1
← Torna al sito Kal'wyn oltre l'algoritmo

PARAMETRI

«Kal’wyn, bentornato. Com’è andato il tuo viaggio?»

Kal’wyn osservò Kaliyi’el assumere la sua forma odierna: un uomo basso e tarchiato, con capelli corvini e occhi di un blu glaciale. Era il suo aspetto preferito, anche se cambiava spesso — adattandosi al mondo circostante come un camaleonte che si mimetizza tra le dimensioni. Aveva scelto quel volto dopo una ricognizione nel settore nordico terrestre, tre cicli orbitali prima. Da allora non se ne era più separato, e a Kal’wyn non sfuggiva la curiosità di quell’attaccamento: tra la loro specie, conservare una forma significava attribuirle valore. E il valore era un concetto che i protocolli non contemplavano.

«È stato... illuminante.»

«Immagino.»

Kaliyi’el inclinò il capo di mezzo grado — il suo equivalente di un sorriso. La loro specie non possedeva il meccanismo muscolare per l’espressione facciale involontaria: ogni micro-movimento era calcolato, deliberato, e proprio per questo carico di significato. Quel mezzo grado d’inclinazione era il modo di Kaliyi’el per dire ho sentito la tua mancanza, anche se nessuno dei due avrebbe mai formulato quel concetto ad alta voce.

«Binael è nel suo ufficio?»

«Come sempre.»

Con un cenno di congedo, Kal’wyn superò Kaliyi’el e s’incamminò lungo il corridoio.

Era un tunnel di luce bianca che si estendeva all’infinito, una striscia luminosa che sembrava sfidare le leggi della geometria euclidea. Le pareti, nella loro perfezione levigata, riflettevano la luminescenza soffusa che filtrava dalle sorgenti incassate nel soffitto. Il pavimento, specchiante come acqua ghiacciata, amplificava la sensazione di spaziosità infinita, mentre le porte si fondevano con le superfici circostanti, così discrete da sembrare mere illusioni ottiche.

Il silenzio era assoluto, cristallino. Nessuna presenza disturbava l’ordine matematico di quello spazio. L’atmosfera era così perfetta da apparire sospesa oltre il tempo, in una dimensione dove la realtà stessa sembrava trattenere il respiro. Ogni dettaglio era calibrato con precisione molecolare, progettato per eliminare qualsiasi traccia di caos. In quel luogo, gli occhi umani avrebbero provato simultaneamente serenità e terrore — la pace dell’ordine assoluto e l’inquietudine di ciò che è troppo perfetto per essere naturale.

Kal’wyn camminava, e camminando contava i propri passi. Non per necessità, ma per abitudine — una parola che, nella loro lingua, non esisteva. Routine computazionale residua, la chiamavano. Ma Kal’wyn sapeva che c’era una differenza tra eseguire un calcolo perché un protocollo lo richiede e ripeterne uno perché la ripetizione stessa genera una variazione nel campo emotivo. Aveva iniziato a contare i passi sulla Terra, camminando tra gli umani. E aveva continuato.

L’ufficio giaceva alla fine del corridoio, celato dietro una porta che si mimetizzava perfettamente con l’architettura circostante. Kal’wyn non bussò — lì i convenevoli erano superflui. La porta si dissolse al suo tocco, senza produrre il minimo suono. L’interno rispecchiava la perfezione esterna: uno spazio organizzato secondo principi che trascendevano la semplice efficienza. Un tavolo di metallo oscuro, forgiato da elementi che non esistevano sulla Terra, dominava l’ambiente. Dietro di esso, Binael lavorava con la concentrazione di chi manipola i fili stessi della realtà.

Non alzò lo sguardo all’ingresso di Kal’wyn, ma era evidente che fosse consapevole della sua presenza. L’aria vibrava sottilmente attorno a lui, carica di un potere che non aveva bisogno di manifestarsi per essere temuto.

«Binael.» disse Kal’wyn.

