Il centro di servizi sociali di Walthamstow puzzava di detersivo industriale. Annie sedeva su una sedia di plastica arancione, le braccia conserte, lo sguardo fisso sul manifesto sbiadito appeso al muro:Il tuo futuro inizia oggi!Qualche stronzo ottimista doveva averlo appeso lì pensando facesse la differenza.
Sua madre non aveva smesso di piangere per tutto il tragitto in macchina. Lacrime silenziose che le rigavano il trucco leggero, le mani strette sul volante come se fosse l'unica cosa che la teneva ancorata alla realtà. Seduto sul sedile del passeggero, suo padre si era limitato a pregare sottovoce, chiedendo perdono per i peccati di sua figlia.
Annie non aveva detto una parola. Aveva quindici anni, una chioma di capelli biondi disordinati che teneva sempre legati in uno chignon basso, jeans strappati non per moda ma perché erano vecchi, e uno sguardo che faceva indietreggiare la gente. Non sorrideva quasi mai. Non ne vedeva il motivo.
«Annie Hawthorne?»
Una donna era apparsa nell'ingresso, cartelletta in mano, espressione stanca di chi aveva visto passare centinaia di ragazzini come lei. Tailleur blu scuro, capelli neri ricci striati da ciocche bianche, occhiali da lettura appesi a una catenella. Sembrava una che beveva vino in scatola davanti alla TV la sera.
Annie si alzò senza rispondere.
«Sono Sally Winters, la tua assistente sociale.»
La donna le tese la mano. Annie la guardò senza stringerla. Sally lasciò cadere il braccio con un sospiro quasi impercettibile.
«Bene. Seguimi.»
Il corridoio era lungo e stretto, illuminato da luci al neon che ronzavano come insetti moribondi. Sally camminava davanti, i tacchi che scandivano un ritmo meccanico sul linoleum. Annie la seguiva con le mani in tasca, gli occhi che registravano ogni dettaglio: le porte chiuse, i numeri sulle placchette, l'estintore che probabilmente nessuno controllava da anni. Era un'abitudine, quella di catalogare le vie di fuga. Non sapeva quando l'avesse sviluppata, ma ormai lo faceva ovunque andasse.
«Hai letto i termini del tuo servizio comunitario?» chiese Sally senza voltarsi.
«Sì.»
«Quattrocento ore. Otto settimane. Se salti anche una sola sessione, vai dentro. Hai capito?»
«Sì.»
Sally si fermò davanti a una porta. I suoi occhi erano più gentili di quanto Annie si aspettasse, ma dietro c'era qualcosa di rassegnato, come se sapesse già come sarebbe andata a finire.
«So cosa c'è scritto nel tuo fascicolo. Ma qui dentro non mi interessa. L'unica cosa importante è che tu rispetti le regole, finisci le tue ore, in modo che tu possa andare avanti con la tua vita. Capisci?»
Annie la fissò senza battere ciglio. «Possiamo finirla con la recita del "mi importa di te" e andare avanti?»
Sally aprì la porta.
«Aspetta qui. Gli altri arriveranno a breve. L'incaricato del programma vi spiegherà tutto.»
La stanza era spoglia: tavolo lungo, sedie pieghevoli, distributore di acqua nell'angolo che gorgogliava, finestre con grate. Annie entrò, scelse la sedia più lontana dalla porta, si sedette.
Sally rimase sulla soglia. «Per quello che vale... io ti credo.»
La porta si chiuse con uno scatto metallico.Annie rimase immobile, lo sguardo fisso sul tavolo graffiato. Dovette aspettare la bellezza di mezz’ora prima che qualcuno si degnasse di entrare.
Eranodue tizi con delle tute arancioni da detenuti e un'aria di chi aveva fatto cazzate più grosse delle sue. Il ragazzo aveva un aspetto anonimo, tutto il contrario della tipa affianco a lui. Doveva avere più o meno l’età di Annie, i capelli rosa shocking tagliati corti, piercing al naso, aria scontrosa. Si sedettero vicini. Forse si conoscevano.
Fuori, il cielo di Londra era grigio, gonfio di pioggia che non si decideva a cadere. Da qualche parte, in una chiesa mormone di periferia, sua madre stava probabilmente ancora piangendo, suo padre ancora pregando.E Annie aspettava che iniziasse il suo castigo per aver cercato di fare la cosa giusta nell'unico modo che conosceva.
La porta sbatté contro il muro.
«Che cazzo di posto è questo? Sembra tipo il backstage di un porno ma senza la parte divertente.»
Il nuovo arrivatoera un tizio alto e slanciato, capelli bruni che sembravano non vedere un pettine da giorni, occhi grigi che brillavano di un'energia frenetica. Indossava una felpa troppo larga con macchie sospette, jeans messi peggio di quelli di Annie e scarpe da ginnastica sporche. Avrebbe potuto essere bello, con quei lineamenti definiti e quegli zigomi affilati, se non fosse stato per l'aspetto completamente trasandato e il sorriso leggermente maniacale che gli occupava metà della faccia.
Si lasciò andare sulla sedia proprio accanto a quella di Annie con un sospiro teatrale. Poi sivoltò verso di lei, inclinando il capo per esaminarla meglio. «Ciao» disse. «Come ti chiami, dolcezza?»
«Fottiti» disse Annie senza guardarlo.
Lui non si scompose, allungando una mano verso di lei.«Bailey. Bailey Burns. E prima che uno di voi faccia qualche battuta, no, non sono qui perché ho dato fuoco a qualcosa. Si dà il caso che detesto i piromani.»
«Allora faresti meglio a spostarti» commentò con sarcasmo la ragazza dai capelli rosa.
Evidentemente l’aveva riconosciuta. Annie rimase impassibile.
Bailey si voltò verso la ragazza, la fronte aggrottata. «Che vuoi dire?»
«È Annie Hawthorne, quella che ha dato fuoco alla casa del suo insegnante.» rispose lei. «Se ne parlato ovunque sui social. Ci hanno perfino un servizio alla TV.»
«Dicevo di averti già vista!» esclamò allegro Bailey, tornando a guardarla. «Sei molto più carina dal vivo. Ehi, la storia che quel professore è un maniaco… te la sei inventata o è vera?»
«Perché cazzo dovrebbe venirlo a dire a te?» intervenne di nuovo la ragazza coi capelli rosa.
«Dai, siamo sulla stessa barca, ora! Sono troppo curioso.»
«Tu perché sei qui?» domandò il ragazzo con la tuta arancione.
«Io? Ah, niente di che… sono stato beccato a spacciare un po' d'erba» rispose Bailey con noncuranza.
Un movimento nell'ingresso attirò l'attenzione di tutti. Un ragazzo magro entrò silenziosamente. Jeans neri attillati, camicia bianca abbottonata fino al collo, soffici capelli castano chiaro che gli cadevano sugli occhi azzurri. Aveva una borsa a tracolla e l'espressione di chi voleva essere ovunque tranne lì.
«Un altro membro che si unisce alla banda dei disadattati!» disse Bailey. «Come ti chiami, amico?»
Il ragazzo evitò accuratamente i loro sguardi. «Arthur» mormorò.
«Arthur! Tipo come il re! Hai la spada nella roccia? Intendo, la spada vera, non il tuo...»
«Per favore, smetti di parlare» lo interruppe esasperata la ragazza dai capelli rosa.
Arthur si sedette alla fine del tavolo, il più lontano possibile da Bailey.
«Non posso. È tipo una condizione medica. Se smetto di parlare muoio. Ho delle carte che lo provano»
«Finiscila con le cazzate.»
Annie notò che Arthur la stava fissando. Gli lanciò un’occhiataccia e lui abbassò immediatamente gli occhi, arrossendo.
«Voi come siete finiti qui?» domandò Bailey, rivolto agli altri due.
«Sono cazzi nostri.» rispose brusca la ragazza.
«Cerco solo di fare conversazione, non essere così scontrosa. E tu, Arti? Che hai combinato?» insistette Bailey, voltandosi verso di lui.
«Mi chiamo Arthur…»
«Dettagli. Eh? Allora? No, aspetta, non dirmelo… hai molestato sessualmente un cane.»
Arthur diventò bordeaux. Sembrò sul punto di insultarlo ma ci ripensò.
«Ma che hai nel cervello?» disse la ragazza dai capelli rosa, scuotendo la testa con espressione disgustata.
«Non è colpa mia se ha l’aria di un molestare di cani.»
«Non sono un molestatore!» sbottò finalmente Arthur, rimanendo focalizzato sul tavolo. «Io… ho violato il sistema di sorveglianza della mia scuola.»
«Oh» borbottò Bailey, e parve quasi deluso. «Quindi sei un nerd.»
«E ti hanno dato i servizi sociali per questa stronzata?» commentò accigliata la ragazza dai capelli rosa.
Arthur esitò, agitandosi sulla sedia. «Ho... ho pubblicato dei video. Ritraevano dei bulli mentre tormentavano dei miei compagni. Ma così facendo ho violato la privacy di circa duecento studenti che non c'entravano niente. Senza il loro consenso.»
«Suppongo ti abbiamo fatto causa.» disse Annie in tono piatto.
«Sì...»
«Cristo, amico, mi dispiace» disse Bailey. «Spero che almeno quegli stronzi siano stati espulsi.»
Prima che Arthur potesse rispondere, un uomo entrò trascinando i piedi, con addosso una maglietta del Manchester United e dei jeans macchiati, stringendo una clipboard.
«Bene ragazzi. Io sono Brian. Sono il vostro supervisore per le prossime quattro settimane. Le regole sono semplici: arrivate in orario, fate quello che dico, non fate casino. Domande?»
«Di cosa ci occuperemo, esattamente?» chiese Bailey. «Spero non fare le pulizie. Perché io ho le mani molto delicate e...»
«È proprio quello che farete» tagliò corto Brian. «Parchi, marciapiedi, graffiti. Lavoro onesto per giovani disonesti.»
«E se piove?»
«Vi bagnate.»
«Fantastico» brontolò Bailey.
«Domani iniziamo alle nove. Vi consiglio di indossare delle scarpe comode.» Brian li esaminò con aria annoiata. «Voi tre siete il gruppo B. Congratulazioni.»
Bailey ammiccò verso Annie. «Sentito, tesoro? Saremo una coppia fantastica, me lo sento»
«Ci vediamo domani. Non fate cazzate.»
Brian se ne andò, richiudendosi la porta alle spalle.
«Meno male, temevo avesse preparato qualche discorso motivazionale» Bailey si alzò, strofinandosi le mani. «Chi vuole andare a bere qualcosa?»
«Scordatelo, sfigato» disse la ragazza dai capelli rosa, mentre si alzava a sua volta insieme al ragazzo con la tuta arancione.
«Meno due. Tesoro, tu...»
«No» disse Annie con freddezza, scattando in piedi.
«Oh, andiamo! Sarà divertente! Potremo conoscerci meglio... lasciamo venire anche Arti con noi, se sei in imbarazzo.»
«Mi chiamo Arthur» bofonchiò lui, sistemando la sedia. «E comunque non posso bere, ho quindici anni.»
«E dov’è il problema? Conosco un pub qui vicino che...»
Ma Annie era già uscita, seguita a ruota da Arthur.Fuori, il cielo si era fatto più scuro. Un tuono lontano rimbombò.Arthur sussurrò un timido saluto e si allontanò, le mani in tasca, la testa bassa. Annie prese la strada opposta, diretta verso la fermata dell'autobus.
La mattina dopo, si presentò al centro con sette minuti di anticipo, i capelli appiccicati alla testa, il giubbotto che gocciolava. Si era dimenticata l'ombrello e ovviamente aveva iniziato a piovere. Un classico.
Si fermò davanti all’entrata, trovando riparo sotto la tettoia. Bailey era già lì, con quel suo stupido sorriso stampato sulla faccia, fradicio quanto lei.
«Buongiorno!»disse con entusiasmo.«Vedo che sei tutta bagnata. Non ho avuto bisogno nemmeno di toccarti.»
Annie inspirò profondamente, imponendosi la calma.
«Ah, dolcezza» sospirò Bailey, cingendole le spalle con un braccio. «Guardaci: due anime candide, schiacciate dal peso di questa società crudele che ci accusa di crimini che non abbiamo commesso…»
Annie si ritrasse, irritata. «Vendi erba. È illegale.»
«Offro un servizio, è diverso. Sono un uomo d'affari, come ho cercato di spiegare a quei mocciosi infami che mi hanno denunciato...»
«Ti sei fatto fregare da dei bambocci?»
«Erano cinque contro uno.»
«Quanti anni avevano? Dodici?»
«Sei.»
Arthur stava arrivando, al riparo sotto un ombrello nero. Ai piedi indossava stivali da pioggiache davano l’aria di essere costosi.
«Toh, guarda! È arrivato Arti.»
Lui chiuse l’ombrello. «Mi chiamo Arthur.»
«Preferisco Arti. Voi chiamatemi pure B.B., mi conoscono tutti così.»
La porta antipanico si aprì e ne uscì Brian. Aveva con sé una scatola di gilet catarifrangenti.«Oggi pulirete Victoria Park.» esordì, senza sprecarsi nemmeno in un saluto. «Spazzatura, erbacce, rendete il mondo un posto meno schifoso...»
Un lampo squarciò il cielo.Il tuono che seguì fece tremare le finestre dell'edificio.
«Possiamo aspettare che passi prima la tempesta?» chiese preoccupato Bailey, adocchiando nervoso il cielo.
La pioggia riguadagnò potenza, trasformandosi in un diluvio.
«È solo un po’ d’acqua.» replicò laconico Brian, lanciandogli i giubbotti.
«Cazzo, amico, fai sul serio?» protestò Bailey, incredulo. «Potremmo finire fulminati.»
«Preferisci finire in prigione?» ribatté Brian. «Muovete il culo. Ci rivediamo qui per le quattro.»
E rientrò.
«Col cazzo che lo faccio» si lagnò Bailey, aprendo il giubbotto. «Io resto qui. Questo coso non è nemmeno della mia taglia!»
«Non riusciremo a pulire niente con questo…» disse Arthur.
Un lampo squarciò il cielo, illuminando a giorno l’intera zona e costringendoli a chiudere gli occhi. Annie sentì l’impatto un istante dopo — un colpo secco, devastante.
Il dolore le esplose in tutto il corpo, incendiandole ogni nervo, spezzandole il respiro nei polmoni. Le gambe cedettero senza avvertimento. Il cuore si contrasse in uno spasmo e poi sembrò arrestarsi.
Il buio.
La prima cosa che percepì fu qualcosa di duro sotto la schiena, seguito da un odore di disinfettante e plastica bruciata.
«Funzionerà, ti dico. Dobbiamo quantomeno provare!»
«Non puoi farle la respirazione bocca a bocca mentre è svenuta!»
«È così che si fa, Arti. L'ho visto nei film.»
«Vuoi solo infilarle la lingua in bocca!»
«E che c’è di male?»
«È considerata violenza se non è consensuale.»
Annie aprì gli occhi. Il volto di Bailey occupava la sua visuale, i capelli ancora gocciolanti.
«Ehi» disse lui, notando che era sveglia. «Bentornata tra i vivi.»
Annie provò a parlare. Le faceva male tutto. «Dove...»
«Tranquilla. Sei nell'infermeria del centro.» Bailey le posò una mano sulla spalla con inaspettata delicatezza. «Va tutto bene.»
Arthur entrò nel suo campo visivo. «Sei rimasta fuori gioco per quasi un’ora.»
«Che cazzo è successo?»
«Ci ha colpiti un fulmine.»
Annie si tirò su a sedere troppo in fretta. La stanza girò.
«Piano, dolcezza.» Bailey si sporse in avanti. «Non voglio che vomiti. Non su di me, perlomeno. Sarebbe divertente se tu lo facessi su Arti. Pensa che ridere. Sarebbe...»
«B.B.» disse Arthur con aria rassegnata. «Sta zitto.»
«Giusto. Sì, scusa.» Bailey si passò una mano tremante tra i capelli. «È solo che quando sono nervoso parlo troppo e ora sono tipo super nervoso perché... porca puttana, siamo appena stati fulminati. Voglio dire, potevamo morire, no?»
«I paramedici hanno detto che siamo vivi per miracolo» mormorò Arthur.
«In realtà hanno detto che dovremmo essere carbonizzati. Hanno usato proprio questa parola...»
«B.B.»
«Sì. Scusa.»
Annie avvertì la pelle del collo tirare. Istintivamente se lo toccò, sentendola ruvida al tatto.
«A quanto pare ci resterà la cicatrice» disse Bailey, mostrandole l'ustione che gli ramificava sul collo come radici di un albero.
Anche Arthur ce l'aveva.
«Merda» sussurrò Annie.
Brain entrò con tre moduli e li buttò sul lettino.«Okay carini. Firmate questi. Dicono che non fate causa al comune per negligenza e che rinunciate a ogni...»
«Volevi mandarci fuori durante una tempesta» lo interruppe brusco Arthur.
«Tecnicamente la tempesta è arrivata dopo.»
«Non è vero!»
«Potrei perdere il lavoro se non firmate quelle carte, quindi fatelo e levatevi dai coglioni.»
Bailey prese la penna immediatamente. «Dove devo firmare? Qui?» Scarabocchiò un ghirigoro. «Non voglio grane. Zero grane. Sono tipo il ragazzo anti-grane.»
Annie gli strappò la penna dalle dita e tracciò una linea rabbiosa sul foglio, poi la passò ad Arthur. Lui si morse il labbro, controllando ciò che c'era scritto.
«Firma e basta» disse Brian, con un tono che non ammetteva repliche.
Esitante, Arthur firmò.
«Perfetto, ora fuori dai piedi.»
Brian se ne andò. Per un attimo rimasero in silenzio, rotto solo dal gocciolio dell'acqua dai loro vestiti. Fuori, la tempesta era passata. Il sole filtrava attraverso le nuvole.
«Voi non vi sentite strani?» domandò all'improvviso Bailey. «Io ho tipo... non mi viene la parola... quella roba simile al prurito...»
«Formicolio?» suggerì Arthur.
«Sì, proprio quella. Lo sento dappertutto.»
Lo sentiva anche Annie. Era come se qualcosa le scorresse sotto la pelle. Scese dal lettino, le gambe che le tremavano. Bailey fu subito al suo fianco.
«Ce la faccio da sola» disse stizzita, scansandolo.
«Meglio che ti accompagni a casa.»
«Vaffanculo.»
Attraversarono il corridoio. Ad Annie richiese uno sforzo immane. Dovette fermarsi più volte, cercando sostegno nei muri. Quando uscirono nel pomeriggio umido, l'aria sapeva di pioggia e asfalto bagnato. Annie inspirò profondamente, realizzando a tutti gli effetti che era viva.
«Vado a casa» disse Arthur, l’espressione tesa. «Ho bisogno di sdraiarmi.»
Annie si avviò zoppicante verso la fermata dell'autobus, tallonata da Bailey.
«Dovremmo andare in ospedale?» ripartì alla carica lui. «Anche se i paramedici hanno detto che siamo okay e io odio gli ospedali. Hanno quell'odore disgustoso... e poi ci sono tutte quelle persone malate e io non voglio prendermi qualche malattia strana e... stai bene? Intendo... davvero?»
Annie gli lanciò una delle sue occhiatacce. «Vattene»
No, non stava bene. Aveva ancora la nausea e i muscoli indolenziti. E le sue emozioni erano un casino – non sapeva se provare gioia, paura, tristezza o tutto insieme. Di solito era brava a controllare i suoi sentimenti, a chiuderli in una scatola e seppellirli da qualche parte dove non potevano toccarla. Ma ora quella scatola sembrava essersi aperta, e tutto stava uscendo fuori contemporaneamente.
«Io continuo a sentirmi strano» riprese Bailey. «Cioè, non so come dovrei sentirmi, capisci? Siamo quasi morti.»
L'autobus stava arrivando. Annie salì, senza degnare Bailey di un saluto. Si accorse troppo tardi che lui era salito con lei.
«Che stai facendo?»
«Ti riaccompagno a casa.»
«Scendi.»
«Troppo tardi» disse Bailey, indicando le porte che si chiudevano.
Annie non aveva le forze per discutere. Si accasciò sul sedile, poggiando la fronte bollente sul finestrino freddo. Bailey continuò a parlare per tutto il tragitto, lasciandosi andare a battute volgari, storie senza senso e commenti inappropriati. Annie notò che continuava a gesticolare, guardandosi sempre intorno, come se si aspettasse di essere fulminato di nuovo. C'erano dei momenti in cui lo sentiva tremare contro la sua spalla, e capì che quello era il suo modo per non crollare.
Scesero a Leyton.
Bailey si guardò attorno. «Carino. Meglio di dove vivo io. È a Stratford, una vera merda.»
L'accompagnò fin sotto casa. La sua strada era identica a tutte le altre: villette a schiera, prati curati, macchine parcheggiate ordinatamente. C'era una croce di legno appesa alla facciata.
«È qui» disse Annie, fermandosi. «Ora vai via.»
«Sicura? Posso...»
«No. Sparisci.»
Annie aspettò che si fosse allontanato prima di imboccare il cortile. Sua madre aprì prima che arrivasse. Aveva gli occhi rossi, il viso pallido.
«Annie! Oh, grazie al cielo! Ho sentito della tempesta e ho provato a chiamarti ma...»
«Sto bene.»
«Sei tutta bagnata!» notò l'ustione sul collo e provò a toccarla, ma Annie la scansò malamente. «Cosa ti è successo?»
«Niente.»
«Come niente? Quella è...»
«Ho detto che sto bene.»
Annie la superò, entrando in casa. Suo padre era in cucina, la Bibbia aperta sul tavolo.Alzò lo sguardo quando Annie gli passò davanti, ma non disse nulla. Si limitò a tornare a leggere.
Era sempre così. Le parole tra loro erano finite da tempo – ammesso che ce ne fossero mai state. Lui la guardava come si guarda un problema irrisolvibile, un enigma che non vale la pena decifrare. Annie aveva smesso di aspettarsi qualcosa da lui molto tempo fa. Ma ogni tanto – come adesso – il suo silenzio le faceva ancora male.
Salì le scale verso la sua camera. Si chiuse dentro e si appoggiò alla porta. Le mani avevano smesso di tremare, ma il formicolio sotto la pelle era diventato un bruciore.
Si guardò allo specchio. L'ustione sul collo era più marcata ora, le vene simili a saette sotto la pelle pallida. La sfiorò di nuovo. Non faceva male. Era strano.
Avrebbe dovuto fare male.
A Stratford, in un appartamento al secondo piano di un palazzo con l'intonaco scrostato e puzza di muffa nei corridoi, Bailey sedeva sul divano sfondato del suo salotto, fissando la TV spenta.
Suo padre non era ancora tornato. Meglio così.
Intorno a lui regnava il caos. Bottiglie vuote di birra sul tavolino. Posaceneri che traboccavano. Posta non aperta ammucchiata nell'angolo – probabilmente bollette, probabilmente in rosso. Bailey ormai non ci faceva più caso. Quel posto era sempre stato uno schifo.
Si guardò le mani. Tremavano ancora.
«Okay.» disse ad alta voce. «Okay okay okay. Respira, vecchio mio. Sei vivo. È una buona cosa. Una buona cosa.»
C'era andato davvero vicino. Troppo vicino. Quel fulmine avrebbe dovuto carbonizzarli. Così aveva detto il paramedico.
Bailey si alzò dal divano, irrequieto. Aveva bisogno di qualcosa per calmare i nervi. Una sega? No, non ne aveva voglia e comunque suo padre poteva tornare in qualsiasi momento e sarebbe stato imbarazzante. Una canna. Sì. Una canna era la soluzione perfetta.
Si spostò in camera sua – se così si poteva chiamare quel buco con un materasso per terra e vestiti ammucchiati ovunque. Estrasse il terzo cassetto mezzo sgangherato del comodino. Era lì che teneva la sua scorta segreta, quella poca roba che era riuscito a sgraffignare a suo padre. Se lo avesse scoperto l’avrebbe ucciso di botte, una volta per tutte.
Afferrò la canna già rollata e l'accendino. Lo fece scattare un paio di volte a vuoto.
«Dai, pezzo di merda» borbottò, agitandolo.
Sopra la sua testa, il vicino urlò qualcosa. Parole incomprensibili, ma piene di rabbia.
E Bailey la sentì.
Non metaforicamente. La sentivadavvero. Un'onda di frustrazione calda e velenosa che gli attraversò il petto come se gli appartenesse.
Chiuse gli occhi, respirando forte. Il cuore batteva troppo velocemente. «Va tutto bene» mormorò. «È solo lo shock. Sei sotto shock. È la tua immaginazione...»
Ma era già successo. Sull'autobus. Aveva sentito la paura di Annie, fredda e tagliente, e la tristezza della donna seduta dietro di loro, una tristezza densa come melassa. E... altre cose. Troppe cose.
Il rumore delle chiavi che giravano nella serratura lo fece trasalire.
Si affrettò a nascondere la canna e rimontò il cassetto. Suo padre masticò una bestemmia mentre entrava. Bailey riconobbe immediatamente il passo – pesante, incerto, il modo in cui si appoggiava al muro. Era ubriaco. Ancora una volta.
Quando lo vide, si bloccò.
Ogni volta era come guardare una versione più vecchia e rovinata di sé stesso. Stessi occhi grigi, stessi lineamenti, ma sfigurati dall'alcol e dalla rabbia e da anni di scelte sbagliate. Bailey lo detestava. Detestava vedere il suo futuro in quella faccia.
«Dove cazzo eri?» La voce di suo padre era impastata, pericolosa. «Avevi una consegna oggi, o sbaglio?»
Bailey deglutì. «Sono stato ai servizi sociali. Te l'ho...»
«Hai idea di quanti soldi mi hai fatto perdere? Eh?»
Suo padre si avvicinò, minaccioso. Bailey percepì tutta la sua rabbia. Lo investì con tanta forza da farlo quasi barcollare. Non era solo un'emozione – era qualcosa di fisico, tangibile, che gli premeva sul petto. E sotto di essa, c'era disperazione. E odio, così tanto odio. Odio per sé stesso, per il mondo, per Bailey.
Aveva sempre saputo che suo padre lo odiava. Ma sentirlo –sentirlo davvero– era completamente diverso.
«Tu, piccola merda.» Il fiato di suo padre puzzava di alcol e tabacco. «Pensi di poter fare quello che vuoi, vero? Che le regole non valgano per te.»
«No, io...»
Il pugno arrivò dritto nello stomaco. Bailey si piegò in due, l'aria che usciva dai polmoni in un gemito strozzato. Cadde in ginocchio, ansimando, le mani premute contro l'addome. Un calcio lo raggiunse.
Bailey si raggomitolò, cercando di proteggersi. Aveva paura. Come sempre quando succedeva. Perché non sapeva quando si sarebbe fermato.Sesi sarebbe fermato.
E insieme alla paura, c'era tutto il resto. Tutte le emozioni di suo padre che gli entravano dentro come schegge di vetro.
«Sei come quella stronza di tua madre! Inutile!»
Qualcosa dentro di Bailey si spezzò.
«SMETTILA!»
Non lo urlò solo con la voce. Lo pensò con ogni fibra del suo essere, e in qualche modo – in qualche modo impossibile – lo proiettòfuoridi sé.
Suo padre si fermò a metà di un altro calcio. La sua espressione cambiò. La rabbia scivolò via dal suo volto, sostituita da qualcosa che Bailey non aveva mai visto prima nei suoi occhi.
Paura.
Seguita da una serie di altre emozioni. Incertezza. Qualcosa di simile al senso di colpa, forse.
Arretrò, incerto. Per un momento non disse nulla, poi mormorò: «Non starmi tra i piedi.»
E tornò in cucina, lasciando Bailey dolorante e confuso sul pavimento.
Dall'altra parte della città, in una villa georgiana a Kensington con vista sul parco, Arthur salì le scale verso la sua camera. La casa era silenziosa. Sua madre era al club. Suo padre al lavoro, come al solito.
La sua camera era grande, troppo grande. Pareti bianche, mobili costosi, finestre che davano su alberi perfettamente potati. Tutto ordinato, tutto al suo posto. Come se fosse solo una scenografia e non un posto dove qualcuno viveva davvero.
Arthur chiuse la porta. La testa gli faceva male. Non tanto per il fulmine – anche se l'ustione sul collo pulsava ancora – ma piuttosto per la solita pressione, quel peso costante che gli premeva dietro agli occhi e gli diceva che tutto era inutile, che niente aveva senso, che domani sarebbe stato uguale a oggi e l'anno prossimo uguale a questo.
Si sedette alla scrivania. Il portatile era lì, chiuso, spento.I suoi genitori gli avevano tolto internet dopo l'arresto. Non solo la password del Wi-Fi – l'intero servizio era stato isolato dalla sua camera, il router riconfigurato per bloccare il suo dispositivo. Pensavano così di tenerlo lontano dai guai, ma non avevano tenuto conto della rete dati del suo cellulare.
La loro ignoranza in fatto di tecnologia era una benedizione. Arthur aprì il portatile e lo avviò. Mentre aspettava che caricasse, guardò fuori dalla finestra. Il parco sottostante era vuoto, le panchine perfettamente allineate, l'erba tagliata con precisione millimetrica. Tutto perfetto. Tutto morto.
Lo schermo si illuminò. Arthur sbloccò il telefono e attivò l'hotspot. Il portatile si connesse automaticamente – aveva salvato le credenziali settimane fa. La velocità era quella che era, ma almeno poteva navigare.
Aprì Chrome. La homepage era vuota, nera, senza cronologia salvata. I suoi genitori controllavano regolarmente, quindi Arthur si assicurava di cancellare tutto ogni volta.
Voleva cercare informazioni su Annie e Bailey. Se doveva passare con loro le prossime settimane, tanto valeva conoscerli, e il modo più facile era controllare i loro social.
Digitò:Annie Hawthorne Leyton incendio.
I primi risultati furono diversi articoli che riportavano dell'incendio doloso, tutta roba che Arthur aveva già letto. Annie non era mai citata, in quanto minorenne, ma questo non aveva impedito ai curiosi dell'internet di scoprire la sua identità. Tra i risultati compariva anche un profilo Instagram, che ormai doveva essere stato visitato così tante volte da balzare in cima all'algoritmo di Google.
Ci cliccò sopra. Il profilo era privato. L'unica foto a cui aveva accesso era un selfie scattato dal basso, in cui Annie fissava l'obiettivo, lo sguardo indifferente. Riportava più di cinquecento commenti sotto, la maggior parte poco lusinghieri. Gente che le dava della pazza, della piromane, alcuni che dicevano di crederle, altri che la idolatravano per il suogesto.
Oltre al danno, la beffa.
Arthur la capiva benissimo. Sapeva cosa significava essere esposti, giudicati, ridotti a una singola azione da persone che non sapevano niente di te. Per il resto, Annie era come un fantasma. Nessuna storia, nessun follower, nessun seguito. Era evidente che si era iscritta solo per osservare, non per partecipare.
Arthur passò a Bailey. Trovò vari profili su diversi social. Puntò a quello di Instagram.
Era pubblico. Ovviamente era pubblico. Bailey non sembrava il tipo da preoccuparsi della privacy.
Seicentoventiquattro follower, settecentotré seguiti.
Arthur scrollò. Post dopo post. Bailey a una festa. Bailey con una birra in mano. Bailey che faceva il dito medio alla fotocamera. Bailey che sorrideva, sempre.
Ma in tutte le foto era solo.
Arthur lo notò subito. Nessun braccio intorno alle spalle. Nessun amico che rideva con lui. Solo Bailey, da solo, che sorrideva per l'obiettivo.
Evidentemente non era così amato come i numeri facevano credere. Arthur continuò a scrollare, non sapeva bene perché. Forse curiosità. Forse perché era meglio che guardare il vuoto della sua camera.
Si fermò su una foto in particolare.
Era stata scattata in un parco – erba secca, alberi spogli sullo sfondo, cielo grigio. Bailey era seduto su uno scivolo malconcio, il metallo arrugginito e graffiato. Indossava una felpa nera troppo grande, jeans strappati, le stesse scarpe sporche con cui l'aveva conosciuto. Una sigaretta gli pendeva dalle labbra, non accesa. Nella mano destra teneva una bottiglia di birra – Stella Artois, si vedeva l'etichetta.
Anche in quella sorrideva, ma c’era qualcosa di diverso. Questo era... vero. Spontaneo. Come se per un momento avesse smesso di recitare. I suoi occhi trasmettevano una malinconia profonda che Arthur riconobbe subito, perché la vedeva ogni mattina allo specchio.
La didascalia sotto la foto diceva:C'è vita su Marte?
Conosceva la canzone. Era una delle sue preferite.
Era solo. Come lui. come Annie, probabilmente.
Fissò la foto più a lungo del necessario. Si soffermò sui dettagli – sugli occhi grigi, sulle labbra, sulle dita. Bailey aveva un tatuaggio a forma di rondine sulla mano. Non ci aveva fatto caso quando l'aveva visto di persona.
Arthur sentì un familiare senso di disagio stritolargli lo stomaco. Si costrinse a chiudere la foto e andò sui suoi social personali per distrarsi.
Instagram era intasato di notifiche. Non aveva bisogno di aprirle per sapere cosa dicevano. Cliccò sui messaggi, deciso a fare un po' di pulizia, quando l'anteprima di uno di loro attirò il suo sguardo.
"Non finisce qui, finocchio"
L'account riportava un nome femminile e la foto di una ragazza, ma non ci voleva un genio per capire che era falso. Doveva essere stato Richie. Solo lui poteva essere così prevedibilmente crudele.
Arthur avvertì la mano tremare mentre rileggeva quelle parole.
"Non finisce qui, finocchio"
Come se l'umiliazione pubblica non fosse stata sufficiente. Richie doveva continuare, doveva assicurarsi che Arthur non dimenticasse mai chi era e cosa la gente pensava di lui.
Chiuse gli occhi. Nel buio, ebbe quasi la sensazione di percepire qualcosa d'indefinibile. Un ronzio, una vibrazione. Perplesso, li riaprì, guardandosi attorno.
Era come un richiamo. Proveniva dai muri, dal piano di sotto, ovunque – non riusciva a stabilirlo con certezza. Ma losentiva.
Il suo primo pensiero fu che stava impazzendo. Poi lo schermo fu attraversato da un disturbo. All'improvviso, tutti i messaggi cominciarono a sparire uno dopo l'altro, senza che lui toccasse niente.
«Ma che...» mormorò, sgranando gli occhi.
La pagina si ricaricò. Tutte le notifiche erano scomparse.
Arthur sentì il cuore accelerare. Lo stavano hackerando?
Le schede presero a moltiplicarsi, le pagine che scorrevano sui suoi social, eliminando ogni notifica. Arthur tentò ogni combinazione di tasti che conosceva per riprendere il controllo, ma non funzionava niente. Il portatile sembrava posseduto.
Aprì file. Mostrò un codice che Arthur aveva creato mesi fa. Poi il codice iniziò a cambiare, da solo, a riscriversi, a migliorarsi.
Nel panico, Arthur premette il tasto di spegnimento. Lo schermo diventò nero. Stava per tirare un sospiro di sollievo quando improvvisamente si riaccese, ancora una volta senza che lui avesse toccato nulla.
Nessun hacker avrebbe potuto fare una cosa del genere. Nessun software, nessun virus. Questo era... impossibile.
Altre finestre, altre pagine, un carosello digitale che vorticava senza controllo.
«Fermati» sussurrò Arthur, più a sé stesso che al computer. «Maledizione, fermati!»
Tutto si fermò, come se avesse ubbidito al suo ordine.
Arthur fissò lo schermo, il respiro sospeso. Il telefono accanto alla sua mano vibrò. Appena lo guardò, WhatsApp si aprì da solo, mostrandogli il messaggio di sua madre:"Cena in forno. Papà torna tardi. Non aspettarci."
Non l'aveva sfiorato. Aveva solo... pensato di sbloccare il telefono.
Arthur tornò a guardare lo schermo. Il cuore gli batteva così forte che lo sentiva pulsare nelle orecchie. Doveva provare. Doveva capire se era reale o se stava perdendo la ragione.
Si concentrò. Immaginò il cursore muoversi verso destra.
La freccetta si mosse.
Arthur trattenne il fiato. Immaginò il cursore disegnare un cerchio.
La freccetta obbedì, danzando sul desktop in un cerchio perfetto.
Arthur si passò una mano tra i capelli, tirando. Provò dolore. Non stava sognando, era reale.
Cazzo.
La mattina dopo Annie arrivò al centro con dieci minuti di anticipo. Non aveva dormito. Ogni volta che chiudeva gli occhi sentiva l'elettricità scorrerle nelle vene come acido. Il letto era diventato una trappola di lenzuola sudate, il cuscino un nemico che non le dava pace.
E poi c'era quella sensazione strana, persistente. Come se qualcosa dentro di lei si fosse spostato, riallineato in modo sbagliato. Come quando un osso rotto si salda storto e devi imparare a muoverti in un corpo che non riconosci più.
Bailey era già lì, seduto sui gradini dell'ingresso. Le ginocchia piegate, le braccia appoggiate sopra, la testa china. Quando Annie si avvicinò, notò che aveva le occhiaie profonde, viola come lividi, i capelli più arruffati del solito appiccicati alla fronte dal sudore freddo. Lo sguardo era perso nel vuoto, fisso su un punto indefinito dell'asfalto.
«Ciao» disse Annie in tono sostenuto, fermandosi davanti a lui, le mani nelle tasche della felpa.
Bailey alzò la testa di scatto, come se si fosse appena accorto della sua presenza. Per un istante nei suoi occhi grigi passò qualcosa – paura? dolore? – prima che un sorriso forzato prendesse il sopravvento.
«Ehi, tesoro. Come va?»
La sua voce era roca, come se avesse urlato tutta la notte. O pianto.
«Bene. E a te?»
«Tutto bene.»
Annie non insistette. Lei più di chiunque altro sapeva che certe cose non si condividevano con gli estranei. E loro erano estranei, dopotutto. Tre sconosciuti legati solo da un incidente e da un servizio comunitario.
Arthur arrivò un minuto dopo, camminando rasente al muro come un'ombra. I suoi passi erano silenziosi, quasi furtivi. Quando li vide accelerò, lo sguardo che scivolava via, evitando accuratamente di incrociare i loro occhi. Le sue mani stringevano lo zaino con una forza che gli sbiancava le nocche.
La porta del centro si aprì con uno stridio metallico. Brian uscì dall'edificio trascinando un carrello arrugginito pieno di attrezzi che tintinnavano a ogni movimento. Indossava la stessa maglietta del Manchester United del giorno prima, con una nuova macchia di caffè sul petto.
«Bene, fenomeni. Oggi graffiti. Victoria Park, muro est. C'è merda spray dappertutto. Qualche aspirante Banksy del cazzo ha pensato bene di esprimere la sua arte. Voglio vederequel muro pulito entro le quattro. Vedete di non deludermi. Non vi conviene.»
Lanciò loro dei raschietti di metallo arrugginiti e delle taniche di solvente che puzzavano di morte chimica. Il liquido dentro gorgogliava minacciosamente.
«Non respiratene troppo o vi viene il cervello ancora più fottuto di quanto già non sia. Anche se nel vostro caso dubito sia possibile.»
Si avviarono verso il parco in un silenzio innaturale. L'aria era umida, appiccicosa, con quella qualità opprimente che precede i temporali estivi. Annie camminava in testa, Bailey qualche passo dietro – ogni tanto si toccava il fianco, un gesto rapido, quasi involontario. Arthur manteneva la distanza da entrambi, un satellite in orbita instabile.
Il muro era un disastro. Tag su tag, strati di vernice sovrapposti di vandalismo urbano. Oscenità scritte in caratteri enormi e sgrammaticati. Qualcuno aveva disegnato un pene gigantesco con dettagli anatomici inquietantemente precisi.
Annie prese il raschietto, il metallo freddo e ruvido contro il palmo. Iniziò a grattare con movimenti metodici. Il suono era quasi ipnotico –scritch, scritch, scritch. La vernice si staccava a scaglie colorate che cadevano ai suoi piedi come coriandoli di un party finito male.
C'era qualcosa di terapeutico in quel lavoro ripetitivo. Non doveva pensare. Non doveva sentire. Solo grattare, grattare, grattare, finché il muro non tornava pulito.
Il sole saliva lentamente, trasformando l'aria in una coperta soffocante. Il solvente evaporava, creando miraggi che danzavano sul marciapiede. Dopo un po’ – potevano anche essere passate ore – Annie si accorse che Bailey continuava a toccarsi il fianco sinistro. Ogni volta sussultava leggermente, una smorfia di dolore che cercava di mascherare subito dopo.
«Ti fa male?» gli chiese senza voltarsi.
Bailey si irrigidì come se l'avesse colpito. La mano scattò via dal fianco.
«Sì, un po'. Ho sbattuto contro il tavolo stanotte. Mentre... sai, mentre scopavo. Era una posizione complicata. Tipo yoga tantrico.»
Annie aveva sentito abbastanza bugie nella sua vita per riconoscerne una. Suo padre mentiva allo stesso modo quando diceva che tutto andava bene, che Dio aveva un piano.
Non che fosse affar suo. Aveva già abbastanza casini da gestire senza aggiungere quelli degli altri.
«Allora» disse Bailey, in tono allegro. «perché non ci racconti il motivo per cui hai dato fuoco alla casa di quel tipo?»
Arthur, che stava lavorando all'altra estremità del muro, rallentò, adocchiandoli. Annienon rispose.
«È veramente un pervertito?» insistette Bailey. «Cioè, capirei se tu l’avessi usata come scusa per pararti il culo…»
«Non è una scusa» disse gelida Annie, non riuscendo a trattenersi.
«Ti ha… fatto qualcosa?»
Arthur aveva smesso di grattare, fissandoli apertamente.
«Non a me. A una mia compagna.» Annie affondò rabbiosa il raschietto. «Sedeva vicino a me nell’ora di matematica. L’ho vista un pomeriggio uscire dal suo ufficio. Camminava in modo strano, così le ho chiesto se stesse bene. E lei è scoppiata a piangere. Mi ha trascinata in bagno e si sfogata con me su quello che le faceva quello stronzo»
«Perché non lo avete denunciato?» chiese timidamente Arthur.
«Lei non voleva. Aveva paura. Ho provato ad affrontarlo, ma lui ha minacciato di farmi espellere.»
«Così hai pensato bene di dare fuoco a casa sua» disse comprensivo Bailey.
«Volevo spaventarlo, fargli capire che non l’avrebbe passata liscia.»
«Annie, hai rischiato di ucciderlo.» mormorò Arthur, serio. «Se i pompieri non fossero intervenuti in tempo…»
«Ci sarebbe stato un pezzo di merda in meno al mondo» concluse tagliente lei.
Il silenzio calò di nuovo, rotto solo dal rumore dei raschietti sulla pietra e dal traffico distante.
«Avete notato cose strane da quando ci ha colpito il fulmine?» chiese di nuovo Bailey.
«Che vuoi dire?» domandò Annie.
«Non lo so...» Bailey esitò, poi scosse la testa. «Lascia stare.»
«È il trauma» tagliò corto Annie. «È normale sentirsi strani. Il cervello ha bisogno di tempo per processare. Passerà.»
Quando l'orologio del campanile lontano batté le quattro, il muro era quasi pulito. Restavano solo alcune macchie ostinate che sembravano fuse con la pietra stessa.
«Dovremmo rientrare» disse Annie, passandosi il dorso della mano sulla fronte umida.
La maglietta le si era appicciata addosso per il sudore e le mani le facevano male, coperte di vesciche.
«Già» concordò Bailey, massaggiandosi di nuovo il fianco. «Brian dovrebbe essere qui con noi invece di starsene comodo in ufficio con l'aria condizionata, quel bastardo. È una violazione dei diritti dei lavoratori, sapete? Potremmo denunciarlo.»
Arthur non disse nulla, limitandosi a riporre gli attrezzi nel secchio, ogni oggetto al suoposto preciso.Il tragitto di ritorno fu ancora più silenzioso dell'andata. Annie camminava di nuovo davanti, le mani in tasca, le dita che giocavano con un accendino che aveva trovato per terra. Bailey borbottava qualcosa sui sindacati e lo sfruttamento minorile che nessuno ascoltava davvero. Arthur li seguiva come un fantasma, lo sguardo perso nel vuoto.
Una volta dentro l'edificio, l'aria condizionata li fece rabbrividire dopo tanto tempo passato al sole. Si misero a cercare l'ufficio di Dave per fare rapporto. Il corridoio era deserto, illuminato dalle solite luci al neon che emettevano quel ronzio fastidioso che ti entrava nel cervello.
«Dov'è il suo ufficio?» sbuffò Bailey, aprendo porte a caso. «Questo posto è un labirinto.»
«Secondo piano, credo» disse Arthur, indicando le scale in fondo al corridoio.
Passarono davanti agli spogliatoi. La porta era socchiusa, oscillava leggermente come mossa da una corrente d'aria invisibile.Annie percepì un odore metallico, denso, riempirle le narici. Sapeva cos'era. L'aveva sentito quando aveva trovato il gatto del vicino squartato nel loro giardino, anni prima. Un odore che non si dimentica. Si bloccò.
«Che succede?» chiese Bailey, fermandosi accanto a lei.
Annie lo ignorò, spingendo la porta con cautela, che cigolò sui cardini arrugginiti.Il ragazzo con la tuta arancione era steso sul pavimento in una pozza che si allargava lentamente, viscosa e scura. O almeno, quello che ne rimaneva.
Qualcosa gli aveva squarciato il petto, lasciando profonde lacerazioni che esponevano costole bianche e organi che Annie preferì non identificare. Il collo era piegato in un angolo impossibile, spezzato come un ramoscello. Un occhio pendeva fuori dall'orbita, collegato solo da un sottile filamento rosato.
Annie aveva visto la morte prima. Aveva visto cadaveri di animali, foto di scene del crimine su internet, immagini che sua madre avrebbe considerato inappropriate. Ma questo era diverso. Questo erareale. Tridimensionale. L'odore, la consistenza, il modo in cui la luce si rifletteva sul sangue fresco – tutto gridava che non si trattava di finzione.
Arthur emise un verso strozzato, metà singhiozzo metà conato. Si precipitò verso i lavandini e vomitò rumorosamente, il suono che riecheggiò sulle piastrelle.
«Cristo santo» sussurrò Bailey, il viso bianco come carta. «Che... che è successo qui?»
Annie si accovacciò accanto al corpo. Una parte di lei – quella fredda, analitica, che l'aveva sempre tenuta in piedi – prese il controllo. Studiò le ferite con distacco. Un dettaglio le saltò all'occhio. Quattro tagli paralleli, profondi e precisi.
«È come se fosse stato aggredito da un grosso animale. Guarda, questi sono segni di artigli.»
«Cazzo, non voglio guardarlo!» esclamò Bailey con voce strozzata. «E poi quale animale avrebbe potuto fare una cosa del genere? Un fottuto orso? Nel centro di Londra?»
«Dovremmo chiamare la polizia» annaspò Arthur. Le sue parole erano spezzate, intervallate da respiri affannosi. «Subito. Ora.»
«E dire cosa?» ribatté Bailey. «Che abbiamo trovato un tizio fatto a pezzi da Wolverine?»
Annie notò le tracce sul pavimento. Impronte, grandi, non umane. Portavano verso il corridoio, fresche, ancora lucide. Si alzò e cominciò a seguirle.
«Dove vai?» urlò Bailey.
«Qualunque cosa l'abbia ucciso è ancora qui. Le tracce sono fresche.»
«E quindi che facciamo, le seguiamo?» disse isterico Bailey. «Perché a me sembra una pessima idea. Anzi, è la peggior idea nella storia delle idee pessime.»
«Restate qui. Non m’interessa.»
Bailey imprecò a mezza voce, poi la seguì. Arthur li raggiunse, pallido come un cencio.
Le tracce li condussero fino alla porta della sala mensa. Quest’ultima era stata scardinata, le schegge di legno sparse ovunque.
Dentro, tra i tavoli rovesciati e le sedie sparse, qualcosa si muoveva nell'ombra.
Annie sentì il respiro bloccarsi in gola.Era enorme. Almeno due metri di muscoli e pelo. Il corpo era vagamente umanoide ma orribilmente deforme, le proporzioni tutte sbagliate. Le braccia erano troppo lunghe, pendevano quasi fino al pavimento, terminate da mani che erano più artigli che altro, grondanti di liquido scuro. Le gambe erano piegate all'indietro come quelle di un cane. Il torso era coperto di pelo grigio-nero, ispido, con chiazze di pelle nuda e malata.
