventate! Giuro! Se... se vi danno fastidio, le cancello! Posso cancellarle adesso, se volete, bastano due minuti e...»

«Non è questo il problema, Lorelay. Il punto è che tu hai un potere. Sei come noi.»

«Eh?»

«Quello che scrivi» insisté lui, la voce ferma ma paziente. «Influenza ciò che succede. Le persone, gli eventi... tutto.»

Lei rimase lì, a bocca socchiusa, come se stesse cercando aria in una stanza piena. Le mani avevano smesso di torcere la felpa. Le pendevano lungo i fianchi, inerti. «Io... no. No, è... no.»

«Mia figlia non ha poteri» intervenne Vincent con una smorfia. «Non è un mostro.»

«Wow» fece Bailey. «È una parola grossa, non trova?»

«È quello che siete» ribatté lui, con quella calma imposta dall’empatia di Bailey che gli scorreva sotto la pelle. La contraddizione tra il tono pacato e il contenuto violento aveva qualcosa di inquietante.

«Simpatico» borbottò Bailey.

Lorelay tremava appena — un fremito costante, come una corda di chitarra che non smette di vibrare. «Io... io non so di cosa parlate. Se vi ho offeso...»

Finirono per salire in casa. La cucina degli Hawke era piccola e ordinata, con una tovaglia cerata a quadretti sul tavolo; Vincent, per fare qualcosa con le mani, si mise a preparare il tè.

«Hai scritto del nostro passato. Di cose che non ha mai saputo nessuno» spiegò Arthur con pazienza. «La sedia arancione del centro di Walthamstow. Il manifesto sbiadito sul muro. L’odore di detersivo industriale. Capisci cosa vuol dire? Nessuno ha mai scritto o detto quelle cose in pubblico.»

«Me le sono inventate...»

«No, Lorelay. Non te le sei inventate. Ci stai...» Arthur esitò. La parola che doveva dire gli pesava. «Manipolando.»

«No! Io, non...»

«Posso vedere le tue bozze?» chiese Arthur, passando a un tono educato, quasi formale. Come se stesse chiedendo in prestito un libro.

«Ecco... penso di sì.» Lorelay si spostò nervosamente una ciocca dietro l’orecchio. Le dita le tremavano. «Anche se non sono molte. Ogni tanto scrivo dei pezzi su dei taccuini, ma... perlopiù batto al computer.»

«Mostramele, per favore.»

Lorelay si alzò, lanciando al padre una muta richiesta d’aiuto — gli occhi larghi, le labbra che si muovevano senza suono — ma lui era concentrato a versare il tè, i movimenti lenti e meccanici di chi agisce sotto influenza.

«Grazie» disse Bailey con un sorriso, prendendo la tazza che Vincent gli porgeva.

La ragazza sparì nella sua camera. La porta si chiuse piano.

«Non vorrei fare il guastafeste» mormorò Bailey, abbassando la voce. «Ma c’è qualcosa che non mi quadra.»

«Cioè?» chiese Annie.

«È giovane. Troppo giovane. Il vecchio ha detto che il casino con l’alieno è successo nel '62. Se fosse lei dovrebbe avere oltre settant’anni. Non trentadue.»

Arthur si rabbuiò. «Hai ragione... non ci avevo pensato.»

«Quindi o il vecchio ha mentito, o la cosa è passata attraverso qualcun altro prima di arrivare a lei, o...»

«O non è lei» concluse Annie.

Il silenzio che seguì fu interrotto dal rumore della porta che si riapriva. Lorelay tornò con dei taccuini colorati tra le mani — sei, sette, di diverse dimensioni, con copertine consumate dall’uso. Alcuni avevano i bordi arricciati, altri le pagine gonfie per l’umidità. Li posò sul tavolo come un’offerta sacrificale.

«Ecco» disse nervosa, porgendoli ad Arthur. «Sono un po’... disordinati. Scrivo ovunque — ai margini, tra le righe, sulle copertine. Non giudicatemi.»

Arthur li prese e cominciò a sfogliarli. Le pagine erano fitte di una scrittura piccola, inclinata verso destra, con cancellature e frecce e asterischi e note a margine. Disegni anche — schizzi rapidi di volti, di luoghi, di scene. Annie intravide una versione stilizzata di sé stessa: capelli neri, espressione feroce, giacca di pelle. Accanto, un Bailey col sorriso troppo largo e un Arthur con gli occhiali. Man mano che Arthur scorreva le righe, il suo viso si incupiva. La luce blu nelle iridi che tremolava.

«Allora?» domandò Bailey, sorseggiando il tè. Il tè era orribile — la bustina da discount, troppo stretto, col sapore di carta bagnata — ma Bailey lo bevve comunque.

Arthur indicò un passaggio. Il dito che premeva sulla pagina con una forza non necessaria. «Qui c’è una scena che descrive esattamente cosa è successo quella volta al parco. Quando... vi siete drogati. Dal mio punto di vista. Le mie emozioni, i miei pensieri. Quello che ho provato quando vi ho trovati.» La voce si abbassò. «Cose che non ho mai detto a nessuno.»

Lorelay trattenne il fiato. «Merda» disse, inorridita. Le mani che le volavano alla bocca. «Lo giuro, voleva solo essere... non è... a volte fantastico su come possa essere nata la storia tra te ed Empathy, ma...»

«Lorelay» la interruppe Arthur. «È questo il punto. Non sono solo tue fantasticherie. Da quanto scrivi?»

«D-da quando ho sette anni. Ma... ho iniziato da poco a pubblicare su internet. Prima riempivo solo i taccuini.»

«E... quand’è che hai iniziato a scrivere su di noi?»

Lei alzò le spalle. Un gesto piccolo, nervoso. «Da quando siete diventati famosi...»

Arthur si massaggiò la fronte. Le dita che premevano sulle tempie come per contenere qualcosa che voleva uscire. «Ascolta, Lorelay. Non devi più scrivere. È importante. Non puoi più scrivere niente su di noi — niente storie, niente bozze, niente appunti sui taccuini. Niente.»

«Cosa? Ma...»

«È inutile» disse Annie categorica. Si era appoggiata alla parete della cucina, le braccia conserte, e da lì osservava Lorelay come un falco osserva un topo. «Ormai lo sa. Ti prometterà che smetterà e continuerà a farlo di nascosto. È quello che farebbe chiunque.»

«E cosa suggerisci?»

«Lo sai.»

«Arriveresti a tanto?»

«Sì» rispose lei senza esitazione.

Il monosillabo cadde nella stanza come una pietra in uno stagno. Nessun dubbio, nessun tremito nella voce. Pura certezza.

«Di che state parlando?» chiese Lorelay, anche se Annie capì dal suo viso — gli occhi che si allargavano, il sangue che defluiva dalle guance — che aveva già intuito.

«D’accordo» disse Bailey, posando la tazza. La porcellana tintinnò sul tavolo. «Ecco cosa faremo. La portiamo all’Agenzia.»

«Stai scherzando, spero.»

«Lì potranno aiutarla. Contenerla. Capire come funziona il suo potere. Hanno le risorse, le strutture...»

«Vuoi consegnare una con un potere come il suo all’Agenzia?» rise sprezzante Annie. «Ma sì, diamogli il controllo assoluto sul mondo. Cosa potrà mai succedere.»

«Annie ha ragione, B.B. Consegnarla all’Agenzia è fuori discussione. Ashworth la farà uccidere nel giro di un’ora.»

«V-vogliono uccidermi?» farfugliò allarmata Lorelay. La voce sottile, acuta, da bambina.

«Smettila di recitare» disse brusca Annie. «Sai benissimo cosa sta succedendo.»

«No, io non lo so!» Lorelay balzò in piedi, quasi facendo cadere la sedia. Il legno stridette sul pavimento. «Siete piombati in casa mia in piena notte, blaterando di poteri e... gente che vuole uccidermi!» La sua voce si alzò, facendosi acuta, graffiante. «E lui dice che devo smettere di scrivere perché secondo voi le mie storie plasmano la realtà o roba del genere! Fino a prova contraria siete voi i cattivi! Avete quasi ucciso i vostri compagni! Siete dei terroristi!» Si rivolse al padre. «Cazzo, papà! Non stare lì impalato! Chiama la polizia!»

L’uomo afferrò il cellulare sul tavolo. Le iridi di Arthur lampeggiarono di blu. Vincent si portò il telefono all’orecchio, solo per riabbassarlo un minuto dopo, perplesso. Cominciò a pigiare con violenza sullo schermo. «Dannato coso... perché non funzioni?» borbottò, scuotendolo come se il problema fosse meccanico.

«Lorelay, devi venire via con noi» disse Arthur. La voce calma, ma gli occhi che tradivano la tensione.

«Potete scordarvelo! Non mi farò immischiare nei vostri casini!»

«O ci segui» ringhiò Annie, staccandosi dalla parete. «O ti faccio fuori seduta stante, decidi tu.»

«Sei fuori di testa» mormorò Lorelay, scioccata. Indietreggiò finché la schiena non sbatté contro la credenza. I piatti tintinnarono.

«Non preoccuparti, non le permetterò di farti del male» la rassicurò Bailey. Poi si bloccò. La faccia gli cambiò — l’espressione allegra che si spegneva come una lampada, sostituita da qualcosa di acuto, concentrato. La fronte aggrottata, teso verso la porta d’ingresso. Sembrava un animale che fiuta un predatore.

«Sta arrivando qualcuno» disse dopo qualche secondo.

«Chi?»

«Non lo so. Ma le loro emozioni non promettono nulla di buono. Tanti. Determinati. Il tipo di determinazione di chi ha un ordine da eseguire.» Bailey si alzò in piedi. «Credo sia il caso di levare le tende. Subito.»

Annie si mosse. Afferrò Lorelay per un braccio — dita che si chiudevano come una morsa intorno al bicipite magro.

«Ahi!» si lamentò lei, cercando di divincolarsi. «Lasciami!»

«Si stanno avvicinando... meglio uscire dalla finestra» suggerì Bailey, già in movimento verso la cucina.

«PAPÀ! CRISTO SANTO, FAI QUALCOSA!» urlò Lorelay, mentre Annie la trascinava. I piedi nudi nelle ciabatte che scivolavano sul pavimento.

«Dove la portate?» chiese Vincent, con quella calma irreale — la calma chimica del potere di Bailey che gli annebbiava il cervello come un sedativo.

«MA CHE CAZZO...»