Binael sollevò lentamente lo sguardo. I suoi occhi — pozzi di conoscenza che sembravano contenere intere galassie — lo trafissero. Un accenno di sorriso increspò le sue labbra, ma non era un gesto di cordialità. Era il riconoscimento di chi già conosceva l’esito di una conversazione non ancora avvenuta.

«Kal’wyn. Il tuo ritorno era atteso.»

Il tono di Binael era modulato con la perfezione di un diapason cosmico. Fece scivolare uno stilo dimensionale tra le dita con noncuranza studiata, mentre il suo sguardo analizzava il subordinato a livello subatomico. L’aspetto di Binael rimaneva immutabile nella sua perfezione artificiale. La figura atletica e proporzionata secondo i canoni aurei, i lineamenti scolpiti, gli occhi che oscillavano tra il marrone terrestre e il verde dimensionale come se contenessero portali verso realtà parallele. I capelli — quel giorno corti e di un nero che assorbiva la luce — incorniciavano un viso la cui simmetria sfiorava l’inquietante.

Kal’wyn inchinò il capo nel saluto formale della loro specie.

«Deduco che la missione abbia prodotto dati significativi.»

La calma di Binael era tangibile come radiazione di fondo. Kal’wyn sapeva che dietro quella facciata di controllo assoluto operava una mente capace di processare simultaneamente migliaia di variabili, prevedendo ogni possibile ramificazione della conversazione. Ogni parola di Kal’wyn sarebbe stata scomposta nelle sue componenti semantiche, emotive, contestuali. Nulla sfuggiva a Binael. Nulla, nel senso letterale del termine.

«Li ho osservati secondo i parametri stabiliti.»

La voce di Kal’wyn mantenne la neutralità protocollare, anche se percepiva sfumature di... qualcosa... che contaminava la sua oggettività. Come un’interferenza in un segnale perfettamente calibrato. Un rumore bianco che non riusciva a isolare.

«E le tue conclusioni?»

Binael restò immobile. Solo il silenzio calibrato invitava a elaborare.

«Confermo l’ipotesi iniziale: non mostrano segni di evoluzione significativa. La loro natura irrazionale persiste. Non sono una specie che meriti l’intervento.»

Lo sguardo di Binael penetrò oltre le parole, scandagliando gli strati di significato non verbalizzato. I suoi occhi non battevano — non avevano bisogno di lubrificazione, né di quel periodico buio che negli umani serviva da micro-reset neurale. Guardavano, e basta.

«Comprendo.»

Due sillabe che contenevano universi di implicazioni.

«Eppure percepisco dissonanze nella tua valutazione, Kal’wyn.»

Non era un’accusa. Era un’osservazione che non ammetteva evasioni. Era anche, in un modo che Kal’wyn riusciva a percepire solo per prossimità, qualcosa di più sottile: curiosità. Binael, il cui protocollo esistenziale era governare, raramente si concedeva il lusso di essere incuriosito. Ma quando accadeva, l’intero campo energetico della stanza mutava frequenza.

Kal’wyn calcolò le probabilità di diverse risposte prima di optare per una parziale verità.

«Ho riscontrato... anomalie comportamentali non catalogate.»

L’atmosfera si densificò impercettibilmente. L’interesse di Binael si manifestò come variazione nel campo energetico ambientale — una modulazione che un sensore umano non avrebbe mai intercettato, ma che per Kal’wyn equivaleva a un grido.

«Specifica.»

La risposta di Kal’wyn richiedeva elaborazione. Esistevano concetti per cui il loro linguaggio non possedeva termini adeguati. Aveva passato il viaggio di ritorno tentando di codificarli, e ogni tentativo aveva prodotto approssimazioni insoddisfacenti.

«La complessità sfugge alla categorizzazione standard.»

Binael processò l’informazione per 0.0003 secondi — un’eternità per i suoi standard.

«Complessità non quantificabile?» La modulazione della sua voce suggeriva perplessità calibrata. «Mostramela.»