Ma era la testa il vero orrore. Un incubo ibrido tra lupo e pipistrello, con orecchie appuntite grandi come piatti, un muso allungato pieno di denti gialli e storti che non sarebbero dovuti esistere in natura.
La creatura si voltò verso di loro.Gli occhi erano rossi, luminosi nel buio, privi di qualsiasi traccia di umanità o ragione. Un ringhio basso vibrò nell'aria, facendo tremare i bicchieri sui tavoli. Annie sentì quel suono riverberarle nel petto, nelle ossa, nel midollo.
«Correte!» urlò, la voce che si spezzava.
Ma la cosa fu più veloce.Con un balzo impossibile attraversò l'intera stanza, atterrando tra loro e l'uscita. L'impatto fece tremare il pavimento. Arthur cadde all'indietro con un grido strozzato, arretrando terrorizzato. Bailey afferrò disperatamente una sedia, brandendola come un'arma improvvisata.
«Stai indietro!»
La creatura inclinò la testa, studiandoli. Gocce di saliva densa cadevano dalle fauci,sfrigolando sul linoleum come acido.Poi ruggì, un suono acuto, straziante, che per un attimo li lasciò storditi. Si portano istintivamente le mani a tapparsi le orecchie.
Si avventò su di loro. Annie rotolò di lato all'ultimo secondo. Sentì l'aria spostarsi mentre gli artigli fendevano lo spazio dove si trovava un istante prima. Si schiantò contro un tavolo, il fianco che esplose di dolore.
Bailey colpì la creatura con la sedia con tutta la forza che aveva. Il metallo si piegò all'impatto, ma la cosa non sembrò nemmeno accorgersene. Si voltò verso Bailey, le fauci che si spalancavano per richiudersi a pochi centimetri dal suo volto. Lui indietreggiò fino a sbattere contro il muro, intrappolato.
Annie si tirò su con uno scatto. Nello stesso istante, accade una cosa stranissima. Il distributore automatico nell'angolo esplose. Non un'esplosione fisica – il display si frammentò in milioni di punti di luce che vorticarono nell'aria come uno sciame di lucciole impazzite. I pixel presero forma, solidificandosi in una barriera traslucida di pura energia che si sovrappose tra Bailey e la creatura.
Gli artigli colpirono la barriera con un rumore simile a quello del vetro che gratta sul metallo. Scintille digitali schizzarono nel punto d'impatto.
«Ma che...» ansimò Bailey, gli occhi sbarrati.
Annie si voltò. Arthur aveva le mani tese davanti a sé, le dita che tremolavano. I suoi occhi brillavano di una luce azzurra innaturale, come schermi accesi nel buio. Sul suo viso c'era un'espressione di stupore e terrore mescolati insieme – come se nemmeno lui sapesse cosa stesse facendo.
«Non so per quanto reggerà!» gridò, il sudore che gli colava sulla fronte.
La creatura colpì di nuovo la barriera, più forte. Crepe digitali si propagarono sulla superficie come ragnatele, pixel che sfarfallavano e morivano.
Annie si guardò freneticamente intorno. L'estintore sul muro. Senza pensarci corse verso di esso e lo afferrò, sganciandolo dalla base.
La creatura sfondò la barriera con un ultimo colpo devastante. I pixel si dissolsero nell'aria come neve digitale. Prima che potesse avventarsi su Bailey, Annie colpì.
L'estintore si abbatté sulla testa della creatura con un tonfo umido e soddisfacente. Qualcosa croccò. Il mostro barcollò, disorientato.
Annie colpì di nuovo, mettendoci tutto il suo odio, la sua rabbia. Per quella stupida di Megan, che era stata una codarda. Per il signor Morrison che l'aveva fatta franca. Per i suoi genitori che non le avevano creduto. Per questa vita di merda che non le aveva mai dato un cazzo.
Sentiva il cranio della creatura cedere sotto i suoi assalti. Liquido nero schizzava sulpavimento, sui muri, su di lei, caldo e viscoso. Continuò finché le braccia non le bruciarono, finché l'estintore non scivolò dalle sue mani insanguinate.
La creatura crollò con un ultimo rantolo gorgogliante. Fu scossa da convulsioni per lunghi secondi prima di accasciarsi sul pavimento, immobile.
Annie fissò il cadavere ai suoi piedi, ansimando pesantemente, tremando per l’adrenalina. La matassa di emozioni che per mesi aveva tenuto sotto controllo si agitava furiosamente dentro di lei.
All’improvviso, senza motivo, il panico la travolse come un treno merci.Le parve di dimenticare come respirare, le gambe che cedevano come gelatina. La invase la certezza irrazionale, totale, che stava per morire in modi orribili che la sua mente non riusciva nemmeno a concepire.
«Merda!» imprecò Bailey.
Annie si voltò verso di lui, tenendosi il petto dolorante. Era in ginocchio, le mani premute sulle tempie, il corpo scosso da brividi violenti.
«No no no, sta succedendo di nuovo! Non riesco... non riesco a fermarlo!»
Arthur si era raggomitolato contro il muro in posizione fetale, singhiozzando con violenti singulti che scuotevano tutto il suo corpo magro. Annie non capiva cosa stesse succedendo. Si trascinò verso Bailey, ogni movimento una battaglia contro quell’istinto che le urlava di scappare, nascondersi, morire.
Lui aveva gli occhi sbarrati, le pupille dilatate fino a ingoiare quasi l'iride. «No no no…» continuava a ripetere, dondolando avanti e indietro.
«B.B.» ansò Annie, combattendo per respirare. Lo afferrò per le spalle e lo scosse debolmente. «Guardami…»
«Non... non riesco... è troppo...»
Annie fece l'unica cosa che le venne in mente.Alzò la mano e gli mollò uno schiaffo con tutta la forza che le rimaneva.Il suono echeggiò nella stanza come uno sparo.
Bailey sbatté le palpebre, scioccato. Per un momento il terrore vacillò, come una radio che perdeva il segnale. Poi lentamente si dissolse. Annie ricominciò a respirare, i polmoni che si espandevano al massimo per recuperare ossigeno.
«Mi hai... mi hai schiaffeggiato.» disse piano Bailey, toccandosi la guancia arrossata.
Annie si lasciò cadere per terra, esausta.
«Mi hai fatto male!» continuò a lamentarsi Bailey.
«Che cosa… che cosa è successo?» pigolò Arthur, dal suo angolo. «Era come… un attacco di panico, ma… diecimila volte peggio…»
Bailey si tirò su, l’aria colpevole. «Che cazzo vuoi che ne sappia? Sei tu quello che deve darespiegazioni, qui. Come sei riuscito a fare… quella cosa col distributore?»
Arthur tacque per un momento. «Credo che quel fulmine ci abbia fatto qualcosa.»
«Che c’entra il fulmine?»
«Sai bene di cosa parlo.» Arthur si alzò a sua volta. «Anche tu hai dei poteri.»
«Cosa? No!» sbottò Bailey.
«Come funziona? Io posso controllare la tecnologia e creare…»
«Sei fuori di testa! Io non ho nessun fottuto potere!»
«B.B., posso sentire la tua paura.» insistette in tono deciso Arthur. «E prima… era come un loop. Come se le nostre emozioni si autoalimentassero senza controllo.»
Bailey scosse la testa, agitato. «I-io…non so cos’è… ma non riesco a farlo smettere! Percepisco tutto! Tutto quello che provano le persone intorno a me! È un incubo!»
«No, invece è fighissimo» Arthur sorrise, guardandosi le mani. «Siamo come dei supereroi…»
«Tu guarda che stronzate mi tocca sentire…» grugnì Bailey, irritato.
«Si può sapere di che cazzo parlate?» intervenne Annie, fissando il soffitto.
«Dei nostri poteri.» rispose Arthur, come se fosse la cosa più normale del mondo. «Tu cosa sai fare?»
«Considerando come ha spaccato la testa a quel mostro, direi che ha la super forza» commentò Bailey.
Annie si sollevò, mettendosi a sedere. Spostò lo sguardo da lui ad Arthur, cercando di capire se la stessero prendendo per il culo. «Voi avete dei superpoteri?» chiese sarcastica.
«Andiamo, Annie» disse Arthur. «C’è il cadavere di una specie di lupo mannaro lì dietro di te. E hai visto cos’è successo poco fa. È così difficile da credere?»
Annie per un momento non reagì. «Stai dicendo che il fulmine ci ha trasformati negli Avengers?»
«Non tutti gli Avengers hanno i poteri… ma sì. A grandi linee è così.»
«Io non poteri.» disse tagliente Annie.
«Beata te.» borbottò imbronciato Bailey.
«Il fulmine ha colpito anche me.Perchénon ho un potere?»
«Forse devi solo… non lo so, aspettare che si risvegli.» spiegò Arthur.
«O forse hai avuto fortuna e non sei diventata un maledetto fenomeno da baraccone.» aggiunse Bailey.
Annie fissò il pavimento sporco di sangue, riflettendo. Doveva avere un potere. Doveva. Il fulmine non poteva essere stato così ingiusto.
«Meglio avvertire Brian.» disse preoccupato Arthur, tormentandosi le mani.
«Pensi che ci crederà?» chiese Bailey.
«C'è un mostro morto sul pavimento.Devecrederci.»
Si avviarono verso il secondo piano, lasciando impronte scure sul linoleum che formavano un macabro sentiero. Le scale scricchiolavano sotto il loro peso. Al secondo piano, l'aria condizionata era al massimo, creando un clima a parte.
Trovarono Brian nel suo ufficio alla fine del corridoio. La porta era socchiusa. Quando entrarono, lui se ne stava di nuovo con i piedi sulla scrivania, una birra mezza vuota in mano, che guardava qualcosa sul telefono. Video porno, a giudicare dai gemiti che filtravano attraverso gli altoparlanti.
«C'è un problema» esordì Annie.
Brian quasi cadde dalla sedia, nascondendo freneticamente il telefono. Fece per sbroccargli, ma si ammutolì vedendoli coperti di sangue dalla testa ai piedi, pallidi come cadaveri.
«Che avete combinato?»
«C'è un morto negli spogliatoi» disse Bailey.
Brian li fissò per un attimo. Poi sospirò.
«È vero» insistette Annie. «E c'era questa... cosa. Una specie di mostro. L'abbiamo uccisa. È giù in mensa. Devi venire a vedere.»
«Se è uno scherzo…»
«Non lo è.»
Li seguì giù per le scale con riluttanza.Giuntialla sala mensa, Annie sentì il sangue gelarsi nelle vene.
La creatura era sparita.
Solo una grande pozza di liquido nero rimaneva sul pavimento, fumante come acido. L'odore era peggiore di prima, marcio e chimico insieme.
«Dov'è?» chiese Dave, la voce dura. «Non vedo nessun mostro, qui.»
Tracce scure portavano di nuovo verso gli spogliatoi. Le seguirono con crescente orrore. Negli spogliatoi, anche il cadavere del ragazzo era scomparso. Solo sangue, ovunque. Una finestra nell'angolo era sfondata, i vetri sparsi sul pavimento. Tracce di sangue e altro materiale organico conducevano fuori, giù nel vicolo.
«Se n'è andata» sussurrò orripilato Arthur. «Con il corpo. Come cena da asporto.»
Brian si voltò, guardandoli uno per uno con occhi stretti. «Molto divertente. Esilarante. Il sangue finto, i vetri rotti, tutto quanto. Avete superato voi stessi. Ora pulite questo casino.»
«Ma…» fece per protestare Bailey.
«PULITE. TUTTO.» Lo interruppe Brian, spazientito. «Voglio questo posto immacolato. O potete scordarvi di tornare a casa stasera. E se domani non vi presentate, vi denuncio per vandalismo e distruzione di proprietà pubblica. Avete capito?»
Se ne andò, sbattendo la porta con tanta forza che l'intelaiatura tremò.
I tre rimasero in silenzio per lunghi secondi.
«Che facciamo?» chiese Arthur, la voce piccola.
Annie prese uno straccio dal carrello delle pulizie nell'angolo. Era grigio e unto, ma avrebbe fatto il suo lavoro. «Puliamo» concluse cupa.
Annie si svegliò alle cinque del mattino con il cuore che martellava contro le costole come un pugno insistente. Il sogno era ancora vivido – il fulmine che la colpiva, ma stavolta non passava attraverso di lei. Si fermava sotto la pelle, si accumulava, pulsava con la stessa cadenza del suo battito. E nel sogno sapeva cosa fare con quella energia. Nel sogno era potente.
Si sedette sul letto, il pigiama fradicio di sudore freddo. La stanza era avvolta nell'oscurità pre-alba di Londra, quella particolare tonalità di grigio che precedeva il giorno. Fuori dalla finestra, i lampioni erano ancora accesi, aloni gialli nella nebbia mattutina.
Bailey e Arthur hanno dei poteri.
La frase le rimbombava in testa come un mantra ossessivo da quando si era svegliata. Bailey sentiva le emozioni. Arthur controllava la tecnologia. E lei? Lei aveva massacrato un mostro con un estintore come una persona qualsiasi.
Non era giusto. Non aveva senso.
Il fulmine li aveva colpiti tutti e tre. Lo stesso fulmine, nello stesso momento. Perché loro sì e lei no? Cos'avevano di speciale che lei non aveva?
Si alzò con movimenti bruschi, i piedi nudi sul pavimento freddo. Accese la luce. La lampadina tremolò per un istante – quel classico sfarfallio delle lampadine vecchie – prima di stabilizzarsi. Annie la fissò.
Forse...
Allungò la mano verso l'interruttore, ma si fermò a metà. No, non così. Troppo facile. Si concentrò sulla lampadina, cercando di percepire l'elettricità al suo interno. Cercò di sentire qualcosa – qualsiasi cosa – che la collegasse a quel filo incandescente.
Niente. Solo una stupida lampadina che brillava indifferente.
«Spegniti» sussurrò, sentendosi ridicola.
La lampadina continuò a brillare, beffarda.
«Spegniti» disse più forte, stringendo i pugni così forte che le unghie le si conficcarono nei palmi.
Nulla.
Annie colpì l’interruttore con violenza e se ne andò in bagno.
Il sole era alto quando raggiunse il centro.
Bailey e Arthur erano già seduti sui gradini di cemento screpolato. Bailey aveva la testa tra le mani, i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Arthur si voltò verso di lei appena la videarrivare.
«Ciao» disse.
«Ciao» rispose nervosa Annie.
Bailey alzò lo sguardo come se ogni movimento gli costasse uno sforzo immane. Aveva gli occhi iniettati di sangue, le pupille dilatate. Sembrava uno che aveva passato la notte con la peggiore sbornia della storia – o peggio, uno che non aveva dormito affatto.
«Non urlare» gemette.
«Non sto urlando.»
«Sei incazzata. Per me è come se lo stessi facendo.» Bailey si massaggiò le tempie con movimenti circolari. «Mentre venivo qui ho perfino sentito quello che provava un maledetto cane. Un cane, vi rendete conto? Se continua così finirò al manicomio.»
«Devi imparare a controllarlo» intervenne Arthur.
«È più facile a dirsi che a farsi.»
«Lo so. Devi esercitarti.»
«Non voglio essere… una specie di scherzo della natura!»
«Non lo siamo» disse Arthur con insolita fermezza, raddrizzando la schiena. C'era qualcosa di diverso in lui oggi – una luce negli occhi che Annie non aveva mai visto. «Guarda la cosa da una prospettiva diversa. Noi... siamo stati scelti.»
«Scelti?» replicò sarcastica Annie. «Da chi? Da Dio?»
«Non lo so. Dal destino, dall'universo... credi a quello che ti pare. Il punto è che ora abbiamo una responsabilità.»
«Cioè?» chiese Bailey, alzando un sopracciglio.
Arthur sembrò prendere coraggio. «Stavo pensando che... potremmo...»
«Sputa il rospo» tagliò corto Annie.
«Ecco, diventare dei vigilanti, tipo. Abbiamo fermato quel mostro, no? O almeno ci abbiamo provato... sarebbe irresponsabile da parte nostra non...»
«Tu leggi troppi fumetti» disse Annie. «Vuoi metterti le mutande sopra i pantaloni e darti un nome stupido tipo Techno-Boy?»
«Buona questa» ridacchiò Bailey. «E comunque l'ultima cosa che voglio è giocare ai supereroi. Ho già abbastanza cazzi miei senza mettermi a salvare gattini dagli alberi.»
Arthur arrossì fino alla radice dei capelli ma non si arrese. «Abbiamo la possibilità di fare del bene...»
La porta del centro si aprì con un cigolio metallico. Brian uscì, più trasandato del solito. La maglietta del Manchester United aveva nuove macchie – caffè, ketchup e qualcosa di indefinibile. I capelli unti erano appiccicati da un lato, come se avesse dormito sullascrivania.
«Ah, bene, ci siete» disse, consultando un foglietto spiegazzato. «Oggi vi mando al Pixel Palace, quella sala giochi in fondo a Harrington Street. Hanno la sala delle giostre per bambini da sistemare. Sporcizia, cicche, probabilmente anche vomito.»
«Bello» commentò Bailey con una smorfia.
«Non andrete lì per divertirvi, ci siamo capiti? I dipendenti vi terranno d'occhio e mi riporteranno tutto. Se fate qualche cazzata vi segnalo.»
«Rilassati. Faremo i bravi.»
Il Pixel Palace occupava l'angolo di un edificio anonimo in mattoni scuri, segnato dagli anni e dallo smog londinese. All'esterno, un'insegna al neon rosso e gialla lampeggiava intermittente sopra l'ingresso a vetri, con la P di Pixel che sfarfallava come se stesse per cedere. Sul marciapiede davanti, qualcuno aveva scritto col gesso NICK È UN BUGIARDO in lettere maiuscole, e nessuno si era preoccupato di cancellarlo.
All'interno era un'altra faccenda. Il soffitto basso spariva nel buio, illuminato solo dal bagliore frenetico di cento schermi. I cabinati si allineavano in file strette, ciascuno che ronzava, lampeggiava, sputava jingle elettronici in un coro caotico e assordante. L'aria odorava di plastica scaldata, zucchero bruciato e moquette umida. Lungo la parete di fondo, una fila di giostre a gettoni per i più piccoli – macchinette a forma di razzo, di cavallo, di piccolo autobus rosso – sobbalzavano su ritmi tintinnanti. Nell'angolo opposto, uno spaccio di dolciumi e biglietti brillava come un'isola sotto i neon bianchi.
Ed era pieno di gente, anche a quell'ora del mattino. Famiglie, perlopiù, con bambini isterici che correvano da una parte all'altra urlando nomi e punteggi.
«E secondo loro come cazzo dovremmo pulire in mezzo a questo macello?» si lamentò Bailey.
«Meglio parlare con qualcuno dei dipendenti» suggerì Arthur.
Si avvicinarono allo spaccio. Dietro il bancone, una ragazza li salutò con un sorriso cordiale, il cappellino col logo della sala giochi calato sulle orecchie.
«Salve» borbottò Arthur. «Noi siamo... ehm... i ragazzi del centro sociale.»
«Ah, sì!» disse lei. «Avrei dovuto capirlo dalle tute. Avrete bisogno della roba per pulire, immagino. Venite, vi accompagno.» Li guidò fino a uno sgabuzzino sul retro. «Ecco» disse, consegnando loro delle scope. «Cominciate con la sala principale. Quando avete finito, tornate da me. Ci sono anche i bagni da sistemare.»
«Meglio dividerci» disse Annie.
Ognuno prese una direzione.
Arthur si immerse tra i cabinati, spingendo la scopa sul pavimento. Non che servisse a granché: con tutta quella gente, la sporcizia non faceva altro che svolazzare da una parte all'altra. Raccolse una bustina di patatine vuota, un biglietto stracciato, tre cicche.
«Dai, facciamo un'altra partita!» urlò una vocetta stridula accanto a lui.
«Abbiamo finito i gettoni. La mamma ha detto che non ce ne comprerà altri.»
Si voltò. Due bambini se ne stavano davanti a un cabinato, l'aria sconsolata. Il più piccolo portava una felpa con una tartaruga Ninja stampata sul petto.
«Ti prego!» disse, saltellando sul posto.
«Non dipende da me, Jimmy.»
Il bambino scoppiò a piangere.
«Dai, non fare così...»
Arthur si avvicinò. «Sai, conosco un trucco» intervenne con un sorriso.
I bambini lo fissarono, diffidenti. Lui diede una botta leggera al fianco del cabinato, convogliando il suo potere in quel contatto. Lo schermo si illuminò con una musichetta, e la scritta 999 VITE apparve in caratteri dorati.
«Cavolo!» esclamò il più grande, entusiasta. «Come hai fatto?»
«È un difetto di questo modello.»
«Grazie, signore!» urlò il bambino, sorridendo tra le lacrime.
«Prego.»
Arthur tornò a spazzare, soddisfatto di sé.
«Esme! Torna qui!»
Una figura incappucciata sbucò tra la folla e gli finì addosso prima che riuscisse a scostarsi. Arthur avvertì qualcosa di strano – un giramento di testa violento e improvviso, il mondo che scivolava di lato. Il tutto durò pochi secondi. Sbatté gli occhi, spaesato.
Alzò lo sguardo e vide sé stesso. Il proprio corpo, immobile davanti a lui, che lo fissava con la scopa ancora in mano e un'espressione del tutto confusa.
Non fece in tempo a capire cosa stesse succedendo che un ragazzo più grande piombò su di lui, afferrandolo con forza per il braccio e costringendolo a girarsi.
«Dove cazzo pensi di andare?» ringhiò.
Arthur boccheggiò. Si voltò a guardarsi e vide il proprio corpo fuggire terrorizzato, abbandonando la scopa sul pavimento. «Asp…»
Si bloccò. La sua voce aveva qualcosa che non andava. Si toccò la gola, perplesso.
«Guardami!» sputò il ragazzo, strattonandolo. «Non puoi lasciarmi così, hai capito?»
Il ragazzo lo trascinò con violenza, scansando chiunque gli stesse tra i piedi. Arthur cercò diopporre resistenza, inutilmente.
«Smettila di agitarti!»
Si girò furioso, afferrandolo per i capelli con così tanta forza che Arthur sentì distintamente alcuni di loro strapparsi dal bulbo. Gli sfuggì un urlo.
«Ehi»
Il ragazzo si girò. Bailey li fissava, appoggiato alla scopa. Arthur sentì un’ondata di sollievo invaderlo.
«Che cazzo vuoi?»
«Potrei farti la stessa domanda.» replicò con calma Bailey. «Mollala. Le stai facendo male.»
«Torna a pulire. Non sono fatti che ti riguardano.»
«Se c’è una bella ragazza in difficoltà sono sempre fatti miei. Ora levale le mani di dosso se non vuoi che t’infili questa scopa su per il culo.»
Ragazza? Arthur abbassò lo sguardo, intravedendo un rigonfiamento sospetto sul petto sotto la felpa. Oh, merda. Ecco perché la sua voce era strana…
Il ragazzo lo scansò malamente, avanzando minaccioso verso Bailey. Era più alto e muscoloso, ma lui non parve intimorito.
«Prima che tu faccia qualcosa di stupido» disse Bailey. «Ti faccio notare che siamo circondati da famigliole felici che sono venute qui per divertirsi e che non apprezzerebbero il fatto che tu mi riempissi di botte. Chiamerebbero la polizia, ti beccheresti una denuncia da parte del sottoscritto – ah, sono minorenne, a proposito – e di conseguenza finiresti in qualche cella a dividere il letto con un barbone. Il che, lasciatelo dire, non è una bella prospettiva. Soprattutto se il barbone in questione dovesse trovarti… attraente.»
Il ragazzo lo fissò, la mano che si chiudeva a pugno.
«Ma se proprio devi farlo… non colpirmi in faccia, te lo chiedo come favore personale.» concluse con tranquillità Bailey.
Il ragazzo si voltò verso Arthur. «Non finisce qui.» sibilò, prima di sparire tra la folla.
Bailey si avvicinò. «Stai bene?» chiese con inaspettata dolcezza.
Arthur si massaggiò la testa dolorante. «Io… sì. Grazie.»
«Era il tuo ragazzo?»
«N-non lo so.»
Si guardò attorno, cercando disperatamente sé stesso.
«Relazione complicata?»
«Penso di sì.»
«B.B.»
Arthur tornò a fissarlo. Bailey gli tendeva la mano, con quel sorriso aperto e incosciente chesembrava sfidare il mondo. Se a quella ragazza — Esme? — era bastato un contatto per scambiarsi, forse insieme al suo corpo aveva ereditato anche il suo potere.
Per un istante Arthur si figurò la scena: Bailey catapultato in un corpo che non riconosceva, la sua espressione sgomenta, poi le battute inevitabili, le mani indiscrete che andavano in posti dove non dovevano. Era come consegnare una bomba atomica a un bambino e sperare che non premesse il pulsante per curiosità.
D’istinto, si ritrasse.
«No?» disse lui, abbassando la mano. «Capisco.»
«Scusa, sono ancora…»
«Spaventata?» suggerì Bailey con quel tono dolce. «È tutto okay. Come ti chiami?»
«E-Esme.»
«Vieni» Bailey fece un cenno col capo. «Ti offro qualcosa da bere.»
«Non c’è…»
«Insisto. Sei in debito.»
Bailey si stava già allontanando verso lo spaccio. Arthur lo seguì, incerto.
«Oh, sei tu. Hai già finito?» domandò stupita la ragazza col cappellino.
«No» disse Bailey. «Vorrei due bubble tea.» Si voltò verso Arthur. «Quale preferisci?»
«Alla menta» rispose lui in automatico, continuando a scrutare la sala.
«E uno alla fragola.»
La ragazza tornò poco dopo con i bicchieri. «Sono tre sterline e cinquanta.»
Bailey pagò e porse il bicchiere ad Arthur, sorseggiando il suo dalla cannuccia. «Stai tranquilla» lo rassicurò, vedendolo teso. «Non credo che tornerà.»
Arthur si morse il labbro, chiedendosi se fosse il caso di dirglielo. Doveva ritrovare la vera Esme prima che sparisse col suo corpo. In due avrebbero aumentato il raggio di ricerca, ma conoscendo Bailey, la logica non era mai la prima opzione. Era molto più probabile che, sentita la storia, gli proponesse di fare a cambio.
«Ti va una partita?» Bailey indicò un cabinato di Mortal Kombat alle sue spalle. «Ti avverto, però. Sono un dio a quel gioco.»
«Ehm… va bene.»
Si posizionarono davanti al cabinato. Bailey tirò fuori un paio di gettoni dalla tasca e ne inserì uno.
«Ci andrò piano, promesso.»
La partita iniziò. Arthur premette i pulsanti quasi a caso, gli occhi che continuavano a scorrere sulla folla. Il primo round andò a Bailey.
«Vai così!» esultò lui.
Nel secondo round, Bailey allargò le braccia in segno magnanimo. «Ti lascio sferrare qualche colpo.»
Arthur cercò di concentrarsi. In poche mosse lo mandò al tappeto.
«Okay» disse Bailey, non riuscendo del tutto a nascondere la sorpresa. «Non male quella combo finale. Ora però si fa sul serio.»
Avviarono un'altra partita. Arthur vinse senza neanche sforzarsi.
«Hai avuto fortuna.» disse Bailey, ora meno spavaldo. «Voglio la rivincita.»
«Non abbiamo più biglietti.»
«Risolviamo subito. È pieno di nanerottoli qui...»
Arthur si voltò di scatto, incredulo. «Hai derubato dei bambini?»
«Non guardarmi così. Lo faccio per il loro bene. La ludopatia è una malattia.»
Arthur chiuse gli occhi, scuotendo appena la testa.
«Andiamo a mangiare un boccone?» propose Bailey con noncuranza.
Ancora una volta si allontanò senza aspettare una risposta. Arthur lo seguì, più per assicurarsi che non combinasse guai che per altro.
Salirono sulla terrazza, dove si respirava. Bailey tornò poco dopo con due panini. Si sedette vicino ad Arthur e gli porse il suo. «Dunque, Esme. Parlami un po' di te.»
«Non c'è molto da dire.»
«Scommetto di sì.»
Arthur esitò. «Inizia tu.»
Bailey prese una sorsata di Coca-Cola. «Che vuoi sapere?»
«Come mai fai i servizi sociali?» chiese Arthur, per non destare sospetti.
«L'hai capito da questa merda che indosso? Mi hanno beccato a spacciare un po' d'erba. Poteva andar peggio.» Bailey addentò il panino. «Mi hanno messo con altri due che sono completamente fuori di testa.»
Arthur si irrigidì.
«Voglio dire, una ha dato fuoco alla casa di un tizio – dice che era un pedofilo. L'altro...» si fermò un attimo, aggrottando la fronte.
«Cosa?» domandò immediatamente Arthur.
«Eh, non ricordo mai il suo nome… noi lo chiamiamo Arti.»
«Arthur, forse?» replicò Arthur indispettito.
Bailey si strinse nelle spalle. «Forse.»
«Non mi pare così difficile da ricordare.»
«È che… è uno di quei tipi insignificanti, hai presente? Se lo beccassi per strada non ci farei neanche caso»
Arthur lo fissò, ammutolito.
«Beh, ora tocca a te.» disse Bailey, lanciandogli un’occhiata.
Arthur si riscosse. «Cosa vuoi sapere?» disse con freddezza.
«Come ci è finita una come te con quello stronzo?»
Arthur esitò. «Non ne ho idea. È… capitato e basta.»
Bailey annuì, continuando a masticare, come se la sua risposta avesse perfettamente senso. «Lo hai scaricato? Per questo era così incazzato?»
«Sì.» borbottò Arthur.
«Saggia scelta. Sai, una volta che iniziamo… non si fermano più.»
«Che vuoi dire?»
Bailey poggiò il panino mangiucchiato sul vassoio, pulendosi le mani. «Non c’è bisogno che fingi. Ho visto il modo in cui ti ha afferrata. Se foste stati da soli, ti avrebbe riempita di botte. Forse già lo fa. Mi sbaglio?» si voltò, l’espressione stranamente seria.
Arthur abbassò lo sguardo, senza sapere che rispondere.
«Ascolta il mio consiglio: sta lontana da lui. Non ne vale la pena. Nessuno merita di essere trattato in questo modo. E richiedi un ordine restrittivo, già che ci sei. Si rifarà vivo, puoi contarci. Le teste di cazzo come lui sono pericolose. Non sanno mai quando fermarsi.»
E tornò a mangiare come se nulla fosse. Arthur era senza parole. Non si sarebbe mai aspettato tanta gentilezza da uno come Bailey.
«A te è mai capito?» sussurrò timidamente. «Di ritrovarti in una situazione… difficile? Con la sensazione di… non avere vie d’uscite?»
«Ogni santo giorno della mia vita.» rispose Bailey con un sospiro. «Il segreto è non arrendersi. La speranza è l’ultima a morire, come si suol dire.» tornò a dedicargli tutta la sua attenzione. «Passando ad argomenti più piacevoli... ora che sei tornata single, io e te potremmo spassarcela un po‘, che ne pensi?»
Eccolo. Il solito Bailey.
«Ci siamo appena conosciuti.» ribatté piccato Arthur.
«A questo possiamo rimediare.»
Bailey scivolò più vicino, appoggiandogli un braccio sulle spalle con una leggerezza studiata.
Arthur si raggomitolò su sè stesso, cercando di evitare qualsiasi contatto. «Non è una buona idea» disse nervoso.
Bailey si chinò verso il suo volto. «Sei timida?» mormorò.
Il suo fiato gli solleticò il volto. Sapeva di fumo e fragola. Arthur sentì il calore salirgli alla faccia e distolse lo sguardo sui tetti grigio-beige che si stendevano oltre la ringhiera.
«Sei ancora più carina quando arrossisci» aggiunse Bailey, e con la mano libera gli sfiorò laguancia, sporgendosi lentamente.
Stava per baciarlo.
Arthur si alzò di scatto, quasi rovesciando il tavolino. «Scusa» disse, la voce spezzata, ignorando il dolore. «D-devo andare.»
Sparì giù per le scale prima che Bailey potesse aprire bocca, riemergendo nella folla del piano di sotto, ancora scosso. A qualche metro da lui vide passare Annie. La raggiunse a passo svelto.
«Annie!»
Lei si girò, scrutandolo con sospetto.
«Sono Arthur» spiegò lui. «Una ragazza mi ha toccato e ci siamo scambiati i corpi. Lo so che suona assurdo.»
Annie rimase immobile qualche secondo. «E che cazzo vuoi da me?»
Arthur sospirò. Avrebbe dovuto aspettarsi quella reazione. «L'ho persa di vista. Mi aiuti a cercarla?»
«Chiedi a B.B. Io devo finire qui.»
«È una cosa seria, Annie! Potrei rimanere così per sempre!»
Lei richiamò tutta la sua pazienza con l'espressione di chi la misura a cucchiai. «Dov'è successo?»
Arthur la guidò nel punto in cui si era scontrato con Esme. Annie si guardò intorno.
«Sarà un'impresa. Con tutta questa gente potrebbe essersela già filata.»
«Non dire così.»
Girarono in tondo tra i cabinati per qualche minuto. Poi Arthur intravide tra la folla qualcuno con la sua stessa giacca, la sua stessa andatura incerta, il suo stesso modo di tenere le spalle curve.
Si fiondò avanti. «Tu!» sbottò, afferrandola per un braccio. «Ridammi il mio corpo. Subito.»
Esme esitò. «Damian se n'è andato?» chiese, cauta.
«Sì. Ma fossi in te – cosa che sto già facendo – gli girerei alla larga. Non sta bene.»
Lei abbassò lo sguardo. Allungò la mano e lo toccò sul collo. Arthur avvertì di nuovo quel senso di capogiro, il mondo che si spostava di lato. Quando riaprì gli occhi era nel suo corpo. Si tastò il petto, le braccia. Rilasciò un lungo sospiro che non sapeva di aver trattenuto.
«Non chiedermi come ho fatto» disse Esme.
«C’entra una tempesta?»
Lei lo guardò, sorpresa.
«Ecco dov'eri finita.» Bailey comparve alle spalle di Esme, cingendole le spalle con un sorriso. «Sei scappata sul più bello.»
La ragazza si divincolò, visibilmente disgustata. «Che vuoi? Stammi alla larga» e si allontanò senza voltarsi.
Bailey la seguì con gli occhi finché non sparì tra la folla. «Cazzo che stronza» disse ad Arthur. «Fino a un attimo fa ci stavamo baciando con le mani nei pantaloni e ora si comporta come se non mi conoscesse. Donne.» Scosse la testa. «E pensare che le ho pure offerto un paninoeun bubble tea. Potevo comprarmi le sigarette con quei soldi.»
Arthur non osò guardarlo. Si tormentò le dita in silenzio.
Annie li raggiunse. «Hai trovato...»
«Sì» la zittì Arthur. «È tutto a posto. Meglio ricominciare a pulire.»
Lei inarcò un sopracciglio.
«Di che parlate?» domandò Bailey.
«Avevo… perso il cellulare. Niente di che. Andiamo, o rischiamo di restare qui tutto il giorno.»
Per sua fortuna, Annie ebbe il buon gusto di non fare commenti.
Annie arrivò al centro alle otto e cinquanta del mattino. Il cielo era coperto di nuvole grigie che promettevano pioggia. Arthur era già lì, seduto sui gradini con un libro in mano – qualcosa di Asimov, notò Annie. Appropriato, considerato il suo potere.
«Ciao» disse.
Arthur alzò lo sguardo dal libro. «Ciao»
«Come va?»
«Bene. E a te?»
Annie fece spallucce.
Arthur si morse il labbro. «Ascolta, riguardo a ieri…»
Ma si bloccò vedendo Bailey arrivare di corsa. C’era un sorriso enorme a illuminargli il viso. Si fermò davanti a loro ansimando leggermente.
«Buongiorno!» disse con entusiasmo.
E poi successe qualcosa di strano. Annie sentì un'ondata di felicità attraversarla. Genuina, calda, che le riempiva il petto. Si ritrovò a sorridere – un vero sorriso, non il suo solito ghigno sarcastico.
«Ciao!» disse con calore.
Anche Arthur sorrideva. «Ciao, B.B.! Come stai?»
Bailey ammiccò. «Ooh, siete così carini a chiederlo.»
Arthur rise. «Beh, sì! Siamo amici!»
Annie si fermò. Amici? Lei non aveva amici. Non ne voleva. E sicuramente non considerava Bailey un amico. «Stai usando il tuo potere» disse, senza riuscire a smettere di sorridere nonostante la rabbia crescente. «Ci stai facendo sentire felici.»
Bailey sogghignò. «Colpevole, vostro onore! Sto iniziando a capire come funziona. Se mi concentro abbastanza forte...»
La felicità artificiale iniziò a svanire.
«Sei uno stronzo» disse Annie, ma c'era ancora un residuo di quel maledetto sorriso sulle sue labbra.
«Dovreste vedere le vostre facce!» ridacchiò Bailey. «Guarda Arti! Sorride come un bambino a Natale!»
«È incredibile» ammise Arthur, ancora confuso, toccandosi il viso come per verificare che fosse davvero suo.
Bailey si stiracchiò con aria soddisfatta. «Lo so.»
Annie si massaggiò la mascella, indolenzita per lo sforzo innaturale di tutto quel sorridere. «Cos'è, hai cambiato idea? Pensavo odiassi il tuo potere.»
«Prima di capire come potevo sfruttarlo» replicò Bailey. «Ieri sera ho fatto qualche esperimento...»
«Cioè?» chiese Arthur innocentemente.
«Beh, c'erano queste due tipe al pub... tette come meloni…»
«Oh no» mormorò Arthur, cominciando ad arrossire.
«... ero eccitato, e lo erano anche loro, perché lo ero io, capite? Comunque, mi hanno trascinato nel vicolo dietro al pub. E poi...»
«Non ce ne frega niente» disse secca Annie.
«… E me lo hanno succhiato! Insieme! È stato fantastico…»
«Se non la smetti immediatamente, ti spacco la faccia.»
Bailey si avvicinò a lei con aria maliziosa. «Sai, potrei far eccitare anche te. Vedere cosa succede...»
Arthur si alzò di scatto, indignato. «Non dovresti abusare del tuo potere così!»
«E che c’è di male?»
«Tutto!» borbottò indispettito lui. «Hai pensato solo a te stesso! Come credi si sentano quelle ragazze? Magari sono fidanzate e ora vivranno nel senso di colpa per…»
«Senso di colpa? Figurati. Passeranno le serate a sgrillettarsi pensando al mio uccello nelle loro bocche.»
Arthur scosse la testa.
«Meglio muoverci prima che Brian venga a cercarti.» concluse gelida Annie.
Raggiunsero il suo ufficio. Lui era seduto alla scrivania, davanti al computer. «Eccovi, finalmente» disse in tono annoiato, senza alzare lo sguardo. «Oggi sala ricreativa. È un porcile. Pulite tutto. Scope e secchi sono nel ripostiglio.»
«Tutto qui?» chiese Bailey.
«Vi lamentate del lavoro facile? Volete che vi mandi a pulire i cessi della stazione?»
«La sala ricreativa è perfetta» disse rapidamente Arthur.
Il posto era effettivamente un disastro. Tavoli da ping pong rotti, divani sfondati con l'imbottitura che usciva come budella, lattine vuote ovunque, macchie sospette sul pavimento che era meglio non analizzare troppo da vicino.
«Sembra che ci sia stata un'orgia qui dentro» commentò Bailey.
«Possibile che pensi sempre a quello?» ribatté stizzito Arthur.
Iniziarono a darsi da fare. Bailey inforcò le cuffiette e prese a cantare ad alta voce, incurante di tutto, esibendosi ogni tanto in qualche passo di danza.
«Cammina, cammina, passione, tesoro. Dai, sono una troia libera, tesoro…»
Arthur si fermò, accigliato, imitato da Annie.
«È Lady Gaga?» chiese lui.
«Si è appena dato della troia da solo.»
Arthur inclinò il capo. «Conosce perfino le mosse del balletto… però.» poi qualcosa sembrò catturare il suo sguardo. Strizzò per un attimo gli occhi e li sgranò, impallidendo di colpo. «Merda!» esclamò, gettandosi a terra dietro un mucchio di sedie.
«Che ti prende?» chiese accigliata Annie.
Tremando, lui indicò la finestra con un dito. «Loro... sono loro...»
Oltre la vetrata, quattro ragazzi si muovevano nel cortile. Indossavano tutti felpe con cappuccio.
Annie si avvicinò alla finestra. «Chi sono?»
«I bulli» rispose Arthur, la voce acuta dalla paura. «Quelli della mia scuola. Richie e la sua banda.»
«E che ci fanno qui?»
«Vengono per me. Per vendicarsi. Li ho fatti espellere con quel video. Hanno giurato che me l'avrebbero fatta pagare.»
I ragazzi stavano cercando un'entrata, provando le varie porte come lupi che cercano un varco nel recinto.
«Hai un piano?» indagò Annie.
«Devo nascondermi! Voi… voi mi coprirete, vero? Non gli direte che sono qui, giusto?» Arthur arrancò verso l’uscita a quattro zampe, quasi inciampando su Bailey.
«Voglio il tuo…» Lui si interruppe a metà del ritornello, sfilandosi la cuffietta. «Che cazzo gli è preso?»
«Sta scappando dai tizi qui fuori. Dice che sono venuti per fargli il culo» spiegò Annie, agitando il mento verso il gruppo.
Bailey si avvicinò a sua volta, studiando la situazione. «Hanno delle facce da cazzo, effettivamente.»
«Beh, sono affari suoi.» concluse Annie, rimettendosi a pulire.
Bailey restò lì un secondo di più e si rimise la cuffietta, ricominciando a canticchiare.
Poco dopo la porta della sala si aprì. I quattro ragazzi entrarono con l'aria di chi possedeva il posto. Il leader – Richie, aveva detto Arthur – era alto, biondo, con quella bellezza generica dei figli di papà. Il suo sguardo saettò da Annie a Bailey, soppesandoli.
«Scusate» disse con finta cortesia che non ingannava nessuno. «Cerchiamo un nostro amico. Arthur Morgan. Sapete dov'è?»
Annie non alzò nemmeno lo sguardo, continuando a fare avanti e indietro con lo straccio.
«Alejandro, Alejandro…» cantava Bailey, usando la scopa come microfono.
«Scusate» ripeté Richie con più freddezza. «Sapete dov’è Arthur?»
«È da qualche parte.» rispose Annie, senza degnarlo di un’occhiata.
«So che siamo giovani. E so che magari mi ami. Ma non posso più stare con te in questo modo, Alejandro…»
«Quel tizio sta cantando Lady Gaga?» sussurrò uno degli amici di Richie con una smorfia.
«Cerchiamolo. Non può essere andato lontano.» disse lui.
Uscirono. Bailey si voltò, togliendosi di nuovo la cuffietta senza smettere di ancheggiare.
«Le emozioni di quegli stronzi non promettono nulla di buono. Pensi che dovremmo aiutarlo?»
«Non sono problemi nostri.»
Bailey la guardò per un momento. Poi reinserì la cuffietta e annunciò: «Vado a pisciare.»
Nel corridoio, chiuse gli occhi e si concentrò, la musica sparata al massimo nelle orecchie. Paradossalmente l’aiutava a concentrarsi. Il suo potere era strano – non solo sentiva le emozioni, ma con abbastanza concentrazione poteva quasi... localizzarle. Come un radar emotivo che captava i segnali più forti.
Terrore. Puro terrore che pulsava come un faro nella notte.
Bailey ne seguì il flusso, camminando lungo il corridoio, giù per le scale, fino agli spogliatoi dove avevano trovato il cadavere di Davies. La porta del bagno era chiusa. Si tolse le cuffiette e la aprì delicatamente.
Arthur era raggomitolato nell'angolo più lontano, le ginocchia al petto, che tremava violentemente. Sussultò quando vide Bailey, cercando di farsi ancora più piccolo, come se volesse scomparire nel muro.
«Non c’è bisogno di farsela sotto. Sono io.» disse Bailey, entrando e chiudendo la porta dietro di sé.
Si sedette contro la parete opposta, mantenendo le distanze. Aveva imparato – nel modo più duro possibile – che quando qualcuno è terrorizzato, l'ultima cosa che vuole è sentirsi intrappolato.
«Se ne sono andati?» chiese ansioso Arthur.
«No. Ti stanno cercando.»
Il terrore si intensificò, colpendo Bailey con la forza di un pugno.
«Arti, ascolta» disse con calma. «Non hai nulla da temere. Abbiamo i poteri ora, ricordi? Sei più forte di loro.»
«Non mi sento forte» sussurrò Arthur.
«Potresti hackerare i loro telefoni. Farglieli esplodere in tasca. O creare qualcosa che li spaventi a morte. Qualunque cosa ti venga in mente.»
«Non sarebbe giusto.»
«Non essere così rigido» disse Bailey. «Non c'è nulla di male nell'approfittarne un po'...»
«Non sono te.» replicò con impeto Arthur. Poi abbassò lo sguardo e chiuse gli occhi. «Scusa.»
Bailey sentiva le sue emozioni premergli addosso. Paura in superficie, rabbia subito sotto, vergogna ancora più giù, e in fondo una tristezza così profonda da togliere il fiato. Usò il suo potere, cercando di tranquillizzarlo, per quanto possibile. Funzionò, almeno un po'. Il tremito di Arthur diminuì.
Rimasero in silenzio per un po’, disturbato solo dal gocciolio di un rubinetto.
«Mi chiamavano frocio. Ogni maledetto giorno.» mormorò ad un certo punto Arthur. «Mi chiudevano negli armadietti. Mi buttavano nei cassonetti. Una volta... una volta mi hanno spogliato e lasciato nudo nel corridoio. Tutti hanno riso. Hanno fatto video.»
I suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Mi hanno pisciato addosso. Negli spogliatoi dopo educazione fisica. Richie ha detto che era per marcare il territorio. Che ero la sua cagna.» Arthur tirò su col naso, tormentandosi l’orlo della felpa. «Pensavo che denunciandoli sarebbe cambiato qualcosa. Sono stato un’idiota...»
«Non dire così.»
Arthur scosse di nuovo la testa. «Perché sei qui?»
«Che domanda è? Sono venuto per accertarmi che stessi bene»
Lui abbozzò un sorriso spento. «Ti faccio pena. So quello che pensi di me. Mi trovi insignificante.»
«Questa è una stronzata!»
Arthur fissava il vuoto. «Vuoi sapere la cosa divertente? È che hai ragione. Se sparissi non importerebbe a nessuno. Neanche ai miei. Sarebbe solo... una liberazione per loro.» la voce gli s’incrinò, mentre una nuova ondata di tristezza lo sommergeva.
Bailey si spostò, sedendosi accanto a lui. «Ehi, io non penso affatto che tu sia insignificante. Hai evitato che quel mostro mi sbranasse, ricordi? Sarei morto se non fosse per te.»
«Almeno una cosa mi è riuscita» disse piano Arthur. «Dovresti andare. Se Richie ti trova qui se la prenderà anche con te.»
C’era una rassegnazione profonda nella sua voce, del tipo che ti trascinava sempre più afondo, fino a ingoiarti completarti.
«Senti» Bailey gli avvolse un braccio intorno alle spalle, attirandolo a sé. I capelli di Arthur erano morbidi al contatto, ed emanavano un profumo particolare, che ricordava i fiori. «lo so che è una merda. Ti capisco. Dico sul serio. Ma non ti puoi arrendere così. Hai tutta la vita davanti. E un superpotere fighissimo. Puoi fare grandi cose, Arti. Essere come i protagonisti di quei fumetti scemi che ti piacciono tanto. O uno di quei colletti bianchi che lavorano alla Silicon Valley. Cazzo, se tu volessi, potresti diventare il nuovo The Mask...»
«Intendi Elon Musk?»
«E io che ho detto?»
Arthur si rilassò appena contro il suo petto. «Grazie» bisbigliò.
Fu in quel momento che lo percepì. Desiderio. Forte, inconfondibile.
Bailey sbatté le palpebre, disorientato. Lanciò un’occhiata verso Arthur. «Ti sei eccitato?»
La domanda gli uscì spontanea. Arthur si ritrasse come se si fosse scottato, il colore che gli abbandonava il viso.
«Come? No...»
«Arti, posso letteralmente sentirlo.»
Lui evitò d’incrociare il suo sguardo. «Non è... ti sbagli.»
«Sei gay?»
«No.»
La risposta fu troppo rapida, secca, rivelatrice. Arthur scattò in piedi, torcendosi le mani.
«Non c’è nulla di male se lo sei» disse Bailey per rassicurarlo, ma servì solo a renderlo ancora più nervoso.
«Non sono gay.» ripeté Arthur con veemenza.
«D’accordo, d’accordo» Bailey si alzò a sua volta. «Sei pronto?»