«La proteggeremo, stia tranquillo» lo rassicurò Bailey, mentre apriva la finestra della cucina. L’aria della notte entrò di colpo — fredda, umida, con l’odore della pioggia che stava arrivando.

«LASCIAMI!»

Annie la strattonò. Lorelay era più forte di quanto sembrasse — i muscoli sottili che si tendevano, le mani che artigliavano il braccio di Annie — ma non abbastanza. «Ti conviene non fare scherzi. O ti romperò tutte le ossa del corpo. E fidati, non sarà piacevole.»

«Vado io con lei» disse Arthur, afferrando Lorelay da dietro. La ragazza si dimenava come un gatto selvatico. «Tu porta B.B.»

«CHE INTENZIONI AVETE?»

«Lorelay, sto per fare una cosa spiacevole. Ti chiedo scusa in anticipo.»

«Cos...»

Arthur materializzò le sue ali. Si dispiegarono dalla schiena come un’esplosione di luce — filamenti digitali, circuiti luminosi, una geometria impossibile di linee azzurre e bianche che si intrecciavano nell’aria. Per un momento Lorelay si bloccò, troppo presa ad ammirarle — la bocca aperta, gli occhi che riflettevano la luce — il terrore momentaneamente sostituito dallo stupore.

Poi Arthur spiccò il volo, passando attraverso la finestra con la rapidità di un uccello in picchiata. L’urlo terrorizzato di Lorelay squarciò la notte — un suono primitivo, viscerale, che rimbalzò tra i palazzi di cemento e svegliò i cani del quartiere.

Annie sentì dei colpi alla porta — pesanti, ritmici, il suono inconfondibile di qualcuno che sta per buttarla giù. Afferrò Bailey e decollò. L’aria fredda gli sferzò il viso. Sotto di lei, il palazzo si rimpiccioliva — i balconi, le finestre illuminate, il parcheggio con la Mustang sola sotto un lampione. Lei e Arthur salirono in alto, i tetti di Londra che si allargavano sotto di loro come una mappa. Vide Lorelay agitarsi come una forsennata tra le braccia di Arthur, la felpa grigia che sventolava nel vento, le ciabatte che le volavano via dai piedi e precipitavano nel vuoto.

«Lorelay, smettila di agitarti! Per favore!» urlò a sua volta Arthur, cercando di farsi sentire mentre lottava per trattenerla. Le ali digitali che pulsavano sotto lo sforzo aggiuntivo.

«MERDA! CAZZO! PORCA DI QUELLA PUTTANA!»

«Hai un vocabolario molto colorito per essere una scrittrice, Lorelay!» scherzò Bailey, divertito dalla scena nonostante tutto. Il vento gli appiattiva i capelli sulla fronte.

«CAZZO!»

«Dove andiamo?» gridò Annie.

«Non ne ho idea! Lontano da qui!» Gli occhi di Arthur erano tornati blu, processando dati in tempo reale. «Vedo dei SUV neri... è sicuramente l’Agenzia. Quattro veicoli, parcheggiati intorno al palazzo.»

«Quello stronzo di Ashworth deve averci fatto seguire.»

«Probabile. Sapeva che l’avremmo trovata. Ci ha lasciato fare il lavoro sporco e adesso si presenta per raccogliere i frutti. Non si fermerà finché non l’avrà eliminata.»

«CAAAZZOO!»

«La mia bambina!» esclamò Bailey, girandosi a guardare in basso. La Mustang era un puntino nero nel parcheggio. «Non possiamo abbandonarla! Non di nuovo!»

«B.B., ci sono questioni più urgenti!»

«Questo è urgente!»

«Santo cielo... te ne comprerò una nuova! Contento?»

«Non voglio una macchina nuova! Voglio la mia Lucy!»

«Sto per lasciarti cadere!» sbraitò Annie.

«Lucy! Papà tornerà a prenderti, è una promessa!» urlò Bailey verso il basso, la mano tesa come se la macchina potesse vederlo.

«Oh, per l’amor...»

Si allontanarono in fretta dal complesso residenziale. Le luci di Thamesmead scivolavano sotto di loro — i palazzoni, le strade deserte, un parco giochi con le altalene che oscillavano nel vento. Lorelay aveva smesso di urlare — forse per esaurimento, forse perché aveva capito che a quell’altezza urlare non serviva a niente — e si era aggrappata ad Arthur con una forza disperata, la faccia premuta contro il suo petto, gli occhi serrati.

Quando ebbero messo una distanza ragguardevole tra loro e il quartiere, Arthur fece cenno ad Annie di abbassarsi. Planarono verso il basso, attraversando la copertura di nuvole basse, e atterrarono in un vicolo stretto tra due capannoni industriali. Cassonetti, pozzanghere, l’odore di olio motore.

Appena ritornò coi piedi per terra, Lorelay crollò. Le ginocchia che cedevano, le mani che sbattevano sul cemento bagnato. Trascinò Arthur con sé, che finì inginocchiato accanto a lei. «Siete pazzi» bofonchiò, la voce rauca a forza di urlare. Tossì. «Pazzi...»

«Mi dispiace» disse Arthur, con aria colpevole. «Ma ti avrebbero uccisa, Lorelay.»

«Voi volete uccidermi!» provò a urlare di nuovo Lorelay, ma le uscì a malapena un rantolo. La gola le faceva male. I piedi nudi sul cemento bagnato — le ciabatte perse chissà dove tra i tetti di Londra.

«No, è Annie che vuole ucciderti» rettificò Bailey, sistemandosi i vestiti sgualciti dal vento. «Noi due siamo più ragionevoli.»

«Risolveremmo tutti i nostri problemi» ribatté lei con durezza.

«Li avremmo già risolti se mi aveste dato ascolto. Potevamo starcene con i culi all’aria su una spiaggia delle Fiji ma no, no... diamo la caccia a un parassita alieno che ha il potere di controllare il destino...»

«Finitela» li rimbeccò Arthur.

«Qual è il piano?» insisté Bailey. «Non possiamo continuare a fuggire, Arti. Prima o poi ci beccheranno. E ora ci siamo sobbarcati un’altra zavorra... senza offesa, zuccherino.»

Lorelay si accasciò contro il muro del capannone, troppo esausta per replicare. Tremava — dal freddo, dalla paura, dall’adrenalina che le defluiva dal corpo lasciandola vuota. I piedi nudi sul cemento che diventavano blu.

«Non lo so, B.B. Davvero non lo so» ammise Arthur stancamente. Si tolse la giacca e la posò sulle spalle di Lorelay, che non lo ringraziò ma non la respinse.

«Chiediamolo a lei» disse Annie, gesticolando verso Lorelay. «La storia è la sua, no?»

«Cazzo» imprecò sottovoce lei, gli occhi lucidi. «Sono solo delle maledette fanfiction. Non ho nessun cazzo di potere.»

Arthur si tirò su, aiutandola ad alzarsi. Si voltò verso Annie e Bailey, e qualcosa nel suo sguardo era cambiato. La rassegnazione aveva lasciato posto a qualcosa di più affilato.

«La tua idea potrebbe funzionare» disse. «Lorelay può effettivamente scrivere che cosa accadrà da questo momento in poi.»

«Oh, cristo santo...» Lei roteò gli occhi così forte che Annie pensò che si staccassero. «Bene. Lo farò. Scriverò per voi quello che cazzo volete. Basta che mi lasciate in pace.»

«Fantastico.» Bailey si animò, il sorriso che gli tornava in faccia come un sole che sbuca dalle nuvole. «Personalmente vorrei risvegliarmi su un’isola tropicale in mezzo all’oceano con un gruppo di ragazze che mi...»

Arthur gli lanciò un’occhiataccia.

«...che mi sventolano mentre mi godo un drink con il mio bellissimo futuro marito.»

«Vi state per sposare?» Lorelay sbatté le palpebre. «Auguri. In condizioni normali sarei felice per voi ma mi rode troppo il culo.»

«Come se non lo sapessi già» ribatté Annie.

«Qual è il tuo cazzo di problema?»

«Sei tu il mio problema.»

«Adesso basta» tagliò corto Arthur. «Lorelay, di cosa hai bisogno per scrivere?»

Lei ci pensò un momento. I brividi che le scuotevano le spalle sotto la giacca di Arthur. «Di un posto tranquillo. E di un computer. Mi concentro meglio se sto davanti a uno schermo. La tastiera mi... non so, mi aiuta a mettere in fila i pensieri. Come la tipa col diario.»

Annie si irrigidì. «Quale tipa col diario?»

«Non lo so, l’ho detto così. Era un’immagine che mi è passata per la testa.» Lorelay scrollò le spalle, ma c’era qualcosa nel suo sguardo — un lampo, rapidissimo, che Annie registrò senza riuscire a interpretare.

«Un internet point andrà bene» disse Arthur.

«Sì, ma ci andiamo a piedi! Merda, soffro di vertigini!»

Lorelay si voltò e iniziò a camminare alla cieca lungo il vicolo, i piedi nudi che schizzavano nelle pozzanghere. La giacca di Arthur le arrivava quasi alle ginocchia.

«Una cosa che avete in comune» osservò Annie, guardando Bailey.

«Io non soffro di vertigini» replicò lui, offeso. «Ho solo un rapporto complicato con l’altezza.»

Arthur trovò un internet point aperto a pochi isolati di distanza.

Era uno di quei posti dimenticati dal tempo — insegna al neon che lampeggiava a intermittenza, il tubo al gas che ronzava come un insetto moribondo. Vetrina polverosa con poster sbiaditi di offerte telefoniche scadute da anni: «CHIAMA L’INDIA A 2p AL MINUTO!» accanto a «FAX E FOTOCOPIE — OFFERTA SPECIALE». L’unico motivo per cui era ancora aperto a quell’ora era probabilmente l’insonnia del proprietario, o la mancanza di un posto migliore dove stare.

Entrarono. Il locale era stretto e lungo, illuminato da neon che proiettavano una luce malata — quel bianco verdastro che fa sembrare tutti cadaveri. File di computer lungo le pareti, la maggior parte spenti. Odore di plastica calda, polvere e disinfettante al limone.

Il tizio al bancone era un ragazzo sulla ventina con l’aria di chi non dormiva da giorni. Cerchi neri sotto gli occhi, barba di tre giorni, felpa con il cappuccio alzato. Aveva gli occhi incollati al cellulare, le dita che scorrevano freneticamente. Non alzò nemmeno la testa quando la campanella sulla porta annunciò il loro arrivo.