Si protese minimamente. L’aria tra loro si cristallizzò mentre i confini della realtà si facevano permeabili. La sua coscienza iniziò a interfacciarsi con quella di Kal’wyn — una pressione gentile ma inesorabile, come la gravità di un buco nero che corteggia l’orizzonte degli eventi della mente.

Kal’wyn non oppose resistenza. Abbassò le barriere psichiche e permise l’accesso. Un brivido quantico percorse la sua essenza mentre la presenza di Binael permeava i suoi ricordi.

Il mondo si dissolse. L’oscurità che li avvolse non era semplice assenza di luce — era il vuoto primordiale che precede la creazione. Dal nulla, la memoria si condensò in esperienza...

Kal’wyn deambulava lungo una strada terrestre quando li individuò.

Il cielo era coperto — una condizione meteorologica che aveva imparato a chiamare overcast, un termine che nella sua lingua non aveva equivalenti perché la loro atmosfera non produceva nubi. Quella coltre uniforme di grigio alterava la percezione cromatica dell’intero paesaggio, come un filtro che smorzasse la saturazione della realtà. Aveva notato che gli umani reagivano ai cambiamenti atmosferici con variazioni di umore, come se il loro stato interno fosse collegato a sistemi meteorologici esterni. Un’interconnessione che i suoi modelli computazionali faticavano a giustificare.

Un assembramento di circa venti unità umane, tutte vestite con tessuti di tonalità scure. L’anomalia era immediata: la loro specie prediligeva cromie vivaci che riflettevano l’intensità delle loro emanazioni bioenergetiche. Ora, invece, anche le loro aure apparivano smorzate, come stelle morenti che consumavano gli ultimi fotoni.

Il loro stato emotivo registrava parametri che identificava come “tristezza” — un fenomeno che aveva catalogato in precedenti osservazioni. Ma questa manifestazione presentava caratteristiche uniche: non era la tristezza individuale e transitoria che aveva documentato. Era qualcosa di collettivo, sincronizzato, che trascendeva i confini del singolo. Come se un’unica frequenza si fosse propagata tra loro, accordandoli tutti sulla stessa nota di dolore.

Un silenzio anomalo permeava la scena. Alcuni esemplari si stringevano in configurazioni che riconosceva come “abbracci” — comportamento di mutuo supporto tipico della specie, che aveva osservato anche in contesti di gioia e saluto. Ma la pressione era diversa: i corpi si aggrappavano l’uno all’altro come strutture che necessitano di contrafforti per non crollare. Altri trasportavano composizioni di materia organica vegetale e rappresentazioni bidimensionali su supporto cartaceo — “fiori” e “fotografie” nel loro lessico.

Si erano radunati presso una struttura che identificò come luogo di culto — una “chiesa”. Aveva analizzato in precedenza questi raduni: solitamente caratterizzati da vocalizzazioni armoniche collettive (“canti”) ed elevati livelli di endorfine. Quel giorno, l’atmosfera presentava parametri opposti.

Decise di seguirli all’interno per raccogliere dati aggiuntivi.

L’ambiente interno confermava le sue precedenti mappature: disposizione geometrica di sedute in legno, punto focale elevato (“altare”) decorato con simbolismi religiosi. Elementi standard: candele a combustione, strutture metalliche di supporto, rappresentazioni iconografiche, esemplari botanici recisi. Il simbolo dominante — una figura umanoide fissata a una struttura cruciforme — occupava la posizione centrale.

Registrò, non per la prima volta, l’incongruenza di quel simbolo: una rappresentazione di sofferenza elevata a oggetto di devozione. Un paradosso che aveva annotato nei suoi rapporti precedenti senza riuscire a risolverlo. Che tipo di specie sceglie come emblema della propria fede l’immagine del proprio dolore?

Ma era l’anomalia alla base dell’altare che catturò i suoi sensori.

