C’era un poster, sul muro davanti a lei. Una ragazza coi denti dritti rideva verso un orizzonte che lì dentro non esisteva. Il tuo futuro inizia oggi! Qualche ottimista di merda doveva averlo appeso convinto che servisse a qualcosa.
Annie sedeva su una sedia di plastica arancione e lo fissava perché era meglio che fissare le proprie scarpe, o la donna dietro il vetro che la guardava come si guarda una pratica scaduta. La sede del programma di lavori di pubblica utilità di Walthamstow puzzava di detersivo industriale, e sotto di tutto quello che il detersivo serviva a coprire: sudore vecchio, carta umida, il fiato rassegnato di chi entrava lì dentro sapendo già come sarebbe finita.
Sua madre aveva pianto per tutto il tragitto. Lacrime silenziose, le dita strette sul volante come se quel cerchio di plastica fosse l’ultima cosa che la teneva attaccata al mondo. Sul sedile del passeggero suo padre aveva mosso le labbra senza far rumore, chiedendo a un Dio che non rispondeva mai di perdonare i peccati di sua figlia. Nessuno dei due le aveva rivolto la parola. Per loro, ormai, era una cosa da menzionare nelle preghiere, non una persona con cui parlare.
Annie non aveva detto niente nemmeno lei. Ventiquattro anni, una matassa di capelli biondi raccolti in uno chignon basso, jeans strappati non per moda ma perché erano vecchi, e uno sguardo che faceva indietreggiare la gente di mezzo passo senza che dovesse muovere un muscolo. Non sorrideva quasi mai. Non aveva mai trovato il motivo.
«Annie Hawthorne?»
La donna dietro il vetro era uscita allo scoperto, una cartelletta premuta al petto, addosso l’aria esausta di chi ha visto passare centinaia di persone come lei e li ha visti tornare quasi tutti. Tailleur blu stropicciato, capelli ricci striati di grigio, occhiali appesi a una catenella.
Annie si alzò senza rispondere.
«Sally Winters. La tua agente di sorveglianza.» Le tese la mano. Annie la guardò e basta, finché Sally non la lasciò ricadere con un sospiro così piccolo da sembrare un riflesso. «Bene. Seguimi.»
Il corridoio era lungo e stretto, immerso nella luce livida di neon che ronzavano. Annie camminava con le mani in tasca e gli occhi che registravano tutto — le porte chiuse, l’estintore appeso storto, la finestra in fondo con la maniglia sigillata da troppi strati di vernice. Catalogava le uscite. Era un’abitudine così vecchia che non ricordava di averla imparata: ovunque entrasse, la prima cosa che cercava era il modo di uscirne.
«Hai letto i termini del servizio?» chiese Sally senza voltarsi.
«Sì.»
«Trecento ore. Salti un turno e finisci dentro. Chiaro?»
«Chiaro.»
Sally si fermò davanti a una porta e si girò. Aveva occhi più gentili di quanto Annie si aspettasse, ma in fondo a quella gentilezza c’era qualcosa di consumato, come se conoscesse già la fine della storia e la stesse recitando solo per dovere.
«So cosa c’è nel tuo fascicolo. Qui dentro non m’interessa. Rispetta le regole e finisci le ore. Poi vai dove ti pare. Ci siamo capite?»
«Possiamo chiuderla qui con la parte del “ci tengo a te” e andare avanti?»
Per un secondo qualcosa attraversò la faccia di Sally. Poi aprì la porta. «Aspetta dentro. L’incaricato del programma vi spiegherà tutto.» Restò un attimo sulla soglia. «Per quel che vale, io ti credo.»
La porta si chiuse con uno scatto metallico.
La stanza era spoglia fino all’osso: un tavolo lungo, sedie pieghevoli, un distributore d’acqua nell’angolo che gorgogliava da solo come uno stomaco vuoto, finestre con le grate. Annie scelse la sedia più lontana dalla porta e si sedette con la schiena al muro. Da lì vedeva tutto. Da lì poteva andarsene per prima.
Dovette aspettare mezz’ora prima che entrasse qualcuno.
Furono in due, con addosso l’aria di chi aveva combinato cose più grosse delle sue. Il ragazzo era anonimo, dimenticabile, il contrario esatto della tipa che gli sedette accanto: più o meno la sua età, capelli rosa shocking tagliati corti, un anello al naso, la bocca piegata in una smorfia di sfida permanente. Si sistemarono vicini, le teste chine l’una verso l’altra, le mani che si sfioravano sotto il tavolo. Una coppia, o qualcosa del genere. Nessuno dei due la guardò, e ad Annie andava benissimo.
La porta sbatté contro il muro.
«Ma che cazzo di posto è? Sembra il backstage di un porno. Solo senza la parte divertente, e con più amianto.»
Il nuovo arrivato era alto e secco, una matassa di capelli scuri che non vedevano un pettine da giorni, due occhi grigi accesi da un’energia febbrile, come se dentro avesse un motore che non riusciva a spegnere. Felpa troppo larga, macchiata in punti che era meglio non indagare. Jeans peggio di quelli di Annie. Scarpe grigie di sporco. Sarebbe potuto essere bello — gli zigomi c’erano, la mascella netta — se non fosse stato per quell’aria da naufrago e il sorriso vagamente maniacale che gli mangiava mezza faccia.
Si lasciò cadere sulla sedia accanto ad Annie con un sospiro teatrale, da reduce di guerra. Poi inclinò la testa e la studiò.
«Ciao. Come ti chiami, dolcezza?»
«Fottiti.»
Non batté ciglio. Le tese la mano. «Bailey. Bailey Burns. E prima che a qualcuno scappi la battuta: no, non sono qui perché ho dato fuoco a qualcosa. Anzi, i piromani li detesto. Gente instabile.»
«Allora faresti meglio a starle lontano» disse la ragazza coi capelli rosa.
L’aveva riconosciuta. Annie rimase di pietra.
Bailey si girò verso di lei. «In che senso?»
«È Annie Hawthorne. Quella che ha bruciato la casa del professore.» Alzò le spalle. «Hanno fatto pure il servizio al telegiornale.»
«Lo sapevo, che ti avevo già vista!» Bailey tornò a fissarla, raggiante. «Sei molto più carina dal vivo. Senti, la storia che il prof era un maniaco — te la sei inventata o è vera?»
Annie non rispose.
«Perché cazzo dovrebbe dirlo a te?» fece la ragazza.
«Perché ormai siamo sulla stessa barca. E poi sono curioso di natura. È un mio difetto. Uno dei pochi.»
«Tu invece perché sei qui?» chiese l’altro ragazzo, parlando per la prima volta.
«Io?» Bailey agitò una mano. «Niente di che. Mi hanno beccato a vendere un po’ d’erba. Roba da ridere. Un’ingiustizia, se vuoi saperlo. Io fornivo un servizio alla comunità. Praticamente facevo volontariato.»
«Davies» disse il ragazzo, indicando sé stesso, poi la ragazza. «Lei è Mel.»
«Piacere mio, immagino» disse Bailey.
La porta si aprì di nuovo, piano. Un ragazzo magro entrò quasi scusandosi di esistere. Jeans neri attillati, camicia bianca abbottonata fino al collo, capelli castano chiaro che gli ricadevano sugli occhi azzurri, una borsa a tracolla stretta al fianco come uno scudo. Aveva l’aria di chi avrebbe pagato qualunque cifra per trovarsi altrove.
«Ehi, un altro per la banda dei disadattati!» annunciò Bailey. «Come ti chiami, amico?»
Il ragazzo evitò gli occhi di tutti. «Arthur.»
«Arthur! Come il re. Ce l’hai la spada nella roccia? Dico quella vera, eh, non…»
«Ti prego, smettila di parlare» disse Mel.
«Non posso. È una condizione medica. Se smetto di parlare, muoio. Ho i certificati.»
Arthur si sedette all’estremità opposta del tavolo, il più lontano possibile da Bailey.
«E voi due come siete finiti qui?» insistette Bailey, verso Davies e Mel.
«Cazzi nostri» rispose Mel.
«Sto solo cercando di socializzare. Non c’è bisogno di essere ostili. E tu, Arti? Tu che hai combinato? No, aspetta, fammi indovinare.» Lo squadrò. «Hai molestato un cane.»
Arthur diventò del colore del bordeaux. Aprì la bocca, ci ripensò, la richiuse.
«Cos’hai dentro la testa?» disse Mel, con disgusto.
«Non è colpa mia se ha la faccia da uno che molesta i cani.»
«Non sono un molestatore!» sbottò Arthur, gli occhi ancora sul tavolo. «Ho… violato il sistema di sorveglianza della mia università.»
«Oh.» Bailey parve quasi deluso. «Quindi sei solo un nerd.»
«E ti hanno dato le ore per questo?» chiese Mel.
Arthur esitò. «Ho pubblicato dei video. Riprendevano dei bulli che tormentavano dei miei compagni di corso. Solo che per farlo ho violato la privacy di un paio di centinaia di studenti che non c’entravano niente. Senza consenso.»
«E ti hanno fatto causa» disse Annie, piatta.
«Sì.»
«Cristo, amico, mi dispiace» disse Bailey, e per un istante sembrò perfino sincero. «Spero almeno che quegli stronzi li abbiano espulsi.»
La porta si aprì un’ultima volta, e l’allegria — quel poco che c’era — si spense da sola.
L’uomo che entrò strascicando i piedi aveva una maglietta del Manchester United tesa sulla pancia, jeans macchiati, una clipboard in mano e l’espressione di chi ha smesso da anni di aspettarsi qualcosa, dagli altri o da sé. Li passò in rassegna come si conta la merce in magazzino.
«Io sono Brian. Vostro supervisore per i prossimi mesi. Le regole sono tre. Arrivate in orario. Fate quello che dico. Non rompete i coglioni.» Una pausa. «Domande stupide?»
«Di cosa ci occupiamo?» chiese Bailey. «Perché io ho le mani delicate e…»
«Pulizie. Parchi, marciapiedi, graffiti, gabinetti. Lavoro onesto per giovani disonesti.»
«E se piove?»
«Vi bagnate.»
«Fantastico.»
Brian non sorrise. Per un secondo guardò Annie un po’ più a lungo degli altri, e in quel secondo non c’era cattiveria, solo una specie di stanchezza — come uno che riconosce un tipo di rovina perché ci convive. Poi lo sguardo gli scivolò via.
«Domani alle nove. Scarpe comode. E non fate cazzate.» Si voltò. «Voi cinque siete il gruppo di questo mese. Congratulazioni a me.»
La porta si chiuse.
«Meno male» disse Bailey, alzandosi e strofinandosi le mani. «Temevo tirasse fuori il discorso motivazionale. Chi viene a bere qualcosa?»
«Scordatelo, sfigato» disse Mel, tirandosi su insieme a Davies.
«E due in meno. Tesoro, tu…»
«No» disse Annie, gelida, scattando in piedi.
«Oh, ma dai. Sarà divertente. Ci conosciamo meglio. Porto anche Arti, se ti mette a disagio restare sola con me.»
«Mi chiamo Arthur» bofonchiò lui, rimettendo a posto la sedia. «E comunque non bevo.»
«Su, non fatevi pregare!»
Ma Annie era già fuori, e Arthur le andò dietro a ruota. Fuori, il cielo di Londra era una lastra grigia. Un tuono brontolò lontano, oltre i tetti. Arthur biascicò un saluto e si allontanò a testa bassa. Annie prese la direzione opposta, verso la fermata, e non si voltò.
La mattina dopo era al centro con sette minuti di anticipo, i capelli incollati al cranio, il giubbotto che le sgocciolava sulle scarpe. Aveva dimenticato l’ombrello, e naturalmente aveva ricominciato a piovere. Un classico.
Si rifugiò sotto la tettoia. Bailey era già lì, lo stesso sorriso idiota stampato in faccia, fradicio quanto lei.
«Buongiorno! Vedo che sei già tutta bagnata. E pensare che non ho neanche dovuto toccarti.»
Annie inspirò, imponendosi la calma.
«Ah, dolcezza.» Le cinse le spalle con un braccio. «Guardaci. Due anime candide, schiacciate da una società crudele che ci accusa di crimini che…»
Annie si scrollò di dosso il braccio. «Vendi erba. È illegale.»
«Offro un servizio. È diverso. Sono un imprenditore. È quello che ho cercato di spiegare ai mocciosi che mi hanno denunciato.»
«Ti sei fatto incastrare da dei ragazzini?»
«Erano cinque contro uno.»
«E quanti anni avevano? Dodici?»
«Sei.»
Arthur stava arrivando, riparato sotto un ombrello nero, ai piedi un paio di stivali da pioggia decisamente troppo costosi per quel posto.
«Toh, Arti.»
«Mi chiamo Arthur.»
«Io preferisco Arti. Voi chiamatemi pure B.B., mi conoscono tutti così.» Si guardò intorno. «Dove sono gli altri due piccioncini?»
Davies e Mel comparvero proprio in quel momento, sotto lo stesso cappuccio, litigando sottovoce su qualcosa che li riguardava. La porta antipanico si spalancò ed emerse Brian con una scatola di gilet catarifrangenti sotto il braccio.
«Victoria Park. Spazzatura, erbacce, graffiti. Rendete il mondo un posto meno schifoso. Almeno per oggi.»
Un lampo squarciò il cielo. Il tuono fece vibrare i vetri.
«Non possiamo aspettare che passi?» chiese Bailey, scrutando le nuvole.
La pioggia montò fino a diventare diluvio.
«È acqua» disse Brian, laconico, e gli lanciò i gilet.
«Cazzo, amico, sul serio? Potremmo finire fulminati.»
«Preferisci la galera?» Brian non aspettò la risposta. «Alle quattro qui. Muovete il culo.»
E rientrò.
«Col cazzo» borbottò Bailey, rigirando il gilet tra le mani. «Io resto qui. Questo coso non è neanche della mia taglia.»
«Con questo tempo non puliamo niente» disse Arthur.
Mel disse qualcosa che nessuno sentì, perché il cielo si aprì.
Non fu un lampo. La luce che colò sulla strada non aveva un colore — o ne aveva troppi, tutti insieme, il sole e il buio nello stesso istante, una cosa che gli occhi non erano fatti per reggere. Non produsse alcun suono. Per la durata di un respiro la pioggia rimase sospesa a mezz’aria, ogni goccia ferma e accesa dal basso.
L’impatto arrivò un istante dopo. Secco. Devastante.
Il dolore esplose dentro Annie tutto in una volta, le incendiò ogni nervo, le strappò il fiato dai polmoni. Le gambe cedettero senza preavviso. Il cuore si serrò in uno spasmo e parve fermarsi.
Il buio la inghiottì.
La prima cosa fu il duro sotto la schiena. Poi l’odore — disinfettante e plastica bruciata. Le voci.
«Funziona, ti dico. Almeno proviamoci.»
«Non puoi farle la respirazione bocca a bocca mentre è svenuta.»
«Si fa così, Arti. L’ho visto nei film.»
«Vuoi solo infilarle la lingua in bocca.»
«E che c’è di male?»
«È violenza, se non è consensuale.»
Annie aprì gli occhi. La faccia di Bailey le riempiva la visuale, i capelli ancora gocciolanti.
«Ehi.» Si accorse che era sveglia. «Bentornata tra i vivi.»
«Dove…»
Le faceva male tutto.
«Infermeria del centro. Tranquilla.» Bailey le posò una mano sulla spalla con una delicatezza che non sembrava appartenergli. «Va tutto bene.»
Arthur entrò nel suo campo visivo. «Sei rimasta fuori gioco quasi un’ora.»
«Che cazzo è successo?»
«I paramedici dicono che ci ha colpiti un fulmine.»
Annie si tirò su troppo in fretta. La stanza girò.
«Piano, dolcezza» disse Bailey. «Non voglio che vomiti. Cioè, non su di me. Su Arti sarebbe divertentissimo, però. Pensa che…»
«B.B.» disse Arthur, rassegnato. «Sta’ zitto.»
«Giusto. Scusa.» Lui si passò una mano tremante tra i capelli. «È che quando sono nervoso parlo troppo, e adesso sono tipo super nervoso, perché… porca puttana, ci hanno fulminati. Potevamo morire.»
«I paramedici hanno detto che siamo vivi per miracolo» mormorò Arthur.
«Veramente hanno detto che dovremmo essere carbonizzati. Hanno usato proprio quella parola.»
«B.B.»
«Sì. Scusa.»
«Non era un fulmine» disse Annie. La luce senza colore, la pioggia ferma a mezz’aria. «I fulmini fanno rumore. Quello non ne ha fatto.»
«Lo so.» Arthur abbassò la voce. «Ma sul referto c’è scritto fulmine, e io non ho nessuna intenzione di correggerlo.»
La pelle del collo le tirava. Annie alzò una mano e la sfiorò: ruvida, in rilievo, sbagliata.
«A quanto pare ci resta il ricordino» disse Bailey, abbassando il bavero. Un’ustione gli si ramificava sul collo come le radici di un albero, o come un fulmine cristallizzato nella carne. Ce l’aveva anche Arthur, identica.
«Merda» sussurrò Annie. «E gli altri? Davies e quell’altra.»
«Mel se l’è cavata» disse Arthur. «Solo spaventata. Davies… era vicino a noi. Ha detto che sta bene, ma sembrava… scosso. Sono andati a casa.»
Brian entrò con tre moduli e li scaraventò sul lettino. «Okay, carini. Firmate. C’è scritto che non fate causa al comune e che rinunciate a ogni…»
«Volevi mandarci fuori in piena tempesta» lo interruppe Arthur.
«Tecnicamente la tempesta è arrivata dopo.»
«Non è vero.»
«Senti, potrei perdere il posto se non firmate. Quindi firmate.» Una pausa, e per un attimo la voce gli si fece quasi umana. «E la prossima volta che vi dico di non uscire sotto un temporale, magari datemi retta.»
Bailey afferrò la penna. «Dove firmo? Qui?» Tracciò un ghirigoro. «Io non voglio grane. Zero grane.»
Annie gli strappò la penna e incise una riga rabbiosa, poi passò il foglio ad Arthur, che lesse ogni rigo prima di cedere e firmare.
«Perfetto. Fuori.»
Brian uscì. Per un attimo rimasero in silenzio, l’unico suono il gocciolio dei vestiti sul pavimento.
«Voi non vi sentite strani?» chiese Bailey all’improvviso. «Io ho tipo… non mi viene la parola… quella roba simile al prurito…»
«Formicolio?» suggerì Arthur.
«Quello. Dappertutto.»
Ce l’aveva anche Annie. Qualcosa le scorreva sottopelle, una corrente che non trovava il modo di scaricarsi. Scese dal lettino, le gambe malferme. Bailey le fu accanto in un istante.
«Ce la faccio da sola.»
«Ti accompagno a casa.»
«Vaffanculo.»
Dovette appoggiarsi ai muri per riuscire a percorrere il corridoio. Bailey e Arthur erano dietro di lei, con l’aria di chi era pronto a vederla crollare da un momento all’altro. Arthur li salutò con un debole «Ciao.» e si dileguò. Bailey seguì Annie fino alla fermata, ignorando le sue minacce. Era fortunato che fosse troppo stanca per tirargli un pugno.
Scesero a Leyton. Bailey si guardò intorno. «Carino. Meglio di dove sto io. Stratford. Una fogna.»
Aveva parlato per tutto il tragitto. Battute volgari, storie senza capo né coda, commenti fuori luogo. Ma c’era qualcosa di meccanico nel modo in cui lo faceva — le mani che non stavano ferme, gli occhi che saettavano verso il cielo oltre il vetro come se si aspettasse di essere colpito una seconda volta. Ogni tanto, contro la sua spalla, Annie lo aveva sentito tremare. Aveva capito che parlare era il suo modo di non sgretolarsi.
Adesso le camminava di fianco lungo una strada identica a tutte le altre della zona — villette a schiera, prati rasati, automobili in fila. Su una facciata, una croce di legno.
«È qui» disse Annie, fermandosi. «Vattene.»
«Sicura? Posso…»
«Sparisci.»
Aspettò di vederlo allontanarsi prima di imboccare il vialetto.
Sua madre aprì la porta prima ancora che ci arrivasse, gli occhi rossi, il viso scavato.
«Annie! Grazie al cielo. Ho sentito della tempesta, e poi quel treno al telegiornale… ho provato a chiamarti…»
«Sto bene.»
«Sei fradicia!» Lo sguardo le cadde sull’ustione e allungò una mano, ma Annie si scansò di scatto. «Cosa ti è successo?»
«Niente.»
«Come niente, quella è…»
«Ho detto che sto bene.»
La superò ed entrò. Suo padre era in cucina, la Bibbia aperta sotto il cono di luce della lampada. Alzò gli occhi quando lei gli passò davanti. Non disse nulla. Tornò a leggere.
Era sempre così. Le parole tra loro si erano esaurite da tempo, ammesso che ce ne fossero mai state. La guardava come si guarda un’equazione che non vale la pena risolvere. Annie aveva smesso di aspettarsi qualcosa da lui anni prima. Eppure ogni tanto, come adesso, quel silenzio sapeva ancora come ferirla.
Salì, si chiuse in camera, appoggiò la schiena alla porta. Le mani avevano smesso di tremare, ma il formicolio era diventato bruciore.
Davanti allo specchio si guardò il collo. L’ustione era più marcata di prima, le vene disegnate come saette sotto la pelle pallida. La sfiorò di nuovo.
Non faceva male.
Era questa, la cosa strana. Avrebbe dovuto fare male.
Pensò al professore. Non lo faceva quasi mai, ormai — ma quella sera, con quella cosa nuova che le ronzava sottopelle, il muro le sembrò più sottile. Megan in bagno che le raccontava tutto tra i singhiozzi. Lo sguardo del professor Morrison quando l’aveva affrontato — divertito, sicuro, intoccabile. Chi vuoi che ti creda.
Aveva avuto ragione lui. Non le aveva creduto nessuno.
Annie chiuse gli occhi e lasciò che il bruciore le salisse su per il collo. Per la prima volta da mesi, non provò a spegnerlo.
A Stratford, in un appartamento al secondo piano di un palazzo con l’intonaco a brandelli e la muffa nei corridoi, Bailey sedeva sul divano sfondato a fissare la televisione spenta.
Suo padre non era ancora rincasato. Meglio così.
Intorno, il solito caos. Bottiglie vuote sul tavolino, un posacenere che traboccava, una pila di posta non aperta in un angolo — bollette, con ogni probabilità in rosso. Bailey aveva smesso di farci caso da un pezzo. Quel posto era sempre stato una merda e sempre lo sarebbe stato.
Si guardò le mani. Tremavano ancora.
«Okay» disse alla stanza vuota. «Okay okay okay. Respira, vecchio mio. Sei vivo. È una buona cosa.»
C’era andato vicino davvero. Troppo. Quel fulmine avrebbe dovuto incenerirlo — l’aveva detto il paramedico, con la faccia di chi non se ne capacitava.
Si alzò, incapace di stare fermo. Gli serviva qualcosa per i nervi. Una canna. La risposta a tutto.
Si trascinò nel buco con un materasso per terra e i vestiti ammucchiati ovunque che chiamava camera, aprì il terzo cassetto del comodino — quello scardinato che usciva storto — dove teneva la scorta sgraffignata a suo padre. Se l’avesse scoperto, l’avrebbe ammazzato di botte. Afferrò la canna già rollata e l’accendino, e lo fece scattare a vuoto un paio di volte.
«Dai, pezzo di merda» borbottò, scuotendolo.
Sopra di lui, il vicino urlò qualcosa. Parole indistinte, ma piene di rabbia.
E Bailey la sentì.
Non in senso figurato. La sentì davvero. Un’ondata di frustrazione calda e velenosa gli attraversò il petto come se fosse sua, cresciuta dentro di lui in quell’istante. L’accendino gli scivolò dalle dita.
Chiuse gli occhi, il fiato corto. «Va tutto bene» mormorò. «È lo shock. Sei sotto shock. È l’immaginazione…»
Ma era già successo. Sull’autobus. Aveva sentito la paura di Annie, fredda e affilata come una lama. La tristezza di una donna seduta dietro di loro, densa come melassa. E altre cose ancora. Troppe. Le aveva date alla botta, allo spavento. Adesso non ne era più tanto sicuro.
Le chiavi nella serratura lo fecero sobbalzare.
Nascose la canna, rimise a posto il cassetto. Suo padre entrò biascicando una bestemmia. A Bailey bastò il passo per capire — pesante, incerto, la mano sul muro per non perdere l’equilibrio. Ubriaco. Di nuovo.
Quando comparve sulla soglia, Bailey si bloccò.
Ogni volta era come guardare una versione più vecchia e rovinata di sé stesso. Stessi occhi grigi, stessi lineamenti, ma sfregiati dall’alcol, dalla rabbia, da anni di scelte sbagliate. Bailey lo detestava. Detestava vedere il proprio futuro inciso su quella faccia.
«Dove cazzo eri?» La voce impastata, e proprio per questo pericolosa. «Avevi una consegna oggi.»
«Ero a scontare le ore. Te l’avevo…»
«Lo sai quanti soldi mi hai fatto perdere?»
Avanzò di un passo. La sua rabbia lo investì con una violenza tale da farlo quasi barcollare. Non era solo un’emozione — era fisica, una mano che gli premeva sul petto fino a togliergli il fiato. E sotto la rabbia c’era altro: disperazione. Odio. Tanto odio. Per sé stesso, per il mondo, per Bailey.
Aveva sempre saputo che suo padre lo odiava. Ma sentirlo — addosso, dentro, come roba sua — era un altro discorso.
«Tu, piccola merda.» Il fiato gli puzzava di alcol e tabacco. «Pensi di poter fare quello che ti pare. Che le regole non valgano per te.»
«No, io…»
Il pugno gli arrivò dritto nello stomaco. Bailey si piegò in due, l’aria che usciva in un gemito strozzato. Cadde in ginocchio. Poi un calcio.
Si raggomitolò, le mani sulla testa. Aveva paura, come sempre, perché non c’era modo di sapere quando si sarebbe fermato. Se si sarebbe fermato.
E insieme alla sua paura c’era tutto il resto. Le emozioni di suo padre che gli entravano dentro come schegge di vetro, mischiate alle proprie, finché non riuscì più a distinguere dove finiva il dolore di uno e cominciava quello dell’altro.
«Sei come quella stronza di tua madre. Inutile.»
E qualcosa, dentro Bailey, si spezzò.
«SMETTILA!»
Non lo urlò soltanto con la voce. Lo pensò con ogni fibra, e in qualche modo impossibile lo proiettò fuori di sé, lo scagliò contro suo padre come un’onda d’urto invisibile.
Suo padre si arrestò a metà di un altro calcio. L’espressione cambiò. La rabbia gli scivolò via dalla faccia, sostituita da qualcosa che Bailey non gli aveva mai visto negli occhi.
Paura.
E dietro la paura, incertezza, smarrimento. Qualcosa che somigliava al senso di colpa, forse.
L’uomo indietreggiò, malfermo. Per un lungo momento non disse niente. Poi mormorò: «Non starmi tra i piedi.»
E tornò in cucina, lasciando Bailey a terra, dolorante e stordito, sul pavimento freddo del corridoio.
Dall’altra parte della città, in una villa georgiana a Kensington affacciata sul parco, Arthur salì le scale verso la sua camera. La casa era silenziosa. Sua madre al club. Suo padre al lavoro, come sempre.
La stanza era grande, troppo grande. Pareti bianche, mobili costosi, finestre su alberi potati alla perfezione. Tutto in ordine, tutto al suo posto, come una scenografia, non un posto dove qualcuno viveva davvero.
Chiuse la porta. La testa gli pulsava — non tanto per il fulmine, anche se l’ustione bruciava ancora, quanto per la solita pressione: quel peso dietro gli occhi che gli ripeteva che tutto era inutile, che domani sarebbe stato identico a oggi e l’anno prossimo a quest’anno.
Si sedette alla scrivania. Il portatile era lì, chiuso. I suoi gli avevano tolto internet dopo l’arresto — non solo la password: avevano riconfigurato il router perché bloccasse il suo dispositivo. Credevano così di tenerlo lontano dai guai. Non avevano calcolato la rete dati del cellulare. La loro ignoranza tecnologica era una benedizione.
Aprì il portatile, attivò l’hotspot, e mentre la macchina si connetteva da sola guardò fuori. Il parco sotto era deserto, le panchine allineate al millimetro, l’erba tagliata con precisione chirurgica. Tutto perfetto. Tutto morto.
Aprì Chrome — homepage vuota, nessuna cronologia, cancellava sempre ogni traccia. Voleva cercare qualcosa su Annie e Bailey. Se doveva passarci insieme le settimane successive, tanto valeva sapere chi fossero, e il modo più rapido erano i social.
Prima, le notizie. La BBC apriva con il deragliamento: un treno della Overground uscito dai binari alle 9:17 tra Hackney Wick e Stratford, in pieno blackout, quarantatré feriti, nessun morto. Cause in corso di accertamento; l’ipotesi ufficiale parlava di un fulmine caduto sulla linea di alimentazione. Nel video girato da un passeggero si vedeva solo buio, poi una luce che mandava in pasta l’immagine, pixel bruciati, e urla.
Le 9:17. Il minuto esatto in cui il cielo si era aperto sopra di loro, dall’altra parte della città. Un fulmine sulla linea, un fulmine su di loro. Due, nello stesso istante, a chilometri di distanza. Arthur chiuse la scheda, ma il numero gli rimase addosso.
Digitò: Annie Hawthorne Leyton incendio.
I primi risultati erano articoli che aveva già letto. Il suo nome non compariva, ma questo non aveva fermato i segugi di internet. Tra i link c’era un profilo Instagram, visitato così tante volte da essere schizzato in cima. Ci cliccò. Privato. L’unica foto accessibile era un selfie scattato dal basso, Annie che fissava l’obiettivo con indifferenza. Sotto, cinquecento commenti, quasi tutti veleno: pazza, piromane; qualcuno che le credeva; qualcuno che la idolatrava per quello che aveva fatto.
Oltre al danno, la beffa.
Arthur la capiva fin troppo bene. Sapeva cosa volesse dire essere ridotto a un singolo gesto da gente che di te non sa niente. Per il resto Annie era un fantasma — nessuna storia, nessun seguito. Si era iscritta solo per guardare, non per esserci.
Passò a Bailey. Profilo pubblico, ovviamente. Seicentoventiquattro follower, settecentotré seguiti. Arthur scorse. Bailey a una festa. Bailey con una birra. Bailey che faceva il dito medio all’obiettivo. Bailey che sorrideva, sempre.
Ma in ogni singola foto era solo. Nessun braccio attorno alle spalle. Nessun amico che ride accanto a lui. Solo Bailey, da solo, che sorride alla fotocamera. Non era amato neanche la metà di quanto i numeri lasciassero credere.
Si fermò su una foto. Un parco — erba secca, alberi spogli, cielo grigio. Bailey seduto su uno scivolo arrugginito, felpa nera troppo larga, una sigaretta spenta tra le labbra, una bottiglia di Stella in mano. Anche lì sorrideva, ma era diverso. Vero. Come se per un attimo avesse smesso di recitare. E negli occhi una malinconia che Arthur riconobbe all’istante, perché era la stessa che vedeva ogni mattina allo specchio.
La didascalia diceva: C’è vita su Marte?
Conosceva la canzone. Era una delle sue preferite.
Era solo. Come lui. Come Annie, probabilmente.
Rimase a fissare la foto più del necessario — gli occhi grigi, la curva delle labbra, le dita lunghe attorno al collo della bottiglia, un piccolo tatuaggio a forma di rondine sul dorso della mano. Un disagio familiare gli si attorcigliò allo stomaco. Si costrinse a chiudere la foto.
Aprì i propri messaggi, per distrarsi. E l’anteprima di uno gli catturò lo sguardo.
Non finisce qui, finocchio.
Account con nome femminile e foto di una ragazza, ma non ci voleva un genio per capire che era falso. Richie. Solo lui sapeva essere crudele in modo così prevedibile.
La mano di Arthur tremò mentre rileggeva. Non finisce qui, finocchio. Come se l’umiliazione pubblica non fosse bastata.
Chiuse gli occhi. E nel buio, per un istante, percepì qualcosa di indefinibile. Un ronzio. Una vibrazione bassa, sotto la soglia dell’udito. Li riaprì di scatto.
Veniva dai muri, dal piano di sotto, da ogni direzione insieme — non riusciva a localizzarlo. Ma lo sentiva. Nei denti, nelle ossa.
Il primo pensiero fu che stava impazzendo. Poi lo schermo fu attraversato da una striscia di rumore bianco. E i messaggi cominciarono a sparire, uno dopo l’altro, senza che lui toccasse niente.
«Ma che…»
La pagina si ricaricò. Tutte le notifiche, scomparse. Il cuore prese a corrergli. Lo stavano hackerando?
Le schede si moltiplicarono da sole, le pagine a scorrere sui suoi social, a cancellare ogni notifica. Arthur tentò ogni combinazione di tasti che conosceva. Niente. Il portatile sembrava posseduto. Si aprì una cartella. Comparve una riga di codice che lui stesso aveva scritto mesi prima. Poi il codice cominciò a cambiare — da solo, a riscriversi, a correggersi sotto i suoi occhi.
Nel panico premette il tasto di spegnimento. Schermo nero. Stava per tirare il fiato quando si riaccese, senza che avesse sfiorato nulla.
Nessun hacker poteva fare una cosa simile. Nessun software. Era impossibile.
«Fermati» sussurrò, più a sé stesso che alla macchina. «Maledizione, fermati.»
Tutto si fermò di colpo. Come se avesse obbedito.
Arthur fissò lo schermo, il fiato sospeso. Accanto alla mano, il telefono vibrò. Bastò che lo guardasse e WhatsApp si aprì da solo, mostrandogli il messaggio di sua madre: Cena in forno. Papà torna tardi. Non aspettarci.
Non l’aveva sfiorato. Aveva solo… pensato di sbloccarlo.
Tornò allo schermo, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Doveva provare. Doveva sapere se era reale, o se stava perdendo la testa. Si concentrò. Immaginò il cursore scivolare a destra.
La freccetta si mosse.
Trattenne il respiro. Immaginò il cursore disegnare un cerchio. La freccetta obbedì, danzando sul desktop in un cerchio perfetto.
Arthur si afferrò una ciocca di capelli e tirò. Fece male. Non stava sognando.
«Cazzo» sussurrò.
E per la prima volta in tutta la sua vita di merda, sorrise da solo nella sua stanza vuota — non perché qualcosa fosse cambiato, ma perché sospettava che qualcosa potesse.
Il quarto giorno pioveva di nuovo.
Annie arrivò con dieci minuti d’anticipo e trovò Bailey già sotto la tettoia, incappucciato, le mani in tasca, che fissava la pioggia come un’offesa personale.
«Lo sapevi che Londra è una delle città meno piovose d’Europa?» disse, senza salutare. «Statisticamente. L’ho letto. Meno di Roma, meno di Nizza. E allora spiegami perché da quando sconto le ore non ho ancora visto il sole.»
«Il sole ti ha visto» disse Annie. «E ha deciso.»
«Carina. Sei carina, la mattina. Poi passa.»
Arthur arrivò per terzo, l’ombrello nero e gli stivali costosi, e per ultimo il furgone di Brian, che parcheggiò storto occupando un posto e mezzo. Di Davies e Mel nessuna traccia fino alle nove e sette, quando spuntarono da dietro l’angolo — lei avanti, lui tre passi indietro, il cappuccio calato sugli occhi nonostante camminasse già sotto un ombrello. Nessuno dei due disse buongiorno.
Dentro, Brian li mise in fila nella mensa con la sua clipboard e l’aria di chi ha già perso la giornata.
«Il comune manda un’ispezione la settimana prossima e questo posto deve sembrare meno un canile» disse, mollando sul tavolo della mensa un secchio, una manciata di stracci e un flacone di sgrassatore senza etichetta. «Mensa, corridoi, spogliatoi. Quando brilla, andate a casa.»
«Non sarebbe compito dei dipendenti?» chiese Arthur.
«I dipendenti hanno una dignità da difendere. Voi no.» E sparì su per le scale, verso il suo ufficio, col passo di chi ha una birra in frigo e nessuna intenzione di condividerla.
Annie prese lo spazzolone senza discutere. Meglio la mensa del parco: almeno lì dentro la pioggia era solo un rumore sul tetto, un tamburellare fitto che copriva quasi il ronzio dei neon. Catalogò le uscite per abitudine — la porta sul corridoio, la porta antipanico in fondo, le finestre con le grate. Due su tre. Poteva bastare.
Erano rimasti in cinque, contando anche Davies e Mel, tornati il giorno dopo il fulmine come se niente fosse successo. Ma qualcosa era successo, e uno di loro lo portava addosso. Davies parlava ancora meno del solito, e quel poco lo diceva a denti stretti; aveva la faccia grigia, lucida di un sudore che non c’entrava con la fatica, e mangiava. Sempre. Barrette, patatine, un panino dietro l’altro, e non gli bastava mai — Annie l’aveva colto più volte davanti al distributore della mensa, fermo, a guardarlo come si guarda una porta chiusa a chiave.
Mel gli girava intorno come si gira intorno a una pentola sul fuoco. Gli parlava sottovoce, e lui rispondeva a monosillabi o non rispondeva affatto. Una volta Annie colse un pezzo di frase — «…un medico, Davies, ti prego» — e la mano di lui che si sfilava da quella di lei, non brusca. Solo stanca.
A metà giornata Brian concesse venti minuti di pausa, e Annie uscì sotto la tettoia del retro perché dentro l’aria sapeva di candeggina da respirare col contagocce. La pioggia scendeva dritta, fitta, senza vento. Dopo un minuto la porta antipanico si aprì e ne uscì Mel, che si accese una sigaretta riparando la fiamma con la mano.
Fumarono in silenzio — Mel fumava, Annie guardava la pioggia — per un tempo che ad Annie andava benissimo così. Fu Mel a romperlo.
«Tu non parli mai, eh.»
«No.»
«Meglio. Quell’altro parla per sette.» Tirò una boccata, la trattenne. «Posso chiederti una cosa? E non è per farmi i fatti tuoi. Quella notte, dopo il fulmine… tu hai dormito?»
Annie ci pensò. «Sì.»
«Davies no. Sono due notti che non dorme. Sta seduto sul letto a guardare la finestra, e se gli parlo mi risponde dopo, tipo con dieci secondi di ritardo, come le telefonate intercontinentali.» Un’altra boccata, più corta. «E mangia. Hai presente quando svuoti le tasche a fine giornata? Io gli trovo le carte. Barrette, patatine, quella merda di salsicce in busta. Ieri il portafoglio era vuoto e so quanto c’era dentro lunedì.»
«Portalo da un medico.»
«E gli dico cosa?» Mel rise, un suono corto e senza niente dentro. «Dottore, il mio ragazzo è strano da quando un fulmine gli è caduto a dieci metri? Ci ridono dietro. E lui non ci viene comunque, dice che sta bene, che è solo stanco.» Buttò la cenere. «Non è stanco. È un’altra cosa. Io lo conosco da quando avevamo quindici anni e ti giuro che certe volte, in questi giorni, mi giro e per un secondo non lo riconosco. Cioè, è lui. Ma è come quando copiano una firma. Uguale, però la mano è diversa.»
Annie non disse niente. Non aveva niente di utile da dire, e le frasi di conforto le erano sempre sembrate monete fuori corso.
«Comunque.» Mel schiacciò la sigaretta contro il muro e infilò il mozzicone nel pacchetto vuoto. «Se là dentro fa lo stronzo, non ci fare caso. Non ce l’ha con voi.» Aprì la porta, si fermò a metà. «Non ce l’ha con nessuno. È questo che mi fa paura.»
Rientrò. Annie rimase ancora un momento là fuori, con una sensazione sottile e fastidiosa, come un'etichetta che gratta dentro il colletto. Neanche Bailey era in giornata. Aveva la battuta più lenta e gli occhi cerchiati, e ogni tanto si fermava a metà di un gesto, come chi sente chiamare il proprio nome da una stanza vuota. Il giorno prima era crollato davanti a tutti — sudore freddo, il respiro corto, «troppa gente, troppa roba addosso» aveva detto poi, senza spiegare. Da allora si teneva ai margini del gruppo, lui che i margini li aveva sempre detestati.
Ad Arthur, invece, si guastavano le cose. Il neon sfarfallava quando ci passava sotto; il telefono gli si accendeva da solo nella borsa; la radiolina di Brian aveva gracchiato mezza canzone, una mattina, con le batterie in mano a Bailey. Arthur non ne parlava. Puliva, zitto, e girava alla larga dalle prese di corrente.
E Annie niente. Aspettava — non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, ma aspettava — un segno qualunque: un oggetto spostato, un bicchiere incrinato, qualcosa. Niente. Solo l’ustione sul collo, sbiadita in due giorni fino a diventare una filigrana rosa, come se il suo corpo avesse deciso che non era successo nulla d’importante.
Nel pomeriggio andò a riempire il secchio nel bagno del corridoio, e al ritorno trovò Davies davanti al distributore. Fermo, le braccia lungo i fianchi, la fronte quasi appoggiata al vetro. Dentro, dietro le spirali di metallo, le merendine se ne stavano in fila nella loro luce da acquario.
«È rotto?» chiese Annie, per dire qualcosa.
Davies non si voltò subito. Prima rispose — «No» — e solo dopo, coi suoi dieci secondi di ritardo intercontinentale, girò la testa. Da vicino la sua faccia era peggio: grigia, le guance scavate in due giorni, gli occhi lucidi e fermi. «Ho finito gli spicci» disse. Poi, con un tono piatto, da bollettino: «Ho sempre fame. Mangio e ho fame. Non passa.» Un angolo della bocca gli salì, come se avesse provato a farne una battuta e avesse rinunciato a metà. «Strano, no?»
«Fatti vedere da qualcuno.»
«Me lo dice anche Mel.»
Tornò a guardare il vetro. Annie riprese il secchio e se ne andò senza rispondere. Per tutto il corridoio le rimase addosso l’immagine di lui nel vetro del distributore.
Verso le quattro Brian scese a controllare, il che nel suo caso significava fermarsi sulla soglia della mensa con una tazza in mano e un paio di cuffie enormi calate intorno al collo, da cui usciva un tunz tunz in miniatura.
«Manca la parete in fondo» disse, indicando col mento una parete che era stata pulita un’ora prima. «E i battiscopa. I battiscopa sono la prima cosa che guardano.»
«Chi?» chiese Arthur.
«Quelli dell’ispezione. I battiscopa e i cessi. Fidati, io queste cose le so.» Bevve un sorso dalla tazza, che con ogni evidenza non conteneva tè. «Io sono di sopra. Ho delle scartoffie.» Si rimise le cuffie sulle orecchie ancora prima di finire la frase, e il tunz tunz risalì le scale insieme a lui.
«Un giorno voglio vederle, queste scartoffie» disse Bailey.
Prima di sera, nel bagno del corridoio, Annie chiuse la porta col piede e rimase un momento davanti al lavandino. Sullo scaffale c’era un cucchiaino, di quelli del caffè, abbandonato lì da chissà chi. Si guardò intorno — la porta chiusa, nessuno — e lo fissò. Lo fissò forte, con le sopracciglia basse, cercando dentro di sé una leva, un interruttore, un muscolo nuovo da contrarre.
Il cucchiaino rimase dov’era, con la sua flemma da cucchiaino.
Provò con l’acqua del rubinetto, con la lampadina, con la propria immagine nello specchio. Niente. Solo una ragazza bagnata di sudore e candeggina che fissava le cose, e la filigrana rosa sul collo che a quella luce sembrava quasi un ricamo. Aprì l’acqua, si sciacquò la faccia e uscì, e a chiunque le avesse chiesto cosa stesse facendo là dentro avrebbe risposto niente, perché era la verità.
Alle sei fuori era buio, e la mensa sapeva di sgrassatore e di minestra vecchia. Restavano gli spogliatoi.
«Li faccio io» disse Mel. Era la prima volta che si offriva volontaria per qualcosa. «Davies mi dà una mano. Voi finite qui.»
Davies la seguì senza una parola, le spalle curve. Ad Annie — che non si faceva i fatti degli altri per principio, perché i fatti degli altri chiedono sempre qualcosa in cambio — rimase addosso quella sensazione sottile e fastidiosa. Era lo sguardo che lui teneva puntato sulla schiena di Mel mentre le camminava dietro. Non c’era niente, in quello sguardo.
«Ho una fame assurda» disse Bailey dopo un po’, strizzando lo straccio nel secchio. «E il bello è che ho appena mangiato.» Si premette due dita in mezzo agli occhi. «Vi capita mai di avere fame e nausea insieme? Perché a me da dieci minuti, ed è una sensazione di merda.»
«Magari è lo sgrassatore» disse Arthur.
«Magari.» Ma non aggiunse una battuta, e questo era peggio di qualunque sintomo.
Dieci minuti dopo mollò lo straccio nel secchio e si sedette su una panca, la schiena contro il muro, le mani che gli tremavano appena. «Ok» disse, a nessuno. «Ok, ok.» Respirava dal naso, lungo, contato, come chi segue le istruzioni di un corso che ha pagato caro. «Non sono io» spiegò, sempre a nessuno. «Questa roba non è mia. Io ho mangiato, io sto bene, questa fame non è mia.»
«B.B.?» Arthur si era fermato con lo straccio a mezz’aria.
«Sto bene.» Non stava bene. Aveva la faccia lucida e gli occhi che andavano alla porta del corridoio, tornavano, ci riandavano. «È che da stamattina c’è tipo… una radio accesa. Di là.» Indicò col mento la direzione degli spogliatoi, e rise senza allegria. «E trasmette solo un programma.»
Passarono dieci minuti, forse quindici. La pioggia sul tetto copriva tutto, ma sotto la pioggia i rumori giusti c’erano — acqua nei tubi, il fischio dei neon, lo straccio di Arthur sul linoleum. Poi, dagli spogliatoi, ne arrivò uno sbagliato: un tonfo sordo, di metallo, come un armadietto che incassa una spallata.
Annie alzò la testa. Bailey si era già alzato in piedi, bianco come la calce, una mano premuta sullo sterno.
«Che c’è?» chiese Arthur.
«La radio» disse Bailey. «Ha alzato il volume.»
L’urlo arrivò dagli spogliatoi e si spense a metà, come tagliato.
Annie mollò lo spazzolone e corse, Bailey e Arthur dietro. Il corridoio, la porta socchiusa, e l’odore che ne usciva: rame, fogna, e sotto ancora qualcosa di selvatico. Di bestia bagnata.
Mel era a terra tra due file di armadietti, e non era più intera. Annie registrò i dettagli uno per uno, con una lucidità mostruosa, come se la testa glieli stesse catalogando per un dopo: la gamba piegata dove gli arti non si piegano, il rosso dappertutto, il cappuccio della felpa ancora su. E sopra di lei, china, la cosa.
Occupava mezzo corridoio degli armadietti. Un cane, fu il primo pensiero, un cane enorme — ma i cani non hanno spalle così, non stanno eretti su zampe piegate all’indietro, non hanno dita. Il pelo scuro cresceva a chiazze, e in mezzo si tendeva una pelle grigia, tirata sui muscoli come su un pugno chiuso. Da qualche parte, sotto, spuntavano brandelli di stoffa scura e una scarpa da ginnastica rovesciata, ancora allacciata, e quella scarpa in mezzo a tutto quel rosso era la cosa più oscena della stanza.
La creatura sollevò la testa e li guardò. Aveva occhi piccoli, chiari, quasi umani, e il muso sporco fino alle orecchie.
«Mel» disse Bailey, piano, senza senso, come se lei potesse ancora rispondere.
Arthur si voltò e vomitò contro gli armadietti.
Poi la creatura si mosse, e il mondo si strinse.
Bailey cadde in ginocchio prima ancora che li raggiungesse. «No» ansimò, le mani sulle tempie. «No, no…» Qualunque cosa provasse quella bestia, gli stava passando attraverso, e da come cercava di farsi piccolo doveva essere un rumore insopportabile.
«Via!» Annie lo afferrò per il cappuccio e lo trascinò indietro, fuori dagli spogliatoi, lungo il corridoio, dentro la mensa. Arthur sbatté la porta e ci puntellò contro un tavolo.
La porta durò tre secondi.
Il legno esplose verso l’interno in una nuvola di schegge. La creatura entrò bassa, le spalle che raschiavano gli stipiti, e si fermò a fiutare l’aria, il fianco che le pompava come un mantice. La pioggia continuava a tamburellare sul tetto, fitta, indifferente, e dalle scale non arrivava nessun passo, nessuna voce — solo, da qualche parte là sopra, il tunz tunz in miniatura delle cuffie di Brian.
Non caricò subito. Avanzava piano, la testa bassa tra le spalle, spostando il peso da una zampa all’altra, e a ogni passo le unghie battevano sul linoleum un ticchettio da orologio a muro. Li stava scegliendo. Annie arretrò lungo la fila dei tavoli tenendosi la superficie di formica tra sé e la bestia, e con la coda dell’occhio misurò la distanza dalla porta antipanico: sei metri, forse sette, con Bailey in ginocchio a metà strada.
«La porta» disse piano, senza staccare gli occhi dalla creatura. «Arthur. Prendi B.B. e andate alla porta.»
Arthur fece un passo. La creatura ruotò la testa verso di lui con uno scatto liquido, innaturale, da gufo, e lui si bloccò con un gemito.
Arthur indietreggiò fino al distributore, gli occhi ovunque tranne che sulla cosa che avanzava. «Le regole» balbettò, assurdo. «I lupi mannari, l’argento… noi non abbiamo…»
«Non è un film!»
Annie rovesciò un tavolo nel corridoio tra loro e la bestia. La creatura lo scartò con una zampata e puntò Arthur.
E il distributore impazzì.
Accadde tutto insieme: le luci del pannello che si accendevano in sequenza, un ronzio che saliva di tono fino a diventare un lamento, e poi la macchina intera che sussultava e sputava lattine — una, due, sei — sparandole addosso alla creatura, mentre dal retro montava un odore di plastica bruciata e il display lampeggiava simboli in un alfabeto che non esisteva. Arthur stava premuto contro la parete, le mani spalancate davanti a sé, e dal fondo delle sue iridi saliva una luce azzurra, sottile, che non apparteneva a nessun neon.
Una lattina prese la creatura in pieno muso. Un’altra esplose a terra in una schiuma sibilante. La bestia arretrò scuotendo la testa, e quando urtò la macchina con la spalla un arco bianco le corse lungo il fianco con uno schiocco secco. L’aria si riempì di puzza di pelo bruciato. Il lamento che ne uscì non era di un animale e non era di un uomo, ed era peggio di entrambi.
«Fatela smettere» singhiozzava Bailey da sotto un tavolo, dove si era trascinato, raggomitolato. «Vi prego, fatela smettere, ho la sua roba in testa…»
Poi la bestia smise di lamentarsi e si voltò. Non verso Arthur. Verso di lei.
Annie fece in tempo a buttarsi di lato quando la zampata arrivò, un’ombra larga quanto un tergicristallo che spazzò via il tavolo dietro cui stava come se fosse di cartone. Il tavolo decollò, ruotò, atterrò tra le sedie con un fracasso di alluminio. Annie rotolò sul linoleum bagnato di schiuma, si rialzò a metà, scivolò, si rialzò di nuovo. La spalla le urlava — l’angolo di qualcosa, nella caduta — ma le gambe tenevano, e le gambe erano l’unica cosa che contava.
La bestia caricò ancora, e stavolta Annie non si spostò: si lasciò cadere in avanti, sotto la traiettoria, e se la lasciò passare sopra — il calore, un odore ferino e denso, una goccia di bava calda sul collo — fino allo schianto contro la fila di sedie impilate vicino al muro. Il mucchio le crollò addosso in una valanga di plastica arancione.
«Annie!» La voce di Arthur, da qualche parte. «La porta! Vai!»
Annie guardò la porta antipanico. Sei metri, un maniglione da spingere. Fuori c’era la pioggia, il vicolo, la fuga.
Guardò Bailey, raggomitolato sotto il tavolo, incapace di alzarsi. Guardò la bestia che si scrollava le sedie di dosso.
E l’estintore era lì, nella sua nicchia, a due passi.
Il vetro della nicchia diceva ROMPERE IN CASO DI EMERGENZA. Annie lo ruppe col gomito.