«Quanto costa?» chiese Arthur.

«Tre sterline l’ora» borbottò il ragazzo senza alzare lo sguardo. «Pagamento anticipato.»

Arthur lasciò una banconota sul bancone. Il tizio la prese, la infilò nel registratore di cassa con un gesto automatico — un movimento che aveva fatto diecimila volte — e indicò svogliatamente verso il fondo del locale.

«Computer tre. Quello in fondo.»

Il computer in questione era un relitto. Un vecchio scassone beige che sembrava uscito direttamente dagli anni Novanta — monitor a tubo catodico con lo schermo convesso, tastiera ingiallita con i tasti consumati al centro, mouse con la pallina. Il case ronzava come un frigorifero in fin di vita, producendo un calore secco che si sentiva già a un metro di distanza.

Lorelay si sedette davanti allo schermo — la sedia da ufficio che scricchiolò sotto il suo peso irrisorio — sospirando pesantemente. «Dubito che funzionerà» disse, guardando il desktop che si caricava con una lentezza esasperante. L’icona di Windows che girava, girava, girava. «Ma se servirà a liberarmi di voi, ben venga.»

Cominciò a smanettare con la tastiera. I tasti scricchiolavano sotto le sue dita — il suono secco e ritmico di una macchina da scrivere in miniatura. Alcuni più rigidi di altri, il tasto della «e» che richiedeva una pressione doppia. «Non sono nemmeno sicura che questo coso abbia Word...» borbottò, aprendo le cartelle del sistema.

«No, infatti» disse Arthur, sbirciando lo schermo da dietro la sua spalla. «Devi scaricarlo. Aspetta, faccio io.»

La pagina internet si aprì da sola. Il browser — una versione antiquata di Internet Explorer, con la barra degli strumenti che occupava metà schermo — navigò automaticamente verso il sito ufficiale di Microsoft. I click si susseguirono senza che nessuno toccasse il mouse. Il cursore si muoveva da solo, preciso, veloce. Download avviato. Barra di caricamento che avanzava.

Lorelay alzò un sopracciglio, osservando affascinata. «Vorrei poterlo fare anch’io» commentò. «Mi risparmierebbe un sacco di fatica.»

«Ecco. Download completato.» Arthur inclinò la testa, le iridi ancora luminose. «Ora servono le varie licenze... un attimo...» Una pausa. Il blu che pulsava. «Fatto.»

«Le hai pagate?»

Arthur non rispose subito. Bailey soffocò una risata.

«Diciamo che ho... aggirato il problema.»

«È interessante scoprire i retroscena di voi supereroi» disse Lorelay, e per la prima volta Annie colse qualcosa nella sua voce — una nota divertita, quasi complice — che non le piacque.

«Diamoci una mossa» disse Annie, spazientita. «Abbiamo solo un’ora.»

Bailey si guardò intorno. «Non c’è certo la fila. Rilassati.»

Erano gli unici clienti. Il tizio al bancone era ancora incollato al telefono, in un mondo che non intersecava il loro. La schermata bianca di Word si caricò. Lentamente. Molto lentamente. Il cursore che lampeggiava su una pagina vuota — un rettangolino nero che pulsava come un battito cardiaco, in attesa.

Lorelay posizionò le dita sulla tastiera e iniziò a battere parole a caso. Il delay era impressionante — i caratteri apparivano sullo schermo con secondi di ritardo rispetto alla digitazione, come se il computer avesse bisogno di tempo per pensare.

«Cristo santo» brontolò. «È lentissimo. Come posso plasmare il destino con un computer che impiega dieci secondi a scrivere una frase?»

«Prova a scrivere qualcosa» disse Arthur. «Un test. Qualcosa di piccolo, verificabile.»

«Tipo?»

Lui ci pensò un momento. Un sorriso gli attraversò le labbra. «Scrivi che Annie si mette un dito nel naso.»

Bailey ridacchiò.

Lorelay inarcò un sopracciglio. «Sul serio?»

«Sul serio.»

Lei scrollò le spalle. «Va bene...»

Cominciò a digitare. Le lettere apparivano una alla volta, con quella lentezza esasperante. A-n-n-i-e... s-i... m-e-t-t-e...

«Allora?» disse irritata Annie. Li guardava da una sedia accanto — seduta a gambe incrociate, le braccia conserte, l’espressione di chi ha cose migliori da fare.

Tutti si voltarono a guardarla. Lorelay sgranò gli occhi. Arthur trattenne il respiro. Bailey si portò una mano alla bocca.

«Che c’è?» chiese Annie, notando le loro espressioni. «Perché mi guardate così?»

«Hai...»

Bailey si indicò il naso.

E solo allora Annie se ne rese conto.

Aveva il dito nel naso. L’indice destro, infilato fino alla prima nocca. Non ricordava di averlo messo lì. Non ricordava nemmeno di aver alzato la mano. L’aveva fatto senza pensarci — senza volerlo — come se il gesto le fosse stato inserito nel corpo dall’esterno, come una riga di codice in un programma.

Lo abbassò immediatamente.

«Che cazzo...» imprecò, guardandosi la mano come se l’avesse tradita. Le dita che tremavano. Il cuore che le batteva forte. Non per il gesto in sé — un gesto stupido, insignificante — ma per quello che significava. Per il vuoto che aveva sentito in quel momento. L’assenza di volontà. Come se qualcun altro avesse premuto il tasto.

«Porca puttana» mormorò Lorelay, fissando lo schermo. Le parole che aveva scritto brillavano nella luce del monitor: «Annie si mette un dito nel naso.» Sette parole. Sette parole che avevano riscritto la realtà.

«Ora abbiamo la prova che è lei» mormorò Arthur con voce piatta. Il tono di chi constata un fatto e avrebbe preferito non doverlo fare.

«Cazzo» disse piano Bailey, passandosi una mano tra i capelli. Il sorriso era sparito. Per la prima volta da quando lo conosceva, Annie vide qualcosa che assomigliava alla paura nei suoi occhi grigi.

Ci fu un momento di silenzio. Il ronzio del computer sembrava improvvisamente assordante. Il ticchettio di un orologio da qualche parte nel locale — un suono che Annie non aveva notato prima. Il rumore del traffico fuori, attutito dalle vetrine polverose. Il mondo che continuava ad andare avanti, ignaro del fatto che in un internet point di periferia una ragazza con i piedi nudi aveva appena dimostrato di poter riscrivere la realtà.

Lorelay non staccava gli occhi dallo schermo. Il cursore che lampeggiava dopo l’ultima parola, in attesa della prossima.

«Cosa volete che scriva?»

Arthur e Bailey si scambiarono un’occhiata — il tipo di occhiata che vale mille parole, costruita su anni di conoscenza reciproca. Bailey che chiedeva, Arthur che rispondeva, senza che una sillaba venisse pronunciata.

«Potrebbe cancellare l’esistenza dell’Agenzia» propose Bailey.

«Non può cancellare l’Agenzia» replicò serio Arthur. «Cambierebbe tutto. È come con i paradossi temporali. Se elimini qualcosa di così grande, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. L’Agenzia esiste da decenni, ha influenzato migliaia di eventi, persone, decisioni... la sua rimozione creerebbe un buco nella storia che potrebbe risucchiare tutto. Dobbiamo fare attenzione a non stravolgere troppo.»

Lorelay storse il naso. «Detesto questa roba. Avete visto Dark, su Netflix?» Scrollò le spalle. «Sopravvalutato, secondo me.»

«Sembri piuttosto tranquilla per una che ha appena scoperto di poter gestire il mondo come vuole» disse Annie, gli occhi stretti. Osservava ogni micro-espressione sul viso di Lorelay — ogni contrazione, ogni battito di ciglia, ogni angolo della bocca. Cercava la crepa nella facciata.

«Che cosa vuoi che faccia? Che mi metta a ringraziare Dio?»

«Non Dio» replicò pungente Annie. «Ma il parassita alieno che ti sta usando come tramite.»

Lorelay sbatté le palpebre. «Scusa?»

Arthur lanciò ad Annie un’occhiata esasperata. Poi si voltò verso Lorelay. «Ascolta. Hai mai scritto qualcosa su un uomo di nome Ashworth?»

«Chi?»

Lui si morse il labbro.

«Aspetta...» Lorelay aggrottò la fronte, cercando di ricordare. «Non è il tizio che avete nominato prima? Quello che vuole uccidermi?»

«Sì.»

«Perché mi vuole morta? Io nemmeno lo conosco!»

«È per via del potere» rispose Arthur. «È convinto che tu lo stia manipolando. Che tu lo abbia costretto a fare cose che non avrebbe fatto.»

«Come faccio a scrivere di un tizio che nemmeno conosco? È assurdo!»

«Sì, lo è» disse Arthur pensieroso. Lo sguardo che si perdeva da qualche parte nel mezzo della stanza.

«Chiedi al parassita» disse piccata Annie.

«Si può sapere cos’è 'sta storia del parassita?»

Arthur si prese un momento. Si appoggiò al bancone accanto al computer, incrociando le braccia. «Ashworth ci ha raccontato che nel '62 lui e dei suoi colleghi fecero degli esperimenti... particolari. A Cambridge. Aprirono un portale interdimensionale.»

«Mi prendi per il culo.»

Arthur scosse la testa. «Entrò... qualcosa. Lui la definisce un’entità. Una creatura che esisteva nel vuoto tra le dimensioni. Provò a possederli. Ma non finì bene. Lui è l’unico sopravvissuto. L’entità fuggì e secondo Ashworth ha trovato un nuovo ospite a cui aggrapparsi.» Fece una pausa. «Te.»

Lorelay pendeva dalle sue labbra. I grandi occhi spalancati, le dita ferme sulla tastiera, il corpo immobile.

«A quanto ci ha spiegato, l’entità non può manifestare i suoi poteri se non ha un tramite» continuò Arthur. «Un ospite attraverso cui operare. Qualcuno che scriva — che dia forma al caos. Tu sei il suo tramite, Lorelay. Il potere che hai... non è tuo. È suo.»

«Porca zozza» borbottò Lorelay, appoggiandosi allo schienale della sedia. Lo schienale cigolò. «Sembra la trama di una puntata di Doctor Who.»

«Già.»

Il silenzio durò qualche secondo. Il cursore che lampeggiava. Il ronzio del computer. Il tizio al bancone che rideva piano di qualcosa sul suo telefono — un suono che apparteneva a un altro universo.