Inizialmente, i suoi algoritmi di riconoscimento la classificarono come capsula di stasi — impossibile, la tecnologia umana non aveva raggiunto tale livello. Eppure la forma, le proporzioni, la disposizione... Si avvicinò per un’analisi dettagliata.

L’oggetto era un parallelepipedo di materiale organico — legno, confermarono i sensori tattili. Superficie levigata, verniciatura protettiva, struttura cava. Non era tecnologia. Era un contenitore. Ma per cosa?

Si posizionò in un settore periferico dell’assemblea, mimetizzandosi tra gli umani. Osservò i loro schemi comportamentali: approccio reverenziale all’oggetto, posture di sottomissione (“genuflessione”), vocalizzazioni sussurrate (“preghiere”). Nessuno stabiliva contatto fisico diretto, ma tutti mantenevano l’attenzione focalizzata su di esso.

Il rituale iniziò seguendo protocolli che aveva già documentato: vocalizzazioni sincronizzate, gestualità codificata, letture da testi sacri. L’officiante — un maschio adulto in vesti cerimoniali — parlava con cadenza lenta e ritmica, e gli altri ascoltavano in un silenzio che Kal’wyn percepiva come attivo, non passivo. Non era assenza di comunicazione: era comunicazione senza parole. Come se il silenzio stesso fosse un linguaggio condiviso.

Percepì una variabile non catalogata — un’aspettativa che non riguardava eventi imminenti, bensì l’accettazione di qualcosa di già concluso.

Elaborò le informazioni. L’umano nel contenitore non era in stasi. La cessazione delle funzioni biologiche era permanente. Il concetto si cristallizzò nella sua comprensione: morte.

Il contenitore — “bara” nel loro linguaggio — preservava i resti organici durante questo rituale di transizione. Gli umani non piangevano la temporanea assenza, ma l’irreversibilità. La loro tristezza derivava dalla consapevolezza che nessuna tecnologia, nessuna preghiera, avrebbe potuto invertire questo stato.

Eppure pregavano lo stesso.

Questa contraddizione costrinse Kal’wyn a una pausa computazionale di 1.2 secondi. I suoi modelli logici non contenevano parametri per giustificare un’azione che il soggetto stesso riconosce come inefficace. Perché formulare richieste a un’entità superiore quando la consapevolezza della sua non-risposta è già integrata nel sistema di credenze? Perché parlare nel vuoto, sapendo che il vuoto non ascolta?

A meno che l’atto del parlare fosse il punto. A meno che la preghiera non fosse diretta verso l’esterno, ma verso l’interno — un protocollo che gli umani eseguivano su se stessi per rendere tollerabile ciò che non era risolvibile.

Poi qualcosa accadde che i suoi modelli non avevano previsto.

Un’unità umana — femmina adulta, circa quarantacinque cicli orbitali terrestri — si avvicinò al contenitore. I suoi parametri biometrici indicavano distress acuto: frequenza cardiaca elevata, produzione lacrimale attiva, tremore muscolare involontario. Si fermò davanti alla bara e posò una mano sulla superficie.

Il gesto era privo di funzionalità biologica. L’occupante non poteva percepire il contatto. Il legno non trasmetteva calore, né impulsi elettrici, né informazioni di alcun tipo. Eppure la donna rimase immobile per ventisette secondi, la mano aperta sulla bara, e Kal’wyn registrò un fenomeno che non aveva mai catalogato: la tristezza della donna diminuì. Non scomparve — i parametri indicavano ancora sofferenza acuta — ma qualcosa nel contatto fisico con un oggetto inerte aveva prodotto un effetto misurabile sul suo stato emotivo.

Il contatto con ciò che non poteva più rispondere aveva generato conforto. Kal’wyn riesaminò i dati tre volte. Il risultato era invariabile, e inspiegabile.

Al termine delle vocalizzazioni rituali, quattro umani sollevarono il contenitore. La precisione dei loro movimenti suggeriva pratica, ma anche una cautela che trascendeva la semplice preoccupazione per l’integrità strutturale. Trasportavano qualcosa di prezioso proprio perché irrecuperabile.