Il primo getto prese la creatura in faccia da due metri, bianco e gelido, e la accecò. Il secondo la piegò sui tavoli. Poi Annie rigirò l’estintore tra le mani, lo impugnò per la maniglia come si impugna una cosa che deve pesare, e colpì. Alla testa. Alle spalle. Di nuovo alla testa.
Non pensò a Mel, in quel momento, né a sé stessa. Non pensò affatto. C’era solo quella scarica che le saliva dalle braccia a ogni colpo — calda, pulita, bellissima — e il suono, e la cosa sotto di lei che un colpo alla volta smetteva di essere un pericolo e diventava soltanto una cosa. Colpì finché le braccia glielo permisero. Colpì anche dopo.
La creatura crollò con un ultimo rantolo gorgogliante. La scossero le convulsioni, poi si accasciò, immobile.
Annie la fissò ai suoi piedi. Le mani le tremavano ancora intorno a un estintore che non reggeva più. La furia di un attimo prima — quella scarica calda, bellissima — si era ghiacciata in qualcosa che le saliva su per la gola come bile.
E poi, senza preavviso, il panico la travolse come un treno merci. Dimenticò come si respira. Le gambe si fecero di gelatina. La invase la certezza assoluta, irrazionale, di stare per morire in modi atroci che la sua mente non riusciva nemmeno a concepire.
«Merda!» imprecò Bailey.
Era in ginocchio, i palmi schiacciati sulle tempie, il corpo percorso da brividi violenti. «No, no, sta succedendo di nuovo. Non riesco a fermarlo!»
Arthur si era raggomitolato contro il muro, in posizione fetale, scosso da singulti. Annie non capiva. Si trascinò verso Bailey, e ogni movimento era una battaglia contro quell’istinto che le urlava di scappare, nascondersi, morire.
«B.B.» ansimò, lottando per respirare. Lo afferrò per le spalle e lo scosse. «Guardami.»
«Non… non ci riesco… è troppo…»
Annie fece l’unica cosa che le venne in mente. Gli mollò uno schiaffo con tutta la forza che le restava. Il suono rimbombò come uno sparo.
Bailey sbatté le palpebre, sconvolto. Per un attimo il terrore vacillò, come una radio che perde il segnale. Poi, lentamente, si dissolse. Annie tornò a respirare.
«Mi hai… mi hai schiaffeggiato» disse piano Bailey, sfiorandosi la guancia.
Annie si lasciò cadere a terra, svuotata.
«Mi hai fatto male!» continuò a piagnucolare lui.
«Che cosa è stato?» pigolò Arthur dal suo angolo. «Era come un attacco di panico, ma diecimila volte peggio.»
Bailey si tirò su, l’aria colpevole. «E che cazzo ne so? Sei tu quello che deve spiegare le cose. Com’è che hai fatto quella roba col distributore?»
Arthur tacque un momento. «Credo che quella cosa — il fulmine, quello che era — ci abbia fatto qualcosa.»
«Che c’entra il fulmine?»
«Lo sai benissimo di cosa parlo.» Arthur si rimise in piedi. «Anche tu hai un potere.»
«Cosa? No!»
«B.B., abbiamo sentito la tua paura. Era come un loop. Le nostre emozioni si autoalimentavano, senza controllo.»
«I-io non so cosa sia, ma non riesco a farlo smettere! Sento tutto! Tutto quello che provano le persone intorno a me! È un incubo!»
Annie si rialzò.
«Si può sapere di che cazzo parlate?»
«Dei nostri poteri» rispose Arthur, come fosse la cosa più ovvia del mondo. «Tu cosa sai fare?»
«Visto come ha spaccato la testa a quel coso, direi superforza» commentò Bailey.
Annie guardò il distributore annerito, la cosa immobile in mezzo ai tavoli, la luce che si era spenta negli occhi di Arthur. «Superpoteri» ripeté, come si ripete una parola straniera.
«Andiamo, Annie. Hai il cadavere di un lupo mannaro dietro di te. E hai visto cos’è successo. È così difficile da credere?»
«Mi stai dicendo che il fulmine ci ha trasformati negli Avengers?»
«Non tutti gli Avengers hanno i poteri. Ma sì. A grandi linee.»
«Io non ho poteri» disse tagliente Annie. «Quello era un estintore, non un potere.»
«Beata te» borbottò Bailey.
«Il fulmine ha colpito anche me. Perché io no?»
«Forse devi solo aspettare che si risvegli» azzardò Arthur.
«O forse hai avuto culo, e non sei diventata un fenomeno da baraccone» rincarò Bailey.
Annie fissò il pavimento sporco di sangue e rifletté. Doveva avere un potere. Doveva. Il fulmine non poteva essere stato così ingiusto.
«Meglio avvertire Brian» disse Arthur, torcendosi le mani.
«Pensi che ci crederà?»
«C’è un mostro morto sul pavimento. E un cadavere. Deve crederci per forza.»
Salirono al secondo piano, lasciando dietro di sé impronte scure sul linoleum, un sentiero macabro. Trovarono Brian nel suo ufficio, i piedi sulla scrivania, una birra mezza vuota in mano, gli occhi sullo schermo del telefono. Un video porno, a giudicare dai gemiti che filtravano dagli altoparlanti.
«C’è un problema» esordì Annie.
Brian per poco non cadde dalla sedia, infilando via il telefono. Stava per sbroccare, ma le parole gli morirono in gola davanti a quei tre coperti di sangue dalla testa ai piedi.
«Che cazzo avete combinato?»
«Mel» disse Bailey, e per una volta la voce non gli reggeva la battuta. «È morta. Di sotto. C’era… c’era una cosa, e l’abbiamo…»
«Vieni a vedere» tagliò corto Annie.
«Se è uno scherzo…»
«Non lo è.»
Li seguì giù, controvoglia, brontolando. Prima la mensa. Ad Annie si gelò il sangue.
La creatura era sparita. Restava solo una grande pozza scura, fumante come acido, e un odore peggiore di prima.
«Allora?» chiese Brian. «Io non vedo nessun morto.»
Corsero agli spogliatoi. Anche Mel era sparita. Solo sangue, ovunque, già lì lì per rapprendersi sulle piastrelle. Una finestra in fondo era sfondata, i vetri a terra, e una scia scura scivolava fuori, giù nel vicolo — come se qualcosa, o qualcuno, avesse trascinato via il corpo da lì.
«Se l’è portata via» sussurrò inorridito Arthur.
«Come cibo d’asporto» disse Bailey, ma nessuno rise.
Brian li squadrò uno per uno, gli occhi ridotti a fessure. «Molto divertente. Il sangue finto, i vetri rotti, tutta la scena. Vi siete superati.» Indicò il pavimento col mento. «Adesso ripulite.»
«Non stiamo mentendo!» protestò Annie, e per la prima volta la voce le si incrinò. «Mel…» Poi la colse un’illuminazione. «Merda… Davies.» Si voltò verso Arthur e Bailey. «Anche lui è stato colpito dal fulmine.»
Loro la guardarono con occhi sgranati.
«Già, si saranno levati dai coglioni, come fate tutti voi sfaccendati appena giro le spalle.» Brian non batté ciglio. «Mezz’ora fa c’erano, adesso non ci sono. Fine del mistero. RIPULITE questo casino. Tutto. O scordatevi di tornare a casa stasera. E se domani non vi presentate, vi denuncio. Chiaro?»
Se ne andò sbattendo la porta con una violenza che fece tremare l’intelaiatura.
I tre rimasero in silenzio, a lungo.
«E adesso è là fuori» disse piano Arthur, fissando il sangue. «Pensate che… dovremmo andare alla polizia?»
«Per dire cosa? Che ci siamo imbattuti in un mostro?» replicò sarcastico Bailey. «Lasciamo perdere. È un problema di qualcun altro. Almeno Brian non è così sveglio da dare peso alla cosa.»
«Quindi che facciamo?» chiese infine Arthur, con una voce piccolissima.
Annie prese uno straccio dal carrello nell’angolo. Grigio, unto, ma avrebbe fatto il suo lavoro.
«Puliamo» disse, cupa.
Avevano finito di pulire alle nove passate.
Tre ore a strofinare il sangue di Mel dalle piastrelle degli spogliatoi con uno straccio grigio e un secchio d’acqua che diventava rosa, poi rossa, poi di un marrone che non voleva andare via. Brian non si era più fatto vedere. Se n’erano andati senza dirsi quasi niente, ognuno per la propria strada, e Annie aveva preso l’autobus con le mani che ancora le puzzavano di candeggina e di rame.
A casa non aveva dormito.
Non per il sangue. Il sangue, in fondo, lo aveva già visto. Era per l’altra cosa, quella che non riusciva a togliersi di dosso: il momento esatto in cui l’estintore aveva incontrato il cranio del mostro, lo scrocchio, lo schizzo caldo. E come si era sentita, in quel momento. Bene. Si era sentita bene. Più viva di quanto si fosse mai sentita in ventiquattro anni di niente.
Quello la teneva sveglia. Non Mel. Lei.
Verso le tre si era alzata. Aveva acceso la luce ed era rimasta a fissare il vuoto. Arthur e Bailey hanno dei poteri. Il pensiero continuava a rimbalzarle tra le pareti del cervello. Le pareva assurdo. Eppure lo aveva visto. Arthur che scatenava il distributore, Bailey che li infettava con la sua paura. E lei? Niente.
Si era guardata la mano. Aveva ancora addosso il formicolio. Accanto a lei, la lampada aveva sfarfallato per qualche secondo. Annie si era voltata. Forse…
«Spegniti» aveva sussurrato.
La lampadina aveva continuato a brillare, beffarda.
«Spegniti.»
Niente. Solo una stupida lampadina e una stupida ragazza che parlava da sola alle tre di notte. Aveva abbattuto l’interruttore con violenza ed era rimasta al buio, gli occhi aperti, a chiedersi quale fosse la presa per il culo peggiore: avere un potere e non saperlo usare, o non averlo affatto mentre due stronzi con cui faceva i lavori forzati lo avevano eccome.
Al buio aveva preso il telefono, per fare qualcosa che non fosse pensare. Il deragliamento era ancora in cima alle notizie, ma il tono era cambiato. Niente più fulmine sulla linea: adesso i giornali scrivevano «cause al vaglio» e intervistavano i passeggeri, e i passeggeri dicevano cose che i giornali riportavano con le virgolette lunghe e prudenti di chi non ci crede. Una luce senza colore. Nessun rumore. La pioggia ferma fuori dai finestrini, «come in pausa». Tredici persone erano ancora ricoverate in osservazione per «sintomi non specificati», e sotto l’articolo, nei commenti, qualcuno giurava che alla cugina di un amico, che era sul treno, da quella mattina non funzionava più nessun orologio al polso.
Annie aveva letto tutto, due volte. Poi aveva posato il telefono sul comodino, schermo in giù.
Tredici in osservazione. Più i passeggeri a casa. Loro tre. E Davies, che era là fuori con la pancia piena.
Il sonno era arrivato a un certo punto, da qualche parte tra le quattro e le cinque, senza chiedere permesso.
Bailey e Arthur erano già sui gradini quando arrivò. Non parlavano. Era la cosa più innaturale che Annie avesse mai visto — Bailey zitto due giorni di fila.
«Ciao» disse, sedendosi.
«Ciao» rispose Arthur.
Aveva gli occhi gonfi. Bailey si limitò a un cenno.
Restarono così per un po’. Poi Arthur, fissando l’asfalto, disse: «Non riesco a smettere di pensarci.»
«A Mel?» chiese Annie.
«A tutto. A Mel. A Davies. Al fatto che è là fuori, adesso, e che magari sta… facendo di nuovo quella cosa, a qualcun altro.» Arthur si strinse le ginocchia. «Saremmo dovuti andare alla polizia. Invece, ce ne siamo lavati le mani e siamo andati a casa.»
«Perché non sono affari nostri» disse Annie.
«E di chi sono, allora?» Arthur alzò la voce, una cosa che non gli capitava mai. «Là fuori c’è gente come noi. Colpita dallo stesso fulmine. E qualcuno la usa per ammazzare. Noi potremmo…»
«Potremmo cosa?» lo interruppe Bailey, parlando per la prima volta. «Metterci una calzamaglia e dare la caccia ai mostri? Arti, ieri hai vomitato alla vista di un cadavere. Non sei Batman. Nessuno di noi lo è.»
«Non possiamo far finta di niente.»
«Io invece sono bravissimo a far finta di niente.» Bailey si appoggiò all’indietro sui gomiti. «È praticamente la mia unica abilità, oltre al potere. Senti, mi dispiace per Mel. Davvero. Ma io ho già una vita di merda da gestire, non mi serve aggiungerci il salvataggio del mondo.»
Arthur aprì la bocca per ribattere, ma in quel momento la porta del centro si spalancò e uscì Brian, e l’argomento morì lì.
«Oggi vi tolgo dai piedi» disse, e gli lanciò un foglietto spiegazzato. «Pixel Palace. La sala giochi in fondo a Harrington Street. C’è la zona delle giostrine per bambini da rimettere a posto. Sporcizia, cicche, probabilmente vomito.»
«Che bello» commentò Bailey.
«I dipendenti vi tengono d’occhio. Una cazzata e vi segnalo.» Si voltò per rientrare, poi si fermò. «E quei due che mancano. Davies e la ragazza.»
I tre si irrigidirono.
«Non si sono presentati» continuò Brian, senza accorgersi di niente. «Se domani non rispuntano, li butto fuori dal programma. Tanto peggio per loro.» E rientrò, sbattendo la porta.
Nessuno disse niente.
Fu Arthur, alla fine, ad abbassare la voce. «Dovremmo dirglielo.»
«Dirgli cosa?» Bailey si alzò, spazzolandosi i jeans. «Che Mel è morta e che il suo ragazzo se l’è mangiata? Ci ha già dato dei bugiardi ieri, con il sangue ancora per terra. Oggi che il pavimento è pulito andrà meglio, secondo te?»
«Potremmo fare una segnalazione anonima. Alla polizia. Solo che… cerchino Davies.»
«E quando lo trovano?» disse Annie.
Arthur la guardò senza capire.
«Quando lo trovano» ripeté lei, «che succede? Lo fermano con cosa? L’hai visto anche tu. E dopo che è successo un macello, chi risulta essere l’ultima persona che ha visto viva Mel? Tre pregiudicati coperti del suo sangue.» Si alzò anche lei. «Nessuna segnalazione. Nessuna polizia. Si va a pulire una sala giochi.»
Non ne andava fiera. Ma tra il giusto e il vivo, Annie aveva scelto il vivo da così tanto tempo che ormai era un riflesso.
Harrington Street era a venti minuti a piedi, e li fecero in fila indiana sotto un cielo che non aveva ancora deciso se piovere. Bailey rimase in silenzio per i primi dieci, un record di cui nessuno gli diede atto.
«Comunque, se lo becchiamo per strada» disse, «io un piano ce l’ho. Si chiama correre.»
«Fai il serio, B.B.» disse Arthur.
«Sono serissimo. Correre è sottovalutato. Tutti i morti dei film horror hanno in comune una cosa: a un certo punto hanno smesso di correre.» Contò sulle dita. «Per guardarsi indietro, per aiutare qualcuno, per fare un discorso. Io no. Io su questo sono un professionista.»
Annie li lasciò discutere. Camminava e basta, gli occhi sulle vetrine, e a ogni cane al guinzaglio che incrociavano — due, in tutto — le si tendeva qualcosa dietro lo sterno, un allarme piccolo e stupido di cui si vergognò entrambe le volte.
Il Pixel Palace occupava l’angolo di un edificio anonimo, mattoni scuri e smog. Fuori, un’insegna al neon rossa e gialla lampeggiava sopra l’ingresso a vetri, la P di Pixel che sfarfallava come se stesse per cedere. Qualcuno aveva scritto col gesso NICK È UN BUGIARDO sul marciapiede, e nessuno si era preso la briga di cancellarlo.
Dentro era un altro mondo. Soffitto basso, buio, illuminato solo dal bagliore frenetico di cento schermi. Cabinati in file strette, ognuno a ronzare e sputare jingle in un coro assordante. Aria di plastica scaldata, zucchero bruciato e moquette umida. Lungo la parete di fondo, una fila di giostrine a gettoni — un razzo, un cavallo, un autobus rosso in miniatura — che sobbalzavano su ritmi tintinnanti. Ed era pieno di gente, anche a quell’ora. Famiglie, soprattutto, con bambini che sfrecciavano da una parte all’altra urlando.
«E come cazzo dovremmo pulire, in mezzo a questo macello?» si lamentò Bailey.
Si avvicinarono al banco. Una ragazza col cappellino della sala li salutò. «Quelli dei lavori sociali? L’ho capito dalle facce. Venite.» Consegnò loro scope e palette. «Cominciate dalla sala principale. Poi ci sono i bagni.»
«Meglio dividerci» disse Annie, che non aveva voglia di sentire Bailey per le ore successive.
Ognuno prese una direzione. Ad Annie toccò la zona delle giostrine, che a metà mattina era il girone peggiore: moquette costellata di pop-corn pestati, gettoni appiccicosi, un odore dolciastro di succo di frutta versato e lasciato lì a pensarci su. Il razzo, il cavallo e l’autobus rosso sobbalzavano ognuno col suo motivetto, tutti insieme e tutti fuori tempo, e sotto i piedi il pavimento vibrava del basso continuo dei cabinati — un ronzio che le saliva su per le caviglie e che, stranamente, non le dava fastidio. Era l’unica cosa del posto che non gliene desse.
Spazzava da dieci minuti quando il motivetto del razzo si inceppò e un bambino cominciò a piangere.
Doveva avere quattro anni, forse cinque. Stava dentro il razzo con le mani sul volante finto, e il razzo si era fermato a metà corsa con il muso all’insù, congelato in pieno decollo. La madre — borse sotto gli occhi e una bambina più piccola aggrappata al fianco — frugava nel portamonete con l’aria di chi sa già cosa ci troverà.
«È l’ultimo» disse al bambino. «Te l’avevo detto. Adesso scendi.»
Il bambino non scese. Strinse il volante e passò dal pianto al latrato, quella sirena su una nota sola che i bambini sanno tenere per ore, e la madre chiuse gli occhi un secondo — un secondo solo — con una faccia che Annie conosceva. Non era rabbia. Era la faccia di chi fa i conti, e non tornano mai.
Annie appoggiò la scopa al cavallo. Nella paletta, poco prima, aveva raccolto un gettone da terra, insieme alle cicche e a una molletta rotta. L’aveva messo in tasca senza pensarci, per abitudine — le cose trovate si tengono. Lo tirò fuori, lo infilò nella fessura del razzo e girò la manopola.
Il razzo ripartì con uno scossone e il suo motivetto idiota. Il bambino smise di piangere a metà nota, come spento anche lui da un interruttore, e riprese a guidare verso nessun posto.
La madre la guardò. «Non doveva.»
«Non è mio» disse Annie. «L’ho trovato per terra.»
«Grazie comunque.» La donna si spostò la bambina sull’altro fianco. Esitò. «Ha bambini anche lei, vero? Si vede da come li guarda.»
«No.»
«Ah. Scusi.» E lo disse con un sollievo appena percettibile, di quelli che nessuno ammetterebbe, e fu quello, non il pianto né il razzo, a fare qualcosa ad Annie — una puntura piccola e precisa in un punto che non sapeva di avere. Riprese la scopa e voltò le spalle alle giostrine.
I suoi non l’avevano mai portata in un posto del genere. Non per i soldi: i soldi c’erano. Era che il divertimento, in casa Hawthorne, apparteneva alla stessa categoria delle bestemmie — cose del mondo, cose da cui tenersi lontani. La domenica si andava in chiesa e al massimo, se il tempo era bello, si faceva una passeggiata composta fino al parco e ritorno, e guai a sporcarsi. Annie a quattro anni non aveva mai guidato un razzo. A ventiquattro spazzava pop-corn sotto un razzo guidato da un altro, e la differenza tra le due cose non era poi molta.
«Signorina? C’è del vomito ai bagni» la chiamò la ragazza col cappellino, con il tono di chi consegna un premio.
Annie andò, quasi sollevata. Col vomito, almeno, sapeva dove mettere le mani.
Arthur si addentrò tra i cabinati spingendo la scopa. Non serviva a granché: con tutta quella gente, la sporcizia non faceva che spostarsi da un lato all’altro. Raccolse una bustina di patatine vuota, tre cicche, un biglietto stracciato.
«Dai, un’altra partita!» strillò una vocina accanto a lui.
«Abbiamo finito i gettoni. La mamma non ne compra altri.»
Due bambini fissavano un cabinato con l’aria di chi ha appena ricevuto una condanna a morte. Il più piccolo portava una felpa con una Tartaruga Ninja sul petto e cominciò a frignare.
Da ieri sera il potere gli stava fermo sotto la pelle, come una parola sulla punta della lingua. Nella notte aveva fatto delle prove, in camera, con la porta chiusa a chiave: la sveglia, il caricabatterie, il vecchio lettore mp3 sepolto in un cassetto. Rispondevano. Non tutti allo stesso modo — la sveglia docile, il lettore pigro come un gatto — ma rispondevano, e ogni volta quella luce sottile che gli saliva dietro gli occhi, e la sensazione, spaventosa e magnifica, di aver sempre saputo qualcosa che nessuno gli aveva insegnato.
La macchina impazzita della mensa era stata un urlo. Questo poteva essere un sussurro.
Arthur si guardò intorno. Poi si avvicinò. «Conosco un trucco.»
Diede un colpetto al fianco del cabinato, convogliando il potere in quel contatto. Lo schermo si accese con una musichetta, e la scritta 999 VITE comparve in caratteri dorati.
«Cavolo!» esultò il più grande. «Come hai fatto?»
«Difetto di fabbrica» disse Arthur. «Non ditelo a nessuno.»
«Grazie, signore!»
Signore. Aveva ventidue anni. Ma tornò a spazzare con qualcosa che somigliava vagamente a un buon umore — la prima cosa quasi piacevole da quando avevano trovato Mel.
Durò esattamente fino a quando qualcuno gli finì addosso.
«Esme! Torna qui!»
Una figura incappucciata sbucò dalla folla e lo centrò in pieno prima che potesse scansarsi. Un capogiro violento, il mondo che scivolava di lato. Durò pochi secondi. Arthur sbatté le palpebre, spaesato.
Alzò gli occhi e vide sé stesso. Il proprio corpo, in piedi davanti a lui, che lo fissava con la scopa in mano e un’espressione di puro terrore.
Non fece in tempo a capire che un tizio grosso gli piombò addosso, afferrandolo per il braccio e costringendolo a girarsi.
«Dove cazzo credi di andare?» ringhiò.
Arthur boccheggiò. Vide il proprio corpo — con dentro qualcun altro — voltarsi e fuggire tra la folla, abbandonando la scopa.
«Asp…»
La voce gli uscì sbagliata. Acuta. Si portò una mano alla gola.
«Guardami quando ti parlo!» Il tizio lo strattonò. «Non puoi piantarmi così.»
Lo trascinò, scansando chiunque capitasse a tiro. Arthur tentò di resistere, inutilmente. Poi il tizio gli afferrò i capelli e tirò, con una forza tale che sentì distintamente qualche ciocca staccarsi. Gli sfuggì un grido.
«Ehi.»
Bailey. Appoggiato alla scopa, a qualche metro.
«Che cazzo vuoi?» fece il tizio.
«Potrei farti la stessa domanda.» Bailey era calmo, troppo calmo. «Mollala. Le stai facendo male.»
«Torna a pulire. Non sono affari tuoi.»
«Quando c’è di mezzo una bella ragazza in difficoltà, sono sempre affari miei.» Bailey si staccò dalla scopa. «Adesso te lo spiego con calma, così lo capisci anche tu. Siamo circondati da famiglie venute a divertirsi. Se ti metti a pestarmi, qualcuno chiama la polizia, e tu ti becchi una denuncia — la mia — e una cella da dividere con un tizio che si chiama Tiny e che, fidati, di piccolo non ha niente. Quindi. Levale. Le mani. Di dosso.»
Ragazza. Aveva detto ragazza. Arthur abbassò lo sguardo e vide il rigonfiamento sul suo petto. Ecco spiegato perché la sua voce era strana. Era diventato Esme. O meglio, aveva preso il suo corpo.
Il tizio fissò Bailey, la mano serrata a pugno. Per un istante Arthur pensò che lo avrebbe colpito. Poi spinse via Arthur con uno strattone.
«Non finisce qui» sibilò, e sparì nella folla.
Bailey si avvicinò. «Tutto bene?» E lo disse con una dolcezza che ad Arthur suonò del tutto fuori posto per uno che il giorno prima aveva deciso che il mondo poteva arrangiarsi.
Arthur si massaggiò la testa. «Io… sì. Grazie.» La voce, di nuovo, non era la sua.
«Era il tuo ragazzo?»
«N-non lo so.»
«Relazione complicata, eh?» Bailey gli porse la mano. «B.B.»
Arthur fissò quella mano. E pensò: se a Esme è bastato un urto per scambiarci, forse insieme al corpo ho preso anche il suo potere. Poi immaginò Bailey catapultato in un corpo che non riconosceva, e tutto quello che ne sarebbe seguito, e ritrasse la mano come da un ferro rovente.
«No?» Bailey la riabbassò. «Capito. Sei spaventata. Come ti chiami?»
«E-Esme» disse Arthur, perché era l’unico nome che aveva.
«Bel nome. Vieni, ti offro da bere.»
«No, devo…»
«Insisto. Sei in debito.»
E si avviò al banco senza aspettare risposta, costringendo Arthur a seguirlo. Ordinò due bubble tea — uno alla menta, uno alla fragola. Bailey pagò con monetine che pescò da tasche diverse, e Arthur si chiese da dove venissero, poi decise che non voleva saperlo.
«Ti va una partita?» Bailey indicò un cabinato di Mortal Kombat. «Ti avverto, a quel gioco sono un dio.»
Era una pessima idea. Arthur doveva ritrovare Esme prima che sparisse col suo corpo. Ma se avesse rifiutato, Bailey si sarebbe insospettito — e conoscendolo, una volta saputa la verità, avrebbe proposto di scambiarsi i corpi per gioco. Meglio temporeggiare.
«Va bene.»
Bailey scelse una tipa in abiti succinti con un paio di ali da pipistrello. Arthur prese il primo personaggio su cui cadde il pollice.
Lo distrusse in due round.
Bailey guardò il proprio personaggio schiantarsi a terra in una pozza di sangue digitale. «Okay» disse, con un sorriso che si era leggermente irrigidito. «Niente male. Fortuna del principiante.»
Lo distrusse di nuovo. E ancora. Arthur giocava a Mortal Kombat da quando aveva dieci anni; nel corpo di un’altra persona le dita erano un po’ goffe, ma il cervello sapeva esattamente cosa fare.
«Cazzo» disse Bailey alla quinta sconfitta, ormai senza più traccia di spavalderia. «Ma dove hai imparato a giocare così?»
«Ho un amico che ci passa le giornate» rispose Arthur, e quasi gli scappò da ridere.
«Ho fame. Prendiamoci qualcosa da mangiare.»
«In realtà dovrei…»
Ma Bailey si stava già allontanando. Arthur sospirò e lo seguì.
Salirono in terrazza, dove almeno si respirava. Bailey tornò poco dopo con due panini.
«Allora, Esme. Parlami un po’ di te» disse, addentando il suo.
«Non c’è molto da dire» rispose nervoso Arthur. «Com’è che sei finito ai lavori sociali?» aggiunse, tanto per non destare sospetti.
«L’hai capito da questo gilet merdoso? Mi hanno beccato a spacciare un po’ d’erba. Poteva andare peggio.» Bailey masticò. «Mi hanno messo con due sciroccati. Una ha dato fuoco alla casa di un tizio. L’altro è un nerd che non ricordo mai come si chiama.»
Arthur si bloccò col panino a mezz’aria. «Arthur?» azzardò.
Bailey scrollò le spalle. «Forse. È uno di quei tipi insignificanti, hai presente? Se lo incrociassi per strada non ci farei nemmeno caso.»
Arthur abbassò gli occhi sul panino e non disse niente, perché aveva paura che la voce — che già non era la sua — lo tradisse del tutto.
«Comunque, tocca a te» disse Bailey. «Com’è che una come te è finita con quello stronzo?»
«Non lo so. È… successo e basta.»
Bailey annuì, come se avesse perfettamente senso. Poi posò il panino e si fece serio — una cosa che, Arthur cominciava a capire, gli costava più fatica di qualunque battuta.
«Senti, non fingere. Ho visto come ti ha presa. Se foste stati da soli ti avrebbe riempita di botte. Forse già lo fa. Sbaglio?»
Arthur non rispose.
«Stagli lontana» disse Bailey. «Non ne vale la pena. Nessuno merita di essere trattato così. Chiedi un ordine restrittivo, anche. Quelli come lui non si fermano da soli.»
C’era qualcosa, nel modo in cui lo disse, che non c’entrava niente con Esme. Arthur lo guardò.
«A te è mai successo?» chiese piano. «Di sentirti senza via d’uscita. Come se non ci fosse nessun posto sicuro dove andare.»
Bailey masticò lentamente. «Ogni santo giorno della mia vita» disse alla fine. Poi tornò il solito, come se avesse richiuso un cassetto. «Comunque. Ora che sei di nuovo single…»
Le scivolò più vicino sulla panchina e le posò un braccio sulle spalle.
«Non è una buona idea» disse Arthur, irrigidendosi.
«Sei timida?» Bailey si chinò. Il suo fiato sapeva di fumo e di fragola. «Sei ancora più carina quando arrossisci.»
Stava per baciarlo. Stava per baciare Arthur, senza saperlo, e Arthur si rese conto con orrore che una parte di lui — la parte che cercava disperatamente d’ignorare da quando aveva dodici anni — non voleva tirarsi indietro.
Scattò in piedi, per poco rovesciando il tavolino. «Scusa» disse, la voce spezzata. «D-devo andare.»
E sparì giù per le scale prima che Bailey potesse aprire bocca.
Trovò Annie vicino ai cabinati.
«Annie.»
Lei si voltò, lo squadrò con sospetto. «E tu chi cazzo sei?»
«Sono Arthur. Una ragazza mi ha toccato e ci siamo scambiati i corpi. Lo so che suona assurdo.»
Annie lo fissò per un lungo secondo. Poi sospirò, perché a quanto pareva la sua vita era quella, adesso. «Cosa vuoi?»
«Aiutami a ritrovarla. Prima che sparisca col mio corpo per sempre.»
Girarono tra i cabinati. Fu Arthur a vederla per primo — qualcuno con la sua stessa giacca, le sue stesse spalle curve, lo stesso modo di tenere bassa la testa.
«Tu!» Le piombò addosso, afferrandola per un braccio. «Ridammi il mio corpo. Subito.»
Esme — nel corpo di Arthur — sbiancò. «Damian se n’è andato?»
«Sì. E fossi in te, cosa che tecnicamente sto già facendo, ci girerei alla larga.»
Esme lo guardò. Poi allungò una mano e lo toccò sul collo. Il capogiro, il mondo che scivolava. Quando Arthur riaprì gli occhi era di nuovo nel proprio corpo. Si tastò il petto, le braccia. Tirò un respiro che non sapeva di aver trattenuto.
«Non chiedermi come ho fatto» disse Esme.
«La tempesta» disse Arthur.
Lei sgranò gli occhi. Poi, piano: «Ero sull’Overground. Quella mattina.» Lo disse quasi tra sé, come una cosa confessata per la prima volta. «Il treno che è uscito dai binari. Da allora, se la gente mi tocca…» Non finì. Si tirò giù le maniche fin sulle dita, il gesto automatico di chi ha imparato a non toccare nessuno.
Un’altra. Colpita dalla stessa cosa, in un altro punto della città. Arthur pensò ai tredici in osservazione, ai commenti sotto gli articoli, e per la prima volta il numero smise di essere un numero: erano facce, come quella che aveva davanti. Centinaia, forse, in giro per Londra — gente normale a cui era toccato qualcosa, nel bene o nel male.
«Eccoti, eri sparita.» Bailey spuntò alle spalle di Esme e le cinse le spalle col solito sorriso. «Sei scappata sul più bello.»
Esme si divincolò, disgustata. «Levati. Non ti conosco nemmeno.» E si allontanò senza voltarsi.
Bailey la guardò sparire tra la folla, sinceramente ferito. «Cazzo, che stronza» disse ad Arthur. «Un attimo prima ci stavamo baciando con le mani nei pantaloni, e quello dopo fa come se non esistessi. Le donne, Arti. Un mistero.» Scosse la testa. «E le ho pure offerto da mangiare. Potevo comprarmici le sigarette con quei soldi.»
Arthur non riuscì a guardarlo. «Già» disse soltanto.
Annie li raggiunse. «Trovato quello che cercavi?»
«Sì» tagliò Arthur. «Avevo… perso il cellulare. Niente di che. Rimettiamoci a pulire.»
Lei inarcò il sopracciglio, ma per sua immensa fortuna non disse niente. Bailey era già ripartito con una teoria sulle donne che non interessava a nessuno, e Arthur lo lasciò parlare, perché era più facile della verità — che per qualche minuto, nel corpo di un’estranea, era stato più vicino a quel ragazzo di quanto avrebbe mai osato esserlo da sé stesso. E che la cosa peggiore non era stata lo scambio.
Era stato doverci rinunciare.
Bailey si presentò al centro di ottimo umore, il che di per sé era sospetto.
Annie se ne accorse perché, mentre si sedeva sui gradini accanto a lui, una cosa calda le salì in petto. Genuina. Una specie di benessere assurdo, fuori posto come una risata a un funerale. Si ritrovò a sorridere — un sorriso vero, non il suo solito ghigno.
Anche Arthur sorrideva. «Ciao, B.B.» disse, raggiante. «Come stai?»
«Ooh, siete così carini a chiederlo» fece Bailey.
«Stai usando il potere» disse Annie, e per quanto si sforzasse non riusciva a togliersi quel sorriso dalla faccia. «Ci stai facendo sentire felici.»
«Colpevole, vostro onore.» Bailey allargò le braccia. «Comincio a capire come funziona. Se mi concentro abbastanza, posso spingerla fuori. La felicità. Tipo profumatore per ambienti, ma emotivo.»
Il benessere artificiale cominciò a sfaldarsi, e con lui la voglia di sorridere.
«Sei uno stronzo» disse Annie, anche se le restava ancora un’eco di quel maledetto sorriso sulle labbra.
«Dovreste vedere le vostre facce. Guarda Arti, sembra un bambino la mattina di Natale.»
«È incredibile» disse ammirato Arthur, tastandosi il viso come per accertarsi che fosse ancora suo.
«Puoi dirlo forte, cazzo. Ieri sera ho fatto qualche esperimento. Al pub non ho pagato un solo giro. Un sorriso, una spinta alla persona giusta, e di colpo tutti volevano offrirmi da bere. Il barista mi ha pure lasciato pescare le birre da solo. E a un certo punto si sono avvicinate queste due tizie, tette come meloni, e una chiacchiera tira l’altra… una di loro mi ha detto che ero carino, io mi sono eccitato, e anche loro e… be’, siamo finiti a scopare tutti e tre nel bagno» concluse Bailey soddisfatto.
«E ti sembra giusto?» sbottò Arthur. «Li hai manipolati. A loro insaputa.»
«Nessuno ci ha rimesso. Erano tutti contentissimi. Specialmente le tizie. Una di loro ha detto che sono stato la miglior scopata della sua vita.»
«Il punto non è quello! Hai pensato solo a te stesso!»
«Cristo, Arti, non ho fatto crollare un governo.» Bailey si voltò verso Annie con un sorriso storto. «Vuoi provare, dolcezza? Potrei farti venire senza nemmeno sfiorarti.» E ammiccò.
«Provaci, e ti spacco la faccia» disse Annie, piatta.
Era una cosa che diceva spesso. Ma da due giorni — da quando aveva ridotto un cranio a poltiglia e ci aveva provato gusto — non era più del tutto sicura che fosse solo un modo di dire.
La porta del centro si aprì. Brian uscì con la solita aria di chi avrebbe preferito essere ovunque tranne lì.
«Oggi sala ricreativa. È un porcile. Pulite tutto.» Lanciò loro le scope. «E non rompete.»
La sala ricreativa era effettivamente un disastro. Tavoli da ping pong rotti, divani sfondati con l’imbottitura che usciva come budella, lattine ovunque, macchie sospette sul pavimento che era meglio non analizzare.
«Sembra ci sia stata un’orgia, qui dentro» commentò Bailey.
«Possibile che pensi sempre a quello?» ribatté Arthur.
Si misero al lavoro. Dopo cinque minuti Bailey si infilò le cuffiette e attaccò a cantare a squarciagola, sbagliando metà delle parole e ancheggiando con la scopa in mano. Riconoscibile lo stesso: «Alejandro» di Lady Gaga, coreografia inclusa.
Arthur si fermò, accigliato. «Sta cantando Lady Gaga?»
«E sa pure i passi» constatò Annie.
Arthur stava per ribattere quando qualcosa, oltre la vetrata, gli catturò lo sguardo. Strinse gli occhi. Poi sbiancò di colpo e si buttò a terra dietro una pila di sedie. «Merda!»
«Che ti prende?» chiese Annie.
Indicò la finestra, la mano che tremava. «Loro. Sono loro.»
Oltre il vetro, quattro ragazzi attraversavano il cortile. Felpe col cappuccio, l’andatura di chi è abituato a non incontrare resistenza.
«I bulli» disse Arthur, la voce resa acuta dalla paura. «Quelli della mia università. Richie e la sua banda. Li ho fatti espellere con quel video. Hanno giurato di farmela pagare.»
I quattro provavano le porte una a una.
«Devo nascondermi» disse Arthur, e arrancò verso l’uscita quasi a quattro zampe, abbandonando la scopa.
Bailey si sfilò una cuffietta. «Che cazzo gli è preso?»
«Scappa da quei tizi.» Annie indicò il gruppo col mento. «Dice che sono venuti per fargli il culo.»
Bailey si affacciò. «Hanno delle facce da cazzo, in effetti.»
«Beh, sono affari suoi.»
Annie tornò a pulire.
Bailey la guardò un secondo di troppo. Poi si rimise la cuffietta.
Poco dopo i quattro entrarono nella sala con l’aria di chi possiede il posto. Il leader — Richie, biondo, di quella bellezza generica dei figli di papà — squadrò Annie e Bailey.
«Scusate» disse, con una cortesia finta che non ingannava nessuno. «Cerchiamo un nostro amico. Arthur Morgan. Sapete dov’è?»
Annie non alzò lo sguardo dallo straccio.
Bailey, imperterrito, cantava nel suo mondo, la scopa impugnata come un microfono.
«Sapete dov’è Arthur?» ripeté Richie, più freddo.
«Da qualche parte» rispose Annie.
«Ma quello sta cantando Lady Gaga?» bisbigliò uno della banda.
«Cerchiamolo. Non può essere andato lontano.»
Uscirono. Bailey si tolse la cuffietta. «Le emozioni di quegli stronzi non promettono niente di buono. Pensi che dovremmo aiutarlo?»
«Non sono problemi nostri.»
Bailey la guardò ancora un attimo. Poi: «Vado a pisciare.»
Nel corridoio chiuse gli occhi e si concentrò, la musica al massimo nelle orecchie. Lo aiutava a mettere a fuoco. Il suo potere era strano — non solo sentiva le emozioni, ma con abbastanza concentrazione riusciva quasi a localizzarle. Come un radar.
Terrore. Puro terrore, che pulsava come un faro.
Lo seguì lungo il corridoio, giù per le scale, fino agli spogliatoi.
Si fermò sulla soglia. Quel posto. Due giorni prima, lì dentro, c’era Mel a pezzi sul pavimento, e loro avevano passato la sera a strofinarne via il sangue. Adesso le piastrelle erano pulite — troppo pulite, di un pulito che faceva più impressione del sangue.
E Arthur si era nascosto proprio lì. Nel bagno in fondo, raggomitolato nell’angolo più lontano, le ginocchia al petto, scosso da un tremito violento. Di tutti i posti, aveva scelto il peggiore.
«Non c’è bisogno di farsela sotto. Sono io.» Bailey entrò e si chiuse la porta alle spalle. Si sedette contro la parete opposta, a distanza. Lo aveva imparato nel modo più duro — che quando uno è terrorizzato, l’ultima cosa che vuole è sentirsi in trappola.
«Se ne sono andati?» chiese Arthur.
«No. Ti stanno cercando.»
Il terrore si intensificò, colpendo Bailey come un pugno.
«Arti, ascolta. Non hai niente da temere. Adesso hai un potere. Sei più forte di loro.»
«Non mi sento forte.»
«Potresti hackerargli i telefoni. Farglieli esplodere in tasca.»
«Non sarebbe giusto.»
«Non essere così rigido. Non c’è niente di male ad approfittarne un po’.»
«Non sono te.» Lo disse d’impeto, poi abbassò lo sguardo. «Scusa.»
Bailey sentiva le sue emozioni premergli addosso. Paura in superficie, rabbia subito sotto, vergogna ancora più giù, e in fondo a tutto una tristezza così densa da togliere il fiato. Provò a usare il potere, a calmarlo. Funzionò, almeno un po’. Il tremito si attenuò.
Restarono in silenzio, il solo rumore il gocciolio di un rubinetto.
«Mi chiamavano frocio» disse Arthur a un certo punto. «Ogni santo giorno. Mi chiudevano negli armadietti. Mi buttavano nei cassonetti. Una volta mi hanno spogliato e lasciato nudo in corridoio. Hanno riso tutti. Hanno fatto i video.» Gli occhi gli si riempirono di lacrime. «Pensavo che, denunciandoli, sarebbe cambiato qualcosa. Sono stato un idiota.»
«Non dire così.»
Arthur fissava il vuoto. «Vattene. Se Richie ti trova qui, se la prenderà anche con te.»
«Non vado da nessuna parte.»
Arthur lo guardò. «Tanto lo so cosa pensi di me. Mi trovi insignificante.» Tornò a fissare il vuoto. «Vuoi sapere la cosa buffa? Che hai ragione. Se sparissi non importerebbe a nessuno. Nemmeno ai miei. Per loro sarebbe una liberazione.»
«Ehi.» Bailey si spostò, sedendoglisi accanto. «Io non penso affatto che tu sia insignificante. Hai impedito a quel mostro di sbranarmi. Sarei morto, se non fosse stato per te. Non ti puoi arrendere così. Hai tutta la vita davanti. E un superpotere da paura.»
Arthur si rilassò appena. «Grazie» bisbigliò.
Fu in quel momento che Bailey lo percepì. Desiderio. Forte, inconfondibile.
Sbatté le palpebre, spiazzato. «Ti sei eccitato?»
Arthur si ritrasse di scatto. «Cosa? No…»
«Arti, posso letteralmente sentirlo.»
«Ti sbagli.»
«Sei gay?»
«No.»
«Non c’è niente di male, se lo sei» disse Bailey, e ottenne solo di innervosirlo di più.
«Non sono gay.» Arthur scattò in piedi. «Possiamo cambiare argomento?»
«Va bene, va bene.» Bailey si alzò a sua volta, e un sorriso storto gli tornò sul viso. «Allora andiamo a fare il culo a strisce a Richie.»
«Cosa? No. Se gli faccio qualcosa, lui mi denuncia di nuovo. Suo padre è un avvocato importante.»
«Arti, devi affrontarli. Non c’è altra strada. Sarò lì con te. Userò il potere, se si mette male.» Gli ficcò una cuffietta nell’orecchio. «Rilassati.»
Scorse la playlist e fece partire «Hung Up» di Madonna.
«Madonna? Sul serio?»
«Hai qualcosa contro Madonna?» chiese Bailey, vagamente minaccioso.
«Non hai qualcosa dei Korn?»
«Non capisci un cazzo in fatto di musica.»
I quattro erano tornati nella sala ricreativa. Quando vide Arthur, il viso di Richie si aprì in un sorriso da squalo.
«Eccolo. Pensavi di nasconderti, finocchio?»
«Non chiamarlo così» disse Bailey.
Richie lo guardò come si guarda un insetto. «Sei il suo fidanzato?»
«Credo che gli devi delle scuse. Sai, per essere un povero coglione.»
Gli altri tre si mossero, circondandoli.
«Che hai detto?» sibilò Richie.
Annie comparve sulla soglia, il mocio in una mano, un secchio pieno d’acqua nell’altra. «Levatevi dalle palle» disse. «Devo pulire.»
«Sparisci, puttana.»
Bailey sorrise. «Ooh. Pessima mossa, Richie. Davvero pessima.»
Annie si avvicinò con passi misurati. Richie aprì la bocca per aggiungere qualcosa.
Non fece in tempo.
Il secchio lo prese in piena faccia con un tonfo sordo e metallico, come una campana fuori registro. Richie crollò di schianto, le gambe che cedevano come se qualcuno avesse reciso i fili. Restò un istante immobile, poi emise un gemito strozzato e sputò un grumo scuro che rimbalzò sul linoleum bagnato — sangue, e qualcosa di bianco, duro, inconfondibile.
Per un secondo, nella sala, si sentì solo il beat ovattato che usciva dalla cuffietta di Arthur.
«Cristo!» urlò uno dei suoi. «Sei fuori di testa!»
Gli altri due esitarono un battito di troppo, lo sguardo che oscillava tra il loro leader e Annie. Poi si lanciarono insieme.
Annie mollò il secchio. Si girò di lato, lasciando scivolare il primo nel vuoto — lui inciampò sul proprio slancio e finì contro il muro. Il secondo la prese per un braccio; lei lo assecondò, sfruttò la sua stessa presa per portarglisi addosso e gli piantò una ginocchiata tra le gambe. Il terzo fu più prudente, si mosse lento, le braccia larghe. Annie aspettò che allungasse le mani, poi scartò, gli agganciò il polso, lo tirò in avanti facendogli perdere l’equilibrio. Il secondo si era ripreso e le piombò addosso da dietro; lei si abbassò di scatto e scattò all’indietro con tutto il peso, schiacciandolo contro il muro, poi un mezzo giro e un gancio alla mascella che lo lasciò appoggiato alla parete, stordito.
Richie si tirava su a fatica, una mano premuta sulla bocca da cui filtrava un rivolo scuro. Aveva gli occhi lucidi — di dolore, di rabbia, e di qualcos’altro che non avrebbe mai ammesso.
«Ti denuncio» riuscì a dire, la voce impastata. «Mio padre…»
Poi si voltò e uscì, seguito dai suoi in vari stati di acciacco.
Annie recuperò il mocio e riprese a pulire come niente fosse.
«F-E-N-O-M-E-N-A-L-E» disse Bailey.
«Già» concordò Arthur, ancora incredulo.
«No, intendo…» Bailey indicò la cuffietta con un sorriso. «…la canzone. Un tempismo pazzesco.»
Arthur si morse il labbro. «Ti denuncerà» disse, lentamente.
«Figurati se va a raccontare al suo papino che una ragazza ha pestato lui e i suoi amichetti.»
Arthur guardò Annie. «Grazie. Non dovevi.»
«Non l’ho fatto per te. Mi stavano tra le palle.»
Ma Bailey poteva percepire cosa provava. Sotto la rabbia, un forte senso di protezione. Qualcosa che somigliava perfino all’affetto. Come se, sotto tutta quella scorza da dura, nascondesse un cuore.
L’idea gli era venuta alle quattro del mattino, fissando il soffitto chiazzato di umidità — e a Bailey le idee venivano sempre alle quattro del mattino, che era precisamente l’ora in cui non avrebbe dovuto dare retta a nessuna di loro.
Aspettò che suo padre si svegliasse. Non dovette attendere molto. Lo sentì trascinarsi per la cucina, urtare contro qualcosa, ringhiare una bestemmia. Bailey uscì dalla sua stanza.
Suo padre sedeva al tavolo, in boxer e canottiera ingiallita, una sigaretta che gli penzolava dalle labbra, lo sguardo perso nel vuoto post-sbornia. Le bottiglie vuote della notte prima erano ancora allineate sul bancone come soldati caduti.
«Pà.»
Niente. Solo una boccata di fumo.
«Pà. Posso prendere la macchina? Solo per qualche ora.»
«No.»
Automatica. Riflessa. La risposta era sempre no — a tutto. No, non puoi uscire. No, non puoi avere soldi. No, non puoi esistere senza darmi fastidio.
Bailey si concentrò. Era strano, usarlo di proposito — diverso da quando gli capitava per caso. Doveva visualizzare l’emozione, darle forma, spingerla fuori. Calma. Pace. Quiete.
Vide suo padre vacillare. L’espressione gli si ammorbidì, confusa, come se qualcosa dentro di lui si fosse allentato senza che ne capisse il motivo. La sigaretta gli tremò tra le dita.
«Solo per oggi» ripeté Bailey, dolce. «La riporto stasera.»
Suo padre lo fissò a lungo, gli occhi velati, da sonnambulo. Poi, come un automa, pescò le chiavi dalla tasca dei pantaloni appesi alla sedia e gliele lanciò. Tintinnarono sul pavimento.
«Levati dalle palle.»
E qui era il punto. Mentre raccoglieva le chiavi, Bailey provò un brivido che non sapeva nominare. Per la prima volta nella sua vita quell’uomo aveva fatto quello che voleva lui. Non c’era stato bisogno di avere paura. Era bastato pensarlo, e premere.
Era una sensazione vertiginosa. E fu proprio quella — più della paura, più dei lividi — a fargli un po’ schifo di sé. Perché per un secondo, raccogliendo le chiavi dal pavimento, aveva pensato a tutte le altre cose che poteva fargli fare.
«Grazie» disse, e la parola gli lasciò un sapore strano in bocca.
La Ford Fiesta era un rottame del ’98 con più ruggine che vernice, un finestrino che non chiudeva e l’alberello deodorante al pino appeso allo specchietto da almeno tre anni. Ma per oggi era sua, e Bailey la portò davanti al centro suonando il clacson come un cretino.
«Salve, plebaglia!» gridò dal finestrino abbassato a manovella. «Chi viene a fare un giro?»
«Da dove l’hai presa?» chiese Annie, sospettosa.
«Me l’ha prestata mio padre. Dai, salite.»
«Non possiamo andare da nessuna parte» fece notare Annie. «Brian…»
«Lascia fare a me.»
Brian comparve sulla soglia col solito carrello, vide la macchina e si incupì all’istante. «E questa che cazzo è? Se pensate di andarvene…»
Bailey scese e gli andò incontro. «Brian, amico mio. Guarda che giornata. Il sole splende, gli uccellini cinguettano.»
«Non me ne frega un cazzo degli uccellini.»
E Bailey usò il suo potere. Calma. Indulgenza. Lasciali andare. Vide la rabbia di Brian sciogliersi come neve, le spalle abbassarsi, la mascella allentarsi.
«Vogliamo solo una giornata libera» disse, suadente. «Una pausa ce la meritiamo, no?»
«Io… suppongo che…» Brian sbatté le palpebre, lo sguardo velato. «Solo per oggi. Domani vi voglio qui puntuali.»
«Affare fatto.» Bailey corse alla macchina. «Muovetevi, idioti.»
Annie e Arthur si scambiarono un’occhiata, poi salirono. Brian rimase immobile a guardarli partire, l’espressione vacua.
«Non puoi continuare a usarlo così» disse Arthur dal sedile posteriore, mentre Bailey guidava per le strade di Londra. «È sbagliato.»
«Se lo dici tu.» Bailey cambiò marcia con uno scricchiolio preoccupante. Non disse ad Arthur che la mattina aveva fatto la stessa identica cosa a suo padre, e che ci aveva provato gusto. «Dico bene, Annie?»
Lei guardava il panorama scorrere oltre il finestrino e non rispose. Erano due giorni che era più silenziosa del solito, da quando aveva spaccato la testa a quel mostro. Bailey lo sentiva, sotto la sua scorza — qualcosa di nuovo, di affilato, che ribolliva piano. Decise di non indagare. Aveva già abbastanza casini emotivi suoi.
«Dove andiamo?» chiese Annie.
«Hampstead Heath. Perfetto per una giornata tra amici.» Si frugò in tasca con una mano, l’altra sul volante, e tirò fuori tre canne già rollate. «E ho portato un regalino.»
Annie ne prese una e l’annusò come un sommelier. «Sembra buona.»
«Lo è. Roba di prima scelta.»
«Io non fumo» disse rigido Arthur.
«Hai mai provato, almeno?»