«E se cancellassi questo Ashworth?» disse all’improvviso Lorelay, raddrizzandosi.

«Sarebbe come ucciderlo!» Arthur si ritrasse, inorridito. «No, Lorelay, non dobbiamo abbassarci ai loro livelli.»

«Sei molto...» Lorelay sembrò cercare la parola adatta per non offenderlo. «Corretto.»

«E tu sei molto a tuo agio con l’idea di azzerare le persone» s’intromise Annie, la voce tagliente.

L’espressione di Lorelay s’indurì. La ragazza spaventata con le ciabatte perse era sparita. Al suo posto c’era qualcun altro — qualcuno di più freddo, più calcolatore. «Non resterò a guardare mentre cercano di ammazzarmi» disse, la voce bassa ma ferma. «Non ora che so di avere questo... potere.»

«Visto?» disse Annie, con aria di trionfo. «Te l’avevo detto. Non ci mette niente a passare dalla paura alla fame di potere. È nella natura umana.»

«Sta cercando solo di sopravvivere, Annie» replicò Arthur con calma. «Tu faresti la stessa cosa.»

Annie non rispose, ma il suo silenzio era eloquente.

«Dobbiamo cercare di capire come procedere» continuò Arthur, massaggiandosi la fronte. Le dita che scavavano nelle tempie. «Magari potremmo apportare qualche piccola modifica, senza strafare...»

«Puoi farmi un pe...» iniziò Bailey.

«NO» lo fermò Arthur.

«Non sai cosa stavo per chiedere.»

«Non è il momento, B.B.»

«Posso scrivere una specie di lieto fine per tutti» disse Lorelay. «Saltare la parte dell’azione. Senza andare a modificare niente di grosso, onde evitare casini temporali o roba del genere. Tipo... I protagonisti smettono di essere ricercati. L’Agenzia li lascia in pace. Fine.»

«Sì...» Arthur si morse il labbro. «Potrebbe funzionare. Qualcosa di leggero. Un nudge, non uno strappo.»

«Funzionerà» disse Lorelay. Le dita che si posizionavano sulla tastiera con una sicurezza nuova. «Decido io come vanno le cose, no?» Si rivolse allo schermo, tamburellando pensierosa. «Vediamo... un lieto fine...»

Arthur era di nuovo cupo. Si avvicinò ad Annie e Bailey, abbassando la voce in modo che Lorelay non potesse sentirlo. «Ci sono delle cose che non mi tornano» sussurrò. «L’età, il fatto di Ashworth...»

«Perché sta mentendo» sibilò velenosa Annie. «Ci sta prendendo per il culo, Arti. Sta recitando la parte della ragazza spaventata e innocente, e voi ci cascate come polli.»

«Se mentisse, perché farsi strappare da casa sua in quel modo? Lei odia volare, soffre di vertigini. Hai visto come urlava. Nessuno urla così se sta recitando.»

«Perché è furba?» replicò ironica Annie. «Perché sa che se ci convince di essere innocente, non la uccideremo? Andiamo, Arti. Non è il primo nemico che ci mette davanti una faccia pulita.»

«Sentite, non me ne frega niente» disse Bailey, e c’era una nota dura nella sua voce che fece voltare entrambi. La leggerezza era scomparsa. Sotto il sorriso, sotto le battute, c’era un uomo stanco e spaventato che voleva solo che tutto finisse. «Può anche essere la bastarda più viscida della terra. Voglio solo liberarmi di lei.»

Annie inarcò un sopracciglio. «Non eri tu che volevi proteggerla?»

«Sì. Prima di scoprire che può effettivamente manipolare il fottuto destino. Prima di vederti infilarti un dito nel naso contro la tua volontà.» Bailey abbassò lo sguardo. «Cristo... comincio a chiedermi anch’io se non siamo tutti frutto della sua fantasia...»

Arthur si ammorbidì. Gli prese la mano e la strinse forte — le dita che si intrecciavano con una familiarità che non richiedeva pensiero. Bailey si tranquillizzò leggermente al contatto. Annie notò che Lorelay li stava guardando.

Li osservava in un modo quasi... famelico. Lo sguardo concentrato, le pupille dilatate, le labbra appena dischiuse. Non era attrazione — era qualcosa di diverso. Qualcosa di più vorace. Come uno scrittore che osserva i suoi personaggi prendere vita e non riesce a staccare gli occhi dallo spettacolo. Il tipo di sguardo che ti fa sentire nudo.

Durò solo un attimo. Poi tornò ad avere un’aria annoiata, le dita che tamburellavano pigramente sulla tastiera.

Annie registrò il cambiamento. Lo archiviò.

«Avete idee per il finale?» chiese Lorelay con noncuranza, sgranchendosi le dita una alla volta. «Io non so cosa inventarmi. Non sono mai stata brava coi finali.»

«Non importa» disse Bailey, senza staccarsi da Arthur. Le loro mani ancora intrecciate. «Basta che ci fai restare insieme.»

Lorelay tamburellò sulla tastiera. «Potremmo saltare direttamente al vostro matrimonio. Come vorreste che fosse? Classico...? Alternativo...? Non lo so, non sono una wedding planner...»

«Vogliamo che sia perfetto» mormorò Arthur.

«Fin qui era chiaro. Non siete molto d’aiuto...» Lorelay sospirò teatralmente. «Ora mi invento qualcosa... quindi, l’Agenzia ci lascia in pace, Cipher ed Empathy coronano il loro sogno d’amore, e...» Si voltò verso Annie, di nuovo con quello sguardo strano — quello sguardo da scrittrice che studia un personaggio da ogni angolazione. «Che succede a te?»

«Io resterò con loro» disse secca Annie. «Non azzardarti a farti venire strane idee.»

«A fare il terzo incomodo? Come vuoi.»

«Non sono il terzo incomodo.»

«Certo che no.»

Lorelay si girò verso lo schermo, poi, sentendosi ancora gli occhi di Annie addosso, tornò a guardarla.

«Se mi fissi non ci riesco.»

«Oh, sei timida adesso.»

«Lo sono sempre.» Lorelay sostenne il suo sguardo. Per la prima volta, Annie vide qualcosa nei suoi occhi che non aveva notato prima. Non paura. Non rabbia. Qualcosa di più vecchio, più profondo. La stanchezza di chi porta un peso di cui non conosce il nome. «Tu non mi conosci» disse Lorelay. Lo disse come un fatto, non come una sfida.

Annie guardò Bailey e Arthur. Si stavano baciando con dolcezza, le mani intrecciate, persi nel loro mondo — quel mondo in miniatura che costruivano ogni volta che si toccavano, un posto dove nient’altro esisteva. «Finitela di fare le cozze, voi due» disse stizzita, ma la voce le uscì più morbida di quanto avesse voluto.

Sentì il rumore secco dei tasti mentre Lorelay iniziava a scrivere. Un ritmo costante, rapido — tac tac tac tac — interrotto solo dal delay del computer che rallentava la comparsa delle lettere sullo schermo. Quando Annie tornò a sbirciare, la vide concentrata al massimo, la postura curva, le dita che volavano sulla tastiera nonostante i tasti rigidi. Era una macchinetta — veloce, precisa, instancabile. La luce dello schermo si rifletteva nei suoi occhi, e c’era qualcosa in quello sguardo — una fame, un’urgenza, qualcosa che Annie non riusciva a decifrare ma che le faceva venire i brividi. Come guardare qualcuno che prega. O qualcuno che lancia una maledizione.

Continuava a non fidarsi di lei. Sentiva che c’era qualcosa che non andava. Qualcosa che le sfuggiva, come un’ombra nell’angolo dell’occhio che sparisce quando provi a guardarla direttamente. Il modo in cui aveva accettato il potere — troppo in fretta. Il modo in cui aveva parlato di cancellare Ashworth — con la stessa leggerezza con cui si cancella una riga di testo. Il modo in cui li guardava quando pensava di non essere osservata.

E quella frase — «come la tipa col diario» — detta senza che nessuno le avesse parlato di Ashley.

Poi Annie smise di pensare.

Non perché avesse trovato una risposta. Non perché si fosse rassicurata.

Semplicemente... smise. Come un televisore che si spegne a metà frase. Come una candela soffiata via. Il pensiero che stava costruendo — quel filo logico che la stava portando da qualche parte, verso una conclusione che non aveva ancora formulato ma che sentiva lì, a un soffio — si dissolse.

Sparì.

Come se qualcuno l’avesse cancellato.

17 Capitolo 17

Bailey aprì gli occhi.

Per un momento non capì dove si trovasse. Si guardò intorno, confuso. Era seduto su una poltrona di pelle consumata, in quello che aveva tutta l’aria di essere un camerino. Specchi illuminati da lampadine calde, un tavolino pieno di trucchi e spazzole, poster sbiaditi alle pareti.

Era solo.

In lontananza sentiva qualcuno che parlava – una voce maschile allegra, amplificata da un microfono. Risate registrate. Applausi.

Dove cazzo si trovava?

Si alzò, incerto. Le gambe gli tremavano leggermente. L’ultima cosa che ricordava era l’internet point, lui e Arthur che si baciavano…

Poi il buio.

All’improvviso una porta si aprì e ne entrò una ragazza con l’auricolare – una che Bailey non aveva mai visto. Capelli raccolti in una coda stretta, tablet in mano, l’aria efficiente di chi fa questo lavoro da anni.

«Allora, dolcezza» disse lei. «È il tuo momento. Ricorda: sorridi, sempre. Qualsiasi cosa ti dicano, mantieni la calma.» Si avvicinò. «Fammi sentire l’alito.»

«Cosa?»

Lei fece una smorfia, arricciando il naso. «Cristo, B.B., ti avevo chiesto di non bere prima dell’intervista...»

«Non ho bevuto!»

Gli rovistò nella tasca della giacca e ne tirò fuori una fiaschetta d’argento, agitandola con aria eloquente. Sembrava quasi vuota. Il liquido all’interno fece un suono patetico.

«Non ho...» Bailey scosse la testa. «Lasciamo perdere. Dove siamo?»

«Divertente. Sei già così ubriaco?»

«Io non sono ubriaco! Senti, non...»

Lei diede un’occhiata al suo smartwatch. «Non c’è tempo. Tra un minuto vai in scena. Su, muoviti!»