«Per cosa?» chiese confuso lui.
«Per fare il culo a strisce a Richie. È arrivato il momento di fargli capire una volta per tutte che non sei più disposto a sottostare alle sue cazzate.»
«No» Arthur parve diventare ancora più pallido. «Non posso. Se provo a fargli qualcosa, lui mi denuncerà di nuovo... suo padre è un avvocato importante. È già un miracolo che io non sia finito in qualche riformatorio...»
«Arti, devi affrontarli. Non c’è altra soluzione.» Bailey gli mise una mano sulla spalla, provando a calmarlo di nuovo. «Sarò lì con te. Userò il mio potere se si mette male.»
«O-o potresti farlo subito... andare da loro e...»
«No, spetta a te, Arti. Su, andiamo.»
Lo trascinò lungo il corridoio.
«Non penso sia una buona idea.» squittì Arthur.
Bailey gli passò la cuffietta, infilandogliela a forza nel timpano. «Rilassati. Andrà tutto bene.»
Scorse la playlist e avviò Hung-Up di Madonna.
«Madonna? Sul serio?» domandò Arthur con una smorfia.
«Hai qualcosa contro Madonna?» replicò Bailey, vagamente minaccioso.
«Io... no?»
«Bene.»
Il gruppo era tornato nella sala ricreativa. Quando vide Arthur, il volto di Richie fu illuminato da un sorriso da squalo.
«Eccolo! Pensavi di poterti nascondere, finocchio?»
Arthur indietreggiò, trascinando i piedi.
«Non chiamarlo così» disse Bailey.
Richie lo guardò come se fosse un insetto. «Sei il suo fidanzato?»
«Credo che tu gli debba delle scuse. Sai, per essere un povero coglione.»
Gli amici di Richie si mossero, circondandoli.
«Che hai detto?» sibilò Richie.
Annie apparve sulla soglia, con il mocio e un secchio pieno d’acqua. «Levatevi dalle palle» disse con disinvoltura. «Devo pulire.»
«Sparisci, puttana.»
Bailey sorrise. «Ooh, pessima mossa, Richie. Davvero pessima.»
Annie si avvicinò con passi misurati. Richie aprì la bocca per dire qualcos'altro.
Non fece in tempo.
Il secchio lo prese in piena faccia con un suono sordo e metallico, come una campana fuori registro. Richie andò giù di schianto, le gambe che cedevano come se qualcuno avesse tagliato i fili. Rimase un momento immobile sul pavimento, poi emise un gemito soffocato e sputò un grumo scuro che rimbalzò sul linoleum bagnato — sangue e qualcosa di bianco, duro, inconfondibile.
Time goes by so slowly...
«Cristo!» urlò uno dei suoi amici, guardandola con occhi sgranati. «Sei fuori di testa!»
Gli altri due rimasero fermi per un battito di troppo, lo sguardo che oscillava tra il loro leader ed Annie. Poi si lanciarono insieme.
Annie lasciò andare il secchio e si girò di lato, facendo scivolare il primo nel vuoto — luiinciampò sul proprio slancio e finì contro il muro. Il secondo la prese per un braccio; lei lo seguì invece di resistere, usando la sua stessa presa per portarsi vicina e dargli una ginocchiata tra le gambe. Il ragazzo indietreggiò urlando con le mani sui jeans.
Time goes by so slowly...
Il terzo era più prudente — si mosse più lento, le braccia aperte, cercando di aggirarla. Annie aspettò. Quando lui allungò le mani lei scartò, gli afferrò il polso, e lo tirò in avanti facendogli perdere l'equilibrio.
For me
Il secondo si era ripreso. Si avventò su di lei da dietro, cercando di bloccarla. Annie si abbassò di colpo, poi scattò all'indietro con tutto il peso — il ragazzo finì schiacciato contro il muro e mollò la presa. Fece un mezzo giro e lo centrò alla mascella con un gancio che lo lasciò appoggiato alla parete, stordito.
Ne restavano due in piedi — il primo, che si era rialzato, e il terzo che aveva ricominciato a muoversi, piegato in avanti e furioso. Lui arrivò a testa bassa. Annie aspettò che fosse a distanza giusta, poi lo atterrò con un micidiale calcio a martello.
Hung up on you.
Richie si stava tirando su a fatica, barcollante, una mano premuta sulla bocca da cui filtrava un rivolo scuro. Gli occhi erano lucidi — di dolore, di rabbia, probabilmente anche di qualcos'altro che non avrebbe mai ammesso.
«Ti denuncio» riuscì a dire, la voce impastata. «Mio padre...»
Poi si voltò e uscì, seguito dai suoi compari in vari stati di acciacco. Annie recuperò il mocio da terra e riprese a pulire come se niente fosse.
«F-E-N-O-M-E-N-A-L-E!» disse Bailey.
«Già» concordò Arthur, ancora incredulo.
«No, intendo» Bailey indicò sorridente la cuffietta «…la canzone. Un tempismo pazzesco.»
Arthur si morse il labbro. «Ti denuncerà...» disse lentamente.
«Figurati se andrà a dire al padre che una ragazza ha massacrato di botte lui e i suoi amichetti.»
Arthur guardò Annie. «Grazie. Non dovevi.»
«Non l’ho fatto per te. Mi stavano tra le palle.»
Ma Bailey poteva percepire quello che provava. Sotto la rabbia, c'era un forte senso di protezione. Qualcosa che somigliava a dell’affetto, perfino. Sembrava che nascondesse un cuore, sotto tutta quella scorza da dura.
Bailey si svegliò presto quella mattina. Semplicemente aprì gli occhi e non riuscì più a chiuderli. Mentre si avvicinava l’ora della sveglia, gli venne un’idea. Rischiosa, ma potenzialmente geniale.
Aspettò che suo padre riprendesse i sensi. Non dovette aspettare molto, per fortuna. A volte arrivava a dormire anche fino a mezzogiorno, ma non quella mattina. Lo prese come un segno.
Lo sentì trascinarsi per la cucina, inciampare contro qualcosa, ringhiare l’ennesima bestemmia. Bailey si alzò, uscendo dalla sua camera.
Suo padre era seduto al tavolo della cucina in boxer e canottiera ingiallita, una sigaretta penzolante dalle labbra, lo sguardo perso nel vuoto post-sbornia. Le bottiglie vuote della notte prima erano ancora allineate sul bancone come soldati caduti. Il posacenere traboccava. La luce grigia del mattino filtrava attraverso le veneziane rotte, tagliando il fumo in lame pallide.
Bailey rimase sulla soglia della cucina, osservando la sua sagoma curva. C'era stato un tempo – doveva esserci stato, anche se faticava a ricordarlo – in cui quell'uomo era stato diverso. Prima che sua moglie decidesse di fare quello che aveva fatto. Prima che le bottiglie diventassero l'unica compagnia. Prima che i pugni sostituissero le parole.
Inspirò profondamente. Poteva farcela. Aveva il potere adesso. Si avvicinò lentamente, le mani in tasca per nascondere il tremito. Il suo cuore batteva così forte che era sicuro suo padre potesse sentirlo.
«Pà?»
Nessuna risposta. Solo una sbuffata di fumo che si dissolse nell'aria stagnante.
«Pà» ripeté Bailey, più forte. «Posso... posso chiederti una cosa?»
Suo padre si voltò lentamente. Gli occhi iniettati di sangue lo fissarono con quella familiare miscela di disprezzo e indifferenza. Bailey avvertì la sua rabbia rancida e il risentimento cronico che provava nei suoi confronti.
«Cosa vuoi?»
Bailey deglutì. «Posso prendere in prestito la macchina? Solo per qualche ora.»
«No.»
La risposta fu automatica, riflessa. Non importava cosa Bailey chiedesse – la risposta era sempre no. No, non puoi uscire. No, non puoi avere soldi. No, non puoi esistere senza darmi fastidio.
«Solo per oggi» insistette Bailey, odiando la nota supplichevole nella propria voce.
«Ho detto di no.»
Si concentrò. Era strano usare il potere consapevolmente, diverso da quando accadeva per caso. Doveva visualizzare l'emozione che voleva proiettare, darle forma, spingerla fuori da sé. Calma. Pace. Tranquillità.
Vide suo padre esitare. L'espressione si ammorbidì, confusa, come se qualcosa dentro di lui si fosse allentato senza che capisse perché. La sigaretta gli tremò tra le dita.
Bailey provò un brivido di qualcosa che non sapeva nominare. Piacere, forse. Non c’era più bisogno di avere paura di lui. Poteva controllarlo a suo piacimento, ora, spingerlo a fargli fare ciò che voleva. Era una sensazione esaltante.
«Solo per oggi» ripeté dolcemente. «La riporto stasera. Promesso.»
Suo padre lo fissò per un lungo momento. I suoi occhi erano velati, distanti, come quelli di un sonnambulo. Poi, come un automa, pescò le chiavi dalla tasca dei pantaloni appesi alla sedia e gliele lanciò, finendo per tintinnare sul pavimento ai piedi di Bailey.
«Levati dalle palle.»
Bailey raccolse le chiavi, il cuore che batteva all'impazzata. «Grazie.»
La parola gli lasciò un sapore strano in bocca. Quando era stata l'ultima volta che aveva ringraziato suo padre per qualcosa? Quando era stata l'ultima volta che suo padre gli avevadatoqualcosa?
Non aspettò una risposta. Uscì dall'appartamento quasi correndo, le chiavi strette nel pugno come un trofeo di guerra. Raggiunse la macchina nel parcheggio. Era un rottame – una Ford Fiesta del '98 con più ruggine che vernice, il paraurti tenuto insieme dal nastro adesivo, un finestrino che non si chiudeva del tutto. Puzzava di sigarette e dell'albero deodorante al pino che penzolava dallo specchietto retrovisore da almeno tre anni.
Ma era sua per oggi. E questo era tutto ciò che contava.
Annie arrivò al centro per la solita ora. Arthur era già lì, seduto sui gradini con lo zaino tra le gambe. Aveva le spalle curve, ed evitò il suo sguardo quando si avvicinò.
Annie si sedette accanto a lui. «Che hai?»
«Niente» rispose Arthur troppo in fretta.
Prima che potesse insistere, il rumore di un clacson stridente li fece trasalire. Una macchina malconcia si fermò davanti al centro con uno stridio di freni che avevano visto giorni migliori. Il finestrino del guidatore si abbassò – manualmente, con la manovella – rivelando Bailey che sorrideva come se avesse appena vinto la lotteria.
«Salve, plebaglia!» gridò allegro. «Chi vuole fare un giro?»
Si avvicinarono. La macchina era uno schifo – ammaccature ovunque, un finestrino posteriore tenuto insieme con del nastro adesivo, sedili che mostravano l'imbottitura come ferite aperte.
«Da dove l'hai presa?» chiese Annie sospettosa.
«È di mio padre. Me l'ha prestata. Dai, salite!»
«Non possiamo andare da nessuna parte» fece notare Annie. «Brian ci...»
«Lasciate fare a me» la interruppe Bailey, facendole l'occhiolino.
Quasi come se lo avesse evocato, l’uomo apparve dall'ingresso del centro trascinando il solito carrello di scope e secchi. Quando vide la macchina, la sua espressione si fece immediatamente arcigna.
«E questa che cazzo è?» abbaiò. «Se pensate di andarvene da qualche parte...»
Bailey scese dalla macchina e si avvicinò a Brian con passo sicuro. «Brian, amico mio» disse con calore. «Guarda che bella giornata. Il sole splende, gli uccellini cinguettano...»
«Non me ne frega un cazzo degli uccellini. Voi tre avete...»
Annie vide la tensione di Brian sciogliersi come neve al sole. L'uomo sbatté le palpebre, confuso, come se avesse dimenticato a metà cosa stava per dire.
«Vogliamo solo prenderci una giornata di libertà» continuò Bailey con voce suadente. «Solo oggi. Lavoriamo così duramente. Meritiamo una pausa, non credi?»
Brian aprì la bocca per protestare, ma la rabbia non arrivò. Le sue spalle si abbassarono, la mascella si rilassò.
«Io... suppongo che...»
«Chiuderai un occhio, vero Brian? Saremo di nuovo qui domani, puntuali come sempre.»
Lui esitò, lo sguardo velato. «Solo per oggi» disse alla fine, e la sua voce suonava lontana, come se parlasse nel sonno. «Ma domani voglio vedervi qui alle nove precise.»
«Affare fatto!» Bailey gli strinse la mano vigorosamente, poi corse verso la macchina. «Datevi una mossa, idioti!»
Annie e Arthur si scambiarono uno sguardo, poi salirono. Brian rimase lì, immobile, a guardarli andare via con espressione vacua.
«Non puoi continuare a usare i tuoi poteri così» disse Arthur dal sedile posteriore mentre Bailey guidava allegro per le strade di Londra. «È sbagliato.»
«Se lo dici tu.» Bailey cambiò marcia con uno scricchiolio preoccupante. «Non gli sto mica facendo del male. Dico bene, Annie?»
Lei esaminava il panorama sfrecciante fuori dal finestrino. «Dove stiamo andando?»
«Hampstead Heath. Perfetto per una giornata tra amici.» Bailey si rovistò nella tasca della felpa con una mano, l'altra sul volante. «E ho portato un regalino.»
Tirò fuori tre canne già rollate. Annie ne prese una, rigirandosela tra le dita. L'odore dolciastro del tabacco mescolato all'erba le riempì le narici.
«Io non fumo» disse ammusonito Arthur, le braccia incrociate.
«Hai mai provato?» chiese Bailey, guardandolo dallo specchietto retrovisore.
«No. E non mi interessa iniziare.»
«Oh, andiamo! Vivi un po'! Siamo giovani, abbiamo i superpoteri, è una bella giornata...»
«Non tutti vogliono drogarsi» disse Arthur rigidamente.
«Va bene, va bene. Più roba per me e Annie allora. Giusto, dolcezza?»
Il resto del viaggio passò tra le battute di Bailey – molte, incessanti, un flusso continuo di parole che riempiva ogni silenzio – e il mutismo degli altri due. La macchina procedeva spedita, con il motore che tossiva occasionalmente, finché non raggiunsero il parco.
Hampstead Heath era sorprendentemente vuoto per una mattina di sole. Trovarono un angolo remoto, lontano dai sentieri principali, nascosto tra alberi che filtravano la luce in chiazze dorate sull'erba.
«Perfetto» disse Bailey.
Si sedettero in cerchio sull'erba ancora umida di rugiada. Bailey accese la prima canna, fece un tiro profondo trattenendo il fumo nei polmoni, e la passò ad Annie.
Lei lo imitò, sentendo il fumo graffiarle la gola prima di espandersi nei polmoni. Il sapore era quello che ricordava – dolce, terroso, con quel retrogusto che sapeva di fuga. Arthur rimase seduto con le braccia intorno alle ginocchia, guardandoli imbronciato.
Passarono diversi minuti in relativo silenzio, rotto solo dal crepitio delle canne e dal canto degli uccelli. Bailey e Annie fumavano metodicamente, passandosi la canna avanti e indietro come un rituale.
Dopo aver finito la seconda, Bailey iniziò a ridacchiare.
«Che c'è da ridere?» chiese Annie, la voce già più lenta, più morbida.
«Niente.» Bailey scosse la testa, gli occhi lucidi. «È solo che... siamo qui. Con i superpoteri. A fumare erba in un parco. È assurdo. Tipo, potremmo essere i protagonisti di un film di merda.»
«Vero» concesse Annie.
L'erba iniziava a fare effetto. Il mondo sembrava più morbido ai bordi, i colori più saturi, il tempo più lento. Annie sentì i muscoli delle spalle rilassarsi per la prima volta da… molto tempo.
«Devo pisciare» disse, alzandosi.
Barcollò leggermente prima di riguadagnare l’equilibrio.
«Non andare troppo lontano.» si raccomandò Bailey. «Ci sono lupi nel bosco.»
«Qui non ci sono boschi, idiota» lo rimbeccò Annie mentre si allontanava tra gli alberi.
Bailey si sdraiò sull'erba. «Il cielo è così blu» disse lentamente, come se fosse la rivelazione più profonda dell'universo. «Tipo,davveroblu. Blu come... come il blu.»
Arthur roteò gli occhi.
«Sdraiati» disse Bailey, battendo una mano sull’erba. «Devi vedere il cielo da qui. È tipo... diverso.»
«Sto bene così.»
«No, sul serio. Sdraiati. Ordine del capitano.»
Arthur sospirò. Si stese sull'erba accanto a lui, lasciando uno spazio rispettabile tra loro.
Il cielo era effettivamente bello. Azzurro chiaro, qualche nuvola bianca che passava pigra, il sole che filtrava tra le foglie creando un caleidoscopio di luce e ombra.
«Vedi?» disse Bailey. «È bellissimo. Tipo... arte. Ma naturale. Arte naturale.»
«È solo il cielo.»
«Ma èil cielo, capisci? Tipo, è sempre lì. Ogni giorno. E noi non lo guardiamo mai davvero. Siamo troppo occupati a fare... cose. Cose stupide. Ma il cielo se ne frega. Continua a essere blu. È tipo... rassicurante.»
Arthur lo guardò di sottecchi, soffermandosi sul suo profilo. Appariva ancora più bello con quell’aria persa.
«Sai cosa penso?» continuò Bailey. «Che siamo tipo... polvere cosmica. Atomi che si sono uniti per caso e hanno formato... noi. E un giorno ci separeremo di nuovo e diventeremo... altro. Magari parte di un albero. O di un cane. O di un'altra persona.»
«Quello è il ciclo del carbonio» disse Arthur. «Lo insegnano alle medie.»
«Sì, ma èpazzescose ci pensi davvero. Tipo, potremmo essere stati parte della stessa cosa prima. Magari eravamo nello stesso dinosauro. Io ero il cervello e tu eri... non lo so... il fegato.»
«Wow» commentò ironico Arthur.
Bailey rise – quella risata piena che gli faceva venire le fossette. «Cazzo, Arti… ma sei sempre così serio?»
Arthur non replicò. «Posso chiederti una cosa?» se ne uscì, non riuscendo a trattenersi.
«Spara.»
«Ieri. Perché sei venuto a cercarmi? Potevi fregartene… è quello che avrebbero fatto tutti.»
«Perché stavi male.» rispose semplicemente Bailey. «E quando la gente sta male... non so, sembra la cosa giusta da fare. Stargli vicino.»
«Solo questo?»
«Che vuoi dire?»
Arthur tacque, sentendo un groppo in gola. Bailey si girò su un fianco, appoggiando la testa sul braccio piegato. Da questa posizione i loro visi erano vicini – più vicini di quanto Arthur avesse previsto.
«Ehi. Quello che ti hanno fatto... è stato orribile. Ma non devi permettere a questa merda di fermarti.» La sua voce era bassa, intima. «Non c’è nulla di sbagliato in te.»
Qualcosa nel petto di Arthur cedette, come ghiaccio che si incrina dopo un inverno troppo lungo. Le lacrime presero a bruciargli dietro gli occhi ma le trattenne.
Bailey gli posò una mano sul petto. «Va tutto bene.»
La pressione che lo soffocava si allentò. Arthur riprese a respirare davvero, l’aria che gli riempiva i polmoni insieme ai singhiozzi trattenuti. Era dolorosamente consapevole del peso della mano di Bailey, del calore che filtrava attraverso il cotone della maglietta.
Lui ridacchiò piano.
«Che c’è?»
«Sei di nuovo eccitato.»
Arthur arrossì senza poterci fare nulla. «Non è vero!»
Poi lo percepì. Non fu graduale: un'ondata che partiva dal basso della schiena e risaliva, divorando ogni pensiero coerente prima che riuscisse a formularlo. I polmoni dimenticarono brevemente il loro scopo. Le mani gli formicolarono.
«Che... che stai facendo?»
Bailey lo guardava con quell'espressione — divertita, crudele il giusto, consapevole di ogni singola cosa che stava succedendo nel corpo di Arthur meglio di quanto lo fosse lui stesso.«Sto solo condividendo. Hai mai baciato qualcuno?»
Arthur ripensò al bacio che si erano quasi scambiati. «No» rispose debolmente.
«Vorresti provare?»
Arthur non riuscì a rispondere. Bailey si sporse verso di lui. Percepì di nuovo il suo fiato caldo sul viso e chiuse gli occhi, il cuore che batteva così forte che era sicuro stesse per esplodere. Fu un bacio leggero, quasi timido. Le labbra di Bailey erano morbide, screpolate agli angoli.
Avrebbe dovuto fermarsi lì. Allontanarsi, fingere che non fosse successo niente. Invece affondò una mano nei capelli di Bailey e approfondì il bacio, con un'audacia che non pensava di possedere.
Le loro lingue si scontrarono, aggressive. Avrebbe dato qualunque cosa perché Bailey lo toccasse, lì, sul prato. Ma lui si staccò, tornando a sdraiarsi sull'erba.
«Dovresti migliorare la tecnica» disse, il tono di nuovo leggero, beffardo. «Fai pena a baciare.»
Arthur rimase immobile, il respiro ancora irregolare. Qualcosa si spezzò dentro di lui – qualcosa che si era appena formato e che Bailey aveva frantumato con cinque parole.
Annie sbucò tra gli alberi, sistemandosi i jeans. Si sedette accanto a loro, ignara di ciò che era appena successo, fissando il vuoto.
Il viaggio di ritorno fu avvolto nel silenzio.
Bailey guidava con gli occhi socchiusi, le mani sul volante in quella posizione da manuale che usano solo i guidatori completamente fatti che cercano disperatamente di sembrare sobri. Ogni tanto un sorriso gli attraversava il viso – qualcosa che solo lui trovava divertente, qualche pensiero che fluttuava nella nebbia dell'erba – ma non parlava.
Annie era sprofondata nel sedile del passeggero, la testa appoggiata al finestrino. Arthur era seduto dietro. Continuava a rivedere la scena. Ancora. E ancora. E ancora. Come un film bloccato su replay, condannato a ripetere lo stesso momento all'infinito.
La macchina si fermò davanti alla casa di Annie – una villetta a schiera identica a tutte le altre della strada, con una croce di legno appesa alla porta e tendine bianche alle finestre. Rispettabile. Ordinaria. Il tipo di casa dove nessuno avrebbe sospettato cosa si nascondeva dietro le mura.
Scese senza dire una parola, sbattendo la portiera con più forza del necessario. Bailey aspettò che sparisse dentro prima di ripartire.
Arthur fissava le proprie mani – ogni dettaglio delle unghie, ogni piega delle nocche, la linea della vita sul palmo – qualsiasi cosa pur di non guardarlo. Dopo quello che sembrò un'eternità, Bailey parlò. La voce era strascicata, ancora impastata.
«Dove abiti?»
«Io...» Arthur si rese conto con orrore che si era dimenticato il proprio indirizzo. Il suo cervello era vuoto, cancellato, come se quel bacio avesse formattato tutto il resto. «Kensington. Holland Park Avenue. Numero... numero 47.»
Quando arrivarono a Kensington, le strade si allargarono, gli edifici che si presentavano in modo più bello, rispettabile. Alberi curati fiancheggiavano i marciapiedi. Le macchine parcheggiate erano Mercedes, BMW, Range Rover – non Ford Fiesta arrugginite tenute insieme con lo scotch.
La macchina si fermò davanti al numero 47.
Bailey fissò la casa – tre piani di facciata bianca immacolata, finestre alte con cornici eleganti, gradini di pietra che portavano a una porta nera lucida con maniglie d'ottone che brillavano anche nella luce morente del giorno. Edera curata si arrampicava su un lato. Gerani rossi nei vasi alle finestre. Un quadro che aveva preso vita.
«Cristo» bofonchiò Bailey. «Guarda che cazzo di casa. Sei ricco.»
Arthur sentì la vergogna mordergli lo stomaco. Come se la sua casa – la casa dei suoi genitori, la gabbia dorata in cui viveva – fosse una colpa da nascondere. Come se il denaro che non aveva mai chiesto lo rendesse altro da Bailey, da Annie, da chiunque.
Il motore continuava a girare, un rantolo asmatico che sembrava troppo forte nel silenzio della strada. Arthur sapeva che doveva scendere. Ringraziarlo per la giornata, uscire dalla macchina, aprire la porta, entrare in casa.
Ma non riusciva a muoversi.
Perché una volta uscito, sarebbe finita. E domani avrebbero dovuto guardarsi negli occhi e fingere che niente fosse successo, che quel bacio non fosse mai esistito…
«Beh... allora buona serata.» disse Bailey.
«Sì.» mormorò Arthur. «Anche a te.»
Aprì la portiera. L'aria serale lo avvolse – fresca, pulita, profumata di gelsomino dai giardini vicini. Così diversa dall'atmosfera soffocante della macchina. Si voltò per chiudere la portiera. Forse per dire qualcosa – non sapeva cosa. Bailey stava già guardando avanti, il profilo illuminato dall'ultima luce dorata del tramonto.
Arthur chiuse la portiera e salì i gradini verso casa. Le gambe non gli obbedivano più, molli e pesanti allo stesso tempo. Dietro di sé, sentì il motore accelerare, il rumore della macchina che si allontanava, il cambio di marcia.
Infilò le chiavi nella serratura, le mani che gli tremavano. La casa era vuota, come sempre.
Sua madre era a qualche evento di beneficenza – il terzo di questa settimana. Suo padre era ancora in ufficio, o forse dal suo avvocato, a discutere i dettagli del divorzio che nessuno aveva ancora il coraggio di chiamare con il suo nome.
Arthur attraversò l'ingresso – marmo bianco, specchio antico, vaso di fiori freschi che la domestica cambiava ogni tre giorni anche se nessuno li guardava mai. I suoi passi echeggiavano nel silenzio.
Salì le scale verso la sua camera al secondo piano. Ogni gradino sembrava richiedere uno sforzo enorme, come se stesse scalando una montagna invece che una rampa di scale che conosceva da tutta la vita.
Chiuse la porta dietro di sé e si lasciò cadere sul letto, ancora vestito, ancora con le scarpe, tirando le coperte sopra di sé.
Voleva scomparire. Dissolversi. Diventare polvere cosmica, come aveva detto Bailey. Tornare a essere atomi che fluttuano nell'universo, senza pensieri, senza dolore.
Arthur si svegliò nella penombra della sua camera. A tentoni cercò il cellulare sul comodino, la luce dello schermo che gli feriva gli occhi. Mancavano venti minuti alla sveglia. Troppo presto per alzarsi, troppo tardi per riaddormentarsi.
Si rigirò sotto le coperte, fissando il soffitto bianco. Il ricordo del giorno prima riemerse immediatamente. Chiuse gli occhi, ma l'immagine rimase lì, impressa dietro le palpebre come una fotografia. Il suo corpo reagì contro la sua volontà. Aprì gli occhi di scatto, il cuore che accelerava per un motivo completamente diverso dalla paura. Cercò di pensare ad altro. Qualsiasi cosa. Equazioni matematiche. La tavola periodica. Il volto di sua madre.
Ma il pensiero tornava sempre a Bailey. La sua mano scivolò sotto le coperte. Si toccò lentamente, odiandosi per ogni movimento, mentre il piacere cresceva, si intensificava. Intorno a lui, gli apparecchi elettronici iniziarono a impazzire. Il laptop sul tavolo si accese da solo, lo schermo che lampeggiava impazzito. Il telefono vibrò furiosamente sul comodino, notifiche fantasma che apparivano e scomparivano. La sveglia digitale mostrò numeri a caso, come se stesse avendo un'ictus.
Il suo potere reagiva alle sue emozioni, fuori controllo, come tutto il resto di lui. Arthur accelerò il movimento, il respiro che si faceva corto, irregolare, perso nelle sue fantasie, finché l'orgasmo non lo travolse.
Ogni dispositivo elettronico nella stanza pulsò simultaneamente – un blackout istantaneo seguito da un riavvio caotico. Arthur rimase immobile, ansimando.
Il piacere si dissolse in un istante, sostituito da qualcosa di freddo e viscido che gli si avvolgeva intorno al petto. Vergogna. Sempre vergogna. La sua compagna più fedele.
Le lacrime iniziarono a scendere prima che potesse fermarle. Pianse in silenzio, come aveva imparato a fare anni prima – senza singhiozzi, senza suoni, solo lacrime che scivolavano sulle tempie e bagnavano il cuscino. Pianse per quello che era, per quello che provava, per il fatto che non riusciva nemmeno a toccarsi senza che i suoi maledetti poteri lo tradissero.
La sveglia suonò. Si asciugò gli occhi con violenza e si alzò dal letto con movimenti meccanici, evitando lo specchio mentre passava. Non voleva vedere la sua faccia.
Bailey riaprì gli occhi con difficoltà, con la sensazione che il suo cervello fosse avvolto nel cotone. La luce del mattino filtrava attraverso le tende sporche, troppo luminosa per i suoi gusti.
Per un momento rimase immobile, fissando il muro macchiato di umidità. Poi, lentamente, i pezzi della giornata precedente iniziarono a ricomporsi come frammenti di uno specchio rotto.
Il parco. L'erba. Le canne. Il cielo blu. Il bacio con…
Si sedette sul materasso, la testa che pulsava. Cercò di ricostruire la scena. Arthur sdraiato accanto a lui sull'erba. Il desiderio che aveva sentito – non il suo, quello di Arthur, così puro e disperato che gli aveva fatto venire voglia di… ah, merda.
Sospirò, passandosi una mano tra i capelli. Si alzò dal letto, barcollando verso il bagno. Lo specchio gli restituì un'immagine che avrebbe fatto invidia a uno zombie.
Per un attimo considerò di non presentarsi al centro. Di starsene a casa, di evitare Arthur, di far finta che niente fosse successo. Ma sapeva che Brian avrebbe fatto rapporto. E se Brian faceva rapporto, lui finiva nei guai. Guai grossi. Il tipo di guai che portava a riformatori e case famiglia.
«Sei un coglione» disse rassegnato al suo riflesso.
Si lavò la faccia con acqua gelida che non aiutò, si mise vestiti quasi puliti, uscì dall'appartamento prima che suo padre si svegliasse. Il tragitto verso il centro sembrò troppo breve, come se il tempo stesse accelerando verso un momento che Bailey avrebbe voluto rimandare all'infinito.
Quando arrivò, Arthur era già lì, seduto sui gradini col naso immerso in un libro.
S’irrigidì nel vederlo. «Ciao» disse, troppo forte, troppo allegro.
Falso come una banconota da tre sterline.
«Ehi» borbottò Bailey.
Captava le sue emozioni come un rumore di fondo costante – imbarazzo, vergogna, qualcos'altro che non riusciva a identificare del tutto. Era come cercare di ascoltare una conversazione attraverso un muro di cemento.
«Allora... hai dormito bene?»
«Sì. E Tu?»
«Una merda» rispose evasivo Bailey. «Il mal di testa, sai. L'erba di ieri mi ha distrutto...»
Per sua fortuna arrivò Annie a salvare la situazione. Apparve da dietro l'angolo, le mani in tasca, l'espressione del solito scazzo mattutino stampata in faccia. «Ho ancora la testa che gira» esordì senza cerimonie. «Quell'erba era forte.»
«Già» concordò Bailey, fin troppo entusiasta di avere una distrazione. «Fortissima. Tipo, non ricordo praticamente nulla.»
Brian uscì dall'edificio trascinando il solito carrello. «Stamattina bagni pubblici» annunciò.«Station Road. Qualcuno ha cagato sui muri. Buona fortuna.»
Il lavoro fu esattamente disgustoso quanto promesso.
Bailey si concentrò sulla pulizia con un'intensità quasi maniacale, grattando via merda dai muri come se la sua sanità mentale dipendesse da questo. Qualsiasi cosa pur di non pensare. Di non guardare Arthur che lavorava in silenzio dall'altra parte del bagno.
Annie notò che qualcosa non andava dopo circa un'ora. «Okay» disse, rivolta a Bailey. «Si può sapere che ti prende? Non hai aperto bocca da quando siamo arrivati. È… inquietante.»
«Sono solo concentrato»
«A scrostare merda dai muri?» replicò Annie con sufficienza. «Senza annoiarci con le tue lagne?»
«Non è vero che mi lagno!»
Lei lo fissò per qualche altro secondo. «Fai come cazzo ti pare.» concluse, riprendendo il suo lavoro.
Le ore passarono con una lentezza agonica. Bailey controllava l'orologio ogni cinque secondi, pregando che la giornata finisse, che potesse scappare e non pensarci più. Sapeva che avrebbe dovuto parlare con Arthur, anche se l'idea gli faceva venire voglia di vomitare.
Quando finalmente arrivarono le tre e mezza, sentì assalirlo un miscuglio di sollievo e terrore.
«Beh, direi che abbiamo finito» disse ad alta voce, appoggiandosi allo spazzolone e guardandosi intorno. «Resta uno schifo, ma…»
Annie raccolse il suo secchio. «Ho bisogno di una doccia per togliermi questo odore di dosso»
E uscì, lasciandoli soli. Arthur fece per seguirla, ma Bailey lo intercettò.
«Una cosa al volo. Riguardo a ieri» disse di getto, mentre lui evitava il suo sguardo. «È stato solo uno scherzo. Ero fatto. Non significa niente. Facciamo come se non fosse mai successo, d’accordo?»
Arthur strinse il manico della scopa così forte da far sbiancare le nocche.
Bailey gli diede una pacca sulla spalla. «Amici come prima.»
Annie si affacciò nel bagno. «Si può sapere che state facendo? Se non muovete il culo vi lascio qui» disse irritata.
«Arriviamo!»
Bailey rivolse ad Arthur un sorriso forzato e uscì.
Annie si svegliò al suono della sveglia che strideva come un allarme antincendio. Le sei emezza. Troppo presto per essere viva.
Si trascinò fuori dal letto. La casa era già sveglia – sentiva rumori al piano di sotto, accompagnati dal borbottio della TV.
Si vestì con le prime cose che gli capitarono sottomano e scese le scale. Sua madre era in cucina, davanti ai fornelli. Capelli raccolti in uno chignon perfetto, vestito mormone impeccabile – gonna lunga fino alle caviglie, camicetta con il colletto alto. Stava preparando uova e toast, come ogni mattina, come se la routine potesse tenere insieme i pezzi di una famiglia che si stava sgretolando.
«Buongiorno, tesoro» disse con quel tono di forzata allegria che usava sempre. «Hai dormito bene?»
«Mmh» mormorò Annie, sedendosi al tavolo.
«Ho fatto la colazione. Le uova come piacciono a te.»
Annie guardò il piatto. Non aveva fame. Non aveva mai fame ultimamente. La TV in soggiorno trasmetteva le notizie del mattino. Annie la ascoltava a metà, masticando meccanicamente il toast.
«...rapina avvenuta stanotte alla Barclays Bank di Stratford. Le circostanze rimangono misteriose. Secondo la polizia, non ci sono segni di effrazione. Le telecamere di sicurezza mostrano i ladri semplicemente... apparire all'interno del caveau. Come se si fossero materializzati dal nulla...»
Annie smise di masticare. Qualcuno come Arthur poteva hackerare i sistemi di sicurezza. O forse era un potere diverso – teletrasporto, invisibilità, qualsiasi cosa. C'erano altri là fuori. Altri che il fulmine aveva toccato. Altri che avevano ricevuto qualcosa.
E lei? Lei non aveva un cazzo.
L'amarezza le salì in gola come bile. Forse era lei difettosa. O forse era l’ennesima presa per culo da parte dell'universo.
«Annie? Tutto bene?»
Sua madre la fissava con quell'espressione preoccupata che Annie odiava – quella che dicevaso che stai male ma non so come aiutarti.
«Devo andare» disse, alzandosi bruscamente.
«Ma non hai finito di...»
«Non ho fame.»
Prese lo zaino e uscì prima che sua madre potesse dire altro.
Quando arrivò al centro, vi trovò solo Bailey con le cuffiette, mentre canticchiava qualcosa sottovoce.
«Ciao, dolcezza» l’accolse, con un sorriso tirato.
«Che ti prende?» chiese subito Annie.
«Niente. Perché?»
«Sei strano. Di nuovo.»
«Non sono strano.»
«Sei strano da ieri. Vuoi dirmi che cazzo è successo?»
«Ti preoccupi per me?»
Bailey si avvicinò con un ghigno malizioso e tentò di baciarla. Annie lo respinse con una spinta.
«La prossima volta ti becchi un pugno.»
«Tanto lo so che lo vuoi.»
«Dov’è Arti?»
Bailey si strinse nelle spalle.
«Ho sentito le notizie, stamattina» Annie si guardò attorno, aspettandosi di vedere Arthur comparire da un momento all’altro. «Hanno rapinato una banca nella tua zona, stanotte. I ladri sono entrati senza far scattare gli allarmi, senza sfondare niente. Le telecamere li mostrano semplicemente apparire dentro.»
«E…?»
«È ovvio che è stato qualcuno con i poteri.»
«Probabile.»
«Non ti interessa?»
«Dovrebbe?»
Brian apparve dall'ingresso. «Bene, siete qui. Oggi pareti esterne dell'edificio. Qualche stronzo li ha imbrattati con dei graffiti.»
«Giorno anche a te, Brian» disse Bailey con una smorfia.
«Arthur non è ancora arrivato» gli fece presente Annie.
«Chi?» disse Brian distrattamente.
«Il nerd.»
«Ah, lui. Sua madre ha chiamato stamattina. Dice che è malato.»
Annie notò Bailey incupirsi visibilmente. «Malato come?» chiese.
«Non lo so, non sono il suo dottore. Che vi frega? Più lavoro per voi due. Ora vedete di darvi una mossa.»
Lavorarono in silenzio per la prima ora. Ogni tanto Annie lanciava un'occhiata verso Bailey, osservandolo mentre massacrava il muro con violenza, come se stesse cercando di punirsi per qualcosa.
«È successo qualcosa tra te e Arti?» domandò ad un certo punto.
Bailey continuò a grattare, più forte. «Non che io sappia. Come mai lo chiedi?»
«Avete litigato?»
Bailey finse di non averla sentita ed Annie evitò d'insistere.
«Va bene.» sbottò Bailey alla fine, piantando la spatola nel muro come fosse un coltello. «Te lo dico. Però devi promettermi che non m'insulterai. Mi sento già abbastanza una merda per conto mio.» Si passò il dorso della mano sulla fronte, lasciando una striscia bianca di calce. «L'altro ieri, al parco… quando sei andata a pisciare. Io… ho fatto una cosa stupida.»
«Ma davvero?» mormorò Annie sarcastica.
«Stavamo parlando e… lui si è eccitato.»
«Di cosa?»
«Eh?»
«Di cosa stavate parlando?»
«Che importa? Non è...» Bailey sospirò. «Ci siamo baciati.»
«Scandaloso.»
«La smetti di fare battute? È una cosa seria»
«Avete scopato?»
«Sei mancata per cinque minuti!»
«Per alcuni bastano.»
Bailey fece una smorfia irritata.
«Quindi? È tutto qui il problema?»
«Potrebbe essermi sfuggito il fatto che faccia pena a baciare.»
«Ti sei scusato?»
«Certo che mi sono scusato! Gli ho spiegato che possiamo restare amici. Chenonha significato nulla.»
«Sei proprio un coglione. E lui che ha risposto?»
«Niente. Cioè... non gliene ho dato il tempo. Me ne sono andato.»
«Bravo.»
«Non è colpa mia! Avevi fretta di andartene!»
«Perciò è a causa mia se non vi siete chiariti. Capisco.»
Bailey afferrò la spatola, scuotendo il capo.
«Se ha una cotta per te, non gli passerà da un giorno all'altro.» riprese Annie.
«Lo so» replicò stizzito Bailey.
«Allora tira fuori le palle e parla con lui.»
Bailey non rispose subito. Fissò il punto in cui la spatola aveva scavato un solco troppoprofondo nell'intonaco. «E se non volesse essere più mio amico? Cosa dovrei fare a quel punto?»
«Lasci le cose come stanno. Vi limiterete a scambiarvi il buongiorno la mattina.»
«Ci vediamo ogni sacrosanto giorno! Sarebbe imbarazzante!»
«Non durerà a lungo. Ti ricordo che a fine mese ognuno se ne tornerà per la propria strada.»
La frase rimase sospesa tra loro. Bailey deglutì e tornò a fissare il muro come se ci fosse scritta una risposta. «Ti è mai capitato di baciare una ragazza?» chiese a bruciapelo.
«Vuoi sapere se sono lesbica?»
Bailey l'adocchiò. «Lo sei?»
«No.» rispose secca Annie.
Bailey aspettò un istante, poi aggiunse, con una voce che cercava di sembrare disinvolta ma non ci riusciva: «Secondo te il fatto di aver baciato Arti mi rende gay?»
«Ti ha dato fastidio baciarlo?»
«No... voglio dire, forse sì. Che cazzo ne so, ero fatto. Non voglio che la gente pensi che io sia strano.»
«Hai un potere che ti permette di manipolare le emozioni delle persone. Chi ti piace baciare è il minimo dei tuoi problemi.»
Bailey la guardò per un attimo, poi riprese a lavorare, pensieroso.
Non appena staccarono dal servizio, Bailey prese l’autobus per raggiungere Holland Park Avenue. Scese alla fermata che gli interessava e camminò lungo il viale, fino a ritrovarsi davanti al numero 47.
Fissò la porta nera lucida, nervoso. Fece per salire i gradini, poi ci ripensò, allontanandosi. Aveva appena fatto dieci metri che ci ripensò di nuovo, tornando alla villa. Ripeté questo copione per almeno tre volte.
«Non fare il codardo» si disse. «Vai e gli parli. Semplice. Come una persona normale.»
Ma non era affatto semplice. Inspirò profondamente e salì i gradini, sforzandosi di non scappare di nuovo. La sua mano tremava mentre premeva il campanello. Il suono riecheggiò dall'interno – un carillon, ovviamente. Un fottuto carillon.
Aspettò, il cuore che batteva troppo forte, finché finalmente la porta si aprì. Arthur era in pigiama. I suoi occhi azzurri si allargarono vedendolo.
Per un momento rimasero immobili, fissandosi attraverso la soglia.
«Ehi» disse Bailey, la voce troppo acuta. Si schiarì la gola. «Per essere malato sembri stare alla grande. Tipo, neanche un po' verde in faccia. Deludente.»
Arthur abbassò lo sguardo, stringendo la porta.
«Posso entrare? Solo per un minuto.»
Arthur si spostò, lasciandolo passare. L'interno era esattamente come se lo aspettava – pavimenti di legno lucido, mobili costosi, quadri alle pareti che probabilmente valevano più di tutto quello che Bailey possedeva.
«È carina» disse, cercando di rimandare l’inevitabile. «Sono venuto a controllare come stavi. Eravamo preoccupati. Io e Annie, intendo.»
«Sto bene.»
Bailey si dondolò sulle punte dei piedi, raccolse tutto il coraggio che aveva e si voltò verso di lui. «Devo... dirti delle cose.» si grattò la testa. «Mi dispiace di… ho fatto l’idiota, ecco. Lo so che per te è già complicato. Accettare quello che sei e... tutto il resto. E sì, mi ero fatto due canne, ma non è una scusa. Anche se non sembra, con le persone non ci so fare. La gente mi sopporta per un po’, poi si stufa. O si accorge che sono troppo. O non abbastanza. E se ne va. Quello che sto cercando di dirti è che mi dispiace di averti preso in giro. Era la tua prima volta, e la prima volta... è sempre un disastro. A otto anni avevo una cotta per Danielle Thompson, una della mia classe. Un giorno l’ho presa da parte e le ho confessato ciò che provavo, e poi l’ho baciata, come nei film. Lei mi ha spinto ed è corsa via in lacrime, lasciandomi lì come un coglione. Dopo è venuta la maestra da me, facendomi una ramanzina sul fatto che non potevo baciare le ragazzine senza il loro permesso e che se mi fossi azzardato a rifarlo avrebbe chiamato mio padre. Porca troia, chi cazzo è che chiede il permesso? E...»
«B.B.» lo interruppe Arthur. «È tutto okay. È stata solo una parentesi. Non ha senso tirarla per le lunghe.»
Bailey sapeva che stava mentendo. Lo sentiva nelle sue emozioni — dolore compresso sotto chili di finta indifferenza, come vestiti buttati a caso in un armadio che prima o poi sarebbe esploso. «Bene. Fantastico.» disse, battendo le mani. «Penso che me ne andrò, adesso. Ti lascio... alle tue cose.»
«Puoi restare, se vuoi. Ti offro qualcosa?» chiese Arthur, indicando la cucina con un gesto da impeccabile padrone di casa.
«Ehm... va bene.» balbettò Bailey. «Una birra?»
«I miei sono astemi.»
«Cosa?»
«Non bevono. Cioè, mia madre non beve, costringendo me e mio padre ad adottare il suo stile di vita. Non che questo impedisca a papà di farlo quando va fuori a cena con la sua amante.»
Bailey sbatté le palpebre un paio di volte. «Scusa?»
Arthur si strinse nelle spalle. «Sospetto che si tratti di Natalie, la sua segretaria. Un po‘ un cliché, lo so.»
Bailey boccheggiò. «Tuo padre ha davvero un'amante?»
«Non ne sono sicuro. Potrei hackerare il suo telefono ma tanto a che servirebbe? Stanno già divorziando. Ho del succo di mela, ora che ci penso. Ti va?»
«Io… sono a posto così, grazie.»
Calò di nuovo quel silenzio insopportabile.
«Stavo giocando a Mortal Kombat. Vuoi unirti a me?» propose Arthur.
Bailey lo fissò, chiedendosi se non fosse il caso di dileguarsi con una scusa. «D'accordo.» borbottò.
Arthur lo guidò su per le scale. La sua camera pareva uscita da un catalogo di Ikea, come il resto della casa. Non c’era una cosa fuori posto. Le pareti erano spoglie, senza quadri, poster o fotografie che potessero donargli una vera personalità.
Arthur si sedette sul bordo del letto, prendendo il controller dal tavolino davanti a lui. Bailey restò in piedi, non sapendo che fare.
«Siediti.» disse Arthur con noncuranza. «A meno che non ti faccia strano starmi vicino.»
«Cosa? No!» protestò Bailey, preso alla sprovvista, soprattutto perché era in parte vero.
Prese posto accanto a lui. Arthur gli porse il controller. Bailey se lo rigirò tra le mani.
«Ecco… non ricordo i tasti.»
«Ti faccio vedere.»
Gli mostrò tutte le combinazioni. Bailey tentò di seguirlo, ma le informazioni attraversarono il suo cervello senza assorbirne nemmeno una.
«… e con questo pari.» concluse Arthur. «Domande?»
«No?»
«Diciamoci dentro.»
Cominciarono a scorrere il roster dei personaggi. Arthur puntò subito un tizio vestito di giallo. Bailey ripiegò su una tipa vestita in modo provocante, con un paio di ali da pipistrello spiegate dietro la schiena.
«Sapevo che avresti scelto lei.» commentò Arthur.
«È forte, ha le ali. E poi sembra Megan Fox.» replicò Bailey.
Arthur lo distrusse nel primo round senza difficoltà. Bailey guardò il suo personaggio schiantarsi a terra in una pozza di sangue digitale.
«Non male. Te la cavi.»
Perse anche il secondo round.
«Bella mossa, te lo concedo, non me l’aspettavo. Ora però iniziamo a fare sul serio.»
Seguì un’umiliazione dopo l’altra.
Bailey sentì la frustrazione montare. «E che cazzo, almeno lasciami fare una fatality!» sbottò, alla settima sconfitta.
Avviarono un nuovo round. Bailey s’impegnò al massimo, tuttavia non servì a molto. Ancora una volta andò K.O. malissimo.
«Ma porca puttana!»
Si voltò verso Arthur, indignato. Lui sorrise. C’era sempre quella nota malinconica nel suo sorriso.
«Fai pena a giocare.»
«È una frecciatina? Beh… me la merito. Per questa volta ti perdono.»
Ripresero a giocare. Bailey si concentrò al massimo, riuscendo perfino ad assestargli un paio di combo che lasciarono il personaggio di Arthur in fin di vita. «Su, avanti!» esclamò. «Manca poco… su, dolcezza… ci sono… cazzo, sì!»
Agitò il braccio, ritrovandosi a sussultare mentre una fitta di dolore si propagava lungo tutto il suo corpo. Si era dimenticato del livido fresco che gli aveva lasciato suo padre. Si era avvicinato di soppiatto, cogliendolo totalmente impreparato. Bailey non aveva potuto evitare di beccarsi un calcio prima di usare il suo potere per calmarlo.
Istintivamente se lo toccò, soffocando a malapena un gemito.
«Che hai?» domandò subito Arthur.
«Niente… ho sbattuto. Mi fa un po’ male.»