«No, e non m’interessa iniziare. Se ci ferma la polizia…»
«Non ci fermerà la polizia. Non sono stupido, vado piano.»
«Hai già superato il limite di velocità. Almeno hai la patente?»
«Cazzo, Arti, rilassati. So quello che faccio.»
Lui incrociò le braccia e si schiacciò contro i sedili.
«Sì, come no.»
Hampstead Heath era quasi deserto, per essere una mattina di sole. Trovarono un angolo appartato tra gli alberi, lontano dai sentieri. Si sedettero in cerchio sull’erba umida di rugiada.
Bailey accese la prima canna, ne tirò una boccata profonda e la passò ad Annie.
Fumarono in silenzio, passandosela avanti e indietro. Arthur li guardava imbronciato, le braccia strette intorno alle ginocchia.
Finita la seconda, Bailey cominciò a ridacchiare.
«Che c’è da ridere?» chiese Annie, la voce già più lenta, più morbida.
«Niente. È solo che… siamo qui. Con i superpoteri. A fumare in un parco. È assurdo.» Si distese sull’erba. «Il cielo è così blu. Tipo, davvero blu. Blu come… come il blu.»
Arthur alzò gli occhi al cielo, e non in senso figurato.
«Sai cosa penso?» continuò Bailey. «Che siamo tipo… polvere cosmica. Atomi che si sono uniti per caso e hanno formato noi. E un giorno ci separeremo di nuovo e diventeremo altro. Un albero. Un cane. Un’altra persona.»
«Quello è il ciclo del carbonio» disse Arthur. «Lo insegnano alle medie.»
«Sì, ma è pazzesco se ci pensi. Tipo, magari prima eravamo parte della stessa cosa. Magari eravamo nello stesso dinosauro. Io il cervello, e tu… il fegato.»
«Wow» commentò Arthur, ironico.
Bailey rise — quella risata piena che gli scavava le fossette. «Cazzo, Arti. Ma sei sempre così serio?»
Annie si alzò, barcollando appena. «Devo pisciare.»
«Non andare lontano. Ci sono i lupi.»
«Qui non c’è nessun bosco, idiota» disse lei, allontanandosi tra gli alberi.
«Sdraiati» disse Bailey, battendo una mano sull’erba. «Ordine del capitano.»
Arthur sospirò e si stese accanto a lui, lasciando uno spazio rispettabile tra i loro corpi. Il cielo era davvero bello — azzurro, qualche nuvola pigra, il sole filtrato tra le foglie.
«Posso chiederti una cosa?» disse Arthur, senza riuscire a trattenersi.
«Spara.»
«Ieri. Perché sei venuto a cercarmi nel bagno? Potevi fregartene.»
«Perché stavi male» rispose Bailey, semplicemente. «E quando uno sta male, stargli vicino mi sembra la cosa giusta. Non so spiegarlo meglio.»
Arthur tacque, un groppo in gola. Bailey si girò su un fianco, la testa appoggiata al braccio. Da quella posizione i loro visi erano vicini — più di quanto Arthur avesse previsto.
«Quello che ti hanno fatto è stato una merda» disse Bailey, la voce bassa. «Ma non puoi lasciare che ti fermi. Non c’è niente di sbagliato in te.»
Qualcosa, nel petto di Arthur, cedette. Come ghiaccio che si incrina dopo un inverno troppo lungo. Bailey gli posò una mano sul petto. «Va tutto bene.»
Arthur percepiva il suo calore. Bailey ridacchiò piano.
«Cristo… sei di nuovo eccitato.»
Arthur arrossì. «Non è vero.»
Bailey si sollevò su un gomito, studiandolo con quell’espressione divertita e quel tanto di crudele che non riusciva mai a tenersi del tutto.
«Hai mai baciato qualcuno?»
Nella mente di Arthur si stagliò nitida la terrazza, a Bailey che si chinava su di lui senza sapere chi fosse. Al bacio mancato per un soffio.
«No» rispose, ed era vero.
«Vuoi provare?»
Arthur non riuscì a rispondere. Sentiva il cuore battere troppo forte, ed era sicuro che potesse sentirlo anche Bailey, attraverso la mano.
Lui si sporse.
«Aspetta» mormorò in un soffio Arthur.
Fu un bacio leggero, quasi timido. Le labbra di Bailey erano screpolate agli angoli. Si staccò appena, sorridendo. E Arthur, che di solito era razionale per natura, fece una cosa che lo sorprese: affondò una mano nei suoi capelli e lo tirò più vicino, con un’audacia che non pensava gli appartenesse. La sua lingua cercò disperatamente quella di Bailey, in modo goffo, impaziente. Durò solo qualche attimo, prima che lui si ritraesse di nuovo.
«Dovresti migliorare la tecnica» disse, il tono di nuovo leggero, beffardo, tornando a sdraiarsi sull’erba. «Fai pena, a baciare.»
Arthur rimase immobile, il respiro ancora irregolare. Qualcosa si spezzò dentro di lui — qualcosa che si era appena formato, e che Bailey aveva frantumato con quattro parole.
Annie sbucò tra gli alberi, sistemandosi i jeans. Si lasciò cadere accanto a loro, ignara di tutto, lo sguardo nel vuoto.
Il viaggio di ritorno fu avvolto nel silenzio. Bailey guidava con gli occhi socchiusi, nella posa da manuale che adottano solo i guidatori completamente fatti, disperatamente impegnati a sembrare sobri.
Lasciò Annie davanti a casa sua — una villetta a schiera identica a tutte le altre, una croce di legno sulla porta. Lei scese senza una parola, sbattendo la portiera più forte del necessario.
Poi rimasero solo loro due. Arthur fissava le proprie mani, qualunque cosa pur di non guardarlo, mentre la macchina filava verso ovest. Dopo un’eternità, Bailey parlò.
«Dove abiti?»
«Kensington. Holland Park Avenue. Numero… numero 47.»
Le strade si allargarono, gli edifici si fecero più belli. Mercedes, BMW, Range Rover lungo i marciapiedi — non Ford Fiesta arrugginite tenute insieme con lo scotch. La macchina si fermò davanti al numero 47: tre piani di facciata bianca, finestre alte, gradini di pietra, una porta nera lucida con le maniglie d’ottone che brillavano nella luce morente.
«Cristo» bofonchiò Bailey. «Ma guarda che cazzo di casa. Sei ricco.»
La vergogna morse lo stomaco di Arthur. Come se la casa dei suoi genitori — la gabbia dorata in cui viveva — fosse una colpa da nascondere. Come se il denaro che non aveva mai chiesto lo rendesse altro da lui, da Annie, da chiunque.
Il motore continuava a girare, un rantolo asmatico troppo forte nel silenzio della strada. Arthur sapeva di doverci scendere. Ringraziare, aprire il cancello, entrare. Ma non riusciva a muoversi. Perché una volta sceso sarebbe finita, e l’indomani avrebbero dovuto guardarsi negli occhi e fingere che quel bacio non fosse mai esistito.
«Be’» disse Bailey. «Buona serata.»
«Sì» mormorò Arthur. «Anche a te.»
Scese. L’aria della sera lo avvolse, fresca, profumata di gelsomino. Si voltò per chiudere la portiera, forse per dire qualcosa — non sapeva cosa. Ma Bailey guardava già avanti, il profilo illuminato dall’ultima luce del tramonto. Arthur chiuse la portiera. Alle sue spalle, il motore accelerò e la macchina si allontanò.
La casa era vuota, come sempre.
Sua madre a un evento di beneficenza — il terzo della settimana. Suo padre ancora in ufficio, o forse dal suo avvocato, a discutere i dettagli del divorzio che nessuno aveva ancora il coraggio di chiamare con il suo nome.
Arthur attraversò l’ingresso — marmo bianco, specchio antico, un vaso di fiori freschi che la domestica cambiava ogni tre giorni anche se nessuno li guardava. I suoi passi echeggiavano nel silenzio.
Salì in camera. Ogni gradino sembrava richiedere uno sforzo enorme, come scalare una montagna invece di una rampa che conosceva da sempre. Chiuse la porta e si lasciò cadere sul letto, ancora vestito, ancora con le scarpe, tirandosi le coperte addosso.
Voleva sparire. Dissolversi. Diventare polvere cosmica, come aveva detto Bailey — tornare a essere atomi sospesi nell’universo, senza più pensieri, senza più dolore.
E intanto, sul comodino, il telefono e la sveglia digitale si accesero da soli, lampeggiando piano, all’unisono con qualcosa che dentro di lui non si decideva a spegnersi.
Arthur si svegliò nella penombra della sua camera. A tentoni cercò il cellulare sul comodino, la luce dello schermo che gli feriva gli occhi. Mancavano venti minuti alla sveglia. Troppo presto per alzarsi, troppo tardi per riaddormentarsi.
Si rigirò sotto le coperte, fissando il soffitto bianco. Il ricordo del giorno prima riemerse immediatamente. Chiuse gli occhi, ma l’immagine rimase lì, impressa dietro le palpebre come una fotografia. Il suo corpo reagì contro la sua volontà. Aprì gli occhi di scatto, il cuore che accelerava per un motivo completamente diverso dalla paura. Cercò di pensare ad altro. Qualsiasi cosa. Equazioni matematiche. La tavola periodica. Il volto di sua madre.
Ma il pensiero tornava sempre a Bailey. La sua mano scivolò sotto le coperte. Si toccò lentamente, odiandosi per ogni movimento, mentre il piacere cresceva, si intensificava. Intorno a lui, gli apparecchi elettronici iniziarono a impazzire. Il laptop sul tavolo si accese da solo, lo schermo che lampeggiava impazzito. Il telefono vibrò furiosamente sul comodino, notifiche fantasma che apparivano e scomparivano. La sveglia digitale mostrò numeri a caso, come se stesse avendo un ictus.
Il suo potere reagiva alle sue emozioni, fuori controllo, come tutto il resto di lui. Arthur accelerò il movimento, il respiro che si faceva corto, irregolare, perso nelle sue fantasie, finché l’orgasmo non lo travolse.
Ogni dispositivo elettronico nella stanza pulsò simultaneamente – un blackout istantaneo seguito da un riavvio caotico. Arthur rimase immobile, ansimando.
Il piacere si dissolse in un istante, sostituito da qualcosa di freddo e viscido che gli si avvolgeva intorno al petto. Vergogna. Sempre vergogna. La sua compagna più fedele.
Le lacrime iniziarono a scendere prima che potesse fermarle. Pianse in silenzio, come aveva imparato a fare anni prima – senza singhiozzi, senza suoni, solo lacrime che scivolavano sulle tempie e bagnavano il cuscino. Pianse per quello che era, per quello che provava, per il fatto che non riusciva nemmeno a toccarsi senza che i suoi maledetti poteri lo tradissero.
La sveglia suonò. Si asciugò gli occhi con violenza e si alzò dal letto con movimenti meccanici, evitando lo specchio mentre passava. Non voleva vedere la sua faccia.
Bailey riaprì gli occhi con difficoltà, con la sensazione che il suo cervello fosse avvolto nel cotone. La luce del mattino filtrava attraverso le tende sporche, troppo luminosa per i suoi gusti.
Per un momento rimase immobile, fissando il muro macchiato di umidità. Poi, lentamente, i pezzi della giornata precedente iniziarono a ricomporsi come frammenti di uno specchio rotto.
Il parco. L’erba. Le canne. Il cielo blu. Il bacio con…
Si sedette sul materasso, la testa che pulsava. Cercò di ricostruire la scena. Arthur sdraiato accanto a lui sull’erba. Il desiderio che aveva sentito – non il suo, quello di Arthur, così puro e disperato che gli aveva fatto venire voglia di… ah, merda.
Sospirò, passandosi una mano tra i capelli. Si alzò dal letto, barcollando verso il bagno. Lo specchio gli restituì un’immagine che avrebbe fatto invidia a uno zombie.
Per un attimo considerò di non presentarsi al centro. Di starsene a casa, di evitare Arthur, di far finta che niente fosse successo. Ma sapeva che Brian avrebbe fatto rapporto. E se Brian faceva rapporto, lui finiva nei guai. Guai grossi. Il tipo di guai che finiva davanti a un giudice e riportava dritti in cella.
«Sei un coglione» disse rassegnato al suo riflesso.
Si lavò la faccia con acqua gelida che non aiutò, si mise vestiti quasi puliti, uscì dall’appartamento prima che suo padre si svegliasse. Il tragitto verso il centro sembrò troppo breve, come se il tempo stesse accelerando verso un momento che Bailey avrebbe voluto rimandare all’infinito.
Quando arrivò, Arthur era già lì, seduto sui gradini col naso immerso in un libro.
S’irrigidì nel vederlo. «Ciao» disse, troppo forte, troppo allegro.
Falso come una banconota da tre sterline.
«Ehi» borbottò Bailey.
Captava le sue emozioni come un rumore di fondo costante – imbarazzo, vergogna, qualcos’altro che non riusciva a identificare del tutto. Era come cercare di ascoltare una conversazione attraverso un muro di cemento.
«Allora... hai dormito bene?»
«Sì. E tu?»
«Una merda» rispose evasivo Bailey. «Il mal di testa, sai. L’erba di ieri mi ha distrutto...»
Per sua fortuna arrivò Annie a salvare la situazione. Apparve da dietro l’angolo, le mani in tasca, l’espressione del solito scazzo mattutino stampata in faccia. «Ho ancora la testa che gira» esordì senza cerimonie. «Quell’erba era forte.»
«Già» concordò Bailey, fin troppo entusiasta di avere una distrazione. «Fortissima. Tipo, non ricordo praticamente nulla.»
Brian uscì dall’edificio trascinando il solito carrello. «Stamattina bagni pubblici» annunciò. «Station Road. Qualcuno ha cagato sui muri. Buona fortuna.»
Il lavoro fu esattamente disgustoso quanto promesso.
Bailey si concentrò sulla pulizia con un’intensità quasi maniacale, grattando via merda dai muri come se la sua sanità mentale dipendesse da questo. Qualsiasi cosa pur di non pensare. Di non guardare Arthur che lavorava in silenzio dall’altra parte del bagno.
Annie notò che qualcosa non andava dopo circa un’ora. «Okay» disse, rivolta a Bailey. «Si può sapere che ti prende? Non hai aperto bocca da quando siamo arrivati. È… inquietante.»
«Sono solo concentrato.»
«A scrostare merda dai muri?» replicò Annie con sufficienza. «Senza annoiarci con le tue lagne?»
«Non è vero che mi lagno!»
Lei lo fissò per qualche altro secondo. «Fai come cazzo ti pare» concluse, riprendendo il suo lavoro.
Le ore passarono con una lentezza agonica. Bailey controllava l’orologio ogni cinque secondi, pregando che la giornata finisse, che potesse scappare e non pensarci più. Sapeva che avrebbe dovuto parlare con Arthur, anche se l’idea gli faceva venire voglia di vomitare.
Quando finalmente arrivarono le tre e mezza, sentì assalirlo un miscuglio di sollievo e terrore.
«Beh, direi che abbiamo finito» disse ad alta voce, appoggiandosi allo spazzolone e guardandosi intorno. «Resta uno schifo, ma…»
Annie raccolse il suo secchio. «Ho bisogno di una doccia per togliermi questo odore di dosso.»
E uscì, lasciandoli soli. Arthur fece per seguirla, ma Bailey lo intercettò.
«Una cosa al volo. Riguardo a ieri» disse di getto, mentre lui evitava il suo sguardo. «È stato solo uno scherzo. Ero fatto. Non significa niente. Facciamo come se non fosse mai successo, d’accordo?»
Arthur strinse il manico della scopa così forte da far sbiancare le nocche.
Bailey gli diede una pacca sulla spalla. «Amici come prima.»
Annie si affacciò nel bagno. «Si può sapere che state facendo? Se non muovete il culo vi lascio qui» disse irritata.
«Arriviamo!»
Bailey rivolse ad Arthur un sorriso forzato e uscì.
Annie si svegliò al suono della sveglia che strideva come un allarme antincendio. Le sei e mezza. Troppo presto per essere viva.
Si trascinò fuori dal letto. La casa era già sveglia – sentiva rumori al piano di sotto, accompagnati dal borbottio della TV.
Si vestì con le prime cose che le capitarono sottomano e scese le scale. Sua madre era in cucina, davanti ai fornelli. Capelli raccolti in uno chignon perfetto, vestito da devota impeccabile – gonna lunga fino alle caviglie, camicetta con il colletto alto. Stava preparando uova e toast, come ogni mattina, come se la routine potesse tenere insieme i pezzi di una famiglia che si stava sgretolando.
«Buongiorno, tesoro» disse con quel tono di forzata allegria che usava sempre. «Hai dormito bene?»
«Mmh» mormorò Annie, sedendosi al tavolo.
«Ho fatto la colazione. Le uova come piacciono a te.»
Annie guardò il piatto. Non aveva fame. Non aveva mai fame ultimamente. La TV in soggiorno trasmetteva le notizie del mattino. Annie la ascoltava a metà, masticando meccanicamente il toast.
«... rapina avvenuta stanotte alla Barclays Bank di Stratford. Le circostanze rimangono misteriose. Secondo la polizia, non ci sono segni di effrazione. Le telecamere di sicurezza mostrano i ladri semplicemente... apparire all’interno del caveau. Come se si fossero materializzati dal nulla...»
Annie smise di masticare. Qualcuno come Arthur poteva hackerare i sistemi di sicurezza. O forse era un potere diverso – teletrasporto, invisibilità, qualsiasi cosa. C’erano altri là fuori. Altri che il fulmine aveva toccato. Altri che avevano ricevuto qualcosa.
E lei? Lei non aveva un cazzo.
L’amarezza le salì in gola come bile. Forse era lei difettosa. O forse era l’ennesima presa per culo da parte dell’universo.
«Annie? Tutto bene?»
Sua madre la fissava con quell’espressione preoccupata che Annie odiava – quella che diceva so che stai male ma non so come aiutarti.
«Devo andare» disse, alzandosi bruscamente.
«Ma non hai finito di...»
«Non ho fame.»
Prese lo zaino e uscì prima che sua madre potesse dire altro.
Quando arrivò al centro, vi trovò solo Bailey con le cuffiette, mentre canticchiava qualcosa sottovoce.
«Ciao, dolcezza» l’accolse, con un sorriso tirato.
«Che ti prende?» chiese subito Annie.
«Niente. Perché?»
«Sei strano. Di nuovo.»
«Non sono strano.»
«Sei strano da ieri. Vuoi dirmi che cazzo è successo?»
«Ti preoccupi per me?»
Bailey si avvicinò con un ghigno malizioso e tentò di baciarla. Annie lo respinse con una spinta.
«La prossima volta ti becchi un pugno.»
«Tanto lo so che lo vuoi.»
«Dov’è Arti?»
Bailey si strinse nelle spalle.
«Ho sentito le notizie, stamattina» Annie si guardò attorno, aspettandosi di vedere Arthur comparire da un momento all’altro. «Hanno rapinato una banca nella tua zona, stanotte. I ladri sono entrati senza far scattare gli allarmi, senza sfondare niente. Le telecamere li mostrano semplicemente apparire dentro.»
«E…?»
«È ovvio che è stato qualcuno con i poteri.»
«Probabile.»
«Non ti interessa?»
«Dovrebbe?»
Brian apparve dall’ingresso. «Bene, siete qui. Oggi pareti esterne dell’edificio. Qualche stronzo li ha imbrattati con dei graffiti.»
«Giorno anche a te, Brian» disse Bailey con una smorfia.
«Arthur non è ancora arrivato» gli fece presente Annie.
«Chi?» disse Brian distrattamente.
«Il nerd.»
«Ah, lui. Sua madre ha chiamato stamattina. Dice che è malato.»
Bailey si incupì visibilmente. «Malato come?» chiese.
«Non lo so, non sono il suo dottore. Che vi frega? Più lavoro per voi due. Ora vedete di darvi una mossa.»
Lavorarono in silenzio per la prima ora. Ogni tanto Annie lanciava un’occhiata verso Bailey, osservandolo mentre massacrava il muro con violenza, come se stesse cercando di punirsi per qualcosa.
«È successo qualcosa tra te e Arti?» domandò ad un certo punto.
Bailey continuò a grattare, più forte. «Non che io sappia. Come mai lo chiedi?»
«Avete litigato?»
Bailey finse di non averla sentita ed Annie evitò d’insistere.
«Va bene» sbottò Bailey alla fine, piantando la spatola nel muro come fosse un coltello. «Te lo dico. Però devi promettermi che non m’insulterai. Mi sento già abbastanza una merda per conto mio.» Si passò il dorso della mano sulla fronte, lasciando una striscia bianca di calce. «L’altro ieri, al parco… quando sei andata a pisciare. Io… ho fatto una cosa stupida.»
«Ma davvero?» mormorò Annie sarcastica.
«Stavamo parlando e… lui si è eccitato.»
«Di cosa?»
«Eh?»
«Di cosa stavate parlando?»
«Che importa? Non è...» Bailey sospirò. «Ci siamo baciati.»
«Scandaloso.»
«La smetti di fare battute? È una cosa seria»
«Avete scopato?»
«Sei mancata per cinque minuti!»
«Per alcuni bastano.»
Bailey fece una smorfia irritata.
«Quindi? È tutto qui il problema?»
«Potrebbe essermi sfuggito il fatto che faccia pena a baciare.»
«Ti sei scusato?»
«Certo che mi sono scusato! Gli ho spiegato che possiamo restare amici. Che non ha significato nulla.»
«E lui che ha risposto?»
«Niente. Cioè... non gliene ho dato il tempo. Me ne sono andato.»
«Bravo.»
«Non è colpa mia! Avevi fretta di andartene!»
«Perciò è a causa mia se non vi siete chiariti. Capisco.»
Bailey afferrò la spatola, scuotendo il capo.
«Se ha una cotta per te, non gli passerà da un giorno all’altro» riprese Annie.
«Lo so» replicò stizzito Bailey.
«Allora tira fuori le palle e parla con lui.»
Bailey non rispose subito. Fissò il punto in cui la spatola aveva scavato un solco troppo profondo nell’intonaco. «E se non volesse essere più mio amico? Cosa dovrei fare a quel punto?»
«Lasci le cose come stanno. Vi limiterete a scambiarvi il buongiorno la mattina.»
«Ci vediamo ogni sacrosanto giorno! Sarebbe imbarazzante!»
«Non durerà a lungo. Ti ricordo che, finite le ore, ognuno se ne tornerà per la propria strada.»
La frase rimase sospesa tra loro. Bailey deglutì e tornò a fissare il muro come se ci fosse scritta una risposta. «Ti è mai capitato di baciare una ragazza?» chiese a bruciapelo.
«Vuoi sapere se sono lesbica?»
Bailey l’adocchiò. «Lo sei?»
«No» rispose secca Annie.
Bailey aspettò un istante, poi aggiunse, con una voce che cercava di sembrare disinvolta ma non ci riusciva: «Secondo te il fatto di aver baciato Arti mi rende gay?»
«Ti ha dato fastidio baciarlo?»
«No... voglio dire, forse sì. Che cazzo ne so, ero fatto. Non voglio che la gente pensi che io sia strano.»
«Hai un potere che ti permette di manipolare le emozioni delle persone. Chi ti piace baciare è il minimo dei tuoi problemi.»
Bailey la guardò per un attimo, poi riprese a lavorare, pensieroso.
Non appena staccarono dal servizio, Bailey prese l’autobus per raggiungere Holland Park Avenue. Scese alla fermata che gli interessava e camminò lungo il viale, fino a ritrovarsi davanti al numero 47.
Fissò la porta nera lucida, nervoso. Fece per salire i gradini, poi ci ripensò, allontanandosi. Aveva appena fatto dieci metri che ci ripensò di nuovo, tornando alla villa. Ripeté questo copione per almeno tre volte.
«Non fare il codardo» si disse. «Vai e gli parli. Semplice. Come una persona normale.»
Ma non era affatto semplice. Inspirò profondamente e salì i gradini, sforzandosi di non scappare di nuovo. La sua mano tremava mentre premeva il campanello. Il suono riecheggiò dall’interno – un carillon, ovviamente. Un fottuto carillon.
Aspettò, il cuore che batteva troppo forte, finché finalmente la porta si aprì. Arthur era in pigiama. I suoi occhi azzurri si allargarono vedendolo.
Per un momento rimasero immobili, fissandosi attraverso la soglia.
«Ehi» disse Bailey, la voce troppo acuta. Si schiarì la gola. «Per essere malato sembri stare alla grande. Tipo, neanche un po’ verde in faccia. Deludente.»
Arthur abbassò lo sguardo, stringendo la porta.
«Posso entrare? Solo per un minuto.»
Arthur si spostò, lasciandolo passare. L’interno era esattamente come se lo aspettava – pavimenti di legno lucido, mobili costosi, quadri alle pareti che probabilmente valevano più di tutto quello che Bailey possedeva.
«È carina» disse, cercando di rimandare l’inevitabile. «Sono venuto a controllare come stavi. Eravamo preoccupati. Io e Annie, intendo.»
«Sto bene.»
Bailey si dondolò sulle punte dei piedi, raccolse tutto il coraggio che aveva e si voltò verso di lui. «Devo... dirti delle cose.» si grattò la testa. «Mi dispiace di… ho fatto l’idiota, ecco. Lo so che per te è già complicato. Accettare quello che sei e... tutto il resto. E sì, mi ero fatto due canne, ma non è una scusa. Anche se non sembra, con le persone non ci so fare. La gente mi sopporta per un po’, poi si stufa. O si accorge che sono troppo. O non abbastanza. E se ne va. Quello che sto cercando di dirti è che mi dispiace di averti preso in giro. Era la tua prima volta, e la prima volta... è sempre un disastro. A otto anni avevo una cotta per Danielle Thompson, una della mia classe. Un giorno l’ho presa da parte e le ho confessato ciò che provavo, e poi l’ho baciata, come nei film. Lei mi ha spinto ed è corsa via in lacrime, lasciandomi lì come un coglione. Dopo è venuta la maestra da me, facendomi una ramanzina sul fatto che non potevo baciare le ragazzine senza il loro permesso e che se mi fossi azzardato a rifarlo avrebbe chiamato mio padre. Porca troia, chi cazzo è che chiede il permesso? E...»
«B.B.» lo interruppe Arthur. «È tutto okay. È stata solo una parentesi. Non ha senso tirarla per le lunghe.»
Bailey sapeva che stava mentendo. Lo sentiva nelle sue emozioni — dolore compresso sotto chili di finta indifferenza, come vestiti buttati a caso in un armadio che prima o poi sarebbe esploso. «Bene. Fantastico.» disse, battendo le mani. «Penso che me ne andrò, adesso. Ti lascio... alle tue cose.»
«Puoi restare, se vuoi. Ti offro qualcosa?» chiese Arthur, indicando la cucina con un gesto da impeccabile padrone di casa.
«Ehm... va bene.» balbettò Bailey. «Una birra?»
«I miei sono astemi.»
«Cosa?»
«Non bevono. Cioè, mia madre non beve, costringendo me e mio padre ad adottare il suo stile di vita. Non che questo impedisca a papà di farlo quando va fuori a cena con la sua amante.»
Bailey sbatté le palpebre un paio di volte. «Scusa?»
Arthur si strinse nelle spalle. «Sospetto che si tratti di Natalie, la sua segretaria. Un po‘ un cliché, lo so.»
Bailey boccheggiò. «Tuo padre ha davvero un’amante?»
«Non ne sono sicuro. Potrei hackerare il suo telefono ma tanto a che servirebbe? Stanno già divorziando. Ho del succo di mela, ora che ci penso. Ti va?»
«Io… sono a posto così, grazie.»
Calò di nuovo quel silenzio insopportabile.
«Stavo giocando a Mortal Kombat. Vuoi unirti a me?» propose Arthur.
Bailey lo fissò, chiedendosi se non fosse il caso di dileguarsi con una scusa. «D’accordo» borbottò.
Arthur lo guidò su per le scale. La sua camera pareva uscita da un catalogo d’arredamento, come il resto della casa. Non c’era una cosa fuori posto. Le pareti erano spoglie, senza quadri, poster o fotografie che potessero donargli una vera personalità.
Arthur si sedette sul bordo del letto, prendendo il controller dal tavolino davanti a lui. Bailey restò in piedi, non sapendo che fare.
«Siediti» disse Arthur con noncuranza. «A meno che non ti faccia strano starmi vicino.»
«Cosa? No!» protestò Bailey, preso alla sprovvista, soprattutto perché era in parte vero.
Prese posto accanto a lui. Arthur gli porse il controller. Bailey se lo rigirò tra le mani.
«Ecco… non ricordo i tasti.»
«Ti faccio vedere.»
Gli mostrò tutte le combinazioni. Bailey tentò di seguirlo, ma le informazioni attraversarono il suo cervello senza assorbirne nemmeno una.
«… e con questo pari» concluse Arthur. «Domande?»
«No?»
«Diamoci dentro.»
Cominciarono a scorrere il roster dei personaggi. Arthur puntò subito un tizio vestito di giallo. Bailey ripiegò su una tipa vestita in modo provocante, con un paio di ali da pipistrello spiegate dietro la schiena.
«Sapevo che avresti scelto lei» commentò Arthur.
«È forte, ha le ali. E poi sembra Megan Fox» replicò Bailey.
Arthur lo distrusse nel primo round senza difficoltà. Bailey guardò il suo personaggio schiantarsi a terra in una pozza di sangue digitale.
«Non male. Te la cavi.»
Perse anche il secondo round.
«Bella mossa, te lo concedo, non me l’aspettavo. Ora però iniziamo a fare sul serio.»
Seguì un’umiliazione dopo l’altra.
Bailey sentì la frustrazione montare. «E che cazzo, almeno lasciami fare una fatality!» sbottò, alla settima sconfitta.
Avviarono un nuovo round. Bailey s’impegnò al massimo, tuttavia non servì a molto. Ancora una volta andò K.O. malissimo.
«Ma porca puttana!»
Si voltò verso Arthur, indignato. Lui sorrise. C’era sempre quella nota malinconica nel suo sorriso.
«Fai pena a giocare.»
«È una frecciatina? Beh… me la merito. Per questa volta ti perdono.»
Ripresero a giocare. Bailey si concentrò al massimo, riuscendo perfino ad assestargli un paio di combo che lasciarono il personaggio di Arthur in fin di vita. «Su, avanti!» esclamò. «Manca poco… su, dolcezza… ci sono… cazzo, sì!»
Agitò il braccio, ritrovandosi a sussultare mentre una fitta di dolore si propagava lungo tutto il suo corpo. Si era dimenticato del livido fresco che gli aveva lasciato suo padre. Si era avvicinato di soppiatto, cogliendolo totalmente impreparato. Bailey non aveva potuto evitare di beccarsi un calcio prima di usare il suo potere per calmarlo.
Istintivamente se lo toccò, soffocando a malapena un gemito.
«Che hai?» domandò subito Arthur.
«Niente… ho sbattuto. Mi fa un po’ male.»
«Posso darti del ghiaccio.»
«Sto bene, sul serio. Non preoccuparti.»
«B.B., si vede che ti fa male.» Arthur si alzò, posando il controller sul letto. «Torno subito.»
«Non c’è bisogno…» iniziò Bailey, ma lui era già uscito.
Cinque minuti dopo rientrò con una busta di piselli surgelati.
«Ho trovato solo questa. Meglio di niente.»
Si sedette accanto a lui.
«Su, fammi vedere.»
Bailey gliela strappò di mano. «Faccio io.» Si infilò la busta sotto la felpa, trattenendo un altro gemito e rabbrividendo al contatto col freddo.
«Va meglio?» chiese Arthur.
«Sì… grazie.»
«Come hai sbattuto?»
«Contro il tavolo. Stavo facendo sesso con una tizia.»
«Di nuovo?»
«Come?»
«Hai detto la stessa cosa ad Annie, qualche giorno fa.» Arthur lo osservò con attenzione. «Hai fatto a botte?»
«No.»
«Qualcuno ti ha picchiato?»
«Come cazzo ti viene in mente?»
«Non devi vergognarti.»
«E se anche fosse? Cosa farai? Piomberai su di loro con il tuo mantello?» disse Bailey spazientito.
«Voglio solo aiutarti...»
«Aiutarmi.» A Bailey sfuggì una risata corta, senza umorismo. «Non riesci nemmeno ad aiutare te stesso.»
Se ne pentì subito. Distolse lo sguardo.
«È stato mio padre.»
Percepì di nuovo i sentimenti di Arthur premere contro di lui — incredulità, orrore, una tenerezza quasi insopportabile.
«Tuo padre?» sussurrò Arthur, come se non riuscisse a concepire l’idea che un genitore potesse arrivare a tanto.
«È tutto a posto.»
«B.B., devi denunciarlo…»
«No. Lascia perdere. Sul serio. Ci sono abituato. Fa così da quando... cazzo, nemmeno me lo ricordo più. Ma ora ho il potere. Riesco a gestirlo.»
Lanciò un’occhiata verso Arthur. Aveva gli occhi lucidi, lo sguardo fisso sul pavimento.
«Cristo, non piangere. Non c’è bisogno. Non ne vale la pena.»
«Non dire così.»
Bailey rimase in silenzio, colpito dalle sue parole. Ogni muscolo del corpo gli urlava di divincolarsi, di ricomporre la facciata, di fare una battuta e sdrammatizzare come faceva sempre. Invece rimase fermo, a fissarlo.
Da fuori arrivò il suono di un clacson, lontano. A nessuno dei due importò.
Poi Arthur si avvicinò appena. Bailey avvertì il suo desiderio sotto la superficie, ma stavolta era diverso. Non era solo eccitazione. C‘era qualcosa di più profondo, di più fragile, difficile da identificare.
«Devo andare» mormorò, alzandosi di scatto. «È tardi.»
Mentre scendeva le scale a due a due, si fermò. Chiuse gli occhi, maledicendo sé stesso. Non poteva lasciarlo così. Non così.
«Cazzo.»
Risalì le scale. Arthur si voltò verso di lui, sorpreso. Bailey tornò a sedersi al suo fianco.
«Non sono gay. Mi piacciono le ragazze. Tipo, un sacco.» esordì, nervoso. Si passò le mani sulle ginocchia, strofinandosele come se avesse i palmi sudati. «Tu sei carino, ma ti manca una parte fondamentale. Anzi, due. Quello che sto cercando di spiegarti è che va bene così come sei, tipo se vuoi una roba senza impegno… potresti farmi un pompino e vedere come va.»
Arthur appariva perplesso. «Ma tu hai appena detto…»
«Allora, ci stai o no?» lo interruppe brusco Bailey.
«Non ho capito» ammise Arthur, confuso. «Vuoi… un pompino?»
«Non subito. Oppure sì, dipende da te. Per vedere se siamo compatibili.»
«Non lo so… preferirei aspettare, suppongo?»
«Va bene. Allora aspettiamo. Non c’è problema. Vuoi un altro bacio?»
Prima che Arthur potesse rispondere, Bailey gli infilò la lingua in bocca. Lo sentì sospirare, aggrappandosi alla sua felpa come se avesse paura che potesse ripensarci di nuovo da un momento all’altro.
E forse aveva ragione. Perché non aveva la più pallida idea di cosa stesse facendo. Non sapeva se fosse gay, bisessuale, o semplicemente fuori di testa. L’unica cosa di cui era certo era che la bocca di Arthur aveva il sapore del succo di mela e che gli piaceva.
«Per la cronaca» disse Bailey, alzandosi di nuovo. «Fai ancora un po’ pena a baciare. Ora vado a casa, prima che ti venga voglia di saltarmi addosso. Ci vediamo domani al centro. E se racconti a qualcuno quello che è successo, negherò tutto.»
«A chi dovrei raccontarlo?»
«Non lo so. Ai tuoi amici, se ne hai. Ciao.»
Bailey scese le scale, attraversò il corridoio e uscì. L’aria fresca di Holland Park Avenue gli colpì il viso. Camminò fino alla fermata dell’autobus e si sedette sulla panchina, le gambe che scattavano in preda all’adrenalina.
L’autobus arrivò dieci minuti dopo. Salì e si lasciò cadere sul sedile in fondo. La busta di piselli surgelati era ancora infilata sotto la felpa, ormai tiepida e inutile. Non si era nemmeno ricordato di restituirla.
Annie si svegliò con la sensazione di non aver dormito affatto.
Il corpo era pesante, le palpebre incollate, la testa piena di una nebbia densa che non voleva dissolversi. Aveva sognato – ne era sicura – ma i ricordi sfuggivano come acqua tra le dita. Solo frammenti confusi che galleggiavano al limite della coscienza.
Si alzò dal letto con movimenti lenti, come se ogni gesto richiedesse uno sforzo immane. Lo specchio sul comò le restituì un’immagine che avrebbe preferito non vedere – occhiaie profonde, capelli arruffati, l’espressione di chi sta combattendo una guerra che nessuno può vedere.
Era sicura che sarebbe stata una giornata di merda. Non era una previsione. Era una certezza.
Scese in cucina trascinando i piedi. Sua madre era già sveglia, in piedi davanti alla TV, le mani strette intorno a una tazza di tè come se fosse un rosario. Indossava la solita gonna lunga e la camicetta abbottonata fino al collo – l’uniforme della brava donna devota, sempre pronta a presentarsi rispettabile davanti a Dio e ai vicini.
Annie si fermò sulla soglia, annusando l’aria. Toast bruciato. Fantastico. Sua madre non era mai stata capace di cucinare senza distruggersi qualcosa – un’ironia, considerato che sua figlia era stata arrestata per aver dato fuoco a una casa.
«... il sospetto, identificato come Marcus Webb, trentaquattro anni, è stato arrestato questa mattina dopo uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Quattro agenti sono morti nell’operazione. Secondo fonti della polizia, Webb avrebbe manifestato capacità anomale durante l’arresto, anche se le autorità non hanno rilasciato ulteriori dettagli...»
Annie alzò lo sguardo verso lo schermo. Un uomo veniva trascinato via in manette da una squadra di agenti in tenuta antisommossa. Capelli scuri, sguardo rabbioso che bruciava attraverso la telecamera. Per un momento, i loro occhi sembrarono incrociarsi – il suo e quelli dell’uomo sullo schermo.
«Gesù» mormorò sua madre, facendosi il segno della croce con la mano che non reggeva la tazza. «Fa paura. Uccidere quattro persone così... che Dio abbia pietà della sua anima.»
Annie fissò lo schermo mentre la telecamera indugiava sul volto di Webb. C’era qualcosa nei suoi occhi – non follia, come i giornalisti volevano far credere. Qualcosa di più freddo. Più calcolato. Lo sguardo di qualcuno che aveva smesso di preoccuparsi delle conseguenze.
«Cosa vuoi per colazione, tesoro?»
Sua madre si era voltata verso di lei, l’interesse per le notizie già svanito. Sempre così – il mondo poteva andare in malora, ma lei si preoccupava solo che Annie mangiasse abbastanza, che andasse a messa la domenica, che fosse una brava ragazza cristiana nonostante tutto.
«Niente. Non ho fame.»
«Annie, devi mangiare qualcosa. Non puoi uscire a stomaco vuoto...»
«Ho detto che non ho fame.»
Le parole uscirono più taglienti di quanto intendesse. Vide sua madre ritrarsi leggermente, quel lampo di dolore negli occhi che Annie conosceva fin troppo bene – il dolore di una madre che non capisce dove ha sbagliato, che non sa più come raggiungere sua figlia. Ma non disse niente. Non diceva mai niente.
Prese lo zaino dall’appendiabiti e uscì prima che sua madre potesse insistere, prima che la conversazione potesse trasformarsi nell’ennesima battaglia silenziosa.
Chiusa la porta, Annie fu sola con la rabbia che le bruciava nel petto – quella rabbia che non aveva mai sfogo, che non aveva potere, che non aveva niente.
Il cielo sopra Londra era grigio, rispecchiando il suo umore.
Annie si avviò verso il centro.
In un angolo appartato del centro, nascosti dietro l’edificio dove nessuno poteva vederli, Bailey schiacciava Arthur contro il muro.
I mattoni erano freddi e ruvidi attraverso la maglietta, un contrasto netto con il calore del corpo di Bailey premuto contro il suo. La sua bocca trovò quella di Arthur con urgenza.
Lui si aggrappò alle sue spalle, tirando e spingendo contemporaneamente. Era stordito. Completamente stordito. Bailey baciava come faceva tutto il resto: con troppa intensità, troppa passione, senza freni. Come se ogni momento potesse essere l’ultimo. Come se dovesse prendere tutto quello che poteva prima che qualcuno glielo portasse via.
«Dovremmo andare o faremo tardi» mormorò con voce incerta Arthur, tra un bacio e l’altro.
Bailey grugnì, mordicchiandogli il lato della bocca.
«Dopo» disse Arthur con più fermezza, allontanandolo a malincuore. Le sue mani tradirono le sue parole, attirandolo a sé prima di lasciarlo andare. «Possiamo continuare dopo.»
Si sistemarono i vestiti in silenzio. Arthur cercò di appiattire i capelli che Bailey aveva arruffato, sentendo il viso in fiamme. Bailey si passò il dorso della mano sulle labbra, cancellando le tracce.
Quando girarono l’angolo verso l’entrata principale, trovarono Annie ad aspettarli, l’espressione scazzata come al solito. I suoi occhi si mossero da Bailey ad Arthur, poi di nuovo a Bailey, con quella precisione da predatore che notava tutto.
«Ciao, dolcezza» disse lui con quel sorriso malizioso. «Ti sono mancato? Ma certo che ti sono mancato.»
«In realtà speravo non venissi» rispose Annie con freddezza.
Continuava a fissarli.
Arthur sentì il sudore freddo scorrergli lungo la schiena. «Bella giornata, vero?» disse, ma la voce uscì troppo acuta, falsa.
«È grigio.»
«Sì, ma non piove.»
«Dovremmo andare da Brian» tagliò corto Annie.
Se aveva notato qualcosa, se aveva capito, non lo diede a vedere. Arthur non sapeva se esserne sollevato o terrorizzato.
Brian era nel suo ufficio, incollato come sempre al telefono. Quando li vide, grugnì, indicando con un gesto vago la porta.
«Mile End Park. Qualcuno ha lasciato merda ovunque. E non parlo in senso figurato. Cani, gatti, forse anche umana. Non voglio saperlo. Voglio solo che sparisca.»
Lanciò loro i sacchi per la spazzatura e le pinze.
«Fantastico» brontolò Bailey mentre uscivano.
Il parco sembrava un fottuto campo di battaglia, con tanto di mine. Escrementi ovunque – sui sentieri, sull’erba, accanto alle panchine. Come se tutti i cani di Londra avessero deciso di cagare nello stesso posto.
Lavorarono in silenzio. Poi Bailey, annoiato, decise di rallegrare un po’ l’atmosfera. Si avvicinò ad Annie e le disse con voce melliflua: «Sei bella anche quando raccogli merda di cane. È un talento.»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo. «Vaffanculo.»
«Scommetto che sei una tigre a letto.»
«Va’ a infastidire Arti.»
«No, sul serio. Potresti pestarmi e ti direi grazie.»
«Ci sto pensando.»
Bailey sfoggiò il suo sorriso migliore. «Vedi? Siamo fatti l’una per l’altro.»
«Smettila di dire stronzate e lavora.»
Annie si allontanò dall’altra parte del parco.
«È pazza di me» sghignazzò Bailey ad Arthur. «Eh, come darle torto.»
Lui non commentò. Bailey si avvicinò, cercando di baciarlo, ma inaspettatamente Arthur si voltò, offrendo la guancia.
Bailey si fermò, perplesso. «Che c’è?»
«Niente» disse tagliente Arthur.
«Come niente?»
Bailey lo studiò per un momento, poi usò il suo potere. Percepì la rabbia di Arthur che ribolliva sotto la superficie.
«Si può sapere che ti prende? Perché sei incazzato?»
Prima che Arthur potesse rispondere, il rumore delle sirene squarciò l’aria del parco, attirando la loro attenzione. Un furgone della polizia stava attraversando il prato a velocità folle, sobbalzando sulle buche, ignorando i sentieri. Le sirene ululavano, assordanti.
«Che cazzo...» iniziò Bailey.
Il furgone si fermò di colpo, le ruote che sbandarono sull’erba bagnata. Il clacson suonava senza sosta – come se qualcuno ci fosse caduto sopra. Dal retro arrivavano colpi violenti, metallici.
Il portellone posteriore si spalancò e un uomo rotolò fuori. Tuta grigia da detenuto, capelli scuri appiccicati al cranio, occhi selvaggi.
«MERDA!» urlò Bailey. «Stanno girando un film o cosa?»
L’uomo iniziò a correre. Poi, improvvisamente, i suoi piedi si impigliarono in qualcosa. Una corda luminosa – fatta di pixel brillanti, azzurro elettrico – si era materializzata dal nulla, avvolgendosi intorno alle sue caviglie come un serpente digitale.
L’uomo cadde pesantemente in avanti, la faccia che sbatteva sull’erba. Bailey si voltò di scatto. Arthur era con il cellulare in mano, gli occhi che brillavano di quella luce blu innaturale.
«Arti, che cazzo stai facendo?» sbraitò.
«Non posso lasciarlo fuggire» disse Arthur, la voce tesa dalla concentrazione.
«Cazzo, lascia perdere!»
Bailey cercò di afferrargli il braccio ma Arthur lo scansò.
«Forse ha…»
Si fermò. I suoi occhi si spalancarono, la luce blu che sfarfallò. La mano libera andò istintivamente alla gola. Iniziò ad annaspare, la bocca che si apriva e si chiudeva, cercando aria che non arrivava. Il suo viso diventò rosso.
«Arti?» Bailey lo prese per le spalle. «Che hai?»
Arthur cadde in ginocchio, le dita che graffiavano la propria gola, gli occhi sgranati dal terrore.
«Arti?»
Bailey lo scosse, mentre il panico lo assaliva. E poi anche lui cominciò a soffocare. I suoi polmoni – i suoi polmoni si stavano riempendo. Non dall’esterno. Dall’interno. Avvertì qualcosa di liquido riempirli. Tossì, premendosi il petto, ma venne fuori solo un gorgoglio umido, orribile.
Bailey si girò verso l’uomo. Si era rimesso in piedi, la corda di pixel dissolta in nuvole di luce morente. Li fissava, la faccia distorta in una smorfia rabbiosa. Voleva urlargli di smettere qualunque cosa stesse facendo, ma non aveva ossigeno. Crollò carponi, cercando disperatamente di respirare.
Passi di corsa. Annie apparve da dietro un albero, probabilmente attirata dal rumore. Aveva ancora il sacco della spazzatura in mano. S’immobilizzò vedendo l’uomo. Poi il suo sguardo si spostò su Bailey e Arthur.
«Che…»
Si precipitò su di loro, cercando di aiutare Bailey a sollevarsi. Lui tentò di parlare, di dirle di scappare, ma riuscì a emettere solo suoni strozzati. Vide gli occhi di Arthur rigirarsi all’indietro nelle palpebre prima che crollasse a terra con un tonfo, privo di sensi, forse morto.
Annie prese a chiamarlo, sempre più forte. Era come se la sua voce lo raggiungesse da una grande distanza. Bailey capì di essere al limite. Provò a resistere, finché non calò il buio e lui non scivolò nell’incoscienza.
«B.B.! B.B.! Cazzo!»
Annie provò a scuotere Bailey, inutilmente. Era svenuto, proprio come Arthur.
Si voltò per fronteggiare l’uomo. Era Marcus Webb, il tizio del telegiornale. Lui la fissava con occhi spalancati, il volto pallido, la bocca aperta come se fosse scioccato.
«Tu…» disse. «No… non è possibile…»
Annie si sforzò di pensare in fretta. Il suo sguardo cadde su un ramo robusto, a un metro da lei. Lo acchiappò, brandendolo come una mazza. «Che cazzo gli hai fatto?» ringhiò.
L’uomo si riscosse. Arretrò di un passo, quasi intimorito. Poi iniziò a correre.
«Ehi!» urlò Annie. «Torna qui! Cristo…»
Si gettò in ginocchio accanto a Bailey e Arthur. Erano entrambi cianotici, i visi che passavano dal pallido al blu-violaceo. Cercò di mantenere la calma. Doveva chiamare aiuto. Il telefono. Dov’era il telefono? Le mani frugavano nelle tasche, tremando così forte che quasi non riusciva a muovere le dita. Ma i soccorsi non sarebbero arrivati in tempo, lo sapeva. Dieci minuti, forse venti. Troppo. Troppo tempo.
Quei due stavano morendo. Proprio lì, davanti ai suoi occhi. E lei non poteva fare un cazzo... non poteva...
Fu allora che lo avvertì.
Non con le orecchie. Non con gli occhi. Con qualcos’altro – qualcosa che si risvegliò nel centro del suo petto e si espanse verso l’esterno.
Il cuore di Bailey. Stava ancora battendo, ma in modo troppo veloce, irregolare, scomposto. Un ritmo disperato che sapeva di morte imminente. E poi quello di Arthur, più debole, che rallentava pericolosamente ad ogni secondo che passava.
Non era solo il suono. Era la sensazione. Come se potesse toccarli dall’interno, come se fosse dentro le loro gabbie toraciche. Annie cercò di concentrarsi. I polmoni. Sentiva i tessuti spugnosi gonfi, pesanti, che si contraevano spasmodicamente cercando aria che non potevano trovare. Sentiva l’acqua – fredda, salata, estranea – che riempiva gli alveoli, che premeva contro le pareti delicate, che soffocava ogni possibilità di scambio gassoso.
La percezione divenne qualcosa di più. Connessione. Come se i confini tra lei e loro si fossero dissolti. Annie visualizzò l’acqua. La vide – non con gli occhi ma con quella nuova consapevolezza impossibile. Litri di liquido salato che occupava spazi che dovevano essere pieni di aria. Sentì il peso, la temperatura, la densità molecolare.
E le ordinò di muoversi.
Su. Attraverso i bronchi, quei piccoli canali ramificati. Lungo la trachea. Verso l’alto, verso l’esterno. Via. Fuori.
Per un momento terribile non successe niente. Annie avvertì la paura esplodere di nuovo – non funzionava, era troppo tardi, stavano morendo e lei non poteva...
Bailey e Arthur si contrassero violentemente, i loro corpi che si arcuavano come attraversati da elettricità. Le loro bocche si spalancarono e iniziarono a vomitare acqua, schizzando sull’erba, sulle loro magliette, tossendo violentemente, scossi da spasmi mentre i polmoni tornavano a riempirsi di ossigeno.
Annie si lasciò cadere all’indietro, tremando. Si guardò le mani. Tremavano, il cuore che batteva all’impazzata.
L’aveva fatto.
L’aveva davvero fatto.
Un sorriso – enorme, incredulo – si sparse sul suo viso.
«Che cazzo hai da ridere? Siamo quasi morti» rantolò Bailey.
«Ho usato il mio potere» disse Annie. «Ho un potere.»
Bailey la fissò per un attimo. Poi si lasciò ricadere sull’erba, respirando affannosamente.
Non appena si ripresero dallo shock, Arthur disse: «Dobbiamo chiamare la polizia.»
«Scordatelo» replicò Bailey. «Ci trascineranno alla stazione più vicina per interrogarci, e io non voglio.»
«Ma…»
«Non se ne parla, Arti.»
Arthur guardò in direzione del furgone, mordendosi il labbro. «Farò una denuncia anonima» e sollevò il cellulare, gli occhi che s’illuminavano. «Fatto» disse dopo qualche secondo.
«Allora vediamo di toglierci dai coglioni.»
Annie li seguì, ancora stordita.
Aveva un potere.
Finalmente.
E non era un potere qualsiasi.
Aveva sentito ogni parte dei corpi di Bailey e Arthur. Aveva controllato l’acqua dentro di loro.
Cos’altro poteva fare?
Le domande turbinavano nella sua testa. Smaniava dalla voglia di sperimentare le sue capacità, ma per ora doveva aspettare.
Raggiunto il centro, raccolsero le loro cose e uscirono di nuovo all’aria aperta. Bailey inspirò profondamente, chiudendo per un attimo gli occhi.
«Ci vediamo domani» disse in fretta Annie, e senza aspettare una risposta, si avviò a passo spedito verso la fermata.
Bailey guardò Annie allontanarsi lungo la strada, le mani in tasca, la camminata più sicura di prima.
«C’è mancato poco» mormorò Arthur accanto a lui.
Bailey si voltò. Era ancora pallido.
«Già.»
«Cioè… davvero poco.»