E lo spinse via verso un corridoio. Bailey non riconosceva il posto. Sembrava uno studio televisivo – fin qui era ovvio – ma non la sede della BBC. Gli ambienti erano più modesti, quasi troppo vissuti. Moquette consumata, pareti che avrebbero avuto bisogno di una riverniciata, cavi che correvano lungo il pavimento.

Continuò a spingerlo finché non raggiunsero il retro del palco. Attraverso le quinte, Bailey vedeva le luci accecanti, il pubblico seduto sulle gradinate, le telecamere che ronzavano.

Un presentatore che non conosceva – un uomo sulla cinquantina con un sorriso troppo bianco e i capelli troppo perfetti – stava parlando al microfono.

«... e adesso, signore e signori, il nostro ospite speciale di stasera. Un uomo che non ha bisogno di presentazioni... anche se ultimamente le presentazioni che riceve non sono esattamente lusinghiere!»

Risate.

«Accogliamo... Empathy!»

La ragazza gli sistemò in fretta la cravatta e lo spinse verso il palco. Bailey avanzò, accecato dai riflettori. Non venne accolto dai soliti applausi. Fischi. «Buu!» di protesta. Un «Tornatene a casa, buffone!» che si levò chiaro dal pubblico.

Bailey rallentò, incerto. Sentiva il loro disprezzo, il loro odio – onde di emozioni negative che lo colpivano come schiaffi. Che cazzo stava succedendo?

«Suvvia, suvvia» disse il presentatore, facendo cenno al pubblico di calmarsi. Il suo sorriso era enorme, da rapace. «Ciao, Empathy. È un piacere averti qui con noi. Anche se non sembra!» Indicò una poltrona di fronte alla sua. «Accomodati pure.»

Bailey si sedette, nervoso. La poltrona era scomoda.

«Allora...» Il presentatore incrociò le gambe, riportando il silenzio. «Come stai?»

«Bene.»

«Non si direbbe, leggendo i tabloid.»

Qualche risata sguaiata dal pubblico.

«Ormai occupi sempre le prime pagine. Prima con la storia di Eva Grant, poi con le accuse di stalking da parte di Cipher...»

Bailey si voltò di scatto. «Cosa?»

Il presentatore si rivolse al pubblico, divertito. «Sembra che l’abbia già dimenticato... qualcuno ha di nuovo esagerato.» E imitò il gesto di bere.

Il pubblico rise. Bailey era troppo sotto shock per replicare.

«Che ne dici di parlarci di Clarisse Fraser? Vuoi commentare ciò che ha detto?»

«Chi?»

«Beh, va bene tutto, Empathy...» il presentatore scosse la testa con finta compassione. «Ma dimenticarsi perfino della futura madre di tuo figlio... mi pare un po’ eccessivo, perfino per te.»

Il pubblico rise di nuovo. Bailey non aveva parole.

«La Fraser afferma di essere incinta e che il padre sia tu. Qualcosa da dire?»

Bailey strinse i braccioli della poltrona fino a farsi sbiancare le nocche.

«Nulla?» lo esortò il presentatore, divertito. «Pensi di sposarla? O è solo l’avventura di una notte? Perché in questo caso le cose si complicano per te, Empathy. Come se non fossero già abbastanza... incasinate.»

Risate. Bailey fissava il vuoto. I suoni lo raggiungevano come ovattati. La luce del palco lo accecava. Non capiva cosa stesse succedendo. Sapeva solo che non doveva essere lì.

Era sbagliato.

Era tutto sbagliato.

Si alzò.

«Dove vai?» chiese il presentatore, ancora sghignazzante.

Bailey non rispose. Tornò a passo spedito dietro le quinte. La ragazza di prima lo intercettò, afferrandolo per un braccio. «Che cazzo stai facendo?» sussurrò agitata. «Torna a sederti!»

Ma Bailey la ignorò. Ignorò tutti.

Corse fuori.

Nel parcheggio, individuò la sua macchina, parcheggiata in un angolo.

Si rovistò nelle tasche e trovò le chiavi. Salì a bordo e partì, riflettendo su dove potesse trovarsi Arthur. Forse alla sua casa a Shoreditch. Valeva la pena tentare.

Premette sull’acceleratore. La città sfrecciava fuori dal finestrino – luci, insegne, persone che camminavano sui marciapiedi. Tutto sembrava normale. Tutto sembrava reale.

Ma non lo era. Non poteva esserlo.

Si fermò sotto il grattacielo dove si trovava il super attico di Arthur. Scese dall’auto ed entrò nella hall.

Una receptionist stava controllando il computer dietro un bancone curvo. Accennò un sorriso che le morì sulle labbra nel riconoscerlo. «Signor Burns» balbettò.

«Salve. Devo vedere Arthur Morgan.»

La donna esitò. I suoi occhi guizzarono verso il telefono sulla scrivania.

«Lei... non dovrebbe essere qui.»

«Prego?»

La donna prese il telefono. «Per favore, se ne vada. O dovrò chiamare la polizia.»

«Un momento, perché mai... fanculo.»

Usò il suo potere. La donna si rilassò immediatamente. Le spalle si abbassarono, la tensione svanì dal suo viso. Le pupille si fecero leggermente vacue.

«Non sono qui per creare problemi. Dammi la chiave per l’attico.»

La donna obbedì, mansueta. Gli porse una tessera magnetica. Bailey salì in cima con l’ascensore – un viaggio silenzioso attraverso quaranta piani. Le porte si aprirono direttamente nell’appartamento.

Attraversò cauto il salotto, guardandosi intorno. Le luci erano soffuse. Sentiva delle voci provenire da un corridoio. All’improvviso una figura sbucò davanti a lui.

Bailey ci mise un momento a riconoscerla.

Francis.

Indossava solo una maglietta larga e i boxer. I capelli erano arruffati, come se si fosse appena alzato dal letto. Lui si paralizzò nel ritrovarselo davanti, il sorriso che gli moriva sulle labbra. Per un momento si guardarono.

«Art?» disse Francis, la voce che tremava, lanciando un’occhiata terrorizzata verso il corridoio.

«Che succede?»

Arthur sbucò al suo fianco. Anche lui era mezzo nudo. Petto scoperto, pantaloni del pigiama. Si voltò e vide Bailey. La sua bocca si socchiuse. Un «merda» gli sfuggì dalle labbra. Si mise davanti a Francis.

Non era questa la reazione che Bailey si aspettava. Aveva sperato che Arthur gli corresse incontro, sollevato, altrettanto perso. Magari con qualche spiegazione logica.

Non... questo.

Gli occhi di Arthur si illuminarono di blu. «Hai tre secondi per sparire prima che avverta la polizia.»

«Arti» disse Bailey in fretta. «Non so bene che cazzo succede, ma...»

«...due...»

«Ti prego, ho bisogno di parlarti...»

«...uno.»

Delle corde digitali si formarono dal nulla – filamenti di luce azzurra che si avvinghiarono al corpo di Bailey, stringendogli le braccia e le gambe e facendolo cadere faccia a terra. «Cazzo!» imprecò sottovoce, il mento che sbatteva sul parquet.

«La polizia sta arrivando.» Arthur si voltò verso Francis, la faccia che si addolciva. «Stai tranquillo. È tutto sotto controllo.»

«Arti, devi ascoltarmi!» esclamò Bailey, agitandosi. «Cazzo! Non è così che doveva andare...»

«E come doveva andare?» chiese sprezzante Arthur, fulminandolo.

«Io... non capisco cosa succede. Dicono che mi hai denunciato per stalking. Stalking! È ridicolo, non ho mai...»

«Ci hai perseguitato, B.B.» Arthur era furioso. «Per mesi. Sia me che Francis. Non mi hai lasciato scelta. Ho dovuto richiedere un ordine restrittivo.»

«È successo solo una volta e non mi sono nemmeno avvicinato... Annie è testimone...»

«Annie? Che cazzo c’entra Annie?»

«Lei era con me...»

«Questa poi.» Arthur scosse la testa, indignato. «Sei di nuovo ubriaco, vedo. Arrivare perfino a tirare fuori Annie...»

«Non sono ubriaco! Perché siete tutti convinti del contrario?»

«Perché è quello che sei!» esplose Arthur. «Un fottuto ubriacone che occupa il tempo a scopare in giro e a tormentare la gente!»

C’era una spietatezza nelle sue parole che ferì Bailey più di qualsiasi cosa. Usò il suo potere, cercando di sondare le emozioni di Arthur, in cerca dell’amore sotto lo strato di disprezzo.

Ma trovò solo disgusto.

Puro e vero disgusto.

«Annie!» ripeté esasperato Arthur. «Non hai nemmeno più rispetto per i morti...»

«Morti?» abbaiò Bailey. «Annie non è morta!»

«È morta sette anni fa, B.B.» La voce di Arthur si spense. «È stata risucchiata insieme a quella pazza del suo doppelgänger in quel portale. Lo sai. C’eri anche tu.»

«No, è tornata!»

«Che cosa hai assunto?»

«Nulla! Cazzo, è tutto incasinato...»

«Una cosa sensata l’hai detta.»

«Devi lasciarmi spiegare!»

Arthur distolse lo sguardo. «Per favore, smetti di parlare.»

«È tutto sbagliato! Noi due stavamo per sposarci, porca puttana!»

Arthur tornò a guardarlo. Le iridi erano cupe, impenetrabili. «Te lo sei immaginato, B.B.» disse piano. «È tutto nella tua testa. Te l’ho già detto: le cose tra di noi non funzionavano più. Devi fartene una cazzo di ragione.»

«No, no, no! Non è così! Arti, ti prego...»

«È arrivata la polizia» disse secco Arthur, e nel suo sguardo c’era quasi pietà. «Stavolta non te la caverai. Ti metteranno la cavigliera. E stai sicuro che i nostri avvocati si sentiranno.»

La polizia arrivò pochi secondi dopo. Due agenti in uniforme, i manganelli in pugno, le espressioni annoiate di chi fa questo lavoro troppo spesso.

«È innocuo. Credo sia sotto l’effetto di qualche droga.»

Uno dei poliziotti mise le manette a Bailey e lo tirò su di peso.

«Arti, lo giuro, devi credermi...» disse lui disperato, mentre il poliziotto recitava i suoi diritti. «È una specie di... universo sballato!»

Arthur lo guardò senza dire niente, attirando Francis a sé.

«Arti!»

«Cammina!» ringhiò il poliziotto, strattonandolo.