«Posso darti del ghiaccio.»
«Sto bene, sul serio. Non preoccuparti»
«B.B., si vede che ti fa male.» Arthur si alzò, posando il joystick sul letto. «Torno subito.»
«Non c’è bisogno…» iniziò Bailey, ma lui era già uscito.
Cinque minuti dopo rientrò con una busta di piselli surgelati.
«Ho trovato solo questa. Meglio di niente.»
Si sedette accanto a lui.
«Su, fammi vedere»
Bailey gliela strappò di mano. «Faccio io.» si infilò la busta sotto la felpa, trattenendo un altro gemito e rabbrividendo al contatto col freddo.
«Va meglio?» chiese Arthur.
«Sì… grazie.»
«Come hai sbattuto?»
«Contro il tavolo. Stavo facendo sesso con una tizia.»
«Di nuovo?»
«Come?»
«Hai detto la stessa cosa ad Annie, qualche giorno fa.» Arthur lo osservò con attenzione. «Hai fatto a botte?»
«No.»
«Qualcuno ti ha picchiato?»
«Come cazzo ti viene in mente?»
«Non devi vergognarti.»
«E se anche fosse? Cosa farai? Piomberai su di loro con il tuo mantello?» disse Bailey spazientito.
«Voglio solo aiutarti...»
«Aiutarmi.» A Bailey sfuggì una risata corta, senza umorismo. «Non riesci nemmeno ad aiutare te stesso.»
Se ne pentì subito. Distolse lo sguardo.
«È stato mio padre.»
Percepì i di nuovo i sentimenti di Arthur premere contro di lui — incredulità, orrore, una tenerezza quasi insopportabile.
«Tuo padre?» sussurrò Arthur, come se non riuscisse a concepire l’idea che un genitore potesse arrivare a tanto.
«È tutto a posto.»
«B.B., devi denunciarlo…»
«No. Lascia perdere. Sul serio. Ci sono abituato. Fa così da quando... cazzo, nemmeno me lo ricordo più. Ma ora ho il potere. Riesco a gestirlo.»
Lanciò un'occhiata verso Arthur. Aveva gli occhi lucidi, lo sguardo fisso sul pavimento.
«Cristo, non piangere. Non c'è bisogno.» Bailey lo attirò a sé quasi senza pensarci, il profumo dei suoi capelli che tornava a riempirgli narici. «Non ne vale la pena.»
«Non dire così.»
Bailey rimase in silenzio, colpito dalle sue parole. Ogni muscolo del corpo gli urlava di divincolarsi, di ricomporre la facciata, di fare una battuta e sdrammatizzare come faceva sempre. Invece rimase fermo, il mento appoggiato sui capelli di Arthur, il cuore di lui che batteva contro il proprio petto — un po' troppo veloce, ma caldo, rassicurante.
Da fuori arrivò il suono di un clacson, lontano. A nessuno dei due importò.
Poi Arthur si staccò appena — solo di qualche centimetro. Le sue labbra gli sfiorarono la guancia, leggere, indugiando sulla pelle un istante di troppo per essere casuale.
Bailey avvertì il suo desiderio sotto la superficie, ma stavolta era diverso. Non era soloeccitazione. C‘era qualcosa di più profondo, di più fragile, difficile da identificare.
«Devo andare» mormorò, alzandosi di scatto. «È tardi.»
Mentre scendeva le scale a due a due, si fermò. Non poteva lasciarlo così. Non così. Chiuse gli occhi, maledicendo sé stesso.
«Cazzo.»
Risalì le scale. Arthur si voltò verso di lui, sorpreso. Bailey tornò a sedersi al suo fianco.
«Non sono gay. Mi piacciono le ragazze. Tipo, un sacco.» esordì, nervoso. Si passò le mani sulle ginocchia, strofinandosele come se avesse i palmi sudati. «Tu sei carino, ma ti manca una parte fondamentale. Anzi, due. Quello che sto cercando di spiegarti è che va bene così come sei, tipo se vuoi una roba senza impegno… potresti farmi un pompino e vedere come va.»
Arthur appariva perplesso. «Ma tu hai appena detto…»
«Allora, ci stai o no?» lo interruppe brusco Bailey.
«Non ho capito» ammise Arthur, confuso. «Vuoi… un pompino?»
«Non subito. Oppure sì, dipende da te. Per vedere se siamo compatibili.»
«Non lo so… preferirei aspettare, suppongo?»
«Va bene. Allora aspettiamo. Non c’è problema. Vuoi un altro bacio?»
Prima che Arthur potesse rispondere, Bailey gli infilò la lingua in bocca. Lo sentì sospirare, aggrappandosi alla sua felpa come se avesse paura che potesse ripensarci di nuovo da un momento all’altro.
E forse aveva ragione. Perché non aveva la più pallida idea di cosa stesse facendo. Non sapeva se fosse gay, bisessuale, o semplicemente fuori di testa. L'unica cosa di cui era certo era che la bocca di Arthur aveva il sapore del succo di mela e che gli piaceva.
«Per la cronaca» disse Bailey, alzandosi di nuovo. «fai ancora un po' pena a baciare. Ora vado a casa, prima che ti venga voglia di saltarmi addosso. Ci vediamo domani al centro. E se racconti a qualcuno quello che è successo, negherò tutto.»
«A chi dovrei raccontarlo?»
«Non lo so. Ai tuoi amici, se ne hai. Ciao.»
Bailey scese le scale, attraversò il corridoio e uscì. L'aria fresca di Holland Park Avenue gli colpì il viso. Camminò fino alla fermata dell'autobus e si sedette sulla panchina, le gambe che scattavano in preda all’adrenalina.
L'autobus arrivò dieci minuti dopo. Salì e si lasciò cadere sul sedile in fondo. La busta di piselli surgelati era ancora infilata sotto la felpa, ormai tiepida e inutile. Non si era nemmeno ricordato di restituirla.
Annie si svegliò con la sensazione di non aver dormito affatto.
Il corpo era pesante, le palpebre incollate, la testa piena di una nebbia densa che non voleva dissolversi. Aveva sognato – ne era sicura – ma i ricordi sfuggivano come acqua tra le dita. Solo frammenti confusi che galleggiavano al limite della coscienza.
Si alzò dal letto con movimenti lenti, come se ogni gesto richiedesse uno sforzo immane. Lo specchio sul comò le restituì un'immagine che avrebbe preferito non vedere – occhiaie profonde, capelli arruffati, l'espressione di chi sta combattendo una guerra che nessuno può vedere.
Era sicura che sarebbe stata una giornata di merda. Non era una previsione. Era una certezza.
Scese in cucina trascinando i piedi. Sua madre era già sveglia, in piedi davanti alla TV, le mani strette intorno a una tazza di tè come se fosse un rosario. Indossava la solita gonna lunga e la camicetta abbottonata fino al collo – l'uniforme della brava donna mormone, sempre pronta a presentarsi rispettabile davanti a Dio e ai vicini.
Annie si fermò sulla soglia, annusando l'aria. Toast bruciato. Fantastico. Sua madre non era mai stata capace di cucinare senza distruggersi qualcosa – un'ironia, considerato che sua figlia era stata arrestata per aver dato fuoco a una casa.
«...il sospetto, identificato come Marcus Webb, trentaquattro anni, è stato arrestato questa mattina dopo uno scontro a fuoco con le forze dell'ordine. Quattro agenti sono morti nell'operazione. Secondo fonti della polizia, Webb avrebbe manifestato capacità anomale durante l'arresto, anche se le autorità non hanno rilasciato ulteriori dettagli...»
Annie alzò lo sguardo verso lo schermo. Un uomo veniva trascinato via in manette da una squadra di agenti in tenuta antisommossa. Capelli scuri, sguardo rabbioso che bruciava attraverso la telecamera. Per un momento, i loro occhi sembrarono incrociarsi – il suo e quelli dell'uomo sullo schermo.
«Gesù» mormorò sua madre, facendosi il segno della croce con la mano che non reggeva la tazza. «Fa paura. Uccidere quattro persone così... che Dio abbia pietà della sua anima.»
Annie fissò lo schermo mentre la telecamera indugiava sul volto di Webb. C'era qualcosa nei suoi occhi – non follia, come i giornalisti volevano far credere. Qualcosa di più freddo. Piùcalcolato. Lo sguardo di qualcuno che aveva smesso di preoccuparsi delle conseguenze.
«Cosa vuoi per colazione, tesoro?»
Sua madre si era voltata verso di lei, l'interesse per le notizie già svanito. Sempre così – il mondo poteva andare in malora, ma lei si preoccupava solo che Annie mangiasse abbastanza, che andasse a messa la domenica, che fosse una brava ragazza cristiana nonostante tutto.
«Niente. Non ho fame.»
«Annie, devi mangiare qualcosa. Non puoi uscire a stomaco vuoto...»
«Ho detto che non ho fame.»
Le parole uscirono più taglienti di quanto intendesse. Vide sua madre ritrarsi leggermente, quel lampo di dolore negli occhi che Annie conosceva fin troppo bene – il dolore di una madre che non capisce dove ha sbagliato, che non sa più come raggiungere sua figlia. Ma non disse niente. Non diceva mai niente.
Prese lo zaino dall'appendiabiti e uscì prima che sua madre potesse insistere, prima che la conversazione potesse trasformarsi nell'ennesima battaglia silenziosa.
Chiusa la porta, Annie fu sola con la rabbia che le bruciava nel petto – quella rabbia che non aveva mai sfogo, che non aveva potere, che non avevaniente.
Il cielo sopra Londra era grigio, rispecchiando il suo umore.
Annie si avviò verso il centro.
In un angolo appartato del centro, nascosti dietro l'edificio dove nessuno poteva vederli, Bailey schiacciava Arthur contro il muro.
Lui sentì i mattoni freddi e ruvidi attraverso la maglietta, un contrasto netto con il calore del corpo di Bailey premuto contro il suo. La sua bocca trovò quella di Arthur con urgenza.
Lui si aggrappò alle sue spalle, tirando e spingendo contemporaneamente. Era stordito. Completamente stordito. Bailey baciava come faceva tutto il resto: con troppa intensità, troppa passione, senza freni. Come se ogni momento potesse essere l'ultimo. Come se dovesse prendere tutto quello che poteva prima che qualcuno glielo portasse via.
«Dovremmo andare o faremo tardi» mormorò con voce incerta Arthur, tra un bacio e l’altro.
Bailey grugnì, mordicchiandogli il lato della bocca.
«Dopo» disse Arthur con più fermezza, allontanandolo a malincuore. Le sue mani tradirono le sue parole, attirandolo a sé prima di lasciarlo andare. «Possiamo continuare dopo.»
Si sistemarono i vestiti in silenzio. Arthur cercò di appiattire i capelli che Bailey aveva arruffato, sentendo il viso in fiamme. Bailey si passò il dorso della mano sulle labbra, cancellando le tracce.
Quando girarono l'angolo verso l'entrata principale, trovarono Annie ad aspettarli, l'espressione scazzata come al solito. I suoi occhi si mossero da Bailey ad Arthur, poi di nuovo a Bailey, con quella precisione da predatore che notava tutto.
«Ciao, dolcezza» disse lui con quel sorriso malizioso. «Ti sono mancato? Ma certo che ti sono mancato.»
«In realtà speravo non venissi.» rispose Annie con freddezza.
Continuava a fissarli.
Arthur sentì il sudore freddo scorrergli lungo la schiena. «Bella giornata, vero?» disse, ma la voce uscì troppo acuta, falsa.
«È grigio.»
«Sì, ma non piove.»
«Dovremmo andare da Brian» tagliò corto Annie.
Se aveva notato qualcosa, se aveva capito, non lo diede a vedere.
Arthur non sapeva se esserne sollevato o terrorizzato.
Brian era nel suo ufficio, incollato come sempre al telefono. Quando li vide, grugnì, indicando con un gesto vago la porta.
«Mile End Park. Qualcuno ha lasciato merda ovunque. E non parlo in senso figurato. Cani, gatti, forse anche umana. Non voglio saperlo. Voglio solo che sparisca.»
Lanciò loro i sacchi per la spazzatura e le pinze.
«Fantastico» brontolò Bailey mentre uscivano.
Il parco sembrava un fottuto campo di battaglia, con tanto di mine. Escrementi ovunque – sui sentieri, sull'erba, accanto alle panchine. Come se tutti i cani di Londra avessero deciso di cagare nello stesso posto.
Lavorarono in silenzio. Poi Bailey, annoiato, decise di rallegrare un po’ l’atmosfera. Si avvicinò ad Annie e le disse con voce melliflua: «Sei bella anche quando raccogli merda di cane. È un talento.»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo. «Vaffanculo.»
«Scommetto che sei una tigre a letto.»
«Va ad infastidire Arti.»
«No, sul serio. Potresti pestarmi e ti direi grazie.»
«Ci sto pensando»
Bailey sfoggiò il suo sorriso migliore. «Vedi? Siamo fatti l’una per l’altro.»
«Smettila di dire stronzate e lavora.»
Annie si allontanò dall'altra parte del parco.
«È pazza di me.» sghignazzò Bailey ad Arthur. «Eh, come darle torto.»
Lui non commentò. Bailey si avvicinò, cercando di baciarlo, ma inaspettatamente Arthur si voltò, offrendo la guancia.
Bailey si fermò, perplesso. «Che c'è?»
«Niente.» disse tagliente Arthur.
«Come niente?»
Bailey lo studiò per un momento, poi usò il suo potere. Sentì la rabbia di Arthur che ribolliva sotto la superficie.
«Si può sapere che ti prende? Perché sei incazzato?»
Prima che Arthur potesse rispondere, il rumore delle sirene squarciò l'aria del parco, attirando la loro attenzione. Un furgone della polizia stava attraversando il prato a velocità folle, sobbalzando sulle buche, ignorando i sentieri. Le sirene ululavano, assordanti.
«Che cazzo...» iniziò Bailey.
Il furgone si fermò di colpo, le ruote che sbandarono sull'erba bagnata. Il clacson suonava senza sosta – come se qualcuno ci fosse caduto sopra. Dal retro arrivavano colpi violenti, metallici.
Il portellone posteriore si spalancò e un uomo rotolò fuori. Tuta arancione da detenuto, capelli scuri appiccicati al cranio, occhi selvaggi.
«MERDA!» urlò Bailey. «Stanno girando un film o cosa?»
L'uomo iniziò a correre. Poi, improvvisamente, i suoi piedi si impigliarono in qualcosa. Una corda luminosa – fatta di pixel brillanti, azzurro elettrico – si era materializzata dal nulla, avvolgendosi intorno alle sue caviglie come un serpente digitale.
L'uomo cadde pesantemente in avanti, la faccia che sbatteva sull'erba. Bailey si voltò di scatto. Arthur era con il cellulare in mano, gli occhi che brillavano di quella luce blu innaturale.
«Arti, che cazzo stai facendo?» sbraitò.
«Non posso lasciarlo fuggire» disse Arthur, la voce tesa dalla concentrazione.
«Cazzo, lascia perdere!»
Bailey cercò di afferrargli il braccio ma Arthur lo scansò.
«Forse ha…»
Si fermò. I suoi occhi si spalancarono, la luce blu che sfarfallò. La mano libera andò istintivamente alla gola. Iniziò ad annaspare, la bocca che si apriva e si chiudeva, cercando aria che non arrivava. Il suo viso diventò rosso.
«Arti?» Bailey lo prese per le spalle. «Che hai?»
Arthur cadde in ginocchio, le dita che graffiavano la propria gola, gli occhi sgranati dal terrore.
«Arti?»
Bailey lo scosse, mentre il panico lo assaliva. E poi anche lui cominciò a soffocare. I suoi polmoni – i suoi polmoni si stavano riempendo. Non dall’esterno. Dall’interno. Avvertì qualcosa di liquido riempirli. Tossì, premendosi il petto, ma venne fuori solo un gorgoglio umido, orribile.
Bailey si girò verso l’uomo. Si era rimesso in piedi, la corda di pixel dissolta in nuvole di luce morente. Li fissava, la faccia distorta in una smorfia rabbiosa. Voleva urlargli di smettere qualunque cosa stesse facendo, ma non aveva ossigeno. Crollò carponi, cercando disperatamente di respirare.
Passi di corsa. Annie apparve da dietro un albero, probabilmente attirata dal rumore. Aveva ancora il sacco della spazzatura in mano. S’immobilizzò vedendo l’uomo. Poi il suo sguardo si spostò su Bailey e Arthur.
«Che…»
Si precipitò su di loro, cercando di aiutare Bailey a sollevarsi. Lui tentò di parlare, di dirle di scappare, ma riuscì a emettere solo suoni strozzati. Vide gli occhi di Arthur rigirarsi all’indietro nelle palpebre prima che crollasse a terra con un tonfo, privo di sensi, forse morto.
Annie prese a chiamarlo, sempre più forte. Era come se la sua voce lo raggiungesse da una grande distanza. Bailey capì di essere al limite. Provò a resistere, finché non calò il buio e lui non scivolò nell’incoscienza.
«B.B.! B.B.! Cazzo!»
Annie provò a scuotere Bailey, inutilmente. Era svenuto, proprio come Arthur.
Si voltò per fronteggiare l’uomo. Era Marcus Webb, il tizio del telegiornale. Lui la fissava con occhi spalancati, il volto pallido, la bocca aperta come se fosse scioccato.
«Tu…» disse. «No… non è possibile…»
Annie si sforzò di pensare in fretta. Il suo sguardo cadde su un ramo robusto, a un metro da lei. Lo acchiappò, brandendolo come una mazza. «Che cazzo gli hai fatto?» ringhiò.
L’uomo si riscosse. Arretrò di un passo, quasi intimorito. Poi iniziò a correre.
«Ehi!» urlò Annie. «Torna qui! Cristo…»
Si gettò in ginocchio accanto a Bailey e Arthur. Erano entrambi cianotici, i visi che passavano dal pallido al blu-violaceo. Cercò di mantenere la calma. Doveva chiamare aiuto. Il telefono. Dov'era il telefono? Le mani frugavano nelle tasche, tremando così forte che quasi nonriusciva a muovere le dita. Ma i soccorsi non sarebbero arrivati in tempo, lo sapeva. Dieci minuti, forse venti. Troppo. Troppo tempo.
Quei due stavano morendo. Proprio lì, davanti ai suoi occhi. E lei non poteva fare un cazzo... non poteva...
Fu allora che lo percepì.
Non con le orecchie. Non con gli occhi. Con qualcos'altro – qualcosa che si risvegliò nel centro del suo petto e si espanse verso l'esterno.
Il cuore di Bailey. Stava ancora battendo, ma in modo troppo veloce, irregolare, scomposto. Un ritmo disperato che sapeva di morte imminente. E poi quello di Arthur, più debole, che rallentava pericolosamente ad ogni secondo che passava.
Non era solo il suono. Era la sensazione. Come se potesse toccarli dall'interno, come se fosse dentro le loro gabbie toraciche. Annie cercò di concentrarsi. I polmoni. Sentiva i tessuti spugnosi gonfi, pesanti, che si contraevano spasmodicamente cercando aria che non potevano trovare. Sentiva l'acqua – fredda, salata, estranea – che riempiva gli alveoli, che premeva contro le pareti delicate, che soffocava ogni possibilità di scambio gassoso.
La percezione divenne qualcosa di più. Connessione. Come se i confini tra lei e loro si fossero dissolti. Annie visualizzò l'acqua. La vide – non con gli occhi ma con quella nuova consapevolezza impossibile. Litri di liquido salato che occupava spazi che dovevano essere pieni di aria. Sentì il peso, la temperatura, la densità molecolare.
E le ordinò di muoversi.
Su. Attraverso i bronchi, quei piccoli canali ramificati. Lungo la trachea. Verso l'alto, verso l'esterno. Via. Fuori.
Per un momento terribile non successe niente. Annie avvertì la paura esplodere di nuovo – non funzionava, era troppo tardi, stavano morendo e lei non poteva...
Bailey e Arthur si contrassero violentemente, i loro corpi che si arcuavano come attraversati da elettricità. Le loro bocche si spalancarono e iniziarono a vomitare acqua, schizzando sull’erba, sulle loro magliette, tossendo violentemente, scossi da spasmi mentre i polmoni tornavano a riempirsi di ossigeno.
Annie si lasciò cadere all'indietro, tremando. Si guardò le mani. Tremavano, il cuore che batteva all’impazzata.
L’aveva fatto.
L’aveva davvero fatto.
Un sorriso – enorme, incredulo – si sparse sul suo viso.
«Che cazzo hai da ridere? Siamo quasi morti» rantolò Bailey.
«Ho usato il mio potere.» disse Annie. «Ho un potere.»
Bailey la fissò per un attimo. Poi si lasciò ricadere sull’erba, respirando affannosamente.
Non appena si ripresero dallo shock, Arthur disse: «Dobbiamo chiamare la polizia.»
«Scordatelo» replicò Bailey. «Ci trascineranno alla stazione più vicina per interrogarci, e io non voglio.»
«Ma…»
«Non se ne parla, Arti.»
Arthur guardò in direzione del furgone, mordendosi il labbro. «Farò una denuncia anonima» e sollevò il cellulare, gli occhi che s’illuminavano. «Fatto.» disse dopo qualche secondo.
«Allora vediamo di toglierci dai coglioni.»
Annie li seguì, ancora stordita.
Aveva un potere.
Finalmente.
E non era un potere qualsiasi.
Aveva sentito ogni parte dei corpi di Bailey e Arthur. Aveva controllato l’acqua dentro di loro.
Cos’altro poteva fare?
Le domande turbinavano nella sua testa. Smaniava dalla voglia di sperimentare le sue capacità, ma per ora doveva aspettare.
Raggiunto il centro, raccolsero le loro cose e uscirono di nuovo all’aria aperta. Bailey inspirò profondamente, chiudendo per un attimo gli occhi.
«Ci vediamo domani» disse in fretta Annie, e senza aspettare una risposta, si avviò a passo spedito verso la fermata.
Bailey guardò Annie allontanarsi lungo la strada, le mani in tasca, la camminata più sicura di prima.
«C’è mancato poco» mormorò Arthur accanto a lui.
Bailey si voltò. Era ancora pallido.
«Già.»
«Cioè… davvero poco.»
«Ehi. Siamo vivi. È tutto ciò che conta.»
«Vuoi... vuoi venire a dormire da me?» chiese Arthur, guardandolo con quegli occhi azzurri ancora sgranati dalla paura. «Non voglio rimanere da solo stasera.»
Anche lui non voleva stare da solo. L'idea di tornare a casa, di affrontare suo padre, di sdraiarsi in quel materasso sporco e rivedere la sensazione dell'acqua che gli riempiva ipolmoni...
«Sì»
Il tragitto verso Kensington fu silenzioso. Camminavano vicini, le spalle che si sfioravano occasionalmente. Quando arrivarono al numero 47, Arthur stava per tirare fuori le chiavi quando la porta si aprì dall'interno.
Una donna fece per uscire ma si bloccò nel ritrovarseli davanti. Aveva capelli castani raccolti in uno chignon elegante, trucco perfetto, avvolta in un vestito nero che ne esaltava le forme. Era carina in quel modo raffinato delle donne ricche – pelle curata, gioielli discreti, portamento da ballerina. Somigliava ad Arthur. Gli stessi occhi azzurri, lo stesso naso, la stessa linea delicata della mascella.
«M-mamma?» balbettò Arthur, sorpreso. «Cosa ci fai a casa?»
«Stavo per uscire» disse lei, infilandosi un orecchino. Poi notò Bailey. Lo studiò con quello sguardo acuto che solo le madri hanno. «Chi è il tuo amico?»
Arthur arrossì. «Io... lui è… del centro.»
Bailey lo spinse da parte con il gomito. Si fece avanti, prendendo la mano della signora Morgan con grazia esagerata e baciandola come un gentiluomo vittoriano.
«Bailey Burns, signora» disse con il suo sorriso più incantevole. «È un vero piacere conoscerla. Arti non mi aveva detto di avere una madre così bella. Pensavo fosse sua sorella.»
La signora Morgan aggrottò leggermente la fronte, ritirando la mano. «Il piacere è mio» disse con educata freddezza. Si voltò verso Arthur. «Tornerò tardi. Non aspettarmi per cena. C'è del pollo nel frigo se hai fame.»
Stava per andarsene quando Arthur la fermò. «Mamma? È... è un problema se Bailey resta a dormire?»
Lei si fermò. Si voltò, gli occhi che si mossero da Arthur a Bailey e di nuovo ad Arthur. Per un momento sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi il suo viso si ricompose in quella maschera di cortesia perfetta.
«No, nessun problema» disse. «Comportati bene.»
E se ne andò, i tacchi che cliccavano sul marciapiede.
«Cazzo, Arti, tua madre è una bomba» disse Bailey eccitato, guardandola allontanarsi. «Sul serio. Tipo MILF da manuale. Quel vestito, le gambe...»
«È mia madre» disse Arthur irritato, spingendolo dentro e chiudendo la porta. «Potresti non sessualizzarla?»
In camera, lui si sedette sul letto. «Vuoi fare qualcosa?»
«Possiamo giocare» suggerì Bailey. «Mortal Kombat?»
Com’era prevedibile, ancora una volta Arthur si conquistò ogni singolo round, senza pietà.
«Cristo» disse esasperato Bailey. «Lasciami vincere almeno un round.»
«Perché dovrei?»
«Per farmi contento.» Bailey si avvicinò, con un sorriso furbo. «Non vuoi farmi contento?»
Tentò di baciarlo di nuovo, ma ancora una volta Arthur si scostò.
«Qual è il problema?» chiese Bailey, sollevando il sopracciglio.
«Niente.»
«Di nuovo? Dio... ti comporti come quelle tipe che mettono il muso per qualche motivo e non vogliono spiegarti il perché. È irritante.»
La mascella di Arthur fu attraversata da uno spasmo.
«Sputa il rospo.»
«Non voglio che scopi con lei.» mormorò Arthur, rigido.
Bailey lo fissò, perplesso. «Parli di tua madre? Dici che ci sta?» domandò speranzoso.
Arthur scosse la testa. «Annie. Non voglio… che ci scopi.»
Bailey impiegò qualche secondo a capire. «Cazzo… sei geloso?»
Lui abbassò lo sguardo.
«Non decidi tu con chi passo il mio tempo.» aggiunse secco Bailey. «Se vuoi che questa cosa tra noi funzioni, allora devi lasciarmi i miei spazi. Non siamo... fidanzati o stronzate del genere.»
Arthur posò il joystick con un tonfo sul tavolino. «Dovresti andare.» disse, teso.
«Mi stai cacciando fuori di casa?»
«È casa mia, non tua. Fino a prova contraria, posso fare quello che mi pare.»
«Okay, questo è semplicemente ridicolo. Sei tu che mi hai chiesto di venire. Mi hai supplicato di non lasciarti da solo.»
«Non ti ho supplicato!»
«Non con le parole, forse, ma ti assicuro che è così.»
«Sei impossibile!» sbottò Arthur, scattando in piedi. «Sei solo un... un manipolatore! È sempre colpa degli altri! Mai una volta che sbagli tu!»
«Oh, io sarei un manipolatore? Non sono io che sto facendo la checca isterica»
«Non darmi della checca» ringhiò Arthur.
«Perché? Sennò che fai?»
Gli occhi di Arthur s’illuminarono di blu.
«Ah, vuoi usare il tuo potere contro di me? Benissimo. Provaci pure. Vediamo chi è il più cazzuto. Ti avverto: ti ritroverai a piangere sul pavimento senza neanche bisogno di sfiorarti con un dito.»
«Sei uno stronzo.»
«E tu una ragazzina psicolabile.»
Arthur lo caricò. Fu così istintivo che riuscì a coglierlo impreparato. Si azzuffarono sul letto con la goffaggine tipica dei bambini. Bailey schiacciò Arthur contro il materasso, trattenendolo per i polsi.
«Hai provato a colpirmi in faccia. In faccia, Arti.»
«Lasciami!»
Lui provò a divincolarsi, senza grossi risultati.
«Oh, col cazzo. Non ci muoveremo da qui finché non mi porgerai le tue più sentite scuse. Passeremo tutta la notte così, se necessario.»
«Sei tu quello che deve scusarsi!»
Arthur rilasciò cadere la testa, ansimando, l’espressione furiosa.
Bailey si chinò su di lui. «Non sono stato io il primo a insultare.» scosse la testa. «Volevo un bacio. Solo questo. E tu l’hai trasformato in un fottuto dramma.»
Arthur si sporse, premendo con forza le labbra contro le sue. «Soddisfatto? E ora togliti.»
Si fissarono. Poi Bailey lo baciò di nuovo, lentamente, cercando la sua lingua. Percepì il suo bisogno sotto la rabbia, e usò il suo potere per alimentarlo.
«Vaffanculo» mormorò Arthur, la voce che s’incrinava.
«Ah-ha. Come ti pare.» disse sottovoce Bailey sulle sue labbra.
Non appena lo lasciò, Arthur si avvinghiò a lui. Si strusciarono l’uno contro, i respiri affannati, le mani che rovistano sotto i vestiti, avide, possessive. Bailey sussultò quando gli sfiorò il fianco dolorante.
«Scusa» ansimò in fretta Arthur.
Fece per togliere la mano, ma Bailey lo fermò. «Non fa niente. Tranquillo.» gli mordicchiò la mascella. «Che ne dici di una tregua? Magari potremmo farci una sega a vicenda. Sai, come fanno i maschi negli spogliatoi dopo le partite per scaricare la tensione...»
«Non ha senso. Dovrebbero farlo prima.»
«Chi cazzo se ne frega, Arti. Rispondi alla domanda e basta.»
«La tua non è stata una domanda, ma una proposta.»
«Stai uccidendo tutto il mood.»
«Va bene.» mugugnò Arthur.
Ripresero a baciarsi. Bailey cominciò a scendere, fermandosi all'altezza della cintura. Ci smanettò con calma, prendendo tempo senza volerlo dare a vedere. Non sapeva bene come comportarsi — con le ragazze era sempre stato facile, quasi automatico, ma con Arthur era diverso.
La cintura cedette. Bailey gli abbassò i jeans, rivelando le gambe affusolate, la pelle liscia. Si ritrovò a fissare i suoi boxer, deglutendo.
«Se non vuoi...» disse Arthur, incerto.
«No, sto… riflettendo. Lasciami fare.»
Glieli sfilò.
«Okay» ripeté, evitando di guardare direttamente. «Ora ti toccherò. Dimmi se ti faccio male.»
Prese ad accarezzarlo con cautela. Arthur s'irrigidì all'istante.
«Va bene così?»
Un cenno della testa. Era senz'altro un'esperienza singolare, toccare qualcosa che non fosse il proprio corpo, ma non era il momento di starci a pensare troppo. Quasi per istinto, Bailey usò il suo potere per scandagliare le emozioni di Arthur — e fu investito da tutto ciò che stava provando, un groviglio caldo e confuso di sensazioni. Si aggrappò al suo piacere come a una corda, lasciando che lo infettasse dall'interno. Era come farsi toccare senza che nessuno lo stesse sfiorando, una eco che si amplificava ad ogni movimento. Bailey si ritrovò a sospirare, i gesti che si facevano più sicuri.
«Lo senti?» chiese Arthur con voce tremula.
«Sì… è piacevole.»
Si chiese come sarebbe stato il sesso vero, se già quello riusciva a fargli girare la testa. Arthur chiuse gli occhi, la bocca socchiusa. C’era un che di sensuale nella sua espressione — involontario, per questo ancora più efficace. Bailey si rovistò nei pantaloni, stuzzicando la propria erezione.
«Cazzo.» Gli sfuggì un sorriso confuso. «Non è affatto male.»
Man mano che il piacere cresceva, i loro respiri si spezzavano, i corpi si tendevano. All'improvviso Arthur lo fermò. A Bailey bastò guardarlo per capire. Si chinò a baciarlo.
«Sicuro?»
Lui annuì. Bailey lo fece girare e si tolse i jeans.
«Immagino che tu non abbia del lubrificante.»
«No…»
«Oh, beh. Faremo alla vecchia maniera.»
Lo preparò come poté, poi si posizionò dietro di lui. Arthur era di nuovo rigido. Bailey gli accarezzò la schiena con lentezza, su e giù, finché non lo sentì cedere un poco.
«Ci fermiamo quando vuoi.»
Richiese diversi tentativi. Alla fine riuscì a entrare, strappando ad Arthur un gemito strozzato. Era stretto — molto più di quanto si aspettasse. Bailey rimase immobile,lasciandogli il tempo di abituarsi, e tentò una piccola spinta. Arthur urlò. Il dolore gli rimbalzò dentro come se fosse suo.
«Vuoi che mi tolga?»
«N-no…»
Era strano — tutto si mescolava, dentro e fuori. Bailey non riusciva più a capire dove finiva uno e iniziava l'altro. Gli ansiti si fecero più liberi, le spinte più incalzanti. Erano entrambi al limite. La casa sembrò prendere vita: gli apparecchi elettronici impazzirono tutti insieme, la tv si accese da sola trasmettendo un canale di cucina, il computer si avviò aprendo file a caso sul desktop, e da oltre il muro — forse dal bagno — arrivò un tonfo sordo.
«Oh, dio…» mugolò Arthur.
L'orgasmo li colse con violenza. La stanza si riempì dei loro gemiti, i corpi che si scuotevano senza controllo. Bailey si accasciò su di lui, il cuore che batteva all'impazzata.
«Merda» ridacchiò, ancora affannato. «È stato tipo… il miglior orgasmo della mia vita.»
«Dovrò cambiare le coperte…» bofonchiò Arthur.
«Dopo. Dammi dieci minuti. Voglio assolutamente rifarlo.»
Stavolta rise anche Arthur.
Annie si svegliò al suono della sveglia sentendosi come se fosse stata investita da un camion.
Aveva passato l’intero pomeriggio e sera precedenti a provare il suo nuovo potere. Chiusa in camera, concentrandosi fino a farsi venire il mal di testa, cercando di sentire di nuovo quella sensazione, quella consapevolezza.
Niente.
Aveva provato con l’acqua nel bicchiere sul comodino. Con il sangue nelle sue vene. Con qualsiasi cosa che contenesse liquidi.
Nulla.
Era come se il potere fosse svanito. Come se si fosse immaginata tutto.
Ma non era così. Bailey e Arthur erano vivi perché lei li aveva salvati.
Quindi perché non ci riusciva? Perché non funzionava più?
La frustrazione le bruciava sotto la pelle come acido. Finalmente aveva qualcosa e non riusciva nemmeno a usarlo.
Scese in cucina di pessimo umore. Sua madre provò a parlarle ma Annie la ignorò, uscendo di casa sbattendo la porta. Quando arrivò al centro, i gradini erano vuoti.
Annie aspettò cinque minuti. Poi dieci.
Irritata, entrò nell’edificio. L’ufficio di Brian era vuoto, la porta aperta. Borbottando imprecazioni, percorse il corridoio fino a trovarlo nella sala mensa, che beveva caffè guardando il telefono.
«Dove sono gli altri due idioti?» gli domandò scocciata.
Brian alzò appena lo sguardo. «Sono arrivati prima di te. Li ho già messi a lavoro. Pulizie dell’edificio. Corridoi, bagni, la solita merda.»
Annie girò per l’edificio. Controllò i bagni – vuoti. Le sale comuni – vuote. La cucina – vuota.
Stava per tornare da Brian per dirgli che si era bevuto il cervello quando notò qualcosa. In fondo a un corridoio poco illuminato, degli scopettoni erano appoggiati contro il muro. Accanto, due secchi di acqua sporca. Doveva essere uno sgabuzzino delle pulizie, a giudicare dalla targhetta. La porta era socchiusa.
Forse si erano presi una pausa. Annie la spalancò senza pensarci, paralizzandosi sulla soglia. Bailey era appoggiato allo scaffale dei detersivi, la testa reclinata all'indietro, gli occhi chiusi. Arthur era inginocchiato in mezzo alle sue gambe, intento a fargli un pompino — i movimenti lenti, quasi pigri.
Bailey riaprì gli occhi un istante. Li posò su Annie. Li richiuse. Li riaprì.
«Merda!» Si scostò di scatto da Arthur. «Non è come sembra! Arti stava solo... controllando che non avessi le piattole.»
«Il tuo uccello era nella sua bocca» replicò Annie, impassibile.
«Cosa? No, avrai visto male...»
Annie spostò lo sguardo su Arthur, che teneva la testa bassa, rosso fino alle orecchie, le mani strette l'una nell'altra.
«State insieme?»
«No.» rispose Bailey secco. «È una specie di... amicizia con benefici.»
«La prossima volta chiudetevi dentro. Poteva esserci Brian al posto mio.»
«Cristo, sarebbe stato imbarazzante» ridacchiò Bailey.
«Lo è stato comunque, idiota.»
Annie uscì, afferrò lo scopettone e cominciò a passarlo con foga, come se il pavimento le avesse fatto qualcosa di personale.
«Ascolta» disse Bailey, uscendo dallo sgabuzzino e tirandosi su la cerniera dei jeans. «Non c'è bisogno di essere incazzata per...» Indicò vagamente dietro di sé. «Non cambia quello che provo per te.»
«Non me ne frega un cazzo. Non è per questo che sono incazzata.»
«E allora per cosa?»
«Il mio cazzo di potere. Non riesco a capire come farlo funzionare.»
«È solo questione di pratica...»
Annie non voleva sentirlo. «Vado di là» tagliò corto, e gli voltò le spalle prima che potesse aggiungere altro.
Bailey fischiò piano. «Meglio starle alla larga finché non si calma.»
Si voltò verso Arthur, che non aveva aperto bocca. Aveva ancora lo sguardo fisso sul pavimento, le spalle curve, ed emanava una tristezza pesante come piombo.
«Che hai?» indagò Bailey.
Arthur scrollò le spalle. «Niente.»
«Non ricominciare. Lo sento che sei giù.»
«Sto bene.»
«È per la figuraccia con Annie? Lei non ci giudicherà, lo sai.»
Arthur rimase in silenzio qualche secondo. Poi, sottovoce: «Rimettiamoci a pulire.»
E si allontanò verso gli spogliatoi senza aspettare risposta. Bailey lo seguì, confuso. Lavorarono senza scambiarsi una parola per quasi mezz'ora. Bailey continuava a lanciare occhiate nella sua direzione, ma Arthur evitava accuratamente il suo sguardo, fingendosiassorto nello strofinare superfici già pulite.
Ad un certo punto Bailey si avvicinò da dietro e lo abbracciò, sentendolo irrigidirsi all'istante. «Che ne dici di riprendere da dove Annie ci ha interrotto?» sussurrò al suo orecchio.
Arthur tentò di sgusciare via. «Con la fortuna che abbiamo, ci beccheranno di nuovo. E stavolta sarà Brian.»
Bailey gli accarezzò il collo, poi lasciò che il suo potere scivolasse fuori — sottile, deliberato — proiettando la propria eccitazione su di lui.
Arthur chiuse gli occhi, rabbrividendo. «Dico sul serio» mormorò, ma non si mosse.
Bailey sogghignò contro la sua nuca. Lo spinse con il peso del corpo contro la parete del bagno, tagliandogli ogni via di fuga. Lo sentì cedere quasi subito — le spalle che si abbassavano, la resistenza che si scioglieva.
Gli abbassò i jeans. Si prese il tempo di toccarlo prima, studiandone le reazioni, finché lentamente non entrò. Arthur appoggiò la fronte alla parete, le mani che cercavano un appiglio su una superficie che non ne offriva nessuno. Bailey gli cinse i fianchi, tenendolo fermo, e per un po' non ci fu altro che il suono dei loro respiri che riecheggiavano nello spazio stretto del bagno che si accorciavano progressivamente.
Le emozioni di Arthur lo pressavano da ogni lato — confuse, calde, troppo piene per stare dentro un corpo solo. Bailey lasciò che il piacere di entrambi si alimentasse a vicenda, una corrente chiusa su sé stessa che non trovava sfogo.Lo strinse più forte, cercando la sua bocca alla cieca. Erano sul punto di cedere.
«Ti amo.» sussurrò Arthur.
Bailey si fermò di colpo. Il cervello si spense e si riaccese, processando ciò che Arthur aveva appena detto.
Lui riaprì gli occhi, ancora annebbiati, il petto che si alzava e abbassava rapidamente. «Perché ti sei fermato?» chiese.
Bailey si staccò bruscamente, facendolo sussultare. «Io… cazzo» balbettò. «Mi sono appena ricordato che devo… fare una cosa. Una cosa importante. Molto importante. Scusa, Arti, ma devo proprio andare. Davvero. È urgente. Finisci tu. Ciao.»
E scappò. Letteralmente. Continuò a correre finché non fu fuori dall’edificio, nel cortile, l’aria fredda che gli riempiva i polmoni. Si appoggiò al muro, respirando pesantemente.
«Cazzo» sussurrò. «Cazzo cazzo cazzo»
Non poteva restare lì. Riprese a camminare.
Annie raccolse impaziente le sue cose. La giornata era finalmente finita e non aveva più vistoBailey o Arthur.
Non che fosse dispiaciuta. Anzi. Le rodeva troppo il culo per preoccuparsi di cosa stessero facendo quei due.
Mentre si avviava verso l’uscita, Brian apparve da un altro corridoio, trascinando i piedi come al solito. «Ehi» la fermò. «Dov’è quello alto che parla troppo?»
Annie alzò un sopracciglio. «Bailey? Probabilmente è già fuori con Arthur. Il nerd.» aggiunse, vedendo la sua espressione vacua.
«Sì, beh… vi credete furbi, eh?»
«Non direi.»
«Pensate di potermi fregare…»
«Nessuno sta cercando di fregarti.»
«… Ma non è così, chiaro?»
«Come vuoi» tagliò corto Annie. «Posso andare, ora?»
Brian strinse gli occhi, minaccioso. «L’unico motivo per cui ancora non vi ho denunciati» continuò. «è che in fondo mi fate pena. Ma state tirando troppo la corda.»
«Se non mi credi puoi sempre seguirmi e vedere con i tuoi occhi»
Brian fece un gesto impaziente con la mano. «Non ho tempo da perdere con voi mocciosi.» e si allontanò borbottando qualcosa sugli adolescenti del cazzo.
Il sole stava calando, tingendo il cielo di arancione sporco. Arthur era seduto sui gradini, le ginocchia tirate al petto, lo sguardo perso nel vuoto. Non si voltò nemmeno quando Annie uscì.
Lei si fermò, osservandolo per un momento. «Dov’è B.B.?»
Arthur non rispose. Annie notò che aveva gli occhi gonfi, come se avesse pianto.
«Allora?»
Arthur tirò su col naso. «Non lo so.»
Annie soffocò un sospiro. «Alzati. Andiamo a berci qualcosa.»
Arthur si voltò verso di lei, smarrito. «Cosa?»
«Ho sete.»
«Non abbiamo l’età per bere.»
Annie si avviò. «Muovi il culo.»
Il pub era piccolo e discreto, nascosto in una strada laterale. Il tipo di posto dove nessuno faceva troppe domande. Annie ordinò un paio di Cola-cole e dei panini al bancone e guidò Arthur verso un tavolo nell’angolo più buio, lontano dagli altri avventori.
Si sedettero. Arthur fissava il bicchiere come se contenesse le risposte dell’universo.
«Dai, racconta» lo incalzò Annie dopo un minuto.
Lui esitò. «Eravamo… negli spogliatoi. E le cose sono… è… è successo di nuovo. E io…»
Si fermò di nuovo, arrossendo.
«Sei venuto troppo presto?» chiese Annie con noncuranza.
Arthur chiuse gli occhi. «Gli ho detto che lo amo» mormorò.
«Sul serio?» replicò beffarda Annie. «State insieme da quando? Un giorno?»
Arthur si afflosciò sulla sedia. «Non stiamo insieme.» borbottò depresso.
«Perché cazzo l’hai fatto, Arti?»
«Non lo so... ero preso dal momento. Mi è... uscito così.»
«Che ci trovi di tanto interessante in lui? A parte il suo cazzo, intendo»
Arthur arrossì ancora di più. «Non è... non è quello. Lui... sa essere dolce. Si concentra su di me quando... mi fa sentire... come se esistessi davvero. E... e le nostre emozioni si fondono, capisci? Non è solo... una cosa fisica. È come se... fossimo un’unica entità.»
Annie represse a fatica il bisogno di alzare gli occhi al cielo. «Se l’è data a gambe?»
Lui annuì appena.
«È normale che si sia spaventato. Non pensavo che l’avrei mai detto, però mi sento di dargli in parte ragione»
«E come funziona?» scattò impaziente Arthur. «Devi lasciar passare un tot di tempo prima di dirlo? Come se fosse un reso? Non ne ho idea, Annie. Non ho mai avuto una relazione. In quegli stupidi film romantici bastano anche due ore e tutto va alla grande! E comunque avrebbe potuto comportarsi da persona matura, anziché…»
«È B.B.» ribatté Annie con un’alzata di spalle.
Arthur si morse il labbro, il viso che gli si accartocciava di nuovo. Annie si sporse sul tavolo, sforzandosi di usare un tono gentile – cosa che non le veniva naturale.
«Non è questa gran perdita»
Gli occhi di Arthur tornarono a riempiersi di lacrime.
«Ma visto che ci tieni tanto, puoi provare a risolvere le cose.» soggiunse Annie. «Digli... quello che provi. Se ha un briciolo di tatto, capirà. O ti mollerà con una scusa patetica. Una delle due.»
Una lacrima gli rigò la guancia. Annie gli passò il suo fazzoletto.
«Non è la fine del mondo. Il mare è pieno di pesci. Prova con le app di incontri.»
«Dovrebbe farmi sentire meglio?» annaspò lui.
«Non fare l’ingrato. Ti ho offerto la cena e dei consigli. Che vuoi di più?»
Il giorno dopo Annie arrivò al centro trovando Arthur già lì. Camminava avanti e indietrocome un animale in gabbia, le mani che si aprivano e chiudevano.
«B.B. non c'è ancora» le disse.
«È in ritardo. Come al solito.»
«No.» Arthur scosse la testa. «Stavolta è diverso. Non verrà. Lo so che non verrà.»
Si sedettero sui gradini. Arthur controllava il telefono ogni trenta secondi, come se Bailey potesse materializzarsi sullo schermo.
Passarono dieci minuti. Poi venti. Mezz'ora.
«Te l'avevo detto» fece Arthur, la voce spenta. «Non viene.»
In quel momento Brian uscì dall'edificio, sbattendo la porta. «Dov'è quell'altro?» chiese, le braccia conserte.
«Non lo sappiamo» rispose Annie.
«Non lo sapete» ripeté Brian irritato. «Ovvio che non lo sapete. È la volta buona che faccio rapporto.»
Arthur guardò Annie, sbiancando.
«Tu e la piromane andrete a Hackney Marshes oggi. Qualcuno ha lasciato sacchetti di spazzatura ovunque.»
E si allontanò.
«Se segnalerà B.B. lo farà arrestare. Finirà in galera e sarà tutta colpa mia...» disse in fretta Arthur.
«Rilassati. Sono solo minacce a vuoto. Brian è troppo pigro per tutto quel lavoro di protocollare una segnalazione.»
Lavorarono senza parlare per tutta la mattina. Arthur era distratto, raccoglieva la spazzatura con movimenti automatici, lo sguardo perso nel vuoto.
A fine giornata, quando si sedettero su una panchina per riposare, Annie lo trovò che fissava il telefono. Gli occhi brillavano di quella luce blu innaturale.
«Che stai facendo?»
«Sto monitorando i dispositivi di Brian. Per capire se sta segnalando B.B.»
«E?»
«Finora non ha fatto niente. A parte guardare porno.»
Arthur fece una smorfia di disgusto.
«Potremmo ricattarlo. Tipo, minacciarlo di mandare la sua cronologia a tutti i suoi contatti se non ci lascia in pace.»
«Non lo farei mai.»
«Giusto. Dimenticavo che sei un santo.»
Arthur non ribatté. Poi disse piano: «Tu sai dove abita B.B.?»
Annie ci pensò. «Una volta ha accennato a Stratford. Ma non so di preciso dove. Perché?»
«Lo sto rintracciando. Il suo telefono... ecco. È acceso. Segnale debole ma c'è. Flat 2B, Carpenter Road, Stratford. È... è un quartiere brutto. Molto brutto.»
«Vuoi andare da lui?»
Arthur si alzò, raccogliendo lo zaino.
L'autobus attraversò Londra con lentezza esasperante. Arthur guardava fuori dal finestrino, le ginocchia che rimbalzavano.
Quando scesero a Stratford, il sole stava già calando. Il quartiere era esattamente come Arthur aveva detto – brutto. Palazzi di cemento scrostato, finestre rotte sigillate con assi di legno, graffiti ovunque. L'odore di urina e spazzatura marcia riempiva l'aria.