«Ehi. Siamo vivi. È tutto ciò che conta.»
«Vuoi... vuoi venire a dormire da me?» chiese Arthur, guardandolo con quegli occhi azzurri ancora sgranati dalla paura. «Non voglio rimanere da solo stasera.»
Anche lui non voleva stare da solo. L’idea di tornare a casa, di affrontare suo padre, di sdraiarsi in quel materasso sporco e rivivere la sensazione dell’acqua che gli riempiva i polmoni...
«Sì.»
Il tragitto verso Kensington fu silenzioso. Camminavano vicini, le spalle che si sfioravano occasionalmente. Quando arrivarono al numero 47, Arthur stava per tirare fuori le chiavi quando la porta si aprì dall’interno.
Una donna fece per uscire ma si bloccò nel ritrovarseli davanti. Aveva capelli castani raccolti in uno chignon elegante, trucco perfetto, avvolta in un vestito nero che ne esaltava le forme. Era carina in quel modo raffinato delle donne ricche – pelle curata, gioielli discreti, portamento da ballerina. Somigliava ad Arthur. Gli stessi occhi azzurri, lo stesso naso, la stessa linea delicata della mascella.
«M-mamma?» balbettò Arthur, sorpreso. «Cosa ci fai a casa?»
«Stavo per uscire» disse lei, infilandosi un orecchino. Poi notò Bailey. Lo studiò con quello sguardo acuto che solo le madri hanno. «Chi è il tuo amico?»
Arthur arrossì. «Io... lui è… del centro.»
Bailey lo spinse da parte con il gomito. Si fece avanti, prendendo la mano della signora Morgan con grazia esagerata e baciandola come un gentiluomo vittoriano.
«Bailey Burns, signora» disse con il suo sorriso più incantevole. «È un vero piacere conoscerla. Arti non mi aveva detto di avere una madre così bella. Pensavo fosse sua sorella.»
La signora Morgan aggrottò leggermente la fronte, ritirando la mano. «Il piacere è mio» disse con educata freddezza. Si voltò verso Arthur. «Tornerò tardi. Non aspettarmi per cena. C’è del pollo nel frigo se hai fame.»
Stava per andarsene quando Arthur la fermò. «Mamma? È... è un problema se Bailey resta a dormire?»
Lei si fermò. Si voltò, gli occhi che si mossero da Arthur a Bailey e di nuovo ad Arthur. Per un momento sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi il suo viso si ricompose in quella maschera di cortesia perfetta.
«No, nessun problema» disse. «Comportati bene.»
E se ne andò, i tacchi che cliccavano sul marciapiede.
«Cazzo, Arti, tua madre è una bomba» disse Bailey eccitato, guardandola allontanarsi. «Sul serio. Tipo MILF da manuale. Quel vestito, le gambe...»
«È mia madre» disse Arthur irritato, spingendolo dentro e chiudendo la porta. «Potresti non sessualizzarla?»
In camera, Arthur si sedette sul letto. «Vuoi fare qualcosa?»
«Possiamo giocare» suggerì Bailey. «Mortal Kombat?»
Com’era prevedibile, ancora una volta Arthur si conquistò ogni singolo round, senza pietà.
«Cristo» disse esasperato Bailey. «Lasciami vincere almeno un round.»
«Perché dovrei?»
«Per farmi contento.» Bailey si avvicinò, con un sorriso furbo. «Non vuoi farmi contento?»
Tentò di baciarlo di nuovo, ma ancora una volta Arthur si scostò.
«Qual è il problema?» chiese Bailey, sollevando il sopracciglio.
«Niente.»
«Di nuovo? Dio... ti comporti come quelle tipe che mettono il muso per qualche motivo e non vogliono spiegarti il perché. È irritante.»
La mascella di Arthur fu attraversata da uno spasmo.
«Sputa il rospo.»
«Non voglio che scopi con lei» mormorò Arthur, rigido.
Bailey lo fissò, perplesso. «Parli di tua madre? Dici che ci sta?» domandò speranzoso.
Arthur scosse la testa. «Annie. Non voglio… che ci scopi.»
Bailey impiegò qualche secondo a capire. «Cazzo… sei geloso?»
Lui abbassò lo sguardo.
«Non decidi tu con chi passo il mio tempo» aggiunse secco Bailey. «Se vuoi che questa cosa tra noi funzioni, allora devi lasciarmi i miei spazi. Non siamo... fidanzati o stronzate del genere.»
Arthur posò il controller con un tonfo sul tavolino. «Dovresti andare» disse, teso.
«Mi stai cacciando fuori di casa?»
«È casa mia, non tua. Fino a prova contraria, posso fare quello che mi pare.»
«Okay, questo è semplicemente ridicolo. Sei tu che mi hai chiesto di venire. Mi hai supplicato di non lasciarti da solo.»
«Non ti ho supplicato!»
«Non con le parole, forse, ma ti assicuro che è così.»
«Sei impossibile!» sbottò Arthur, scattando in piedi. «Sei solo un... un manipolatore! È sempre colpa degli altri! Mai una volta che sbagli tu!»
«Oh, io sarei un manipolatore? Non sono io che sto facendo la checca isterica.»
«Non darmi della checca» ringhiò Arthur.
«Perché? Sennò che fai?»
Gli occhi di Arthur s’illuminarono di blu.
«Ah, vuoi usare il tuo potere contro di me? Benissimo. Provaci pure. Vediamo chi è il più cazzuto. Ti avverto: ti ritroverai a piangere sul pavimento senza neanche bisogno di sfiorarti con un dito.»
«Sei uno stronzo.»
«E tu una ragazzina psicolabile.»
Arthur lo caricò. Fu così istintivo che riuscì a coglierlo impreparato. Si azzuffarono sul letto con la goffaggine tipica dei bambini. Bailey schiacciò Arthur contro il materasso, trattenendolo per i polsi.
«Hai provato a colpirmi in faccia. In faccia, Arti.»
«Lasciami!»
Lui provò a divincolarsi, senza grossi risultati.
«Oh, col cazzo. Non ci muoveremo da qui finché non mi porgerai le tue più sentite scuse. Passeremo tutta la notte così, se necessario.»
«Sei tu quello che deve scusarsi!»
Arthur lasciò ricadere la testa, ansimando, l’espressione furiosa.
Bailey si chinò su di lui. «Non sono stato io il primo a insultare.» Scosse la testa. «Volevo un bacio. Solo questo. E tu l’hai trasformato in un fottuto dramma.»
Arthur si sporse, premendo con forza le labbra contro le sue. «Soddisfatto? E ora togliti.»
Si fissarono. Poi Bailey lo baciò di nuovo, lentamente, cercando la sua lingua. Percepì il suo bisogno sotto la rabbia, e usò il suo potere per alimentarlo.
«Vaffanculo» mormorò Arthur, la voce che s’incrinava.
«Ah-ha. Come ti pare» disse sottovoce Bailey sulle sue labbra.
Non appena lo lasciò, Arthur si avvinghiò a lui. Si strusciarono l’uno contro l’altro, i respiri affannati, le mani che rovistavano sotto i vestiti, avide, possessive. Bailey sussultò quando gli sfiorò il fianco dolorante.
«Scusa» ansimò in fretta Arthur.
Fece per togliere la mano, ma Bailey lo fermò. «Non fa niente. Tranquillo.» Gli mordicchiò la mascella. «Che ne dici di una tregua? Magari potremmo farci una sega a vicenda. Sai, come fanno i maschi negli spogliatoi dopo le partite per scaricare la tensione...»
«Non ha senso. Dovrebbero farlo prima.»
«Chi cazzo se ne frega, Arti. Rispondi alla domanda e basta.»
«La tua non è stata una domanda, ma una proposta.»
«Stai uccidendo tutto il mood.»
«Va bene» mugugnò Arthur.
Ripresero a baciarsi. Bailey cominciò a scendere, fermandosi all’altezza della cintura. Ci smanettò con calma, prendendo tempo senza volerlo dare a vedere. Non sapeva bene come comportarsi — con le ragazze era sempre stato facile, quasi automatico, ma con Arthur era diverso.
La cintura cedette. Bailey gli abbassò i jeans, rivelando le gambe affusolate, la pelle liscia. Si ritrovò a fissare i suoi boxer, deglutendo.
«Se non vuoi...» disse Arthur, incerto.
«No, sto… riflettendo. Lasciami fare.»
Glieli sfilò.
«Okay» ripeté, evitando di guardare direttamente. «Ora ti toccherò. Dimmi se ti faccio male.»
Prese ad accarezzarlo con cautela. Arthur s’irrigidì all’istante.
«Va bene così?»
Un cenno della testa. Era senz’altro un’esperienza singolare, toccare qualcosa che non fosse il proprio corpo, ma non era il momento di starci a pensare troppo. Quasi per istinto, Bailey usò il suo potere per scandagliare le emozioni di Arthur — e fu investito da tutto ciò che stava provando, un groviglio caldo e confuso di sensazioni. Si aggrappò al suo piacere come a una corda, lasciando che lo infettasse dall’interno. Era come farsi toccare senza che nessuno lo stesse sfiorando, un’eco che si amplificava ad ogni movimento. Bailey si ritrovò a sospirare, i gesti che si facevano più sicuri.
«Lo senti?» chiese Arthur con voce tremula.
«Sì… è piacevole.»
Si chiese come sarebbe stato il sesso vero, se già quello riusciva a fargli girare la testa. Arthur chiuse gli occhi, la bocca socchiusa. C’era un che di sensuale nella sua espressione — involontario, per questo ancora più efficace. Bailey si rovistò nei pantaloni, stuzzicando la propria erezione.
«Cazzo.» Gli sfuggì un sorriso confuso. «Non è affatto male.»
Man mano che il piacere cresceva, i loro respiri si spezzavano, i corpi si tendevano. All’improvviso Arthur lo fermò. A Bailey bastò guardarlo per capire. Si chinò a baciarlo.
«Sicuro?»
Lui annuì. Bailey lo fece girare e si tolse i jeans.
«Immagino che tu non abbia del lubrificante.»
«No…»
«Oh, beh. Faremo alla vecchia maniera.»
Lo preparò come poté, poi si posizionò dietro di lui. Arthur era di nuovo rigido. Bailey gli accarezzò la schiena con lentezza, su e giù, finché non lo sentì cedere un poco.
«Ci fermiamo quando vuoi.»
Ci vollero diversi tentativi. Alla fine riuscì a entrare, strappando ad Arthur un gemito strozzato. Era stretto — molto più di quanto si aspettasse. Bailey rimase immobile, lasciandogli il tempo di abituarsi, e tentò una piccola spinta. Arthur urlò. Il dolore gli rimbalzò dentro come se fosse suo.
«Vuoi che mi tolga?»
«N-no…»
Era strano — tutto si mescolava, dentro e fuori. Bailey non riusciva più a capire dove finiva uno e iniziava l’altro. Gli ansiti si fecero più liberi, le spinte più incalzanti. Erano entrambi al limite. La casa sembrò prendere vita: gli apparecchi elettronici impazzirono tutti insieme, la tv si accese da sola trasmettendo un canale di cucina, il computer si avviò aprendo file a caso sul desktop, e da oltre il muro — forse dal bagno — arrivò un tonfo sordo.
«Oh, dio…» mugolò Arthur.
L’orgasmo li colse con violenza. La stanza si riempì dei loro gemiti, i corpi che si scuotevano senza controllo. Bailey si accasciò su di lui, il cuore che batteva all’impazzata.
«Merda» ridacchiò, ancora affannato. «È stato tipo… il miglior orgasmo della mia vita.»
«Dovrò cambiare le coperte…» bofonchiò Arthur.
«Dopo. Dammi dieci minuti. Voglio assolutamente rifarlo.»
Stavolta rise anche Arthur.
Annie si svegliò al suono della sveglia sentendosi come se fosse stata investita da un camion.
Aveva passato il pomeriggio e la sera del giorno prima a provare il suo nuovo potere. Chiusa in camera, concentrandosi fino a farsi venire il mal di testa, cercando di sentire di nuovo quella sensazione, quella consapevolezza.
Niente.
Aveva provato con l’acqua nel bicchiere sul comodino. Con il sangue nelle sue vene. Con qualsiasi cosa che contenesse liquidi.
Nulla.
Era come se il potere fosse svanito. Come se si fosse immaginata tutto.
Ma non era così. Bailey e Arthur erano vivi perché lei li aveva salvati.
Quindi perché non ci riusciva? Perché non funzionava più?
La frustrazione le bruciava sotto la pelle come acido. Finalmente aveva qualcosa e non riusciva nemmeno a usarlo.
Scese in cucina di pessimo umore. Sua madre provò a parlarle ma Annie la ignorò, uscendo di casa sbattendo la porta. Quando arrivò al centro, i gradini erano vuoti.
Annie aspettò cinque minuti. Poi dieci.
Irritata, entrò nell’edificio. L’ufficio di Brian era vuoto, la porta aperta. Borbottando imprecazioni, percorse il corridoio fino a trovarlo nella sala mensa, che beveva caffè guardando il telefono.
«Dove sono gli altri due idioti?» gli domandò scocciata.
Brian alzò appena lo sguardo. «Sono arrivati prima di te. Li ho già messi al lavoro. Pulizie dell’edificio. Corridoi, bagni, la solita merda.»
Annie girò per l’edificio. Controllò i bagni – vuoti. Le sale comuni – vuote. La cucina – vuota.
Stava per tornare da Brian per dirgli che si era bevuto il cervello quando notò qualcosa. In fondo a un corridoio poco illuminato, degli scopettoni erano appoggiati contro il muro. Accanto, due secchi di acqua sporca. Doveva essere uno sgabuzzino delle pulizie, a giudicare dalla targhetta. La porta era socchiusa.
Forse si erano presi una pausa. Annie la spalancò senza pensarci, paralizzandosi sulla soglia. Bailey era appoggiato allo scaffale dei detersivi, la testa reclinata all’indietro, gli occhi chiusi. Arthur era inginocchiato in mezzo alle sue gambe, intento a fargli un pompino — i movimenti lenti, quasi pigri.
Bailey riaprì gli occhi un istante. Li posò su Annie. Li richiuse. Li riaprì.
«Merda!» Si scostò di scatto da Arthur. «Non è come sembra! Arti stava solo... controllando che non avessi le piattole.»
«Il tuo uccello era nella sua bocca» replicò Annie, impassibile.
«Cosa? No, avrai visto male...»
Annie spostò lo sguardo su Arthur, che teneva la testa bassa, rosso fino alle orecchie, le mani strette l’una nell’altra.
«State insieme?»
«No» rispose Bailey secco. «È una specie di... amicizia con benefici.»
«La prossima volta chiudetevi dentro. Poteva esserci Brian al posto mio.»
«Cristo, sarebbe stato imbarazzante» ridacchiò Bailey.
«Lo è stato comunque, idiota.»
Annie uscì, afferrò lo scopettone e cominciò a passarlo con foga, come se il pavimento le avesse fatto qualcosa di personale.
«Ascolta» disse Bailey, uscendo dallo sgabuzzino e tirandosi su la cerniera dei jeans. «Non c’è bisogno di essere incazzata per...» Indicò vagamente dietro di sé. «Non cambia quello che provo per te.»
«Non me ne frega un cazzo. Non è per questo che sono incazzata.»
«E allora per cosa?»
«Il mio cazzo di potere. Non riesco a capire come farlo funzionare.»
«È solo questione di pratica...»
Annie non voleva sentirlo. «Vado di là» tagliò corto, e gli voltò le spalle prima che potesse aggiungere altro.
Bailey fischiò piano. «Meglio starle alla larga finché non si calma.»
Si voltò verso Arthur, che non aveva aperto bocca. Aveva ancora lo sguardo fisso sul pavimento, le spalle curve, ed emanava una tristezza pesante come piombo.
«Che hai?» indagò Bailey.
Arthur scrollò le spalle. «Niente.»
«Non ricominciare. Lo sento che sei giù.»
«Sto bene.»
«È per la figuraccia con Annie? Lei non ci giudicherà, lo sai.»
Arthur rimase in silenzio qualche secondo. Poi, sottovoce: «Rimettiamoci a pulire.»
E si allontanò verso i bagni del piano senza aspettare risposta. Bailey lo seguì, confuso. Lavorarono senza scambiarsi una parola per quasi mezz’ora. Bailey continuava a lanciare occhiate nella sua direzione, ma Arthur evitava accuratamente il suo sguardo, fingendosi assorto nello strofinare superfici già pulite.
Ad un certo punto Bailey si avvicinò da dietro e lo abbracciò, sentendolo irrigidirsi all’istante. «Che ne dici di riprendere da dove Annie ci ha interrotto?» sussurrò al suo orecchio.
Arthur tentò di sgusciare via. «Con la fortuna che abbiamo, ci beccheranno di nuovo. E stavolta sarà Brian.»
Bailey gli accarezzò il collo, poi lasciò che il suo potere scivolasse fuori — sottile, deliberato — proiettando la propria eccitazione su di lui.
Arthur chiuse gli occhi, rabbrividendo. «Dico sul serio» mormorò, ma non si mosse.
Bailey sogghignò contro la sua nuca. Lo spinse con il peso del corpo contro la parete del bagno, tagliandogli ogni via di fuga. Lo sentì cedere quasi subito — le spalle che si abbassavano, la resistenza che si scioglieva.
Gli abbassò i jeans. Si prese il tempo di toccarlo prima, studiandone le reazioni, finché lentamente non entrò. Arthur appoggiò la fronte alla parete, le mani che cercavano un appiglio su una superficie che non ne offriva nessuno. Bailey gli cinse i fianchi, tenendolo fermo, e per un po’ non ci fu altro che il suono dei loro respiri, sempre più corti, che riecheggiava nello spazio stretto del bagno.
Le emozioni di Arthur lo pressavano da ogni lato — confuse, calde, troppo piene per stare dentro un corpo solo. Bailey lasciò che il piacere di entrambi si alimentasse a vicenda, una corrente chiusa su sé stessa che non trovava sfogo. Lo strinse più forte, cercando la sua bocca alla cieca. Erano sul punto di cedere.
«Ti amo» sussurrò Arthur.
Bailey si fermò di colpo. Il cervello si spense e si riaccese, processando ciò che Arthur aveva appena detto.
Lui riaprì gli occhi, ancora annebbiati, il petto che si alzava e abbassava rapidamente. «Perché ti sei fermato?» chiese.
Bailey si staccò bruscamente, facendolo sussultare. «Io… cazzo» balbettò. «Mi sono appena ricordato che devo… fare una cosa. Una cosa importante. Molto importante. Scusa, Arti, ma devo proprio andare. Davvero. È urgente. Finisci tu. Ciao.»
E scappò. Letteralmente. Continuò a correre finché non fu fuori dall’edificio, nel cortile, l’aria fredda che gli riempiva i polmoni. Si appoggiò al muro, respirando pesantemente.
«Cazzo» sussurrò. «Cazzo cazzo cazzo.»
Non poteva restare lì. Riprese a camminare.
Annie raccolse impaziente le sue cose. La giornata era finalmente finita e non aveva più visto Bailey o Arthur.
Non che fosse dispiaciuta. Anzi. Le rodeva troppo il culo per preoccuparsi di cosa stessero facendo quei due.
Mentre si avviava verso l’uscita, Brian apparve da un altro corridoio, trascinando i piedi come al solito. «Ehi» la fermò. «Dov’è quello alto che parla troppo?»
Annie alzò un sopracciglio. «Bailey? Probabilmente è già fuori con Arthur. Il nerd» aggiunse, vedendo la sua espressione vacua.
«Sì, beh… vi credete furbi, eh?»
«Non direi.»
«Pensate di potermi fregare…»
«Nessuno sta cercando di fregarti.»
«… Ma non è così, chiaro?»
«Come vuoi» tagliò corto Annie. «Posso andare, ora?»
Brian strinse gli occhi, minaccioso. «L’unico motivo per cui ancora non vi ho denunciati» continuò, «è che in fondo mi fate pena. Ma state tirando troppo la corda.»
«Se non mi credi puoi sempre seguirmi e vedere con i tuoi occhi.»
Brian fece un gesto impaziente con la mano. «Non ho tempo da perdere con voi disgraziati.» e si allontanò borbottando qualcosa sugli scansafatiche del cazzo.
Il sole stava calando, tingendo il cielo di arancione sporco. Arthur era seduto sui gradini, le ginocchia tirate al petto, lo sguardo perso nel vuoto. Non si voltò nemmeno quando Annie uscì.
Lei si fermò, osservandolo per un momento. «Dov’è B.B.?»
Arthur non rispose. Aveva gli occhi gonfi, come se avesse pianto.
«Allora?»
Arthur tirò su col naso. «Non lo so.»
Annie soffocò un sospiro. «Alzati. Andiamo a berci qualcosa.»
Arthur si voltò verso di lei, smarrito. «Cosa?»
«Ho sete.»
«Io non bevo.»
«Ho detto berci qualcosa, non ubriacarci.» Annie si avviò. «Muovi il culo.»
Il pub era piccolo e discreto, nascosto in una strada laterale. Il tipo di posto dove nessuno faceva troppe domande. Annie ordinò al bancone una birra per sé, una cola per lui e dei panini e guidò Arthur verso un tavolo nell’angolo più buio, lontano dagli altri avventori.
Si sedettero. Arthur fissava il bicchiere come se contenesse le risposte dell’universo.
«Dai, racconta» lo incalzò Annie dopo un minuto.
Lui esitò. «Eravamo… nei bagni. E le cose sono… è… è successo di nuovo. E io…»
Si fermò di nuovo, arrossendo.
«Sei venuto troppo presto?» chiese Annie con noncuranza.
Arthur chiuse gli occhi. «Gli ho detto che lo amo» mormorò.
«Sul serio?» replicò beffarda Annie. «State insieme da quando? Un giorno?»
Arthur si afflosciò sulla sedia. «Non stiamo insieme» borbottò depresso.
«Perché cazzo l’hai fatto, Arti?»
«Non lo so... ero preso dal momento. Mi è... uscito così.»
«Che ci trovi di tanto interessante in lui? A parte il suo cazzo, intendo.»
Arthur arrossì ancora di più. «Non è... non è quello. Lui... sa essere dolce. Si concentra su di me quando... mi fa sentire... come se esistessi davvero. E... e le nostre emozioni si fondono, capisci? Non è solo... una cosa fisica. È come se... fossimo un’unica entità.»
Annie represse a fatica il bisogno di alzare gli occhi al cielo. «Se l’è data a gambe?»
Lui annuì appena.
«È normale che si sia spaventato. Non pensavo che l’avrei mai detto, però mi sento di dargli in parte ragione.»
«E come funziona?» scattò impaziente Arthur. «Devi lasciar passare un tot di tempo prima di dirlo? Come se fosse un reso? Non ne ho idea, Annie. Non ho mai avuto una relazione. In quegli stupidi film romantici bastano anche due ore e tutto va alla grande! E comunque avrebbe potuto comportarsi da persona matura, anziché…»
«È B.B.» ribatté Annie con un’alzata di spalle.
Arthur si morse il labbro, il viso che gli si accartocciava di nuovo. Annie si sporse sul tavolo, sforzandosi di usare un tono gentile – cosa che non le veniva naturale.
«Non è questa gran perdita.»
Gli occhi di Arthur tornarono a riempiersi di lacrime.
«Ma visto che ci tieni tanto, puoi provare a risolvere le cose» soggiunse Annie. «Digli... quello che provi. Se ha un briciolo di tatto, capirà. O ti mollerà con una scusa patetica. Una delle due.»
Una lacrima gli rigò la guancia. Annie gli passò il suo fazzoletto.
«Non è la fine del mondo. Il mare è pieno di pesci. Prova con le app di incontri.»
«Dovrebbe farmi sentire meglio?» annaspò lui.
«Non fare l’ingrato. Ti ho offerto la cena e dei consigli. Che vuoi di più?»
Il giorno dopo Annie arrivò al centro trovando Arthur già lì. Camminava avanti e indietro come un animale in gabbia, le mani che si aprivano e chiudevano.
«B.B. non c’è ancora» le disse.
«È in ritardo. Come al solito.»
«No.» Arthur scosse la testa. «Stavolta è diverso. Non verrà. Lo so che non verrà.»
Si sedettero sui gradini. Arthur controllava il telefono ogni trenta secondi, come se Bailey potesse materializzarsi sullo schermo.
Passarono dieci minuti. Poi venti. Mezz’ora.
«Te l’avevo detto» fece Arthur, la voce spenta. «Non viene.»
In quel momento Brian uscì dall’edificio, sbattendo la porta. «Dov’è quell’altro?» chiese, le braccia conserte.
«Non lo sappiamo» rispose Annie.
«Non lo sapete» ripeté Brian irritato. «Ovvio che non lo sapete. È la volta buona che faccio rapporto.»
Arthur guardò Annie, sbiancando.
«Tu e la piromane andrete a Hackney Marshes oggi. Qualcuno ha lasciato sacchetti di spazzatura ovunque.»
E si allontanò.
«Se segnalerà B.B. lo farà arrestare. Finirà in galera e sarà tutta colpa mia...» disse in fretta Arthur.
«Rilassati. Sono solo minacce a vuoto. Brian è troppo pigro per tutto quel lavoro di protocollare una segnalazione.»
Lavorarono senza parlare per tutta la mattina. Arthur era distratto, raccoglieva la spazzatura con movimenti automatici, lo sguardo perso nel vuoto.
A fine giornata, quando si sedettero su una panchina per riposare, Annie lo trovò che fissava il telefono. Gli occhi brillavano di quella luce blu innaturale.
«Che stai facendo?»
«Sto monitorando i dispositivi di Brian. Per capire se sta segnalando B.B.»
«E?»
«Finora non ha fatto niente. A parte guardare porno.»
Arthur fece una smorfia di disgusto.
«Potremmo ricattarlo. Tipo, minacciarlo di mandare la sua cronologia a tutti i suoi contatti se non ci lascia in pace.»
«Non lo farei mai.»
«Giusto. Dimenticavo che sei un santo.»
Arthur non ribatté. Poi disse piano: «Tu sai dove abita B.B.?»
Annie ci pensò. «Una volta ha accennato a Stratford. Ma non so di preciso dove. Perché?»
«Lo sto rintracciando. Il suo telefono... ecco. È acceso. Segnale debole ma c’è. Appartamento 2B, Carpenter Road, Stratford. È... è un quartiere brutto. Molto brutto.»
«Vuoi andare da lui?»
Arthur si alzò, raccogliendo lo zaino.
L’autobus attraversò Londra con lentezza esasperante. Arthur guardava fuori dal finestrino, le ginocchia che rimbalzavano.
Quando scesero a Stratford, il sole stava già calando. Il quartiere era esattamente come Arthur aveva detto – brutto. Palazzi di cemento scrostato, finestre rotte sigillate con assi di legno, graffiti ovunque. L’odore di urina e spazzatura marcia riempiva l’aria.
«È qui» disse Arthur, controllando il telefono.
Indicò un edificio particolarmente malandato in fondo alla strada. Giunti davanti al numero 2B, Arthur si fermò.
«Vuoi che venga su con te?»
Arthur scosse la testa. «Devo farlo da solo.»
«Ti aspetto qui.»
Arthur fece un respiro profondo. Poi salì i gradini verso la porta d’ingresso. Il numero civico era storto, appeso con un solo chiodo. La vernice era scrostata, rivelando strati di colori precedenti sotto. Come se nessuno si fosse mai preoccupato di fare le cose per bene.
Annie vide Arthur esitare, la mano alzata a mezz’aria, finché non si decise a bussare. Pochi secondi dopo la porta si aprì.
Per un attimo, Annie pensò che fosse Bailey, solo per rendersi conto che era troppo vecchio. L’uomo sulla soglia era la sua copia, solo con trent’anni in più. Stessi capelli bruni – anche se più radi, unti. Stessi occhi grigi – ma spenti, iniettati di sangue, circondati da rughe profonde. Stesso naso, stessa linea della mascella nascosta sotto una barba di tre giorni.
Indossava una canottiera sporca e jeans macchiati. Teneva una sigaretta tra le labbra, una nuvola di fumo che gli usciva dalla bocca mentre squadrava Arthur da capo a piedi.
«Sparisci, ragazzino. Non sono interessato» disse brusco, e fece per chiudere la porta.
«Aspetti!» esclamò Arthur. «Lei... lei è il padre di Bailey?»
La porta si bloccò a metà. Gli occhi dell’uomo si restrinsero, sospettosi. «Chi cazzo sei?»
Arthur deglutì a vuoto, intimidito. «Io... noi siamo amici di suo figlio. Amici del centro. Dei lavori sociali. Lo stiamo cercando. È... è importante.»
L’uomo aprì di nuovo la porta, appoggiandosi allo stipite. Tirò una boccata dalla sigaretta, espirando il fumo direttamente verso Arthur. «B.B. non c’è» disse. «È andato a fare una consegna per me. Ora levatevi dai coglioni.»
«E-ecco… dove?»
«Non sono cazzi tua.»
Annie salì gli ultimi gradini, fermandosi accanto ad Arthur. «Dov’è andato?» chiese con tono più duro.
Il padre di Bailey le lanciò un’occhiataccia. «Sparite» e gli chiuse la porta in faccia.
«Hai visto quanto gli somiglia?» disse Arthur, scosso. «Cioè, è tipo… identico. Solo… peggio.»
«Usa di nuovo il tuo potere.»
Arthur tirò fuori il telefono. Linee di codice scorsero sullo schermo. Triangolazione GPS. Segnali delle celle telefoniche. Il telefono di Bailey si muoveva – veloce, seguendo un percorso definito.
«È su un autobus» disse Arthur, gli occhi che seguivano una mappa che poteva vedere solo lui. «Linea 25. Diretto verso... est. C’è una fermata qui vicino. Se corriamo, possiamo seguirlo…»
«Diamoci una mossa.»
Corsero lungo la strada, schivando i pedoni, saltando pozzanghere di chissà cosa. Arrivarono alla fermata proprio mentre un autobus si fermava. Non era il 25, ma Arthur controllò velocemente il percorso.
«Questo va nella stessa direzione. Possiamo cambiare tra due fermate.»
Il bus era quasi vuoto – solo un paio di anziani e una donna con un passeggino. Si sedettero in fondo, Arthur che continuava a monitorare il telefono di Bailey.
«Dove sta andando?» chiese Annie.
«Non lo so. Verso i sobborghi. Credo… credo in direzione di Ilford.»
Il bus si fermò. Scesero, corsero verso la fermata successiva. Arthur controllò di nuovo la posizione di Bailey. «Ha rallentato» disse. «Penso stia camminando.»
«Dove?»
Arthur zoomò sulla mappa. «Manor Park. C’è... c’è un pub. Il Leone Rosso. Forse sta andando lì.»
Presero due autobus diversi. La luce stava svanendo, il cielo che passava dall’arancione al viola scuro. Le strade diventavano sempre più squallide, i palazzi più fatiscenti. Arrivarono a Manor Park che era quasi buio.
Arthur ricontrollò il telefono. «È fermo. Al pub. È entrato cinque minuti fa.»
Il Leone Rosso era esattamente il tipo di posto che ti aspetteresti – vetrine sporche, insegna al neon mezza rotta, l’odore di birra stantia che usciva anche dalla porta chiusa.
L’interno era buio, illuminato solo da luci soffuse. Le pareti erano coperte di adesivi di band metal e poster sbiaditi. La musica martellava dalle casse – chitarre distorte e urla gutturali che facevano vibrare i bicchieri sporchi sul bancone. Tutto era avvolto da una nuvola di fumo di sigaretta e sudore.
«Lo vedi?» chiese Arthur, alzando la voce per farsi sentire sopra la musica.
Annie scrutò la sala. Qualche tavolo occupato da uomini che bevevano. Un gruppo che giocava a freccette nell’angolo. Ma di Bailey nessuna traccia.
«No.»
«Ma il segnale dice che è qui. Forse... forse è nei bagni?»
Attraversarono il pub. Controllarono i bagni – una latrina disgustosa con orinatoi incrostati e un odore che faceva venire i conati. Vuoto.
«Proviamo sul retro» disse Annie.
Uscirono dalla porta laterale che dava su un vicolo stretto. Seguirono il muro, i loro passi che echeggiavano tra i mattoni.
Tutto a un tratto una sensazione la investì con la forza di un’auto in corsa. Annie si fermò, disorientata. Paura. Le attraversò il petto, le fece accelerare il cuore, le tolse il respiro.
Arthur si voltò verso di lei. «Lo senti?»
Annie annuì, incapace di parlare.
«B.B.» fece Arthur, appena udibile.
Si affrettarono verso il retro del pub. Il vicolo si apriva in uno spiazzo di cemento screpolato, illuminato male da una singola lampadina che pendeva sopra la porta posteriore.
Bailey era lì, circondato da cinque uomini che sembravano appena usciti di prigione. Due reggevano mazze da baseball. Uno aveva un coltello a serramanico, puntato alla sua gola.
«L’ultima roba che ci ha dato tuo padre faceva schifo» stava ringhiando l’uomo col coltello. Era grosso, con una cicatrice che gli attraversava la guancia. «Tagliata male. Metà dei miei clienti si sono lamentati.»
Bailey era bianco come un cencio. «Io non ne so un cazzo, okay? Sono solo qui per consegnare. Non posso farvi un prezzo di favore, non è roba mia...»
«È chiaro» L’uomo premette il coltello più forte, facendo apparire una piccola goccia di sangue. «che non hai ben chiara la situazione.»
Fu in quel momento che Bailey li notò. I suoi occhi si dilatarono, la bocca che si aprì in un’imprecazione silenziosa. L’uomo col coltello se ne accorse e si voltò, seguendo il suo sguardo.
«È meglio se girate al largo» disse con voce bassa, pericolosa. «Per il vostro bene.»
Arthur tremava visibilmente. «D-devi sentirti un pezzo grosso» balbettò, riuscendo a sorprendere perfino Annie. «A minacciare uno da solo, in cinque, con un coltello.»
L’uomo mollò Bailey con una spinta, facendolo barcollare contro il muro. Avanzò verso di loro, il coltello che ora puntava verso Arthur. «Che hai detto, moccioso del cazzo?» sibilò.
«Lasciateli andare!» Bailey si raddrizzò, la voce incrinata. «Potete prendervi la roba. Tutta. Basta che li lasciate andare!»
«Sta’ zitto.» L’uomo non si voltò nemmeno. Continuava a fissare Arthur, a due metri di distanza. «Tu, stronzetto. Ripeti quello che hai detto se hai coraggio.»
Annie sentiva il cuore martellarle in gola. Avvertiva la paura di Bailey, quella di Arthur, e la propria — intrecciate in un unico groviglio soffocante. Ma sotto c’era qualcos’altro. La stessa consapevolezza che aveva provato al parco, quando gli aveva salvato la vita.
Si sintonizzò sul corpo dell’uomo. Ogni singolo dettaglio. Il cuore in corsa. Il sangue che martellava nelle vene. I muscoli tesi come cavi d’acciaio. E le ossa — dure, compatte, che tenevano insieme tutto.
Annie focalizzò l’attenzione sulla mano che reggeva il coltello: metacarpi, falangi, fragili architetture che sostenevano la presa. Le visualizzò cedere.
Non una alla volta.
Tutte insieme.
Udì un suono orribile – un susseguirsi di crac. L’uomo urlò. Un urlo acuto, disumano, che echeggiò nel vicolo. Il coltello cadde a terra con un tintinnio metallico. L’uomo si portò la mano – quella mano che ora pendeva a un angolo impossibile, le dita piegate nelle direzioni sbagliate – al petto, il viso contorto dal dolore.
«CAZZO! CAZZO! LA MIA MANO!» gridò disperato, cadendo in ginocchio.
«Cristo, Phil, che ti succede?» esclamò uno dei compari, fiondandosi su di lui.
Erano tutti troppo scioccati per reagire. Era la loro occasione.
«VIA!» sbraitò Annie.
Scapparono. Trovarono rifugio nell’ennesimo vicolo buio, nascosti tra due cassonetti, col fiato corto. Bailey si appoggiò al muro, scivolando giù fino a sedersi sul cemento. Arthur si piegò in due, cercando di riprendere fiato. Annie rimase in piedi, fissandosi i palmi come se non li riconoscesse.
Aveva controllato il suo potere. Aveva frantumato le ossa di un uomo senza toccarlo.
«Che cazzo è successo?» rantolò Bailey.
Annie non rispose. Continuava a fissare le proprie mani. Sentiva ancora le ossa frantumarsi, il potere fluire attraverso di lei. Era terrificante. E bellissimo.
«Ma che ti dice la testa?!» l’aggredì Arthur.
«Dovevo lasciare che ti sfregiasse?» replicò secca Annie.
Arthur chiuse la bocca di scatto, per poi scuotere contrariato la testa.
«Guarirà» concluse Annie, anche se non era sicura.
Bailey si strinse i capelli con entrambe le mani. «Cristo, mio padre mi ammazzerà…» li guardò, furioso. «Che cazzo ci fate qui?»
«Prego, è stato un piacere» ribatté ironica Annie.
«Non avevo bisogno del vostro aiuto! Cristo santo, avete mandato tutto a puttane!»
«Sì, ho visto come avevi la situazione sotto controllo. Te la stavi facendo sotto.»
«Non avete idea del casino in cui mi avete messo!»
«B.B., non devi farlo!» disse con enfasi Arthur.
«Pensi che abbia scelta? Lo sai che succede quando si incazza.»
«Ti riempie di botte?» ipotizzò Annie.
«Cazzo, Arti, glielo hai detto?»
«Non ci vuole certo un genio per capirlo.»
«Non puoi tornare lì, in quella casa» insistette Arthur.
«E dove cazzo dovrei andare?»
«Puoi… non lo so… stare da me. O da Annie…»
«Non può stare da me.»
«B-beh, allora da me…»
Bailey strusciò i piedi, abbassando lo sguardo. «Va bene» fece, a mezza voce. «Magari solo qualche giorno. Giusto il tempo di dare a pà modo di sbollire…»
«Sì» disse sollevato Arthur.
«Meglio allontanarci da qui» suggerì Annie.
Ripresero a camminare, diretti verso la fermata più vicina.
«Comunque, si può sapere che cazzo hai fatto a Ratto?» chiese d’un tratto Bailey. «La sua mano era tipo…» fece un gesto plateale, accompagnandolo con una smorfia.
«Si chiama davvero Ratto?»
«È così che lo chiama pà.»
«Ho solo immaginato che le ossa della sua mano si disintegrassero.»
«Ci sei andata giù pesante.»
Annie tacque. Sapeva di aver esagerato ma non riusciva a sentirsi in colpa. «Ha funzionato.»
«Non dovremmo usare i nostri poteri per far del male alle persone!» tornò alla carica Arthur.
«Sì, abbiamo capito, Arti.»
«Sono serio, Annie. Se il tuo potere può…»
«Ancora non lo so cosa è in grado di fare.»
«Un motivo in più per non farti incazzare» osservò saggiamente Bailey.
Presero l’autobus per tornare verso il centro. Era quasi vuoto a quell’ora – solo persone che tornavano dal lavoro, gli occhi stanchi e persi nel vuoto.
Annie continuava a rivedere la scena. Avrebbe dovuto sentirsi male. Disgustata. Colpevole. Invece sentiva solo l’adrenalina. Lei. Annie Hawthorne, che non aveva mai fatto niente di speciale in vita sua, aveva ridotto un uomo armato a un ammasso piagnucolante sul terreno solo col pensiero.
«Sei eccitata» disse Bailey dall’altra parte del corridoio.
Annie scattò fuori dai suoi pensieri, voltandosi verso di lui. «Cosa?»
Bailey la stava fissando con un’espressione curiosa. «Sei eccitata. Lo sento.»
«Vaffanculo» disse Annie, tornando a guardare fuori.
«Non ci sto provando con te. Sto dicendo che sei eccitata per quello che hai fatto. A Ratto. Con il tuo potere.»
«E quindi?»
«Quindi è un po’ sadico» disse con calma Bailey. «Tipo, hai frantumato le ossa di un tizio e ti ha dato una scarica.»
«Qual è il problema? Ti ho salvato il culo o sbaglio?»
«Non ho detto che c’è un problema.»
«Allora perché ne parliamo?»
Sì, le era piaciuto. Le era piaciuto vedere quell’uomo – quel pezzo di merda che minacciava Bailey con un coltello – accasciarsi urlando.
E allora? Dov’era il problema? L’aveva salvati. Questo era quello che contava.
Raggiunsero la loro fermata che era buio ormai, i lampioni che si accendevano uno per uno lungo la strada.
«Io vado di qua» disse Annie, dirigendosi nella direzione opposta, senza aspettare risposta.
«Pensi che Annie si lascerà... corrompere dal suo potere?» chiese preoccupato Arthur, mentre la guardavano sparire dietro l’angolo.
«Cazzo, sì. Senza alcun dubbio. Ma che resti tra di noi. Non voglio che mi riduca a un budino.»
Holland Park era tranquilla a quell’ora. La casa di Arthur era immersa nel buio. Tutte le luci erano spente, nessuna macchina nel vialetto.
«I tuoi sono mai a casa?» commentò sarcastico Bailey.
Arthur aprì la porta con le chiavi. «No» ammise. «Ci vediamo di rado.»
Salirono le scale. Arthur accese la luce. «Questi dovrebbero andarti bene» disse, aprendo un cassetto e tirando fuori dei vestiti. «Se hai fame c’è della roba nel frigo. Puoi scaldarla nel microonde. Io credo che mi metterò a letto. Sono esausto.»
«Non importa. Anch’io sono stanco.»
Si cambiarono velocemente, dandosi le spalle.
«Puoi dormire... puoi dormire nel letto. Con me. Se vuoi. O posso prendere delle coperte...»
«Va bene il letto.»
Si infilarono sotto le coperte, mantenendo uno spazio prudente tra loro.
«B.B.?» disse Arthur nel buio.
Lui non diede cenno di averlo sentito.
Arthur prese fiato. «Quello che ho detto quando stavamo... non intendevo... ho sbagliato. Scusa.»
Doveva dargli una via d’uscita. Lasciarlo andare, se era ciò che voleva, anche se il solo pensiero lo faceva stare male.
Il respiro di Bailey era regolare, uniforme. Forse stava già dormendo. O forse fingeva.
Arthur si voltò dall’altra parte, chiudendo gli occhi con forza.
La prima cosa che percepì fu il calore. Poi il profumo — qualcosa di pulito, di fresco.
Aprì gli occhi. Arthur era accoccolato dal suo lato del letto, dandogli le spalle. Dormiva profondamente, il respiro leggero e regolare.
Bailey rimase a fissarlo. Avrebbe voluto rispondergli la sera prima. Avrebbe voluto dire qualcosa — cazzo, qualsiasi cosa. Ma non c’era riuscito. Si strinse più vicino, lasciando che i loro corpi si intrecciassero completamente. Arthur sospirò nel sonno, come se sentisse la sua presenza e ne fosse confortato senza nemmeno saperlo.
La mente di Bailey scivolò sui bagni del centro. Su Arthur che si scuoteva sotto di lui. Sul suono della sua voce quando aveva detto quella frase.
Il suo corpo reagì prima che potesse fermarlo. Allungò la mano, infilandogliela nei pantaloni.
La testa di Arthur ebbe un piccolo scatto. Si mosse, socchiuse gli occhi. «B.B.?» borbottò, la voce impastata di sonno.
Bailey lo zittì con un bacio prima che potesse aggiungere altro. Non voleva parlare. Le parole rovinavano sempre tutto. Avvertì la sua reticenza — quella piccola resistenza sonnolenta — e la schiacciò, usando il proprio potere. Il desiderio di entrambi divampò insieme, indistinguibile.
Arthur gemette nella sua bocca. Bailey lo fece girare dolcemente sulla schiena e si posizionò su di lui, cercando i suoi occhi per un istante. Quando scivolò dentro di lui, Arthur serrò gli occhi, la bocca che si apriva in un lamento silenzioso.
Si mosse con calma all’inizio, studiando la sua espressione che cambiava, si scioglieva, si perdeva.
«Oh, cazzo...» pigolò Arthur a un certo punto, gli occhi che si schiudevano per un istante — lo sguardo remoto, con quella sfumatura di blu che brillava nell’iride quando il suo potere sfuggiva al controllo.
Bailey si abbassò a baciarlo, profondo e disordinato, mentre raggiungevano l’orgasmo insieme. Da qualche parte in casa una lampadina scoppiò, la sveglia sul comodino cominciò a suonare da sola, gli schermi impazzirono.
Poi il silenzio. Solo i loro respiri pesanti, i corpi immobili.
Bailey si ritrasse, rotolando di fianco.
«Ho fame.»
Arthur lo seguì con lo sguardo, ancora disfatto. «Ti posso preparare delle uova, se vuoi.»
«Va bene.» Bailey si alzò, recuperando i pantaloni dal pavimento. «Basta che mangiamo qualcosa.»
E andò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
La cucina era enorme. Tutta marmo bianco e acciaio inossidabile, con elettrodomestici di ultima generazione. Troppo pulita. Troppo perfetta, come tutto il resto.
Bailey era seduto al tavolo – un blocco massiccio di legno scuro che poteva ospitare facilmente dodici persone – e guardava Arthur muoversi ai fornelli.
«Come le preferisci?» chiese lui con noncuranza, senza voltarsi.
«Cosa?»
«Le uova. Strapazzate? All’occhio di bue? In camicia?»
«Strapazzate vanno bene.»
Arthur versò le uova in una padella dove il burro già sfrigolava, il cucchiaio di legno che raschiava delicatamente il fondo. Le sue spalle erano tese, la linea della schiena troppo dritta.
«Arti…»
«Mmh?»
Bailey si grattò la testa. «Questa cosa tra noi.» Fece un gesto vago tra loro due. «Possiamo continuare a… beh, hai capito. Se ti va. Ma finisce lì.»
Arthur continuò a mescolare le uova con attenzione eccessiva. «Va bene» disse, con quel tono disinvolto. «Certo. Nessun problema.»
Bailey sentì la sua tristezza. Gli pesava sul petto insieme al senso di colpa, schiacciandolo.
Annie si stiracchiò, le braccia sopra la testa, la schiena che scricchiolava piacevolmente. Un sorriso le attraversò il viso.
Per la prima volta dopo... quanto? Settimane? Mesi? Anni? Era felice.
Aveva un potere. Finalmente.
E funzionava. L’aveva usato. Aveva salvato Bailey e Arthur. Di nuovo. Aveva preso il controllo della situazione. Di nuovo.
Si alzò dal letto con energia rinnovata, si vestì velocemente – jeans puliti, una maglietta che non aveva macchie – e scese le scale quasi saltellando.
Sua madre era in cucina, davanti ai fornelli, che preparava la colazione come ogni mattina. Toast, uova, tè. La solita routine.
Annie si sedette al tavolo con un tonfo. «Ho una gran fame.»
Sua madre si voltò lentamente, come se avesse appena sentito parlare un fantasma. La guardò con occhi spalancati, la spatola ancora in mano a mezz’aria.
Suo padre abbassò il giornale che stava leggendo – qualche pubblicazione della chiesa, probabilmente – e alzò appena un sopracciglio, lo sguardo che si posava su Annie con sospetto cauto.
«Tu... hai fame?» chiese sua madre, incerta.
«Sì.»
I suoi genitori si scambiarono uno sguardo.
«Cosa... cosa vuoi mangiare?» chiese sua madre, come se temesse la risposta.
«Pancetta» disse Annie allegra. «Tanta pancetta. E uova. E toast. E magari anche...»
«Pancetta» ripeté sua madre, ancora scioccata. «Certo. Ti faccio la pancetta.»
Iniziò a cucinare, lanciando occasionalmente occhiate nervose verso Annie, come se si aspettasse che da un momento all’altro la figlia tornasse normale – cioè incazzata e silenziosa.
Suo padre tornò al giornale, ma Annie poteva vedere che non stava davvero leggendo. Gli occhi si muovevano sopra le righe senza processare le parole.
La TV in soggiorno era accesa, come sempre al mattino. Notizie locali che borbottavano in sottofondo – traffico, meteo, criminalità.
«... dodici corpi sono stati trovati questa mattina in un capannone abbandonato a Newham» stava dicendo la giornalista, la voce professionale. «La polizia sospetta una sparatoria tra gang rivali, anche se le circostanze delle morti sono ancora poco chiare...»
Annie addentò il toast che sua madre le aveva messo davanti, masticando distrattamente.
«... tra le vittime è stato identificato Marcus Webb, il fuggitivo ricercato per l’omicidio di quattro agenti di polizia. Le autorità stanno investigando se la sua morte sia collegata alle sue attività criminali pregresse...»
Annie si bloccò, il toast a metà strada verso la bocca. Si voltò verso la TV. Sullo schermo apparve la foto segnaletica dell’uomo – lo stesso che aveva usato il suo potere per soffocare Bailey e Arthur nel parco.
«... Alcuni dei corpi presentano ferite che la polizia descrive come “inusuali”. Non sono stati rilasciati ulteriori dettagli...»
«Annie?» La voce di sua madre la fece trasalire. «Vuoi il burro sul toast?»
Annie distolse lo sguardo dalla TV. «Cosa? Sì. Sì, grazie.»
Sua madre spalmò il burro con cura eccessiva, ancora lanciando quelle occhiate furtive. Annie tornò alla sua pancetta. Per ora, aveva fame. E per la prima volta da molto tempo, si sentiva bene.
Il resto poteva aspettare.
Salì sull’autobus diretto al centro, trovando un posto vicino al finestrino. Era ancora presto – le strade erano piene di gente che andava al lavoro, il traffico già congestionato.
Si sedette, appoggiando la testa contro il vetro freddo. La mente tornò alla sera prima. A Ratto. Alla sua mano che si frantumava.
Doveva provarci di nuovo. Capire cosa poteva fare. Fino a che punto arrivava.
L’autobus si fermò a un semaforo. Annie guardò fuori. Di fronte c’era un negozio di abbigliamento – vetrina grande, piena di manichini vestiti con abiti primaverili. Il vetro brillava sotto il sole mattutino.
Annie si concentrò su di esso, desiderando che si crepasse, aspettando.
Niente.
Il semaforo stava per cambiare. Annie sentì la frustrazione montare. Perché non funzionava? Perché ora... Respirò profondamente per calmarsi. Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì.
Si concentrò di nuovo. Questa volta fu diverso. Sentì quella sensazione – quella consapevolezza. Come se potesse percepire ogni singola molecola che componeva il vetro.
Non erano statiche. Vibravano. Leggerissime vibrazioni, come corde di uno strumento tese al punto di rottura. Annie immaginò di tirarle. Di farle vibrare più forte. Sempre più forte finché...
Una piccola crepa apparve sulla vetrina. Sottile come un capello, che si ramificava dal centro verso l’esterno come un fulmine congelato.
L’autobus ripartì. Annie rimase incollata al finestrino, guardando indietro mentre il negozio scompariva alla vista. Un sorriso enorme le si sparse sul viso.
L’aveva fatto. Di nuovo. Volontariamente.
L’adrenalina ricominciò a pomparle nelle vene. Doveva provare ancora. Qualcos’altro. Qualcosa di più vicino. I suoi occhi si mossero nell’autobus, cercando. Si fermarono su una signora anziana seduta qualche fila avanti. Cappotto beige, capelli grigi, borsetta sul grembo. Ai suoi piedi, una pesante borsa della spesa di plastica – piena di scatole, barattoli, frutta.
Annie fissò la borsa. Di nuovo quella sensazione. Le molecole della plastica – più complesse del vetro, più flessibili.
La borsa si squarciò con un suono soddisfacente. Il contenuto si rovesciò sull’autobus – arance che rotolavano lungo il corridoio, barattoli che tintinnavano sul pavimento, una scatola di cereali che si apriva spargendo fiocchi ovunque.
«Oh no!» esclamò la signora, portandosi una mano al petto.
Le persone intorno iniziarono ad aiutarla – qualcuno raccolse le arance, qualcun altro inseguì un barattolo che rotolava verso il fondo dell’autobus.
Annie ridacchiò. Non riusciva a smettere. Era come avere un prurito che finalmente poteva grattare. Come scoprire un giocattolo nuovo e non poter resistere a provarlo ancora e ancora.
«Signorina, può passarmi quella?» disse un uomo, indicando un’arancia che era rotolata vicino ai piedi di Annie.
«Certo» disse Annie, la voce strozzata dalla risata trattenuta.