Lo portarono giù e lo trascinarono fino alla volante, gettandolo senza troppe cerimonie sul retro. Le portiere si chiusero con un tonfo metallico. Le corde di Arthur si dissolsero. Bailey si lasciò ricadere contro il sedile, chiudendo gli occhi.

«Ne hai combinata un’altra delle tue, eh, Empathy?» commentò il poliziotto al volante, mentre partivano.

«Fanculo» mormorò Bailey, poggiando la fronte contro il vetro freddo.

Lo portarono alla stazione più vicina. Venne trascinato lungo corridoi grigi e gettato in una cella. Non gli presero né le impronte digitali né gli fecero foto segnaletiche – il che gli fece capire che era già stato schedato. Che questo era già successo prima.

Si sedette a terra, raggomitolandosi in un angolo. Era fottuto. Intrappolato in una realtà in cui Arthur lo odiava. In cui Annie era morta. In cui lui era un alcolizzato, uno stalker, un fallito.

«Il pensiero lo riempiva di disperazione» disse una voce femminile, mentre dei passi si avvicinavano.

Bailey alzò la testa. Attraverso la finestrella della cella vide il volto familiare di Lorelay. Lei lo salutò sorridendo, agitando la manina. Bailey scattò in piedi.

«Lorelay! Cosa...»

«Prendi fiato» disse lei.

Indossava una divisa da poliziotta. Camicia blu, distintivo appuntato sul petto, capelli raccolti sotto il berretto. Sembrava quasi... a suo agio.

«Lorelay, che cazzo sta succedendo? L’ultima cosa che ricordo è che eravamo all’internet point e...»

«Oh, B.B.» Lorelay inclinò la testa. «Sei così adorabile. Non a caso sei il mio preferito.»

«Di che stai parlando?»

Lei sollevò un blocchetto – uno di quei taccuini da poliziotto, con la copertina di pelle nera. «"Bailey era confuso"» lesse ad alta voce. «"Continuava a non capire cosa stesse succedendo. Perché Lorelay era lì, vestita da poliziotta?"»

Poi tornò a sollevare lo sguardo su di lui, sorridendo.

«Cazzo» mormorò Bailey. «È opera tua.»

«"Cazzo"» ripeté Lorelay con enfasi, continuando a leggere. «"Mormorò Bailey, iniziando a intuire. È opera tua."»

Bailey si agitò. «Okay» disse, cercando di mantenere la calma. «Hai scoperto di avere un potere e hai deciso di divertirti un po’. Esilarante, davvero. Ora rimetti tutto a posto.»

«Com’è vivere in una realtà in cui la persona che ami ti detesta? Doloroso, vero? Così... struggente. Ah, le situazioni che potrei creare... »

Bailey batté i pugni contro la porta. «Cazzo, Lorelay, non farmi questo...»

Lei si avvicinò, così vicino al vetro che il suo fiato lo appannò leggermente. «B.B., ti ho fatto anche di peggio» disse piano. «Solo che non lo ricordi.» Aggrottò la fronte con aria eloquente, poi si allontanò leggermente. «Altro te. Altra storia. Per un altro giorno.»

«Cazzo! Dico sul serio! Riporta le cose alla normalità!» urlò Bailey, battendo di nuovo i pugni.

«Questa è la normalità. La tua normalità. Il mondo ti odia. Arti ti odia. Annie non è mai tornata. E tu affondi sempre di più nell’autocommiserazione.»

«Sei una cazzo di psicopatica!»

«"Sei una cazzo di psicopatica!"» lesse Lorelay dal blocchetto. «"Sbraitò Bailey furioso, sferrando un calcio alla porta."»

Bailey si ritrovò suo malgrado a farlo. Il suo piede partì da solo, colpendo il metallo con un tonfo sordo. «Cazzo... cazzo!» sbraitò, mentre Lorelay gli faceva il verso, leggendo le sue parole esatte nello stesso momento in cui le pronunciava.

Lei ghignò, consapevole. «Sei nato per i ruoli drammatici. Se non avessi il tuo potere, saresti una star del cinema. Fidati di me. Lo so.»

«Cristo santo...» Bailey si appoggiò alla porta, svuotato. «che è successo ad Annie?»

«Ci sto ancora pensando.» Lorelay scrollò le spalle. «Non è mica facile creare uno scenario, sai? Mi sto lasciando guidare dal flusso di coscienza...»

«Devi fermarti!»

«Non posso» disse lei, e per un istante la sua voce si fece quasi malinconica. «È la mia natura, capisci? È come chiedere a un uccellino di smettere di cinguettare. Devo continuare a creare, per il bene della mia sanità mentale... e per soddisfare Destiny.»

«Cazzo! Tu già sapevi tutto! Annie aveva ragione!»

«Sì, Annie è così perspicace...» Lorelay sventolò una mano e il suo sorriso si ammorbidì. «Non che ci volesse un genio per capirlo. Era scontato. Tutte quelle piccole bugie per sviarvi… è stato divertente finché è durato.»

«Fammi uscire!»

«E cosa faresti se ti lasciassi uscire?»

«Ti prenderò a calci nel culo, tanto per cominciare!»

«Ooh» Lorelay si strinse nelle spalle. «Come ho detto, così dolce. Mi ha richiesto anni renderti così, sai?»

«Fanculo! Noi siamo reali!»

«Oh, certo che lo siete» replicò Lorelay, incrociando le braccia.

«I miei...»

«I tuoi ricordi sono stati creati da me, B.B.» lo interruppe in tono paziente Lorelay, prima ancora che finisse. «La tua esistenza inizia da quando fai la tua entrata in scena al centro di servizi sociali di Walthamstow. Vale anche per Annie e Arthur. Non sono nemmeno scesa nei dettagli sui vostri passati. Non erano essenziali ai fini della storia. E non avevo voglia di approfondire, ti dirò la verità.»

Bailey abbassò lo sguardo. Le mani gli tremavano.

«Lo so...» disse Lorelay con voce gentile. «Ora è il momento della crisi esistenziale. Essere o non essere, questo è il dilemma. Non era proprio così, ma ci siamo capiti. Saltiamo questa parte, vuoi?»

Voltò pagina sul blocchetto.

«Aspe...!»

Buio.

Arthur aprì gli occhi.

La prima cosa che notò fu il freddo. Un freddo pungente, metallico, che gli penetrava nelle ossa. Era sdraiato su qualcosa di duro – un pavimento, forse – e indossava solo una maglietta sottile e dei pantaloni leggeri.

Si tirò su a sedere, guardandosi intorno.

Era in una cella. Un cubo di vetro, con una branda in un angolo e un water sporco. Nessuna finestra. Solo una porta di metallo con una serratura elettronica. Somigliava alle celle di contenimento dell’Agenzia – quelle riservate ai casi più pericolosi.

L’ultima cosa che ricordava era l’internet point. Lorelay che scriveva. Le labbra di Bailey sulle sue.

Poi il nulla.

Si alzò in piedi, barcollando. Provò a usare il suo potere – a connettersi alla rete, a cercare informazioni – ma non successe niente. La sua mente rimase muta, isolata, tagliata fuori dal flusso costante di dati che lo accompagnava da anni.

Notò qualcosa al polso. Un braccialetto metallico, sottile, che emetteva un leggero ronzio. Provò a sfilarselo, tirando, torcendo, ma aderiva perfettamente alla pelle come se fosse stato fuso direttamente sul suo corpo.

«Ciao.»

Arthur sollevò lo sguardo. Lorelay lo fissava dall’altra parte del vetro, con un sorriso condiscendente. Indossava un’uniforme dell’Agenzia – lo capì dal logo ricamato sulla spalla. «Lorelay? Che...»

«"Che ci faccio qui?" chiese Arthur confuso» recitò Lorelay con noncuranza. «Ma Lorelay si limitò a fissarlo, senza smettere di sorridere.»

L’espressione di Arthur si indurì. «Che cosa hai fatto?» domandò brusco.

«Sei sempre stato quello sveglio del gruppo.»

«Lorelay...»

«Sai...» Lei si guardò per un attimo attorno. «Tu sei il personaggio più lontano da me, Arti. Incarni tutto ciò che non sono. Tutto ciò che non sarò mai. Intelligente, gentile, altruista, amato...» Un’ombra le attraversò il viso. «A volte mi chiedo cosa si prova. Ad essere come te. Ad avere qualcuno che ti guarda nel modo in cui B.B. guarda te.»

«Che cosa gli hai fatto?»

«Fossi in te mi preoccuperei per la tua situazione.» Lorelay tornò a sorridere. «Ho deciso di mischiare un po’ le carte in tavola. Sei troppo perfetto.» Incrociò le braccia sul petto. «È questo il problema con te, Arti. Sei sempre così... giusto. Così dannatamente buono, prevedibile. Noioso per certi versi. È una cosa che mi hanno fatto notare anche nei commenti.»

«Che cosa gli hai fatto, Lorelay?» ripeté con rabbia Arthur.

«Il fatto è che i tuoi difetti non compensano i pregi...»

Arthur scattò verso di lei, battendo i palmi contro il vetro con un tonfo sordo. «DOV’È B.B.?» urlò.

«Te l’ho detto» replicò Lorelay, impassibile. «È vivo. Cosa che non si può dire del Bailey di questa realtà.»

«Di che diavolo parli?»

«L’hai ucciso, Arti. Così come hai ucciso Annie. E molti altri.»

«Cosa...?»

«Sì, hai capito bene. Sei un assassino.»

«Finiscila con le stronzate!»

«Non sono stronzate. Prova a ricordare.»

Arthur stava per replicare, quando si fermò. Un’immagine di lui che fissava due corpi in un corridoio gli balenò nella mente.

«Li hai ammazzati» disse Lorelay, pacata. «Quando avevi quindici anni, dopo essere stato colpito dal fulmine. È così che hai scoperto il tuo potere. Non che non se lo meritassero» proseguì. «Hai avuto le tue buone ragioni. Ti tormentavano. Tutte quelle umiliazioni, come se tu non avessi già sopportato abbastanza...»

Mentre lei parlava, i ricordi continuavano a scorrergli davanti agli occhi. Le vessazioni da parte di Annie e Bailey, gli insulti, la violenza. Poi il potere che prendeva il sopravvento. I loro corpi che cadevano a terra. La confusione, la paura, l’orrore, sostituiti ben presto da una sensazione difficile da descrivere – qualcosa di simile alla felicità.