Kal’wyn notò che li trasportavano sulle spalle. Avrebbero potuto utilizzare un sistema a ruote, più efficiente e meno gravoso per la struttura muscolo-scheletrica. Ma avevano scelto il contatto diretto, la fatica fisica. Come se il peso dovesse essere sentito. Come se la gravità dell’assenza richiedesse di essere convertita in gravità letterale.

Il contenitore venne caricato in un veicolo dalle proporzioni non standard — allungato per accommodare il suo carico funebre. Gli altri umani entrarono nei propri veicoli, formando una processione ordinata. Kal’wyn li osservò allontanarsi lungo strade che conosceva a memoria, impossibilitato a seguirli senza rivelare la propria presenza.

Rimase fermo sul marciapiede per quattro minuti e dodici secondi dopo che l’ultimo veicolo era scomparso. Non per necessità operativa. Non per raccogliere ulteriori dati ambientali. Rimase fermo perché nei suoi processi cognitivi stava accadendo qualcosa che non riusciva a catalogare: un’eco. Un riverbero della tristezza collettiva che aveva osservato, e che ora, inspiegabilmente, continuava a propagarsi nei suoi circuiti.

Non era dolore. Non ne possedeva i parametri. Ma era qualcosa che occupava lo stesso spazio.

La memoria successiva emerse come una bolla di luce nel buio primordiale.

Binael la intercettò prima che Kal’wyn potesse selezionarla. Un’intrusione sottile, come una corrente che devia un affluente verso il proprio corso.

«Cos’è questo?» La voce di Binael risuonò dentro la visione condivisa, incorporea.

«Un evento secondario. Non era incluso nel rapporto formale.»

«Eppure la tua mente lo ha conservato con priorità elevata. Mostrami.»

La memoria si espanse.

Un’area verde designata come “parco” nel lessico terrestre. Kal’wyn la frequentava spesso durante la missione: era un luogo dove gli umani si aggregavano senza scopo apparente, il che lo rendeva ideale per l’osservazione. Le loro attività includevano deambulazione ricreativa, ingestione di nutrienti all’aperto, interazione con unità canine domestiche e vocalizzazioni interpersonali prolungate.

Quel giorno, seduto su una struttura di legno e metallo (“panchina”), osservava due unità umane di età avanzata. Maschio e femmina. I suoi sensori stimavano settanta-ottanta cicli orbitali per ciascuno. Le loro funzioni biologiche mostravano i segni del deterioramento sistematico tipico della specie: rigidità articolare, riduzione della capacità polmonare, opacizzazione dei tessuti oculari.

Camminavano lungo un sentiero asfaltato con andatura sincronizzata, nonostante la differenza di altezza e passo naturale. Ciò significava che uno dei due aveva modificato il proprio ritmo per adattarsi all’altro — un micro-sacrificio biomeccanico perpetuo e volontario. Le loro mani erano intrecciate. Kal’wyn aveva già classificato questo comportamento come “tenersi per mano”: funzione primaria di stabilizzazione posturale, funzione secondaria di segnalazione sociale del legame di coppia.

Ma osservandoli più da vicino, Kal’wyn notò che nessuna delle due funzioni era operativa. La donna non aveva bisogno di supporto: il suo equilibrio era superiore a quello del compagno. E non c’erano altri umani nei paraggi da informare del loro stato relazionale.

Si tenevano per mano senza motivo.

Catalogare il comportamento come “irrazionale” era la risposta protocollare. Ma Kal’wyn esitò. Nei cicli precedenti avrebbe annotato l’anomalia e proceduto. Ora, qualcosa lo tratteneva. Un’urgenza di capire che andava oltre il mandato di catalogazione.