L’autobus arrivò alla sua fermata. Annie scese, ancora sorridendo, lasciando dietro di sé il caos della spesa rovesciata e una signora anziana che borbottava qualcosa sulla qualità pessima delle borse di plastica di oggi.
Mentre camminava verso il centro, Annie non riusciva a smettere di guardare le cose intorno a lei con occhi nuovi.
Quel lampione. Poteva piegarlo?
Quella macchina parcheggiata. Poteva accartocciarla?
Quel piccione sul marciapiede. Poteva...
No. Non gli animali. Quello sarebbe stato troppo.
Giusto?
Annie scosse la testa, scacciando il pensiero. Ma il sorriso rimase sul suo viso mentre saliva i gradini del centro.
Aveva un potere. E stava iniziando a capire quanto fosse grande.
Sentì lo sbattere di una portiera. Non ci fece nemmeno caso, ancora persa nei suoi pensieri.
«Ehi, tu!»
La voce era dura, incazzata. Annie si voltò. Il padre di Bailey stava camminando verso di lei con passo minaccioso. Stessa canottiera sporca di ieri, stessi jeans macchiati. Gli occhi iniettati di sangue, la mascella serrata. Puzzava di alcol anche da quella distanza.
Annie si bloccò sui gradini. Prima che potesse chiedersi cosa ci facesse lì, l’uomo le fu addosso.
«Dov’è quello stronzetto di mio figlio?»
«Non ne ho idea» rispose lei con freddezza.
L’uomo si avvicinò ancora, invadendo il suo spazio personale. Annie dovette inclinarsi leggermente all’indietro per non sentire il suo alito fetido sulla faccia.
«Non prendermi per il culo, ragazzina» sibilò. «Dov’è?»
Annie lo fissò intensamente. Iniziò a percepire la sua pelle. Le cellule che la componevano, strato dopo strato. E sotto – muscoli, tendini, ossa. Tutto così fragile. Così facile da...
«Pà?»
Entrambi si voltarono. Bailey e Arthur erano fermi in fondo ai gradini, gli zaini in spalla.
«Che ci fai qui?» chiese Bailey, la voce ridotta a un filo.
L’attenzione del padre si spostò completamente su di lui. «Sali in macchina.»
Non era una richiesta. Era un ordine.
Bailey abbassò lo sguardo.
«Sei diventato sordo?» ringhiò suo padre, sovrastandolo. «Ti ho detto di salire!»
«No.»
La parola uscì debole, appena udibile. Ma era lì. Il padre di Bailey si impietrì. Per un momento sembrò sul punto di esplodere. La mano si chiuse a pugno.
«Buongiorno.»
Brian era apparso dall’ingresso del centro. «Desidera?» chiese in tono stranamente educato, rivolgendosi al padre di Bailey.
Lui si voltò. «Sono venuto a prendere mio figlio.» Poi tornò a guardare Bailey. «Sali in macchina. Ora.»
«Lei dev’essere il signor Burns, allora» insistette con calma Brian, lasciando Annie sconvolta: non credeva che conoscesse i loro cognomi.
Non li aveva mai chiamati nemmeno per nome.
«Già» rispose il padre di Bailey, senza distogliere lo sguardo dal figlio. «C’è un’emergenza familiare. Mio figlio deve venire con me.»
«Mi dispiace, ma il ragazzo non può andarsene.»
Il padre di Bailey lo fulminò. «Cosa?»
«Deve completare le sue ore. Come sicuramente saprà.»
Il padre di Bailey lo fissò, arcigno. «È sordo? Le ho detto che è un’emergenza familiare.»
«Se salta i suoi doveri, finirà in galera. Sono sicuro che lei non vuole questo per suo figlio.»
Si guardarono per un lungo momento. Sembravano due cowboy che si fronteggiavano, come nei film. Annie si aspettava di vederli sfoderare delle pistole da un secondo all’altro.
Alla fine, il padre di Bailey sputò per terra, voltandosi verso il figlio con uno sguardo che non prometteva nulla di buono. «Ci vediamo dopo. A casa» disse con voce carica di rabbia, prima di allontanarsi con passi pesanti verso la macchina.
Salì, sbattendo la portiera, e sgommò via lasciando strisce di gomma sull’asfalto.
«Oggi Clissold Park. Il solito casino – spazzatura, merda di cane, gente che lascia roba ovunque. Rimboccatevi le maniche» disse Brian, tornando ad assumere la solita aria annoiata.
E se ne andò.
Bailey fissò il punto dov’era sparito, a bocca aperta. «L’avete visto anche voi o è stata un’allucinazione?» disse alla fine.
«Giurerei che abbia preso le tue difese» osservò confuso Arthur. «Ma, voglio dire... stiamo parlando di Brian.»
«Forse non è così stronzo, dopotutto.»
Annie scese i gradini. «Siete arrivati appena in tempo. Stavo per dargli una lezione.»
«Che vuoi dire?» scattò Bailey. «Volevi usare il tuo potere su di lui?»
«Era a mezzo secondo dal molestarmi. Cosa avrei dovuto fare? Chiedergli gentilmente di smettere?»
La mascella di Bailey si serrò. «Anche se è un pezzo di merda, resta pur sempre mio padre. L’unica famiglia che mi resta.»
Annie trattenne una risata. «Non dovresti fare tanto il sentimentale nei confronti di un uomo che si diverte ad ammazzarti di botte.»
«Tu non capisci. È complicato. Non puoi solo...»
«Non è complicato» lo interruppe Annie, caustica. «È un bastardo violento che...»
«Ragazzi» intervenne Arthur, cercando di riportare la calma. «Se non ci muoviamo Brian si arrabbierà. E dopo che ci ha aiutato, sarebbe il minimo...»
«Non ho bisogno di essere salvato» bofonchiò risentito Bailey.
«Tu dici?» ribatté sarcastica Annie.
«Finitela» disse Arthur con più fermezza. «Sul serio. Andiamo.»
Clissold Park era un disastro come sempre. Spazzatura sparsa ovunque, sacchetti strappati che rovesciavano il contenuto sull’erba, bottiglie di birra vuote sotto le panchine.
Anziché lavorare, Annie continuava a testare la sua abilità. Fissò un sacco dell’immondizia nero e gonfio appoggiato vicino a un cestino stracolmo. Fantasticò che fosse la testa del padre di Bailey. Il sacco esplose con un POP soddisfacente. Spazzatura schizzò in ogni direzione – lattine vuote, cartoni di pizza unti, qualcosa che puzzava di pesce marcio.
Bailey e Arthur si voltarono di scatto.
«Ottimo» disse seccato Bailey. «Altro lavoro.»
Annie sorrise tra sé. Funzionava sempre meglio. Il suo sguardo si spostò su una panchina vicina. Era vecchia, ammaccata, la vernice verde scrostata. Uno dei listelli di legno era già mezzo rotto.
Annie si focalizzò sul legno – le fibre, i nodi, le piccole crepe già presenti. Trovò i punti deboli e spinse. Sempre più forte. Il listello si spezzò completamente, cadendo a terra con un tonfo. Poi un altro. E un altro ancora. Finché la panchina non collassò su sé stessa come un castello di carte.
«Annie.»
Arthur era accanto a lei, le mani strette sullo scopettone. Aveva l’aria preoccupata.
«Che c’è?»
«Devi smetterla. Ora che stai capendo come funziona il tuo potere... non devi abusarne.»
«Questo discorso dovresti farlo a B.B., non a me.»
«È diverso. Lui non fa del male a nessuno...»
«Se speri che fargli da zerbino ti aiuterà ad accaparrarti il suo affetto, ti dico subito che è una battaglia persa.»
Arthur arretrò, come se l’avesse schiaffeggiato. Si allontanò con passi veloci, le spalle rigide. Annie lo guardò andare senza rimpianti. Aveva solo detto la verità. Non era colpa sua se faceva male.
Tornò al suo allenamento. I suoi occhi vagarono, fino a fermarsi su un lampione. Proiettò il suo potere. Il lampione gemette. Iniziò a inclinarsi, millimetro per millimetro, come plastilina.
Finita la giornata, raccolsero le loro cose senza dire nulla. Annie era già nel corridoio quando sentì la voce di Bailey chiamarla.
«Che vuoi?» chiese brusca.
«Posso venire a dormire da te?»
«Cosa?»
Bailey si avvicinò, abbassando la voce. «Senti, lo so che abbiamo scazzato, ma non posso stare da Arti.»
«Non me ne frega un cazzo. Arrangiati.»
«Su, non farti pregare…»
Lei fece per andarsene, ma Bailey le sbarrò la strada.
«Annie, ti prego. Sono serio. Finirò di nuovo per farci sesso per pietà. E non voglio. Non fare la stronza. Almeno per cinque minuti.»
Annie adocchiò Arthur, che veniva verso di loro, più depresso del solito. Per colpa sua. «Va bene. Ma per una notte sola. E dormi per terra» disse tra i denti.
«Sapevo di poter contare su di te.» Bailey alzò la voce: «Come, Annie? Vuoi che venga a stare da te per farti perdonare come ti sei comportata oggi?»
Annie sbatté le ciglia, confusa.
«Noo, non devi! È acqua passata, l’ho già dimenticato!»
«Che cazzo…»
«Ma visto che insisti tanto, verrò a stare da te. Chissà, magari troveremo un modo per fare la pace… sentito, Arti? Stasera resto da Annie! Meglio andare» disse Bailey, trascinandola via.
Quando furono abbastanza lontani, Annie se ne uscì con un secco: «Sei veramente un coglione.»
«Non avevo scelta» ribatté Bailey stizzito. «Almeno così penserà che ci sia qualcosa tra noi e non che lo sto evitando.»
«Lo sa già, idiota.»
Una volta davanti alla porta di casa sua, Annie guardò minacciosa verso Bailey. «Ascoltami bene. Non dire una parola. Lascia parlare me.»
«Certo» disse Bailey con un sorriso innocente.
Annie aprì la porta. Sua madre apparve dal soggiorno, asciugandosi le mani su un grembiule. «Tesoro, sei tornata…» Ma si ghiacciò vedendo Bailey.
Lui le sorrise. Quel sorriso enorme che doveva reputare seducente nella sua testa. Si fece avanti con la mano tesa. «Buonasera, signora! Sono Bailey Burns. Mi chiami pure B.B.! È un vero piacere conoscerla.» Le strinse la mano con entusiasmo, pompandola su e giù. «Annie mi ha parlato tantissimo di lei!»
La madre di Annie era troppo scioccata per rispondere. Suo padre sbucò dalla cucina, il giornale ancora in mano. I suoi occhi si restrinsero pericolosamente.
«E lei dev’essere il signor Hawthorne!» Bailey mollò la mano della madre e si lanciò su quella del padre, stringendola con la stessa energia. «Che piacere! Annie ha i suoi occhi, sa?»
Annie voleva strozzarlo. Magari usando il suo potere.
Dopo un momento di smarrimento, sua madre recuperò l’uso della parola. «Tu… tu sei un amico di Annie?»
Bailey rise. «Siamo molto più che amici! Quasi fratelli. Ma non proprio fratelli, perché sennò sarebbe strano vista l’evidente tensione sessuale che c’è tra noi!»
«C-cosa?» fece scandalizzata sua madre.
Ma Bailey era già oltre, annusando l’aria. «Che profumo! Che state cucinando?»
«È… è l’arrosto.»
«Arrosto! Adoro l’arrosto!» Bailey si diresse verso la cucina come se fosse casa sua. «Posso aiutarla a preparare? Sono un mago ai fornelli!»
La cena fu un disastro.
Bailey era l’unico che sembrava felice di trovarsi lì. Continuava a chiacchierare, sorridere, fare complimenti sul cibo, sulla casa, sul grembiule della madre di Annie.
I suoi genitori sedevano in un silenzio mortale. Sua madre era ancora disorientata, continuando a guardare Bailey come se non capisse se fosse reale. Il padre era livido di rabbia, le mani strette sulle posate con tanta forza che le nocche erano bianche.
Bailey fece per addentare l’arrosto.
«Aspetta!» disse la madre di Annie, alzando una mano. «Prima dobbiamo dire la preghiera.»
Bailey si fermò, la forchetta a mezz’aria. «Ooh, giusto. Voi credete in quella storia… Gesù e tutto il resto...»
Il padre di Annie rafforzò la presa sulle posate. Bailey posò la forchetta e unì le mani. La madre di Annie lo imitò, titubante. Lei rimase con le braccia incrociate.
«Padre nostro che sei nei cieli…» iniziò suo padre con voce tesa.
Bailey chinò la testa, ma le fece l’occhiolino, sorridendo. Appena la preghiera finì, si fiondò sul cibo con un entusiasmo quasi indecente. «Parlando di Gesù» gemette dopo il primo boccone. «Signora Hawthorne, questo arrosto è divino. Sul serio. Credo che Dio stesso lo approverebbe.»
Lei arrossì. «Oh, grazie… da quando tu e Annie vi conoscete?» aggiunse, cercando disperatamente di intavolare una conversazione normale.
«Da quando abbiamo iniziato i lavori sociali» rispose Bailey allegro. «Ma è come se fosse molto di più. Sento con sua figlia un legame particolare, capisce? Qualcosa di profondo.»
«E… la tua famiglia? I tuoi genitori?»
Bailey si asciugò la bocca col tovagliolo. «Mio padre fa il contabile per un’azienda importante. Mia madre… beh, lei è morta quando ero piccolo.»
Annie vide il volto di sua madre addolcirsi immediatamente. «Oh, tesoro. Mi dispiace tanto.»
«Non sia triste per me, signora Hawthorne. Papà non mi fa mancare niente. È un uomo meraviglioso.»
Bailey continuò a riempirli di storie inventate e complimenti. Era un imbonitore nato. Non appena i piatti furono vuoti e il silenzio tornò a calare, Annie decise che era il momento di affrontare la questione.
«B.B. dormirà con me.»
Suo padre lasciò cadere la forchetta sul piatto con un tintinnio metallico.
«Non preoccupatevi!» gongolò Bailey. «Lascerò Annie ver…»
«VAI SU IN CAMERA» gli ordinò lei.
Bailey non se lo fece ripetere. Si alzò, sorridendo. «Grazie per la meravigliosa serata, signori Hawthorne! Davvero, siete persone speciali. Annie è fortunata ad avervi.»
E sparì su per le scale.
«Quel ragazzo non dormirà con te» disse suo padre, gelido.
«Lo voglio meno di te» replicò disinteressata Annie. «Ma in un certo senso sono costretta.»
Sua madre perse colore. «Costretta? Annie, lui ti costringe a…»
«No» tagliò corto la ragazza. «Non hai capito un cazzo, come al solito.»
Si alzò e salì le scale, entrando in camera sua e sbattendo la porta.
Bailey era seduto sul suo letto, guardandosi attorno con curiosità. «Ora capisco perché ti viene così naturale menare le mani» disse, indicando i vari premi di taekwondo sulle mensole alle pareti che Annie aveva vinto da ragazzina. «È una roba di Kung-Fu? Come quelle nei film?»
Annie lo afferrò per il colletto della maglietta. «Ti avevo detto di tenere la bocca chiusa» ringhiò.
«Scusa, non ho resistito» sogghignò lui. «Vuoi scopare? Così magari ti aiuto a scaricare un po’ di questa energia repressa…»
Annie lo spinse via con forza. «Dormi per terra.»
«Va bene.» Bailey si lasciò scivolare sul tappeto. «Hai una coperta?»
Annie gli lanciò un cuscino. «Arrangiati.» Poi prese il suo pigiama dal cassetto. «Copriti gli occhi. E vedi di non sbirciare.»
Bailey obbedì. Annie si cambiò velocemente, infilandosi i pantaloni del pigiama e una maglietta larga.
«Cazzo… hai davvero un bel culo.»
Annie lo incenerì con lo sguardo. «Mettiti a dormire.»
Spense la luce. Il buio calò sulla stanza. Annie s’infilò sotto le coperte, girandosi verso il muro.
Il silenzio durò esattamente cinque minuti.
«È la prima volta che mangio a tavola con una famiglia normale. O quasi normale.»
«Dormi.»
«Tuo padre non sembra molto simpatico» continuò imperterrito Bailey. «È evidente che è geloso di me. Come dargli torto. Sono giovane, bello, con un futuro brillante davanti…»
«Sei solo un cazzone» ribatté Annie. «E non gli piaci perché pensa che tu voglia scoparmi.»
«Beh, è vero.»
Annie si rigirò nel letto, fissando la sagoma scura di Bailey sul pavimento. «Non c’era bisogno di mentire sui tuoi genitori. Tanto ti giudicheranno lo stesso.»
«Non ho mentito.»
«Tuo padre non è un contabile.»
«No, però mia madre è morta davvero quando ero piccolo. Si è suicidata gettandosi nel Tamigi. Hanno trovato il suo corpo due giorni dopo.»
«Se te lo stai inventando…»
«È la verità. Pà me l’ha detto quando avevo sette anni, durante una delle sue sbronze. Ha detto che era colpa mia. Che l’avevo fatta impazzire. Che se fossi stato un bambino migliore, sarebbe stata ancora viva.»
Qualcosa le si strinse nel petto. Cercò di reprimere l’emozione prima che Bailey potesse avvertirla. «Stai scomodo?» chiese, cercando di mantenere la voce neutra.
«Sì» ammise lui.
«Puoi dormire nel letto. Ma stai dalla tua parte. E se provi a toccarmi ti spezzo le dita.»
Bailey si alzò dal pavimento e s’infilò sotto le coperte. «Grazie» disse piano.
«Lo faccio solo perché non voglio sentirti lamentarti tutta la notte.»
Il silenzio tornò. Bailey si girò dall’altra parte e nel giro di pochi minuti il suo respiro si fece profondo, regolare. Si era addormentato – Annie poteva sentirlo, il suo cuore che rallentava, i muscoli che si rilassavano uno per uno, il corpo intero che scivolava nell’incoscienza con quella facilità irritante che aveva per tutto.
Si concentrò su quel battito. Forte, costante, sano, fissando il soffitto. Pensava alla madre di Bailey che si era gettata nel fiume. Ad Arthur solo nella sua camera, che probabilmente stava fissando il soffitto come lei, aspettando un messaggio che non sarebbe arrivato.
Annie chiuse gli occhi. Sotto le palpebre, sentiva ancora le vibrazioni: tutto intorno a lei pulsava di una fragilità che prima non vedeva, materia in attesa di cedere.
Riaprì gli occhi di colpo. C’era un peso caldo contro di lei.
Bailey era raggomitolato contro il suo fianco, la testa appoggiata sulla sua spalla, un braccio buttato attraverso la sua vita. Nel sonno sembrava molto più giovane, quasi innocente. Annie gli mollò una sberla in faccia.
«AHI!» Bailey si svegliò di scatto, massaggiandosi la guancia. «Che cazzo, Annie!»
«Ti avevo detto di restare dal tuo lato.»
«Stavo dormendo!» Si strofinò il viso, ancora mezzo addormentato. «Cristo, mi hai lasciato il segno?»
«Muoviti» disse Annie, alzandosi dal letto. «O faremo tardi.»
Si vestirono velocemente e scesero le scale, i passi pesanti sul legno scricchiolante. In cucina, i genitori di Annie erano seduti al tavolo. Ad aspettarli.
Suo padre aveva un’espressione severa, le mani incrociate davanti a sé. Sua madre gli occhi rossi, come se avesse pianto tutta la notte.
«Siediti» ordinò suo padre.
Annie obbedì, incrociando le braccia. Bailey rimase in piedi dietro di lei, a disagio.
Suo padre sollevò una mano. Nell’altra stringeva la Bibbia – quella vecchia, con la copertina di pelle consumata che portava sempre in chiesa.
«'Non commettere adulterio'» iniziò con voce solenne. «'Chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.' Matteo, capitolo cinque.»
Annie roteò gli occhi.
«'Fuggite la fornicazione'» continuò suo padre. «'Ogni peccato che l’uomo commetta è fuori del corpo; ma chi si dà alla fornicazione pecca contro il proprio corpo.' Corinzi, capitolo sei.»
Sua madre singhiozzò nell’angolo, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.
«Ne hai ancora per molto?»
«'Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adulteri...»
«BASTA!»
Annie sbatté le mani sul tavolo. Sentì la frustrazione montare, cercare uno sfogo.
Le due tazze di tè sul tavolo esplosero. Non gradualmente. Insieme. La ceramica si frantumò in mille pezzi, il tè che schizzò ovunque. Sua madre gridò, suo padre si limitò a sussultare, lasciando cadere la Bibbia sul tavolo. «Il... il diavolo» borbottò, facendosi il segno della croce. «È il diavolo che opera attraverso di lei...»
Annie guardò i cocci. Poi suo padre. Un’idea le balenò in testa – terribile, perfetta. «Non è il diavolo» disse lentamente. «È Dio.»
Suo padre si bloccò.
«Sono stata colpita da un fulmine» continuò Annie. «Mentre facevo i lavori sociali. Mi ha purificata. Mi ha liberata da tutti i miei peccati. E mi ha dato... un dono.»
«Un dono?» fece sua madre, stravolta.
«Come Gesù» disse Annie con falsa convinzione. «Ho dei poteri. Faccio miracoli.»
«Bugie» disse suo padre tra i denti. «Sono tutte...»
Annie si concentrò sulla tazza rotta di suo padre – quella che ancora aveva un po’ di tè marrone sul fondo. Sentì le molecole del liquido. Non era sicura se potesse farlo. Ma doveva provare. Il liquido iniziò a cambiare colore. Dal marrone al rosso scuro. L’odore cambiò – non più tè, ma qualcosa di più forte, più dolce.
Suo padre lo fissò, gli occhi sbarrati. Si alzò lentamente, scosso da un brivido. Prese la tazza e l’annusò. «È... è vino» disse con un filo di voce.
Sua madre scoppiò a piangere, portandosi le mani alla bocca. «Sei benedetta! Oh Annie, sei benedetta! Le mie preghiere! Tutte le mie preghiere sono state ascoltate!»
«Sei come Maria» disse suo padre, gli occhi che si illuminavano di quel fervore mistico. «Destinata a diventare la madre del nuovo Gesù.» Si voltò verso Bailey. «E tu sei Giuseppe! Il prescelto!»
«Chi?» disse Bailey, confuso.
«DOVETE UNIRVI IN MATRIMONIO! È il volere di Dio! Dovete procreare il salvatore!»
«No, aspetta...» iniziò Bailey.
«Giusto» lo interruppe Annie velocemente. Doveva uscire da lì prima che la situazione diventasse ancora più assurda. «Avete ragione. Io e B.B. torneremo più tardi. Dobbiamo... andare a pregare. In privato. Per capire il volere di Dio.»
«Sì!» esclamò suo padre, facendosi il segno della croce. «Andate! Pregate! Cercate la guida del Signore!»
Sua madre continuava a singhiozzare, biascicando qualcosa sugli angeli e la salvezza. Annie afferrò Bailey per il braccio e lo trascinò fuori.
Lui scoppiò a ridere. «I tuoi genitori» disse tra le risate, appoggiandosi a un muro. «Sono completamente sciroccati. Più di mio padre.»
«Lo so.»
«Hai trasformato il tè in vino!» Bailey continuava a ridere. «Come quel tipo, Gesù! E tuo padre pensa che io sia Giuseppe! Chi cazzo è Giuseppe?»
«Il marito di Maria. Nella Bibbia.»
«Oh.» Bailey si asciugò le lacrime. «Questo resterà per sempre il miglior risveglio della mia vita.»
Arrivati al centro, trovarono Arthur ad aspettarli sui gradini. Stava smanettando col cellulare.
«Arti!» Bailey gli si avvicinò con un ghigno largo. «Devi sentire questa. I genitori di Annie pensano che io sia un tipo di nome Giuseppe e che debba metterla incinta per farle sfornare il nuovo Gesù… non è fantastico?»
Lui sollevò lo sguardo, spaesato. «Cosa?»
«Lo so! Sono fuori di testa!»
«No, scusa… non ti stavo ascoltando. Che hanno fatto i genitori di Annie?»
Bailey assunse un’espressione offesa. Prima che potesse replicare, Arthur tornò a concentrarsi sul cellulare, sorridendo allo schermo. Era la prima volta, si rese conto Annie, da giorni.
«Che c’è di tanto divertente?» chiese imbronciato Bailey, sedendosi accanto a lui per sbirciare lo schermo.
«Oh, è solo… una cosa che mi ha detto Josh» rispose Arthur, senza staccare gli occhi dal telefono.
«Chi?» fece Bailey con una smorfia.
«L’ho conosciuto ieri sera. Tramite un’app.»
Annie inarcò un sopracciglio. «Aspetta… ti sei iscritto a un’app di incontri?»
«Funzionano davvero?» scattò Bailey. «Io colleziono solo ban. Una volta ho provato a iscrivermi coi documenti di mio padre per fregarmi un mese di premium, solo per scoprire che è già iscritto a metà delle app in circolazione! Vi rendete conto?»
Sia Annie che Arthur lo ignorarono.
«Questa l’ho creata io» spiegò Arthur. «Così, per gioco… sta riscuotendo molto successo, però. In poche ore ha già guadagnato un sacco di iscritti…»
«Potresti farci molti soldi» osservò Annie.
«Ci sto pensando… ma meglio che sopra non ci sia il mio nome, con la condanna per violazione della privacy che mi ritrovo.»
«Quindi… Josh» disse Annie, curiosa suo malgrado.
Gli occhi di Arthur scintillarono. «Vi piacerebbe. È a posto. Molto simpatico. Ho fatto un controllo a tappeto su di lui, naturalmente… nessuna red flag. Ha vent’anni e studia economia alla LSE. E si masturba solo due volte a settimana, il che è molto sano…»
«Frena. Te l’ha detto lui?»
Arthur rise. «No, certo che no.»
«Uno che si fa le pippe solo due volte a settimana ha sicuramente qualcosa da nascondere» ribatté altezzoso Bailey.
«Non sono tutti fissati col porno come te.»
«E tu che ne sai?»
«Ne guardi anche tre di fila al giorno! Non è normale!»
«Cazzo, mi spii? Questa è… violazione della privacy!»
«Lo sa che non sei mai uscito con nessuno?» domandò Annie.
Arthur arrossì. «Gli ho detto che ho avuto… qualche storia» ammise timidamente.
«Vuoi scoparci? Perché in questo caso la bugia regge mezza serata» insisté Annie.
«Io…» Arthur si raggomitolò su sé stesso, sulla difensiva. «È… solo una conoscenza! Siete due fissati!»
«Vuoi scopartelo» sentenziò Annie.
«Sono molto deluso, Arti!» disse Bailey, gesticolando verso di lui. «Prima fai tutti quei discorsi sul non "abusare dei propri poteri" e appena ti capita davanti uno che consideri figo ne approfitti subito.»
«No, non è così! Io volevo solo…»
«Come minimo devi procurarmi un account premium a Pornhub per farti perdonare.»
«Cosa…?»
«Cos’è questo baccano?»
Brian era apparso dall’ingresso. «Oggi Finsbury Park. Qualche stronzo ha organizzato un rave illegale ieri sera. Muovetevi.»
Mentre pulivano, a un certo punto Arthur si sedette su una panchina, il cellulare in mano. Annie si avvicinò.
«Sei proprio preso, eh?»
Lui sussultò, guardandola sorpreso. «È che… mi pare brutto ignorarlo» bofonchiò.
«Certo, come no.» Annie si sedette accanto a lui. «Sicuro che c’è da fidarsi?»
«Lui è… davvero gentile. Ieri sera abbiamo parlato per ore. Mi ha chiesto della mia giornata, dei miei interessi. E poi mi ha invitato a una festa che danno i suoi amici stasera. Ti rendi conto? Vuole presentarmi ai suoi amici!»
Arthur riprese a sorridere, posando lo sguardo sullo schermo.
«Di certo non perde tempo» commentò Annie con noncuranza. «Ci andrai?»
Arthur esitò, voltandosi di nuovo verso di lei. «Beh, pensavo di sì… verresti con me? Josh ha detto che posso portare chi mi pare…»
«Non voglio fare il terzo incomodo.»
«Non lo saresti! Sarà pieno di gente… per favore» aggiunse Arthur, con l’aria da cane bastonato. «Ho paura di fare una figuraccia.»
«Ci sarà dell’alcol a questa festa?»
«Beh, è una festa, quindi penso di sì.»
«Allora vengo.»
«Voglio venire anch’io» disse secca la voce di Bailey.
Si girarono, ritrovandoselo alle spalle.
Arthur si gelò. «A patto che ti comporti bene.»
«Io mi comporto sempre bene.»
«Allora» disse Annie. «A che ora è ‘sta festa?»
«Alle otto» rispose Arthur. «Josh viene a prendermi alle sette e mezza.»
«Viene a prenderti?» chiese disgustato Bailey. «Cos’è, un appuntamento?»
«È solo un passaggio» disse Arthur senza alzare lo sguardo. «È educato. Non come certa gente.»
«Dove ci vediamo?» chiese di nuovo Annie.
«A casa mia. Alle sette e un quarto. Così non rischiamo di fare tardi.»
Bailey e Annie si presentarono a casa di Arthur alle sette e un quarto precise, come da accordi.
Arthur aprì la porta prima ancora che bussassero, come se stesse aspettando dietro la maniglia.
«Siete qui! Bene!»
Si era vestito con cura. Jeans scuri senza una piega, camicia azzurra che faceva risaltare i suoi occhi, scarpe pulite, i capelli perfetti. Stonava completamente messo a confronto con Annie – jeans strappati e felpa nera – e Bailey, che indossava la stessa maglietta di sempre e jeans macchiati.
«Ti sei fatto bello» notò Annie.
«Voglio fare una buona impressione» rispose lui allegro.
Aspettarono in soggiorno. Arthur continuava a controllare il telefono, a guardare l’orologio, a sistemarsi la camicia. Alle sette e ventotto sentirono una macchina fermarsi nel vialetto.
Arthur corse alla finestra. «È lui!»
Annie e Bailey lo seguirono. L’auto era una BMW nera, nuova di zecca o trattata particolarmente bene. La portiera del guidatore si aprì e ne scese un ragazzo.
Si ritrovarono tutti e tre a trattenere il fiato. Josh era... bello. Non nel modo normale. Nel modo in cui sono belle le persone sulle riviste patinate. Alto – forse un metro e ottantacinque. Capelli neri perfettamente sistemati, mascella squadrata, occhi che anche da quella distanza si indovinavano di un verde brillante. Sembrava uscito da un servizio fotografico di GQ.
«Cristo» fece Bailey tra sé.
Josh si avvicinò alla porta con passo sicuro. Arthur corse ad aprire prima che suonasse il campanello.
«Ciao» disse Josh.
La sua voce era profonda, calda. Sorrideva – un sorriso perfetto con denti perfetti – gli occhi fissi su Arthur.
«È bello scoprire che le tue foto corrispondono alla realtà. Non è così scontato su internet.»
Arthur prese fuoco, la voce che si inceppava: «Sì, sono… sono proprio io. E tu sei... sei proprio tu.»
Josh fece una risata gentile, non derisoria. «Già.»
Poi il suo sguardo si spostò su Annie e Bailey. Si fece avanti, tendendo la mano prima ad Annie.
«Tu devi essere Annie. Arthur mi ha parlato molto di te. Io sono Josh, il vostro autista per stasera.»
Annie gli strinse la mano. «Piacere.»
E stranamente, lo pensava davvero. C’era qualcosa in Josh, un’apertura, una gentilezza che non sembrava finta. Era raro che Annie trovasse qualcuno simpatico a pelle. E capiva anche perché avesse colpito tanto Arthur. Era l’esatto contrario di Bailey.
«E tu devi essere Bailey.»
Josh si voltò verso di lui, tendendo di nuovo la mano.
Bailey la ignorò. «Quando Arti ti ha descritto, ti ha definito mediocre.»
La faccia di Arthur sbiancò. «Come? Io non... B.B.!»
«Cosa? È quello che hai detto.»
«NO!» Arthur si voltò verso Josh, gli occhi sgranati. «Non l’ho mai detto! Ignoralo, Josh, gli piace fare battute idiote. Tipo, tutto il tempo. È un idiota.»
Josh scoppiò a ridere. «Nessun problema. Mediocre, eh? Spero di riuscire a superare le vostre aspettative. Allora, siete pronti? La festa è dall’altra parte della città, quindi abbiamo un po’ di strada da fare.»
Circondarono la macchina. Josh aprì la portiera del passeggero con un gesto galante, guardando Arthur.
«Prego.»
Lui ricambiò con un sorriso enorme – quasi doloroso nella sua gratitudine – e salì.
«Hai visto la sua faccia? Cristo, gli ha solo aperto una cazzo di portiera» borbottò irritato Bailey.
Lui ed Annie si sistemarono dietro. Bailey sbatté lo sportello con violenza. Josh tornò al posto di guida, avviando la macchina. La radio si accese – musica soft, indie. L’interno dell’abitacolo profumava di nuovo, con un sottile odore di profumo costoso.
«Arthur mi ha detto che vi siete conosciuti grazie ai servizi sociali. Dev’essere dura» disse Josh mentre si immetteva nel traffico.
«È una merda» replicò acido Bailey.
«Immagino. Trovo che sia ingiusto ciò che vi è successo. Siete stati spinti a farlo. Non è colpa vostra.»
Arthur si sciolse visibilmente, affondando nel sedile.
«Arti ti ha raccontato tutti i cazzi nostri?» continuò Bailey.
«Qualcosina.»
«Ha detto che frequenti la LSE. È vero?»
«Sì. Secondo anno. Studio economia.»
«Devi essere molto intelligente.»
Il suo sarcasmo era fin troppo evidente, ma Josh parve non farci caso.
«Se lo fossi non avrei bisogno di studiare tanto» scherzò lui.
«E i tuoi cosa fanno?»
«Mio padre è avvocato. Mia madre medico.»
«Siete ricchi, quindi.»
«B.B.» lo ammonì Arthur con uno sguardo velenoso.
«Cosa? È una domanda normale.»
Josh fece spallucce. «Stiamo bene, sì. Sono molto fortunato.» Guardò Bailey attraverso lo specchietto retrovisore, divertito. «Hai altre domande? Tanto vale toglierci subito il pensiero.»
Bailey si sporse in avanti. «Quando è stata l’ultima volta che sei stato con qualcuno?»
«B.B.!» urlò Arthur.
«Sei mesi fa» rispose tranquillo Josh. «È finita bene. Siamo ancora amici.»
«Hai mai fatto uso di droghe?»
«Ho fumato erba qualche volta al liceo. Niente di più.»
«Alcol?»
«Socialmente. Non guido mai dopo aver bevuto.»
«Malattie veneree?»
«ADESSO BASTA!» esplose Arthur. «Mi dispiace tantissimo Josh...»
Ma lui stava ridendo. Davvero ridendo, la testa rovesciata all’indietro. «No, niente malattie» disse tra le risate. «Test pulito dall’ultima volta che sono stato con qualcuno. E uso sempre precauzioni. Altre domande? Voglio dire, siamo già arrivati a questo punto...»
Bailey si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia. «Per ora no.»
Josh indirizzò ad Arthur un cenno rassicurante. «I tuoi amici sono interessanti.»
«Mi dispiace» disse Arthur, mortificato.
«Non scusarti. Il fatto che si preoccupino significa che tengono a te.»
Arrivarono al capannone poco dopo le otto. Era enorme – un vecchio edificio industriale riconvertito, con luci al neon che brillavano dalle finestre sporche. La musica pulsava già all’interno, i bassi che facevano vibrare l’aria.
Appena Josh scese dalla macchina, fu immediatamente preso d’assalto.
«JOSH!»
«Ehi, finalmente!»
«Pensavamo non venissi più!»
Un gruppo di ragazzi – tutti vestiti bene, tutti belli in quel modo disinvolto delle persone ricche – si raccolse intorno a lui. Josh sorrise, salutando ognuno, ricevendo pacche sulle spalle, abbracci.
Annie lo osservò. Non era solo popolare – era amato. Si vedeva dal modo in cui le persone lo guardavano, lo cercavano. C’era qualcosa in lui che attirava gli altri come calamite.
«Ragazzi» disse Josh, voltandosi verso di loro. «Vi presento Arthur.»
Arthur non era abituato a ricevere tutte quelle attenzioni. Biascicò un timido saluto, stringendo la cinghia dello zaino.
«E questi sono i suoi amici – Annie e Bailey.»
Josh li presentò a tutti – nomi che Annie dimenticò immediatamente. Strano ma vero, non c’era quel senso di alienazione che si era aspettata di trovare.
Entrarono nel capannone. Era pieno – almeno un centinaio di persone, forse di più. Luci stroboscopiche, musica techno, l’odore di alcol e sudore e fumo.
Annie puntò immediatamente verso il bar improvvisato nell’angolo, seguita da Bailey, ancora di malumore. Arthur rimase con Josh, circondato dai suoi amici.
«Due vodka lemon» ordinò Annie al barista.
Bailey afferrò il suo bicchiere e ne tracannò metà in una sola botta, la faccia che si contorse per il gusto forte.
«Qual è il problema?» chiese Annie, sorseggiando il suo.
«È quel Josh il problema. L’hai visto com’è. Tutto perfettino. Di sicuro nasconde qualcosa.»
«A me sembra simpatico.»
Bailey emise un verso disgustato. «Voi donne siete tutte uguali. Vi fate abbindolare da un bel viso e da una macchina costosa.»
«Non sarai mica geloso?» lo canzonò Annie.
«Non sono geloso.»
«Bene. Perché non hai speranze contro di lui.»
«È lui che non ha speranze contro di me! Posso farti venire senza nemmeno toccarti! Josh può farlo questo? Ne dubito!» Bailey si frugò nella tasca della giacca, tirando fuori un piccolo sacchetto di plastica. «Ne vuoi un po’? Almeno rendiamo questo mortorio più divertente.»
«Che roba è?»
Bailey aprì il sacchetto, mostrando delle pillole rosa. «MDMA. Ti faranno sballare. In senso buono. È la roba che dovevo consegnare a Ratto.»
Annie guardò le pillole. «Perché no» disse, scrollando le spalle.
Il sapore era amaro, chimico.
«Ci vogliono venti minuti» disse Bailey. «Poi ti sentirai benissimo.»
Annie vagava nella folla.
Il mondo era ovattato. La musica sembrava venire da molto lontano e molto vicino allo stesso tempo. Ogni suono era amplificato – le risate, le voci, la musica che pulsava attraverso il pavimento e nel suo petto.
Annie rise – senza motivo, solo perché era bello ridere. Tutto sembrava leggero, soffice. I colori erano più brillanti. Le luci stroboscopiche lasciavano scie nell’aria.
Aveva perso di vista Bailey. Non le importava. Era nel suo mondo ora.
La musica cambiò – qualcosa con un ritmo più veloce, più urgente. Annie iniziò a ballare. Non le importava chi la guardava. Non le importava di niente.
Si lasciò andare completamente, il corpo che si muoveva a ritmo, disinvolta, senza un solo problema al mondo.
Era perfetto. Tutto era perfetto.
Bailey finì addosso a qualcuno, ma lo scansò senza troppi complimenti e continuò ad avanzare.
La droga e l’alcol gli avevano annebbiato il cervello. Tutto sembrava muoversi al rallentatore e troppo veloce allo stesso tempo.
Doveva trovare Arthur. Doveva parlargli. Dirgli... cosa? Non ne era sicuro. Sapeva solo che aveva bisogno di vederlo. Di essere vicino a lui. Magari poteva appartarsi per scopare.
Forse quello lo avrebbe fatto sentire meglio, anche solo per un istante. Si spinse tra la gente che ballava. Volti sconosciuti che lo guardavano, o forse no. Non ci capiva più un cazzo.
Arthur. Doveva trovare Arthur.
Alla fine lo vide.
In una zona più tranquilla, lontano dalla pista da ballo principale. Seduto su un divano logoro con Josh. Arthur rideva – quel suono leggero, felice, raro. Josh gli sorrideva, i loro corpi vicini.
Bailey si avvicinò, nascondendosi dietro un gruppo di persone. Poteva sentirli parlare, mentre si urlavano addosso nel tentativo di farsi sentire da sopra la musica.
«Devo chiederti una cosa» stava dicendo Josh. «E voglio che tu sia sincero con me.»
«Okay» disse Arthur, ancora sorridente.
«Quante storie hai avuto davvero?»
«Io... nessuna. Questo è il mio primo appuntamento in assoluto. Ma non volevo sembrarti patetico! Tu sei una brava persona e non voglio perderti e mi piaci, mi piaci veramente tanto e...»
«Arthur.» Josh lo interruppe con gentilezza. «Respira. Anche tu mi piaci. Molto. E vorrei che ci conoscessimo meglio.»
«Mi dispiace. Non avrei dovuto... non capisco perché te l’ho detto. Ho rovinato tutto.»
Il sorriso di Josh si incrinò leggermente e lui abbassò lo sguardo. «Se ti dicessi che ho un superpotere, mi crederesti?»
«Certo!» esclamò Arthur con trasporto. «Ne ho uno anch’io! Posso controllare la tecnologia! Ti faccio vedere…»
Fece per prendere il cellulare. Josh posò una mano sulle sue.
«Ti credo.»
«Sono stato colpito da un fulmine. E dopo…»
«Lo so. Mi è successa la stessa cosa. Ora posso far dire la verità alle persone quando glielo chiedo.»
«È per questo che non riesco a smettere di parlare? È tipo super imbarazzante…»
«Sì.» Lo sguardo di Josh si ammorbidì. «Io lo trovo adorabile.»
«Ho controllato tutta la tua cronologia» ammise Arthur, e perfino nella penombra era evidente che fosse avvampato. «So quante volte ti masturbi. So cosa guardi. So tutto.»
Josh scoppiò a ridere. «Allora sei in vantaggio.»
«Mi dispiace» disse Arthur di nuovo.
«Non scusarti.»
«Davvero?»
«Davvero.»
Arthur si sporse e lo baciò. Quella scena spezzò qualcosa dentro Bailey, qualcosa che non riusciva a definire. Una tristezza profonda lo assalì. Si allontanò, tornando nella folla. Ma la tristezza non se ne andò. Anzi, crebbe.
E mentre cresceva, qualcosa cambiò nell’aria.
Le persone intorno a lui iniziarono a fermarsi. I loro visi si svuotarono. Gli occhi persero focus. Come se qualcuno avesse risucchiato via la loro energia, la loro gioia, lasciandoli gusci vuoti.
Annie stava ancora ballando quando l’euforia si spense.
Non lentamente. Di colpo.
Come se qualcuno avesse tirato un interruttore. Al suo posto si riversò una tristezza densa, soffocante, che la lasciò stordita, senza appigli. Non aveva mai provato nulla di simile.
Desiderava solo morire. Il pensiero si insinuò nella sua mente senza preavviso, gelido e insistente.
In risposta a quel bisogno, sentì il suo potere risvegliarsi, prendere il sopravvento. Guardò in alto. Il tetto del capannone stava iniziando a creparsi. Piccole crepe all’inizio – linee sottili che si ramificavano attraverso il cemento vecchio. Poi più grandi. Più profonde. Pezzi di intonaco cominciarono a cadere. Il metallo gemette mentre le travi iniziavano a piegarsi.
«TUTTI FUORI!» urlò qualcuno.
Con un rombo assordante, il tetto cedette.
Riprese i sensi mentre qualcuno la trascinava.
Il mondo era sfocato, confuso. Tutto faceva male – la testa, le braccia, il petto. Qualcosa le pesava addosso, premeva contro di lei.
«Annie! ANNIE!»
La voce di Bailey. Lontana. Disperata. Annie socchiuse gli occhi. Sopra di lei c’era il cielo notturno. Stelle che brillavano – troppo brillanti, quasi accecanti.
Il viso di Bailey apparve nel suo campo visivo. Era livido, esangue. Un rivolo di sangue gli scorreva lungo la tempia, scendeva sulla guancia. Gli occhi dilatati, pieni di terrore.
«Annie, ti prego, svegliati! Ti prego!»
Annie sentiva la sua paura opprimerle il petto come un peso fisico. Era così forte. Così schiacciante. Cercò di parlare. La bocca si mosse ma non uscì nessun suono.
Il mondo iniziò a sfumare.
Si risvegliò su qualcosa in movimento.
Sirene. Il ronzio costante di un motore. Voci che parlavano velocemente.
Annie cercò di muoversi ma non poteva. Qualcosa la teneva ferma. Cinghie. Era legata a un lettino. Il panico montò – acuto, immediato.
«NO! LEVATEMELE DI DOSSO!» urlò isterico Bailey.
Annie girò la testa – movimento che le fece esplodere il dolore nel cranio. Bailey era sul lettino accanto al suo, anche lui legato. Si dibatteva contro le cinghie, gli occhi fuori dalle orbite. Due paramedici cercavano di tenerlo fermo.
«Ragazzo, devi calmarti!»
«NON VOGLIO ANDARE IN OSPEDALE!»
«Non hai scelta...»
Bailey era completamente fuori di sé. Il terrore le crebbe dentro. Le cinghie. Non sopportava le cinghie. Dovevano toglierle. Adesso.
L’ambulanza si sollevò da un lato e si inclinò, fino a capovolgersi.
Annie sbatté la testa contro qualcosa e perse di nuovo conoscenza.
Socchiuse gli occhi.
Era ancora legata al lettino. Ma tutto era storto. L’ambulanza giaceva su un fianco. Attrezzature mediche sparse ovunque. Liquidi che colavano. La sirena che emetteva un lamento morente.
Bailey era svenuto accanto a lei, il sangue che gli colava dal naso. Qualcosa stava colpendo gli sportelloni posteriori. All’improvviso si spalancarono con un gemito. Arthur si arrampicò dentro, con Josh dietro di lui. Entrambi erano coperti di graffi.
«Annie!» Arthur si avvicinò, le mani malferme mentre cercava di liberarla dalle cinghie. «L’ambulanza si è capovolta. Un masso è spuntato dall’asfalto, dal nulla. Sei stata tu?»
«Probabile» borbottò con una smorfia Annie.
Le cinghie cedettero. Arthur l’aiutò a scivolare fuori dall’ambulanza. Quasi calpestarono il corpo di un paramedico. Svenuto, o forse morto. Annie non aveva le forze per pensarci.
Arthur e Josh tornarono nell’ambulanza per recuperare Bailey. Lo trascinarono fuori con difficoltà, adagiandolo sulla strada.
«B.B.» lo chiamò Arthur, chinandosi su di lui e scuotendolo. «Per favore, svegliati...»
Bailey aprì gli occhi di scatto. Si guardò intorno, allarmato, tramortito dalla botta e dalla droga. Iniziò a dimenarsi, con Arthur e Josh che cercavano di tenerlo buono.
«No no no NO!»
«B.B., calmati!» Arthur lottava per trattenerlo. «Sei al sicuro! Siamo noi!»
Bailey lo spinse via. Arthur cadde all’indietro.
«LASCIATEMI!»
Annie avvertì il panico tornare, più forte di prima, e il potere ricominciare a fluire, tutto insieme, con la potenza di un fiume in piena. La strada sotto di loro iniziò a creparsi. L’asfalto si sgretolò in piccoli sassi, che iniziarono a sollevarsi, come se l’aria fosse carica di elettricità statica.
Annie respirava a scatti, sentendo l’energia scorrere dentro di lei, inarrestabile, selvaggia. Era troppo, meraviglioso, terrificante. Aveva il mondo nelle sue mani. Poteva far spaccare la terra in due e ricomporla. Poteva distruggere tutto. Ricrearlo, solo per distruggerlo di nuovo, continuare a plasmarlo a suo piacimento…
«Annie!» urlò Arthur. «FERMATI!»
Ma Annie non poteva fermarsi. Non sapeva come. O forse semplicemente non voleva. Le pietre giravano più veloce. La crepa nell’asfalto si allargava. Un lampione si piegò, poi si strappò dalle fondamenta, sollevandosi nell’aria.
Annie rise – un suono isterico, fuori controllo. D’un tratto percepì un dolore acuto dietro il collo e si girò.
Josh era dietro di lei, con in mano una siringa vuota. «Mi dispiace» disse.
Il mondo iniziò a sfumare. Le pietre caddero con fragori metallici. Le gambe le cedettero. Josh la prese, adagiandola delicatamente a terra mentre il sedativo faceva effetto.
Annie lottò per restare sveglia. Arthur correva verso di loro. Bailey giaceva accasciato sulla strada, gli occhi chiusi.
Il buio la inghiottì.
La prima cosa che arrivò fu il mal di testa. Istintivamente si toccò la tempia con una smorfia. Sotto le dita, qualcosa di ruvido. Una fasciatura.
Il sole del mattino le accarezzava il viso, caldo attraverso una finestra. Annie cercò di tirarsi su, il mondo che girava. Chiuse gli occhi, respirando piano, combattendo contro il bisogno di vomitare.
I ricordi tornarono con difficoltà, frammentari. Il capannone. La droga. Il crollo. L’ambulanza. Lei che perdeva il controllo.
Si voltò. Bailey russava profondamente sul divano di fronte a lei. Anche lui aveva la testa fasciata, le braccia coperte di lividi e graffi.
Si guardò intorno. Era un salotto che non riconosceva – piccolo ma ben tenuto, mobili moderni, poster di film indie alle pareti.
«Sei sveglia.»
Josh era comparso sulla soglia di una porta. Sembrava stanco, ma sorrideva.
Annie lo guardò. «Dove siamo?»
«Nel mio appartamento. Arthur è di là che dorme. Ha passato la notte a vegliare su di voi.»
Annie ritentò di alzarsi.
«Piano, non fare sforzi» le disse Josh, scattando verso di lei. «Hai subito un trauma cranico. Come minimo.»
«Il capannone… è crollato» disse piano Annie. «Cos’è successo agli altri?»
Josh esitò. «La maggior parte si è salvata.»
«La maggior parte?» gli fece eco Annie.
Josh abbassò lo sguardo. Annie rimase immobile, processando l’informazione. Delle persone erano morte. A casa sua. Eppure, non si sentiva in colpa. Solo un vuoto dove avrebbe dovuto esserci orrore.
Si sollevò, più lentamente stavolta, barcollando. Josh fece per prenderla ma lei lo respinse.
«Ce la faccio da sola.»
Si accorse solo allora di essere mezza nuda. Reggiseno e mutande. Il corpo coperto di fasciature in vari punti – costole, braccio sinistro, coscia.
Josh seguì il suo sguardo. «Abbiamo dovuto spogliarti per esaminare le ferite. Mi dispiace.»
«Hai dei vestiti da prestarmi?» chiese Annie.
Josh sparì in un’altra stanza, per tornare poco dopo con dei jeans e una maglietta troppo grandi, probabilmente suoi. Annie li indossò con movimenti rigidi, evitando il suo sguardo.
«Ho bisogno di una boccata d’aria» disse.
«Dovresti mangiare qualcosa prima...»
«No.»
Josh prese la giacca. «Ti accompagno.»
«Non ce n’è bisogno.»
«Non sei in condizioni di rimanere da sola.»
Fuori, l’aria fresca del mattino le riempì i polmoni. Annie inspirò profondamente, iniziando a zoppicare lungo il viale. Josh camminava vicino, pronto ad afferrarla se fosse caduta.
«Abiti in una bella zona» commentò Annie, guardando i palazzi eleganti, gli alberi ben curati.
Tutto pur di distrarsi.
«Mi mantengo l’appartamento lavorando in un negozio di alta moda» spiegò Josh. «Pago molto d’affitto ma ne vale la pena.»
«Sembra che Arti abbia scelto bene, per una volta.»
Josh fece una mezza risata. «Grazie. Credo.»
«Come stanno?»
«Se la sono cavata meglio di te. Qualche livido, qualche graffio. Ma dovranno riprendersi dallo shock. Come tutti.»
Continuarono a camminare in silenzio.
Bailey si risvegliò con un’imprecazione masticata tra i denti.
Si tirò su, toccandosi la testa dolorante. Ci mise qualche secondo a mettere a fuoco dove si trovasse. Un appartamento sconosciuto. Piccolo, pulito. Non casa sua. Non casa di Arthur.
Si alzò con le gambe incerte, guardandosi intorno. Dal corridoio sentì un rumore – uno sciacquone che scaricava. Lo seguì, incappando in quello che presumeva fosse il bagno. La porta si aprì e ne uscì Arthur.
Lui trasalì nel ritrovarselo davanti. Aveva delle fasciature – una sulla fronte, un’altra sul braccio.