Arthur si ritrovò ad ansimare, un peso che gli premeva sul petto. «Che cosa ho fatto?» mormorò inorridito.

«La cosa giusta. Almeno dal tuo punto di vista.»

«Li ho uccisi...»

«Sono state le tue prime vittime. Da allora non ti sei più fermato.» Lorelay inclinò il capo. «Affascinante, vero? Stesse cellule, stesso DNA, stessa coscienza – ma cambi le circostanze e l’eroe diventa il carnefice.»

Arthur si guardò le mani. Tremavano. Le ricordava tutte. Le persone che aveva ucciso. Le sue vittime. Quella sensazione di appagamento che seguiva dopo aver tolto loro la vita.

«Mi hai trasformato in un mostro» disse con voce rotta.

«Ti ho reso più interessante.»

«Devi far tornare le cose come prima.» Arthur alzò gli occhi pieni di lacrime su di lei. «Ti scongiuro...»

Lorelay lo studiò. «Conosci il paradosso della nave di Teseo, Arti? Se sostituisci ogni pezzo di una nave, una tavola alla volta, a che punto cessa di essere la stessa nave? Io non ho sostituito nessun pezzo. Non ho toccato il tuo cervello, i tuoi ricordi d’infanzia, la tua intelligenza, il tuo bisogno disperato di essere amato. Ho solo cambiato il mondo intorno a te. Il fulmine ti ha colpito uguale. Il potere è lo stesso. Ma invece di amici che ti tendevano la mano, c’erano Bailey e Annie che ti pestavano a sangue.» Il suo sorriso si fece amaro. «Sei la stessa nave, Arti. Tavola per tavola. Eppure guarda dove sei finito.»

«Io non sono... questo.»

«No? Allora cos’è l’identità? Quello che fai, o quello che faresti in circostanze diverse? Se basta un’infanzia di merda per trasformarti in un assassino, quanto di ciò che chiami "te stesso" è davvero tuo – e quanto è solo fortuna?»

Arthur deglutì. «Non voglio...»

«Ma lo sei. È questo il bello.» Lorelay premette il palmo contro il vetro, all’altezza del suo viso. «Non ti ho cambiato, Arti. Ho cambiato il contesto. E il contesto ha fatto il resto. Il libero arbitrio è la bugia più dolce che l’umanità si sia mai raccontata.»

«P-perché sono qui?»

«Tre anni fa hai fatto esplodere la stazione di King’s Cross, facendo saltare i generatori durante l’ora di punta. Sono morte trentasette persone. È stato... folle, perfino per te.»

Arthur fu invaso da una nuova ondata di ricordi e sentì le gambe cedergli. «Dio...» gemette, accasciandosi in ginocchio sul pavimento.

Lorelay si chinò alla sua altezza. «Lo so, lo so... è terrificante. Ma questa consapevolezza, Arti... sparirà presto. Non appena me ne sarò andata, tornerai a essere semplicemente Zero, l’assassino. Non dire niente, non avevo fantasia per inventarmi un nome più appropriato...»

Arthur la guardò, gli occhi lucidi. «Per favore, non lasciarmi qui...»

«Sai qual è la cosa più crudele?» disse piano Lorelay. «Che tra cinque minuti non soffrirai più. Non perché il dolore passerà – ma perché non ricorderai di aver mai provato qualcosa di diverso. Zero non sa di essere una versione distorta di qualcuno. Per lui, questa è l’unica vita che esiste. La sofferenza richiede consapevolezza. E io sto per togliertela.»

«Allora è vero» disse Arthur, la voce che s’incrinava di nuovo. «Siamo solo... tue fantasie.»

Lorelay esitò. Per un istante – breve, quasi impercettibile – il suo volto perse la maschera. «Vuoi sapere la verità? Non lo so nemmeno io. Vi ho creati. Vi ho dato nomi, voci, desideri. Ma a un certo punto... avete iniziato a rispondermi. A fare cose che non avevo previsto. A soffrire in modi che non avevo scritto. E non so se questo vi renda reali o se renda me pazza.» Si alzò. «Devo ammetterlo, l’idea del serial killer è intrigante. Ma non credo che la porterò avanti. Almeno non con te.» Riprese a sorridere. «Sei più adatto come vittima che come carnefice.»

«Sei fuori di testa!»

«Ehi, sei tu che hai fatto fuori quella gente, non io. Ora devo andare. Il prossimo capitolo ci aspetta. Vedrai, ti piacerà.»

Prese ad allontanarsi. Arthur si tirò su di scatto, cominciando a prendere a pugni il vetro.

«Che intenzioni hai?!»

Ma lei stava già scomparendo dalla vista, i passi che echeggiavano nel corridoio.

«Lorelay! LORELAY! Torna qui! Non puoi lasciarmi così! LORELAY!»

Arthur continuò a battere i pugni contro il vetro fino a farsi sanguinare le nocche, urlando il suo nome.

Annie aprì gli occhi.

La prima cosa che notò fu l’odore. Incenso. Cera di candela. Legno antico. Un odore che le riportò alla mente ricordi sepolti – messe domenicali con sua madre, quando era ancora troppo piccola per ribellarsi.

Si guardò intorno, confusa.

Era in una stanza – una sacrestia, a giudicare dagli armadi di legno scuro lungo le pareti, dai paramenti sacri appesi a ganci dorati, dal crocifisso che la fissava dall’alto con occhi di legno. La luce filtrava attraverso una vetrata colorata, proiettando macchie di rosso e blu sul pavimento di pietra. Un inginocchiatoio era posizionato in un angolo, consumato da generazioni di ginocchia devote.

Annie era seduta su una sedia imbottita di velluto bordeaux, la schiena rigida. Abbassò lo sguardo. Indossava un abito orribile, color rosa confetto, con un fiocco enorme sul petto che sembrava un tumore di stoffa. La gonna era gonfia, ridicola, piena di strati di tulle che frusciavano a ogni movimento. Ai piedi, un paio di tacchi a spillo – di nuovo quei dannati tacchi.

Per un momento non si mosse. Poi la realizzazione si fece strada dentro di lei, lenta e gelida come acqua.

Quella stronza di Lorelay.

Aveva fatto qualcosa.

Annie si alzò dalla sedia, ondeggiando sui tacchi. Le caviglie protestarono. L’equilibrio era precario. Maledisse sottovoce chiunque avesse inventato quelle torture travestite da calzature.

Stava per raggiungere la porta quando questa si aprì, quasi finendole in faccia.

Ne entrò Lorelay. «Eccoti qui!» esclamò allegra, prendendola sottobraccio come se fossero vecchie amiche. «Santo cielo, ti ho cercata dappertutto! La cerimonia sta per iniziare, siamo in ritardissimo!»

Era conciata da matrimonio – abito lungo color lavanda, capelli raccolti con cura, trucco impeccabile.

«Arti è già nel panico totale» aggiunse, portando Annie via lungo un corridoio. «Giuro, l’ho visto ricontrollare i fiori all’occhiello tipo quindici volte. È adorabile quando è nervoso, non trovi?»

Annie fece per liberarsi della sua presa, ma prima che potesse reagire, sbucarono nella chiesa. Era una cattedrale gotica – immensa, maestosa, con volte a crociera che si perdevano nell’oscurità del soffitto. Colonne di marmo bianco si alzavano come alberi pietrificati, sorreggendo archi a sesto acuto decorati con foglie d’oro. Vetrate policrome raccontavano storie di santi e martiri, i loro colori che danzavano sul pavimento a scacchi. Centinaia di candele bruciavano ovunque – sugli altari laterali, sui candelabri, lungo le navate – creando un’atmosfera tremolante, quasi onirica.

«Magnifico, vero?» sussurrò Lorelay, seguendo il suo sguardo. «Ho impiegato ore a immaginare ogni dettaglio. I ragazzi meritavano qualcosa di speciale. Su, Annie, datti una mossa» aggiunse poi, tirandola per il braccio. «Sei la testimone, non puoi farti aspettare.»

E riprese a strattonarla. La chiesa era piena di gente. Erano seduti sui banchi, in piedi lungo le pareti, ammassati vicino alle uscite. Sussurravano piano tra loro, un brusio costante interrotto solo da qualche colpo di tosse, il cui riverbero riecheggiava sotto le volte.

Annie guardò la folla mentre Lorelay la trascinava lungo la navata centrale. Colse dei volti familiari. Cardinal, azzimata in un abito elegante di seta viola, con un cappello decorato di fiori freschi e piume di pavone. Il suo viso era immobile, l’espressione vacua, come quella di un manichino in una vetrina.

Accanto a lei c’erano Nina e James, altrettanto agghindati. Nina era infilata in un abito giallo canarino che cozzava coi suoi capelli blu. James aveva un papillon a pois che minacciava di strangolarlo. Anche loro avevano quell’espressione – vuota, assente, come se le luci fossero accese ma non ci fosse nessuno in casa. Davanti a loro c’era Ashworth, in vestaglia da notte.

Annie non ebbe tempo di elaborare l’assurdità, perché erano arrivate davanti all’altare. E lì, in piedi sotto un arco di rose bianche, c’erano Bailey e Arthur.

Eleganti. Bellissimi.

Entrambi indossavano completi neri perfettamente tagliati, con cravatte bianche e fiori all’occhiello. I capelli erano pettinati con cura, i volti rasati di fresco. Si guardavano negli occhi e sorridevano, tenendosi le mani.

Un sacerdote era dietro di loro, in bianco – paramenti candidi, stola dorata, mitra lucida. Il suo viso era generico – il volto di chi non è mai esistito davvero.

«Ah, finalmente!» esclamò Arthur con voce squillante, raggiante di felicità, non appena la notò. «Stavo per mandare una squadra di ricerca. Dove ti eri cacciata?»

Annie non rispose.

«Lasciala stare, Arti» ridacchiò Bailey, stringendo le mani del suo futuro marito. «La conosci.» Le rivolse un sorriso smagliante. «Devo ammettere che il rosa ti dona, però. Ti fa sembrare quasi... umana.»

«Su, su, in posizione!» disse eccitata Lorelay, lasciandola andare. «Devo immortalare questo momento storico. Non capita tutti i giorni che i miei personaggi preferiti si sposino!»

Tirò fuori il cellulare e si sedette su un banco in prima fila, in uno spazio lasciato apposta per lei.