«È qui» disse Arthur, controllando il telefono.
Indicò un edificio particolarmente malandato in fondo alla strada. Giunti davanti al numero 2B, Arthur si fermò.
«Vuoi che venga su con te?»
Arthur scosse la testa. «Devo farlo da solo.»
«Ti aspetto qui.»
Arthur fece un respiro profondo. Poi salì i gradini verso la porta d'ingresso. Il numero civico era storto, appeso con un solo chiodo. La vernice era scrostata, rivelando strati di colori precedenti sotto. Come se nessuno si fosse mai preoccupato di fare le cose per bene.
Annie vide Arthur esitare, la mano alzata a mezz'aria, finché non si decise a bussare. Pochi secondi dopo la porta si aprì.
Per un attimo, Annie pensò che fosse Bailey, solo per rendersi conto che era troppo vecchio. L'uomo sulla soglia era la sua copia, solo con trent'anni in più. Stessi capelli bruni – anche se più radi, unti. Stessi occhi grigi – ma spenti, iniettati di sangue, circondati da rughe profonde. Stesso naso, stessa linea della mascella nascosta sotto una barba di tre giorni.
Indossava una canottiera sporca e jeans macchiati. Teneva una sigaretta tra le labbra, una nuvola di fumo che gli usciva dalla bocca mentre squadrava Arthur da capo a piedi.
«Sparisci, ragazzino. Non sono interessato» disse brusco, e fece per chiudere la porta.
«Aspetti!» esclamò Arthur. «Lei... lei è il padre di Bailey?»
La porta si bloccò a metà. Gli occhi dell'uomo si restrinsero, sospettosi. «Chi cazzo sei?»
Arthur mandò giù a vuoto, intimidito. «Io... noi siamo amici di suo figlio. Amici del centro. Dei servizi sociali. Lo stiamo cercando. È... è importante.»
L'uomo aprì di nuovo la porta, appoggiandosi allo stipite. Tirò una boccata dalla sigaretta, espirando il fumo direttamente verso Arthur. «B.B. non c'è» disse. «È andato a fare unaconsegna per me. Ora levatevi dai coglioni.»
«E-ecco… dove?»
«Non sono cazzi tua.»
Annie salì gli ultimi gradini, fermandosi accanto ad Arthur. «Dov'è andato?» chiese con tono più duro.
Il padre di Bailey le lanciò un'occhiataccia. «Sparite.» e gli chiuse la porta in faccia.
«Hai visto quanto gli somiglia?» disse Arthur, scosso. «Cioè, è tipo… identico. Solo… peggio.»
«Usa di nuovo il tuo potere.»
Arthur tirò fuori il telefono. Linee di codice scorsero sullo schermo. Triangolazione GPS. Segnali delle celle telefoniche. Il telefono di Bailey si muoveva – veloce, seguendo un percorso definito.
«È su un autobus» disse Arthur, gli occhi che seguivano una mappa che poteva vedere solo lui. «Linea 25. Diretto verso... est. C'è una fermata qui vicino. Se corriamo, possiamo seguirlo…»
«Diamoci una mossa.»
Corsero lungo la strada, schivando i pedoni, saltando pozzanghere di chissà cosa. Arrivarono alla fermata proprio mentre un autobus si fermava. Non era il 25, ma Arthur controllò velocemente il percorso.
«Questo va nella stessa direzione. Possiamo cambiare tra due fermate.»
Il bus era quasi vuoto – solo un paio di anziani e una donna con un passeggino. Si sedettero in fondo, Arthur che continuava a monitorare il telefono di Bailey.
«Dove sta andando?» chiese Annie.
«Non lo so. Verso i sobborghi. Credo… credo in direzione di Ilford.»
Il bus si fermò. Scesero, corsero verso la fermata successiva. Arthur controllò di nuovo la posizione di Bailey. «Ha rallentato» disse. «Penso stia camminando.»
«Dove?»
Arthur zoomò sulla mappa. «Manor Park. C'è... c'è un pub. Il Leone Rosso. Forse sta andando lì.»
Presero due autobus diversi. La luce stava svanendo, il cielo che passava dall'arancione al viola scuro. Le strade diventavano sempre più squallide, i palazzi più fatiscenti. Arrivarono a Manor Park che era quasi buio.
Arthur ricontrollò il telefono. «È fermo. Al pub. È entrato cinque minuti fa.»
Il Leone Rosso era esattamente il tipo di posto che ti aspetteresti – vetrine sporche, insegna al neon mezza rotta, l'odore di birra stantia che usciva anche dalla porta chiusa.
L'interno era buio, illuminato solo da luci soffuse. Le pareti erano coperte di adesivi di band metal e poster sbiaditi. La musica martellava dalle casse – chitarre distorte e urla gutturali che facevano vibrare i bicchieri sporchi sul bancone. Tutto era avvolto da una nuvola di fumo di sigaretta e sudore.
«Lo vedi?» chiese Arthur, alzando la voce per farsi sentire sopra la musica.
Annie scrutò la sala. Qualche tavolo occupato da uomini che bevevano. Un gruppo che giocava a freccette nell'angolo. Ma di Bailey nessuna traccia.
«No.»
«Ma il segnale dice che è qui. Forse... forse è nei bagni?»
Attraversarono il pub. Controllarono i bagni – una latrina disgustosa con orinatoi incrostati e un odore che faceva venire i conati. Vuoto.
«Proviamo sul retro» disse Annie.
Uscirono dalla porta laterale che dava su un vicolo stretto. Seguirono il muro, i loro passi che echeggiavano tra i mattoni.
Tutto a un tratto una sensazione la investì con la forza di un'auto in corsa. Annie si fermò, disorientata. Paura. Le attraversò il petto, le fece accelerare il cuore, le tolse il respiro.
Arthur si voltò verso di lei. «Lo senti?»
Annie annuì, incapace di parlare.
«B.B.» fece Arthur, appena udibile.
Si affrettarono verso il retro del pub. Il vicolo si apriva in uno spiazzo di cemento screpolato, illuminato male da una singola lampadina che pendeva sopra la porta posteriore.
Bailey era lì, circondato da cinque uomini che sembravano appena usciti di prigione. Due reggevano mazze da baseball. Uno aveva un coltello a serramanico, puntato alla sua gola.
«L'ultima roba che ci ha dato tuo padre faceva schifo» stava ringhiando l'uomo col coltello. Era grosso, con una cicatrice che gli attraversava la guancia. «Tagliata male. Metà dei miei clienti si sono lamentati.»
Bailey era bianco come un cencio. «Io non ne so un cazzo, okay? Sono solo qui per consegnare. Non posso farvi un prezzo di favore, non è roba mia...»
«È chiaro» L'uomo premette il coltello più forte, facendo apparire una piccola goccia di sangue. «che non hai ben chiara la situazione.»
Fu in quel momento che Bailey li notò. I suoi occhi si dilatarono, la bocca che si aprì in un'imprecazione silenziosa. L'uomo col coltello se ne accorse e si voltò, seguendo il suo sguardo.
«È meglio se girate al largo» disse con voce bassa, pericolosa. «Per il vostro bene.»
Arthur tremava visibilmente. «D-devi sentirti un pezzo grosso» balbettò, riuscendo asorprendere perfino Annie. «A minacciare un ragazzino con un coltello.»
L'uomo mollò Bailey con una spinta, facendolo barcollare contro il muro. Avanzò verso di loro, il coltello che ora puntava verso Arthur. «Che hai detto, moccioso del cazzo?» sibilò.
«Lasciateli andare!» Bailey si raddrizzò, la voce incrinata. «Potete prendervi la roba. Tutta. Basta che li lasciate andare!»
«Sta' zitto.» L'uomo non si voltò nemmeno. Continuava a fissare Arthur, a due metri di distanza. «Tu, stronzetto. Ripeti quello che hai detto se hai coraggio.»
Annie sentiva il cuore martellarle in gola. Avvertiva la paura di Bailey, quella di Arthur, e la propria — intrecciate in un unico groviglio soffocante. Ma sotto c’era qualcos’altro. La stessa consapevolezza che aveva provato al parco, quando gli aveva salvato la vita.
Si sintonizzò sul corpo dell’uomo. Ogni singolo dettaglio. Il cuore in corsa. Il sangue che martellava nelle vene. I muscoli tesi come cavi d’acciaio. E le ossa — dure, compatte, che teneva insieme tutto.
Annie focalizzò l’attenzione sulla mano che reggeva il coltello: metacarpi, falangi, fragili architetture che sostenevano la presa. Le visualizzò cedere.
Non una alla volta.
Tutte insieme.
Udì un suono orribile – un susseguirsi di crac. L'uomo urlò. Un urlo acuto, disumano, che echeggiò nel vicolo. Il coltello cadde a terra con un tintinnio metallico. L'uomo si portò la mano – quella mano che ora pendeva a un angolo impossibile, le dita piegate nelle direzioni sbagliate – al petto, il viso contorto dal dolore.
«CAZZO! CAZZO! LA MIA MANO!» gridò disperato, cadendo in ginocchio.
«Cristo, Phil, che ti succede?» esclamò uno dei compari, fiondandosi su di lui.
Erano tutti troppo scioccati per reagire. Era la loro occasione.
«VIA!» sbraitò Annie.
Scapparono. Trovarono rifugio nell'ennesimo vicolo buio, nascosti tra due cassonetti, col fiato corto. Bailey si appoggiò al muro, scivolando giù fino a sedersi sul cemento. Arthur si piegò in due, cercando di riprendere fiato. Annie rimase in piedi, fissandosi i palmi come se non li riconoscesse.
Aveva controllato il suo potere. Aveva frantumato le ossa di un uomo senza toccarlo.
«Che cazzo è successo?» rantolò Bailey.
Annie non rispose. Continuava a fissare le proprie mani. Sentiva ancora le ossa frantumarsi, il potere fluire attraverso di lei. Era terrificante. E bellissimo.
«Che ti ha detto la testa?!» l'aggredì Arthur.
«Dovevo lasciare che ti sfregiasse?» replicò secca Annie.
Arthur chiuse la bocca di scatto, per poi scuotere contrariato la testa.
«Guarirà» concluse Annie, anche se non era sicura.
Bailey si strinse i capelli con entrambe le mani. «Cristo, mio padre mi ammazzerà…» li guardò, furioso. «Che cazzo ci fate qui?»
«Prego, è stato un piacere» ribatté ironica Annie.
«Non avevo bisogno del vostro aiuto! Cristo santo, avete mandato tutto a puttane!»
«Sì, ho visto come avevi la situazione sotto controllo. Te la stavi facendo sotto.»
«Non avete idea del casino in cui mi avete messo!»
«B.B., non devi farlo!» disse con enfasi Arthur.
«Pensi che abbia scelta? Lo sai che succede quando si incazza.»
«Ti riempie di botte?» ipotizzò Annie.
«Cazzo, Arti, glielo hai detto?»
«Non ci vuole certo un genio per capirlo.»
«Non puoi tornare lì, in quella casa» insistette Arthur.
«E dove cazzo dovrei andare?»
«Puoi… non lo so… stare da me. O da Annie…»
«Non può stare da me.»
«B-beh, allora da me…»
Bailey strusciò i piedi, abbassando lo sguardo. «Va bene» fece, a mezza voce. «Magari solo qualche giorno. Giusto il tempo di dare a pà modo di sbollire…»
«Sì» disse sollevato Arthur.
«Meglio allontanarci da qui» suggerì Annie.
Ripresero a camminare, diretti verso la fermata più vicina.
«Comunque, si può sapere che cazzo hai fatto a Ratto?» chiese d'un tratto Bailey. «La sua mano era tipo…» fece un gesto plateale, accompagnandolo con una smorfia.
«Si chiama davvero Ratto?»
«È così che lo chiama pà.»
«Ho solo immaginato che le ossa della sua mano si disintegrassero.»
«Ci sei andata giù pesante.»
Annie tacque. Sapeva di aver esagerato ma non riusciva a sentirsi in colpa. «Ha funzionato.»
«Non dovremmo usare i nostri poteri per far del male alle persone!» tornò alla carica Arthur.
«Sì, abbiamo capito, Arti.»
«Sono serio, Annie. Se il tuo potere può…»
«Ancora non lo so cosa è in grado di fare.»
«Un motivo in più per non farti incazzare» osservò saggiamente Bailey.
Presero l'autobus per tornare verso il centro. Era quasi vuoto a quell'ora – solo persone che tornavano dal lavoro, gli occhi stanchi e persi nel vuoto.
Annie continuava a rivedere la scena. Avrebbe dovuto sentirsi male. Disgustata. Colpevole. Invece sentiva solo l'adrenalina. Lei. Annie Hawthorne, che non aveva mai fatto niente di speciale in vita sua, aveva ridotto un uomo armato a un ammasso piagnucolante sul terreno solo col pensiero.
«Sei eccitata» disse Bailey dall'altra parte del corridoio.
Annie scattò fuori dai suoi pensieri, voltandosi verso di lui. «Cosa?»
Bailey la stava fissando con un'espressione curiosa. «Sei eccitata. Lo sento.»
«Vaffanculo» disse Annie, tornando a guardare fuori.
«Non ci sto provando con te. Sto dicendo che sei eccitata per quello che hai fatto. A Ratto. Con il tuo potere.»
«E quindi?»
«Quindi è un po' sadico» disse con calma Bailey. «Tipo, hai frantumato le ossa di un tizio e ti ha dato una scarica.»
«Qual è il problema? Ti ho salvato il culo o sbaglio?»
«Non ho detto che c'è un problema.»
«Allora perché ne parliamo?»
Sì, le era piaciuto. Le era piaciuto vedere quell'uomo – quel pezzo di merda che minacciava Bailey con un coltello – accasciarsi urlando.
E allora? Dov'era il problema? L'aveva salvati. Questo era quello che contava.
Raggiunsero la loro fermata che era buio ormai, i lampioni che si accendevano uno per uno lungo la strada.
«Io vado di qua» disse Annie, dirigendosi nella direzione opposta, senza aspettare risposta.
«Pensi che Annie si lascerà... corrompere dal suo potere?» chiese preoccupato Arthur, mentre la guardavano sparire dietro l'angolo.
«Cazzo, sì. Senza alcun dubbio. Ma che resti tra di noi. Non voglio che mi riduca a un budino.»
Holland Park era tranquilla a quell'ora. La casa di Arthur era immersa nel buio. Tutte le luci erano spente, nessuna macchina nel vialetto.
«I tuoi sono mai a casa?» commentò sarcastico Bailey.
Arthur aprì la porta con le chiavi. «No» ammise. «Ci vediamo di rado.»
Salirono le scale. Arthur accese la luce. «Questi dovrebbero andarti bene.» disse, aprendo un cassetto e tirando fuori dei vestiti. «Se hai fame c'è della roba nel frigo. Puoi scaldarla nelmicroonde. Io credo che mi metterò a letto. Sono esausto.»
«Non importa. Anch'io sono stanco.»
Si cambiarono velocemente, dandosi le spalle.
«Puoi dormire... puoi dormire nel letto. Con me. Se vuoi. O posso prendere delle coperte...»
«Va bene il letto.»
Si infilarono sotto le coperte, mantenendo uno spazio prudente tra loro.
«B.B.?» disse Arthur nel buio.
Lui non diede cenno di averlo sentito.
Arthur prese fiato. «Quello che ho detto quando stavamo... non intendevo... ho sbagliato. Scusa.»
Doveva dargli una via d'uscita. Lasciarlo andare, se era ciò che voleva, anche se il solo pensiero lo faceva stare male.
Il respiro di Bailey era regolare, uniforme. Forse stava già dormendo. O forse fingeva.
Arthur si voltò dall'altra parte, chiudendo gli occhi con forza.
La prima cosa che percepì fu il calore. Poi il profumo — qualcosa di pulito, di fresco.
Aprì gli occhi. Arthur era accoccolato dal suo lato del letto, dandogli le spalle. Dormiva profondamente, il respiro leggero e regolare.
Bailey rimase a fissarlo. Avrebbe voluto rispondergli la sera prima. Avrebbe voluto dire qualcosa — cazzo, qualsiasi cosa. Ma non c'era riuscito. Si strinse più vicino, lasciando che i loro corpi si intrecciassero completamente. Arthur sospirò nel sonno, come se sentisse la sua presenza e ne fosse confortato senza nemmeno saperlo.
La mente di Bailey scivolò sugli spogliatoi. Su Arthur che si scuoteva sotto di lui. Sul suono della sua voce quando aveva detto quella frase.
Il suo corpo reagì prima che potesse fermarlo. Allungò la mano, infilandogliela nei pantaloni.
La testa di Arthur ebbe un piccolo scatto. Si mosse, socchiuse gli occhi. «B.B.?» borbottò, la voce impastata di sonno.
Bailey lo zittì con un bacio prima che potesse aggiungere altro. Non voleva parlare. Le parole rovinavano sempre tutto. Avvertì la sua reticenza — quella piccola resistenza sonnolenta — e la schiacciò, usando il proprio potere. Il desiderio di entrambi divampò insieme, indistinguibile.
Sentì Arthur gemere nella sua bocca. «Aspetta...» sussurrò, tremando.
Bailey lo fece girare dolcemente sulla schiena e si posizionò su di lui, cercando i suoi occhi per un istante. Quando scivolò dentro di lui, Arthur serrò gli occhi, la bocca che si apriva in un lamento silenzioso.
Si mosse con calma all'inizio, studiando la sua espressione che cambiava, si scioglieva, si perdeva.
«Oh, cazzo...» pigolò Arthur a un certo punto, gli occhi che si schiudevano per un istante — lo sguardo remoto, con quella sfumatura di blu che brillava nell'iride quando il suo potere sfuggiva al controllo.
Bailey si abbassò a baciarlo, profondo e disordinato, mentre raggiungevano l’orgasmo insieme. Da qualche parte in casa una lampadina scoppiò, la sveglia sul comodino cominciò a suonare da sola, gli schermi impazzirono.
Poi il silenzio. Solo i loro respiri pesanti, i corpi immobili.
Bailey si ritrasse, rotolando di fianco.
«Ho fame.»
Arthur lo seguì con lo sguardo, ancora disfatto. «Ti posso preparare delle uova, se vuoi.»
«Va bene.» Bailey si alzò, recuperando i pantaloni dal pavimento. «Basta che mangiamo qualcosa.»
E andò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle.
La cucina era enorme. Tutta marmo bianco e acciaio inossidabile, con elettrodomestici di ultima generazione. Troppo pulita. Troppo perfetta, come tutto il resto.
Bailey era seduto al tavolo – un blocco massiccio di legno scuro che poteva ospitare facilmente dodici persone – e guardava Arthur muoversi ai fornelli.
«Come le preferisci?» chiese lui con noncuranza, senza voltarsi.
«Cosa?»
«Le uova. Strapazzate? All'occhio di bue? In camicia?»
«Strapazzate vanno bene.»
Arthur versò le uova in una padella dove il burro già sfrigolava, il cucchiaio di legno che raschiava delicatamente il fondo. Le sue spalle erano tese, la linea della schiena troppo dritta.
«Arti…»
«Mmh?»
Bailey si grattò la testa. «Questa cosa tra noi.» Fece un gesto vago tra loro due. «Possiamo continuare a… beh, hai capito. Se ti va. Ma finisce lì.»
Arthur continuò a mescolare le uova con attenzione eccessiva. «Va bene» disse, con quel tono disinvolto. «Certo. Nessun problema.»
Bailey sentì la sua tristezza. Gli pesava sul petto insieme al senso di colpa, schiacciandolo.
Annie si stiracchiò, le braccia sopra la testa, la schiena che scricchiolava piacevolmente. Un sorriso le attraversò il viso.
Per la prima volta dopo... quanto? Settimane? Mesi? Anni? Era felice.
Aveva un potere. Finalmente.
E funzionava. L'aveva usato. Aveva salvato Bailey e Arthur. Di nuovo. Aveva preso il controllo della situazione. Di nuovo.
Si alzò dal letto con energia rinnovata, si vestì velocemente – jeans puliti, una maglietta che non aveva macchie – e scese le scale quasi saltellando.
Sua madre era in cucina, davanti ai fornelli, che preparava la colazione come ogni mattina. Toast, uova, tè. La solita routine.
Annie si sedette al tavolo con un tonfo. «Ho una gran fame.»
Sua madre si voltò lentamente, come se avesse appena sentito parlare un fantasma. Laguardò con occhi spalancati, la spatola ancora in mano a mezz'aria.
Suo padre abbassò il giornale che stava leggendo – qualche pubblicazione della chiesa, probabilmente – e alzò appena un sopracciglio, lo sguardo che si posava su Annie con sospetto cauto.
«Tu... hai fame?» chiese sua madre, incerta.
«Sì.»
I suoi genitori si scambiarono uno sguardo.
«Cosa... cosa vuoi mangiare?» chiese sua madre, come se temesse la risposta.
«Pancetta» disse Annie allegra. «Tanta pancetta. E uova. E toast. E magari anche...»
«Pancetta» ripeté sua madre, ancora scioccata. «Certo. Ti faccio la pancetta.»
Iniziò a cucinare, lanciando occasionalmente occhiate nervose verso Annie, come se si aspettasse che da un momento all'altro la figlia tornasse normale – cioè incazzata e silenziosa.
Suo padre tornò al giornale, ma Annie poteva vedere che non stava davvero leggendo. Gli occhi si muovevano sopra le righe senza processare le parole.
La TV in soggiorno era accesa, come sempre al mattino. Notizie locali che borbottavano in sottofondo – traffico, meteo, criminalità.
«... dodici corpi sono stati trovati questa mattina in un capannone abbandonato a Newham» stava dicendo la giornalista, la voce professionale. «La polizia sospetta una sparatoria tra gang rivali, anche se le circostanze delle morti sono ancora poco chiare...»
Annie addentò il toast che sua madre le aveva messo davanti, masticando distrattamente.
«... tra le vittime è stato identificato Marcus Webb, il fuggitivo ricercato per l'omicidio di quattro agenti di polizia. Le autorità stanno investigando se la sua morte sia collegata alle sue attività criminali pregresse...»
Annie si bloccò, il toast a metà strada verso la bocca. Si voltò verso la TV. Sullo schermo apparve la foto segnaletica dell'uomo – lo stesso che aveva usato il suo potere per soffocare Bailey e Arthur nel parco.
«... Alcuni dei corpi presentano ferite che la polizia descrive come 'inusuali'. Non sono stati rilasciati ulteriori dettagli...»
«Annie?» La voce di sua madre la fece trasalire. «Vuoi il burro sul toast?»
Annie distolse lo sguardo dalla TV. «Cosa? Sì. Sì, grazie.»
Sua madre spalmò il burro con cura eccessiva, ancora lanciando quelle occhiate furtive. Annie tornò alla sua pancetta. Per ora, aveva fame. E per la prima volta da molto tempo, si sentiva bene.
Il resto poteva aspettare.
Salì sull'autobus diretto al centro, trovando un posto vicino al finestrino. Era ancora presto – le strade erano piene di gente che andava al lavoro, il traffico già congestionato.
Si sedette, appoggiando la testa contro il vetro freddo. La mente tornò alla sera prima. A Ratto. Alla sua mano che si frantumava.
Doveva provarci di nuovo. Capire cosa poteva fare. Fino a che punto arrivava.
L'autobus si fermò a un semaforo. Annie guardò fuori. Di fronte c'era un negozio di abbigliamento – vetrina grande, piena di manichini vestiti con abiti primaverili. Il vetro brillava sotto il sole mattutino.
Annie si concentrò su di esso, desiderando che si crepasse, aspettando.
Niente.
Il semaforo stava per cambiare. Annie sentì la frustrazione montare. Perché non funzionava? Perché ora... Respirò profondamente per calmarsi. Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì.
Si concentrò di nuovo. Questa volta fu diverso. Sentì quella sensazione – quella consapevolezza. Come se potesse percepire ogni singola molecola che componeva il vetro.
Non erano statiche. Vibravano. Leggerissime vibrazioni, come corde di uno strumento tese al punto di rottura. Annie immaginò di tirarle. Di farle vibrare più forte. Sempre più forte finché...
Una piccola crepa apparve sulla vetrina. Sottile come un capello, che si ramificava dal centro verso l'esterno come un fulmine congelato.
L'autobus ripartì. Annie rimase incollata al finestrino, guardando indietro mentre il negozio scompariva alla vista. Un sorriso enorme le si sparse sul viso.
L'aveva fatto. Di nuovo. Volontariamente.
L'adrenalina ricominciò a pomparle nelle vene. Doveva provare ancora. Qualcos'altro. Qualcosa di più vicino. I suoi occhi si mossero nell'autobus, cercando. Si fermarono su una signora anziana seduta qualche fila avanti. Cappotto beige, capelli grigi, borsetta sul grembo. Ai suoi piedi, una pesante borsa della spesa di plastica – piena di scatole, barattoli, frutta.
Annie fissò la borsa. Di nuovo quella sensazione. Le molecole della plastica – più complesse del vetro, più flessibili.
La borsa si squarciò con un suono soddisfacente. Il contenuto si rovesciò sull'autobus – arance che rotolavano lungo il corridoio, barattoli che tintinnavano sul pavimento, una scatola di cereali che si apriva spargendo fiocchi ovunque.
«Oh no!» esclamò la signora, portandosi una mano al petto.
Le persone intorno iniziarono ad aiutarla – qualcuno raccolse le arance, qualcun altroinseguì un barattolo che rotolava verso il fondo dell'autobus.
Annie ridacchiò. Non riusciva a smettere. Era come avere un prurito che finalmente poteva grattare. Come scoprire un giocattolo nuovo e non poter resistere a provarlo ancora e ancora.
«Signorina, può passarmi quella?» disse un uomo, indicando un'arancia che era rotolata vicino ai piedi di Annie.
«Certo» disse Annie, la voce strozzata dalla risata trattenuta.
L'autobus arrivò alla sua fermata. Annie scese, ancora sorridendo, lasciando dietro di sé il caos della spesa rovesciata e una signora anziana che borbottava qualcosa sulla qualità pessima delle borse di plastica di oggi.
Mentre camminava verso il centro, Annie non riusciva a smettere di guardare le cose intorno a lei con occhi nuovi.
Quel lampione. Poteva piegarlo?
Quella macchina parcheggiata. Poteva accartocciarla?
Quel piccione sul marciapiede. Poteva...
No. Non gli animali. Quello sarebbe stato troppo.
Giusto?
Annie scosse la testa, scacciando il pensiero. Ma il sorriso rimase sul suo viso mentre saliva i gradini del centro.
Aveva un potere. E stava iniziando a capire quanto fosse grande.
Sentì lo sbattere di una portiera. Non ci fece nemmeno caso, ancora persa nei suoi pensieri.
«Ehi, tu!»
La voce era dura, incazzata. Annie si voltò. Il padre di Bailey stava camminando verso di lei con passo minaccioso. Stessa canottiera sporca di ieri, stessi jeans macchiati. Gli occhi iniettati di sangue, la mascella serrata. Puzzava di alcol anche da quella distanza.
Annie si bloccò sui gradini. Prima che potesse chiedersi cosa ci facesse lì, l'uomo le fu addosso.
«Dov'è quello stronzetto di mio figlio?»
«Non ne ho idea» rispose lei con freddezza.
L'uomo si avvicinò ancora, invadendo il suo spazio personale. Annie dovette inclinarsi leggermente all'indietro per non sentire il suo alito fetido sulla faccia.
«Non prendermi per il culo, ragazzina» sibilò. «Dov'è?»
Annie lo fissò intensamente. Iniziò a percepire la sua pelle. Le cellule che la componevano, strato dopo strato. E sotto – muscoli, tendini, ossa. Tutto così fragile. Così facile da...
«Pà?»
Entrambi si voltarono. Bailey e Arthur erano fermi in fondo ai gradini, gli zaini in spalla.
«Che ci fai qui?» chiese Bailey, la voce ridotta a un filo.
L'attenzione del padre si spostò completamente su di lui. «Sali in macchina.»
Non era una richiesta. Era un ordine.
Bailey abbassò lo sguardo.
«Sei diventato sordo?» ringhiò suo padre, sovrastandolo. «Ti ho detto di salire!»
«No.»
La parola uscì debole, appena udibile. Ma era lì. Il padre di Bailey si impietrì. Per un momento sembrò sul punto di esplodere. La mano si chiuse a pugno.
«Buongiorno.»
Brian era apparso dall'ingresso del centro. «Desidera?» chiese in tono stranamente educato, rivolgendosi al padre di Bailey.
Lui si voltò. «Sono venuto a prendere mio figlio.» Poi tornò a guardare Bailey. «Sali in macchina. Ora.»
«Lei dev'essere il signor Burns, allora» insistette con calma Brian, lasciando Annie sconvolta; non credeva che conoscesse i loro cognomi.
Era già tanto se li chiamava per nome, cosa che non aveva mai fatto.
«Già» rispose il padre di Bailey, senza distogliere lo sguardo dal figlio. «C'è un'emergenza familiare. Mio figlio deve venire con me.»
«Mi dispiace, ma il ragazzo non può andarsene.»
Il padre di Bailey lo fulminò. «Cosa?»
«Deve svolgere i suoi compiti per i servizi sociali. Come sicuramente saprà.»
Il padre di Bailey lo fissò, arcigno. «È sordo? Le ho detto che è un'emergenza familiare.»
«Se salta i suoi doveri, finirà in galera. Sono sicuro che lei non vuole questo per suo figlio.»
Si guardarono per un lungo momento. Sembravano due cowboy che si fronteggiavano, come nei film. Annie si aspettava di vederli sfoderare delle pistole da un secondo all'altro.
Alla fine, il padre di Bailey sputò per terra, voltandosi verso il figlio con uno sguardo che non prometteva nulla di buono. «Ci vediamo dopo. A casa» disse con voce carica di rabbia, prima di allontanarsi con passi pesanti verso la macchina.
Salì, sbattendo la portiera, e sgommò via lasciando strisce di gomma sull'asfalto.
«Oggi Clissold Park. Il solito casino – spazzatura, merda di cane, gente che lascia roba ovunque. Rimboccatevi le maniche» disse Brian, tornando ad assumere la solita aria annoiata.
E se ne andò.
Bailey fissò il punto dov'era sparito, a bocca aperta. «L'avete visto anche voi o è stata un'allucinazione?» disse alla fine.
«Giurerei che abbia preso le tue difese» osservò confuso Arthur. «Ma, voglio dire... stiamo parlando di Brian.»
«Forse non è così stronzo, dopotutto.»
Annie scese i gradini. «Siete arrivati appena in tempo. Stavo per dargli una lezione.»
«Che vuoi dire?» scattò Bailey. «Volevi usare il tuo potere su di lui?»
«Era a mezzo secondo dal molestarmi. Cosa avrei dovuto fare? Chiedergli gentilmente di smettere?»
La mascella di Bailey si serrò. «Anche se è un pezzo di merda, resta pur sempre mio padre. L'unica famiglia che mi resta.»
Annie trattenne una risata. «Non dovresti fare tanto il sentimentale nei confronti di un uomo che si diverte ad ammazzarti di botte.»
«Tu non capisci. È complicato. Non puoi solo...»
«Non è complicato» lo interruppe Annie, caustica. «È un bastardo violento che...»
«Ragazzi» intervenne Arthur, cercando di riportare la calma. «Se non ci muoviamo Brian si arrabbierà. E dopo che ci ha aiutato, sarebbe il minimo...»
«Non ho bisogno di essere salvato» bofonchiò risentito Bailey.
«Tu dici?» ribatté sarcastica Annie.
«Finitela» disse Arthur con più fermezza. «Sul serio. Andiamo.»
Clissold Park era un disastro come sempre. Spazzatura sparsa ovunque, sacchetti strappati che rovesciavano il contenuto sull'erba, bottiglie di birra vuote sotto le panchine.
Anziché lavorare, Annie continuava a testare la sua abilità. Fissò un sacco dell'immondizia nero e gonfio appoggiato vicino a un cestino stracolmo. Fantasticò che fosse la testa del padre di Bailey. Il sacco esplose con un POP soddisfacente. Spazzatura schizzò in ogni direzione – lattine vuote, cartoni di pizza unti, qualcosa che puzzava di pesce marcio.
Bailey e Arthur si voltarono di scatto.
«Ottimo» disse seccato Bailey. «Altro lavoro.»
Annie sorrise tra sé. Funzionava sempre meglio. Il suo sguardo si spostò su una panchina vicina. Era vecchia, ammaccata, la vernice verde scrostata. Uno dei listelli di legno era già mezzo rotto.
Annie si focalizzò sul legno – le fibre, i nodi, le piccole crepe già presenti. Trovò i punti deboli e spinse. Sempre più forte. Il listello si spezzò completamente, cadendo a terra con un tonfo. Poi un altro. E un altro ancora. Finché la panchina non collassò su sé stessa come un castello di carte.
«Annie.»
Arthur era accanto a lei, le mani strette sullo scopettone. Aveva l'aria preoccupata.
«Che c'è?»
«Devi smetterla. Ora che stai capendo come funziona il tuo potere... non devi abusarne.»
«Questo discorso dovresti farlo a B.B., non a me.»
«È diverso. Lui non fa del male a nessuno...»
«Se speri che fargli da zerbino ti aiuterà ad accaparrarti il suo affetto, ti dico subito che è una battaglia persa.»
Arthur arretrò, come se l'avesse schiaffeggiato. Si allontanò con passi veloci, le spalle rigide. Annie lo guardò andare senza rimpianti. Aveva solo detto la verità. Non era colpa sua se faceva male.
Tornò al suo allenamento. I suoi occhi vagarono, fino a fermarsi su un lampione. Proiettò il suo potere. Il lampione gemette. Iniziò a inclinarsi, millimetro per millimetro, come plastilina.
Finita la giornata, raccolsero le loro cose senza dire nulla. Annie era già nel corridoio quando sentì la voce di Bailey chiamarla.
«Che vuoi?» chiese brusca.
«Posso venire a dormire da te?»
«Cosa?»
Bailey si avvicinò, abbassando la voce. «Senti, lo so che abbiamo scazzato, ma non posso stare da Arti.»
«Non me ne frega un cazzo. Arrangiati.»
«Su, non farti pregare…»
Lei fece per andarsene, ma Bailey le sbarrò la strada.
«Annie, ti prego. Sono serio. Finirò di nuovo per farci sesso per pietà. E non voglio. Non fare la stronza. Almeno per cinque minuti.»
Annie adocchiò Arthur, che gli stava venendo incontro, più depresso del solito. Per colpa sua. «Va bene. Ma per una notte sola. E dormi per terra.» disse tra i denti.
«Sapevo di poter contare su di te.» Bailey alzò la voce: «Come, Annie? Vuoi che venga a stare da te per farti perdonare come ti sei comportata oggi?»
Annie sbatté le ciglia, confusa.
«Noo, non devi! È acqua passata, l'ho già dimenticato!»
«Che cazzo…»
«Ma visto che insisti tanto, verrò a stare da te. Chissà, magari troveremo un modo per fare la pace… sentito, Arti? Stasera resto da Annie! Meglio andare» disse Bailey, trascinandolavia.
Quando furono abbastanza lontani, Annie se ne uscì con un secco: «Sei veramente un coglione.»
«Non avevo scelta» ribatté Bailey stizzito. «Almeno così penserà che ci sia qualcosa tra noi e non che lo sto evitando.»
«Lo sa già, idiota.»
Una volta davanti alla porta di casa sua, Annie guardò minacciosa verso Bailey. «Ascoltami bene. Non dire una parola. Lascia parlare me.»
«Certo» disse Bailey con un sorriso innocente.
Annie aprì la porta. Sua madre apparve dal soggiorno, asciugandosi le mani su un grembiule. «Tesoro, sei tornata…» Ma si ghiacciò vedendo Bailey.
Lui le sorrise. Quel sorriso enorme che doveva reputare seducente nella sua testa. Si fece avanti con la mano tesa. «Buonasera, signora! Sono Bailey Burns. Mi chiami pure B.B.! È un vero piacere conoscerla.» Le strinse la mano con entusiasmo, pompandola su e giù. «Annie mi ha parlato tantissimo di lei!»
La madre di Annie era troppo scioccata per rispondere. Suo padre sbucò dalla cucina, il giornale ancora in mano. I suoi occhi si restrinsero pericolosamente.
«E lei dev'essere il signor Hawthorne!» Bailey mollò la mano della madre e si lanciò su quella del padre, stringendola con la stessa energia. «Che piacere! Annie ha i suoi occhi, sa?»
Annie voleva strozzarlo. Magari usando il suo potere.
Dopo un momento di smarrimento, sua madre recuperò l'uso della parola. «Tu… tu sei un amico di Annie?»
Bailey rise. «Siamo molto più che amici! Quasi fratelli. Ma non proprio fratelli, perché sennò sarebbe strano vista l'evidente tensione sessuale che c'è tra noi!»
«C-cosa?» fece scandalizzata sua madre.
Ma Bailey era già oltre, annusando l'aria. «Che profumo! Che state cucinando?»
«È… è l'arrosto.»
«Arrosto! Adoro l'arrosto!» Bailey si diresse verso la cucina come se fosse casa sua. «Posso aiutarla a preparare? Sono un mago ai fornelli!»
La cena fu un disastro.
Bailey era l'unico che sembrava felice di trovarsi lì. Continuava a chiacchierare, sorridere, fare complimenti sul cibo, sulla casa, sul grembiule della madre di Annie.
I suoi genitori sedevano in un silenzio mortale. Sua madre era ancora disorientata,continuando a guardare Bailey come se non capisse se fosse reale. Il padre era livido di rabbia, le mani strette sulle posate con tanta forza che le nocche erano bianche.
Bailey fece per addentare l'arrosto.
«Aspetta!» disse la madre di Annie, alzando una mano. «Prima dobbiamo dire la preghiera.»
Bailey si fermò, la forchetta a mezz'aria. «Ooh, giusto. Voi credete in quella storia… Gesù e tutto il resto...»
Il padre di Annie rafforzò la presa sulle posate. Bailey posò la forchetta e unì le mani. La madre di Annie lo imitò, titubante. Lei rimase con le braccia incrociate.
«Padre nostro che sei nei cieli…» iniziò suo padre con voce tesa.
Bailey chinò la testa, ma Annie lo vide farle l'occhiolino e sorridere. Appena la preghiera finì, si fiondò sul cibo con un entusiasmo quasi indecente. «Parlando di Gesù» gemette dopo il primo boccone. «Signora Hawthorne, questo arrosto è divino. Sul serio. Credo che Dio stesso lo approverebbe.»
Lei arrossì. «Oh, grazie… da quando tu e Annie vi conoscete?» aggiunse, cercando disperatamente di intavolare una conversazione normale.
«Da quando abbiamo iniziato i servizi sociali» rispose Bailey allegro. «Ma è come se fosse molto di più. Sento con sua figlia un legame particolare, capisce? Qualcosa di profondo.»
«E… la tua famiglia? I tuoi genitori?»
Bailey si asciugò la bocca col tovagliolo. «Mio padre fa il contabile per un'azienda importante. Mia madre… beh, lei è morta quando ero piccolo.»
Annie vide il volto di sua madre addolcirsi immediatamente. «Oh, tesoro. Mi dispiace tanto.»
«Non sia triste per me, signora Hawthorne. Papà non mi fa mancare niente. È un uomo meraviglioso.»
Bailey continuò a riempirli di storie inventate e complimenti. Era un imbonitore nato. Non appena i piatti furono vuoti e il silenzio tornò a calare, Annie decise che era il momento di affrontare la questione.
«B.B. dormirà con me.»
Suo padre lasciò cadere la forchetta sul piatto con un tintinnio metallico.
«Non preoccupatevi!» gongolò Bailey. «Lascerò Annie ver…»
«VAI SU IN CAMERA» gli ordinò lei.
Bailey non se lo fece ripetere. Si alzò, sorridendo. «Grazie per la meravigliosa serata, signori Hawthorne! Davvero, siete persone speciali. Annie è fortunata ad avervi.»
E sparì su per le scale.
«Quel ragazzo non dormirà con te» disse suo padre, gelido.
«Lo voglio meno di te» replicò disinteressata Annie. «Ma in un certo senso sono costretta.»
Sua madre perse colore. «Costretta? Annie, lui ti costringe a…»
«No» tagliò corto la ragazza. «Non hai capito un cazzo, come al solito.»
Si alzò e salì le scale, entrando in camera sua e sbattendo la porta.
Bailey era seduto sul suo letto, guardandosi attorno con curiosità. «Ora capisco perché ti viene così naturale menare le mani.» disse, indicando i vari premi di Taekwondo sulle mensole alle pareti che Annie aveva vinto quando aveva otto anni. «È una roba di Kung-Fu? Come quelle nei film?»
Annie lo afferrò per il colletto della maglietta. «Ti avevo detto di tenere la bocca chiusa» ringhiò.
«Scusa, non ho resistito.» sogghignò lui. «Vuoi scopare? Così magari ti aiuto a scaricare un po' di questa energia repressa…»
Annie lo spinse via con forza. «Dormi per terra.»
«Va bene.» Bailey si lasciò scivolare sul tappeto. «Hai una coperta?»
Annie gli lanciò un cuscino. «Arrangiati.» Poi prese il suo pigiama dal cassetto. «Copriti gli occhi. E vedi di non sbirciare.»
Bailey obbedì. Annie si cambiò velocemente, infilandosi i pantaloni del pigiama e una maglietta larga.
«Cazzo… hai davvero un bel culo.»
Annie lo incenerì con lo sguardo. «Mettiti a dormire.»
Spense la luce. Il buio calò sulla stanza. Annie s'infilò sotto le coperte, girandosi verso il muro.
Il silenzio durò esattamente cinque minuti.
«È la prima volta che mangio a tavola con una famiglia normale. O quasi normale.»
«Dormi.»
«Tuo padre non sembra molto simpatico» continuò imperterrito Bailey. «È evidente che è geloso di me. Come dargli torto. Sono giovane, bello, con un futuro brillante davanti…»
«Sei solo un cazzone» ribatté Annie. «E non gli piaci perché pensa che tu voglia scoparmi.»
«Beh, è vero.»
Annie si rigirò nel letto, fissando la sagoma scura di Bailey sul pavimento. «Non c'era bisogno di mentire sui tuoi genitori. Tanto ti giudicheranno lo stesso.»
«Non ho mentito.»
«Tuo padre non è un contabile.»
«No, però mia madre è morta davvero quando ero piccolo. Si è suicidata gettandosi nel Tamigi. Hanno trovato il suo corpo due giorni dopo.»
«Se te lo stai inventando…»
«È la verità. Pà me l'ha detto quando avevo sette anni, durante una delle sue sbronze. Ha detto che era colpa mia. Che l'avevo fatta impazzire. Che se fossi stato un bambino migliore, sarebbe stata ancora viva.»
Annie sentì qualcosa stringersi nel petto. Cercò di reprimere l’emozione prima che Bailey potesse avvertirla. «Stai scomodo?» chiese, cercando di mantenere la voce neutra.
«Sì» ammise lui.
«Puoi dormire nel letto. Ma stai dalla tua parte. E se provi a toccarmi ti spezzo le dita.»
Bailey si alzò dal pavimento e s'infilò sotto le coperte. «Grazie» disse piano.
«Lo faccio solo perché non voglio sentirti lamentarti tutta la notte.»
Il silenzio tornò. Bailey si girò dall'altra parte e nel giro di pochi minuti il suo respiro si fece profondo, regolare. Si era addormentato – Annie poteva sentirlo, il suo cuore che rallentava, i muscoli che si rilassavano uno per uno, il corpo intero che scivolava nell'incoscienza con quella facilità irritante che aveva per tutto.
Si concentrò su quel battito. Forte, costante, sano, fissando il soffitto. Pensava alla madre di Bailey che si era gettata nel fiume. Ad Arthur solo nella sua camera, che probabilmente stava fissando il soffitto come lei, aspettando un messaggio che non sarebbe arrivato.
Annie chiuse gli occhi. Sotto le palpebre, sentiva ancora le vibrazioni: tutto intorno a lei pulsava di una fragilità che prima non vedeva, materia in attesa di cedere.
Riaprì gli occhi di colpo, sentendo un peso caldo contro di lei.
Bailey era raggomitolato contro il suo fianco, la testa appoggiata sulla sua spalla, un braccio buttato attraverso la sua vita. Nel sonno sembrava molto più giovane, quasi innocente. Annie gli mollò una sberla in faccia.
«AHI!» Bailey si svegliò di scatto, massaggiandosi la guancia. «Che cazzo, Annie!»
«Ti avevo detto di restare dal tuo lato.»
«Stavo dormendo!» Si strofinò il viso, ancora mezzo addormentato. «Cristo, mi hai lasciato il segno?»
«Muoviti» disse Annie, alzandosi dal letto. «O faremo tardi.»
Si vestirono velocemente e scesero le scale, i passi pesanti sul legno scricchiolante. In cucina, i genitori di Annie erano seduti al tavolo. Ad aspettarli.
Suo padre aveva un'espressione severa, le mani incrociate davanti a sé. Sua madre gli occhi rossi, come se avesse pianto tutta la notte.
«Siediti» ordinò suo padre.
Annie obbedì, incrociando le braccia. Bailey rimase in piedi dietro di lei, a disagio.
Suo padre sollevò una mano. Nell'altra stringeva la Bibbia – quella vecchia, con la copertina di pelle consumata che portava sempre in chiesa.
«'Non commettere adulterio'» iniziò con voce solenne. «'Chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.' Matteo, capitolo cinque.»
Annie roteò gli occhi.
«'Fuggite la fornicazione'» continuò suo padre. «'Ogni peccato che l'uomo commetta è fuori del corpo; ma chi si dà alla fornicazione pecca contro il proprio corpo.' Corinzi, capitolo sei.»
Sua madre singhiozzò nell'angolo, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.
«Ne hai ancora per molto?»
«'Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v'illudete; né fornicatori, né idolatri, né adulteri...»
«BASTA!»
Annie sbatté le mani sul tavolo. Sentì la frustrazione montare, cercare uno sfogo.
Le due tazze di tè sul tavolo esplosero. Non gradualmente. Insieme. La ceramica si frantumò in mille pezzi, il tè che schizzò ovunque. Sua madre gridò, suo padre si limitò a sussultare, lasciando cadere la Bibbia sul tavolo. «Il... il diavolo» borbottò, facendosi il segno dellacroce. «È il diavolo che opera attraverso di lei...»
Annie guardò i cocci. Poi suo padre. Un'idea le balenò in testa – terribile, perfetta. «Non è il diavolo» disse lentamente. «È Dio.»
Suo padre si bloccò.
«Sono stata colpita da un fulmine» continuò Annie. «Mentre facevo i servizi sociali. Mi ha purificata. Mi ha liberata da tutti i miei peccati. E mi ha dato... un dono.»
«Un dono?» fece sua madre, stravolta.
«Come Gesù» disse Annie con falsa convinzione. «Ho dei poteri. Faccio miracoli.»
«Bugie» disse suo padre tra i denti. «Sono tutte...»
Annie si concentrò sulla tazza rotta di suo padre – quella che ancora aveva un po' di tè marrone sul fondo. Sentì le molecole del liquido. Non era sicura se potesse farlo. Ma doveva provare. Il liquido iniziò a cambiare colore. Dal marrone al rosso scuro. L'odore cambiò – non più tè, ma qualcosa di più forte, più dolce.
Suo padre lo fissò, gli occhi sbarrati. Si alzò lentamente, scosso da un brivido. Prese la tazza e l'annusò. «È... è vino» disse con un filo di voce.
Sua madre scoppiò a piangere, portandosi le mani alla bocca. «Sei benedetta! Oh Annie, sei benedetta! Le mie preghiere! Tutte le mie preghiere sono state ascoltate!»
«Sei come Maria» disse suo padre, gli occhi che si illuminavano di quel fervore mistico. «Destinata a diventare la madre del nuovo Gesù.» Si voltò verso Bailey. «E tu sei Giuseppe! Il prescelto!»
«Chi?» disse Bailey, confuso.
«DOVETE UNIRVI IN MATRIMONIO! È il volere di Dio! Dovete procreare il salvatore!»
«No, aspetta...» iniziò Bailey.
«Giusto» lo interruppe Annie velocemente. Doveva uscire da lì prima che la situazione diventasse ancora più assurda. «Avete ragione. Io e B.B. torneremo più tardi. Dobbiamo... andare a pregare. In privato. Per capire il volere di Dio.»
«Sì!» esclamò suo padre, facendosi il segno della croce. «Andate! Pregate! Cercate la guida del Signore!»