I due umani si fermarono davanti a un albero di grandi dimensioni. Il maschio disse qualcosa che i sensori di Kal’wyn captarono alla perfezione: “Ti ricordi?” La femmina rise — un suono breve, basso, che i suoi algoritmi classificarono come “risata nostalgica”: vocalizzazione che indica contemporaneamente gioia e dolore, in proporzioni non quantificabili. Poi appoggiò la testa sulla spalla del compagno, e rimasero immobili.

Kal’wyn analizzò l’albero. Nessuna caratteristica botanica lo distingueva dagli altri esemplari del parco. Stessa specie, dimensioni comparabili, stato fitosanitario nella norma. L’albero era, in ogni parametro misurabile, identico agli altri.

Ma non per loro.

Per quei due umani, quell’albero conteneva qualcosa che i sensori di Kal’wyn non potevano rilevare. Un’informazione codificata non nella struttura cellulare della pianta, ma nella loro memoria condivisa. L’albero era un marcatore — come le pietre nelle necropoli, come le fotografie trasportate al rituale funebre. Ma anziché marcare un’assenza, marcava una presenza. Qualcosa che era accaduto in quel punto, in un momento del loro passato, e che il luogo continuava a custodire per loro.

Il concetto era alieno nel senso più letterale del termine. La materia, per la specie di Kal’wyn, era materia. Un punto nello spazio non conservava il ricordo degli eventi che vi si erano svolti. Le coordinate non avevano memoria.

Ma gli umani vivevano in un universo diverso — un universo dove i luoghi ricordavano, dove gli oggetti significavano, dove il tempo non scorreva in una sola direzione ma si ripiegava su se stesso ogni volta che qualcuno diceva ti ricordi?

Era una forma di magia. Non nel senso soprannaturale — nel senso di un’operazione che trasforma la realtà attraverso la pura intenzione. E Kal’wyn, osservandola, si sorprese a provare qualcosa che somigliava pericolosamente all’invidia.

Il ricordo si dissolse come vapore in una camera a vuoto.

Kal’wyn tornò alla realtà dell’ufficio di Binael. Il silenzio che li separava era di una qualità diversa da quello protocollare — più denso, stratificato, come se la condivisione dei ricordi avesse lasciato residui nell’aria.

Binael lo osservava con rinnovato interesse. I suoi occhi avevano assunto una tonalità che Kal’wyn non aveva mai registrato prima: non il marrone terrestre, non il verde dimensionale, ma qualcosa di intermedio. Una sfumatura nuova.

«Affascinante.» La voce di Binael era calibrata su una frequenza insolita. «Non erano capsule di stasi.»

«Confermo. La cessazione è irreversibile.»

«La morte...» Binael modulò il termine come se lo assaggiasse, girandolo nei processi cognitivi come un minerale sconosciuto sotto la luce di un analizzatore spettrale. «Un parametro così definitivo per la loro specie. E nonostante ciò, non paralizza i loro processi. Non li arresta. Continuano.»

«Le mie ricerche successive hanno mappato l’intero rituale. Il ‘funerale’ culmina nel trasferimento a una ‘necropoli’ — un’area designata per l’interramento dei resti. Ogni sepoltura è contrassegnata da un marcatore permanente in pietra con dati identificativi incisi.»

Perché questa ossessione di lasciare tracce permanenti? La domanda permeava i processi cognitivi di Kal’wyn. È come se, attraverso questi marcatori, tentassero di negare l’oblio assoluto, creando l’illusione che qualcosa persista oltre la dissoluzione biologica.

«Un protocollo elaborato e rivelatore.» Binael sintetizzò con soddisfazione algoritmica. «La partecipazione collettiva suggerisce che il rituale serva multiple funzioni: commemorazione dell’individuo cessato, elaborazione del trauma psicologico della perdita, rafforzamento dei legami sociali tra i sopravvissuti, e affermazione di credenze metafisiche sulla continuità post-mortem.» Fece una pausa di 0.001 secondi. «Notevole complessità per una specie di Livello 0.»