«Cosa è successo?» domandò Bailey, ancora confuso.
L’ultimo ricordo nitido risaliva al bacio tra Arthur e Josh. Il resto era tutto... un bel po’ sfocato.
L’espressione di Arthur si raffreddò. «Dimmelo tu.»
Bailey si indispettì. «Io non ho fatto un cazzo. O almeno credo.»
«Tu e Annie avete usato i vostri poteri. Che vi ha detto il cervello?»
Bailey esitò. «Noi… ecco… può essere che fossimo un po’ fatti.»
«Questo spiega tutto» commentò sprezzante Arthur. «Annie ha perso il controllo e ha fatto crollare il tetto. Delle persone sono morte, B.B.»
«Di che cazzo parli? Chi è morto?»
Arthur gli raccontò tutto. Quando finì, calò il silenzio. Bailey fissava il pavimento, ammutolito.
«Parlavo esattamente di questo quando mi riferivo alle responsabilità che derivano dai poteri» concluse cupo Arthur.
«Porca puttana.» Bailey si toccò la fronte, realizzando che le mani gli tremavano. «Non volevo... era solo per divertirci un po’. Cristo... quante persone sono morte?»
Arthur non rispose.
«Merda...» Bailey sentì la rabbia ribollirgli nello stomaco. Strinse i pugni, sollevandoli per un attimo, trattenendosi a stento dal colpire qualcosa. «È colpa mia. Cazzo…»
«Calmati.»
«Fanculo, Arti, non dirmi di calmarmi! Della gente è morta! Solo perché ho dato una maledetta pasticca ad Annie! Perché deve sempre andare così? Perché tutto quello che faccio deve trasformarsi in un fottuto disastro?»
«Forse, se tu ti fermassi a riflettere sulle conseguenze delle tue azioni…»
«Già, hai ragione, sono solo un patetico coglione che non sa farne una giusta. Pare che mio padre abbia ragione, dopotutto. Forse dovrei fare come mia madre e ammazzarmi!»
Arthur abbassò lo sguardo. Bailey percepì le sue emozioni fare pressione: cercò di tenerle fuori — non voleva sapere cosa stesse provando — ma erano così intense che fecero breccia comunque. C’era molta sofferenza, mischiata a qualcosa di più rassicurante. Affetto. Arthur non aveva smesso di volergli bene, nonostante tutto.
«Mi dispiace» sussurrò lui.
Bailey si avvicinò, poggiando la fronte contro la sua e chiudendo gli occhi. Arthur gli prese il volto tra le mani.
Bailey cercò la sua bocca, ma lui lo trattenne. «Siamo a casa di Josh. Non è il caso» soffiò sulle sue labbra, lanciando un’occhiata verso il corridoio.
«Ho visto che l’hai baciato. Ti piace?»
«Sì.»
«Più di me?»
Arthur rimase in silenzio. Bailey azzerò quei pochi millimetri che li separavano. Il bacio fu diverso dagli altri, intriso di una delicatezza che non era abituato a ricevere e non sapeva bene come restituire.
Arthur si ritrasse, evitando di guardarlo. «Non posso…» scosse la testa. «Voglio… qualcosa di diverso, B.B.»
«Che vuoi dire?»
«Non posso stare con te mentre tu ti scopi chi vuoi. O scegli me… oppure è meglio lasciar perdere.»
Bailey avvertì qualcosa che premeva contro le costole dall’interno — una risposta, forse, o qualcosa che le assomigliava abbastanza da fare male. La conosceva, quella sensazione. Era la stessa che aveva provato negli spogliatoi quando Arthur aveva detto ti amo e lui era scappato. La stessa che tornava ogni volta che Arthur lo guardava in quel modo — come se Bailey fosse qualcosa di prezioso.
«Io…»
Fu interrotto dal rumore di una porta che sbatteva.
Camminarono ancora, senza una direzione precisa. A un incrocio Josh rallentò.
«Posso chiederti una cosa?» E poi, subito, alzando una mano: «No. Scusa.»
«Cosa?»
«È una cosa che devo tenere d’occhio.» Si infilò le mani in tasca, gli occhi sul semaforo pedonale. «Se lo chiedo — se lo chiedo davvero — tu rispondi. Non puoi scegliere. Per questo ho smesso di fare domande vere alle persone. Le faccio agli oggetti.» Indicò il semaforo col mento. «Diventerai verde?»
Il semaforo non rispose. Diventò verde per conto suo.
«Ad Arti le hai fatte, le domande» disse Annie.
«Una. Ieri sera.» Josh attraversò con lei, accorciando il passo sul suo. «Volevo sapere una cosa e me la sono presa senza chiedere il permesso. Non è stato corretto, e non lo rifarò.» Una pausa. «Gliel’ho anche detto, se può valere qualcosa.»
«Non devi giustificarti con me.»
«Lo so. Mi alleno.»
Fecero un altro isolato in silenzio. Poi, senza guardarla, Josh aggiunse: «Tu invece non fai domande. Nemmeno una da quando siamo usciti.»
«Non mi servono.»
«Già.» Josh scansò una pozzanghera. «Senti, non sono affari miei. Ma non provare niente non vuol dire essere niente. Nel caso te lo stessi chiedendo.»
Annie si fermò in mezzo al marciapiede. «Chi ti dice che non provo niente?»
«Nessuno» rispose Josh, e riprese a camminare. «Infatti stavo parlando del più e del meno.»
«Ho bisogno di una pausa» disse Annie, affaticata.
Josh indicò una panchina vicina. Annie vi si afflosciò, osservando il cielo sopra di lei. Josh si accomodò al suo fianco.
«Che intenzioni hai con Arti?» chiese Annie all’improvviso.
«Beh, è ancora presto per dirlo. Mi piacerebbe stare con lui. Abbiamo tante cose in comune.»
Annie fu tentata di dirgli di Bailey, ma ci ripensò. Era meglio che se la sbrigassero da soli. Il mal di testa tornò a farsi sentire, più forte. «Devo sdraiarmi.»
Josh l’aiutò ad alzarsi e la riaccompagnò verso casa. Appena entrarono nell’appartamento, dal corridoio comparve Arthur.
«Dove siete stati?»
«Annie aveva bisogno di un po’ d’aria» spiegò Josh.
«Okay… vado a preparare la colazione.»
Arthur si diresse verso la cucina, iniziando ad aprire cassetti a caso.
Bailey comparve dal corridoio a sua volta, appoggiandosi al muro. «Mi aspettavo più buongusto da uno come te, Josh» commentò con sufficienza.
«Sono contento che tu ti sia ripreso.»
«Dove sono le padelle?» chiese timidamente Arthur.
Josh si unì a lui per aiutarlo. Mangiarono in silenzio. Uova strapazzate, toast, tè. Annie riuscì a mandare giù solo pochi bocconi prima che la nausea tornasse.
«Come mai ci hai portati a casa tua?» chiese Bailey, masticando rumorosamente.
«Stavo seguendo l’ambulanza quando si è ribaltata. Ho pensato che ai vostri genitori sarebbe venuto un colpo a vedervi così.»
«Il colpo se lo saranno preso in ogni caso» fece notare Annie, «non vedendoci rientrare a casa.»
Josh rimase interdetto per un momento. «In effetti… a questo non ho pensato.»
«Non preoccuparti» disse Arthur, mettendo una mano sulla sua. «Hai solo cercato di fare la cosa giusta. Parleremo noi con i nostri genitori.»
Bailey osservò la scena in silenzio, la mascella serrata.
«Abbiamo anche saltato i lavori sociali» aggiunse Annie.
Un cellulare vibrò.
«È tua madre» disse Arthur, guardandola. «Ha già provato a chiamarti venti volte. Non sto esagerando.»
Annie seguì il rumore, trovando il cellulare ai piedi del divano. Rispose.
«ANNIE! SEI VIVA? STAI BENE? OH GRAZIE AL CIELO!»
Annie allontanò l’apparecchio dall’orecchio con una smorfia. «Sto bene, mamma. Ho solo fatto tardi ieri sera. Ho dimenticato di avvisare.»
«Grazie a Dio! Sapevo che...»
Annie stava per buttare giù quando dall’altoparlante arrivò «lavori sociali». Riportò il telefono vicino all’orecchio. «Cosa?»
«Ha chiamato un certo Brian Peterson» disse sua madre. «Dai lavori sociali. Ha detto che non ti sei presentata. Che non è la prima volta e che dovrà fare rapporto...»
Annie emise un lungo sospiro.
«Ho provato a spiegargli la situazione» continuò sua madre. «Del fatto che sei santa ora. Che aspetti di unirti in matrimonio con Bailey per procreare il nuovo messia. Ma mi ha chiuso il telefono in faccia prima che potessi finire!»
«Non preoccuparti, mamma» disse Annie stanca.
«Ma...»
Annie le chiuse la telefonata in faccia.
«Anche mia madre sta provando a chiamarmi. Le spiegherò tutto di persona. È meglio» disse Arthur, fingendo una sicurezza che probabilmente non sentiva.
Ci fu un momento di silenzio.
Poi Bailey chiese: «Quante persone sono morte?»
Nessuno rispose.
«Voglio saperlo» insisté Bailey.
«Per ora sono quindici» rispose cauto Josh. «Diciassette con i due paramedici.»
Bailey si alzò. «Devo fare una cosa. Hai dei vestiti per me? So che sono più magro di te e mi penzoleranno addosso rendendomi ridicolo. Ma tanto sono così bello che nessuno ci farà caso.»
Josh lo accompagnò in camera. Quando ne riemersero, Bailey uscì dall’appartamento senza dire una parola.
«Gli serve tempo» disse comprensivo Josh.
Annie dubitava che sarebbe stata solo questione di tempo.
Diciassette persone morte.
E lei continuava a non sentire niente.
Restò a casa di Josh fino al pomeriggio, seduta vicino alla finestra, limitandosi a guardare il cielo.
La pioggia aveva iniziato a scendere intorno a mezzogiorno, rendendo tutto più cupo. Le gocce tamburellavano contro i vetri in un ritmo costante, ipnotico.
A metà pomeriggio Arthur accese la televisione, e fu un errore.
Il crollo apriva ogni edizione. Le riprese dall’alto mostravano il capannone con il tetto sfondato verso l’interno, come un guscio d’uovo premuto col pollice, e intorno il balletto lento dei mezzi di soccorso. La cronista parlava di «cedimento strutturale», di «edificio dismesso e non a norma», di «rave non autorizzato». Un ingegnere con la cravatta storta spiegava che la copertura aveva ceduto da sola, sotto il peso degli anni e dell’incuria. Nessuna ipotesi di dolo.
Da sola. Annie lasciò passare la parola senza toccarla. Prima il fulmine, poi il treno, adesso l’incuria: il mondo aveva un talento instancabile nello spiegarsi da sé le cose che facevano loro.
Poi vennero le facce. Quindici riquadri in fila, nomi sotto, età accanto ai nomi. Annie li guardò uno per uno, con attenzione, aspettando che qualcosa dentro di lei si muovesse — un crampo, una fitta, il principio di una nausea. Qualsiasi cosa.
Niente. Solo la constatazione, piatta come un elenco, che il riquadro numero sei aveva gli stessi capelli di Mel.
«Spegni» disse Josh, piano.
Arthur spense. Il silenzio che seguì era pieno di pioggia.
Josh e Arthur le lasciavano i suoi spazi, parlando tra loro a bassa voce. Ogni tanto uno di loro si affacciava per chiederle se volesse qualcosa – tè, cibo, una coperta. Annie si limitava a ignorarli, fissando la pioggia.
All’improvviso Josh le si avvicinò. «Puoi restare a dormire, se vuoi.»
«Voglio tornare a casa» disse Annie senza voltarsi.
Josh le mise una mano sulla spalla. «Ti do un passaggio.»
Appena la macchina si fermò davanti casa sua, Arthur si voltò dal sedile del passeggero. «Annie...»
Ma lei aveva già aperto la portiera.
«ANNIE!» Sua madre apparve ansiosa dal soggiorno. «Dove sei stata?»
Annie salì le scale due alla volta. Si chiuse in camera, girando la chiave nella serratura. Si spogliò con movimenti meccanici e si infilò sotto le coperte, chiudendo gli occhi.
Sognò di tetti che cedevano.
Cemento che cadeva in slow motion. Corpi schiacciati. Urla che echeggiavano. E lei che galleggiava sopra tutto, guardando dall’alto mentre la terra si apriva. Una voragine enorme, che inghiottiva tutto – edifici, macchine, persone. E continuava ad allargarsi, sempre di più, finché non rimase niente.
Solo Annie, sospesa nel vuoto, che sorrideva.
Bailey non aveva un posto dove andare, così andò nell’unico posto dove non avrebbe dovuto.
Il capannone era transennato per un intero isolato, nastro bianco e rosso che schioccava nel vento bagnato. Da fuori si vedeva il tetto — quello che ne restava — piegato verso l’interno come cartone fradicio, e le finestre sfondate che al posto delle luci al neon mostravano soltanto buio. Due volanti presidiavano l’ingresso, gli agenti chiusi dentro con i finestrini appannati.
Davanti alle transenne, sotto la pioggia, c’era gente. Non tanta: una ventina di persone in tutto, ferme, gli ombrelli che si toccavano. Qualcuno aveva legato dei fiori alla rete, i gambi infilati tra le maglie, i petali già pestati dall’acqua. Per terra, protetta da un pezzo di plexiglas appoggiato di sbieco, una fila di lumini che la pioggia spegneva e che qualcuno, ogni volta, tornava ad accendere.
Bailey si fermò dall’altra parte della strada. Più vicino non ce la faceva.
Perché sentiva tutto.
Il dolore arrivava a ondate, da ogni singola persona davanti a quella rete, ognuna con la sua frequenza — e lui le riceveva tutte insieme, senza poter abbassare il volume. Una donna teneva in mano una foto chiusa in una busta di plastica trasparente, e da lei arrivava una cosa enorme e informe che non aveva ancora trovato il modo di chiamarsi dolore. Un ragazzo poco distante continuava a comporre un numero al telefono, riattaccare, ricomporre, e da lui arrivava una speranza sottile e feroce, la peggiore di tutte, perché non era ancora morta. Un uomo anziano non trasmetteva niente: solo un ronzio bianco, come una radio tra due stazioni, ed era quello il segnale che Bailey non riuscì a reggere.
Diciassette, aveva detto Josh. Bailey contò i lumini, perse il conto, li ricontò. Poi smise.
Provò a fare l’unica cosa che sapeva fare. Si concentrò sulla donna con la foto e spinse verso di lei quello che aveva — calma, o il ricordo della calma, quel poco che gli restava in tasca. La donna smise di tremare. Tre secondi, forse quattro. Poi ricominciò, e Bailey capì che era come svuotare il mare con le mani.
Era colpa sua. Non tutta, non solo sua — c’era la droga, c’era il potere di Annie, c’era un tetto marcio che sarebbe prima o poi caduto comunque, gli esperti l’avrebbero ripetuto per giorni. Ma lui conosceva la contabilità di casa propria: la pasticca l’aveva portata lui, l’aveva offerta lui, l’aveva presa dalla merce di una consegna mai fatta. Suo padre almeno la roba la vendeva a gente che gliela chiedeva.
Rimase lì finché non fece buio e la pioggia smise di essere una cosa che cade e diventò una cosa che si è. Nessuno lo notò. Nessuno gli chiese niente. Alla fine si mosse, senza decidere dove, e le gambe decisero per lui.
Si risvegliò madida di sudore, il cuore che batteva forte contro le costole. Un lieve bussare alla porta la fece sobbalzare.
«Vai via, mamma» disse scocciata.
«Sono io.»
Annie esitò per un attimo, poi si alzò e andò ad aprire. Bailey era fradicio da capo a piedi – i capelli appiccicati al cranio, i vestiti che gocciolavano. «Hai un cambio?» chiese. «Sto bagnando tutto.»
Annie andò al cassetto. Tirò fuori una maglietta larga e dei pantaloni della tuta. Glieli porse.
Bailey rimase immobile. «Sei mezza nuda.»
«Non sono dell’umore.»
Gli lanciò i vestiti e tornò a infilarsi sotto le coperte. I vestiti bagnati caddero sul pavimento con uno schiocco umido; poi il materasso cedette leggermente sotto il suo peso. Le si strinse contro, affondando il viso nella sua spalla.
«Mi sento una merda» mormorò lui. «Vorrei solo scomparire.»
Annie non rispose. Dopo un po’ una sottile eccitazione si risvegliò dentro di lei. Non era sua.
«Ti sembra il momento?» chiese bruscamente.
«Non lo sto facendo apposta» disse Bailey contro la sua pelle. «È difficile rimanere impassibili con una bella ragazza tra le braccia.»
«Non sono speciale. Farlo con me o con un’altra non farebbe differenza.»
«Non dire così» replicò Bailey con dolcezza.
Annie si voltò in modo da poterlo guardare negli occhi.
«È il meglio che sai fare?»
Lui abbozzò un sorriso triste. «Lo penso davvero.»
Per un attimo si fissarono. Poi Annie si sporse verso di lui e lo baciò. Non fu dolce. Era una lotta per la supremazia – lingue che si scontravano, denti che mordevano. Le mani che esploravano, graffiando, stringendo così forte da lasciare segni. Annie lo spinse sulla schiena, montandogli sopra. Gli inchiodò i polsi al letto, sopra la testa.
«È la tua prima volta?» chiese Bailey col fiato corto.
«Sta’ zitto» intimò Annie.
Finirono di spogliarsi. Bailey provò a toccarla per stimolarla, ma Annie non glielo permise. Scivolò su di lui, il suo corpo che lo accoglieva con una naturalezza che pensava non le appartenesse, e prese a muoversi.
Non c’era trasporto nei suoi movimenti, solo cieco bisogno – lo stesso che la spingeva a rompere il vetro delle vetrine, a far esplodere sacchetti dell’immondizia, a frantumare panchine. Un bisogno di sentire qualcosa, qualsiasi cosa, nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il dolore per diciassette persone morte. E il sesso funzionava come il potere: le dava qualcosa su cui concentrarsi, una sensazione fisica concreta che riempiva il vuoto per qualche istante.
Bailey l’afferrò per i fianchi, adattandosi al suo ritmo. Annie sentiva le sue emozioni – piacere, sì, ma anche tenerezza, e sotto tutto una disperazione che rispecchiava la sua.
Percepì il suo corpo – non come carne e ossa, ma come struttura. Fibre muscolari che si contraevano, il cuore che pompava più veloce, i vasi sanguigni che si dilatavano. Avrebbe potuto fermarlo – fermare il cuore, bloccare il sangue, chiudere i polmoni come una mano che stringe un palloncino. Il pensiero arrivò e se ne andò, rapido, involontario. Come lo era stato col piccione a Clissold Park.
Accelerò. Bailey si arcuò sotto di lei, le dita che affondavano nella pelle mentre raggiungeva l’orgasmo. Annie si spostò e si sdraiò di fianco, tornando a dargli le spalle. La pioggia continuava a battere contro la finestra. Un ritmo costante, indifferente.
«Stai bene?» chiese Bailey.
Annie fissava il muro. C’era una crepa nell’intonaco – sottile, ramificata. Non l’aveva notata prima. Si chiese se fosse stata sempre lì, o se l’avesse causata lei, adesso, senza accorgersene. Il pensiero la disturbò più del sesso, più delle diciassette persone, più di qualsiasi altra cosa.
Bailey la tirò più vicina, mettendole un braccio intorno alla vita e stringendola forte, senza dire nulla.
L’indomani si svegliò presto.
Restò a guardare il soffitto per minuti, forse ore. La luce che filtrava attraverso le tende cambiava gradualmente. Alla fine si alzò. Si vestì e si avvicinò al letto, scrollando Bailey con forza.
«Mmh…» mugolò lui, girandosi dall’altra parte.
«Datti una mossa» disse Annie con voce piatta.
Scese in cucina. Sul tavolo c’erano due piatti con la colazione già pronta – toast, marmellata, succo d’arancia. Accanto, un biglietto scritto con la calligrafia precisa di sua madre.
Cara Annie
Io e tuo padre siamo andati in chiesa a pregare per te e Bailey. Torniamo presto.
Ti vogliamo bene.
Mamma
Annie lo accartocciò e lo gettò nel cestino. Si sedette al tavolo, lo stomaco chiuso in una morsa.
Passi sulle scale. Bailey sbadigliò, passandosi una mano tra i capelli arruffati.
«Ho dormito di merda. Il tuo letto è comodo ma questa fasciatura continua a tirare…» Prese posto accanto a lei. «Non mangi?»
Annie spinse il piatto. Bailey le lanciò un’occhiata, poi attaccò a mangiare. Quando ebbe finito, disse: «Senti, se vuoi sfogarti con qualcuno… io ci sono.»
«Non verrò al centro.»
«E cosa pensi di fare? Resterai qui a casa a deprimerti?»
«Non lo so. M’inventerò qualcosa. Voglio stare da sola.»
Bailey raggiunse il centro con passo pesante. Ogni movimento gli faceva male, le fasciature sotto i vestiti che premevano contro le ferite ancora fresche.
Arthur era già lì, seduto sui gradini. Scattò in piedi appena lo vide.
«Dov’è Annie?»
«Voleva starsene per i fatti suoi.»
Prima che Arthur potesse replicare, comparve Brian. Li scrutò da capo a piedi.
«Che cazzo avete combinato?»
«Siamo stati attaccati da un branco di scoiattoli rabbiosi. Nel parco» rispose Bailey.
«Scoiattoli» ripeté Brian.
«Sì. È stato terribile. Uno mi ha morso qui.» Bailey indicò vagamente la sua testa. «Potremmo avere bisogno di antidolorifici. E di una giornata libera… sai, per riprenderci dal trauma.»
«Dov’è la piromane?»
«È malata» disse Arthur velocemente. «Influenza. Febbre alta. Non poteva uscire di casa.»
Brian gli si piantò davanti, minaccioso. «Credete davvero che mi beva le vostre cazzate? Dovrei denunciare voi merdine e farla finita» e sputò per terra.
Bailey mise su la sua espressione ferita. «Non dire così, Brian. Noi proviamo una profonda stima nei tuoi confronti. Davvero. Sei come un padre per noi.»
Gli fece gli occhi dolci – quegli occhi che aveva perfezionato negli anni, quelli che facevano sciogliere le persone. Lasciò che una piccola onda di affetto emanasse da lui, sottile, appena percettibile.
Brian rimase impassibile. «Mi stai facendo gli occhi dolci?»
«No» disse Bailey con aria innocente.
L’uomo gli puntò il dito contro. «Oggi tornerete a Finsbury Park. Sapete cosa fare» ringhiò.
Poi se ne andò, imprecando tra i denti come al solito. Appena fu fuori portata d’orecchio, Bailey guardò compiaciuto Arthur.
«Il mio trucco funziona sempre.»
Lui scosse la testa.
Annie vagò per il quartiere senza una meta precisa.
I suoi piedi la portarono attraverso strade che conosceva a memoria, angoli che aveva visto migliaia di volte. Ma oggi tutto sembrava diverso. Distante.
A metà di Church Road passò davanti alla chiesa. Era una costruzione bassa di mattoni rossi, con una bacheca di sughero accanto all’ingresso e gli orari delle funzioni protetti da un vetro rigato di pioggia vecchia. Dentro c’erano i suoi genitori, in quel momento, inginocchiati da qualche parte a pregare per lei — per la sua anima, per il matrimonio, per il nipote messia. Annie si fermò sul marciapiede opposto e rimase a guardare il portone chiuso.
Da bambina ci entrava tenuta per mano, una domenica dopo l’altra, e il gioco era contare le travi del soffitto durante l’omelia. Ventidue. Se ne ricordava ancora. A un certo punto — non avrebbe saputo dire quando — aveva smesso di contare le travi e aveva cominciato a contare i minuti, e poi gli anni.
Le venne in mente che avrebbe potuto entrare. Sedersi in fondo, dire una preghiera per i quindici del capannone e per i due paramedici, fare quella cosa che la gente faceva per sentirsi meno colpevole. Magari funzionava. Magari era tutto lì, il trucco.
Riprese a camminare.
Raggiunse una piccola collina – un’area verde trascurata, con erba alta e qualche albero storto. Si arrampicò in cima e si sedette, osservando il profilo della città.
Londra si estendeva davanti a lei – edifici, strade, il Tamigi che serpeggiava in lontananza. Il cielo era grigio, carico di nuvole pesanti. Annie restò così per un po’, giocando con i fili d’erba accanto a lei. Li strappò uno per uno, tenendoli nel palmo della mano. Verdi, delicati, morti.
Come le vite che aveva spezzato.
Finalmente qualcosa emerse. Rabbia. Il primo vero sentimento da quando era successo tutto. Scandagliò il terreno con il suo potere – minerali, umidità, radici intrecciate, vermi che si contorcevano nel buio. Ogni particella, ogni molecola.
Ordinò alla terra di far spuntare nuova erba. Dei timidi germogli fecero capolino, allungandosi verso l’alto. Annie si chiese se potesse funzionare con i morti, ma conosceva già la risposta.
Frustrata, si alzò di scatto, sollevando lo sguardo al cielo. Un aereo stava passando in lontananza, lasciando una scia bianca. Chissà se poteva volare?
Piegò le ginocchia e spiccò un salto, solo per atterrare goffamente sull’erba. Provò ancora. E ancora. E ancora. Prese la rincorsa e tentò di saltare più in alto, finendo a faccia in giù sul prato.
«Cazzo!» urlò, sbattendo il pugno sulla terra.
Si rialzò, cercando di capire cosa mancasse. Percepì cambiare qualcosa nell’aria. La risposta era lì. Il trucco non era solo spingere sé stessa. Doveva modificare l’aria stessa. Renderla più densa, più solida. Qualcosa su cui reggersi.
Iniziò a manipolare tutte quelle molecole invisibili che la circondavano. A compattarle, a renderle più dense sotto i suoi piedi. Stavolta, quando saltò, restò sospesa per pochi secondi prima di ricadere sul prato.
Un angolo della bocca le si sollevò. Spiccò un altro salto. Questa volta schizzò nel cielo come se avesse le ali. Il vento le frustava il viso, facendole lacrimare gli occhi. Ma non si fermò. Continuò a salire, sempre più su.
Alberi che diventavano piccoli. Case che sembravano scatole. Le strade come linee tracciate su una mappa. Una sensazione di gioia la invase.
Stava volando. Cazzo, stava davvero volando.
Salì più in alto, attraversando uno strato di nuvole. Il mondo scomparve sotto di lei, sostituito da un mare bianco e soffice. Si fermò, barcollando in aria. Non era facile mantenere l’equilibrio – doveva costantemente modificare l’aria intorno a lei, creare supporti invisibili.
Se qualcuno, là sotto, avesse alzato la testa, avrebbe visto al massimo un puntino contro il grigio — un uccello grosso, un drone, niente che valesse una seconda occhiata. Nessuno alza la testa, a Londra. Era una cosa su cui si poteva contare.
Il freddo le mordeva le dita e le orecchie le si erano tappate come in aereo. Ogni respiro usciva in una nuvoletta che il vento strappava via subito. Reggersi costava: era come stare in piedi su una barca che solo lei poteva vedere, e ogni folata la costringeva a ricompattare l’aria sotto i piedi, un aggiustamento continuo, faticoso, che le drenava qualcosa dal centro del petto.
Prima di salire sopra le nuvole cercò il capannone. Sapeva più o meno dov’era — est, oltre la ferrovia — e per un minuto intero rimase sospesa a scorrere i tetti con lo sguardo: capannoni, capannoni, capannoni, tutti uguali, rettangoli grigi e ruggine in mezzo ad altri rettangoli. Non riuscì a distinguerlo. Da lassù, il posto dove erano morte quindici persone non si distingueva da un deposito di pneumatici.
Non seppe decidere se fosse un sollievo o la cosa peggiore di tutte.
Annie restò sospesa, le braccia allargate, il vento che le scompigliava i capelli. Chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dall’aria che lei stessa controllava, galleggiando in un mondo dove era sola, potente, e libera da tutto.
Finsbury Park portava ancora i segni del rave di tre notti prima, come una faccia che non ha smaltito la sbornia. Bottiglie nell’erba, bicchieri di plastica schiacciati a centinaia, un pezzo di impianto abbandonato vicino ai cespugli con i cavi tranciati. Qualcuno aveva perso una scarpa, una sola, e Bailey la fissò più a lungo del necessario prima di infilarla nel sacco.
«Hai visto i giornali?» chiese ad Arthur, tanto per non pensarci. «Brian ne aveva uno sotto il braccio. C’era il capannone in prima pagina.»
«Ho letto online.» Arthur strappò un sacchetto nuovo dal rotolo. «Dicono tutti la stessa cosa. Struttura fatiscente, organizzatori irrintracciabili, indagine per disastro colposo. Contro ignoti.»
«Ignoti» ripeté Bailey. La parola gli rimase in bocca come una moneta sporca. «Ci pensi mai? Prima il fulmine, adesso questa. Ogni volta che succede qualcosa fuori di testa, il mondo si inventa una spiegazione razionale.»
«Prima o poi finirà» disse Arthur piano, senza alzare la testa. «Le spiegazioni. Prima o poi qualcuno guarderà due volte.»
Bailey non rispose. Raccolse tre bicchieri in fila e li lasciò cadere nel sacco, uno dopo l’altro, come piccole assoluzioni a buon mercato.
Arthur era in ginocchio, i guanti in lattice strizzati attorno a un sacco nero traboccante.
Bailey lo osservava di sottecchi. «Allora» esordì, cercando di apparire indifferente mentre scagliava una lattina arrugginita nel suo sacco. «Sei rimasto a dormire da Josh?»
«Sì» rispose Arthur senza voltarsi, fingendo di accanirsi a scrostare una massa appiccicosa di gomme.
Quella sensazione velenosa tornò a stritolargli lo stomaco. Tentò di scacciarla, di ridurla a un semplice fastidio intestinale.
«Vi siete divertiti?»
«Molto. Abbiamo fatto giochi di società, parlato… le solite cose.»
«Quindi non avete scopato?»
Arthur si raddrizzò di scatto, il sacco in mano come uno scudo. «No! Ci conosciamo appena. È… presto.»
«Non che tu ti stia perdendo molto.»
«Di che parli?»
«La regola della L, Arti. Uno così alto ha sicuramente il cazzo piccolo. È scientificamente provato.»
«Anche tu sei alto» gli fece notare Arthur, l’imbarazzo che lottava con la rabbia.
«Sì, beh» ribatté Bailey, interdetto. «Non è universale.»
«Sei solo geloso» sbottò Arthur.
«Questa poi. Sul serio, Arti, non mi dà fastidio se state insieme. Anzi, sono contento per voi due. Dico solo che non c’è paragone tra il mio cazzo e quello di Josh, tutto qui.»
Arthur si morse il labbro, un gesto che Bailey conosceva fin troppo bene.
«Cosa stavi per dire, prima che ci interrompessero? A casa di Josh.»
Bailey non lasciò trasparire nulla. «Niente. Che la penso come te» disse, facendo spallucce.
«Cioè?»
«È giusto che tu stia con qualcuno che possa ricambiare i tuoi sentimenti, ecco. Tu e lui starete benissimo insieme.»
Arthur fece per replicare, ma in quel momento un gruppo di uomini, voci forti e risate sguaiate, passò accanto a loro. Uno di loro, con la giacca sporca di grasso, gettò una bottiglia di birra ormai vuota proprio ai piedi di Arthur.
Lui alzò lo sguardo e disse con tono deciso: «Scusa. Puoi raccoglierla?»
Il gruppo si fermò.
«Che cazzo hai detto?» chiese l’uomo con la giacca.
Arthur non indietreggiò. «Ti ho chiesto se puoi raccogliere la bottiglia che hai buttato» ripeté con ostinazione.
L’uomo scambiò uno sguardo divertito con i suoi compari. «Ma senti te sto stronzetto…»
Bailey si frappose tra i due, posando una mano sulla spalla dell’uomo. «Lascia stare, amico» disse, sfoderando la sua espressione più amichevole. «È un po’ tocco.»
Lasciò fluire il suo potere. Una scarica impercettibile, che non annullava la rabbia ma la rendeva improvvisamente noiosa, inutile.
L’uomo lo guardò con occhi contratti. Poi la sua faccia si rilassò. Gli sfuggì un verso divertito. «Andate a fanculo, sfigati.»
Il gruppo si allontanò, sghignazzando.
«Potevo cavarmela da solo!» sibilò Arthur, furioso. «So badare a me stesso!»
«Ah, sì. Ho visto.»
«Non ho bisogno che mi difendi!»
«Senti, Arti. Hai già provato una volta a fare l’eroe e sappiamo tutti com’è andata a finire. Dovresti imparare a farti i cazzi tuoi, te lo dico col cuore.»
«È per questo modo di pensare che la società è uno schifo!»
«Non cambierai le cose facendoti massacrare di botte.»
«E allora perché sei intervenuto?»
«Che razza di domanda è? Sei mio amico…»
«Non è solo questo» ribatté Arthur con impeto. «L’avresti fatto anche se ci fosse stato qualcun altro al posto mio. Perché sei una brava persona. Tu hai un potenziale enorme, B.B.! Potresti col tuo potere porre fine alle guerre, o…»
«Ora non esagerare.»
«È la verità! Se solo tu…»
«Sono l’esatto opposto di un eroe, Arti. Soprattutto dopo quello che è successo» ribatté secco Bailey.
«Sì, hai fatto una cazzata» ammise Arthur. «E delle persone ne hanno pagato le conseguenze. Ma puoi rimediare. Iniziando a fare del bene, anche a piccole dosi!»
«Non credo che faccia per me» disse Bailey, distogliendo lo sguardo. «Dai, riprendiamo a ripulire questo casino» aggiunse, raccogliendo la bottiglia e gettandola nel suo sacco.
Mentre stavano per rientrare al centro per posare gli attrezzi e raccogliere le loro cose, Arthur disse: «Hai pensato a quello che ti ho detto?»
Bailey trattenne un sospiro.
«Non sono tagliato per fare il supereroe, te l’ho già detto.»
«Lo sai che non è vero.»
Bailey voleva baciarlo. Essere la persona che lui credeva fosse. Dirgli di lasciare perdere Josh. Le parole gli si accavallarono in bocca senza trovare una via d’uscita. All’improvviso Annie atterrò accanto a loro dal nulla, scivolando sui gradini e perdendo quasi l’equilibrio. Aveva i capelli completamente scompigliati, gli occhi che brillavano.
Il primo a riprendersi dallo shock fu Bailey. Guardò il cielo, poi lei, poi di nuovo il cielo.
«Da dove cazzo sei sbucata?»
Annie sorrise. «Ho imparato a volare.»
«Volare?» Bailey la guardò come se le fosse spuntata una seconda testa. «Sai volare?»
Lei alzò le spalle. «A quanto pare sì.»
«Cazzo… non dovrai più prendere i mezzi.»
Annie emise un suono breve che poteva quasi passare per una risata.
«Tu… stai sorridendo» boccheggiò Arthur, osservandola come se fosse un alieno.
«Sono di buon umore.»
«Ah» disse Bailey, compiaciuto. «È per la scopata di ieri, vero? Sapevo che...»
Arthur si pietrificò.
«No, idiota, non è per quello» lo rimbeccò Annie.
«Ma sono stato bravo, giusto?»
«Devo tornare a casa» disse teso Arthur, abbandonando senza troppe premure gli attrezzi per terra. «Riporta tu questa roba dentro.»
E se ne andò senza salutarli, i passi veloci.
«Aspetta! E il tuo zaino?» gli urlò dietro Bailey. «Che cazzo gli è preso?»
«Davvero?» disse Annie.
«Davvero cosa?»
«È geloso, coglione.»
Un calore stupido gli si allargò nel petto. «Hai ragione. Voglio dire, vi capisco. Ma non c’è bisogno che litighiate, sul serio. Potremmo fare che i giorni dispari sto con te e…»
«Non farti strane idee. Quello che è successo è stata una parentesi, chiaro?»
«Per me va bene. Più che bene. Facciamo che scopo con te il fine settimana?»
«Io vado» concluse secca Annie.
«Aspetta!» disse Bailey in fretta. «Mi porti a fare un giro?»
«Sei serio?»
«Serissimo. Ho sempre voluto volare.»
Annie sospirò. «D’accordo.»
Bailey mise le braccia intorno al suo collo, i loro nasi che si sfioravano.
Annie si guardò intorno — la strada vuota, il centro ormai chiuso. «Pronto?» chiese.
«Pro...»
Annie spiccò il volo. Bailey urlò, terrorizzato, stringendosi a lei con tutta la forza che aveva. Salirono velocemente – sopra gli alberi, sopra i tetti, sempre più su. Superata la paura iniziale, Bailey si rese conto che stavano effettivamente volando. «CAZZO!» urlò euforico contro il vento. «È fantastico! Tutto sembra...»
«Piccolo» completò Annie per lui. «Insignificante.»
Bailey fece l’errore di guardare giù. Erano davvero – davvero – molto in alto. Forse troppo. Cioè, se Annie si fosse distratta, sarebbero finiti per precipitare... senza nulla a evitare l’impatto che li avrebbe ridotti a frittelle…
«Penso di soffrire di vertigini.»
«Cosa?»
«E mi sta anche venendo da vomitare. Scendi! Ora!»
Annie si abbassò di quota rapidamente, una mossa che mise a dura prova lo stomaco già provato di Bailey. Atterrarono sul prato. Si staccò da lei, le gambe che lo reggevano a malapena, e si piegò in due, respirando a fatica. «È stato forte» disse tra un respiro e l’altro. «Mi è venuto duro.» Guardò la sua erezione, ben visibile sotto i jeans. «Che ne dici di una sega veloce?»
«No.»
«Va bene, va bene.» Bailey si raddrizzò. «Ne è valsa la pena. Cristo, Annie. Sai volare. È la cosa più figa di sempre.»
Tornarono a casa insieme, camminando lentamente. Bailey era ancora un po’ verde in faccia.
«ANNIE!» esclamò sua madre. «È successo? Il miracolo è stato compiuto?»
«Sì. Io e B.B. abbiamo scopato» rispose annoiata Annie.
Sua madre cedette a un pianto di gioia, portandosi le mani al petto. «GRAZIE! GRAZIE SIGNORE!»
Suo padre ricominciò a pregare ad alta voce, agitando la Bibbia sopra la testa. «È L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA! IL SALVATORE STA ARRIVANDO!»
«Andiamo su» disse Annie.
Salirono le scale.
«È la prima volta che mi capita» commentò Bailey divertito, «che dei genitori siano così contenti che mi sono fatto la figlia.»
Dal piano di sotto sentirono il padre di Annie gridare: «DOBBIAMO ORGANIZZARE IL MATRIMONIO! SUBITO!»
Si sedettero sul letto di Annie, mentre al piano di sotto i suoi genitori continuavano la loro celebrazione isterica.
«Cazzo, mi sa che mi toccherà metterti l’anello al dito» disse Bailey con espressione divertita.
«Dubito che Arti sarebbe contento.»
Il sorriso di Bailey vacillò.
«Dovresti dirglielo» aggiunse Annie.
«Cosa?»
«Quello che provi.»
«Non provo niente.»
«Di cosa hai tanta paura, si può sapere?»
«Non ho paura di un cazzo.» Bailey spostò lo sguardo altrove — la finestra, il muro, qualsiasi cosa che non fosse lei. «È che non ha senso. Stai con qualcuno, va tutto bene, e poi finisce. Finisce sempre. E dopo ti ritrovi a chiederti perché cazzo stavolta sarebbe dovuta andare diversamente. Io ho già abbastanza roba che fa schifo nella mia vita. Non ho bisogno di aggiungercene altra volontariamente. E poi lui ha Josh, adesso. Sarà anche un idiota, ma almeno è affidabile.»
Annie non lo contraddisse. Non era brava con le parole che servivano in quei momenti, e quelle poche che conosceva le sembravano tutte usate. Rimase seduta accanto a lui, le spalle che quasi si toccavano, e lasciò che il silenzio facesse quello che sapeva fare.
«Com’è, lassù?» chiese Bailey dopo un po’, a voce bassa.
Annie ci pensò. «Silenzioso.»
«Silenzioso come?»
«Come se il mondo fosse una cosa che è successa a qualcun altro.»
Bailey annuì piano, come se fosse esattamente la risposta che si aspettava. «La prossima volta portami sopra le nuvole» disse. «Con più calma. E con un sacchetto. Voglio vedere anch’io.»
Restarono seduti in silenzio. Dal piano di sotto arrivava il rumore di bicchieri che tintinnavano e la voce di sua madre che già parlava di fiori e inviti.
La sveglia attaccò a suonare.
Annie socchiuse gli occhi. Allungò una mano e scaraventò la sveglia a terra. Si concesse qualche minuto di tregua, poi si alzò.
Bailey non era rientrato la sera prima. Doveva essere rimasto a dormire da chissà chi. Annie aveva smesso di chiederglielo.
Scese in cucina. I suoi genitori erano seduti al tavolo, circondati da riviste di matrimoni, campioni di tessuto, cataloghi di catering.
«Annie!» esclamò sua madre. «Guarda questi fiori! Pensi che le rose bianche siano troppo tradizionali? O dovremmo osare con le peonie?»
«Le peonie rappresentano la grazia divina» disse suo padre, consultando un libro. «Sono perfette per un’unione benedetta.»
Non facevano altro che parlare di quello da un paio di settimane a questa parte. Annie li ignorò, come al solito. Prese un toast dal piatto sul bancone e uscì di casa.
Arrivò al centro trovando Arthur col naso immerso nell’ennesimo libro. La salutò con un cenno distratto.
«B.B. non è ancora arrivato?»
«No.» Arthur chiuse il libro, tenendo il segno con un dito. «Sai dov’è?»
«No. Non è tornato a casa ieri sera.»
Arthur abbassò lo sguardo. Un muscolo della mascella si contrasse appena. «Sarà andato a caccia» disse, con una piattezza che non riusciva del tutto a nascondere il tono caustico sottostante.
«Probabile.»
«Non ti dà fastidio?»
Annie incontrò il suo sguardo. «Te l’ho già detto. Non stiamo insieme. È libero di fare quello che gli pare.»
Arthur non replicò. Riaprì il libro.
La porta si spalancò.
«Ecco i miei due sfigati preferiti!» Bailey entrò saltellando, con quell’aria di chi ha dormito benissimo e non vede il motivo per cui qualcuno potrebbe essere di umore diverso. «Mi stavate aspettando?»
Arthur chiuse il libro con un tonfo secco e si alzò. «Sei in ritardo. Ti ricordo che Brian è sul piede di guerra. Ha di nuovo minacciato di farci rapporto.»
Bailey sventolò la mano con disinvoltura. «E tu ancora gli credi?»
Come per risposta, Brian comparve sulla soglia con la puntualità sinistra di chi viene evocato per sbaglio. Li squadrò tutti e tre con la stessa espressione di sottile disgusto che riservava a qualsiasi cosa non rientrasse nei suoi standard.
«Siete ancora qui? Oggi Victoria Park. Vi aspetta la solita merda.»
Sparì prima che qualcuno potesse replicare.
Bailey lo seguì con lo sguardo, poi allargò le braccia. «Visto? Non gliene frega un cazzo.»
Al parco il cielo era basso e grigio, i viali ricoperti del solito strato di cartacce, lattine schiacciate e roba che era meglio non identificare. Annie stava spingendo il carrello della spazzatura quando Bailey le si affiancò con le mani in tasca, il rastrello appoggiato sulla spalla come se stesse facendo una passeggiata domenicale.
«Allora» esordì, con il tono di chi sta per condividere la notizia del secolo. «Si chiama Chloe. O Zoe. Comunque — capelli scuri, tatuaggio sull’interno coscia, lavora in un bar vicino alla stazione. Certe ragazze ti stupiscono davvero. Non le avrei dato un soldo bucato, ma cristo… credo che fosse una contorsionista in un’altra vita...»
Annie infilò una lattina nel sacchetto. «Risparmiamelo.»
«C’è stato un momento, verso le due, in cui ho pensato che forse avrei dovuto prendere appunti… perché certe cose non si improvvisano e…»
Annie si raddrizzò. «Perché cazzo me lo vieni a raccontare?»
Bailey la guardò come se la domanda fosse la più strana che avesse mai sentito. «Perché siamo amici?» Si sporse verso di lei, sogghignando. «Ooh, non sarai mica gelosa? Tranquilla. Puoi averlo quando vuoi. Basta chiedere. Massima disponibilità, soddisfazione garantita.»
Annie lo fissò. «Se non torni a lavorare» sibilò, «ti pianto il rastrello in un posto che renderà le tue future attività notturne decisamente più complicate.»
Bailey alzò le mani in segno di resa, ma il sorriso non sparì. Si scostò di qualche passo, riprendendo a trascinare il rastrello sul vialetto con la stessa energia di prima — il che significava quasi nessuna. «L’offerta rimane in piedi» aggiunse, senza voltarsi.
Il telefono di Annie squillò. Era sua madre. Strano. Non la chiamava mai mentre era al centro.
«Che c’è?» rispose secca Annie.
«ANNIE!» urlò sua madre nel panico, ferendole il timpano. «È venuta la polizia qui!»
Annie spostò il cellulare sull’altro orecchio. «La polizia?»
«Sono entrati in casa! Hanno detto che devono prelevarti! Hanno chiesto dove ti trovassi! Ho dovuto dirglielo, tesoro, ho dovuto! Mi hanno fatto delle domande e...»
«Aspetta.» Annie scosse la testa, cercando di elaborare. «Hai detto che la polizia vuole prelevarmi?»
«Sì! Oh Annie, tesoro, che hai combinato stavolta? Tuo padre sta pregando, ha tirato fuori la Bibbia grande, quella delle occasioni speciali...»
Annie incrociò lo sguardo di Bailey, che si era fatto attento.
«Non lo so. Non preoccuparti. Me la sbrigo io.»
«Ma, Annie...»
Annie chiuse la telefonata.
«Che succede?» chiese Bailey.
«Mia madre dice che la polizia mi sta cercando.»
«Cazzo!» Bailey si guardò intorno come se si aspettasse di vedere pattuglie spuntare dagli alberi. «Che hai fatto?»
«Niente! Dev’essere collegato a quello che è successo alla festa…»
«Non possono sapere che sei stata tu. Nessuna persona normale avrebbe potuto far crollare il tetto. Hai sentito i telegiornali, no? Credono sia stato un incidente. Problemi strutturali. Nessuno ha parlato di... sai. Poteri.»
«Senti, non lo so, okay? È l’unica cosa che mi viene in mente.»
«Se fossi in te me la darei a gambe» suggerì Bailey. «Tipo, adesso.»
«Se scappo sembrerò colpevole. Di qualsiasi cosa vogliano accusarmi.»
Arthur li raggiunse. «Che avete da confabulare tanto, voi due?»
«Annie sta per essere arrestata» rispose Bailey. «Di nuovo.»
Arthur sbarrò gli occhi. «Cosa?! Che hai fatto?»
«NIENTE!» rispose irritata Annie. «Cazzo, siete peggio di mia madre! Non lo so che cazzo vogliono!»
Arthur tirò fuori il cellulare, gli occhi che s’illuminavano di blu. «Qui dice che sei ricercata per vandalismo ai danni di una struttura pubblica» disse dopo qualche secondo. «Vandalismo aggravato. E... resistenza a pubblico ufficiale? Quando avresti...»
«Sul serio?» A Bailey scappò una mezza risata. «Vandalismo? Dai, ti facevo più fantasiosa.»
«Non ho vandalizzato nulla! Deve esserci un errore! Qualcuno mi ha incastrato o...»
«Forse si tratta di un’altra Annie» ipotizzò Bailey.
«Difficile che la polizia commetta errori così grossolani» replicò Arthur, ancora concentrato sul telefono. «Hanno il tuo nome completo, indirizzo, data di nascita. Sei decisamente tu.» Fece una pausa. «Si stanno muovendo di nuovo. Devono aver parlato con Brian. Credo... credo che stiano per venire qui.»
«Quanti sono?» indagò Bailey.
Arthur deglutì. «Tre pattuglie. Sei agenti.»
«Cazzo» disse Bailey a mezza voce. «Okay. Cosa facciamo?»
Annie si sedette su una panchina. «Aspettiamo. Voglio capire che cazzo sta succedendo.»
«Annie, forse dovresti...» iniziò Arthur.
«Ho detto che aspettiamo.»
Bailey e Arthur si scambiarono un’occhiata preoccupata.
Dopo mezz’ora, in lontananza, sentirono le sirene.
Si erano spostati all’entrata del parco per farsi trovare subito. Stavano in piedi, tesi, guardando le tre volanti avvicinarsi. Le macchine si fermarono. Ne scesero sei agenti – come aveva detto Arthur – tutti con espressioni serie.
Appena videro Annie, controllarono qualcosa sui loro tablet. Probabilmente la sua foto segnaletica. Puntarono dritti verso di loro.
«Annie Hawthorne?» chiese uno di loro con tono professionale.
«Sì, sono io» rispose gelida lei.
Poi l’agente si girò verso Bailey e Arthur. «Arthur Morgan?»
«Sì, sono io» rispose Arthur sorpreso.
«E tu sei Bailey Burns?»
«Non ho fatto niente» disse in fretta lui, nervoso. «Erano tutte consenzienti. Qualsiasi cosa vi abbiano detto, io non...»
«Vi dichiaro in arresto.»
Prima che potessero reagire, li afferrarono, costringendoli con le braccia dietro la schiena. Le manette scattarono sui polsi.
«Un momento!» urlò Bailey nel panico. «Che cazzo c’entriamo noi? Non abbiamo fatto nulla!»
Ma il poliziotto lo ignorò, recitando la formula d’arresto: «Non siete obbligati a dire nulla. Ma potrà nuocere alla vostra difesa non menzionare ora qualcosa su cui intenderete basarvi in tribunale. Tutto ciò che direte potrà essere usato come prova...»
La gente si fermò, incuriosita. Telefoni che si alzavano per filmare. Mormorii. I tre vennero trascinati verso le volanti e spinti dentro senza troppe cerimonie.
Il viaggio in macchina fu silenzioso. Annie guardava fuori dal finestrino, il cuore che batteva forte. Le manette le mordevano i polsi. Alla stazione di polizia, li fecero scendere e li portarono dentro. Corridoi sterili, luci fluorescenti, l’odore di caffè stantio che sembrava appestare tutto l’edificio.
Li separarono immediatamente. Annie vide Bailey che veniva trascinato in una direzione, Arthur in un’altra.
La spinsero in una sala interrogatori. Piccola, claustrofobica. Un tavolo di metallo, due sedie, una telecamera nell’angolo. E il classico specchio finto, come nei film.
Era simile a quella dove l’avevano interrogata l’ultima volta. Le tolsero le manette e la fecero sedere. Poi se ne andarono, chiudendo la porta a chiave. Annie si guardò intorno, massaggiandosi i polsi.
Aspettò, finché la porta non si aprì di nuovo.
Entrò una donna. Forse sui quarant’anni. Capelli rossi raccolti in uno chignon severo, occhi blu, una spruzzata di lentiggini sul naso. Indossava un completo scuro con giacca e pantaloni, non l’uniforme classica della polizia.
«Ciao, Annie» disse in tono educato, sedendosi di fronte a lei con un fascicolo in mano.
Annie non rispose.
«Immagino ti starai chiedendo perché sei qui» continuò con calma la donna, posando il fascicolo sul tavolo.
«Chi cazzo sei?»
La donna le rivolse un’espressione divertita. «Puoi chiamarmi Six.»
«Cos’è? Una specie di nome in codice?»
«Sei una ragazza sveglia.»
«Qualsiasi cosa pensiate abbia fatto, io non c’entro nulla» disse Annie con disprezzo. «Avete preso la persona sbagliata. Sai che novità.»
Six aprì il fascicolo e iniziò a leggere ad alta voce. «Annie Hawthorne. Ventiquattro anni. Condannata tre mesi fa per aver dato fuoco alla casa di un professore della tua università. Ti sei difesa in tribunale accusandolo di violenza sessuale su una studentessa, ma le indagini a suo carico non hanno portato a nulla. Attualmente in libertà vigilata, con obbligo di lavori di pubblica utilità.» Alzò lo sguardo. «È davvero colpevole?»
«Sì» sputò Annie.
Six la studiò per un momento. C’era qualcosa di strano nel modo in cui la guardava – come se sapesse cose che Annie non sapeva.