Sua madre continuava a singhiozzare, biascicando qualcosa sugli angeli e la salvezza. Annie afferrò Bailey per il braccio e lo trascinò fuori.
Lui scoppiò a ridere. «I tuoi genitori» disse tra le risate, appoggiandosi a un muro. «Sono completamente sciroccati. Più di mio padre.»
«Lo so.»
«Hai trasformato il tè in vino!» Bailey continuava a ridere. «Come quel tipo, Gesù! E tuo padre pensa che io sia Giuseppe! Chi cazzo è Giuseppe?»
«Il marito di Maria. Nella Bibbia.»
«Oh.» Bailey si asciugò le lacrime. «Questo resterà per sempre il miglior risveglio della mia vita.»
Arrivati al centro, trovarono Arthur ad aspettarli sui gradini. Stava smanettando col cellulare.
«Arti!» Bailey gli si avvicinò con un ghigno largo. «Devi sentire questa. I genitori di Annie pensano che io sia un tipo di nome Giuseppe e che debba metterla incinta per farle sfornare il nuovo Gesù ... non è fantastico?»
Lui sollevò lo sguardo, spaesato. «Cosa?»
«Lo so! Sono fuori di testa!»
«No, scusa… non ti stavo ascoltando. Che hanno fatto i genitori di Annie?»
Bailey assunse un’espressione offesa. Prima che potesse replicare, Arthur tornò a concentrarsi sul cellulare. Annie lo vide sorridere, solo per rendersi conto che era la prima volta.
«Che c’è di tanto divertente?» chiese imbronciato Bailey, sedendosi accanto a lui per sbirciare lo schermo.
«Oh, è solo… una cosa che mi ha detto Josh.» rispose Arthur, senza staccare gli occhi dal telefono.
«Chi?» fece Bailey con una smorfia.
«L’ho conosciuto ieri sera. Tramite un app.»
Annie inarcò un sopracciglio. «Aspetta… ti sei iscritto a un app di incontri?»
«Non è possibile» scattò Bailey. «Devi essere maggiorenne per farlo. Io ci ho provato in tutti i modi. Ho perfino usato la carta d’identità di mio padre, solo per scoprire che è già iscritto a metà delle app in circolazioni! Vi rendete conto?»
Sia Annie che Arthur lo ignorarono.
«Questa l’ho creata io.» spiegò Arthur. «Così, per gioco… sta riscuotendo molto successo, però. In poche ore ha già guadagnato un sacco di iscritti…»
«Potresti farci molti soldi.» osservò Annie.
«Ci sto pensando… ma non posso ancora brevettarla.»
«Quindi… Josh.» disse Annie, curiosa suo malgrado.
Gli occhi di Arthur scintillarono. «Vi piacerebbe. È a posto. Molto simpatico. Ho fatto un controllo a tappeto su di lui, naturalmente… nessuna red flag. Ha vent’anni e studia economia ad Harvard. E si masturba solo due volte a settimana, il che è molto sano…»
«Frena. Te l’ha detto lui?»
Arthur rise. «No, certo che no.»
«Uno che si fa le pippe solo due volte a settimana ha sicuramente qualcosa da nascondere» ribatté altezzoso Bailey.
«Non sono tutti fissati col porno come te.»
«E tu che ne sai?»
«Ne guardi anche tre di fila al giorno! Non è normale!»
«Cazzo, mi spii? Questa è… violazione della privacy!»
«Lo sa che hai quindici anni?» domandò Annie.
Arthur arrossì. «Gli ho detto che ne ho diciannove.» ammise timidamente.
«Vuoi scoparci? Perché in questo caso rischi di mandarlo in galera» insisté Annie.
«Io…» Arthur si raggomitolò su sé stesso, sulla difensiva. «È… solo una conoscenza! Siete due fissati!»
«Vuoi scopartelo.» sentenziò Annie.
«Sono molto deluso, Arti!» disse Bailey, gesticolando verso di lui. «Prima fai tutti quei discorsi sul non "abusare dei propri poteri" e appena ti capita davanti uno che consideri figo ne approfitti subito.»
«No, non è così! Io volevo solo…»
«Come minimo devi procurarmi un account premium a Pornhub per farti perdonare.»
«Cosa…?»
«Cos'è questo baccano?»
Brian era apparso dall'ingresso. «Oggi Finsbury Park. Qualche stronzo ha organizzato un rave illegale ieri sera. Muovetevi.»
Mentre pulivano, Annie si accorse ad un certo punto che Arthur si era seduto su una panchina con il cellulare in mano. Si avvicinò.
«Sei proprio preso, eh?»
Lui sussultò, guardandola sorpreso. «È che… mi pare brutto ignorarlo.» bofonchiò.
«Certo, come no.» Annie si sedette accanto a lui. «Sicuro che c’è da fidarsi?»
«Lui è… davvero gentile. Ieri sera abbiamo parlato per ore. Mi ha chiesto della mia giornata, dei miei interessi. E poi mi ha invitato a una festa che danno i suoi amici stasera. Ti rendi conto? Vuole presentarmi ai suoi amici!»
Arthur riprese a sorridere, posando lo sguardo sullo schermo.
«Di certo non perde tempo» commentò Annie con noncuranza. «Ci andrai?»
Arthur esitò, voltandosi di nuovo verso di lei. «Beh, pensavo di sì… verresti con me? Josh ha detto che posso portare chi mi pare…»
«Non voglio fare il terzo incomodo.»
«Non lo saresti! Sarà pieno di gente… per favore» aggiunse Arthur, con l’aria da cane bastonato. «Ho paura di fare una figuraccia.»
«Ci sarà dell’alcol a questa festa?»
«Beh, saranno tutti adulti, quindi penso di sì.»
«Allora vengo.»
«Voglio venire anch’io.» disse secca la voce di Bailey.
Si girarono, ritrovandoselo alle spalle.
Arthur si gelò. «A patto che ti comporti bene.»
«Io mi comporto sempre bene.»
«Allora» disse Annie. «A che ora è ‘sta festa?»
«Alle otto» rispose Arthur. «Josh viene a prendermi alle sette e mezza.»
«Viene a prenderti?» chiese disgustato Bailey. «Cos'è, un appuntamento?»
«È solo un passaggio» disse Arthur senza alzare lo sguardo. «È educato. Non come certa gente.»
«Dove ci vediamo?» chiese di nuovo Annie.
«A casa mia. Alle sette e un quarto. Così non rischiamo di fare tardi.»
Bailey e Annie si presentarono a casa di Arthur alle sette e un quarto precise, come da accordi.
Arthur aprì la porta prima ancora che bussassero, come se stesse aspettando dietro la maniglia.
«Siete qui! Bene!»
Si era vestito con cura. Jeans scuri senza una piega, camicia azzurra che faceva risaltare i suoi occhi, scarpe pulite, i capelli perfetti. Stonava completamente messo a confronto con Annie – jeans strappati e felpa nera – e Bailey, che indossava la stessa maglietta di sempre e jeans macchiati.
«Ti sei fatto bello» notò Annie.
«Voglio fare una buona impressione.» rispose lui allegro.
Aspettarono in soggiorno. Arthur continuava a controllare il telefono, a guardare l'orologio, a sistemarsi la camicia. Alle sette e ventotto sentirono una macchina fermarsi nel vialetto.
Arthur corse alla finestra. «È lui!»
Annie e Bailey lo seguirono. L'auto era una BMW nera, nuova di zecca o trattata particolarmente bene. La portiera del guidatore si aprì e ne scese un ragazzo.
Si ritrovarono tutti e tre a trattenere il fiato. Josh era... bello. Non nel modo normale. Nelmodo in cui sono belle le persone sulle riviste patinate. Alto – forse un metro e ottantacinque. Capelli neri perfettamente sistemati, mascella squadrata, occhi che anche da quella distanza si vedevano essere di un verde brillante. Sembrava uscito da un servizio fotografico di GQ.
«Cristo» fece Bailey tra sé.
Josh si avvicinò alla porta con passo sicuro. Arthur corse ad aprire prima che suonasse il campanello.
«Ciao» disse Josh.
La sua voce era profonda, calda. Sorrideva – un sorriso perfetto con denti perfetti – gli occhi fissi su Arthur.
«È bello scoprire che le tue foto corrispondono alla realtà. Non è così scontato su internet.»
Arthur prese fuoco, la voce che si inceppava: «Sì, sono… sono proprio io. E tu sei... sei proprio tu.»
Josh fece una risata gentile, non derisoria. «Già.»
Poi il suo sguardo si spostò su Annie e Bailey. Si fece avanti, tendendo la mano prima ad Annie.
«Tu devi essere Annie. Arthur mi ha parlato molto di te. Io sono Josh, il vostro autista per stasera.»
Annie gli strinse la mano. «Piacere.»
E stranamente, lo pensava davvero. C'era qualcosa in Josh, un'apertura, una gentilezza che non sembrava finta. Era raro che Annie trovasse qualcuno simpatico a pelle. E capiva anche perché avesse colpito tanto Arthur. Era l’esatto contrario di Bailey.
«E tu devi essere Bailey.»
Josh si voltò verso di lui, tendendo di nuovo la mano.
Bailey la ignorò. «Quando Arti ti ha descritto, ti ha definito mediocre.»
La faccia di Arthur sbiancò. «Come? Io non... B.B.!»
«Cosa? È quello che hai detto.»
«NO!» Arthur si voltò verso Josh, gli occhi sgranati. «Non l'ho mai detto! Ignoralo, Josh, gli piace fare battute idiote. Tipo, tutto il tempo. È un idiota.»
Josh scoppiò a ridere. «Nessun problema. Mediocre, eh? Spero di riuscire a superare le vostre aspettative. Allora, siete pronti? La festa è dall'altra parte della città, quindi abbiamo un po' di strada da fare.»
Circondarono la macchina. Josh aprì la portiera del passeggero con un gesto galante, guardando Arthur.
«Prego.»
Lui ricambiò con un sorriso enorme – quasi doloroso nella sua gratitudine – e salì.
«Hai visto la sua faccia? Cristo, gli ha solo aperto una cazzo di portiera» borbottò irritato Bailey.
Lui ed Annie si sistemarono dietro. Bailey sbatté lo sportello con violenza. Josh tornò al posto di guida, avviando la macchina. La radio si accese – musica soft, indie. L'interno dell'abitacolo profumava di nuovo, con un sottile odore di profumo costoso.
«Arthur mi ha detto che vi siete conosciuti grazie ai servizi sociali. Dev'essere dura» disse Josh mentre si immetteva nel traffico.
«È una merda» replicò acido Bailey.
«Immagino. Trovo che sia ingiusto ciò che vi sia successo. Siete stati spinti a farlo. Non è colpa vostra.»
Arthur si sciolse visibilmente, affondando nel sedile.
«Arti ti ha raccontato tutti i cazzi nostri?» continuò Bailey.
«Qualcosina.»
«Ha detto che frequenti Harvard. È vero?»
«Sì. Secondo anno. Studio economia.»
«Devi essere molto intelligente.»
Il suo sarcasmo era fin troppo evidente, ma Josh parve non farci caso.
«Se lo fossi non avrei bisogno di studiare tanto» scherzò lui.
«E i tuoi cosa fanno?»
«Mio padre è avvocato. Mia madre medico.»
«Siete ricchi, quindi.»
«B.B.» lo ammonì Arthur con uno sguardo velenoso.
«Cosa? È una domanda normale.»
Josh fece spallucce. «Stiamo bene, sì. Sono molto fortunato.» guardò Bailey attraverso lo specchietto retrovisore, divertito. «Hai altre domande? Tanto vale toglierci subito il pensiero.»
Bailey si sporse in avanti. «Quando è stata l'ultima volta che sei stato con qualcuno?»
«B.B.!» urlò Arthur.
«Sei mesi fa» rispose tranquillo Josh. «È finita bene. Siamo ancora amici.»
«Hai mai fatto uso di droghe?»
«Ho fumato erba qualche volta al liceo. Niente di più.»
«Alcol?»
«Socialmente. Non guido mai dopo aver bevuto.»
«Malattie veneree?»
«ADESSO BASTA!» esplose Arthur. «Mi dispiace tantissimo Josh...»
Ma lui stava ridendo. Davvero ridendo, la testa rovesciata all'indietro. «No, niente malattie» disse tra le risate. «Test pulito dall'ultima volta che sono stato con qualcuno. E uso sempre precauzioni. Altre domande? Voglio dire, siamo già arrivati a questo punto...»
Bailey si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia. «Per ora no.»
Josh indirizzò ad Arthur un cenno rassicurante. «I tuoi amici sono interessanti.»
«Mi dispiace.» disse Arthur, mortificato.
«Non scusarti. Il fatto che si preoccupino significa che tengono a te.»
Arrivarono al capannone poco dopo le otto. Era enorme – un vecchio edificio industriale riconvertito, con luci al neon che brillavano dalle finestre sporche. La musica pulsava già all'interno, i bassi che facevano vibrare l'aria.
Appena Josh scese dalla macchina, fu immediatamente preso d'assalto.
«JOSH!»
«Ehi, finalmente!»
«Pensavamo non venissi più!»
Un gruppo di ragazzi – tutti vestiti bene, tutti belli in quel modo disinvolto delle persone ricche – si raccolse intorno a lui. Josh sorrise, salutando ognuno, ricevendo pacche sulle spalle, abbracci.
Annie lo osservò. Non era solo popolare – era amato. Si vedeva dal modo in cui le persone lo guardavano, lo cercavano. C'era qualcosa in lui che attirava gli altri come calamite.
«Ragazzi» disse Josh, voltandosi verso di loro. «Vi presento Arthur.»
Arthur non era abituato a ricevere tutte quelle attenzioni. Biascicò un timido saluto, stringendo la cinghia dello zaino.
«E questi sono i suoi amici – Annie e Bailey.»
Josh li presentò a tutti – nomi che Annie dimenticò immediatamente. Strano ma vero, non c'era quel senso di alienazione che si era aspettata di trovare.
Entrarono nel capannone. Era pieno – almeno un centinaio di persone, forse di più. Luci stroboscopiche, musica techno, l'odore di alcol e sudore e fumo.
Annie puntò immediatamente verso il bar improvvisato nell'angolo, seguita da Bailey, ancora di malumore. Arthur rimase con Josh, circondato dai suoi amici.
«Due vodka lemon» ordinò Annie al barista.
Lui glieli servì senza fare domande. Bailey afferrò il suo bicchiere e ne tracannò metà in una sola botta, la faccia che si contorse per il gusto forte.
«Qual è il problema?» chiese Annie, sorseggiando il suo.
«È quel Josh il problema. L'hai visto com'è. Tutto perfettino. Di sicuro nasconde qualcosa.»
«A me sembra simpatico.»
Bailey emise un verso disgustato. «Voi donne siete tutte uguali. Vi fate abbindolare da un bel viso e da una macchina costosa.»
«Non sarai mica geloso?» lo canzonò Annie.
«Non sono geloso»
«Bene. Perché non hai speranze contro di lui.»
«È lui che non ha speranze contro di me! Posso farti venire senza nemmeno toccarti! Josh può farlo questo? Ne dubito!» Bailey si frugò nella tasca della giacca, tirando fuori un piccolo sacchetto di plastica. «Ne vuoi un po'? Almeno rendiamo questo mortorio più divertente.»
«Che roba è?»
Bailey aprì il sacchetto, mostrando delle pillole rosa. «MDMA. Ti faranno sballare. In senso buono. È la roba che dovevo consegnare a Ratto.»
Annie guardò le pillole. «Perché no» disse, scrollando le spalle.
Il sapore era amaro, chimico.
«Ci vogliono venti minuti» disse Bailey. «Poi ti sentirai benissimo.»
Annie vagava nella folla.
Il mondo era ovattato. La musica sembrava venire da molto lontano e molto vicino allo stesso tempo. Ogni suono era amplificato – le risate, le voci, la musica che pulsava attraverso il pavimento e nel suo petto.
Annie rise – senza motivo, solo perché era bello ridere. Tutto sembrava leggero, soffice. I colori erano più brillanti. Le luci stroboscopiche lasciavano scie nell'aria.
Aveva perso di vista Bailey. Non le importava. Era nel suo mondo ora.
La musica cambiò – qualcosa con un ritmo più veloce, più urgente. Annie iniziò a ballare. Non le importava chi la guardava. Non le importava di niente.
Si lasciò andare completamente, il corpo che si muoveva a ritmo, disinvolta, senza un solo problema al mondo.
Era perfetto. Tutto era perfetto.
Bailey finì addosso a qualcuno, ma lo scansò senza troppi complimenti e continuò ad avanzare.
La droga e l'alcol gli avevano annebbiato il cervello. Tutto sembrava muoversi al rallentatore e troppo veloce allo stesso tempo.
Doveva trovare Arthur. Doveva parlargli. Dirgli... cosa? Non ne era sicuro. Sapeva solo cheaveva bisogno di vederlo. Di essere vicino a lui. Magari poteva appartarsi per scopare.
Forse quello lo avrebbe fatto sentire meglio, anche solo per un istante. Si spinse tra la gente che ballava. Volti sconosciuti che lo guardavano, o forse no. Non ci capiva più un cazzo.
Arthur. Doveva trovare Arthur.
Alla fine lo vide.
In una zona più tranquilla, lontano dalla pista da ballo principale. Seduto su un divano logoro con Josh. Arthur rideva – quel suono leggero, felice, raro. Josh gli sorrideva, i loro corpi vicini.
Bailey si avvicinò, nascondendosi dietro un gruppo di persone. Poteva sentirli parlare, mentre si urlavano addosso nel tentativo di farsi sentire da sopra la musica.
«Devo chiederti una cosa» stava dicendo Josh. «E voglio che tu sia sincero con me.»
«Okay» disse Arthur, ancora sorridente.
«Quanti anni hai davvero?»
«Io... quindici. Ma non voglio mandarti in galera! Tu sei una brava persona e non voglio perderti e mi piaci, mi piaci veramente tanto e...»
«Arthur.» Josh lo interruppe con gentilezza. «Respira. Anche tu mi piaci. Molto. E vorrei che ci conoscessimo meglio.»
«Mi dispiace. Non avrei dovuto... non capisco perché te l'ho detto. Ho rovinato tutto.»
Il sorriso di Josh si incrinò leggermente e lui abbassò lo sguardo. «Se ti dicessi che ho un superpotere, mi crederesti?»
«Certo!» esclamò Arthur con trasporto. «Ne ho uno anch'io! Posso controllare la tecnologia! Ti faccio vedere…»
Fece per prendere il cellulare. Josh posò una mano sulle sue.
«Ti credo.»
«Sono stato colpito da un fulmine. E dopo…»
«Lo so. Mi è successa la stessa cosa. Ora posso far dire la verità alle persone quando glielo chiedo.»
«È per questo che non riesco a smettere di parlare? È tipo super imbarazzante…»
«Sì.» Lo sguardo di Josh si ammorbidì. «Io lo trovo adorabile.»
«Ho controllato tutta la tua cronologia» ammise Arthur, e perfino nella penombra era evidente che fosse avvampato. «So quante volte ti masturbi. So cosa guardi. So tutto.»
Josh scoppiò a ridere. «Allora sei in vantaggio.»
«Mi dispiace» disse Arthur di nuovo.
«Non scusarti.»
«Davvero?»
«Davvero.»
Arthur si sporse e lo baciò. Quella scena spezzò qualcosa dentro Bailey, qualcosa che non riusciva a definire. Una tristezza profonda lo assalì. Si allontanò, tornando nella folla. Ma la tristezza non se ne andò. Anzi, crebbe.
E mentre cresceva, qualcosa cambiò nell'aria.
Le persone intorno a lui iniziarono a fermarsi. I loro visi si svuotarono. Gli occhi persero focus. Come se qualcuno avesse risucchiato via la loro energia, la loro gioia, lasciandoli gusci vuoti.
Annie stava ancora ballando quando l’euforia si spense.
Non lentamente. Di colpo.
Come se qualcuno avesse tirato un interruttore. Al suo posto si riversò una tristezza densa, soffocante, che la lasciò stordita, senza appigli. Non aveva mai provato nulla di simile.
Desiderava solo morire. Il pensiero si insinuò nella sua mente senza preavviso, gelido e insistente.
In risposta a quel bisogno, sentì il suo potere risvegliarsi, prendere il sopravvento. Guardò in alto. Il tetto del capannone stava iniziando a creparsi. Piccole crepe all'inizio – linee sottili che si ramificavano attraverso il cemento vecchio. Poi più grandi. Più profonde. Pezzi di intonaco cominciarono a cadere. Il metallo gemette mentre le travi iniziavano a piegarsi.
«TUTTI FUORI!» urlò qualcuno.
Con un rombo assordante, il tetto cedette.
Riprese i sensi, sentendosi trascinare.
Il mondo era sfocato, confuso. Tutto faceva male – la testa, le braccia, il petto. Qualcosa le pesava addosso, premeva contro di lei.
«Annie! ANNIE!»
La voce di Bailey. Lontana. Disperata. Annie socchiuse gli occhi. Sopra di lei c'era il cielo notturno. Stelle che brillavano – troppo brillanti, quasi accecanti.
Il viso di Bailey apparve nel suo campo visivo. Era livido, esangue. Un rivolo di sangue gli scorreva lungo la tempia, scendeva sulla guancia. Gli occhi dilatati, pieni di terrore.
«Annie, ti prego, svegliati! Ti prego!»
Annie sentiva la sua paura opprimerle il petto come un peso fisico. Era così forte. Così schiacciante. Cercò di parlare. La bocca si mosse ma non uscì nessun suono.
Il mondo iniziò a sfumare.
Si risvegliò su qualcosa in movimento.
Sirene. Il ronzio costante di un motore. Voci che parlavano velocemente.
Annie cercò di muoversi ma non poteva. Qualcosa la teneva ferma. Cinghie. Era legata a un lettino. Il panico montò – acuto, immediato.
«NO! LEVATEMELE DI DOSSO!» urlò isterico Bailey.
Annie girò la testa – movimento che le fece esplodere il dolore nel cranio. Bailey era sul lettino accanto al suo, anche lui legato. Si dibatteva contro le cinghie, gli occhi fuori dalle orbite. Due paramedici cercavano di tenerlo fermo.
«Ragazzo, devi calmarti!»
«NON VOGLIO ANDARE IN OSPEDALE!»
«Non hai scelta...»
Bailey era completamente fuori di sé. Annie sentì il terrore crescere. Le cinghie. Non sopportava le cinghie. Dovevano toglierle. Adesso.
L'ambulanza si sollevò da un lato e si inclinò, fino a capovolgersi.
Annie sbatté la testa contro qualcosa e perse di nuovo conoscenza.
Socchiuse gli occhi.
Era ancora legata al lettino. Ma tutto era storto. L'ambulanza giaceva su un fianco. Attrezzature mediche sparse ovunque. Liquidi che colavano. La sirena che emetteva un lamento morente.
Annie vide Bailey svenuto accanto a lei, il sangue che gli colava dal naso. Qualcosa stava colpendo gli sportelloni posteriori. All'improvviso si spalancarono con un gemito. Arthur si arrampicò dentro, con Josh dietro di lui. Entrambi erano coperti di graffi.
«Annie!» Arthur si avvicinò, le mani malferme mentre cercava di liberarla dalle cinghie. «L'ambulanza si è capovolta. Si è formato dal nulla un masso dall'asfalto. Sei stata tu?»
«Probabile» borbottò con una smorfia Annie.
Le cinghie cedettero. Arthur l'aiutò a scivolare fuori dall'ambulanza. Quasi calpestarono il corpo di un paramedico. Svenuto, o forse morto. Annie non aveva le forze per pensarci.
Arthur e Josh tornarono nell'ambulanza per recuperare Bailey. Lo trascinarono fuori con difficoltà, adagiandolo sulla strada.
«B.B.» lo chiamò Arthur, chinandosi su di lui e scuotendolo. «Per favore, svegliati...»
Bailey aprì gli occhi di scatto. Si guardò intorno, allarmato, tramortito dalla botta e dalla droga. Iniziò a dimenarsi, con Arthur e Josh che cercavano di tenerlo buono.
«No no no NO!»
«B.B., calmati!» Arthur lottava per trattenerlo. «Sei al sicuro! Siamo noi!»
Bailey lo spinse via. Arthur cadde all'indietro.
«LASCIATEMI!»
Annie avvertì il panico tornare, più forte di prima, e il potere ricominciare a fluire, tutto insieme, con la potenza di un fiume in piena. La strada sotto di loro iniziò a creparsi. L'asfalto si sgretolò in piccoli sassi, che iniziarono a sollevarsi, come se l'aria fosse carica di elettricità statica.
Annie respirava a scatti, sentendo l'energia scorrere dentro di lei, inarrestabile, selvaggia. Era troppo, meraviglioso, terrificante. Aveva il mondo nelle sue mani. Poteva far spaccare la terra in due e ricomporla. Poteva distruggere tutto. Ricrearlo, solo per distruggerlo di nuovo, continuare a plasmarlo a suo piacimento…
«Annie!» urlò Arthur. «FERMATI!»
Ma Annie non poteva fermarsi. Non sapeva come. O forse semplicemente non voleva. Le pietre giravano più veloce. La crepa nell'asfalto si allargava. Un lampione si piegò, poi si strappò dalle fondamenta, sollevandosi nell'aria.
Annie rise – un suono isterico, fuori controllo. D'un tratto percepì un dolore acuto dietro il collo e si girò.
Josh era dietro di lei, con in mano una siringa vuota. «Mi dispiace» disse.
Il mondo iniziò a sfumare. Le pietre caddero con fragori metallici. Le gambe le cedettero. Josh la prese, adagiandola delicatamente a terra mentre il sedativo faceva effetto.
Annie lottò per restare sveglia. Vide Arthur che correva verso di loro. Vide Bailey accasciato sulla strada, gli occhi chiusi.
Il buio la inghiottì.
La prima cosa che arrivò fu il mal di testa. Istintivamente si toccò la tempia con una smorfia, sentendo qualcosa di ruvido al contatto.
Il sole del mattino le accarezzava il viso, caldo attraverso una finestra. Annie cercò di tirarsi su, il mondo che girava. Chiuse gli occhi, respirando piano, combattendo contro il bisogno di vomitare.
I ricordi tornarono con difficoltà, frammentari. Il capannone. La droga. Il crollo. L'ambulanza. Lei che perdeva il controllo.
Si voltò. Bailey era sul divano di fronte a lei, che russava profondamente. Anche lui aveva la testa fasciata, le braccia coperte di lividi e graffi.
Si guardò intorno. Era un salotto che non riconosceva – piccolo ma ben tenuto, mobili moderni, poster di film indie alle pareti.
«Sei sveglia.»
Josh era comparso sulla soglia di una porta. Sembrava stanco, ma sorrideva.
Annie lo guardò. «Dove siamo?»
«Nel mio appartamento. Arthur è di là che dorme. Ha passato la notte a vegliare su di voi.»
Annie ritentò di alzarsi.
«Piano, non fare sforzi» le disse Josh, scattando verso di lei. «Hai subito un trauma cranico. Come minimo.»
«Il capannone… è crollato» disse piano Annie. «Cos’è successo agli altri?»
Josh esitò. «La maggior parte si sono salvati.»
«La maggior parte?» gli fece eco Annie.
Josh abbassò lo sguardo. Annie rimase immobile, processando l'informazione. Delle persone erano morte. A casa sua. Eppure, non si sentiva in colpa. Solo un vuoto dove avrebbe dovuto esserci orrore.
Si sollevò, più lentamente stavolta, barcollando. Josh fece per prenderla ma lei lo respinse.
«Ce la faccio da sola.»
Si accorse solo allora di essere mezza nuda. Reggiseno e mutande. Il corpo coperto di fasciature in vari punti – costole, braccio sinistro, coscia.
Josh notò il suo sguardo. «Abbiamo dovuto spogliarti per esaminare le ferite. Mi dispiace.»
«Hai dei vestiti da prestarmi?» chiese Annie.
Josh sparì in un'altra stanza, per tornare poco dopo con dei jeans e una maglietta troppo grandi, probabilmente suoi. Annie li indossò con movimenti rigidi, evitando il suo sguardo.
«Ho bisogno di una boccata d'aria» disse.
«Dovresti mangiare qualcosa prima...»
«No.»
Josh prese la giacca. «Ti accompagno.»
«Non ce n'è bisogno.»
«Non sei in condizioni di rimanere da sola.»
Fuori, l'aria fresca del mattino le riempì i polmoni. Annie inspirò profondamente, iniziando a zoppicare lungo il viale. Josh camminava vicino, pronto ad afferrarla se fosse caduta.
«Abiti in una bella zona» commentò Annie, guardando i palazzi eleganti, gli alberi ben curati.
Tutto pur di distrarsi.
«Mi mantengo l'appartamento lavorando in un negozio di alta moda» spiegò Josh. «Pago molto d'affitto ma ne vale la pena.»
«Sembra che Arti abbia scelto bene, per una volta.»
Josh fece una mezza risata. «Grazie. Credo.»
«Come stanno?»
«Se la sono cavata meglio di te. Qualche livido, qualche graffio. Ma dovranno riprendersi dallo shock. Come tutti.»
Continuarono a camminare in silenzio.
Bailey si risvegliò con un'imprecazione masticata tra i denti.
Si tirò su, toccandosi la testa dolorante. Ci mise qualche secondo a mettere a fuoco dove si trovasse. Un appartamento sconosciuto. Piccolo, pulito. Non casa sua. Non casa di Arthur.
Si alzò con le gambe incerte, guardandosi intorno. Dal corridoio sentì un rumore – uno sciacquone che scaricava. Lo seguì, incappando in quello che presumeva fosse il bagno. La porta si aprì e ne uscì Arthur.
Lui trasalì nel ritrovarselo davanti. Aveva delle fasciature – una sulla fronte, un'altra sul braccio.
«Cosa è successo?» domandò Bailey, ancora confuso.
L'ultimo ricordo nitido risaliva al bacio tra Arthur e Josh. Il resto era tutto... un bel po' sfocato.
L'espressione di Arthur si raffreddò. «Dimmelo tu.»
Bailey si indispettì. «Io non ho fatto un cazzo. O almeno credo.»
«Tu e Annie avete usato i vostri poteri. Che vi ha detto il cervello?»
Bailey esitò. «Noi… ecco… può essere che fossimo un po’ fatti.»
«Questo spiega tutto.» commentò sprezzante Arthur. «Annie ha perso il controllo e ha fattocrollare il tetto. Delle persone sono morte, B.B.»
«Di che cazzo parli? Chi è morto?»
Arthur gli raccontò tutto. Quando finì, calò il silenzio. Bailey fissava il pavimento, ammutolito.
«Parlavo esattamente di questo quando mi riferivo alle responsabilità che derivano dai poteri» concluse cupo Arthur.
«Porca puttana.» Bailey si toccò la fronte, realizzando che le mani gli tremavano. «Non volevo... era solo per divertirci un po'. Cristo... quante persone sono morte?»
Arthur non rispose.
«Merda...» Bailey sentì la rabbia ribollirgli nello stomaco. Strinse i pugni, sollevandoli per un attimo, trattenendosi a stento dal colpire qualcosa. «È colpa mia. Cazzo…»
«Calmati.»
«Fanculo, Arti, non dirmi di calmarmi! Della gente è morta! Solo perché ho dato una maledetta pasticca ad Annie! Perché deve sempre andare così? Perché tutto quello che faccio deve trasformarsi in un fottuto disastro?»
«Forse, se tu ti fermassi a riflettere sulle conseguenze delle tue azioni…»
«Già, hai ragione, sono solo un patetico coglione che non sa farne una giusta. Pare che mio padre abbia ragione, dopotutto. Forse dovrei fare come mia madre e ammazzarmi!»
Arthur abbassò lo sguardo. Percepì le sue emozioni fare pressione contro di lui: cercò di tenerle fuori, non voleva sapere ciò che stava provando, ma erano così intense che riuscirono a fare breccia comunque. C'era molta sofferenza, mischiata a qualcosa di più rassicurante. Affetto. Non aveva smesso di volergli bene, nonostante tutto.
«Mi dispiace» sussurrò lui.
Bailey si avvicinò, poggiando la fronte contro la sua e chiudendo gli occhi. Arthur gli prese il volto tra le mani.
Bailey cercò la sua bocca, ma lui lo trattenne. «Siamo a casa di Josh. Non è il caso» soffiò sulle sue labbra, lanciando un’occhiata verso il corridoio.
«Ho visto che l'hai baciato. Ti piace?»
«Sì.»
«Più di me?»
Arthur rimase in silenzio. Bailey azzerò quei pochi millimetri che li separavano. Il bacio fu diverso dagli altri, intriso di una delicatezza che non era abituato a ricevere e non sapeva bene come restituire.
Arthur si ritrasse, evitando di guardarlo.«Non posso…» scosse la testa. «Voglio… qualcosa di diverso, B.B.»
«Che vuoi dire?»
«Non posso stare con te mentre tu ti scopi chi vuoi. O scegli me… oppure è meglio lasciar perdere.»
Bailey avvertì qualcosa che premeva contro le costole dall'interno — una risposta, forse, o qualcosa che le assomigliava abbastanza da fare male. La conosceva, quella sensazione. Era la stessa che aveva provato negli spogliatoi quando Arthur aveva detto ti amo e lui era scappato. La stessa che tornava ogni volta che Arthur lo guardava in quel modo — come se Bailey fosse qualcosa di prezioso.
«Io…»
Fu interrotto dal rumore di una porta che sbatteva.
«Ho bisogno di una pausa» disse Annie, affaticata.
Josh indicò una panchina vicina. Annie vi si afflosciò, osservando il cielo sopra di lei. Josh si accomodò al suo fianco.
«Che intenzioni hai con Arti?» chiese Annie all'improvviso.
«Beh, è ancora presto per dirlo. Mi piacerebbe stare con lui. Abbiamo tante cose in comune.»
Annie fu tentata di dirgli di Bailey, ma ci ripensò. Era meglio che se la sbrigassero da soli. Il mal di testa tornò a farsi sentire, più forte. «Devo sdraiarmi.»
Josh l'aiutò ad alzarsi e la riaccompagnò verso casa. Appena entrarono nell'appartamento,
dal corridoio comparve Arthur.
«Dove siete stati?»
«Annie aveva bisogno di un po’ d’aria.» spiegò Josh.
«Okay… vado a preparare la colazione.»
Arthur si diresse verso la cucina, iniziando ad aprire cassetti a caso.
Bailey comparve dal corridoio a sua volta, appoggiandosi al muro. «Mi aspettavo più buongusto da uno come te, Josh» commentò con sufficienza.
«Sono contento che ti sei ripreso.»
«Dove sono le padelle?» chiese timidamente Arthur.
Josh si unì a lui per aiutarlo. Mangiarono in silenzio. Uova strapazzate, toast, tè. Annie riuscì a mandare giù solo pochi bocconi prima che la nausea tornasse.
«Come mai ci hai portati a casa tua?» chiese Bailey, masticando rumorosamente.
«Stavo seguendo l'ambulanza quando si è ribaltata. Ho pensato che ai vostri genitori sarebbe venuto un colpo a vedervi così.»
«Il colpo se lo saranno preso in ogni caso» fece notare Annie. «non vedendoci rientrare a casa.»
Josh rimase interdetto per un momento. «In effetti… a questo non ho pensato.»
«Non preoccuparti» disse Arthur, mettendo una mano sulla sua. «Hai solo cercato di fare la cosa giusta. Parleremo noi con i nostri genitori.»
Bailey osservò la scena in silenzio, la mascella serrata.
«Abbiamo anche saltato i servizi sociali» aggiunse Annie.
Un cellulare vibrò.
«È tua madre» disse Arthur, guardandola. «Ha già provato a chiamarti venti volte. Non sto esagerando.»
Annie seguì il rumore, trovando il cellulare ai piedi del divano. Rispose.
«ANNIE! SEI VIVA? STAI BENE? OH GRAZIE AL CIELO!»
Annie allontanò l'apparecchio dall'orecchio con una smorfia. «Sto bene, mamma. Ho solo fatto tardi ieri sera. Ho dimenticato di avvisare.»
«Grazie a Dio! Sapevo che...»
Annie stava per buttare giù quando sentì sua madre dire «servizi sociali». Riportò il telefono vicino all'orecchio. «Cosa?»
«Ha chiamato un certo Brian Peterson» disse sua madre. «Dai servizi sociali. Ha detto che non ti sei presentata. Che non è la prima volta e che dovrà fare rapporto...»
Annie emise un lungo sospiro.
«Ho provato a spiegargli la situazione» continuò sua madre. «Del fatto che sei santa ora. Che aspetti di unirti in matrimonio con Bailey per procreare il nuovo messia. Ma mi ha chiuso il telefono in faccia prima che potessi finire!»
«Non preoccuparti, mamma» disse Annie stanca.
«Ma...»
Annie le chiuse la telefonata in faccia.
«Anche mia madre sta provando a chiamarmi. Le spiegherò tutto di persona. È meglio» disse Arthur, fingendo una sicurezza che probabilmente non sentiva.
Ci fu un momento di silenzio.
Poi Bailey chiese: «Quante persone sono morte?»
Nessuno rispose.
«Voglio saperlo» insisté Bailey.
«Per ora sono quindici» rispose cauto Josh. «Diciassette con i due paramedici.»
Bailey si alzò. «Devo fare una cosa. Hai dei vestiti per me? So che sono più magro di te e mi penzoleranno addosso rendendomi ridicolo. Ma tanto sono così bello che nessuno ci farà caso.»
Josh lo accompagnò in camera. Quando ne riemersero, Bailey uscì dall'appartamento senzadire una parola.
«Gli serve tempo» disse compressivo Josh.
Annie dubitava che sarebbe stata solo questione di tempo.
Diciassette persone morte.
E lei continuava a non sentire niente.
Restò a casa di Josh fino al pomeriggio, seduta vicino alla finestra, limitandosi a guardare il cielo.
La pioggia aveva iniziato a scendere intorno a mezzogiorno, rendendo tutto più cupo. Le gocce tamburellavano contro i vetri in un ritmo costante, ipnotico.
Josh e Arthur le lasciavano i suoi spazi, parlando tra loro a bassa voce. Ogni tanto uno di loro si affacciava per chiederle se volesse qualcosa – tè, cibo, una coperta. Annie si limitava a ignorarli, fissando la pioggia.
All'improvviso Josh le si avvicinò. «Puoi restare a dormire, se vuoi.»
«Voglio tornare a casa» disse Annie senza voltarsi.
Josh le mise una mano sulla spalla. «Ti do un passaggio.»
Appena la macchina si fermò davanti casa sua, Arthur si voltò dal sedile del passeggero. «Annie...»
Ma lei aveva già aperto la portiera.
«ANNIE!» Sua madre apparve ansiosa dal soggiorno. «Dove sei stata?»
Annie salì le scale due alla volta. Si chiuse in camera, girando la chiave nella serratura. Si spogliò con movimenti meccanici e si infilò sotto le coperte, chiudendo gli occhi.
Sognò di tetti che cedevano.
Cemento che cadeva in slow motion. Corpi schiacciati. Urla che echeggiavano. E lei che galleggiava sopra tutto, guardando dall'alto mentre la terra si apriva. Una voragine enorme, che inghiottiva tutto – edifici, macchine, persone. E continuava ad allargarsi, sempre di più, finché non rimase niente.
Solo Annie, sospesa nel vuoto, che sorrideva.
Si risvegliò madida di sudore, il cuore che batteva forte contro le costole. Un lieve bussare alla porta la fece sobbalzare.
«Vai via, mamma» disse scocciata.
«Sono io.»
Annie esitò per un attimo, poi si alzò e andò ad aprire. Bailey era fradicio da capo a piedi – icapelli appiccicati al cranio, i vestiti che gocciolavano. «Hai un cambio?» chiese. «Sto bagnando tutto.»
Annie andò al cassetto. Tirò fuori una maglietta larga e dei pantaloni della tuta. Glieli porse.
Bailey rimase immobile. «Sei mezza nuda.»
«Non sono dell'umore.»
Gli lanciò i vestiti e tornò a infilarsi sotto le coperte. Sentì Bailey cambiarsi e il materasso cedere leggermente sotto il suo peso. Le si strinse contro, affondando il viso nella sua spalla.
«Mi sento una merda» mormorò lui. «Vorrei solo scomparire.»
Annie non rispose. Dopo un po' sentì una sottile eccitazione che si risvegliava dentro di lei.
«Ti sembra il momento?» chiese bruscamente.
«Non lo sto facendo apposta» disse Bailey contro la sua pelle. «È difficile rimanere impassibili con una bella ragazza tra le braccia.»
«Non sono speciale. Farlo con me o con un’altra non farebbe differenza.»
«Non dire così.» replicò Bailey con dolcezza.
Annie si voltò in modo da poterlo guardare negli occhi.
«È il meglio che sai fare?»
Lui abbozzò un sorriso triste. «Lo penso davvero.»
Per un attimo si fissarono. Poi Annie si sporse verso di lui e lo baciò. Non fu dolce. Era una lotta per la supremazia – lingue che si scontravano, denti che mordevano. Le mani che esploravano, graffiando, stringendo così forte da lasciare segni. Annie lo spinse sulla schiena, montandogli sopra. Gli inchiodò i polsi al letto, sopra la testa.
«È la tua prima volta?» chiese Bailey col fiato corto.
«Sta zitto» intimò Annie.
Finirono di spogliarsi. Bailey provò a toccarla per stimolarla, ma Annie non glielo permise. Scivolò su di lui, il suo corpo che lo accoglieva con una naturalezza che pensava non le appartenesse, e prese a muoversi.
Non c'era trasporto nei suoi movimenti, solo cieco bisogno – lo stesso che la spingeva a rompere il vetro delle vetrine, a far esplodere sacchetti dell'immondizia, a frantumare panchine. Un bisogno di sentire qualcosa, qualsiasi cosa, nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il dolore per diciassette persone morte. E il sesso funzionava come il potere: le dava qualcosa su cui concentrarsi, una sensazione fisica concreta che riempiva il vuoto per qualche istante.
Bailey l'afferrò per i fianchi, adattandosi al suo ritmo. Annie sentiva le sue emozioni – piacere, sì, ma anche tenerezza, e sotto tutto una disperazione che rispecchiava la sua.
Percepì il suo corpo – non come carne e ossa, ma come struttura. Fibre muscolari che sicontraevano, il cuore che pompava più veloce, i vasi sanguigni che si dilatavano. Avrebbe potuto fermarlo – fermare il cuore, bloccare il sangue, chiudere i polmoni come una mano che stringe un palloncino. Il pensiero arrivò e se ne andò, rapido, involontario. Come lo era stato col piccione a Clissold Park.
Accelerò. Bailey si arcuò sotto di lei, le dita che affondavano nella pelle mentre raggiungeva l’orgasmo. Annie si spostò e si sdraiò di fianco, tornando a dargli le spalle. La pioggia continuava a battere contro la finestra. Un ritmo costante, indifferente.
«Stai bene?» chiese Bailey.
«Sì.»
Annie fissava il muro. C'era una crepa nell'intonaco – sottile, ramificata. Non l'aveva notata prima. Si chiese se fosse stata sempre lì, o se l'avesse causata lei, adesso, senza accorgersene. Il pensiero la disturbò più del sesso, più delle diciassette persone, più di qualsiasi altra cosa.
Bailey la tirò più vicina, mettendole un braccio intorno alla vita e stringendola forte, senza dire nulla.
L'indomani si svegliò presto.
Restò a guardare il soffitto per minuti, forse ore. La luce che filtrava attraverso le tende cambiava gradualmente. Alla fine si alzò. Si vestì e si avvicinò al letto, scrollando Bailey con forza.
«Mmh…» mugolò lui, girandosi dall'altra parte.
«Datti una mossa» disse Annie con voce piatta.
Scese in cucina. Sul tavolo c'erano due piatti con la colazione già pronta – toast, marmellata, succo d'arancia. Accanto, un biglietto scritto con la calligrafia precisa di sua madre.
Cara Annie
Io e tuo padre siamo andati in chiesa a pregare per te e Bailey. Torniamo presto.
Ti vogliamo bene.
Mamma
Annie lo accartocciò e lo gettò nel cestino. Si sedette al tavolo, lo stomaco chiuso in una morsa.
Passi sulle scale. Bailey sbadigliò, passandosi una mano tra i capelli arruffati.
«Ho dormito di merda. Il tuo letto è comodo ma questa fasciatura continua a tirare…» Prese posto accanto a lei. «Non mangi?»
Annie spinse il piatto. Bailey le lanciò un'occhiata, poi attaccò a mangiare. Quando ebbe finito, disse: «Senti, se vuoi sfogarti con qualcuno… io ci sono.»
«Non verrò al centro.»
«E cosa pensi di fare? Resterai qui a casa a deprimerti?»
«Non lo so. M'inventerò qualcosa. Voglio stare da sola.»
Bailey raggiunse il centro con passo pesante. Ogni movimento gli faceva male, le fasciature sotto i vestiti che premevano contro le ferite ancora fresche.
Arthur era già lì, seduto sui gradini. Scattò in piedi appena lo vide.
«Dov'è Annie?»
«Voleva starsene per i fatti suoi.»
Prima che Arthur potesse replicare, comparve Brian. Li scrutò da capo a piedi.
«Che cazzo avete combinato?»
«Siamo stati attaccati da un branco di scoiattoli rabbiosi. Nel parco» rispose Bailey.
«Scoiattoli» ripeté Brian.
«Sì. È stato terribile. Uno mi ha morso qui.» Bailey indicò vagamente la sua testa. «Potremmo avere bisogno di antidolorifici. E di una giornata libera… sai, per riprenderci dal trauma.»
«Dov'è la piromane?»
«È malata» disse Arthur velocemente. «Influenza. Febbre alta. Non poteva uscire di casa.»
Brian gli si piantò davanti, minaccioso. «Credete davvero che mi beva le vostre cazzate? Dovrei denunciare voi merdine e farla finita.» e sputò per terra.
Bailey mise su la sua espressione ferita. «Non dire così, Brian. Noi proviamo una profonda stima nei tuoi confronti. Davvero. Sei come un padre per noi.»
Gli fece gli occhi dolci – quegli occhi che aveva perfezionato negli anni, quelli che facevano sciogliere le persone. Lasciò che una piccola onda di affetto emanasse da lui, sottile, appena percettibile.
Brian rimase impassibile. «Mi stai facendo gli occhi dolci?»
«No» disse Bailey con aria innocente.
L'uomo gli puntò il dito contro. «Oggi tornerete a Finsbury Park. Sapete cosa fare» ringhiò.
Poi se ne andò, imprecando tra i denti come al solito. Appena fu fuori portata d'orecchio, Bailey guardò compiaciuto Arthur.
«Il mio trucco funziona sempre.»
Lui scosse la testa.
Annie vagò per il quartiere senza una meta precisa.
I suoi piedi la portarono attraverso strade che conosceva a memoria, angoli che aveva visto migliaia di volte. Ma oggi tutto sembrava diverso. Distante.
Continuò a camminare finché non raggiunse una piccola collina – un'area verde trascurata, con erba alta e qualche albero storto. Si arrampicò in cima e si sedette, osservando il profilo della città.
Londra si estendeva davanti a lei – edifici, strade, il Tamigi che serpeggiava in lontananza. Il cielo era grigio, carico di nuvole pesanti. Annie restò così per un po', giocando con i fili d'erba accanto a lei. Li strappò uno per uno, tenendoli nel palmo della mano. Verdi, delicati, morti.
Come le vite che aveva ucciso.
Finalmente sentì emergere qualcosa. Rabbia. Il primo vero sentimento da quando era successo tutto. Scandagliò il terreno con il suo potere – minerali, umidità, radici intrecciate, vermi che si contorcevano nel buio. Ogni particella, ogni molecola.
Ordinò alla terra di far spuntare nuova erba. Dei timidi germogli fecero capolino, allungandosi verso l'alto. Annie si chiese se potesse funzionare con i morti, ma conosceva già la risposta.
Frustrata, si alzò di scatto, sollevando lo sguardo al cielo. Un aereo stava passando in lontananza, lasciando una scia bianca. Chissà se poteva volare?
Piegò le ginocchia e spiccò un salto, solo per atterrare goffamente sull'erba. Provò ancora. E ancora. E ancora. Prese la rincorsa e tentò di saltare più in alto, finendo a faccia in giù sul prato.
«Cazzo!» urlò, sbattendo il pugno sulla terra.
Si rialzò, cercando di capire cosa mancasse. Percepì cambiare qualcosa nell'aria. La risposta era lì. Il trucco non era solo spingere sé stessa. Doveva modificare l'aria stessa. Renderla più densa, più solida. Qualcosa su cui reggersi.