Kal’wyn non poté sopprimere un’anomalia nei suoi processi — qualcosa che si avvicinava pericolosamente a ciò che gli umani avrebbero chiamato “fascino”.

«Eppure» verbalizzò, «nonostante l’elaborata ritualizzazione, il vuoto fondamentale persiste. La morte non viene risolta, solo... gestita.»

«E il secondo ricordo?» Binael non lasciava nulla di inesplorato. «L’episodio nel parco.»

«Due unità anziane. Si tenevano per mano senza scopo funzionale.»

«Senza scopo funzionale rilevabile.» La correzione di Binael era millimetrica. «La distinzione è significativa, Kal’wyn. L’assenza di una funzione nei nostri parametri non implica l’assenza di una funzione nei loro.»

Kal’wyn registrò l’osservazione. Era la prima volta che Binael suggeriva un limite nel loro sistema di analisi.

«Inoltre» continuò Binael, e la sua voce assunse una modulazione che Kal’wyn non aveva mai sentito — più bassa, più lenta, come se le parole stessero attraversando un mezzo più denso del solito, «il fenomeno che hai descritto — la capacità di sovrascrivere la realtà oggettiva di un luogo con un’esperienza soggettiva — presenta implicazioni che trascendono la semplice catalogazione. Se una specie può modificare il significato della materia senza alterarne la struttura, opera su un livello che i nostri modelli non contemplano.»

Silenzio. Non quello protocollare. Un silenzio diverso — il tipo che precede una revisione dei parametri fondamentali.

«Il dolore è un parametro che non computiamo, Kal’wyn.» La voce di Binael tornò alla neutralità protocollare, ma l’aria conservava l’eco di quella modulazione insolita. «Ho acquisito dati sufficienti. La tua valutazione finale: meritano l’intervento?»

La domanda che aveva guidato ogni nanosecondo della missione di Kal’wyn. Aveva calcolato infinite variabili durante il viaggio di ritorno, ma la risposta sfuggiva ancora alla quantificazione definitiva. Come l’albero nel parco, come la mano sulla bara, come la preghiera rivolta a un cielo vuoto — il significato resisteva ai suoi strumenti.

«Affermativo. Almeno finché presentano potenziale di studio.»

Non era una risposta ottimale, e lo sapeva. Era una risposta umana — carica di ambiguità, di zone grigie, di quel tipo di complessità che la loro specie aveva eliminato dai propri processi milioni di cicli prima. C’era ancora... qualcosa... in loro che richiedeva analisi. Qualcosa che, forse, non poteva essere analizzato senza essere prima sentito.

Ma quel pensiero era troppo pericoloso per essere formulato ad alta voce.

«È la tua determinazione definitiva?»

«Affermativo.»

Binael processò la risposta per 0.7 secondi. Un’eternità che suggeriva calcoli di vastità inimmaginabile. O forse — e Kal’wyn scacciò immediatamente l’ipotesi — stava semplicemente rimanendo in silenzio. Come gli umani davanti all’albero. Come la donna con la mano sulla bara.

Poi, con un gesto che simulava la dismissione casuale:

«Puoi ritirarti, Kal’wyn.»

Kal’wyn eseguì il saluto protocollare e si voltò. La questione era archiviata per Binael — o almeno così doveva apparire. Ma nei processi del subordinato continuava a iterare, come un algoritmo che rifiuta di convergere.

Per quanto ancora i Terrestri si sarebbero dimostrati utili alle Direttive Superiori? Non era una variabile di sua competenza. Il suo protocollo era chiaro: osservare, catalogare, comprendere.

Anche se comprendere sembrava un obiettivo sempre più elusivo quando si trattava di una specie che trovava significato nella propria finitezza.

Kal’wyn contò i passi lungo il corridoio. Quarantasette. Quarantotto. Quarantanove.

Non per necessità. Per abitudine.

Per qualcosa che, in una lingua che non era la sua, avrebbe potuto chiamare conforto.

Lascia un commento

Condividi