«Voglio un avvocato» disse Annie.
«Non ne hai bisogno.»
«Non dirò un cazzo finché non avrò il mio avvocato.»
Six incrociò le mani sul tavolo. «Cos’è successo la sera dell’11?»
Annie si contrasse. Era la sera della festa.
«Non so di che cazzo parli.»
«Possiamo girarci intorno quanto vuoi, ma sappiamo entrambe che sarà solo una perdita di tempo.» Six si appoggiò allo schienale. «Eri alla festa in cui sono morte quelle quindici persone, Annie. Tu, Bailey Burns e Arthur Morgan. Dei testimoni vi hanno visto.»
«E allora?»
«Cos’è successo?»
«Dimmelo tu. Sei una poliziotta, no? Avete fatto le vostre indagini. Il maledetto tetto è crollato, quasi ammazzandoci.»
«Sì, questa è la versione ufficiale.»
Annie alzò le spalle. «Perché? C’è un’altra versione?»
«Hai fatto crollare tu il tetto.»
Annie si sforzò di produrre una risata. «Buona questa. Sì, lo ammetto. Ci ho piazzato una bomba mentre nessuno guardava. Sono bravissima con l’esplosivo. L’ho imparato su internet.»
«Annie» ripeté con dolcezza Six. «So del tuo potere.»
«Sei fuori di testa.»
«Eri fatta di MDMA» continuò con disinvoltura Six. «Te l’ha offerta il tuo amico Bailey. Vi siete sballati e avete perso il controllo.»
Annie era rimasta a bocca aperta. La richiuse di scatto. Come cazzo faceva a saperlo?
«Posso leggerti la mente» disse Six, come se effettivamente le avesse letto nel pensiero.
«Come no.»
«Mettimi alla prova.»
«Cosa sto pensando adesso?»
«Che sono una stronza. Che è troppo facile intuirlo. Ora ti stai chiedendo come cazzo faccio a saperlo.»
«Indovina...»
«Ventitré» rispose Six, prima ancora che Annie potesse finire.
Il numero a cui stava pensando. Quello che aveva scelto a caso per metterla alla prova.
«Cazzo» se ne uscì Annie.
«Già.»
Silenzio.
«Che cosa vuoi?» chiese Annie alla fine. «Negherò tutto. Non puoi provare niente.»
Six allargò le mani. «Non sono qui per accusarti, Annie. Non sono nemmeno una poliziotta.»
«Allora cosa sei?»
Six si sporse in avanti. «Faccio parte di un’agenzia governativa. Una branca dei servizi segreti, per essere precisi. Ci occupiamo di studiare e monitorare fenomeni paranormali.»
Annie aggrottò le sopracciglia. «Servizi segreti? Sul serio?»
«Da quando la tempesta si è abbattuta sulla città, molte persone hanno acquisito dei poteri» spiegò Six. «Centinaia, forse migliaia in tutto il Regno Unito. Forse in tutto il mondo. Ci siamo organizzati per entrare in contatto con loro. Da lì è nata l’idea delle task force: squadre con l’obiettivo di mantenere la pace. Di far fronte alle persone che hanno deciso di sfruttare i loro poteri per scopi malvagi.» Six fece una pausa. «Operiamo nell’ombra. Ufficialmente, la nostra agenzia non esiste. Puoi immaginare come reagirebbe la gente comune nello scoprire che esistono persone con superpoteri. Il nostro compito è fare in modo che non lo scoprano mai.»
Annie restò in silenzio per un momento. «Come avete fatto a trovarmi?»
«L’ambulanza» rispose Six con semplicità. «Un masso non sbuca dall’asfalto dal nulla, Annie. L’incidente ha attirato parecchia attenzione. E i sopravvissuti ti hanno descritta – ti hanno vista venire caricata a bordo, prima che si ribaltasse.» Inclinò la testa. «Da lì, risalire a te e ai tuoi amici è stato solo questione di tempo.»
Le corse un brivido lungo la schiena. L’ambulanza. Non ci aveva nemmeno pensato. Aveva dato per scontato che nessuno l’avesse notata, nel caos di quella sera.
«Cristo...» mormorò. «Task force, servizi segreti... Arti si verrà nelle mutande.»
Six emise un suono nasale, quasi divertito. «Non sarebbe il primo.»
«Non sono un’eroina. Ho ucciso delle persone.»
«È stato un incidente.»
«Cambia poco.»
Six tornò a farsi seria. «Il fatto che t’importi dimostra che sei una brava persona. Puoi fare del bene, Annie. Espiare i tuoi peccati, per così dire.»
«Non m’interessa. Abbiamo finito?»
Stranamente, Six non cercò di farle cambiare idea. Si alzò, chiudendo il fascicolo. «Prenditi del tempo per rifletterci su.» Tirò fuori un biglietto da visita, posandolo sul tavolo. «Ti lascio il mio contatto.»
Annie prese il biglietto.
DIPARTIMENTO AFFARI PARANORMALI
Agente Six
Thames House Annex, 11 Millbank, London SW1P 4QP — +44 (0)20 7946 0958 — agent.six@dpa.gov.uk
«Tra un’ora verrai rilasciata» concluse Six, avviandosi verso la porta. «E le accuse contro di te cadranno. Anche quelle contro i tuoi amici. Ci vediamo, Annie. È stato un piacere.»
Un’ora dopo, come promesso, la rilasciarono.
Annie dovette firmare delle scartoffie – moduli su moduli che non si preoccupò nemmeno di leggere. Un agente la scortò verso l’uscita.
Sua madre la stava aspettando nella sala d’attesa.
«ANNIE!»
Corse verso di lei, stritolandola in un abbraccio soffocante. «Oh grazie a Dio! Grazie, grazie, grazie! Ero così preoccupata! Tuo padre e io abbiamo pregato senza sosta!»
Annie si staccò. «Sto bene.»
Guardandosi intorno, notò che non erano sole. C’era anche una signora avvenente, vestita con un completo elegante. A circa un metro da lei, il padre di Bailey se ne stava stravaccato su una sedia, le gambe tese davanti a sé, in una posa oltraggiosamente spavalda. Appena vide Annie, non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto.
«Annie, tesoro, devi dirmi tutto! Perché ti hanno arrestata? Cos’hai fatto? Sono così confusa...»
«Te lo spiego dopo. A casa» tagliò corto Annie.
La porta si aprì di nuovo. Bailey e Arthur uscirono insieme, scortati da un altro agente. Arthur si bloccò di colpo, il colore che gli svaniva dal viso.
La donna avanzò verso di lui, composta, i tacchi che picchiettavano sul pavimento. Lo guardò, senza dire niente. Arthur abbassò lo sguardo, intimorito.
«Salve, signora Morgan! Come sta?» esclamò eccitato Bailey, rivolgendole un cenno caloroso.
Poi notò suo padre e l’entusiasmo gli si spense in faccia. Lui si alzò dalla sedia e gli andò incontro.
«Figliolo!»
Lo abbracciò. Bailey rimase immobile, rigido come un palo, l’espressione tesa.
«Mi hai fatto preoccupare» disse suo padre a voce alta, in tono affettuoso. «Ero così in ansia per te! Quando la polizia mi ha chiamato... cavolo, pensavo ti fosse successo qualcosa di terribile!»
Gli passò un braccio intorno al collo, un gesto all’apparenza innocente. Ma la presa si strinse. Le dita affondarono nella carne.
«Su, andiamo a casa. Ti aspetta una bella ramanzina, signorino.»
Iniziò a trascinarlo via.
«No!» Arthur guardò sua madre, ansioso. «Mamma, so che sei arrabbiata, ma non possiamo permettere al padre di B.B. di...»
«Arthur.» La voce della signora Morgan era tagliente come vetro. «Ne parleremo a casa.»
«Ma...»
«In macchina. Ora.»
Arthur tornò ad abbassare la testa, combattuto se sfidare l’ira di sua madre o salvare Bailey. Alla fine la seguì fuori dalla stazione di polizia con la coda tra le gambe.
Appena arrivò a casa, suo padre esordì con un: «Vai in camera tua a pregare.»
Annie lo accontentò, ben lieta di levarseli dai piedi. Entrò in camera e girò la chiave nella serratura. Si sedette sul letto. Il biglietto di Six le pesava nella tasca dei jeans. Lo tirò fuori e lo osservò.
Il cellulare iniziò a vibrare. Annie lo prese, guardando lo schermo. Era un numero che non conosceva. Lo ignorò, soffermandosi di nuovo sul biglietto. Le parole di Six le rimbombavano nel cervello. Puoi fare del bene, Annie. Stronzate, si disse. Aveva ammazzato diciassette persone. Era al di là di ogni redenzione.
Il cellulare continuava a vibrare, imperterrito. Annie lo guardò, chiedendosi chi diavolo potesse cercarla con così tanta insistenza. Accettò la chiamata.
«Pronto?»
«Annie, sono io.»
La voce di Arthur.
Annie aggrottò la fronte. «Come fai ad avere il mio numero? Non ce lo siamo mai scambiati.»
«Non fare domande idiote. Senti, non abbiamo molto tempo. Ti sto chiamando dal cellulare del vicino. Lo sto controllando da remoto.» Arthur parlava veloce. «Mia madre mi ha sequestrato tutto. Telefono, computer, PlayStation. Tutto.»
«Sarai disperato. È per questo che mi hai chiamato?»
«No! Volevo parlare con te di quello che è successo. Ho provato a indagare su Six e l’Agenzia per cui lavora. Non ho trovato nulla di compromettente. Six è praticamente un fantasma e ufficialmente l’Agenzia si limita a studiare i fenomeni paranormali. Ma non è così! Stanno mettendo su delle squadre di supereroi! Veri supereroi! E potrebbero reclutare anche noi! È incredibile, Annie! Potremmo...»
«A me non interessa» lo interruppe Annie.
«Come non ti interessa?»
«Ho già buttato il biglietto.»
«Annie, è un’occasione troppo preziosa per ignorarla!» La voce di Arthur salì di tono. «Abbiamo un obbligo morale! Con questi poteri possiamo fare la differenza! Possiamo aiutare le persone! Possiamo...»
«Io non ho nessun cazzo di obbligo» lo interruppe di nuovo Annie. «Se vuoi giocare a fare l’eroe sei liberissimo di farlo. Basta che non mi rompi le palle con ‘sta storia.»
Silenzio dall’altra parte. Annie sentiva tutta la disapprovazione di Arthur attraverso il telefono. «Sto per mettere giù» disse.
«B.B.»
Annie si fermò, il dito sul pulsante rosso.
«Cosa?»
«Dobbiamo aiutare B.B.» disse Arthur, impaziente. «Almeno questo puoi farlo. Si tratta di un amico.»
«Non posso piombare in casa sua e trascinarlo via.»
«Hai fatto cose più azzardate. Tipo dare fuoco alla casa di un professore.»
«Quello era diverso.»
«Come?»
Annie evitò la domanda. «Perché non ci vai tu?» replicò.
«Se mia madre mi becca a fare qualche altra cazzata, mi chiude in casa per i prossimi sei mesi. Mi toglie perfino la televisione.»
«Oh no. Non la televisione.»
«ANNIE!» esclamò Arthur arrabbiato. «La questione è seria! In questo momento il padre di B.B. lo sta probabilmente riempiendo di botte!»
«Quello stronzo non mi lascerà andare via con lui così facilmente. Dovrò usare il mio potere.»
«Basta che tu non lo ferisca. Tipo... non frantumargli tutte le ossa.» Arthur esitò. «Anche se è quello che si meriterebbe.»
«Arti...»
«Il vicino si è svegliato! Devo staccare! Annie, per favore! VAI!»
Annie rimase seduta, spostando lo sguardo dal telefono al biglietto. «Cazzo» disse tra sé.
Si alzò e andò alla finestra.
Atterrò in un vicolo vicino all’appartamento di Bailey, lontano da occhi indiscreti. Controllò che non ci fosse nessuno in giro, poi si avviò verso il palazzo.
Salì le scale di corsa, due gradini alla volta. Stava già progettando di buttare giù la porta, la materia che vibrava sotto il suo volere, quando questa si spalancò all’improvviso, quasi colpendola in faccia.
Bailey uscì con un sacco della spazzatura tra le mani e una sigaretta accesa in bocca. Aveva un labbro spaccato. Rimase interdetto nel ritrovarsela davanti. «E tu che cazzo ci fai qui?» disse sorpreso.
«Sono venuta per...»
Ma non riuscì a finire la frase. Per salvarti suonava imbarazzante, oltre che ridicolo. Perché Bailey non dava l’impressione di uno che doveva essere salvato. Stava lì, tranquillo, con il suo sacco della spazzatura e la sigaretta, come se fosse una serata qualsiasi.
Bailey chiuse la porta dietro di sé, espirando una boccata di fumo dalle narici. «Sto facendo un po’ d’ordine» disse con tranquillità, scendendo le scale. «Mio padre ha lasciato un casino da quando me ne sono andato.»
Annie lo seguì, confusa. «Credevo ti avrebbe ammazzato di botte.»
«Oh sì.» Bailey buttò la cenere della sigaretta per terra. «Era parecchio incazzato. Sai com’è, l’ultima cosa che vuole è che la polizia venga a ficcare il naso nei suoi affari. Ma l’ho tenuto buono. Mi sono solo beccato un manrovescio.»
«Cosa?»
«L’ho calmato. Con il mio potere.» Bailey scrollò le spalle. «Ora sta bevendo sul divano. Meglio non disturbarlo finché l’effetto dura.»
«Pensavo di dover buttare giù la porta» disse Annie irritata, dandosi della stupida.
Si era completamente dimenticata del fatto che anche Bailey aveva un potere. Perché era andata appresso ad Arthur?
Bailey le lanciò uno sguardo malizioso. «L’avresti fatto sul serio? E poi cosa? Mi avresti caricato sul tuo cavallo bianco e avremmo galoppato verso il tramonto, finendo per scopare nel tuo castello?»
«Vaffanculo» ringhiò Annie. «È stata un’idea di Arti. Era preoccupato per te.»
«Ammettilo che anche tu lo eri. Un pochino.»
Bailey sbuffò divertito. Gettò il sacco insieme all’ammasso di spazzatura che circondava i cassonetti e tornò verso di lei.
«Vieni. Facciamo un giro.»
Annie lo seguì, imbronciata. Camminarono lungo la strada. Qualche macchina passava, musica che pompava dagli stereo.
«Tipa inquietante quella Six, vero?» disse Bailey. «Riusciva a capire cosa pensassi prima che lo pensassi. Dev’essere un casino avere un potere così. Immagina mentre sei a letto con il tipo di turno e lui fantastica di scoparsi un’altra...»
«Cosa ne pensi di lei?»
«Che ha un bel culo. Quasi quanto quello della madre di Arti. Anche se nessuno batte il suo. Dovrebbero tipo darle un premio per il culo dell’anno o roba così...»
«Parlo sul serio, deficiente.»
«Cazzo, anch’io.» Bailey tirò una boccata dalla sigaretta. «L’hai vista com’è, no? Sono sorpreso che Arti sia figlio unico. Se avessi una moglie così...»
«Accetterai?» lo interruppe secca Annie.
Bailey prese la sigaretta tra le dita, sbuffando fumo. «Tu cosa vuoi fare?»
«Me ne frego. Non ho intenzione di risolvere i problemi di nessuno. Ho già i miei.»
«Potrebbe essere divertente, chi lo sa.»
«Sei stato tu il primo a dire che non avevi voglia di giocare ai supereroi.»
«Di sicuro ci pagheranno soldi a palate per salvare il mondo. E sai che puoi farci con i soldi? Affittarti le squillo di lusso, per dirne una. O comprarti così tante case da non saperci che fare. O qualunque stronzata ti venga in mente.»
«Quindi lo faresti solo per i soldi?»
«Per quale altro motivo dovrei farlo?»
Ma Annie aveva come la sensazione che stesse mentendo.
«Non contate su di me.»
Bailey si fermò, gettando il mozzicone per terra e schiacciandolo con il piede. «Secondo me dovresti pensarci su.»
«Me ne torno a casa.»
Bailey si limitò a sollevare lo sguardo mentre Annie partiva a razzo, lasciandosi alle spalle la strada sporca e i cassonetti traboccanti.
L’indomani Annie arrivò presto al centro.
Si sedette sui gradini, sbadigliando. Non aveva dormito molto. Era rimasta sveglia a riflettere su ciò che era successo. Il biglietto di Six era ancora nella tasca dei jeans. L’aveva tirato fuori più volte, tentata di stracciarlo. Ma alla fine non l’aveva fatto. Si diceva che poteva esserle utile, dopotutto. Per cosa, non lo sapeva.
Poco dopo arrivò Arthur, quasi marciando. «Dov’è B.B.?» chiese immediatamente, senza nemmeno salutarla.
«Buongiorno anche a te.»
«Annie, sul serio. Dov’è?»
«Il tuo fidanzato sta benissimo. Di sicuro sta arrivando.»
Il sangue salì al viso di Arthur. «Non è il mio fidanzato.»
«Okay.»
«Non lo è!»
«Ho detto okay.»
Arthur si tormentava le mani. «Ieri sera ho richiamato Six» disse. «Le ho detto che voglio entrare a far parte dell’Agenzia. Del loro progetto. Mi ha spiegato che dovrò affrontare prima un addestramento. Mi insegneranno a sfruttare il mio potere, soprattutto sotto pressione. Ci saranno simulazioni, scenari realistici. È incredibile, Annie! È come...»
«Come una scuola per supereroi» disse laconica Annie.
«Esatto! Dovresti accettare anche tu. Ci serve qualcuno con un potere come il tuo…»
«No.»
«Annie...»
«Ho detto no.»
Arthur emise un respiro pesante. «Almeno ascoltami. Se non vuoi farlo per il bene comune, pensa ai vantaggi pratici. Six ha detto che faranno ripulire la mia fedina penale. Niente più lavori sociali.»
«Allora non ci vedremo più.»
Arthur esitò. «Possiamo comunque restare amici.»
Annie non rispose. Aveva già capito come sarebbe finita: lui e Bailey avrebbero proseguito per la loro strada, lei per la sua. Forse avrebbero combinato qualcosa, o forse no. In ogni caso, col tempo, sarebbero tornati a essere tre perfetti sconosciuti.
Arrivò Bailey. Sembrava molto allegro – fischiettava, le mani in tasca, un’aria compiaciuta stampata in faccia.
Arthur lo abbracciò con slancio. «Stai bene! Meno male!»
«Non sono mai stato meglio» disse Bailey, affondando il viso nei suoi capelli.
Per un lungo momento – molto lungo – restarono così. Poi Annie si schiarì rumorosamente la gola, riportandoli coi piedi per terra. Arthur si staccò da Bailey, la faccia che somigliava a un pomodoro.
«Sembri felice» disse Annie.
«Cazzo, sì. È l’ultima volta che raccoglierò merda per strada. Tra qualche ora la mia fedina penale sarà pulita come il culo di un bambino. A proposito, voi sapete perché si dice così? Me lo sono sempre chiesto. Voglio dire, i bambini cagano più degli adulti, quindi tecnicamente...»
«Hai accettato l’offerta di Six?»
«Sì.» Bailey inspirò a pieni polmoni. «Sento già il profumo dei soldi che mi crolleranno addosso.»
«Non è per quello che lo facciamo, B.B.» lo rimbeccò severo Arthur.
«Certo, certo. Anche per la giustizia. E aiutare le persone. Tutto quello che vuoi.»
La porta del centro si spalancò. Brian li scrutò, un sopracciglio alzato.
«Non eravate stati arrestati?»
«La polizia ci ha rilasciato. Hanno sbagliato persone» rispose stizzita Annie. «A proposito, grazie per aver fatto la spia.»
«Non rischio il mio lavoro per tre scappati di casa. Beh, comunque meglio così. Avevo giusto bisogno di voi stronzetti. Uno di quegli sfigati con le bombolette ha di nuovo imbrattato uno dei muri del centro, nella zona dietro. Gli attrezzi sono nel deposito. Divertitevi.»
Quando arrivarono davanti al muro incriminato, si fermarono.
«Cazzo» disse Bailey a mezza voce.
Il graffito era gigantesco. Ritraeva una persona con una maschera da coniglio – bianca, con orecchie lunghe e sottili. Il corpo era stilizzato, quasi astratto, fatto di linee nere e spruzzi di vernice rossa. Ma erano gli occhi della maschera che colpivano di più – al posto delle pupille, c’erano stelle. Cinque punte, perfettamente disegnate, che brillavano di un bianco luminoso.
Sotto, in lettere gotiche elaborate, c’era una scritta: "E vidi una bestia salire dal mare, avente sette teste e dieci corna"
Bailey studiò il disegno da vicino. «Non è male. Tipo, artisticamente parlando. Ha un certo stile.»
«Ci occuperà tutta la giornata ripulirlo» commentò cupo Arthur. «E non basterà.»
Annie osservò il graffito più da vicino. «Avrebbe richiesto giorni di lavoro a un writer esperto per crearlo. È troppo dettagliato.»
Arthur aggrottò la fronte. «Pensi che abbia usato un potere?»
«Possibile.» Annie indicò la scritta. «È una citazione della Bibbia. Sull’arrivo della Bestia. L’Anticristo.»
«Inquietante» commentò Bailey. «Cos’è questo Anticristo?»
«È una figura della profezia dell’Apocalisse. Secondo certe credenze annuncia la fine dei tempi.»
«Allegro.»
«Sarà stato un invasato» disse Arthur, facendo spallucce. «Londra ne è piena. Meglio che ci mettiamo al lavoro.»
Mentre grattavano il muro – il lavoro era duro, la vernice non voleva venire via – Annie continuava a osservare la citazione e la persona con la maschera. Il writer aveva impresso dettagli minuziosi. Le stelle al posto degli occhi erano perfettamente simmetriche. Le ricordavano Arthur, quando usava il suo potere. Non proprio stelle, ma... qualcosa di simile.
Si chiese se la persona con la maschera non fosse un altro con i poteri. Magari qualcuno che il writer temeva. O adorava. O entrambe le cose.
«Come sta Josh?»
La voce di Bailey interruppe le sue riflessioni.
«Sta bene.»
«Solo bene?»
«Sta bene, B.B. Che vuoi che ti dica?»
Bailey continuò a grattare. «L’Agenzia è risalita anche a lui?»
«Sì.» Arthur non lo guardava. «Gli hanno proposto di aiutarli. Pensa di accettare.»
«Che novità. Un bravo ragazzo come lui non può fare altrimenti.»
Arthur si girò di scatto. «Lui almeno non lo fa per i soldi.»
«Ovvio, non ne ha bisogno» replicò Bailey con noncuranza. «La sua famiglia è ricca.»
«E questo cosa c’entra?»
«È facile fare l’eroe quando hai il culo parato.»
«Sei ridicolo.»
Annie continuò a osservare la persona con la maschera, pensierosa.
«A tal proposito…» riprese Arthur. «Josh ha proposto di andarci a bere una cosa stasera. Per parlare faccia a faccia delle ultime novità.»
«Ho da fare» disse indifferente Bailey.
«Cioè?» replicò irritato Arthur.
«Sono affari miei.»
«È una cosa seria, B.B. Per una sera puoi anche evitare di andare in giro a rimorchiare sconosciute!»
«Vediamo… passare la serata con Josh o finire a fare sesso sfrenato nel letto di qualche bella ragazza? La scelta è chiara per me, Arti.»
«Si è offerto di pagarci da bere.»
«Birra gratis» osservò Annie.
Bailey sembrò rifletterci. «Beh… potrei restare giusto per un paio di pinte. So già che vi annoiereste a morte senza di me.»
«Che eroe» commentò ironica Annie.
Il pub era uno di quei locali londinesi che sembravano vecchi ancor prima di essere costruiti. Legno scuro, moquette appiccicosa, odore di birra e di qualcosa di vagamente chimico che usciva dalla cucina. Si sedettero a un tavolo nell’angolo. Annie si appoggiò al muro, le braccia conserte. Bailey tamburellava con le dita sul tavolo, già annoiato.
Josh arrivò cinque minuti dopo. Entrò con il suo solito sorriso, una sciarpa leggera al collo, i capelli appena mossi dal vento. Si fermò sulla soglia, cercandoli con lo sguardo – e quando li vide, il suo viso si illuminò con una gioia così sincera da risultare quasi imbarazzante.
«Sei in ritardo» lo accolse Bailey.
«Siamo qui da cinque minuti» replicò tagliente Arthur.
Josh alzò le mani. «Colpa mia. Per farmi perdonare vi prendo quello che volete. Cosa bevete?»
«Due Stella per me e Annie» disse Bailey, senza consultarla.
«Una ginger beer per me, grazie» disse Arthur.
Josh annuì e si avviò verso il bancone.
Appena fu fuori portata d’orecchio, Arthur si sporse verso Bailey. «Potresti smetterla di fare lo stronzo?» sibilò.
«Di che parli?»
«Lo sai benissimo. Josh vuole solo essere nostro amico.»
«Non può entrare a far parte del nostro gruppo.»
«Perché no?»
«Non è abbastanza figo.»
Annie gli lanciò un’occhiata di sottecchi, evitando di dire la sua. Arthur aprì la bocca per rispondere, ma Josh era già di ritorno, in equilibrio precario con tre bottiglie e un bicchiere. Ne rovesciò un po’ sul tavolo, imprecando sottovoce – il primo gesto goffo che Annie gli avesse visto fare. Si sedette accanto ad Arthur, asciugando la macchia col polso della camicia.
«Scusa. Credevo di avere più equilibrio.»
«Non ti preoccupare» disse Arthur, sorridendogli.
Bailey afferrò la sua Stella senza ringraziare e ne bevve un sorso lungo. Poi indicò col mento un tizio al bancone – calvo, tatuaggi fino al collo, maglietta dei Motörhead – che stava bevendo una cosa rosa con un ombrellino dentro.
«Secondo voi quello che cocktail è?»
Josh si voltò. «Sex on the Beach, direi.»
«Con quella faccia? Sembra uno che ha appena ucciso qualcuno. Probabilmente l’ha fatto.»
«Non giudicare un libro dalla copertina» disse Arthur.
«Arti, quello non è un libro. È un casellario giudiziario.»
Josh rise. Annie fissò il tizio. In effetti, era di una bruttezza quasi artistica.
«Come state?» chiese Josh.
«Una meraviglia» disse Bailey.
Annie fece spallucce.
Josh non insistette. Non provò a riempire il silenzio con chiacchiere. Semplicemente si appoggiò allo schienale, bevve un sorso e aspettò – con la pazienza di chi sa che le persone parlano quando sono pronte, non quando le spingi. Poi si guardò intorno e abbassò la voce. «Ho parlato con Six. Mi ha offerto un lavoro per conto dell’Agenzia.»
Annie posò la bottiglia sul tavolo. «Hai provato a usare il tuo potere su di lei?»
Josh annuì. «Sì. Pare una persona degna di fiducia. Lei stessa non è a conoscenza di molti dettagli riguardo l’organizzazione per cui lavora.»
«Il che li rende tutt’altro che affidabili» fece Annie.
«Fanno parte dei servizi segreti» ribatté Arthur. «È normale che tengano all’oscuro i loro agenti sulle proprie attività. È così che funziona.»
Annie non era convinta. Bevve un sorso di birra, tenendosi il giudizio per sé.
«Posso chiederti una cosa?» disse Josh, guardandola. «Non sei obbligata a rispondere.»
Annie gli fece cenno di proseguire.
«Perché non ti fidi di loro?»
La domanda era diretta. Nessun giro di parole, nessuna cautela diplomatica. Solo genuina curiosità.
«L’esperienza» rispose Annie.
Josh la studiò per un momento. Nei suoi occhi c’era la certezza di chi capiva fin troppo bene.
«Possiamo non parlare dell’Agenzia?» sbottò Bailey. «È fottutamente noioso. Siamo qui per divertirci.»
«E di cosa vorresti discutere, allora?» chiese Arthur.
Bailey spostò lo sguardo su Josh. «Cosa ti piace fare nel tempo libero?»
Josh tornò a sorridere. «Amo fare sport. Il golf è il mio preferito.»
Bailey fece una smorfia come se avesse bevuto aceto. «Fai sul serio? Cristo… sei proprio un bianco borghese.»
Sotto il tavolo, Arthur tirò un calcio mirato alla gamba di Bailey. Prese Annie.
Lei sussultò, soffocando un’imprecazione tra i denti.
«Tutto bene?» chiese Josh.
«Un crampo» ringhiò Annie, fissando Arthur con lo sguardo di chi sta programmando un omicidio.
Josh riprese il discorso con Bailey, con la tranquillità di chi è abituato a non farsi scalfire. «A te cosa piace fare?»
«Conoscere gente nuova» rispose Bailey, sorseggiando la birra.
«E andarci a letto» aggiunse velenoso Arthur sottovoce.
«Quello è il modo migliore per conoscere davvero qualcuno» ribatté Bailey senza battere ciglio.
Josh scoppiò a ridere. «Non posso darti torto.»
«Con quanti uomini sei stato?» chiese Bailey.
«Non sono affari tuoi» disse Arthur a denti stretti.
Bailey lo ignorò, continuando a fissare Josh in attesa di una risposta.
«Non tengo il conto» ammise Josh con naturalezza.
«Quindi tanti.»
«Un po’. E tu? Quante ragazze?»
«Un centinaio» rispose Bailey con sicurezza.
Arthur alzò gli occhi al cielo.
«Sono tante» commentò Josh.
Bailey fece spallucce. «Non è colpa mia se sono bello e piaccio a tutti.»
«È vero» disse Josh, divertito.
«Ti prego, non alimentare le sue fantasie» implorò Arthur.
«No, dico sul serio. Lo trovo davvero un bel ragazzo.»
Bailey lo fissò. Per un istante – solo un istante – sembrò non sapere cosa dire. Poi si riprese. «Ci stai provando con me?»
«È solo gentile!» scattò Arthur.
Josh si mise a ridere di nuovo. «La cosa ti metterebbe a disagio?»
«Non me ne potrebbe fregare di meno» rispose Bailey, bevendo un altro sorso. «Però sarebbe poco rispettoso nei confronti di Arti.»
Arthur rimase spiazzato, la bocca semiaperta.
Bailey lasciò passare un battito. «Vuoi scopare con lui?»
Josh non si scompose. «Sì» disse con semplicità. «Ma aspetteremo finché non si sentirà pronto. È la sua prima volta, e non c’è nessuna fretta.»
Sotto il tavolo, la mano di Josh trovò quella di Arthur e la strinse. Un gesto piccolo, discreto. Arthur non la ritirò.
Calò il silenzio. Annie rimase impassibile, limitandosi a bere. Bailey adocchiava Arthur da sopra la bottiglia. Arthur aveva cambiato colore – dal bianco al rosso e di nuovo al bianco – e fissava ostinatamente il tavolo come se contenesse la risposta a tutti i misteri dell’universo.
Josh guardò l’uno, poi l’altro. «Mi sono perso qualcosa?»
«Niente» disse Bailey con noncuranza, stringendosi nelle spalle.
Josh si voltò verso Annie. «Tu, invece? Sei stata con qualcuno?»
«Con me» rispose Bailey al posto suo. «E le è piaciuto un sacco.» Le passò un braccio intorno alle spalle, facendo per stringerla.
Annie lo spintonò via. «Sì, e me ne pentirò per il resto della vita.»
Josh rise ancora – una di quelle risate autentiche, senza filtro. «So cosa vuol dire. Una volta stavo con un ragazzo che mi piaceva da morire, ma era così noioso che gli ho proposto di fare sesso solo per farlo smettere di parlare.» Fece una pausa ad effetto. «Non avrei dovuto. Si è rivelato noioso anche sotto quel punto di vista.»
«Cioè?» disse Bailey.
«Tipo... mi ha descritto la sua collezione di francobolli. Durante il sesso.»
Bailey fece un’altra smorfia.
«Giuro. Mi ha detto – e cito testualmente – 'ho un Penny Black del 1840, se vuoi te lo faccio vedere dopo’. Mentre eravamo nudi. Ho finto di venire solo per avere una scusa per andarmene.»
«Qual è il tuo kink?» insistette Bailey.
«Possiamo parlare d’altro?» esplose Arthur, il viso in fiamme.
Josh piegò la testa, come se stesse valutando quanto potesse spingersi. Poi sorrise – quello stesso sorriso caldo, disarmante. «Il soffocamento.»
Bailey alzò appena un sopracciglio. «Il ragazzo d’oro vuole che gli mettano le mani al collo. Fantastico.»
«Non è...» cominciò Arthur, ma non sapeva nemmeno cosa dire.
«Ti fa così effetto?» chiese Josh, guardandolo con dolcezza.
Arthur bevve un sorso della sua ginger beer con la dignità di un uomo che sta cercando disperatamente di scomparire.
«Quindi» continuò Bailey, puntandogli la bottiglia contro. «Tu vuoi che Arti ti strozzi mentre scopi.»
«B.B.!»
«Sto solo cercando di capire la dinamica.»
«Non c’è nessuna dinamica da capire!»
Josh rise. «Intendo dire che mi piace quando sono io a... ricevere. È una questione di fiducia. Di lasciarsi andare.»
«Cristo santo» mormorò Arthur, scuotendo la testa.
«Io ti strangolerei gratis» offrì Bailey.
«Ne terrò conto» rispose Josh, alzando il bicchiere in un brindisi.
Ordinarono un altro giro. Lo sguardo di Bailey si era piantato sul bersaglio delle freccette appeso al muro in fondo al pub – probabilmente lì dai tempi della Thatcher.
«Sai giocare a freccette?» chiese Bailey a Josh.
Josh posò le birre sul tavolo. «Un po’.»
«Ti sfido.»
Arthur gemette. «Non puoi semplicemente bere la birra come una persona normale?»
«Chi perde paga il prossimo giro» disse Bailey, alzandosi.
Afferrò le freccette dal muro e ne tirò una a Josh, che la prese al volo.
«Ci sto» disse Josh.
«501. Chi arriva a zero prima vince.»
«Va bene.»
Bailey tirò per primo. La freccetta colpì il bordo esterno del bersaglio – un cinque singolo. Storse la bocca.
«Sto ancora scaldando il braccio.»
Josh tirò. Venti triplo. Sessanta punti. La freccetta si piantò nel centro del settore con la precisione di un cecchino.
Bailey lo fissò. «Cazzo.»
«Ho avuto fortuna» disse Josh, alzando una spalla.
Bailey tirò di nuovo. Sette singolo. Josh rispose con un diciannove triplo. Cinquantasette punti.
«Fortuna?» disse indignato Bailey. «Giochi a freccette come un maledetto professionista.»
Josh sorrise. «Mio padre ha un bersaglio nel garage. Ci giocavamo ogni sera dopo cena.»
«Ovvio. Tuo padre. Scommetto che vi facevate anche il tè col mignolo alzato.»
Josh ridacchiò, sollevando il mignolo. «Solo la domenica.»
Arthur e Annie erano rimasti al tavolo. Arthur giocherellava col suo bicchiere, lanciando occhiate nervose ad Annie. Lei lo conosceva abbastanza bene da sapere che stava per dire qualcosa di fastidioso.
«Annie.»
«No.»
«Non ho ancora detto niente.»
«Stavi per parlare dell’Agenzia. No.»
Arthur si sporse verso di lei, abbassando la voce. «Ascoltami un secondo. Un secondo solo.»
«Conosco già il discorso.»
«Non è un discorso, è...» Arthur si passò una mano tra i capelli. «Okay, sì, è un discorso. Ma è importante. Six ha detto che ci sono centinaia di persone come noi là fuori. Alcune non sanno nemmeno di avere un potere. Altre non sanno controllarlo. Se non facciamo qualcosa...»
«Non spetta a noi salvare il mondo.» Annie bevve un sorso. «Non mi interessa.»
«Non ti interessa o hai paura?»
Annie lo guardò. Uno sguardo che avrebbe fatto indietreggiare chiunque.
«Non ho paura di un cazzo.»
«Allora perché rifiuti?»
«Perché non è un mio problema. Non ho chiesto di avere questo potere. Non ho chiesto di essere coinvolta. E non ho intenzione di farmi dire da una tipa che legge nel pensiero come dovrei vivere la mia vita.»
Arthur esitò, cercando le parole. «Lo so che non l’hai chiesto. Nessuno di noi l’ha chiesto. Ma pensa a cosa è successo alla festa. Se fossimo stati più preparati, se avessimo saputo controllare...»
«Eravamo fatti. In circostanze normali non sarebbe mai successo.»
«Lo so che non l’avete fatto apposta! Ma se potessimo impedire che succeda di nuovo? Se ci fosse qualcuno là fuori con un potere come il tuo, o come il mio, che sta perdendo il controllo in questo momento? Non abbiamo una responsabilità verso...»
«Non parlarmi di responsabilità» tagliò corto Annie. La sua voce era diventata fredda. «La mia responsabilità è sopravvivere. Non il mondo. Non l’Agenzia.»
Arthur chiuse la bocca. Annie bevve un altro sorso, lo sguardo fisso davanti a sé. Restarono in silenzio per un momento, guardando Bailey e Josh alle freccette.
Bailey aveva tirato la sua terza serie: trentadue punti raggranellati in tutto. Josh ne aveva già totalizzati più di trecento.
«Questa non vale!» protestò Bailey dopo aver mancato il bersaglio del tutto. La freccetta si era conficcata nel muro. «Mi hai distratto.»
«Ero dietro di te, in silenzio.»
«Appunto! Il tuo silenzio mi distrae! Respiri troppo forte!»
Josh rise. «Vuoi che trattenga il fiato?»
«Vorrei che tu smettessi di essere bravo in tutto. È innaturale. C’è qualcosa in cui fai schifo?»
Josh ci pensò. «La cucina. Una volta ho provato a fare un uovo sodo e l’ho fatto esplodere nel microonde.»
«Perché? Le uova possono esplodere nel microonde?»
«Eh già. Ho dovuto ripulire tutto. C’era tuorlo persino sul soffitto.»
Bailey tirò di nuovo. Colpì il tre singolo. «Non è il mio sport» borbottò.
«Nemmeno il golf, eh?» disse Josh, centrando un bullseye.
«Sai cosa? Ricominciamo. La prima non vale.»
«È la terza partita, B.B.»
«Appunto. Era un lungo riscaldamento.»
Dal tavolo, Annie osservava la scena. Bailey che gesticolava. Josh che rideva. Era una strana accoppiata.
Arthur parlò di nuovo, più piano. «Non ti chiedo di entrare nell’Agenzia, Annie. Ti chiedo solo di non chiudere la porta.»
Annie sospirò. «Arti.»
«Se succedesse qualcosa – a te, a B.B., a chiunque – e tu sapessi che avresti potuto evitarlo...»
«Stai cercando di usare il ricatto emotivo per convincermi?»
Arthur arrossì. «Non è...»
«Sì che lo è. E non funziona con me.» Annie posò la bottiglia e si voltò verso di lui. «Ti dico una cosa e non la ripeterò. Io non sono come te. Tu vuoi salvare le persone perché ti fa sentire bene con te stesso. Hai bisogno di sentirti utile. Va bene, non c’è niente di male. Ma non proiettare il tuo bisogno su di me. Io non ho bisogno di salvare nessuno per sapere chi sono.»
Arthur la fissò. Per un momento sembrò che volesse ribattere. Poi si afflosciò contro lo schienale.
Bailey tornò al tavolo, lasciandosi cadere sulla sedia. «Le freccette sono uno sport del cazzo. Sono truccate.»
«Le freccette non possono essere truccate, B.B.» disse Arthur.
«Queste sì. Andavano solo nella sua metà del bersaglio.»
Josh si sedette, finendo la sua birra. «Rivincita quando vuoi.»
«Col cazzo. La prossima volta giochiamo a braccio di ferro. O a bere. Qualcosa in cui conta essere uomini veri.»
«Perché, le freccette non contano?»
«Le freccette sono per i vecchi e i contabili.»
«Hai appena perso contro un contabile, allora.»
Annie accennò un sorriso. Bailey le lanciò un’occhiataccia.
Josh ordinò un altro giro.
Bailey lo osservò tornare dal bancone e disse: «Perché cammini così?»
Josh si guardò. «Così come?»
«Come se avessi un appuntamento col Papa. La schiena dritta, le spalle indietro. Tipo militare.»
«Il padre di mia madre è stato nell’esercito» disse Josh, sedendosi. «Mi ha insegnato a stare dritto prima ancora di insegnarmi a parlare. La postura era una faccenda seria in casa nostra.»
«Quanto seria?»
«Se mi vedeva con la schiena curva mi faceva camminare con un libro in testa per un’ora.»
«Almeno tuo nonno ti ha insegnato qualcosa di utile» commentò Annie.
Josh la guardò. «Il tuo no?»
Annie bevve un sorso. «Mi ha insegnato che se preghi abbastanza forte, Dio ti perdona qualsiasi cosa. Compreso il fatto che picchi tua moglie.»
Josh non disse mi dispiace, non cambiò espressione, non provò a consolarla. La guardò e bevve un sorso della sua birra. Annie apprezzò il silenzio più di qualsiasi parola.
«Mio padre una volta ha tirato una bottiglia alla televisione perché il West Ham aveva perso» disse Bailey, giocherellando con l’etichetta della Stella. «Poi ha pianto per mezz’ora e mi ha costretto a guardare il replay.»
Lo disse con il tono leggero di chi racconta una barzelletta, e Josh rise. Arthur no. Annie nemmeno.
«Tuo padre tifa West Ham?» chiese Josh.
«Tifava. Adesso tifa solo per la bottiglia.»
Josh alzò la sua birra verso Bailey. «Al West Ham, allora.»
«Non capirò mai il calcio» disse Arthur. «Ventidue uomini che corrono dietro a una palla. È assurdo, se ci pensate.»
«E il golf cosa sarebbe, allora?» ribatté Bailey. «Un uomo che cammina in un prato e ogni tanto tira una botta a una pallina.»
«Almeno nel golf c’è strategia» disse Josh.
«Strategia?» Bailey lo fissò, incredulo. «Colpisci una pallina e poi la vai a cercare. È tipo... la versione noiosa del fetch.»
«Hai mai provato?»
«No. E non lo farò mai.»
«Mai dire mai. Ti ci porto, un giorno.»
«Piuttosto mi taglio una mano.»
«Dai, sarà divertente! Portiamo anche Annie e Arthur.»
Annie si immaginò su un campo da golf. «Passerei il tempo a lanciare le palline nello stagno.»
«Mio padre c’è cascato dentro, una volta» disse Josh. Sorrise – un sorriso diverso, più piccolo. «La prima volta che mi ha portato a giocare, ho mandato la pallina dritta nel laghetto. Mi sono tuffato a recuperarla per non deluderlo. Sono uscito coperto di alghe con un rospo sulla spalla.»
«E lui?»
«Si è buttato anche lui. Siamo usciti tutti e due verdi. Il caddy ci ha fotografato.»
«Sai cosa non capisco?» disse Bailey, all’improvviso.
Josh alzò lo sguardo. «Cosa?»
«Come fai a essere così... così.»
«Così come?»
Bailey fece un gesto vago con la bottiglia. «Così. Tranquillo. Tipo, ti ho insultato per tutta la sera e tu ridi. Ti ho distrutto a freccette...»
«Hai perso tre partite su tre.»
«... ti ho sfidato a freccette» corresse Bailey, «e tu non hai detto una parola per umiliarmi. Non è normale.»
«Perché lui, a differenza di te, è gentile» ripeté sarcastico Arthur.
«Io so essere gentile quando voglio.»
«Ben detto. Quando vuoi.»
Josh guardò Bailey – dritto, senza il sorriso, per una volta. «Mi trovi irritante?»
«Cazzo, sì.»
«B.B.!»
«Che c’è? Dovrei leccargli il culo solo perché è il tuo fidanzato?»
«Noi… non siamo ancora… è solo una questione di buona educazione!»
«È un peccato» disse Josh, con un altro sorriso. «Perché io ti trovo molto simpatico.»
Bailey tornò a bere.
«Devo andare un attimo in bagno» annunciò Josh. «Non scappate.»
Si alzò e sparì oltre il corridoio in fondo al locale.
Bailey aspettò che fosse fuori portata d’orecchio. Poi si voltò verso Arthur. «Te l’avevo detto che nascondeva qualcosa. Gli piace farsi soffocare.»
«Non c’è nulla di male nel sesso un po’ spinto» ribatté Arthur con impeto.
«Vero» commentò Annie.
Bailey la guardò. «Stai dicendo che ti piace farti strangolare?»
Annie si alzò. «Vado in bagno.»
«Non hai risposto!»
Era già lontana. Restarono soli. La musica del pub riempiva lo spazio tra loro – qualche canzone indie che nessuno dei due ascoltava. Lo sguardo di Arthur vagava dappertutto. Il bancone. Le spine della birra. Il poster sbiadito di un concerto del 2014. Ovunque tranne che su Bailey.
Lui faceva ruotare la bottiglia tra le dita, piano, avanti e indietro.
«Perché hai mentito a Josh?»
Arthur deglutì. «Su cosa?»
«Non è la tua prima volta.»
Arthur strinse il bicchiere. «Quello che è successo tra me e te è stata solo... una cosa così.»
Bailey non si mosse. Non cambiò espressione. Non lasciò trasparire nulla. «Il tuo kink è la sottomissione» disse, con la stessa disinvoltura con cui avrebbe ordinato un’altra birra.
Arthur scattò. «Piantala di dire cavolate!»
«Non è una cavolata. Sei un maniaco del controllo. Ovvio che a letto vuoi che qualcun altro prenda il comando.»
«Ho detto piantala!»
Bailey smise di giocherellare con la bottiglia. Guardò Arthur dritto negli occhi.
«Perché mi hai detto che mi ami, se non lo pensi davvero?»
Arthur esitò. La sua bocca si aprì, si richiuse. Le mani che stringevano il bicchiere tremavano appena. Poi Josh riapparve in fondo al corridoio, asciugandosi le mani sui jeans. Si sedette accanto ad Arthur ignaro di tutto, sorridente.
Nessuno parlò per qualche secondo.
Bailey si alzò. «Devo andare.»
Josh lo guardò sorpreso. «È ancora presto.»
«Ho un appuntamento che mi aspetta» disse Bailey, infilandosi la giacca.
Prese la sua Stella, la finì in un sorso lungo, e la posò sul tavolo con un colpo secco.
«Ci si vede.»
Uscì dal pub senza voltarsi. L’aria fredda della notte lo colpì come uno schiaffo. Si tirò su il bavero della giacca e iniziò a camminare. Nessun appuntamento. Nessuna ragazza. Solo suo padre. Sarebbe stato sveglio – lo era sempre, a quell’ora, con una bottiglia mezza vuota in mano. Avrebbe trovato una scusa – qualcosa che Bailey non aveva fatto, qualcosa che aveva fatto male, qualcosa che non aveva senso ma che giustificava le mani pesanti.
Proprio quello che sentiva di meritarsi.
Accelerò il passo.
Il giorno dopo, sul finire del turno, stavano per rientrare al centro per posare gli attrezzi quando videro una macchina sportiva parcheggiata fuori, una Porsche rossa fiammeggiante. Six era appoggiata al cofano, le gambe incrociate.
«Eccovi. Vi stavo aspettando.»
Bailey fischiò. Girò intorno alla macchina, ammirandola come se fosse un’opera d’arte. «Cazzo» disse, passando una mano sulla carrozzeria. «È tua?»
«Sì. Ti piace?»
«Porca puttana! Anche se non è bella come te.»
A Six sfuggì un verso divertito. «I tuoi pensieri dicono il contrario.»
«Cosa ci fai qui?» chiese Annie in tono sostenuto.
«Sono venuta a parlare con il vostro responsabile. Per spiegargli che smetterete di frequentare questo posto. Le vostre fedine penali sono state ripulite.»
«Già?» Arthur restò a bocca aperta. «Sono stati veloci.»
«Abbiamo le nostre conoscenze. Presto inizierete il vostro addestramento. Ma prima...» Six guardò Annie. «Ci hai ripensato?»
«Conosci già la risposta.»
La donna non perse la sua espressione affabile. «Se cambi idea, sarai la benvenuta. Sempre. Parlando d’altro. Stasera si terrà un evento in una delle sedi dell’Agenzia. Una specie di gala. Sono stati invitati tutti i futuri eroi che hanno accettato di collaborare con noi. Più finanziatori e altre persone di spicco che stanno contribuendo alla nostra causa.»
«Sembra qualcosa di importante» disse Bailey, ancora accarezzando la macchina.
«È un’occasione per creare contatti. Per l’Agenzia, certo. Ma anche per voi. Potrete conoscere dei nostri simili, scambiarvi esperienze.»
Arthur iniziò a saltellare sul posto, incapace di contenere l’eccitazione. «Ci sarò! Assolutamente!»
Six lanciò uno sguardo complice a Bailey. «C’è l’open bar, non preoccuparti.»
«Allora ci sarò anche io. Dobbiamo vestirci eleganti? Perché non ho tipo... niente di elegante.»
«Non è obbligatorio» lo rassicurò Six. Dopodiché tornò a rivolgersi ad Annie. «Mi farebbe piacere se venissi anche tu. Anche solo per dare un’occhiata. Nessuna pressione.»
«Non mi interessa.»
«Dai!» disse Bailey. «C’è l’open bar! E cibo di lusso, probabilmente. Tipo caviale e roba del genere.»
«Non mi piace il caviale.»
«L’hai mai assaggiato?»
«No.»
«Allora non puoi saperlo.»
«Va bene» disse spazientita Annie. «Verrò. Ma solo per l’alcol.»
«Perfetto. Vi aspetto alle otto. Kensington Gardens, numero 57. È un palazzo storico che abbiamo requisito per l’Agenzia. Non potete sbagliare – ci sarà sicurezza all’ingresso.»
Salì sulla Porsche. Il motore si accese con un rombo potente.
«Ci vediamo stasera» disse attraverso il finestrino aperto.
E sgommò via.
«Non sono mai stato a una festa di ricchi. Non vedo l’ora di rimorchiarmi qualche ragazza speciale con cui passare la serata. Tipo, magari un’ereditiera. O una modella. O entrambe» commentò Bailey.
«Avrai una possibilità se non apri bocca per l’intera serata» replicò glaciale Arthur.
Annie si preparò per il gala con crescente irritazione.
Si cambiò varie volte – prima un vestito nero che aveva in fondo all’armadio (troppo formale), poi una gonna (assolutamente no), poi jeans e una camicia (noioso).
Alla fine, scocciata, optò per una felpa bianca e jeans puliti. Cazzo, non doveva mica cenare col re.
Raggiunse Kensington Gardens alle otto meno dieci.
Il palazzo era sorvegliato come se fosse una prigione. Guardie ovunque, metal detector all’ingresso, telecamere che puntavano in ogni direzione. C’erano macchine di lusso parcheggiate lungo la strada – Bentley, Rolls-Royce, limousine con autisti che aspettavano. Un tappeto rosso conduceva all’ingresso principale, dove una decina di fotografi assediavano chiunque sembrasse importante.
Annie esitò sul marciapiede, non sapendo cosa fare. Non se la sentiva di passare di lì, in mezzo ai flash e al tappeto rosso, vestita da lavatrice a pieno carico.
«ANNIE!»
Arthur correva verso di lei, agitando una mano. Indossava un completo blu scuro, camicia bianca, scarpe lucide. Josh era al suo fianco. Sembrava ancora più bello sotto le luci artificiali col suo smoking.
Arthur la raggiunse e la squadrò da capo a piedi con aria critica. «Oh, insomma. Possibile che tu debba sempre essere così sciatta?»
Annie incassò il colpo. «Dov’è B.B.?»
«Non lo so» disse Arthur, stringendo la mascella. «Starà molestando qualche poveretta.»
Josh indicò l’ingresso con un cenno. «Io ne ho una mezza idea.»
Bailey era sul tappeto rosso, in posa per i fotografi. Aveva trovato un gruppo e si era semplicemente inserito, atteggiandosi come se fosse una star. Posava, faceva l’occhiolino, variava angolazione.
«Per l’amor di...» ringhiò Arthur esasperato, andando a recuperarlo.
Lo afferrò per un braccio, trascinandolo via mentre Bailey protestava.
«Ma stavano facendo delle foto bellissime! Potrei finire su Vogue!»
«Vogue non fotografa i cretini.»
L’interno era sfarzoso quanto l’esterno. Soffitti altissimi con affreschi. Lampadari di cristallo che pendevano come cascate di luce. Pavimenti di marmo lucido che riflettevano tutto.