Iniziò a manipolare tutte quelle molecole invisibili che la circondavano. A compattarle, a renderle più dense sotto i suoi piedi. Stavolta, quando saltò, restò sospesa per pochi secondi prima di ricadere sul prato.
Un angolo della bocca le si sollevò. Spiccò un altro salto. Questa volta schizzò nel cielo come se avesse le ali. Il vento le frustava il viso, facendole lacrimare gli occhi. Ma non si fermò. Continuò a salire, sempre più su.
Alberi che diventavano piccoli. Case che sembravano scatole. Le strade come linee tracciate su una mappa. Una sensazione di gioia la invase.
Stava volando. Cazzo, stava davvero volando.
Salì più in alto, attraversando uno strato di nuvole. Il mondo scomparve sotto di lei, sostituito da un mare bianco e soffice. Si fermò, barcollando in aria. Non era facile mantenere l'equilibrio – doveva costantemente modificare l'aria intorno a lei, creare supporti invisibili.
Da lassù tutto sembrava piccolo. Lontano. Come un mosaico. I problemi, le morti, la colpa – tutto insignificante visto da questa prospettiva.
Annie restò sospesa, le braccia allargate, il vento che le scompigliava i capelli. Chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dall'aria che lei stessa controllava, galleggiando in un mondo dove era sola, potente, e libera da tutto.
Arthur era in ginocchio, i guanti in lattice strizzati attorno a un sacco nero traboccante.
Bailey lo osservava di sottecchi. «Allora» esordì, cercando di apparire indifferente mentre scagliava una lattina arrugginita nel suo sacco. «Sei rimasto a dormire da Josh?»
«Sì» rispose Arthur senza voltarsi, fingendo di accanirsi a scrostare una massa appiccicosa di gomme.
Bailey sentì di nuovo quella sensazione velenosa che gli stritolava lo stomaco. Tentò di scacciarla, di ridurla a un semplice fastidio intestinale.
«Vi siete divertiti?»
«Molto. Abbiamo fatto giochi di società, parlato… le solite cose.»
«Quindi non avete scopato?»
Arthur si raddrizzò di scatto, il sacco in mano come uno scudo. «No! Ci conosciamo appena. È… presto.»
«Non che tu ti stia perdendo molto.»
«Di che parli?»
«La regola della L, Arti. Uno così alto ha sicuramente il cazzo piccolo. È scientificamente provato.»
«Anche tu sei alto» gli fece notare Arthur, l'imbarazzo che lottava con la rabbia.
«Sì, beh» ribatté Bailey, interdetto. «Non è universale.»
«Sei solo geloso» sbottò Arthur.
«Questa poi. Sul serio, Arti, non mi dà fastidio se state insieme. Anzi, sono contento per voi due. Dico solo che non c'è paragone tra il mio cazzo e quello di Josh, tutto qui.»
Arthur si morse il labbro, un gesto che Bailey conosceva fin troppo bene.
«Cosa stavi per dire prima… che ci interrompessero? A casa di Josh»
Bailey non lasciò trasparire nulla. «Niente. Che la penso come te.» disse, facendo spallucce.
«Cioè?»
«È giusto che stai con qualcuno che possa ricambiare i tuoi sentimenti, ecco. Tu e lui starete benissimo insieme.»
Arthur fece per replicare, ma in quel momento un gruppo di uomini, voci forti e risate sguaiate, passò accanto a loro. Uno di loro, con la giacca sporca di grasso, gettò una bottiglia di birra ormai vuota proprio ai piedi di Arthur.
Lui alzò lo sguardo e disse con tono deciso: «Scusa. Puoi raccoglierla?»
Il gruppo si fermò.
«Che cazzo hai detto?» chiese l'uomo con la giacca.
Arthur non indietreggiò. «Ti ho chiesto se puoi raccogliere la bottiglia che hai buttato» ripeté con ostinazione.
L'uomo scambiò uno sguardo divertito con i suoi compari. «Ma senti te sto stronzetto…»
Bailey si frappose tra i due, posando una mano sulla spalla dell'uomo. «Lascia stare, amico» disse, sfoderando la sua espressione più amichevole. «È un po' tocco.»
Lasciò fluire il suo potere. Una scarica impercettibile, che non annullava la rabbia ma la rendeva improvvisamente noiosa, inutile.
L'uomo lo guardò con occhi contratti. Poi la sua faccia si rilassò. Gli sfuggì un verso divertito. «Andate a fanculo, sfigati.»
Il gruppo si allontanò, sghignazzando.
«Potevo cavarmela da solo!» sibilò Arthur, furioso. «So badare a me stesso!»
«Ah, sì. Ho visto.»
«Non ho bisogno che mi difendi!»
«Senti, Arti. Hai già provato una volta a fare l'eroe e sappiamo tutti com'è andata a finire. Dovresti imparare a farti i cazzi tuoi, te lo dico col cuore.»
«È per questo modo di pensare che la società è uno schifo!»
«Non cambierai le cose facendoti massacrare di botte.»
«E allora perché sei intervenuto?»
«Che razza di domanda è? Sei mio amico…»
«Non è solo questo» ribatté Arthur con impeto. «L'avresti fatto anche se ci fosse stato qualcun altro al posto mio. Perché sei una brava persona. Tu hai un potenziale enorme, B.B.! Potresti col tuo potere porre fine alle guerre, o…»
«Ora non esagerare.»
«È la verità! Se solo tu…»
«Sono l'esatto opposto di un eroe, Arti. Soprattutto dopo quello che è successo» ribatté secco Bailey.
«Sì, hai fatto una cazzata» ammise Arthur. «E delle persone ne hanno pagato le conseguenze. Ma puoi rimediare. Iniziando a fare del bene, anche a piccole dosi!»
«Non credo che faccia per me» disse Bailey, distogliendo lo sguardo. «Dai, riprendiamo a ripulire questo casino» aggiunse, raccogliendo la bottiglia e gettandola nel suo sacco.
Mentre stavano per rientrare al centro per posare gli attrezzi e raccogliere le loro cose, Arthur disse: «Hai pensato a quello che ti ho detto?»
Bailey trattenne un sospiro.
«Non sono tagliato per fare il supereroe.»
«Lo sai che non è vero.»
Bailey voleva baciarlo. Essere la persona che lui credeva che fosse. Dirgli di lasciare perdereJosh. Le parole gli si accavallarono in bocca senza trovare una via d’uscita. All’improvviso Annie atterrò accanto a loro dal nulla, scivolando sui gradini e perdendo quasi l'equilibrio. Aveva i capelli completamente scompigliati, gli occhi che brillavano.
Il primo a riprendersi dallo shock fu Bailey. Guardò il cielo, poi lei, poi di nuovo il cielo.
«Da dove cazzo sei sbucata?»
Annie sorrise. «Ho imparato a volare.»
«Volare?» Bailey la guardò come se le fosse spuntata una seconda testa. «Sai volare?»
Lei alzò le spalle. «A quanto pare sì.»
«Cazzo… non dovrai più prendere i mezzi.»
Annie emise un suono breve che poteva quasi passare per una risata.
«Tu.. stai sorridendo» boccheggiò Arthur, osservandola come se fosse un alieno.
«Sono di buon umore.»
«Ah» disse Bailey, compiaciuto. «È per la scopata di ieri, vero? Sapevo che...»
Arthur si pietrificò.
«No, idiota, non è per quello» lo rimbeccò Annie.
«Ma sono stato bravo, giusto?»
«Devo tornare a casa» disse teso Arthur, abbandonando senza troppe premure gli attrezzi per terra. «Riporta tu questa roba dentro.»
E se ne andò senza salutarli, i passi veloci.
«Aspetta! E il tuo zaino?» gli urlò dietro Bailey. «Che cazzo gli è preso?»
«Davvero?» disse Annie.
«Davvero cosa?»
«È geloso, coglione.»
Bailey sentì un calore stupido nel petto. «Hai ragione. Voglio dire, vi capisco. Ma non c’è bisogno che litighiate, sul serio. Potremmo fare che i giorni dispari sto con te e…»
«Non farti strane idee. Quello che è successo è stata una parentesi, chiaro?»
«Per me va bene. Più che bene. Facciamo che scopo con te il fine settimana?»
«Io vado.» concluse secca Annie.
«Aspetta!» disse Bailey in fretta. «Mi porti a fare un giro?»
«Sei serio?»
«Serissimo. Ho sempre voluto volare.»
Annie sospirò. «D’accordo.»
Bailey mise le braccia intorno al suo collo, i loro nasi che si sfioravano.
«Pronto?» chiese lei.
«Pro...»
Annie spiccò il volo. Bailey urlò, terrorizzato, stringendosi a lei con tutta la forza che aveva. Salirono velocemente – sopra gli alberi, sopra i tetti, sempre più su. Superata la paura iniziale, Bailey si rese conto che stavano effettivamente volando. «CAZZO!» urlò euforico contro il vento. «È fantastico! Tutto sembra...»
«Piccolo» completò Annie per lui. «Insignificante.»
Bailey fece l'errore di guardare giù. Erano davvero – davvero – molto in alto. Forse troppo. Cioè, se Annie si fosse distratta, sarebbero finiti per precipitare... senza nulla a evitare l'impatto che li avrebbe ridotti a frittelle…
«Penso di soffrire di vertigini.»
«Cosa?»
«E mi sta anche venendo da vomitare. Scendi! Ora!»
Annie si abbassò di quota rapidamente, una mossa che mise a dura prova lo stomaco già provato di Bailey. Atterrarono sul prato. Si staccò da lei, le gambe che lo reggevano a malapena, e si piegò in due, respirando a fatica. «È stato forte» disse tra un respiro e l'altro. «Mi è venuto duro.» Guardò la sua erezione, ben visibile sotto i jeans. «Che ne dici di una sega veloce?»
«No.»
«Va bene, va bene.» Bailey si raddrizzò. «Ne è valsa la pena. Cristo, Annie. Sai volare. È la cosa più figa di sempre.»
Tornarono a casa insieme, camminando lentamente. Bailey era ancora un po' verde in faccia.
«ANNIE!» esclamò sua madre. «È successo? Il miracolo è stato compiuto?»
«Sì. Io e B.B. abbiamo scopato» rispose annoiata Annie.
Sua madre cedette a un pianto di gioia, portandosi le mani al petto. «GRAZIE! GRAZIE SIGNORE!»
Suo padre ricominciò a pregare ad alta voce, agitando la Bibbia sopra la testa. «È L'INIZIO DI UNA NUOVA ERA! IL SALVATORE STA ARRIVANDO!»
«Andiamo su» disse Annie.
Salirono le scale.
«È la prima volta che mi capita» commentò Bailey divertito «che dei genitori siano così contenti che mi sono fatto la figlia.»
Dal piano di sotto sentirono il padre di Annie gridare: «DOBBIAMO ORGANIZZARE IL MATRIMONIO! SUBITO!»
Si sedettero sul letto di Annie, mentre al piano di sotto i suoi genitori continuavano la loro celebrazione isterica.
«Cazzo, mi sa che mi toccherà metterti l'anello al dito» disse Bailey con espressione divertita.
«Dubito che Arti sarebbe contento.»
Il sorriso di Bailey vacillò.
«Dovresti dirglielo» aggiunse Annie.
«Cosa?»
«Quello che provi.»
«Non provo niente.»
«Di cosa hai tanta paura, si può sapere?»
«Non ho paura di un cazzo.» Bailey spostò lo sguardo altrove — la finestra, il muro, qualsiasi cosa che non fosse lei. «È che non ha senso. Stai con qualcuno, va tutto bene, e poi finisce. Finisce sempre. E dopo ti ritrovi a chiederti perché cazzo stavolta sarebbe dovuta andare diversamente. Io ho già abbastanza roba che fa schifo nella mia vita. Non ho bisogno di aggiungercene altra volontariamente. E poi lui ha Josh, adesso. Sarà anche un’idiota, ma almeno è affidabile.»
Restarono seduti in silenzio. Dal piano di sotto arrivava il rumore di bicchieri che tintinnavano e la voce di sua madre che già parlava di fiori e inviti.
La sveglia attaccò a suonare.
Annie socchiuse gli occhi. Allungò una mano, gettandola a terra. Si concesse qualche minuto di tregua, poi si alzò.
Bailey non era rientrato la sera prima. Doveva essere rimasto a dormire da chissà chi. Annie aveva smesso di chiederglielo.
Scese in cucina. I suoi genitori erano seduti al tavolo, circondati da riviste di matrimoni, campioni di tessuto, cataloghi di catering.
«Annie!» esclamò sua madre. «Guarda questi fiori! Pensi che le rose bianche siano troppo tradizionali? O dovremmo osare con le peonie?»
«Le peonie rappresentano la grazia divina» disse suo padre, consultando un libro. «Sono perfette per un'unione benedetta.»
Non facevano altro che parlare di quello da un paio di settimane a quella parte. Annie li ignorò, come al solito. Prese un toast dal piatto sul bancone e uscì di casa.
Arrivò al centro trovando Arthur col naso immerso nell'ennesimo libro. La salutò con un cenno distratto.
«B.B. non è ancora arrivato?»
«No.» Arthur chiuse il libro, tenendo il segno con un dito. «Sai dov'è?»
«No. Non è tornato a casa ieri sera.»
Arthur abbassò lo sguardo. Un muscolo della mascella si contrasse appena. «Sarà andato a caccia» disse, con una piattezza che non riusciva del tutto a nascondere il tono caustico sottostante.
«Probabile.»
«Non ti dà fastidio?»
Annie incontrò il suo sguardo. «Te l'ho già detto. Non stiamo insieme. È libero di fare quello che gli pare.»
Arthur non replicò. Riaprì il libro.
La porta si spalancò.
«Ecco i miei due sfigati preferiti!» Bailey entrò saltellando, con quell'aria di chi ha dormito benissimo e non vede il motivo per cui qualcuno potrebbe essere di umore diverso. «Mi stavate aspettando?»
Arthur chiuse il libro con un tonfo secco e si alzò. «Sei in ritardo. Ti ricordo che Brian è sul piede di guerra. Ha di nuovo minacciato di farci rapporto.»
Bailey sventolò la mano con disinvoltura. «E tu ancora gli credi?»
Come per risposta, Brian comparve sulla soglia con la puntualità sinistra di chi viene evocato per sbaglio. Li squadrò tutti e tre con la stessa espressione di sottile disgusto che riservava a qualsiasi cosa non rientrasse nei suoi standard.
«Siete ancora qui? Oggi Victoria Park. Vi aspetta la solita merda.»
Sparì prima che qualcuno potesse replicare.
Bailey lo seguì con lo sguardo, poi allargò le braccia. «Visto? Non gliene frega un cazzo.»
Al parco il cielo era basso e grigio, i viali ricoperti del solito strato di cartacce, lattine schiacciate e roba che era meglio non identificare. Annie stava spingendo il carrello della spazzatura quando Bailey le si affiancò con le mani in tasca, il rastrello appoggiato sulla spalla come se stesse facendo una passeggiata domenicale.
«Allora» esordì, con il tono di chi sta per condividere la notizia del secolo. «Si chiama Megan. O Meghan. Comunque — capelli scuri, tatuaggio sull'interno coscia, lavora in un bar vicino alla stazione. Certe ragazze ti stupiscono davvero. Non le avrei dato un soldo bucato, ma cristo… credo che fosse una contorsionista in un’altra vita...»
Annie infilò una lattina nel sacchetto. «Risparmiamelo.»
«C'è stato un momento, verso le due, in cui ho pensato che forse avrei dovuto prendere appunti…perché certe cose non si improvvisano e…»
Annie si raddrizzò. «Perché cazzo me lo vieni a raccontare?»
Bailey la guardò come se la domanda fosse la più strana che avesse mai sentito. «Perché siamo amici?» si sporse verso di lei, sogghignando. «Ooh, non sarai mica gelosa? Tranquilla. Puoi averlo quando vuoi. Basta chiedere. Massima disponibilità, soddisfazione garantita.»
Annie lo fissò. «Se non torni a lavorare» sibilò. «ti pianto il rastrello in un posto che renderà le tue future attività notturne decisamente più complicate.»
Bailey alzò le mani in segno di resa, ma il sorriso non sparì. Si scostò di qualche passo, riprendendo a trascinare il rastrello sul vialetto con la stessa energia di prima — il che significava quasi nessuna. «L'offerta rimane in piedi» aggiunse, senza voltarsi.
Il telefono di Annie squillò. Era sua madre. Strano. Non la chiamava mai mentre era al centro.
«Che c'è?» rispose secca Annie.
«ANNIE!» urlò sua madre nel panico, ferendole il timpano. «È venuta la polizia qui!»
Annie spostò il cellulare sull'altro orecchio. «La polizia?»
«Sono entrati in casa! Hanno detto che devono prelevarti! Hanno chiesto dove ti trovassi! Ho dovuto dirglielo, tesoro, ho dovuto! Mi hanno fatto delle domande e...»
«Aspetta.» Annie scosse la testa, cercando di elaborare. «Hai detto che la polizia vuole prelevarmi?»
«Sì! Oh Annie, tesoro, che hai combinato stavolta? Tuo padre sta pregando, ha tirato fuori la Bibbia grande, quella delle occasioni speciali...»
Annie incrociò lo sguardo di Bailey, che si era fatto attento.
«Non lo so. Non preoccuparti. Me la sbrigo io.»
«Ma, Annie...»
Annie chiuse la telefonata.
«Che succede?» chiese Bailey.
«Mia madre dice che la polizia mi sta cercando.»
«Cazzo!» Bailey si guardò intorno come se si aspettasse di vedere pattuglie spuntare dagli alberi. «Che hai fatto?»
«Niente! Dev'essere collegato a quello che è successo alla festa…»
«Non possono sapere che sei stata tu. Nessuna persona normale avrebbe potuto far crollare il tetto. Hai sentito i telegiornali, no? Credono sia stato un incidente. Problemi strutturali. Nessuno ha parlato di... sai. Poteri.»
«Senti, non lo so, okay? È l'unica cosa che mi viene in mente.»
«Se fossi in te me la darei a gambe» suggerì Bailey. «Tipo, adesso.»
«Se scappo sembrerò colpevole. Di qualsiasi cosa vogliano accusarmi.»
Arthur li raggiunse. «Che avete da confabulare tanto, voi due?»
«Annie sta per essere arrestata» rispose Bailey. «Di nuovo.»
Arthur sbarrò gli occhi. «Cosa?! Che hai fatto?»
«NIENTE!» rispose irritata Annie. «Cazzo, siete peggio di mia madre! Non lo so che cazzo vogliono!»
Arthur tirò fuori il cellulare, gli occhi che s'illuminavano di blu. «Qui dice che sei ricercata per vandalismo ai danni di una struttura pubblica» disse dopo qualche secondo. «Vandalismo aggravato. E... resistenza a pubblico ufficiale? Quando avresti...»
«Sul serio?» A Bailey scappò una mezza risata. «Vandalismo? Dai, ti facevo più fantasiosa.»
«Non ho vandalizzato nulla! Deve esserci un errore! Qualcuno mi ha incastrato o...»
«Forse si tratta di un'altra Annie» ipotizzò Bailey.
«Difficile che la polizia commetta errori così grossolani» replicò Arthur, ancora concentrato sul telefono. «Hanno il tuo nome completo, indirizzo, data di nascita. Sei decisamente tu.» Fece una pausa. «Si stanno muovendo di nuovo. Devono aver parlato con Brian. Credo... credo che stiano per venire qui.»
«Quanti sono?» indagò Bailey.
Arthur deglutì. «Tre pattuglie. Sei agenti.»
«Cazzo» disse Bailey a mezza voce. «Okay. Cosa facciamo?»
Annie si sedette su una panchina. «Aspettiamo. Voglio capire che cazzo sta succedendo.»
«Annie, forse dovresti...» iniziò Arthur.
«Ho detto che aspettiamo.»
Bailey e Arthur si scambiarono un'occhiata preoccupata.
Dopo mezz'ora, in lontananza, sentirono le sirene.
Si erano spostati all'entrata del parco per farsi trovare subito. Stavano in piedi, tesi, guardando le tre volanti avvicinarsi. Le macchine si fermarono. Ne scesero sei agenti – come aveva detto Arthur – tutti con espressioni serie.
Appena videro Annie, controllarono qualcosa sui loro tablet. Probabilmente la sua foto segnaletica. Puntarono dritti verso di loro.
«Annie Hawthorne?» chiese uno di loro con tono professionale.
«Sì, sono io» rispose gelida lei.
Poi l'agente si girò verso Bailey e Arthur. «Arthur Morgan?»
«Sì, sono io» rispose Arthur sorpreso.
«E tu sei Bailey Burns?»
«Non ho fatto niente» disse in fretta lui, nervoso. «Erano tutte consenzienti. Qualsiasi cosa vi abbiano detto, io non...»
«Vi dichiaro in arresto»
Prima che potessero reagire, li afferrarono, costringendoli con le braccia dietro la schiena. Le manette scattarono sui polsi.
«Un momento!» urlò Bailey nel panico. «Che cazzo c'entriamo noi? Non abbiamo fatto nulla!»
Ma il poliziotto lo ignorò, recitando la formula d'arresto: «Avete il diritto di rimanere in silenzio. Tutto ciò che direte potrà essere usato contro di voi in tribunale. Avete diritto a un avvocato...»
La gente si fermò, incuriosita. Telefoni che si alzavano per filmare. Mormorii. I tre ragazzi vennero trascinati verso le volanti e spinti dentro senza troppe cerimonie.
Il viaggio in macchina fu silenzioso. Annie guardava fuori dal finestrino, il cuore che batteva forte. Le manette le mordevano i polsi. Alla stazione di polizia, li fecero scendere e li portarono dentro. Corridoi sterili, luci fluorescenti, l'odore di caffè stantio che sembrava appestare tutto l'edificio.
Li separarono immediatamente. Annie vide Bailey che veniva trascinato in una direzione, Arthur in un'altra.
La spinsero in una sala interrogatori. Piccola, claustrofobica. Un tavolo di metallo, due sedie, una telecamera nell'angolo. E il classico specchio finto, come nei film.
Era simile a quella dove l'avevano interrogata l'ultima volta. Le tolsero le manette e la fecero sedere. Poi se ne andarono, chiudendo la porta a chiave. Annie si guardò intorno, massaggiandosi i polsi.
Aspettò, finché la porta non si aprì di nuovo.
Entrò una donna. Forse sui quarant'anni. Capelli rossi raccolti in uno chignon severo, occhi blu, una spruzzata di lentiggini sul naso. Indossava un completo scuro con giacca e pantaloni, non l'uniforme classica della polizia.
«Ciao, Annie» disse in tono educato, sedendosi di fronte a lei con un fascicolo in mano.
Annie non rispose.
«Immagino ti starai chiedendo perché sei qui» continuò con calma la donna, posando il fascicolo sul tavolo.
«Chi cazzo sei?»
La donna le rivolse un'espressione divertita. «Puoi chiamarmi Six.»
«Cos'è? Una specie di nome in codice?»
«Sei una ragazza sveglia.»
«Qualsiasi cosa pensiate abbia fatto, io non c'entro nulla» disse Annie con disprezzo. «Avete preso la persona sbagliata. Sai che novità.»
Six aprì il fascicolo e iniziò a leggere ad alta voce. «Annie Hawthorne. Quindici anni. Arrestata tre mesi fa per aver dato fuoco al garage di un insegnante della tua scuola. Ti sei difesa in tribunale accusandolo di pedofilia, ma le indagini a suo carico non hanno portato a nulla. Attualmente in libertà vigilata, obbligata a svolgere i servizi sociali.» Alzò lo sguardo. «È davvero un pedofilo?»
«Sì» sputò Annie.
Six la studiò per un momento. C'era qualcosa di strano nel modo in cui la guardava – come se sapesse cose che Annie non sapeva.
«Voglio un avvocato» disse Annie.
«Non ne hai bisogno.»
«Non dirò un cazzo finché non avrò il mio avvocato.»
Six incrociò le mani sul tavolo. «Cos'è successo la sera dell'11?»
Annie si contrasse. Era la sera della festa.
«Non so di che cazzo parli.»
«Possiamo girarci intorno quanto vuoi, ma sappiamo entrambe che sarà solo una perdita di tempo.» Six si appoggiò allo schienale. «Eri alla festa in cui sono morte quelle quindici persone, Annie. Tu, Bailey Burns e Arthur Morgan. Dei testimoni vi hanno visto.»
«E allora?»
«Cos'è successo?»
«Dimmelo tu. Sei una poliziotta, no? Avete fatto le vostre indagini. Il maledetto tetto è crollato, quasi ammazzandoci.»
«Sì, questa è la versione ufficiale.»
Annie alzò le spalle. «Perché? C'è un'altra versione?»
«Hai fatto crollare tu il tetto.»
Annie si sforzò di produrre una risata. «Buona questa. Sì, lo ammetto. Ci ho piazzato una bomba mentre nessuno guardava. Sono bravissima con l'esplosivo. L'ho imparato su internet.»
«Annie» ripeté con dolcezza Six. «So del tuo potere.»
«Sei fuori di testa.»
«Eri fatta di MDMA» continuò con disinvoltura Six. «Te l'ha offerta il tuo amico Bailey. Vi siete sballati e avete perso il controllo.»
Annie realizzò di essere rimasta a bocca aperta. La richiuse di scatto. Come cazzo faceva a saperlo?
«Posso leggerti la mente» disse Six, come se effettivamente le avesse letto nel pensiero.
«Come no.»
«Mettimi alla prova.»
«Cosa sto pensando adesso?»
«Che sono una stronza. Che è troppo facile intuirlo. Ora ti stai chiedendo come cazzo faccio a saperlo.»
«Indovina...»
«Ventitré» rispose Six, prima ancora che Annie potesse finire.
Il numero a cui stava pensando. Quello che aveva scelto a caso per metterla alla prova.
«Cazzo» se ne uscì Annie.
«Già.»
Silenzio.
«Che cosa vuoi?» chiese Annie alla fine. «Negherò tutto. Non puoi provare niente.»
Six allargò le mani. «Non sono qui per accusarti, Annie. Non sono nemmeno una poliziotta.»
«Allora cosa sei?»
Six si sporse in avanti. «Faccio parte di un'agenzia governativa. Una branca dei servizi segreti, per essere precisi. Ci occupiamo di studiare e monitorare fenomeni paranormali.»
Annie aggrottò le sopracciglia. «Servizi segreti? Sul serio?»
«Da quando la tempesta si è abbattuta sulla città, molte persone hanno acquisito dei poteri» spiegò Six. «Centinaia, forse migliaia in tutto il Regno Unito. Forse in tutto il mondo. Ci siamo organizzati per entrare in contatto con loro. Da lì è nata l'idea delle task force: squadre con l'obiettivo di mantenere la pace. Di far fronte alle persone che hanno deciso di sfruttare i loro poteri per scopi malvagi.» Six fece una pausa. «Operiamo nell'ombra. Ufficialmente, la nostra agenzia non esiste. Puoi immaginare come reagirebbe la gente comune nello scoprire che esistono persone con superpoteri. Il nostro compito è fare in modo che non lo scoprano mai.»
Annie restò in silenzio per un momento. «Come avete fatto a trovarmi?»
«L'ambulanza» rispose Six con semplicità. «Un masso non sbuca dall'asfalto dal nulla, Annie. L'incidente ha attirato parecchia attenzione. E i sopravvissuti ti hanno descritta – ti hanno vista venire caricata a bordo, prima che si ribaltasse.» Inclinò la testa. «Da lì, risalire a te e ai tuoi amici è stato solo questione di tempo.»
Annie sentì un brivido. L'ambulanza. Non ci aveva nemmeno pensato. Aveva dato per scontato che nessuno l'avesse notata, nel caos di quella sera.
«Cristo...» mormorò. «Task force, servizi segreti... Arti si verrà nelle mutande.»
Six emise un suono nasale, quasi divertito. «Non sarebbe il primo.»
«Non sono un’eroina. Ho ucciso delle persone.»
«È stato un incidente.»
«Cambia poco.»
Six tornò a farsi seria. «Il fatto che t'importi dimostra che sei una brava persona. Puoi fare del bene, Annie. Espiare i tuoi peccati, per così dire.»
«Non m'interessa. Abbiamo finito?»
Stranamente, Six non cercò di farle cambiare idea. Si alzò, chiudendo il fascicolo. «Prenditi del tempo per rifletterci su.» Tirò fuori un biglietto da visita, posandolo sul tavolo. «Ti lascio il mio contatto.»
Annie prese il biglietto.
DIPARTIMENTO AFFARI PARANORMALI
Agente Six
Thames House Annex, 11 Millbank London SW1P 4QP +44 (0) 20 7946 0958agent.six@dpa.gov.uk
«Tra un'ora verrai rilasciata» concluse Six, avviandosi verso la porta. «E le accuse contro di te cadranno. Anche quelle contro i tuoi amici. Ci vediamo, Annie. È stato un piacere.»
Un'ora dopo, come promesso, la rilasciarono.
Annie dovette firmare delle scartoffie – moduli su moduli che non si preoccupò nemmeno di leggere. Un agente la scortò verso l'uscita.
Sua madre la stava aspettando nella sala d'attesa.
«ANNIE!»
Corse verso di lei, stritolandola in un abbraccio soffocante. «Oh grazie a Dio! Grazie, grazie, grazie! Ero così preoccupata! Tuo padre e io abbiamo pregato senza sosta!»
Annie si staccò. «Sto bene.»
Guardandosi intorno, notò che non erano sole. C'era anche una signora avvenente, vestita con un completo elegante. A circa un metro da lei, il padre di Bailey se ne stava stravaccato su una sedia, le gambe tese davanti a sé, in una posa oltraggiosamente spavalda. Appena vide Annie, non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto.
«Annie, tesoro, devi dirmi tutto! Perché ti hanno arrestata? Cos'hai fatto? Sono così confusa...»
«Te lo spiego dopo. A casa» tagliò corto Annie.
La porta si aprì di nuovo. Bailey e Arthur uscirono insieme, scortati da un altro agente. Arthur si bloccò di colpo, il colore che gli svaniva dal viso.
La donna avanzò verso di lui, composta, i tacchi che picchiettavano sul pavimento. Lo guardò, senza dire niente. Arthur abbassò lo sguardo, intimorito.
«Salve, signora Morgan! Come sta?» esclamò eccitato Bailey, rivolgendole un cenno caloroso.
Poi notò suo padre e l'entusiasmo gli si spense in faccia. Lui si alzò dalla sedia e gli andò incontro.
«Figliolo!»
Lo abbracciò. Bailey rimase immobile, rigido come un palo, l'espressione tesa.
«Mi hai fatto preoccupare» disse suo padre a voce alta, in tono affettuoso. «Ero così in ansia per te! Quando la polizia mi ha chiamato... cavolo, pensavo ti fosse successo qualcosa di terribile!»
Gli passò un braccio intorno al collo, un gesto all'apparenza innocente. Ma Annie notò la presa stringersi. Le dita affondare nella carne.
«Su, andiamo a casa. Ti aspetta una bella ramanzina, signorino.»
Iniziò a trascinarlo via.
«No!» Arthur guardò sua madre, ansioso. «Mamma, so che sei arrabbiata, ma non possiamo permettere al padre di B.B. di...»
«Arthur.» La voce della signora Morgan era tagliente come vetro. «Ne parleremo a casa.»
«Ma...»
«In macchina. Ora.»
Arthur tornò ad abbassare la testa, combattuto se sfidare l'ira di sua madre o salvare Bailey. Alla fine la seguì fuori dalla stazione di polizia con la coda tra le gambe.
Appena arrivò a casa, suo padre esordì con un: «Vai in camera tua a pregare.»
Annie lo accontentò, ben lieta di levarseli dai piedi. Entrò in camera e girò la chiave nella serratura. Si sedette sul letto, sentendo il biglietto di Six pesarle nella tasca dei jeans. Lo tirò fuori e lo osservò.
Il cellulare iniziò a vibrare. Annie lo prese, guardando lo schermo. Era un numero che non conosceva. Lo ignorò, soffermandosi di nuovo sul biglietto. Le parole di Six le rimbombavano nel cervello.Puoi fare del bene, Annie. Stronzate, si disse. Aveva ammazzato diciassette persone. Era al di là di ogni redenzione.
Il cellulare continuava a vibrare, imperterrito. Annie lo guardò, chiedendosi chi diavolo potesse cercarla con così tanta insistenza. Accettò la chiamata.
«Pronto?»
«Annie, sono io.»
La voce di Arthur.
Annie aggrottò la fronte. «Come fai ad avere il mio numero? Non ce lo siamo mai scambiati.»
«Non fare domande idiote. Senti, non abbiamo molto tempo. Ti sto chiamando dal cellulare del vicino. Lo sto controllando da remoto.» Arthur parlava veloce. «Mia madre mi ha sequestrato tutto. Telefono, computer, PlayStation. Tutto.»
«Sarai disperato. È per questo che mi hai chiamato?»
«No! Volevo parlare con te di quello che è successo. Ho provato a indagare su Six e l'Agenzia per cui lavora. Non ho trovato nulla di compromettente. Six è praticamente un fantasma e ufficialmente l'Agenzia si limita a studiare i fenomeni paranormali. Ma non è così! Stanno mettendo su delle squadre di supereroi! Veri supereroi! E potrebbero reclutare anche noi! È incredibile, Annie! Potremmo...»
«A me non interessa.» lo interruppe Annie.
«Come non ti interessa?»
«Ho già buttato il biglietto.»
«Annie, è un'occasione troppo preziosa per ignorarla!» La voce di Arthur salì di tono. «Abbiamo un obbligo morale! Con questi poteri possiamo fare la differenza! Possiamo aiutare le persone! Possiamo...»
«Io non ho nessun cazzo di obbligo» lo interruppe di nuovo Annie. «Se vuoi giocare a fare l'eroe sei liberissimo di farlo. Basta che non mi rompi le palle con ‘sta storia.»
Silenzio dall'altra parte. Annie sentiva tutta la disapprovazione di Arthur attraverso il telefono. «Sto per mettere giù» disse.
«B.B.»
Annie si fermò, il dito sul pulsante rosso.
«Cosa?»
«Dobbiamo aiutare B.B.» disse Arthur, impaziente. «Almeno questo puoi farlo. Si tratta di un amico.»
«Non posso piombare in casa sua e trascinarlo via.»
«Hai fatto cose più azzardate. Tipo dare fuoco alla casa di un professore.»
«Quello era diverso.»
«Come?»
Annie evitò la domanda. «Perché non ci vai tu?» replicò.
«Se mia madre mi becca a fare qualche altra cazzata, mi chiude in casa per i prossimi sei mesi. Mi toglie perfino la televisione.»
«Oh no. Non la televisione.»
«ANNIE!» esclamò Arthur arrabbiato. «La questione è seria! In questo momento il padre di B.B. lo sta probabilmente riempiendo di botte!»
«Quello stronzo non mi lascerà andare via con lui così facilmente. Dovrò usare il mio potere.»
«Basta che non lo ferisci. Tipo... non frantumargli tutte le ossa.» Arthur esitò. «Anche se è quello che si meriterebbe.»
«Arti...»
«Il vicino si è svegliato! Devo staccare! Annie, per favore! VAI!»
Annie rimase seduta, spostando lo sguardo dal telefono al biglietto. «Cazzo» disse tra sé.
Si alzò e andò alla finestra.
Atterrò in un vicolo vicino all'appartamento di Bailey, lontano da occhi indiscreti. Controllòche non ci fosse nessuno in giro, poi si avviò verso il palazzo.
Salì le scale di corsa, due gradini alla volta. Stava già proiettando di buttare giù la porta, la materia che vibrava sotto il suo volere, quando questa si spalancò all'improvviso, quasi colpendola in faccia.
Bailey uscì con un sacco della spazzatura tra le mani e una sigaretta accesa in bocca. Aveva un labbro spaccato. Rimase interdetto nel ritrovarsela davanti. «E tu che cazzo ci fai qui?» disse sorpreso.
«Sono venuta per...»
Ma non riuscì a finire la frase.Per salvartisuonava imbarazzante, oltre che ridicolo. Perché Bailey non dava l'impressione di uno che doveva essere salvato. Stava lì, tranquillo, con il suo sacco della spazzatura e la sigaretta, come se fosse una serata qualsiasi.
Bailey chiuse la porta dietro di sé, espirando una boccata di fumo dalle narici. «Sto facendo un po' d'ordine» disse con tranquillità, scendendo le scale. «Mio padre ha lasciato un casino da quando me ne sono andato.»
Annie lo seguì, confusa. «Credevo ti avrebbe ammazzato di botte.»
«Oh sì.» Bailey buttò la cenere della sigaretta per terra. «Era parecchio incazzato. Sai com'è, l'ultima cosa che vuole è che la polizia venga a ficcare il naso nei suoi affari. Ma l'ho tenuto buono. Mi sono solo beccato un manrovescio.»
«Cosa?»
«L'ho calmato. Con il mio potere.» Bailey scrollò le spalle. «Ora sta bevendo sul divano. Meglio non disturbarlo finché l'effetto dura.»
«Pensavo di dover buttare giù la porta» disse Annie irritata, dandosi della stupida.
Si era completamente dimenticata del fatto che anche Bailey aveva un potere. Perché era andata appresso ad Arthur?
Bailey le lanciò uno sguardo malizioso. «L'avresti fatto sul serio? E poi cosa? Mi avresti caricato sul tuo cavallo bianco e avremmo galoppato verso il tramonto, finendo per scopare nel tuo castello?»
«Vaffanculo» ringhiò Annie. «È stata un'idea di Arti. Era preoccupato per te.»
«Ammettilo che anche tu lo eri. Un pochino.»
Bailey sbuffò divertito. Gettò il sacco insieme all'ammasso di spazzatura che circondava i cassonetti e tornò verso di lei.
«Vieni. Facciamo un giro.»
Annie lo seguì, imbronciata. Camminarono lungo la strada. Qualche macchina passava, musica che pompava dagli stereo.
«Tipa inquietante quella Six, vero?» disse Bailey. «Riusciva a capire cosa pensassi prima chelo pensassi. Dev'essere un casino avere un potere così. Immagina mentre sei a letto con il tipo di turno e lui fantastica di scoparsi un'altra...»
«Cosa ne pensi di lei?»
«Che ha un bel culo. Quasi quanto quello della madre di Arti. Anche se nessuno batte il suo. Dovrebbero tipo darle un premio per il culo dell'anno o roba così...»
«Parlo sul serio, deficiente.»
«Cazzo, anch'io.» Bailey tirò una boccata dalla sigaretta. «L'hai vista com'è, no? Sono sorpreso che Arti sia figlio unico. Se avessi una moglie così...»
«Accetterai?» lo interruppe secca Annie.
Bailey prese la sigaretta tra le dita, sbuffando fumo. «Tu cosa vuoi fare?»
«Me ne frego. Non ho intenzione di risolvere i problemi di nessuno. Ho già i miei.»
«Potrebbe essere divertente, chi lo sa.»
«Sei stato tu il primo a dire che non avevi voglia di giocare ai supereroi.»
«Di sicuro ci pagheranno soldi a palate per salvare il mondo. E sai che puoi farci con i soldi? Affittarti le squillo di lusso, per dirne una. O comprarti così tante case da non saperci che fare. O qualunque stronzata ti venga in mente.»
«Quindi lo faresti solo per i soldi?»
«Per quale altro motivo dovrei farlo?»
Ma Annie aveva come la sensazione che stesse mentendo.
«Non contate su di me.»
Bailey si fermò, gettando il mozzicone per terra e schiacciandolo con il piede. «Secondo me dovresti pensarci su.»
«Me ne torno a casa.»
Bailey si limitò a sollevare lo sguardo mentre Annie partiva a razzo, lasciandosi alle spalle la strada sporca e i cassonetti traboccanti.
L’indomani Annie arrivò presto al centro.
Si sedette sui gradini, sbadigliando. Non aveva dormito molto. Era rimasta sveglia a riflettere su ciò che era successo. Il biglietto di Six era ancora nella tasca dei jeans. L'aveva tirato fuori più volte, tentata di stracciarlo. Ma alla fine non l'aveva fatto. Si diceva che poteva esserle utile, dopotutto. Per cosa, non lo sapeva.
Poco dopo arrivò Arthur, quasi marciando. «Dov'è B.B.?» chiese immediatamente, senza nemmeno salutarla.
«Buongiorno anche a te.»
«Annie, sul serio. Dov'è?»
«Il tuo fidanzato sta benissimo. Di sicuro sta arrivando.»
Il sangue salì al viso di Arthur. «Non è il mio fidanzato.»
«Okay.»
«Non lo è!»
«Ho detto okay.»
Arthur si tormentava le mani. «Ieri sera ho richiamato Six» disse. «Le ho detto che voglio entrare a far parte dell'Agenzia. Del loro progetto. Mi ha spiegato che dovrò affrontare prima un addestramento. Mi insegneranno a sfruttare il mio potere, soprattutto sotto pressione. Ci saranno simulazioni, scenari realistici. È incredibile, Annie! È come...»
«Come una scuola per supereroi» disse laconica Annie.
«Esatto! Dovresti accettare anche tu. Ci serve qualcuno con un potere come il tuo…»
«No.»
«Annie...»
«Ho detto no.»
Arthur emise un respiro pesante. «Almeno ascoltami. Se non vuoi farlo per il bene comune, pensa ai vantaggi pratici. Six ha detto che faranno ripulire la mia fedina penale. Niente più servizi sociali.»
«Allora non ci vedremo più.»
Arthur esitò. «Possiamo comunque restare amici.»
Annie non rispose. Aveva già capito come sarebbe finita: lui e Bailey avrebbero proseguito per la loro strada, lei per la sua. Forse avrebbero combinato qualcosa, o forse no. In ognicaso, col tempo, sarebbero tornati a essere tre perfetti sconosciuti.
Arrivò Bailey. Sembrava molto allegro – fischiettava, le mani in tasca, un'aria compiaciuta stampata in faccia.
Arthur lo abbracciò con slancio. «Stai bene! Meno male!»
«Non sono mai stato meglio» disse Bailey, affondando il viso nei suoi capelli.
Per un lungo momento – molto lungo – restarono così. Poi Annie si schiarì rumorosamente la gola, riportandoli coi piedi per terra. Arthur si staccò da Bailey, la faccia che somigliava a un pomodoro.
«Sembri felice» disse Annie.
«Cazzo, sì. È l'ultima volta che raccoglierò merda per strada. Tra qualche ora la mia fedina penale sarà pulita come il culo di un bambino. A proposito, voi sapete perché si dice così? Me lo sono sempre chiesto. Voglio dire, i bambini cagano più degli adulti, quindi tecnicamente...»
«Hai accettato l'offerta di Six?»
«Sì.» Bailey inspirò a pieni polmoni. «Sento già il profumo dei soldi che mi crolleranno addosso.»
«Non è per quello che lo facciamo, B.B.» lo rimbeccò severo Arthur.
«Certo, certo. Anche per la giustizia. E aiutare le persone. Tutto quello che vuoi.»
La porta del centro si spalancò. Brian li scrutò, un sopracciglio alzato.
«Non eravate stati arrestati?»
«La polizia ci ha rilasciato. Hanno sbagliato persone» rispose stizzita Annie. «A proposito, grazie per aver fatto la spia.»
«Non rischio il mio lavoro per tre scappati di casa. Beh, comunque meglio così. Avevo giusto bisogno di voi stronzetti. Uno di quegli sfigati con le bombolette ha di nuovo imbrattato uno dei muri del centro, nella zona dietro. Gli attrezzi sono nel deposito. Divertitevi.»
Quando arrivarono davanti al muro incriminato, si fermarono.
«Cazzo» disse Bailey a mezza voce.
Il graffito era gigantesco. Ritraeva una persona con una maschera da coniglio – bianca, con orecchie lunghe e sottili. Il corpo era stilizzato, quasi astratto, fatto di linee nere e spruzzi di vernice rossa. Ma erano gli occhi della maschera che colpivano di più – al posto delle pupille, c'erano stelle. Cinque punte, perfettamente disegnate, che brillavano di un bianco luminoso.
Sotto, in lettere gotiche elaborate, c'era una scritta:"E vidi una bestia salire dal mare, avente sette teste e dieci corna"
Bailey studiò il disegno da vicino. «Non è male. Tipo, artisticamente parlando. Ha un certostile.»
«Ci occuperà tutta la giornata ripulirlo» commentò cupo Arthur. «E non basterà.»
Annie osservò il graffito più da vicino. «Avrebbe richiesto giorni di lavoro a un writer esperto per crearlo. È troppo dettagliato.»
Arthur aggrottò la fronte. «Pensi che abbia usato un potere?»
«Possibile.» Annie indicò la scritta. «È una citazione della Bibbia. Sull'arrivo della Bestia. L'Anticristo.»
«Inquietante» commentò Bailey. «Cos'è questo Anticristo?»
«È una figura della profezia dell’Apocalisse. Secondo certe credenze annuncia la fine dei tempi.»
«Allegro.»
«Sarà stato un invasato» disse Arthur, facendo spallucce. «Londra ne è piena. Meglio che ci mettiamo al lavoro.»
Mentre grattavano il muro – il lavoro era duro, la vernice non voleva venire via – Annie continuava a osservare la citazione e la persona con la maschera. Il writer aveva impresso dettagli minuziosi. Le stelle al posto degli occhi erano perfettamente simmetriche. Le ricordavano Arthur, quando usava il suo potere. Non proprio stelle, ma... qualcosa di simile.
Si chiese se la persona con la maschera non fosse un altro con i poteri. Magari qualcuno che il writer temeva. O adorava. O entrambe le cose.
«Come sta Josh?»
La voce di Bailey interruppe le sue riflessioni.
«Sta bene.»
«Solo bene?»
«Sta bene, B.B. Che vuoi che ti dica?»
Bailey continuò a grattare. «L'Agenzia è risalita anche a lui?»
«Sì.» Arthur non lo guardava. «Gli hanno proposto di aiutarli. Pensa di accettare.»
«Che novità. Un bravo ragazzo come lui non può fare altrimenti.»
Arthur si girò di scatto. «Lui almeno non lo fa per i soldi.»
«Ovvio, non ne ha bisogno» replicò Bailey con noncuranza. «La sua famiglia è ricca.»
«E questo cosa c'entra?»
«È facile fare l'eroe quando hai il culo parato.»
«Sei ridicolo.»
Annie continuò a osservare la persona con la maschera, pensierosa.
«A tal proposito…» riprese Arthur. «Josh ha proposto di andarci a bere una cosa stasera. Per parlare faccia a faccia delle ultime novità.»
«Ho da fare.» disse indifferente Bailey.
«Cioè?» replicò irritato Arthur.
«Sono affari miei.»
«È una cosa seria, B.B. Per una sera puoi anche evitare di andare in giro a rimorchiare sconosciute!»
«Vediamo… passare la serata con Josh o finire a fare sesso sfrenato nel letto di qualche bella ragazza? La scelta è chiara per me, Arti.»
«Si è offerto di pagarci da bere.»
«È maggiorenne. Può prenderci le birre.» osservò Annie.
Bailey sembrò rifletterci. «Beh… potrei restare giusto per un paio di pinte. So già che vi annoiereste a morte senza di me.»
«Che eroe» commentò ironica Annie.
Il pub era uno di quei locali londinesi che sembravano vecchi ancor prima di essere costruiti. Legno scuro, moquette appiccicosa, odore di birra e di qualcosa di vagamente chimico che usciva dalla cucina. Si sedettero a un tavolo nell'angolo. Annie si appoggiò al muro, le braccia conserte. Bailey tamburellava con le dita sul tavolo, già annoiato.
Josh arrivò cinque minuti dopo. Entrò con il suo solito sorriso, una sciarpa leggera al collo, i capelli appena mossi dal vento. Si fermò sulla soglia, cercandoli con lo sguardo – e quando li vide, il suo viso si illuminò con una gioia così sincera da risultare quasi imbarazzante.
«Sei in ritardo» lo accolse Bailey.
«Siamo qui da cinque minuti» replicò tagliente Arthur.
Josh alzò le mani. «Colpa mia. Per farmi perdonare vi prendo quello che volete. Cosa bevete?»
«Due Stella per me e Annie» disse Bailey, senza consultarla.
«Una ginger beer per me, grazie» disse Arthur.
Josh annuì e si avviò verso il bancone.
Appena fu fuori portata d'orecchio, Arthur si sporse verso Bailey. «Potresti smetterla di fare lo stronzo?» sibilò.
«Di che parli?»
«Lo sai benissimo. Josh vuole solo essere nostro amico.»
«Non può entrare a far parte del nostro gruppo.»
«Perché no?»
«Non è abbastanza figo.»