Annie si posizionò accanto a Bailey, rigida come un palo della luce. «B.B.» sussurrò, cercando di attirare la sua attenzione. «B.B., ascoltami. Questa non è...»

Ma lui non la ascoltava. Era troppo preso a fissare Arthur con un’espressione estatica.

La cerimonia ebbe inizio. Il sacerdote fece il solito discorso, con i soliti gesti, le solite parole vuote sull’amore eterno e la sacralità del matrimonio. Annie aveva sentito quella roba mille volte – ai matrimoni di parenti lontani, nei film, nelle serie TV.

Riconobbe altri volti nella folla. Freeze – che doveva essere morto – seduto in terza fila, con una punta di ghiaccio che gli spuntava dal petto. La camicia bianca era macchiata di sangue rappreso, ma il suo volto era sereno, perso nel vuoto. Storm e Strong, vestiti come due clown – letteralmente. Costumi colorati, nasi rossi, parrucche arcobaleno. Sembravano usciti da un incubo infantile.

E poi...

Il respiro le si bloccò in gola.

I suoi genitori. Ancora vivi. Uguali a sette anni fa. Prima dell’incidente. Prima che tutto andasse a puttane. Sua madre indossava quel vestito blu che metteva sempre alle occasioni speciali. Suo padre aveva la cravatta storta, come al solito. Si tenevano per mano, gli occhi rivolti all’altare.

Annie distolse lo sguardo, una fitta nel petto.

«...vuoi tu, Arthur Lyle Morgan, prendere come tuo sposo il qui presente Bailey Burns, per amarlo e onorarlo, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, finché morte non vi separi?»

«Lo voglio» rispose Arthur, la voce che tremava di emozione.

«E tu, Bailey Burns, vuoi tu prendere come tuo sposo il qui presente Arthur Lyle Morgan, per amarlo e onorarlo...»

«Lo voglio» disse Bailey senza farlo nemmeno finire. «Cristo, certo che lo voglio. Possiamo saltare al bacio?»

Qualche risata dalla folla. Ma erano risate vuote, registrate – il suono preconfezionato delle sitcom.

Il sacerdote annuì – un gesto di plastica, meccanico. «Allora, per i poteri a me conferiti da Dio e dagli uomini, vi dichiaro uniti in matrimonio.» Fece una pausa teatrale. «Potete baciarvi.»

Arthur e Bailey si scambiarono un bacio appassionato.

Applausi.

Ma nessuno stava battendo le mani, notò Annie. Tutti erano immobili, come pupazzi rotti. Il suono degli applausi veniva da qualche parte – dagli altoparlanti, dall’aria stessa – ma le mani della folla restavano ferme sui grembi.

«Evviva gli sposi!» esclamò compiaciuta Lorelay. «Oh, sono commossa. Davvero. Potrei piangere.»

Bailey e Arthur si separarono, i volti vicini, radiosi. Era tutto perfetto. Come una foto patinata, come una scena di un film romantico.

Annie afferrò Bailey per una spalla e lo costrinse a voltarsi. «Aprite gli occhi, cazzo! Ci sta manipolando! Niente di tutto questo è reale!»

Bailey inclinò il capo, continuando a tenere la mano di Arthur. «Senti, Annie» sospirò, con il tono di chi ha a che fare con un bambino capriccioso. «Capisco che le emozioni non siano il tuo forte, ma potresti almeno fingere di essere felice per noi? Solo per oggi? È il nostro matrimonio, cristo santo.»

«Non è reale!» Annie strinse la presa sulla sua spalla. «È solo una sua fantasia!» e indicò Lorelay.

«Annie.» Qualcosa nel viso di Bailey cambiò, diventando distaccato, freddo. «Certo che è reale. Ogni singolo istante. Ogni singolo respiro.» Il suo sorriso si allargò, ma non raggiunse gli occhi. «Che c’è di così difficile da capire? Sei nel mio mondo, dolcezza.»

Annie si girò di scatto verso Lorelay, che la osservava dal suo posto in prima fila. «Lasciali andare» ringhiò. «Qualsiasi gioco del cazzo tu stia giocando, è finito. Adesso.»

«Pensi di essere libera, Annie?»

Era ancora la voce di Bailey, ma le parole non erano sue. Annie lo capì immediatamente – il tono era diverso, la cadenza alterata. Qualcun altro parlava attraverso di lui.

«Pensi che le tue scelte siano tue?» continuò Bailey, inclinando la testa in un’angolazione innaturale. «Che i tuoi pensieri ti appartengano? Che il tuo passato, il tuo presente, il tuo futuro siano qualcosa di più di segni su una pagina?»

«Smettila» sibilò Annie.

«Sei solo un personaggio, Annie Hawthorne. Una creazione. Una fantasia messa nero su bianco da qualcuno che si annoiava un pomeriggio d’inverno.» Bailey – Lorelay – la guardò. «La tua esistenza è fine a sé stessa. Non hai scopo, non hai destino, non hai significato al di fuori di quello che io decido di darti. Potrei cancellarti così.»

E schioccò le dita. Il suono riecheggiò nella cattedrale come uno sparo.

«Come se non fossi mai stata creata. Puff.» La bocca di Bailey si stirò in una smorfia. «Addio, Annie Hawthorne. È stato bello conoscerti. O meglio, è stato bello inventarti.»

Annie provò a usare il suo potere. Cercò di afferrare la materia intorno a sé, di manipolarla, di usarla come arma.

Niente.

«Sul serio?»

Lorelay si alzò dal banco, ridacchiando. I suoi tacchi ticchettarono sulle lastre mentre si avvicinava. «Davvero ti aspettavi che avrebbe funzionato? Qui? Nel mio spazio narrativo?» Scosse la testa, divertita. «Oh, Annie…»

«Cosa vuoi?» sputò Annie.

«Cosa voglio?» Lorelay si fermò a pochi passi da lei. «È una domanda interessante. Complessa. Filosofica, quasi.» Fece un gesto ampio col braccio, indicando la folla pietrificata. «Vedi queste persone? Questi volti? Questi corpi?»

Passò in rassegna i banchi – Cardinal, Nina, Freeze col ghiaccio nel petto, i clown Storm e Strong.

«Sono io che decido se respirano. Sono io che decido se sorridono, se piangono, se vivono o muoiono. Ogni battito del loro cuore esiste perché io ho deciso che doveva esistere.»

Si rivolse ad Annie.

«Voi vivete grazie a me. Ogni vostra emozione, ogni vostra speranza, ogni vostro dolore... è roba mia. Vi ho creati dal nulla. Vi ho dato forma, sostanza, personalità.» Le sue labbra si curvarono. «Dovreste ringraziarmi, in realtà.»

La folla rimase in silenzio. Statue di cera.

«Che intenzioni hai?» chiese brusca Annie.

Lorelay sembrò riflettere sulla domanda. «Quello che voglio... quello che ho sempre voluto...» disse lentamente, assaporando ogni parola. «...è continuare a creare.»

Si avvicinò ancora.

«Inventare mondi. Tessere destini. Guardare le mie creature dibattersi, lottare, amarsi e odiarsi.» Il suo viso brillava alla luce delle candele. «È l’unica cosa che mi fa sentire viva, Annie. L’unica cosa che dà un senso alla mia esistenza.»

Ora era davanti ad Annie. Così vicina che poteva sentire il suo profumo – dolce, floreale, grottesco nella situazione.

«...quello, e mangiare.»

Le iridi cambiarono. L’azzurro svanì, sostituito da un bianco latteo, innaturale. Le pupille si restrinsero, diventando fessure verticali – come quelle di un rettile. Di un serpente.

La sua voce suonò distorta, ferina. Due voci che parlavano contemporaneamente – quella di Lorelay e qualcos’altro. Qualcosa di antico.

«Non ti rendi conto di quanto siete fortunati, voi creature di carta e inchiostro.»

Un brivido attraversò Annie dalla testa ai piedi.

«Il vostro dolore è temporaneo. Le vostre tragedie hanno un senso, una direzione, uno scopo narrativo. Ogni lacrima che versate serve a qualcosa.»

Lorelay si voltò verso Arthur e Bailey, che erano ancora abbracciati davanti all’altare, sorridenti, ignari.

«Voi potete essere felici. Veramente, genuinamente felici. Per sempre, se io lo decido. Sapete quante persone darebbero qualsiasi cosa per un privilegio simile?»

Annie tentò di colpirla con un pugno. Il suo braccio si fermò a metà strada – l’aria stessa si era solidificata intorno a lei.

«Ah, eccola lì» disse Lorelay – o la cosa che parlava attraverso di lei. «La resistenza. Il fuoco. La rabbia.» Si avvicinò fino a sfiorarle il naso. «Ma ricorda una cosa, Annie Hawthorne. Questa resistenza che ti rende così speciale... io te l’ho data. Io ti ho resa così. Testarda, orgogliosa, incapace di arrenderti. Non sei niente senza di me. Solo inchiostro su un foglio. Solo parole in fila.»

Annie la fissò, rabbiosa, paralizzata. Ogni muscolo del suo corpo urlava, ma non riusciva a muoversi. Non riusciva nemmeno a sbattere le palpebre.

Lorelay si spinse ancora più vicina, finché le loro fronti non si toccarono. «Ho una sorpresa per te» mormorò, sfiorandole la pancia con le dita.

Un tocco leggero. Delicato. Annie sentì un fremito dentro di sé. Come se una presenza si fosse... svegliata. Una presenza che non c’era prima.

«Un piccolo regalo. Un nuovo filo narrativo che sto tessendo solo per te. Ma per ora dovrai aspettare. Non voglio rovinare la sorpresa.»

Lorelay si allontanò. Stavolta il suo sorriso era malinconico. Le iridi tornarono azzurre – normali, umane – e per un istante sembrò di nuovo la ragazza spaventata che avevano trascinato via dal suo appartamento. «Ci vediamo, Annie.» La sua voce era morbida, quasi affettuosa. «Non preoccuparti troppo. Sistemerò tutto. Vi darò il vostro lieto fine, te lo prometto. Forse non quello che vi aspettate, ma... sarà perfetto. A modo mio.»

Fece un passo indietro.

Le candele tremolarono.

«D’altronde...» disse, e nel suo volto c’era qualcosa di infinitamente vecchio, infinitamente stanco. «...è la mia storia. E le storie, alla fine, devono pur finire in qualche modo. Per ora, limitiamoci a calare il sipario su questo secondo atto.»

Buio.

Lascia un commento

Condividi