C’erano centinaia di persone. Adulti perlopiù – uomini in smoking, donne in abiti da sera scintillanti. Ma anche ragazzi della loro età, o poco più grandi. Alcuni sembravano fuori posto – vestiti male, a disagio, che si aggrappavano ai bicchieri come fossero salvagenti. Altri si comportavano come se fossero già importanti – parlando forte, gesticolando, stringendo mani con sicurezza studiata.
Bailey puntò immediatamente al bar.
Arthur guardò Josh. «Dovremmo provare a fare amicizia. Come ha consigliato Six. Networking e tutto il resto.»
Josh annuì. «Buona idea.»
Si unirono a un gruppo di ragazzi che chiacchieravano vicino a una statua di marmo.
Annie rimase ferma per un attimo, guardandosi intorno. Poi raggiunse Bailey al bar.
Lui la guardò con calore. «Sei nervosa.»
«No.»
«Non puoi nascondermi le tue emozioni.»
«Vaffanculo.»
Bailey prese due bicchieri di champagne dal vassoio di un cameriere che passava e gliene offrì uno. «Rilassati. Sta per iniziare una nuova fase della nostra vita, dolcezza.» Fece tintinnare il suo bicchiere contro quello di lei. «Cin cin.»
Annie assaggiò lo champagne. Era disgustoso – troppo secco, con un retrogusto amaro.
«Vedo che vi state già ambientando.»
Era Six. Indossava un abito nero aderente, elegante ma non esagerato, i capelli sciolti sulle spalle.
Bailey le rivolse il suo ghigno peggiore. «Quel vestito ti sta bene. Voglio dire, mette in risalto tutte le tue... qualità.»
Six non si scompose, mantenendo il sorriso. «Non succederà, B.B. Vieni. Vorrei farti conoscere delle persone.»
Lusingato, Bailey posò il bicchiere. «Davvero? Chi?»
«Seguimi e lo scoprirai.»
Lo guidò via nella folla, lasciando Annie da sola. Lei abbandonò lo champagne su un tavolino. Prese una tartina al caviale dal vassoio di un cameriere e l’assaggiò. La sputò immediatamente in un tovagliolo. Era orribile. Sapeva di pesce marcio e sale.
«Disgustoso, vero?»
Annie si girò. Un ragazzo tratteneva una mezza risata accanto a lei. Aveva più o meno la sua età, forse un paio d’anni di meno. Capelli castani arruffati, occhiaie profonde, vestito in modo trasandato. Jeans strappati, maglietta nera con una band metal, giacca di pelle consumata.
Sembrava ancora più fuori posto di Annie. Più di Bailey, perfino.
«Non ne capisco il fascino» continuò il ragazzo. «Sono tipo... uova di pesce. Crude. Chi si sveglia la mattina e pensa "sai cosa mi andrebbe? Uova di pesce crude"?»
«Gente con troppi soldi» rispose Annie, pulendosi la bocca sulla manica.
Mentre parlava, Annie fece la cosa che faceva sempre: lo catalogò. E notare le uscite era un’abitudine che riconosceva al volo negli altri, come un accento. Il ragazzo controllava la porta principale ogni trenta secondi, con lo sguardo e basta, senza muovere la testa. Non nel modo di chi aspetta qualcuno. Nel modo di chi si è lasciato una via libera alle spalle e vuole assicurarsi che ci sia ancora.
«Esatto.» Il ragazzo le tese la mano. «Ethan.»
«Annie» disse lei senza entusiasmo, ricambiando la stretta.
«L’unico motivo per cui mi trovo qui» disse Ethan, guardandosi intorno con una smorfia, «è che sono stato invitato da una certa Six. Non ci volevo nemmeno venire.»
«Sono qui per lo stesso motivo» disse Annie. «E nemmeno io ci volevo venire.»
«Guarda tutta questa gente. Parlano di fare il bene comune, di usare i nostri poteri per aiutare l’umanità. Ma sono tutte cazzate. L’unica cosa che gli interessa è sfruttarci per i loro scopi. Siamo armi. Strumenti. Nient’altro.»
«Già» disse piano Annie.
«Qual è il tuo potere?» domandò Ethan, tornando a fissarla.
«Penso di poter controllare la materia.»
Ethan fischiò. «Forte. Io posso creare immagini. Tipo, le visualizzo nella mia mente e appaiono. Sono un appassionato di writing. Graffiti, murales, quel genere di cose.»
Annie s’immobilizzò. «Sei tu che hai...»
«Ethan Walker?» Un uomo della sicurezza si era materializzato accanto a loro – alto, muscoloso, auricolare nell’orecchio. «Seguimi» disse con un tono che non ammetteva repliche.
«A dopo» disse Ethan, prima di allontanarsi.
La serata continuò.
Annie era afflosciata su una sedia scomoda in un angolo, mezza ubriaca. Per disperazione si era data al vino bianco, anche se le faceva schifo pure quello. Come tutto il resto, d’altronde. Ma almeno la aiutava a sopportare la noia opprimente.
Arthur e Bailey erano scomparsi. Non del tutto, a dire il vero. Ogni tanto la folla si apriva e glieli restituiva a pezzi, come un televisore col segnale disturbato. Bailey era dall’altra parte del salone, al centro di un semicerchio di completi grigi e vestiti da sera, e stava evidentemente raccontando qualcosa: le mani che disegnavano in aria, le pause calibrate, e intorno a lui una mezza dozzina di facce importanti che ridevano tutte insieme, puntuali come un applauso. Six gli stava a mezzo passo di distanza con l’aria della gallerista che ha portato l’artista giusto. Annie lo conosceva abbastanza da capire cosa stesse succedendo: Bailey aveva trovato un pubblico nuovo, e un pubblico nuovo era l’unica droga che non gli bastava mai. Chissà se stava usando il potere, o se erano solo gli occhi dolci. Probabilmente non lo sapeva nemmeno lui.
Arthur era più vicino, accanto a una colonna, con Josh e altri due che Annie non conosceva. Non parlava: ascoltava, annuiva, e ogni tanto diceva qualcosa che faceva sorridere gli altri, e ogni volta sembrava sorpreso lui per primo che avesse funzionato. Josh gli teneva una mano aperta sulla schiena, bassa, discreta, il tipo di gesto che non chiede niente. A un certo punto Arthur rise davvero — la testa indietro, la risata piena — e Josh lo guardò ridere invece di ridere anche lui, come si guarda una cosa che si è aiutato a costruire.
Annie distolse lo sguardo e bevve. Stavano bene. Erano, con ogni evidenza, le uniche due persone in tutto il salone che stavano sinceramente bene, e a lei toccava fare la guardia a quel pensiero da lontano, con un bicchiere di vino che sapeva di tappo.
Stava valutando seriamente l’idea di andarsene quando Six venne dritta verso di lei.
«Ti stai annoiando?»
«Perché continui a fare domande di cui conosci già la risposta?»
Six si sedette accanto a lei. «Abitudine. Almeno così non metto a disagio le persone. Ti capisco, sai. Anche a me non piacciono tutte queste formalità. Ma fanno parte del gioco.» Si voltò, scrutandola con attenzione. «Molte persone qui sono interessate a conoscerti. Persone importanti.»
«Non me ne frega un cazzo.»
«Possono offrirti la possibilità di una vita migliore» insistette gentilmente Six.
«Non voglio essere il pupazzo di nessuno.»
L’espressione di Six mutò, la solita affabilità che svaniva. Si sporse in avanti, sussurrando: «Il tuo potere ha un potenziale illimitato, Annie. Se pensi che ti lasceranno in pace, ti sbagli. Sei un pericolo per la società. Per l’ordine costituito.»
«Mi stai minacciando?»
«Sto cercando di metterti in guardia.» Six abbassò ancora di più la voce. «L’Agenzia ha gli occhi puntati su di te. Altri hanno gli occhi puntati su di te. È meglio essere dalla parte giusta quando...»
Annie stava per mandarla a quel paese quando notò una figura muoversi nella folla. Indossava una maschera da coniglio. Bianca, con orecchie lunghe. Identica a quella del graffito. S’irrigidì, raddrizzando la schiena.
«È qualcuno che conosci?» domandò Six, intercettando il suo sguardo.
Nel frattempo, un gruppo di guardie aveva circondato la figura. Parlavano con urgenza nei loro auricolari. Uno si fece avanti, la mano alzata.
La figura non si mosse. Le guardie chiusero il cerchio. Cinque, sei, che la stringevano da ogni lato. Poi, all’improvviso, le loro teste esplosero. Tutte insieme.
Un suono orribile – bagnato, denso, come meloni che si spaccano contro il cemento. Le calotte craniche si aprirono verso l’esterno, vomitando materia grigia e frammenti d’osso che crepitarono contro il marmo. Sangue arterioso spruzzò a ventaglio, disegnando archi rossi sul pavimento bianco. I corpi rimasero in piedi per un istante – sei tronchi senza testa che oscillavano, il sangue che gorgogliava dai colli recisi come fontane – prima di accasciarsi l’uno sull’altro in un groviglio di arti.
Calò un silenzio surreale. Un secondo. Due. Poi esplose il panico.
La gente iniziò a correre verso l’uscita, urlando. Ma continuavano a morire. Una donna in abito da sera si disintegrò dalla vita in su – il busto che si apriva come un fiore marcio, costole e organi che si rovesciavano in avanti con un rumore molle e pesante. Le gambe rimasero in piedi per un attimo, i tacchi piantati nel sangue, prima di cedere. Un uomo in smoking esplose, coprendo chi lo circondava di brandelli. Una ragazzina – non poteva avere più di dodici anni – si accasciò con il cranio imploso verso l’interno, un cratere scuro al posto del viso, i denti che sporgevano dalla mandibola nuda come una dentatura da teschio.
I cadaveri si ammassavano. La gente ci inciampava sopra nel tentativo di scappare, scivolava, calpestava corpi ancora caldi. L’odore metallico del sangue saturava l’aria, mescolato a quello dolciastro delle viscere esposte. Un uomo trascinava la parte superiore del proprio corpo, le gambe che non rispondevano più, le budella che gli si sfilavano dietro come un guinzaglio grottesco. Una coppia si teneva per mano – la donna era già morta, il viso collassato su sé stesso, ma l’uomo non la lasciava andare, trascinandola per il polso finché il suo braccio non si staccò dalla spalla con uno schiocco umido. Urlò, guardando la mano che ancora stringeva, e poi anche lui implose.
Alcuni coraggiosi provarono a fermare la figura. Un tizio lanciò fiamme, un altro la attaccò con velocità sovrumana. Morirono tutti prima di raggiungerla. Quello con le fiamme prese fuoco lui stesso, la pelle che si staccava dalle ossa come carta che brucia, un urlo che si spense quando il calore gli fuse la laringe. Quello veloce venne smembrato in corsa – prima le braccia, poi le gambe, poi il tronco che rotolò sul marmo lasciando una scia rossa. La figura restava immobile al centro del massacro, impassibile.
Six l’afferrò e la tirò dalla parte opposta rispetto all’uscita principale.
«CORRI!» urlò lei.
Tirò fuori una pistola da una fondina nascosta sotto il vestito e sparò verso la figura. I proiettili si disintegrarono a un soffio da lei. Semplicemente sparirono nell’aria, come se non fossero mai esistiti.
«Cazzo!» imprecò Six, ricominciando a trascinarla verso l’uscita di emergenza.
Annie inciampò e cadde. Le mani affondarono in qualcosa di tiepido e viscido.
Ethan. Era sdraiato sul pavimento, ricoperto di sangue. Lui l’afferrò per le spalle, gli occhi dilatati dalla paura. «Sono stato costretto! Lei... lei ha detto che li avrebbe purificati! Non volevo... non immaginavo che sarebbe arrivata a tanto!»
La sua testa implose con un risucchio. Il cranio si accartocciò verso l’interno come carta stagnola, e ciò che conteneva spruzzò fuori dalle fessure – un getto caldo che colpì Annie in pieno viso, negli occhi, nella bocca. Sentì il sapore del sangue, ferroso e dolce, e il cervello di Ethan le scivolò lungo la guancia come fango tiepido. Lo stomaco le si rivoltò e un conato le salì in gola. Six la tirò su con forza. Mentre correvano, Annie vide Bailey nella confusione. Anche lui era ricoperto di sangue. I loro sguardi s’incrociarono. Annie allungò una mano e Bailey si fiondò ad afferrarla.
Annie venne investita dalle sue emozioni – terrore puro, primordiale. Dovette ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non cedere.
«Non riesco a trovare Arti!» urlò Bailey.
«Non c’è tempo!» gridò Six. «Dovete mettervi in salvo!»
Annie si liberò dalla sua presa. Lei e Bailey s’immersero nella folla impazzita.
«ECCOLO!» abbaiò Bailey, indicando qualcosa.
Arthur correva con Josh verso un’altra uscita. Josh lo teneva stretto a sé, cercando di proteggerlo.
«ARTI!»
Arthur si girò, gli occhi sgranati dal panico.
«B.B.!»
Josh esplose. Il suo corpo si aprì dall’interno, come se qualcosa di enorme avesse cercato di uscire dalla sua carne. Ciò che restava cadde in avanti – un cumulo di ossa e tessuti che non somigliava più a niente di umano – trascinando Arthur con sé.
«NO!»
Bailey aiutò Arthur a rimettersi in piedi. Lui guardava ciò che restava di Josh, la bocca aperta in un’espressione congelata di orrore. Aveva i resti del ragazzo addosso – sulla faccia, sui vestiti, tra i capelli.
Bailey lo strinse a sé. «Arti! ARTI! Guardami!»
Arthur non rispondeva.
«Dobbiamo andarcene! ORA!»
Si riversarono fuori insieme al resto della folla delirante verso l’uscita di sicurezza più vicina. Annie vide gente accasciarsi a terra piangendo, altra che saltava nelle macchine e sgommava via, investendo chiunque si mettesse in mezzo. I fotografi rimasti scattavano foto come folli, immortalando ogni secondo.
Ripresero a correre, finché non ebbero più fiato in corpo. Bailey si piegò in due, tenendosi il fianco, il respiro che gli fischiava in gola. Annie sorreggeva Arthur, ancora sotto shock, lo sguardo perso nel vuoto. In lontananza, il rumore delle sirene riecheggiava dappertutto.
«CHE CAZZO È SUCCESSO?» urlò fuori di sé Bailey.
«L’Anticristo» disse Annie, la voce bassa.
«Cosa?»
«C’era una persona con una maschera da coniglio. Identica a quella del graffito. E prima che morisse, ho parlato con Ethan – il writer. Ha detto che era stato costretto. Che quel tizio era lì per purificarli. No…» Annie scosse la testa. «Ha detto lei… è una ragazza. O una donna…»
«Non ha un cazzo di senso! C’è mancato davvero poco che facessimo la fine di…!»
Bailey si bloccò in tempo. Arthur singhiozzò, scosso da violenti spasmi.
Lui lo strinse a sé, cullandolo. «Mi dispiace. Cristo, mi dispiace tanto. Dobbiamo allontanarci il più possibile da qui» aggiunse, rivolto ad Annie. «Possiamo venire a casa tua? Dubito che i genitori di Arti saranno felici di vederlo così.»
Presero l’autobus. Le persone li osservavano, sconvolte. Si tenevano alla larga, cambiando posto, premendosi contro i finestrini opposti. Annie non poteva biasimarli.
Nessuno li fermò. Quella notte nessuno fermava nessuno: le sirene andavano tutte nella direzione opposta, la città intera correva verso il punto da cui loro scappavano. Il conducente li guardò salire nello specchietto — tre figure sporche di rosso fino ai capelli — e non disse una parola. Aprì le porte alla fermata dopo, e a quella dopo ancora, e continuò a guidare come si guida durante i terremoti: dritto, piano, senza fare domande.
Arthur stava in mezzo a loro due, le mani abbandonate sulle ginocchia, i palmi verso l’alto. A ogni curva oscillava tutto d’un pezzo, come una cosa appoggiata. Bailey gli teneva un braccio dietro le spalle e guardava fuori dal finestrino, e per tutto il tragitto — Annie lo registrò senza riuscire a darci un nome — non fece una sola battuta.
Quando furono davanti a casa sua, aprì la porta con le mani che le tremavano. Bailey trascinò Arthur dentro. Sua madre era ancora in piedi, probabilmente ad aspettarla. Sbucò dalla cucina e perse ogni colore in faccia, portandosi inorridita una mano alla bocca.
«ANNIE! È sangue?! Cosa è successo?!»
«Non è il momento» disse Annie seccamente.
Prese Arthur per un braccio e salirono le scale, diretti in bagno.
«Prendi dei vestiti puliti» disse Bailey, aiutando Arthur a sedersi sulla tazza.
Annie uscì, andando verso la sua camera. Aprì i cassetti, frugando tra magliette e pantaloni. Non riusciva ad afferrare niente. Tutto le scivolava tra le dita. Respirò profondamente. Una volta. Due. Tre. Riuscì a tirare fuori vestiti puliti e tornò in bagno. Bailey stava facendo scaldare l’acqua, testando la temperatura con la mano.
«Farò la doccia con lui. Non è in sé.»
Annie uscì dal bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Sua madre era in cima alle scale, in lacrime. Incurante del fatto che Annie fosse coperta di sangue, le prese il viso tra le mani.
«Cosa è successo? Dimmelo, tesoro. Per favore.»
Annie rimase zitta. Come si spiegava un massacro?
Sua madre la tirò a sé, stringendola forte.
Dopo essersi lavata, tornò in camera.
Bailey era seduto sul letto, una mano sulla spalla di Arthur. L’aveva fatto sdraiare. Gli stava parlando a bassa voce. «Cerca di dormire. Ti sentirai meglio dopo.»
Una sensazione di calma la invase. Arthur chiuse gli occhi lentamente. Una lacrima gli rigò la guancia, scivolando sul cuscino. Bailey continuò ad accarezzargli la spalla, con movimenti lenti e ritmici.
«Ho bisogno di bere» disse Annie.
Assicuratisi che Arthur si fosse addormentato, andarono in cucina. La madre di Annie era intenta a preparare del tè.
«Possiamo avere qualcosa di più forte?» chiese Bailey.
Lei non disse una parola. Aprì un armadietto sopra il frigorifero e tirò fuori una bottiglia di whisky – quella che il padre teneva per le occasioni speciali. Ne versò una generosa quantità in tre tazze, mescolandola col tè. Ne passò una ad Annie, una a Bailey, e tenne l’ultima per sé.
Si sedettero intorno al tavolo in silenzio. Poi sua madre disse, con inaspettata fermezza: «Raccontatemi cosa è successo.»
Fu Bailey a prendere la parola, risparmiando ad Annie la fatica. Quando finì, la sua tazza era vuota.
La madre di Annie si fece il segno della croce. «Dio vi ha protetti.»
Annie sentì la rabbia montare. «Dio non c’entra un cazzo. È stata solo fortuna. Se esistesse un Dio, non avrebbe permesso che accadesse una cosa del genere. Avrebbe fermato quella tizia prima che ammazzasse decine di persone innocenti.»
«Le strade del Signore sono infinite» disse sua madre con dolcezza. «Il Suo disegno non è sempre chiaro a noi mortali. Ma c’è sempre un...»
«Finiscila con queste stronzate, non sono in vena» sputò velenosa Annie.
Bailey la guardò e lei sentì immediatamente l’ira scemare.
«Signora Hawthorne, le dispiace se io e il mio amico Arti restiamo qui per stanotte?»
Sua madre annuì senza esitazione. «Certo. Restate quanto volete.»
Finirono il tè e tornarono in camera. Arthur respirava piano.
«Dormo per terra» disse Bailey, prendendo un cuscino dal letto.
Annie gli passò una coperta e si sdraiò accanto ad Arthur, girandosi verso il muro. Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva le teste che esplodevano, percepiva l’odore del sangue.
Restò a guardare la parete, cercando di pensare ad altro. Ma le immagini tornavano. Ancora e ancora. In un macabro loop che, ne era sicura, non l’avrebbe mai abbandonata.
Annie sentì un tocco delicato sulla spalla. Aprì gli occhi, incontrando quelli di sua madre.
«Tesoro.» La voce era nervosa. «C’è qualcuno per te, una certa Six. Ti aspetta in cucina.»
Annie si tirò su, ancora intontita. Aveva dormito forse un’ora, due al massimo. Gli occhi le bruciavano.
Arthur e Bailey erano già lì, le espressioni rigide e i volti pallidi. A capotavola c’era Six. Indossava una tuta da ginnastica. Occhiaie profonde, capelli meno perfetti. Stava parlando con suo padre.
«Sono qui per prelevare i ragazzi. È importante che vengano con me. Per la loro sicurezza e per...»
«Cosa sta succedendo?» la interruppe suo padre, la voce dura.
«Te lo spiegherò dopo, caro. Per favore» intervenne rapida sua madre.
«È meglio andare.»
Six si alzò. Fuori ad aspettarli c’era un SUV nero – vetri oscurati, targhe governative. Degli uomini vestiti di nero aprirono le portiere.
Si sedettero nel retro. Six si sistemò di fronte a loro su un sedile ribaltabile. «Mi dispiace per quello che è successo.»
Appariva sincera.
«Avete preso quel pazzo?» chiese Bailey.
Un’ombra passò sul volto di Six. «No. Nonostante i nostri tentativi di fermarlo, è riuscito a lasciare il gala incolume. Ha fatto strage dei nostri uomini. E di molti altri.»
«Cazzo.»
«È una ragazza. O una donna. L’ha fatta entrare un tizio di nome Ethan Walker» disse Annie.
Six spostò lo sguardo su di lei, attenta. «Come fai a saperlo?»
«Me l’ha detto lui, prima che morisse. Che quella tizia era lì per purificarci, che non pensava che sarebbe arrivata a tanto e roba del genere.»
Six si prese un momento di riflessione.
«Quella psicopatica non era tra gli invitati, giusto?» continuò Annie.
«No» rispose Six. «Non abbiamo idea di chi sia.»
«E non è l’unico fascicolo aperto» proseguì Six, come se leggesse un elenco da qualche parte dietro i propri occhi. «Da settimane inseguiamo un mutaforma nella zona est. Hackney, Stratford. Caccia di notte, si sposta lungo la ferrovia. Abbiamo trovato due tane e un certo numero di resti.» Fece una pausa. «Ci è sfuggito due volte.»
Annie tenne gli occhi sul finestrino. Accanto a lei Bailey aveva smesso di respirare — lo capì dal silenzio, che con Bailey era sempre la spia di qualcosa — e Arthur si guardava le mani.
«Se vi venisse in mente qualcosa» disse Six, senza guardare nessuno dei tre in particolare, «qualsiasi cosa, il numero ce l’avete.»
Nessuno rispose.
«Prima della festa abbiamo trovato un graffito sul muro del nostro centro – una persona con una maschera da coniglio identica a quella dell’assassina. E sotto c’era una citazione della Bibbia. Sull’arrivo della Bestia. L’Anticristo. Sono sicura che sia stato Ethan a disegnarlo. Era il suo potere.» disse Annie.
«Anticristo» ripeté piano Six. «Una definizione appropriata, considerando ciò che ha fatto.»
«Ha ucciso Josh» disse con voce tesa Arthur, aprendo per la prima volta bocca.
Six lo guardò con dolcezza. «Lo so. I suoi resti sono già stati restituiti alla famiglia.»
Arthur serrò la mascella, gli occhi di nuovo lucidi.
Six si sporse in avanti, posando una mano sulla sua. «Faremo il possibile per fermare il responsabile. L’Agenzia è già sulle sue tracce. Ma abbiamo bisogno di aiuto.»
Lui sollevò lo sguardo. «Vi aiuterò» disse, con una determinazione che sorprese Annie.
«Speravo lo dicessi. Non vi esporrò al pericolo, ve lo prometto. La vostra collaborazione verrà ricompensata.»
«Non m’interessa la ricompensa» replicò impaziente Arthur. «Voglio solo farla pagare a quella bastarda.»
Six guardò Bailey, in attesa.
Lui si grattò la testa, a disagio. «Io non so come posso rendermi utile.»
«Un potere come il tuo può risolvere molte brutte situazioni prima ancora che sfocino nella violenza» disse Six. «È prezioso quanto qualsiasi potere offensivo. Forse anche di più.»
Bailey lanciò un’occhiata verso Arthur. «Va bene» disse alla fine.
Infine, Six si rivolse ad Annie.
«No» disse soltanto lei.
Arthur le si rivoltò contro, furioso. «Non puoi fare finta di niente!»
«Posso eccome» ribatté Annie freddamente. «Non ho intenzione di farmi coinvolgere.»
«Sei un’egoista del cazzo!»
«La scelta è tua, Annie. Ma tieni a mente ciò che ti ho detto alla festa» disse con calma Six.
Annie aprì la portiera.
«Annie, aspetta!» la chiamò Bailey.
Lei non si girò. Camminò verso la porta di casa, sentendo la macchina rimettersi in moto e sparire lungo la strada.
Suo padre stava confabulando sottovoce con sua madre. Annie salì le scale e tornò a chiudersi in camera, sbattendo la porta.
Il pomeriggio passò lentamente.
Annie restò in camera sua, dormendo, perlopiù. Sua madre bussò varie volte, chiedendole se avesse bisogno di qualcosa, senza ottenere risposta.
A sera, non riuscendo più a sopportare i crampi per la fame, si trascinò in cucina. I suoi genitori erano in salotto, gli occhi incollati alla TV.
Annie si avvicinò. Sullo schermo, scorrevano delle riprese aeree. Il Parlamento britannico – l’edificio iconico con la torre dell’orologio, il Big Ben – circondato da una folla enorme.
La telecamera zoomò. Annie si aspettava di vedere rabbia, violenza – e c’era anche quella, ai margini. Ma al centro era diverso. Decine di persone erano inginocchiate davanti all’ingresso del Parlamento, le braccia alzate verso l’alto. Alcuni piangevano. Altri mormoravano qualcosa – una preghiera, un canto, impossibile distinguere. Un uomo con le mani incandescenti si era prostrato con la fronte sull’asfalto. Una ragazza levitava a pochi centimetri da terra, gli occhi rovesciati all’indietro, le labbra che si muovevano.
In cima all’edificio, la figura con la maschera da coniglio spiccava contro il cielo.
«...quello che state vedendo è una manifestazione non autorizzata» stava spiegando il reporter. «La polizia sta cercando di...»
Poi iniziarono i suoni. Allarmi che suonavano all’impazzata.
«Cosa... cosa sta succedendo?» urlò il reporter, guardando impaurito qualcosa oltre la telecamera. «Che vuol dire che stiamo perdendo quota? MI PRENDI PER IL CULO?»
L’inquadratura cominciò a girare vorticosamente. Urla di terrore che sfociarono in un’immagine nera. Silenzio.
«Come testimoniato dal collegamento interrotto pochi istanti fa…» riprese il conduttore, deglutendo a vuoto e cercando di ricomporsi, la voce incrinata ma ancora professionale. Sbatté le palpebre un paio di volte, come per scacciare l’immagine appena svanita dallo schermo. «La situazione al Parlamento sta peggiorando rapidamente. Al momento non abbiamo notizie certe sulle persone che si trovano all’interno dell’edificio. I manifestanti hanno proclamato una resistenza violenta contro le forze dell’ordine e, secondo le ultime informazioni che ci arrivano ora in regia, l’esercito si sta avvicinando all’area per contenere l’escalation.»
Altre riprese, stavolta da telecamere a terra. Persone che usavano i loro poteri contro la polizia. Un uomo che lanciava sfere di luce che disintegravano qualunque cosa colpissero. Una donna che sollevava macchine senza toccarle, scaraventandole contro gli agenti. Un ragazzo che correva contro gli scudi antisommossa, abbattendoli come birilli.
«Stanno accadendo cose strane» continuava il conduttore, la voce che si spezzava. «Inspiegabili. È qualcosa di surreale. Come se...»
I genitori di Annie si girarono verso di lei.
Suo padre disse piano: «Non sei l’unica.»
Annie non rispose. Guardava lo schermo, ma non vedeva più le immagini. Vedeva Arthur che le parlava dal telefono del vicino, la voce che saliva di tono — abbiamo un obbligo morale, possiamo fare la differenza. Vedeva Bailey che schiacciava il mozzicone per terra e le diceva Secondo me dovresti pensarci su, e lo sguardo che aveva avuto — non il solito, non quello da stronzo — un altro, più breve, che lei aveva fatto finta di non notare.
Le tornò in mente la festa. Il tetto che cedeva. I corpi. Il silenzio dopo.
Quindici persone. Diciassette, con i due dell’ambulanza che lei aveva capovolto.
Non sono un’eroina. Ho ucciso delle persone.
L’aveva detto a Six come una sentenza definitiva. Un fatto. Qualcosa di scolpito nella pietra, impossibile da cancellare. E lo pensava davvero. Lo pensava ogni mattina quando si svegliava e il peso sotto lo sterno era lì ad aspettarla, fedele come un cane. Lo pensava ogni volta che chiudeva gli occhi e sentiva di nuovo il rumore del cemento che si spaccava.
Me ne frego. Non ho intenzione di risolvere i problemi di nessuno. Ho già i miei.
Sullo schermo, una colonna di fumo si alzava dal tetto del Parlamento. Da qualche parte, in mezzo a tutto quel casino, c’erano Arthur e Bailey. Si sarebbero fatti ammazzare, e tutto per il "bene comune". Per quell’idea da boy scout che Arthur si portava dentro come una malattia, e che Bailey fingeva di non avere ma che Annie gli aveva visto negli occhi — quel lampo veloce, subito nascosto, di qualcuno che vuole essere migliore di quello che è.
E lei avrebbe perso la cosa più simile a degli amici che si fosse mai permessa di avere. Per sempre.
Il pensiero le si conficcò nel petto come una scheggia. E la cosa peggiore — la cosa che la faceva impazzire — era che non avrebbe dovuto importarle. Non avrebbe dovuto importarle di nessuno. Era più semplice così. Era più sicuro. Ogni volta che le importava di qualcosa, quel qualcosa finiva per andare in pezzi, e a raccogliere i cocci restava sempre e solo lei.
Ma le importava. Ed era proprio questo a farle montare dentro una rabbia feroce — contro di loro, che erano andati a farsi ammazzare senza nemmeno voltarsi indietro, e contro sé stessa, incapace di restare indifferente come si era ripromessa.
«ANNIE!» urlò sua madre, alzandosi di scatto nel vederla dirigersi alla porta. «Dove vai?!»
Annie non si fermò. Non si voltò. Se si fosse voltata, avrebbe visto la faccia di sua madre e avrebbe esitato. E se avesse esitato, la parte di lei che voleva restare — quella vigliaccamente ragionevole, quella che le ripeteva che non era un’eroina e che non doveva salvare nessuno — avrebbe vinto.
Uscì. In lontananza, verso il centro di Londra, si vedeva fumo che saliva. Luci lampeggianti. Il suono di sirene, esplosioni.
«ANNIE!»
Spiccò il volo prima che sua madre potesse afferrarla.
Sorvolò il Parlamento, la confusione. Sotto di lei, Londra bruciava.
L’esercito aveva circondato Westminster – camionette blindate, cecchini sui tetti, Apache che ronzavano come vespe meccaniche. I megafoni urlavano ultimatum che nessuno ascoltava.
Le armi convenzionali erano del tutto inutili. Un ragazzo trasformava i proiettili in farfalle. Una donna faceva implodere i blindati con un gesto. Qualcuno correva sui muri verticali, sfidando la gravità. Il fumo acre della cordite si mescolava all’odore metallico del sangue.
La figura con la maschera era sparita, ma Annie era sicura che non fosse andata lontana. Atterrò sul tetto del Parlamento. Il Big Ben suonò la mezzanotte – dodici rintocchi che risuonarono come una condanna.
Frantumò una finestra e s’infilò dentro. I corridoi del potere erano diventati un mattatoio. Tappeti persiani intrisi di sangue nero e rappreso, così denso che le suole ci affondavano. Ritratti di primi ministri che osservavano cadaveri contorti in posizioni impossibili – braccia piegate al contrario, bocche spalancate in urla che nessuno avrebbe mai sentito. Un parlamentare era stato inchiodato al soffitto – una grottesca parodia della crocifissione, il sangue che gocciolava sul pavimento formando una pozza perfettamente circolare. Mosche già ronzavano.
I suoi passi echeggiavano nel silenzio tombale. All’improvviso sentì un rumore alla sua destra. Scattò, pronta a fronteggiare la minaccia.
Six le puntava una Glock alla testa. «Annie!» disse stupita, la voce appena udibile. «Che ci fai qui?»
Due figure emersero dall’ombra dietro di lei. Erano Bailey e Arthur. Indossavano delle ridicole tute mimetiche prese da chissà dove.
«Sapevo che saresti venuta» disse Bailey con quel sorrisetto che Annie conosceva fin troppo bene.
«Solo perché si sente in colpa» commentò Arthur con disprezzo.
Prima che Annie potesse replicare, Six intervenne: «Non è il momento di mettersi a bisticciare» disse, abbassando l’arma.
«Avevi promesso che li avresti tenuti fuori dai guai» disse Annie a denti stretti.
«Non mi hanno lasciato scelta. Hanno insistito per venire.»
«Dove sono i rinforzi?»
«Fuori, a cercare di contenere questo casino. Per ora ci siamo solo noi.»
«Fantastico» commentò Annie, scuotendo il capo.
Six guardò Bailey. «Usa di nuovo il tuo potere. Dobbiamo trovare i sopravvissuti.»
Lui chiuse gli occhi, le vene delle tempie che pulsavano. «Di là» disse guardingo, indicando un punto alla loro sinistra.
Avanzarono in formazione. Six in testa, loro dietro. La porta della Camera dei Comuni era socchiusa. Una voce filtrava dall’interno – monotona, ipnotica.
«... questa società è un cancro. Ma dal marcio può nascere qualcosa di puro. Attraverso il fuoco. Attraverso il sangue...»
Six spinse la porta con cautela, senza far rumore. Cinquanta parlamentari seduti come bambini a scuola. Alcuni piangevano sommessamente. Altri guardavano il vuoto con occhi vitrei. L’odore di paura e piscio saturava l’aria.
La figura mascherata era al centro, di spalle. Un parlamentare – grasso, sudato, con la cravatta storta – li vide.
«AIUTO! PER L’AMOR DI DIO, AIUTATECI!»
La figura si girò verso di loro.
«Cazzo» imprecò Six.
Le sue mani esplosero. Non scoppiarono – si aprirono, le dita che si separarono dalle nocche come petali marci, la carne che si sfogliò fino all’osso, le ossa che si frantumarono in polvere bianca. La Glock tintinnò sul pavimento. Il sangue arterioso pompò fuori dai moncherini in getti ritmici. Six urlò e cadde in ginocchio, guardando ciò che restava dei suoi polsi come se non riuscisse a crederci.
Poi la sua testa si disintegrò, il cranio che si accartocciò come una lattina schiacciata da una mano invisibile. Cervello, sangue e frammenti d’osso vennero compressi in una massa densa della dimensione di un pugno, che cadde sul pavimento con un tonfo umido. Il corpo rimase in ginocchio per un istante, il collo che terminava in un ammasso di vertebre spezzate, prima di cadere di lato.
«CAZZO!»
Bailey trascinò Arthur e Annie dietro una colonna. Passi lenti, misurati. La figura veniva verso di loro.
«È tutto qui?» La voce era più chiara ora. «Che delusione.»
«Usa il tuo potere» disse Annie a Bailey, tesa. «Calmala!»
Bailey chiuse gli occhi, deglutendo. Li riaprì di scatto. Aveva lo sguardo di un animale che aveva appena fiutato qualcosa di fondamentalmente sbagliato.
«Che c’è?»
«È come se… fosse vuota» sussurrò lui.
Arthur uscì dal loro nascondiglio.
«Arti, no!» urlò Bailey, cercando di afferrarlo.
I suoi occhi si accesero di blu. Ogni schermo, ogni dispositivo nel Parlamento prese vita — luci stroboscopiche, allarmi antincendio, sprinkler dal soffitto. Un muro di rumore e caos che saturò la Camera in un istante. La figura esitò, portando una mano davanti al viso.
Arthur non le diede il tempo di riprendersi. L’aria tra le sue dita crepitò e una lama prese forma — pixel blu elettrico compressi fino a diventare solidi, il ronzio dell’energia statica che vibrava lungo il filo della spada. Si lanciò in avanti.
La figura reagì tardi. Arthur menò un fendente dal basso che colpì la maschera di striscio. Un pezzo si staccò — l’angolo sinistro, dalla tempia al mento — e volò via ruotando nel buio.
Ma la figura era già in movimento. Qualcosa di invisibile colpì Arthur alla spalla come una mazza — un colpo secco, brutale, che gli fece perdere la presa sulla spada e gli lasciò una ferita profonda. La lama di pixel si dissolse nel nulla. Arthur barcollò all’indietro, stringendosi la spalla con la mano libera.
«Arti!» urlò Bailey.
Arthur strinse i denti e spiccò il volo. Ali di pura energia gli esplosero dalla schiena – battevano freneticamente, illuminando la Camera di lampi intermittenti. Salì fino al soffitto, fuori portata, e allungò le mani davanti a sé.
Tra le sue dita presero forma una dozzina di pugnali olografici. Vibranti, affilati, sospesi nell’aria come un branco di squali che aspetta l’ordine di attaccare.
Li scagliò tutti insieme, convergendo da angolazioni diverse. Per un istante sembrò che non ci fosse modo di evitarli.
La figura abbassò le braccia di scatto. Il pavimento della Camera si sollevò — lastre di marmo e cemento armato che si strapparono dal suolo con un ruggito, accartocciandosi davanti a lei. I pugnali si conficcarono nella barriera. Alcuni la attraversarono per metà, tremando nell’impatto, le punte di luce blu che sporgevano dall’altro lato. Ma nessuno la raggiunse.
All’improvviso il braccio destro di Arthur si piegò in un angolo strano. Il crack risuonò nella Camera come un ramo spezzato. Le ali si dissolsero. Arthur precipitò, urlando.
Il suo dolore si riversò nei circuiti — ogni lampadina del Parlamento esplose simultaneamente, gli allarmi antincendio ulularono, gli schermi dei monitor crepitarono di statica, i neon dei corridoi lampeggiarono come sinapsi impazzite. Per un istante il palazzo intero sembrò soffrire insieme a lui. Cadde su un banco, sfondandolo, e rotolò sul pavimento bagnato dagli sprinkler. Rimase a terra, rantolando, il braccio che pendeva lungo il fianco come una cosa morta.
«Cristo!» Bailey scivolò sul pavimento bagnato e cadde in ginocchio accanto a lui. Lo tirò contro di sé, proteggendolo col proprio corpo. «Guardami. Ehi. Guardami, cazzo.»
Gli occhi di Arthur erano spalancati, le pupille dilatate. Il braccio rotto gli tremava. Provò a parlare, ma dalla bocca uscì solo un gemito.
«Lo so» sussurrò Bailey, tenendogli la testa. «Lo so. Respira.»
Annie agì d’istinto. Si posizionò davanti a loro, facendogli da scudo. La figura la fissò per un momento, poi lasciò cadere ciò che restava della maschera con un gesto disinvolto.
«Sei tu. Marcus non mentiva. Era solo questione di tempo prima che ci incontrassimo. I percorsi convergono sempre.»
Era lei. Identica. Ogni dettaglio perfetto – tranne per una cicatrice da ustione che le deturpava la guancia sinistra, rosa e lucida come plastica fusa. Sembrava più grande di qualche anno, più… consumata.
Il silenzio si cristallizzò tra loro.
«Che cazzo…» fu tutto ciò che Annie riuscì a dire.
La sua sosia inclinò la testa. Lo stesso gesto che Annie faceva quando studiava qualcosa. Vederlo dall’esterno le provocò una strana sensazione.
Bailey spostò lo sguardo da lei alla sua sosia, sbalordito. «Cazzo» disse, la voce piatta. «Ma è…»
«CHE STATE ASPETTANDO? AMMAZZATELA!» urlò il parlamentare grasso.
La sua testa implose. Cervello e frammenti di cranio spruzzarono sui colleghi, che urlarono all’unisono. Il rumore – quell’orribile suono bagnato – riecheggiò nella Camera come un applauso.
«FERMATI!» gridò Annie. «Non so cosa cazzo sei, ma…»
«Non devi provare pena per loro. Questa gente non rischierebbe nemmeno un graffio per te.»
I suoi occhi si illuminarono minacciosi – stelle di neutroni pronte a collassare. Annie sentì qualcosa muoversi sotto i suoi piedi. Il cemento che vibrava. L’acciaio delle armature che cantava.
«GIÙ!»
Dal pavimento esplosero lance di cemento e acciaio. Una foresta mortale che cresceva verso l’alto, cercando carne da infilzare. Annie ne fermò tre a un centimetro dal viso – sentì il sangue colarle lungo la guancia dove una punta l’aveva sfiorata – e contemporaneamente ne deviò altre due che puntavano a Bailey.
Ma erano troppe. E la sua gemella ne generava di nuove senza sforzo apparente, come chi aggiunge pennellate a un quadro. Un parlamentare venne trafitto da parte a parte – la lancia gli uscì dalla bocca, portandosi via mezza mandibola. Un altro venne inchiodato al muro per il petto, i piedi che scalciavano nel vuoto, le mani che afferravano l’asta d’acciaio come se potesse estrarla. Il sangue gocciolava giù formando ruscelli paralleli.
«Siamo fottuti!» ansimò Bailey, tenendo stretto Arthur a sé.
Aveva ragione. Non c’era modo di vincere. Non così. Annie si sforzò di riflettere. Doveva portarla lontana da quei due idioti. Lei era l’unica che poteva cercare di contrastarla, avevano lo stesso potere, anche se la sua doppia era più esperta, più spietata.
Era un’idea folle, ma non aveva scelta. La caricò come un linebacker, colpendola allo stomaco. Si aggrappò a lei e decollò, sfondando il soffitto.
Cemento e travi d’acciaio esplosero intorno a loro come schegge. Salirono nel cielo notturno di Londra, due figure intrecciate in una danza mortale. L’aria ululava. Il Tamigi diventò un filo d’argento. Il Big Ben un giocattolo. Poi un punto. Poi niente. La sua sosia combatteva per il controllo dell’aria, ma Annie non mollava. Sentiva la sua volontà premere contro la propria — due forze identiche che si annullavano a vicenda, come due magneti dello stesso polo. Salivano, sempre più in alto. L’aria si faceva sottile, gelida. Le orecchie le fischiavano. Il freddo le mordeva la pelle.
«LASCIAMI!» L’altra Annie le graffiò il viso, strappandole la pelle. «CHE COSA PENSI DI FARE?»
Sfondarono lo strato di nuvole. E il mondo scomparve. Sopra di loro, le stelle bruciavano nel vuoto. La Via Lattea si estendeva come una cicatrice luminosa nel buio cosmico. Non c’era più rumore — non le sirene, non le esplosioni, non le urla. Solo il sibilo sottile del vento d’alta quota e il battito del proprio cuore nelle orecchie.
Annie sentì il sangue ribollire nelle vene. La sosia stava cercando di farla esplodere dall’interno — sentiva le molecole vibrare, i globuli rossi ispessirsi, il cuore che faticava a pompare. Combatté con ogni fibra del suo essere, ordinando alle cellule di resistere, di non cedere. Non ancora. Non adesso.
«Vai a farti fottere, psicopatica del cazzo!»
Le diede una testata che le spaccò il naso. Si separarono, fluttuando nel vuoto. La sua gemella si sfiorò il naso. Parve quasi turbata di vedere il sangue sulle dita. Sollevò uno sguardo glaciale su di lei.
«Sei patetica.»
«Senti chi parla.» Annie sputò sangue nell’aria rarefatta. Gocce rosse che si cristallizzarono nel freddo e restarono sospese tra loro come rubini. «Qual è il tuo obiettivo? Sottometterci tutti? Ho visto quelle persone lì sotto, il modo in cui ti venerano. È questo che vuoi? Che ti considerino il nuovo messia?»
L’altra non rispose subito. «Nella mia realtà, la tempesta è arrivata cinque anni fa.»
«Non me ne frega un cazzo della tua realtà.»
«Invece dovrebbe.» L’altra alzò lo sguardo. «Perché è anche la tua. Solo che non lo sai ancora.»
Il vento le separava, le riavvicinava. Due facce identiche sospese nel vuoto, con le stelle alle spalle.
«Ci hanno dato divise. Nomi in codice. Ci hanno detto che potevamo essere eroi. E ci abbiamo creduto. Dio, se ci abbiamo creduto. Ho fatto tutto quello che mi hanno chiesto. Ogni missione. Ogni compromesso.»
Annie ascoltava, in guardia.
«Poi hanno deciso che eravamo troppo pericolosi.» L’altra si tirò su la manica. L’avambraccio era coperto di cicatrici. Non casuali. Simmetriche. Fatte con precisione chirurgica. «Non dall’oggi al domani. Gradualmente. Prima i registri. Poi i braccialetti. Poi le iniezioni.»
Lo stomaco le si contrasse.
«Ho avuto un compagno» disse l’altra. E la voce si incrinò — appena, qualcosa che chiunque altro non avrebbe notato. Ma Annie lo sentì, perché era la stessa incrinatura che aveva quando parlava di ciò che non voleva ricordare. «Era l’unica persona al mondo che mi facesse sentire al sicuro. Quando hanno cominciato l’epurazione, si è lasciato catturare. Per darmi il tempo di scappare.»
Silenzio. Solo il vento.
«Sono tornata a liberarlo, ma era già troppo tardi. L’iniezione gli aveva bruciato il cervello. È rimasto vivo per tre settimane. Non mi riconosceva. Non riconosceva nessuno. Gli davo da mangiare con un cucchiaio e lui mi guardava con gli occhi di un neonato. L’ho ucciso perché non riuscivo a sopportare di vederlo così.»
Annie non disse niente. Non c’era niente da dire.
«Ho marciato, ho urlato, ho bruciato palazzi. Ho fatto tutto quello che si fa quando sei convinta che il sistema possa ancora essere aggiustato.» Una raffica di vento le spostò i capelli dalla cicatrice. «Ma ogni volta che abbattevamo un muro, ne costruivano due. E alla fine non è rimasto più niente per cui combattere. Non perché avessimo perso. Ma perché non c’era più niente da vincere. La gente aveva scelto. Preferiva sentirsi al sicuro piuttosto che essere libera.» Espirò profondamente. «A un certo punto non c’era più nulla da salvare. Né da distruggere. Così ho aperto un varco, senza avere idea di cosa mi sarebbe successo, se mi avrebbe uccisa o trasportato chissà dove. Ci sono saltata dentro come si salta da un palazzo in fiamme. M’importava solo di non bruciare.»
«Okay» disse Annie. «Hai sofferto. Lo capisco. Ma quello che stai facendo… è una carneficina.»
«Quando sono arrivata qui, per un po’ ho sperato che andasse diversamente. Ma sai cosa ho trovato? La stessa gente. Gli stessi governi. Le stesse promesse. Ho visto il copione. So come va a finire.» Fece una pausa. «Quindi ho deciso di saltare al terzo atto.»
«Cioè ammazzare i parlamentari? Terrorizzare Londra? E poi?»
«Ci prenderemo il posto che ci spetta di diritto. Per un mondo senza paura. Senza la necessità di nascondersi. Stavolta non chiederemo il permesso. Se qualcuno deve stare in cima alla catena, saremo noi.» La voce si era indurita. «Se per arrivarci devo passare sopra a una cinquantina di parlamentari senza spina dorsale, è un prezzo che sono disposta a pagare.»
«E gli altri? E Josh?»
L’altra sbatté le palpebre. «Chi?»
«Josh. Era un amico. Lo hai fatto esplodere al gala.» La voce di Annie era ferma. «Quello che restava di lui è stato consegnato alla famiglia in un sacchetto di plastica. Non meritava di morire. Era una brava persona. Era uno di noi.»
L’altra rimase in silenzio.
«Quelle persone là sotto che combattono per te?» continuò Annie. «Sono carne da macello. Esattamente come lo eravate per l’Agenzia nel tuo mondo. Non sei migliore di loro.»
«Tu pensi che ti salverai perché sei diversa da me» disse l’altra. «Ma non lo sei. Hai solo avuto meno tempo. Stessa rabbia. L’unica differenza tra me e te è che io ho smesso di fingere.»
Annie non rispose. Non perché non avesse una risposta. Ma perché per un istante — un istante che le fece più paura di tutto il resto — non era sicura che l’altra avesse torto.
Sentì qualcosa nell’aria cambiare — una vibrazione. Più profonda del suono. Più antica. La materia stessa che reagiva alla volontà del suo doppio.
«Non importa» disse l’altra Annie. La voce era tornata piatta. Vuota. Come se la conversazione fosse stata un’anomalia di un istante. «Se anche qui le cose andranno a puttane, distruggerò tutto e mi sposterò di nuovo.»
«Sei fuori di testa!»
«No. Sono solo stanca di sperare.»
Alle spalle dell’altra Annie lo spazio si lacerò come carta velina. Non un buco – uno squarcio. Una ferita tridimensionale che sanguinava possibilità. I bordi brillavano di colori che non esistevano, che non avevano nome, che risultavano dolorosi da guardare. Come il sole e l’oscurità nello stesso istante.
Lo squarcio si allargò. Silenzioso. L’assenza di suono era peggiore di qualsiasi esplosione. Attraverso di esso si vedeva… tutto. E niente. Realtà sovrapposte come diapositive. Versioni infinite del mondo – alcune in cui il sole era rosso, altre in cui il cielo era un oceano, altre ancora vuote come pagine bianche. E tra le realtà, il vuoto – il non-spazio che le separava.
Lo squarcio iniziò a risucchiare. Un vortice che divorava la realtà – le nuvole sotto di loro che si piegavano verso di esso, la luce delle stelle che curvava, persino il tempo che rallentava ai suoi bordi.
Annie sentì i propri atomi tendere verso lo squarcio, attratti come limatura di ferro da un magnete. «Che cazzo stai facendo?» gridò.
«Splendido, non trovi? Il dolore è l’unica lingua che il mondo capisce. Costruirò la società che meritiamo…»
«Sei fuori di testa!»
Annie guardò in basso, verso la città. Non la vedeva più – le nuvole la nascondevano – ma sapeva che era lì. Bailey era lì, probabilmente stava cercando di trascinare Arthur fuori dal Parlamento, probabilmente stava dicendo qualche cazzata per non pensare alla paura. E sua madre era lì, che pregava il suo dio con una ferocia che Annie non avrebbe mai ammesso di ammirare. E la gente era lì. Milioni di persone che non sapevano niente, che dormivano, che guardavano la TV, che litigavano e facevano l’amore e vivevano le loro vite insignificanti e preziose.
«Fanculo.»
Non era una parola eroica. Non era un grido di guerra, non era un sacrificio nobile illuminato dalla luce divina. Era solo quello che diceva ogni volta che la vita la metteva con le spalle al muro e lei decideva di caricare a testa bassa comunque.
Si fiondò sulla sua doppia. L’altra Annie reagì troppo tardi. Si tuffarono nello squarcio insieme.
Il freddo la investì come un muro. Non aveva niente a che fare con la temperatura. Era l’assenza di tutto. Di calore, di luce, di significato. Era il vuoto tra le cose, lo spazio dove la realtà non era ancora stata inventata o aveva già smesso di esistere.
L’altra Annie le urlava qualcosa, ma le parole si perdevano, smontate sillaba per sillaba dal nulla. Le sue mani cercavano la gola di Annie, gli occhi incandescenti di una rabbia che era anche terrore – il terrore di chi per la prima volta si ritrova trascinata in un luogo da cui non sa come uscire.
L’ultima cosa che vide fu il cielo di Londra attraverso lo squarcio che si chiudeva – le stelle, le nuvole, la luna che se ne stava lì come se niente fosse, incurante e bellissima – e per un istante, un istante solo, Annie desiderò di essere là sotto. Solo per sedersi su una panchina del cazzo in un parco pieno di spazzatura e ascoltare Bailey che le raccontava le sue conquiste e Arthur che leggeva un libro tenendo il segno con un dito. Solo per quello.
I bordi dello squarcio si rimarginarono su di loro come una ferita.
Sarebbe morta passando per una fottuta eroina, dopotutto.
La sola cosa che aveva giurato di non diventare mai.
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