Annie gli lanciò un’occhiata di sottecchi, evitando di dire la sua. Arthur aprì la bocca perrispondere, ma Josh era già di ritorno, in equilibrio precario con tre bottiglie e un bicchiere. Ne rovesciò un po' sul tavolo, imprecando sottovoce – il primo gesto goffo che Annie gli avesse visto fare. Si sedette accanto ad Arthur, asciugando la macchia col polso della camicia.
«Scusa. Credevo di avere più equilibrio.»
«Non ti preoccupare» disse Arthur, sorridendogli.
Bailey afferrò la sua Stella senza ringraziare e ne bevve un sorso lungo. Poi indicò col mento un tizio al bancone – calvo, tatuaggi fino al collo, maglietta dei Motörhead – che stava bevendo una cosa rosa con un ombrellino dentro.
«Secondo voi quello che cocktail è?»
Josh si voltò. «Sex on the Beach, direi.»
«Con quella faccia? Sembra uno che ha appena ucciso qualcuno. Probabilmente l'ha fatto.»
«Non giudicare un libro dalla copertina» disse Arthur.
«Arti, quello non è un libro. È un casellario giudiziario.»
Josh rise. Annie fissò il tizio. In effetti, era di una bruttezza quasi artistica.
«Come state?» chiese Josh.
«Una meraviglia» disse Bailey.
Annie fece spallucce.
Josh non insistette. Non provò a riempire il silenzio con chiacchiere. Semplicemente si appoggiò allo schienale, bevve un sorso e aspettò – con la pazienza di chi sa che le persone parlano quando sono pronte, non quando le spingi. Poi si guardò intorno e abbassò la voce. «Ho parlato con Six. Mi ha offerto un lavoro per conto dell'Agenzia.»
Annie posò la bottiglia sul tavolo. «Hai provato a usare il tuo potere su di lei?»
Josh annuì. «Sì. Pare una persona degna di fiducia. Lei stessa non è a conoscenza di molti dettagli riguardo l'organizzazione per cui lavora.»
«Il che li rende tutt'altro che affidabili» fece Annie.
«Fanno parte dei servizi segreti» ribatté Arthur. «È normale che tengano all'oscuro i loro agenti sulle proprie attività. È così che funziona.»
Annie non era convinta. Bevve un sorso di birra, tenendosi il giudizio per sé.
«Posso chiederti una cosa?» disse Josh, guardandola. «Non sei obbligata a rispondere.»
Annie gli fece cenno di proseguire.
«Perché non ti fidi di loro?»
La domanda era diretta. Nessun giro di parole, nessuna cautela diplomatica. Solo genuina curiosità.
«L'esperienza» rispose Annie.
Josh la studiò per un momento. Nei suoi occhi c’era quella certezza di chi lo capiva bene.
«Possiamo non parlare dell'Agenzia?» sbottò Bailey. «È fottutamente noioso. Siamo qui per divertirci.»
«E di cosa vorresti discutere, allora?» chiese Arthur.
Bailey spostò lo sguardo su Josh. «Cosa ti piace fare nel tempo libero?»
Josh tornò a sorridere. «Amo fare sport. Il golf è il mio preferito.»
Bailey fece una smorfia come se avesse bevuto aceto. «Fai sul serio? Cristo… sei proprio un bianco borghese.»
Sotto il tavolo, Arthur tirò un calcio mirato alla gamba di Bailey. Prese Annie.
Lei sussultò, soffocando un'imprecazione tra i denti.
«Tutto bene?» chiese Josh.
«Un crampo» ringhiò Annie, fissando Arthur con lo sguardo di chi sta programmando un omicidio.
Josh riprese il discorso con Bailey, con la tranquillità di chi è abituato a non farsi scalfire. «A te cosa piace fare?»
«Conoscere gente nuova» rispose Bailey, sorseggiando la birra.
«E andarci a letto» aggiunse velenoso Arthur sottovoce.
«Quello è il modo migliore per conoscere davvero qualcuno» ribatté Bailey senza battere ciglio.
Josh scoppiò a ridere. «Non posso darti torto.»
«Con quanti uomini sei stato?» chiese Bailey.
«Non sono affari tuoi» disse Arthur a denti stretti.
Bailey lo ignorò, continuando a fissare Josh in attesa di una risposta.
«Non tengo il conto» ammise Josh con naturalezza.
«Quindi tanti.»
«Un po'. E tu? Quante ragazze?»
«Un centinaio» rispose Bailey con sicurezza.
Arthur alzò gli occhi al cielo.
«Sono tante» commentò Josh.
Bailey fece spallucce. «Non è colpa mia se sono bello e piaccio a tutti.»
«È vero» disse Josh, divertito.
«Ti prego, non alimentare le sue fantasie» implorò Arthur.
«No, dico sul serio. Lo trovo davvero un bel ragazzo.»
Bailey lo fissò. Per un istante – solo un istante – sembrò non sapere cosa dire. Poi si riprese. «Ci stai provando con me?»
«È solo gentile!» scattò Arthur.
Josh si mise a ridere di nuovo. «La cosa ti metterebbe a disagio?»
«Non me ne potrebbe fregare di meno» rispose Bailey, bevendo un altro sorso. «Però sarebbe poco rispettoso nei confronti di Arti.»
Arthur rimase spiazzato, la bocca semiaperta.
Bailey lasciò passare un battito. «Vuoi scopare con lui?»
Josh non si scompose. «Sì» disse con semplicità. «Ma aspetteremo finché non si sentirà pronto. È la sua prima volta, e non c'è nessuna fretta.»
Sotto il tavolo, la mano di Josh trovò quella di Arthur e la strinse. Un gesto piccolo, discreto. Arthur non la ritirò.
Calò il silenzio. Annie rimase impassibile, limitandosi a bere. Bailey adocchiava Arthur da sopra la bottiglia. Arthur aveva cambiato colore – dal bianco al rosso e di nuovo al bianco – e fissava ostinatamente il tavolo come se contenesse la risposta a tutti i misteri dell'universo.
Josh percepì il cambio di atmosfera. Guardò l'uno, poi l'altro. «Mi sono perso qualcosa?»
«Niente» disse Bailey con noncuranza, stringendosi nelle spalle.
Josh si voltò verso Annie. «Tu, invece? Sei stata con qualcuno?»
«Con me» rispose Bailey al posto suo. «E le è piaciuto un sacco.» Le passò un braccio intorno alle spalle, facendo per stringerla.
Annie lo spintonò via. «Sì, e me ne pentirò per il resto della vita.»
Josh rise ancora – una di quelle risate autentiche, senza filtro. «So cosa vuol dire. Una volta stavo con un ragazzo che mi piaceva da morire, ma era così noioso che gli ho proposto di fare sesso solo per farlo smettere di parlare.» Fece una pausa ad effetto. «Non avrei dovuto. Si è rivelato noioso anche sotto quel punto di vista.»
«Cioè?» disse Bailey.
«Tipo... mi ha descritto la sua collezione di francobolli. Durante il sesso.»
Bailey fece un’altra smorfia.
«Giuro. Mi ha detto – e cito testualmente – 'ho un Penny Black del 1840, se vuoi te lo faccio vedere dopo'. Mentre eravamo nudi. Ho finto di venire solo per avere una scusa per andarmene.»
«Qual è il tuo kink?» insistette Bailey.
«Possiamo parlare d'altro?» esplose Arthur, il viso in fiamme.
Josh piegò la testa, come se stesse valutando quanto potesse spingersi. Poi sorrise – quello stesso sorriso caldo, disarmante. «Il soffocamento.»
Bailey alzò appena un sopracciglio. «Il ragazzo d'oro vuole che gli mettano le mani al collo. Fantastico.»
«Non è...» cominciò Arthur, ma non sapeva nemmeno cosa dire.
«Ti fa così effetto?» chiese Josh, guardandolo con dolcezza.
Arthur bevve un sorso della sua ginger beer con la dignità di un uomo che sta cercando disperatamente di scomparire.
«Quindi» continuò Bailey, puntandogli la bottiglia contro. «Tu vuoi che Arti ti strozzi mentre scopi.»
«B.B.!»
«Sto solo cercando di capire la dinamica.»
«Non c'è nessuna dinamica da capire!»
Josh rise. «Intendo dire che mi piace quando sono io a... ricevere. È una questione di fiducia. Di lasciarsi andare.»
«Cristo santo» mormorò Arthur, scuotendo la testa.
«Io ti strangolerei gratis» offrì Bailey.
«Ne terrò conto» rispose Josh, alzando il bicchiere in un brindisi.
Ordinarono un altro giro. Annie notò lo sguardo di Bailey fisso sul bersaglio delle freccette appeso al muro in fondo al pub – probabilmente lì dai tempi della Thatcher.
«Sai giocare a freccette?» chiese Bailey a Josh.
Josh posò le birre sul tavolo. «Un po'.»
«Ti sfido.»
Arthur gemette. «Non puoi semplicemente bere la birra come una persona normale?»
«Chi perde paga il prossimo giro.» disse Bailey, alzandosi.
Afferrò le freccette dal muro e ne tirò una a Josh, che la prese al volo.
«Ci sto» disse Josh.
«501. Chi arriva a zero prima vince.»
«Va bene.»
Bailey tirò per primo. La freccetta colpì il bordo esterno del bersaglio – un cinque singolo. Storse la bocca.
«Sto ancora scaldando il braccio.»
Josh tirò. Venti triplo. Sessanta punti. La freccetta si piantò nel centro del settore con la precisione di un cecchino.
Bailey lo fissò. «Cazzo.»
«Ho avuto fortuna» disse Josh, alzando una spalla.
Bailey tirò di nuovo. Sette singolo. Josh rispose con un diciannove triplo. Cinquantasette punti.
«Fortuna?» disse indignato Bailey. «Giochi a freccette come un maledetto professionista.»
Josh sorrise. «Mio padre ha un bersaglio nel garage. Ci giocavamo ogni sera dopo cena.»
«Ovvio. Tuo padre. Scommetto che vi facevate anche il tè col mignolo alzato.»
Josh ridacchiò, sollevandolo il mignolo. «Solo la domenica.»
Arthur e Annie erano rimasti al tavolo. Arthur giocherellava col suo bicchiere, lanciando occhiate nervose ad Annie. Lei lo conosceva abbastanza bene da sapere che stava per dire qualcosa di fastidioso.
«Annie.»
«No.»
«Non ho ancora detto niente.»
«Stavi per parlare dell'Agenzia. No.»
Arthur si sporse verso di lei, abbassando la voce. «Ascoltami un secondo. Un secondo solo.»
«Conosco già il discorso.»
«Non è un discorso, è...» Arthur si passò una mano tra i capelli. «Okay, sì, è un discorso. Ma è importante. Six ha detto che ci sono centinaia di persone come noi là fuori. Alcune non sanno nemmeno di avere un potere. Altre non sanno controllarlo. Se non facciamo qualcosa...»
«Non spetta a noi salvare il mondo.» Annie bevve un sorso. «Non mi interessa.»
«Non ti interessa o hai paura?»
Annie lo guardò. Uno sguardo che avrebbe fatto indietreggiare chiunque.
«Non ho paura di un cazzo.»
«Allora perché rifiuti?»
«Perché non è un mio problema. Non ho chiesto di avere questo potere. Non ho chiesto di essere coinvolta. E non ho intenzione di farmi dire da una tipa che legge nel pensiero come dovrei vivere la mia vita.»
Arthur esitò, cercando le parole. «Lo so che non l'hai chiesto. Nessuno di noi l'ha chiesto. Ma pensa a cosa è successo alla festa. Se fossimo stati più preparati, se avessimo saputo controllare...»
«Eravano fatti. In circostanze normali non sarebbe mai successo.»
«Lo so che non l’avete fatto apposta! Ma se potessimo impedire che succeda di nuovo? Se ci fosse qualcuno là fuori con un potere come il tuo, o come il mio, che sta perdendo il controllo in questo momento? Non abbiamo una responsabilità verso...»
«Non parlarmi di responsabilità» tagliò corto Annie. La sua voce era diventata fredda. «La mia responsabilità è sopravvivere. Non il mondo. Non l'Agenzia.»
Arthur chiuse la bocca. Annie bevve un altro sorso, lo sguardo fisso davanti a sé. Restarono in silenzio per un momento, guardando Bailey e Josh alle freccette.
Bailey aveva tirato la sua terza serie. Punteggio totale: trentadue punti. Josh era già aduecento.
«Questa non vale!» protestò Bailey dopo aver mancato il bersaglio del tutto. La freccetta si era conficcata nel muro. «Mi hai distratto.»
«Ero dietro di te, in silenzio.»
«Appunto! Il tuo silenzio mi distrae! Respiri troppo forte!»
Josh rise. «Vuoi che trattenga il fiato?»
«Vorrei che tu smettessi di essere bravo in tutto. È innaturale. C'è qualcosa in cui fai schifo?»
Josh ci pensò. «La cucina. Una volta ho provato a fare un uovo sodo e l'ho fatto esplodere nel microonde.»
«Perché? Le uova possono esplodere nel microonde?»
«Eh già. Ho dovuto ripulire tutto. C'era tuorlo persino sul soffitto.»
Bailey tirò di nuovo. Colpì il tre singolo. «Non è il mio sport» borbottò.
«Nemmeno il golf, eh?» disse Josh, centrando un bullseye.
«Sai cosa? Ricominciamo. La prima non vale.»
«È la terza partita, B.B.»
«Appunto. Era un lungo riscaldamento.»
Dal tavolo, Annie osservava la scena. Bailey che gesticolava. Josh che rideva. Era una strana accoppiata.
Arthur parlò di nuovo, più piano. «Non ti chiedo di entrare nell'Agenzia, Annie. Ti chiedo solo di non chiudere la porta.»
Annie sospirò. «Arti.»
«Se succedesse qualcosa – a te, a B.B., a chiunque – e tu sapessi che avresti evitarlo...»
«Stai cercando di usare il ricatto emotivo per convincermi?»
Arthur arrossì. «Non è...»
«Sì che lo è. E non funziona con me.» Annie posò la bottiglia e si voltò verso di lui. «Ti dico una cosa e non la ripeterò. Io non sono come te. Tu vuoi salvare le persone perché ti fa sentire bene con te stesso. Hai bisogno di sentirti utile. Va bene, non c'è niente di male. Ma non proiettare il tuo bisogno su di me. Io non ho bisogno di salvare nessuno per sapere chi sono.»
Arthur la fissò. Per un momento sembrò che volesse ribattere. Poi si afflosciò contro lo schienale.
Bailey tornò al tavolo, sbattendosi sulla sedia. «Le freccette sono uno sport del cazzo. Sono truccate.»
«Le freccette non possono essere truccate, B.B.» disse Arthur.
«Queste sì. Andavano solo nella sua metà del bersaglio.»
Josh si sedette, finendo la sua birra. «Rivincita quando vuoi.»
«Col cazzo. La prossima volta giochiamo a braccio di ferro. O a bere. Qualcosa in cui conta essere uomini veri.»
«Perché, le freccette non contano?»
«Le freccette sono per i vecchi e i contabili.»
«Hai appena perso contro un contabile, allora.»
Annie accennò un sorriso. Bailey le lanciò un'occhiataccia.
Josh ordinò un altro giro.
Bailey lo osservò tornare dal bancone e disse «Perché cammini così?»
Josh si guardò. «Così come?»
«Come se avessi un appuntamento col Papa. La schiena dritta, le spalle indietro. Tipo militare.»
«Il padre di mia madre è stato nell'esercito» disse Josh, sedendosi. «Mi ha insegnato a stare dritto prima ancora di insegnarmi a parlare. La postura era una faccenda seria in casa nostra.»
«Quanto seria?»
«Se mi vedeva con la schiena curva mi faceva camminare con un libro in testa per un'ora.»
«Almeno tuo nonno ti ha insegnato qualcosa di utile.» commentò Annie.
Josh la guardò. «Il tuo no?»
Annie bevve un sorso. «Mi ha insegnato che se preghi abbastanza forte, Dio ti perdona qualsiasi cosa. Compreso il fatto che picchi tua moglie.»
Josh non disse mi dispiace, non cambiò espressione, non provò a consolarla. La guardò e bevve un sorso della sua birra. Annie apprezzò il silenzio più di qualsiasi parola.
«Mio padre una volta ha tirato una bottiglia alla televisione perché il West Ham aveva perso» disse Bailey, giocherellando con l'etichetta della Stella. «Poi ha pianto per mezz'ora e mi ha costretto a guardare il replay.»
Lo disse con il tono leggero di chi racconta una barzelletta, e Josh rise. Arthur no. Annie nemmeno.
«Tuo padre tifa West Ham?» chiese Josh.
«Tifava. Adesso tifa solo per la bottiglia.»
Josh alzò la sua birra verso Bailey. «Al West Ham, allora.»
«Non capirò mai il calcio» disse Arthur. «Ventidue uomini che corrono dietro a una palla. È assurdo, se ci pensate.»
«E il golf cosa sarebbe, allora?» ribatté Bailey. «Un uomo che cammina in un prato e ogni tanto tira una botta a una pallina.»
«Almeno nel golf c'è strategia» disse Josh.
«Strategia?» Bailey lo fissò, incredulo. «Colpisci una pallina e poi la vai a cercare. È tipo... la versione noiosa del fetch.»
«Hai mai provato?»
«No. E non lo farò mai.»
«Mai dire mai. Ti ci porto, un giorno.»
«Piuttosto mi taglio una mano.»
«Dai, sarà divertente! Portiamo anche Annie ed Arthur»
Annie si immaginò su un campo da golf. «Passerei il tempo a lanciare le palline nello stagno.»
«Mio padre c'è cascato dentro, una volta» disse Josh. Sorrise – un sorriso diverso, più piccolo. «La prima volta che mi ha portato a giocare, ho mandato la pallina dritta nel laghetto. Mi sono tuffato a recuperarla per non deluderlo. Sono uscito coperto di alghe con un rospo sulla spalla.»
«E lui?»
«Si è buttato anche lui. Siamo usciti tutti e due verdi. Il caddy ci ha fotografato.»
«Sai cosa non capisco?» disse Bailey, all'improvviso.
Josh alzò lo sguardo. «Cosa?»
«Come fai a essere così... così.»
«Così come?»
Bailey fece un gesto vago con la bottiglia. «Così. Tranquillo. Tipo, ti ho insultato per tutta la sera e tu ridi. Ti ho distrutto a freccette...»
«Hai perso tre partite su tre.»
«...ti ho sfidato a freccette» corresse Bailey «e tu non hai detto una parola per umiliarmi. Non è normale.»
«Perché lui, a differenza di te, è gentile.» ripeté sarcastico Arthur.
«Io so essere gentile quando voglio.»
«Ben detto. Quando vuoi.»
Josh guardò Bailey – dritto, senza il sorriso, per una volta. «Mi trovi irritante?»
«Cazzo, sì.»
«B.B.!»
«Che c’è? Dovrei leccargli il culo solo perché è il tuo fidanzato?»
«Noi… non siamo ancora… è solo una questione di buona educazione!»
«È un peccato» disse Josh, con un altro sorriso. «Perché io ti trovo molto simpatico.»
Bailey tornò a bere.
«Devo andare un attimo in bagno» annunciò Josh. «Non scappate.»
Si alzò e sparì oltre il corridoio in fondo al locale.
Bailey aspettò che fosse fuori portata d'orecchio. Poi si voltò verso Arthur. «Te l'avevo detto che nascondeva qualcosa. Gli piace farsi soffocare.»
«Non c'è nulla di male nel sesso un po' spinto» ribatté Arthur con impeto.
«Vero» commentò Annie.
Bailey la guardò. «Stai dicendo che ti piace farti strangolare?»
Annie si alzò. «Vado in bagno.»
«Non hai risposto!»
Era già lontana. Restarono soli. La musica del pub riempiva lo spazio tra loro – qualche canzone indie che nessuno dei due ascoltava. Lo sguardo di Arthur vagava dappertutto. Il bancone. Le spine della birra. Il poster sbiadito di un concerto del 2014. Ovunque tranne che su Bailey.
Lui faceva ruotare la bottiglia tra le dita, piano, avanti e indietro.
«Perché hai mentito a Josh?»
Arthur deglutì. «Su cosa?»
«Non è la tua prima volta.»
Arthur strinse il bicchiere. «Quello che è successo tra me e te è stata solo... una cosa così.»
Bailey non si mosse. Non cambiò espressione. Non lasciò trasparire nulla. «Il tuo kink è la sottomissione» disse, con la stessa disinvoltura con cui avrebbe ordinato un'altra birra.
Arthur scattò. «Piantala di dire cavolate!»
«Non è una cavolata. Sei un maniaco del controllo. Ovvio che a letto vuoi che qualcun altro prenda il comando.»
«Ho detto piantala!»
Bailey smise di giocherellare con la bottiglia. Guardò Arthur dritto negli occhi.
«Perché mi hai detto che mi ami, se non lo pensi davvero?»
Arthur esitò. La sua bocca si aprì, si richiuse. Le mani che stringevano il bicchiere tremavano appena. Poi Josh riapparve in fondo al corridoio, asciugandosi le mani sui jeans. Si sedette accanto ad Arthur ignaro di tutto, sorridente.
Nessuno parlò per qualche secondo.
Bailey si alzò. «Devo andare.»
Josh lo guardò sorpreso. «È ancora presto.»
«Ho un appuntamento che mi aspetta» disse Bailey, infilandosi la giacca.
Prese la sua Stella, la finì in un sorso lungo, e la posò sul tavolo con un colpo secco.
«Ci si vede.»
Uscì dal pub senza voltarsi. L'aria fredda della notte lo colpì come uno schiaffo. Si tirò su ilbavero della giacca e iniziò a camminare. Nessun appuntamento. Nessuna ragazza. Solo suo padre. Sarebbe stato sveglio – lo era sempre, a quell'ora, con una bottiglia mezza vuota in mano. Avrebbe trovato una scusa – qualcosa che Bailey non aveva fatto, qualcosa che aveva fatto male, qualcosa che non aveva senso ma che giustificava le mani pesanti.
Proprio quello che sentiva di meritarsi.
Accelerò il passo.
Stavano per rientrare al centro per posare gli attrezzi quando videro una macchina sportiva parcheggiata fuori, una Porsche rossa fiammeggiante. Six era appoggiata al cofano, le gambeincrociate.
«Eccovi. Vi stavo aspettando.»
Bailey fischiò. Girò intorno alla macchina, ammirandola come se fosse un'opera d'arte. «Cazzo» disse, passando una mano sulla carrozzeria. «È tua?»
«Sì. Ti piace?»
«Porca puttana! Anche se non è bella come te.»
A Six sfuggì un verso divertito. «I tuoi pensieri dicono il contrario.»
«Cosa ci fai qui?» chiese Annie in tono sostenuto.
«Sono venuta a parlare con il vostro responsabile. Per spiegargli che smetterete di frequentare questo posto. Le vostre fedine penali sono state ripulite.»
«Già?» Arthur restò a bocca aperta. «Sono stati veloci.»
«Abbiamo le nostre conoscenze. Presto inizierete il vostro addestramento. Ma prima...» Six guardò Annie. «Ci hai ripensato?»
«Conosci già la risposta.»
La donna non perse la sua espressione affabile. «Se cambi idea, sarai la benvenuta. Sempre. Parlando d'altro. Stasera si terrà un evento in una delle sedi dell'Agenzia. Una specie di gala. Sono stati invitati tutti i futuri eroi che hanno accettato di collaborare con noi. Più finanziatori e altre persone di spicco che stanno contribuendo alla nostra causa.»
«Sembra qualcosa di importante» disse Bailey, ancora accarezzando la macchina.
«È un'occasione per creare contatti. Per l'Agenzia, certo. Ma anche per voi. Potrete conoscere dei nostri simili, scambiarvi esperienze.»
Arthur iniziò a saltellare sul posto, incapace di contenere l'eccitazione. «Ci sarò! Assolutamente!»
Six lanciò uno sguardo complice a Bailey. «C'è l'open bar, non preoccuparti.»
«Allora ci sarò anche io. Dobbiamo vestirci eleganti? Perché non ho tipo... niente di elegante.»
«Non è obbligatorio» lo rassicurò Six. Dopodiché tornò a rivolgersi ad Annie. «Mi farebbe piacere se venissi anche tu. Anche solo per dare un'occhiata. Nessuna pressione.»
«Non mi interessa.»
«Dai!» disse Bailey. «C'è l'open bar! E cibo di lusso, probabilmente. Tipo caviale e roba del genere.»
«Non mi piace il caviale.»
«L'hai mai assaggiato?»
«No.»
«Allora non puoi saperlo.»
«Va bene» disse spazientita Annie. «Verrò. Ma solo per l'alcol.»
«Perfetto. Vi aspetto alle otto. Kensington Gardens, numero 57. È un palazzo storico che abbiamo requisito per l'Agenzia. Non potete sbagliare – ci sarà sicurezza all'ingresso.»
Salì sulla Porsche. Il motore si accese con un rombo potente.
«Ci vediamo stasera» disse attraverso il finestrino aperto.
E sgommò via.
«Non sono mai stato a una festa di ricchi. Non vedo l'ora di rimorchiarmi qualche ragazza speciale con cui passare la serata. Tipo, magari un'ereditiera. O una modella. O entrambe.» commentò Bailey.
«Avrai una possibilità se non apri bocca per l'intera serata.» replicò glaciale Arthur.
Annie si preparò per il gala con crescente irritazione.
Si cambiò varie volte – prima un vestito nero che aveva in fondo all'armadio (troppo formale), poi una gonna (assolutamente no), poi jeans e una camicia (noioso).
Alla fine, scocciata, optò per una felpa bianca e jeans puliti. Cazzo, non era mica la regina d'Inghilterra.
Raggiunse Kensington Gardens alle otto meno dieci.
Il palazzo era sorvegliato come se fosse una prigione. Guardie ovunque, metal detector all'ingresso, telecamere che puntavano in ogni direzione. C'erano macchine di lusso parcheggiate lungo la strada – Bentley, Rolls-Royce, limousine con autisti che aspettavano. Un tappeto rosso conduceva all'ingresso principale, dove una decina di fotografi assediavano chiunque sembrasse importante.
Annie esitò sul marciapiede, non sapendo cosa fare. Non poteva passare di lì. L'avrebbero fermata immediatamente.
«ANNIE!»
Arthur correva verso di lei, agitando una mano. Indossava un completo blu scuro, camicia bianca, scarpe lucide. Josh era al suo fianco. Sembrava ancora più bello sotto le luci artificiali col suo smoking.
Arthur la raggiunse e la squadrò da capo a piedi con aria critica. «Oh, insomma. Possibile che tu debba sempre essere così sciatta?»
Annie incassò il colpo. «Dov'è B.B.?»
«Non lo so» disse Arthur, stringendo la mascella. «Starà molestando qualche poveretta.»
Josh indicò l'ingresso con un cenno. «Io ne ho una mezza idea.»
Bailey era sul tappeto rosso, in posa per i fotografi. Aveva trovato un gruppo e si era semplicemente inserito, atteggiandosi come se fosse una star. Posava, faceva l'occhiolino,variava angolazione.
«Per l'amor di...» ringhiò Arthur esasperato, andando a recuperarlo.
Lo afferrò per un braccio, trascinandolo via mentre Bailey protestava.
«Ma stavano facendo delle foto bellissime! Potrei finire su Vogue!»
«Vogue non fotografa i cretini»
L'interno era sfarzoso quanto l'esterno. Soffitti altissimi con affreschi. Lampadari di cristallo che pendevano come cascate di luce. Pavimenti di marmo lucido che riflettevano tutto.
C'erano centinaia di persone. Adulti perlopiù – uomini in smoking, donne in abiti da sera scintillanti. Ma anche ragazzi della loro età, o poco più grandi. Alcuni sembravano fuori posto – vestiti male, a disagio, che si aggrappavano ai bicchieri come fossero salvagenti. Altri si comportavano come se fossero già importanti – parlando forte, gesticolando, stringendo mani con sicurezza studiata.
Bailey puntò immediatamente al bar.
Arthur guardò Josh. «Dovremmo provare a fare amicizia. Come ha consigliato Six. Networking e tutto il resto.»
Josh annuì. «Buona idea.»
Si unirono a un gruppo di ragazzi che chiacchieravano vicino a una statua di marmo.
Annie rimase ferma per un attimo, guardandosi intorno. Poi raggiunse Bailey al bar.
Lui la guardò con calore. «Sei nervosa.»
«No.»
«Non puoi nascondermi le tue emozioni.»
«Vaffanculo.»
Bailey prese due bicchieri di champagne dal vassoio di un cameriere che passava e gliene offrì uno. «Rilassati. Sta per iniziare una nuova fase della nostra vita, dolcezza.» Fece tintinnare il suo bicchiere contro il suo. «Cin cin.»
Annie assaggiò lo champagne. Era disgustoso – troppo secco, con un retrogusto amaro.
«Vedo che vi state già ambientando.»
Era Six. Indossava un abito nero aderente, elegante ma non esagerato, i capelli sciolti sulle spalle.
Bailey le rivolse il suo ghigno peggiore. «Quel vestito ti sta bene. Voglio dire, mette in risalto tutte le tue... qualità.»
Six non si scompose, mantenendo il sorriso. «Non succederà, B.B. Vieni. Vorrei farti conoscere delle persone.»
Lusingato, Bailey posò il bicchiere. «Davvero? Chi?»
«Seguimi e lo scoprirai.»
Lo guidò via nella folla, lasciando Annie da sola. Lei abbandonò lo champagne su un tavolino. Prese una tartina al caviale dal vassoio di un cameriere e l'assaggiò. La sputò immediatamente in un tovagliolo. Era orribile. Sapeva di pesce marcio e sale.
«Disgustoso, vero?»
Annie si girò. Un ragazzo tratteneva una mezza risata accanto a lei. Aveva più o meno la sua età – diciassette, forse diciotto. Capelli castani arruffati, occhiaie profonde, vestito in modo trasandato. Jeans strappati, maglietta nera con una band metal, giacca di pelle consumata.
Sembrava ancora più fuori posto di Annie. Più di Bailey, perfino.
«Non ne capisco il fascino» continuò il ragazzo. «Sono tipo... uova di pesce. Crude. Chi si sveglia la mattina e pensa "sai cosa mi andrebbe? Uova di pesce crude"?»
«Gente con troppi soldi» rispose Annie, pulendosi la bocca sulla manica.
«Esatto.» Il ragazzo le tese la mano. «Ethan.»
«Annie» disse lei senza entusiasmo, ricambiando la stretta.
«L'unico motivo per cui mi trovo qui» disse Ethan, guardandosi intorno con una smorfia. «è che sono stato invitato da una certa Six. Non ci volevo nemmeno venire.»
«Sono qui per lo stesso motivo» disse Annie. «E nemmeno io ci volevo venire.»
«Guarda tutta questa gente. Parlano di fare il bene comune, di usare i nostri poteri per aiutare l'umanità. Ma sono tutte cazzate. L'unica cosa che gli interessa è sfruttarci per i loro scopi. Siamo armi. Strumenti. Nient'altro.»
«Già» disse piano Annie.
«Qual è il tuo potere?» domandò Ethan, tornando a fissarla.
«Penso di poter controllare la materia.»
Ethan fischiò. «Forte. Io posso creare immagini. Tipo, le visualizzo nella mia mente e appaiono. Sono un appassionato di writing. Graffiti, murales, quel genere di cose.»
Annie s’immobilizzò. «Sei tu che hai...»
«Ethan Walker?» Un uomo della sicurezza si era materializzato accanto a loro – alto, muscoloso, auricolare nell'orecchio. «Seguimi» disse con un tono che non ammetteva repliche.
«A dopo.» disse Ethan, prima di allontanarsi.
La serata continuò.
Annie era afflosciata su una sedia scomoda in un angolo, mezza ubriaca. Per disperazione si era data al vino bianco, anche se le faceva schifo pure quello. Come tutto il resto, d'altronde. Ma almeno la aiutava a sopportare la noia opprimente.
Arthur e Bailey erano scomparsi. E lei si stava facendo due palle cosmiche. Stava valutandoseriamente l'idea di andarsene quando ricomparve Six.
«Ti stai annoiando?»
«Perché continui a fare domande di cui conosci già la risposta?»
Six si sedette accanto a lei. «Abitudine. Almeno così non metto a disagio le persone. Ti capisco, sai. Anche a me non piacciono tutte queste formalità. Ma fanno parte del gioco.» si voltò, scrutandola con attenzione. «Molte persone qui sono interessate a conoscerti. Persone importanti.»
«Non me ne frega un cazzo.»
«Possono offrirti la possibilità di una vita migliore» insistette gentilmente Six.
«Non voglio essere il pupazzo di nessuno.»
L'espressione di Six mutò, la solita affabilità che svaniva. Si sporse in avanti, sussurrando: «Il tuo potere ha un potenziale illimitato, Annie. Se pensi che ti lasceranno in pace, ti sbagli. Sei un pericolo per la società. Per l'ordine costituito.»
«Mi stai minacciando?»
«Sto cercando di metterti in guardia.» Six abbassò ancora di più la voce. «L'Agenzia ha gli occhi puntati su di te. Altri hanno gli occhi puntati su di te. È meglio essere dalla parte giusta quando...»
Annie stava per mandarla a quel paese quando notò una figura muoversi nella folla. Indossava una maschera da coniglio. Bianca, con orecchie lunghe. Identica a quella del graffito. S’irrigidì, raddrizzando la schiena.
«È qualcuno che conosci?» domandò Six, intercettando il suo sguardo.
Nel frattempo, un gruppo di guardie aveva circondato la figura. Parlavano con urgenza nei loro auricolari. Uno si fece avanti, la mano alzata.
La figura non si mosse. Le guardie chiusero il cerchio. Cinque, sei, che la stringevano da ogni lato. Poi, all'improvviso, le loro teste esplosero. Tutte insieme.
Un suono orribile – bagnato, denso, come meloni che si spaccano contro il cemento. Le calotte craniche si aprirono verso l'esterno, vomitando materia grigia e frammenti d'osso che crepitarono contro il marmo. Sangue arterioso spruzzò a ventaglio, disegnando archi rossi sul pavimento bianco. I corpi rimasero in piedi per un istante – sei tronchi senza testa che oscillavano, il sangue che gorgogliava dai colli recisi come fontane – prima di accasciarsi l'uno sull'altro in un groviglio di arti.
Calò un silenzio surreale. Un secondo. Due. Poi esplose il panico.
La gente iniziò a correre verso l'uscita, urlando. Ma continuavano a morire. Una donna in abito da sera si disintegrò dalla vita in su – il busto che si apriva come un fiore marcio, costole e organi che si rovesciavano in avanti con un rumore molle e pesante. Le gamberimasero in piedi per un attimo, i tacchi piantati nel sangue, prima di cedere. Un uomo in smoking esplose, coprendo chi lo circondava di brandelli. Una ragazzina – non poteva avere più di dodici anni – si accasciò con il cranio imploso verso l'interno, un cratere scuro al posto del viso, i denti che sporgevano dalla mandibola nuda come una dentatura da teschio.
I cadaveri si ammassavano. La gente ci inciampava sopra nel tentativo di scappare, scivolava, calpestava corpi ancora caldi. L'odore metallico del sangue saturava l'aria, mescolato a quello dolciastro delle viscere esposte. Un uomo trascinava la parte superiore del proprio corpo, le gambe che non rispondevano più, le budella che gli si sfilavano dietro come un guinzaglio grottesco. Una coppia si teneva per mano – la donna era già morta, il viso collassato su sé stesso, ma l'uomo non la lasciava andare, trascinandola per il polso finché il suo braccio non si staccò dalla spalla con uno schiocco umido. Urlò, guardando la mano che ancora stringeva, e poi anche lui implose.
Alcuni coraggiosi provarono a fermare la figura. Un tizio lanciò fiamme, un altro la attaccò con velocità sovrumana. Morirono tutti prima di raggiungerla. Quello con le fiamme prese fuoco lui stesso, la pelle che si staccava dalle ossa come carta che brucia, un urlo che si spense quando il calore gli fuse la laringe. Quello veloce venne smembrato in corsa – prima le braccia, poi le gambe, poi il tronco che rotolò sul marmo lasciando una scia rossa. La figura restava immobile al centro del massacro, impassibile.
Annie sentì Six afferrarla, tirarla in direzione opposta dall'uscita principale.
«CORRI!» urlò lei.
Tirò fuori una pistola da una fondina nascosta sotto il vestito e sparò verso la figura. I proiettili si disintegrarono a un soffio da lei. Semplicemente sparirono nell'aria, come se non fossero mai esistiti.
«Cazzo!» imprecò Six, ricominciando a trascinarla verso l'uscita di emergenza.
Annie inciampò su qualcosa e cadde. Le mani affondarono in qualcosa di tiepido e viscido.
Ethan. Era sdraiato sul pavimento, ricoperto di sangue. Lui l'afferrò per le spalle, gli occhi dilatati dalla paura. «Sono stato costretto! Lei... lei ha detto che li avrebbe purificati! Non volevo... non immaginavo che sarebbe arrivata a tanto!»
La sua testa implose con un risucchio. Il cranio si accartocciò verso l'interno come carta stagnola, e ciò che conteneva spruzzò fuori dalle fessure – un getto caldo che colpì Annie in pieno viso, negli occhi, nella bocca. Sentì il sapore del sangue, ferroso e dolce, e il cervello di Ethan le scivolò lungo la guancia come fango tiepido. Lo stomaco le si rivoltò e un conato le salì in gola. Six la tirò su con forza. Mentre correvano, Annie vide Bailey nella confusione. Anche lui era ricoperto di sangue. I loro sguardi s'incrociarono. Annie allungò una mano e Bailey si fiondò ad afferrarla.
Annie venne investita dalle sue emozioni – terrore puro, primordiale. Dovette ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non cedere.
«Non riesco a trovare Arti!» urlò Bailey.
«Non c'è tempo!» gridò Six. «Dovete mettervi in salvo!»
Annie si liberò dalla sua presa. Lei e Bailey s'immersero nella folla impazzita.
«ECCOLO!» abbaiò Bailey, indicando qualcosa.
Arthur correva con Josh verso un'altra uscita. Josh lo teneva stretto a sé, cercando di proteggerlo.
«ARTI!»
Arthur si girò, gli occhi sgranati dal panico.
«B.B.!»
Josh esplose. Il suo corpo si aprì dall'interno, come se qualcosa di enorme avesse cercato di uscire dalla sua carne. Ciò che restava cadde in avanti – un cumulo di ossa e tessuti che non somigliava più a niente di umano – trascinando Arthur con sé.
«NO!»
Bailey aiutò Arthur a rimettersi in piedi. Lui guardava ciò che restava di Josh, la bocca aperta in un'espressione congelata di orrore. Aveva i resti del ragazzo addosso – sulla faccia, sui vestiti, tra i capelli.
Bailey lo strinse a sé. «Arti! ARTI! Guardami!»
Arthur non rispondeva.
«Dobbiamo andarcene! ORA!»
Si riversarono fuori insieme al resto della folla delirante verso l'uscita di sicurezza più vicina. Annie vide gente accasciarsi a terra piangendo, altra che saltava nelle macchine e sgommava via, investendo chiunque si mettesse in mezzo. I fotografi rimasti scattavano foto come folli, immortalando ogni secondo.
Ripresero a correre, finché non ebbero più fiato in corpo. Bailey si piegò in due, tenendosi il fianco, il respiro che gli fischiava in gola. Annie sorreggeva Arthur, ancora sotto shock, lo sguardo perso nel vuoto. In lontananza, il rumore delle sirene riecheggiava dappertutto.
«CHE CAZZO È SUCCESSO?» urlò fuori di sé Bailey.
«L'Anticristo» disse Annie, la voce bassa.
«Cosa?»
«C'era una persona con una maschera da coniglio. Identica a quella del graffito. E prima che morisse, ho parlato con Ethan – il writer. Ha detto che era stato costretto. Che quel tizio era lì per purificarli. No…» Annie scosse la testa. «Ha dettolei… è una ragazza. O una donna…»
«Non ha un cazzo di senso! C'è mancato davvero poco che facessimo la fine di …!»
Bailey si bloccò in tempo. Arthur singhiozzò, scosso da violenti spasmi.
Lui lo strinse a sé, cullandolo. «Mi dispiace. Cristo, mi dispiace tanto. Dobbiamo allontanarci il più possibile da qui» aggiunse, rivolto ad Annie. «Possiamo venire a casa tua? Dubito che i genitori di Arti saranno felici di vederlo così.»
Presero l'autobus. Le persone li osservavano, sconvolte. Si tenevano alla larga, cambiando posto, premendosi contro i finestrini opposti. Annie non poteva biasimarli.
Quando furono davanti a casa sua, aprì la porta con le mani che le cedevano. Bailey trascinò Arthur dentro. Sua madre era ancora in piedi, probabilmente ad aspettarla. Sbucò dalla cucina e perse ogni colore in faccia, portandosi inorridita una mano alla bocca.
«ANNIE! È sangue?! Cosa è successo?!»
«Non è il momento» disse Annie seccamente.
Prese Arthur per un braccio e salirono le scale, diretti in bagno.
«Prendi dei vestiti puliti» disse Bailey, aiutando Arthur a sedersi sulla tazza.
Annie uscì, andando verso la sua camera. Aprì i cassetti, frugando tra magliette e pantaloni. Non riusciva ad afferrare niente. Tutto le scivolava tra le dita. Respirò profondamente. Una volta. Due. Tre. Riuscì a tirare fuori vestiti puliti e tornò in bagno. Bailey stava facendo scaldare l'acqua, testando la temperatura con la mano.
«Farò la doccia con lui. Non è in sé.»
Annie uscì dal bagno, richiudendosi la porta alle spalle. Sua madre era in cima alle scale, in lacrime. Incurante del fatto che Annie fosse coperta di sangue, le prese il viso tra le mani.
«Cosa è successo? Dimmelo, tesoro. Per favore.»
Annie rimase zitta. Come si spiegava un massacro?
Sua madre la tirò a sé, stringendola forte.
Dopo essersi lavata, tornò in camera.
Bailey era seduto sul letto, una mano sulla spalla di Arthur. L'aveva fatto sdraiare. Gli stava parlando a bassa voce. «Cerca di dormire. Ti sentirai meglio dopo.»
Annie percepì una sensazione di calma invaderla. Arthur chiuse gli occhi lentamente. Una lacrima gli rigò la guancia, scivolando sul cuscino. Bailey continuò ad accarezzargli la spalla, con movimenti lenti e ritmici.
«Ho bisogno di bere.»
Assicuratisi che Arthur si fosse addormentato, andarono in cucina. La madre di Annie era intenta a preparare del tè.
«Possiamo avere qualcosa di più forte?» chiese Bailey.
Lei non disse una parola. Aprì un armadietto sopra il frigorifero e tirò fuori una bottiglia diwhisky – quella che il padre teneva per le occasioni speciali. Ne versò una generosa quantità in tre tazze, mescolandola col tè. Ne passò una ad Annie, una a Bailey, e tenne l'ultima per sé.
Si sedettero intorno al tavolo in silenzio. Poi sua madre disse, con inaspettata fermezza: «Raccontatemi cosa è successo.»
Fu Bailey a prendere la parola, risparmiando ad Annie la fatica. Quando finì, la sua tazza era vuota.
La madre di Annie si fece il segno della croce. «Dio vi ha protetti.»
Annie sentì la rabbia montare. «Dio non c'entra un cazzo. È stata solo fortuna. Se esistesse un Dio, non avrebbe permesso che accadesse una cosa del genere. Avrebbe fermato quella tizia prima che ammazzasse decine di persone innocenti.»
«Le strade del Signore sono infinite» disse sua madre con dolcezza. «Il Suo disegno non è sempre chiaro a noi mortali. Ma c'è sempre un...»
«Finiscila con queste stronzate, non sono in vena» sputò velenosa Annie.
Bailey la guardò e lei sentì immediatamente l'ira scemare.
«Signora Hawthorne, le dispiace se io e il mio amico Arti restiamo qui per stanotte?»
Sua madre annuì senza esitazione. «Certo. Restate quanto volete.»
Finirono il tè e tornarono in camera. Arthur respirava piano.
«Dormo per terra» disse Bailey, prendendo un cuscino dal letto.
Annie gli passò una coperta e si sdraiò accanto ad Arthur, girandosi verso il muro. Ogni volta che chiudeva gli occhi vedeva le teste che esplodevano, percepiva l'odore del sangue.
Restò a guardare la parete, cercando di pensare ad altro. Ma le immagini tornavano. Ancora e ancora. In un macabro loop che, ne era sicura, non l'avrebbe mai abbandonata.
Annie sentì un tocco delicato sulla spalla. Aprì gli occhi, incontrando quelli di sua madre.
«Tesoro.» La voce era nervosa. «C'è qualcuno per te, una certa Six. Ti aspetta in cucina.»
Annie si tirò su, ancora intontita. Aveva dormito forse un'ora, due al massimo. Gli occhi le bruciavano.
Arthur e Bailey erano già lì, le espressioni rigide e i volti pallidi. A capotavola c'era Six. Indossava una tuta da ginnastica. Occhiaie profonde, capelli meno perfetti. Stava parlando con suo padre.
«Sono qui per prelevare i ragazzi. È importante che vengano con me. Per la loro sicurezza e per...»
«Cosa sta succedendo?» la interruppe suo padre, la voce dura.
«Te lo spiegherò dopo, caro. Per favore» intervenne rapida la moglie.
«È meglio andare.»
Six si alzò. Fuori ad aspettarli c'era un SUV nero – vetri oscurati, targhe governative. Degli uomini vestiti di nero aprirono le portiere.
Si sedettero nel retro. Six si sistemò di fronte a loro su un sedile ribaltabile. «Mi dispiace per quello che è successo.»
Appariva sincera.
«Avete preso quel pazzo?» chiese Bailey.
Un'ombra passò sul volto di Six. «No. Nonostante i nostri tentativi di fermarlo, è riuscito a lasciare il gala incolume. Ha fatto strage dei nostri uomini. E di molti altri.»
«Cazzo.»
«È una ragazza. O una donna. L'ha fatta entrare un tizio di nome Ethan Walker» disse Annie.
Six spostò lo sguardo su di lei, attenta. «Come fai a saperlo?»
«Me l'ha detto lui, prima che morisse. Che quella tizia era lì per purificarci, che non pensava che sarebbe arrivata a tanto e roba del genere.»
Six si prese un momento di riflessione.
«Quella psicopatica non era tra gli invitati, giusto?» continuò Annie.
«No» rispose Six. «Non abbiamo idea di chi sia.»
«Prima della festa abbiamo trovato un graffito sul muro del nostro centro – una persona con una maschera da coniglio identica a quella dell'assassina. E sotto c'era una citazione della Bibbia. Sull'arrivo della Bestia. L'Anticristo. Sono sicura che sia stato Ethan a disegnarlo. Era il suo potere.»
«Anticristo» ripeté piano Six. «Una definizione appropriata, considerando ciò che ha fatto.»
«Ha ucciso Josh» disse con voce tesa Arthur, aprendo per la prima volta bocca.
Six lo guardò con dolcezza. «Lo so. I suoi resti sono già stati restituiti alla famiglia.»
Arthur serrò la mascella, gli occhi di nuovo lucidi.
Six si sporse in avanti, posando una mano sulla sua. «Faremo il possibile per fermare il responsabile. L'Agenzia è già sulle sue tracce. Ma abbiamo bisogno di aiuto.»
Lui sollevò lo sguardo. «Vi aiuterò» disse, con una determinazione che sorprese Annie.
«Speravo lo dicessi. Non vi esporrò al pericolo, ve lo prometto. La vostra collaborazione verrà ricompensata.»
«Non m'interessa la ricompensa» replicò impaziente Arthur. «Voglio solo farla pagare a quella bastarda.»
Six guardò Bailey, in attesa.
Lui si grattò la testa, a disagio. «Io non so come posso rendermi utile.»
«Un potere come il tuo può risolvere molte brutte situazioni prima ancora che sfocino nella violenza» disse Six. «È prezioso quanto qualsiasi potere offensivo. Forse anche di più.»
Bailey lanciò un'occhiata verso Arthur. «Va bene» disse alla fine.
Infine, Six si rivolse ad Annie.
«No» disse soltanto lei.
Arthur le si rivoltò contro, furioso. «Non puoi fare finta di niente!»
«Posso eccome» ribatté Annie freddamente. «Non ho intenzione di farmi coinvolgere.»
«Sei un'egoista del cazzo!»
«La scelta è tua, Annie. Ma tieni a mente ciò che ti ho detto alla festa» disse con calma Six.
Annie aprì la portiera.
«Annie, aspetta!» la chiamò Bailey.
Lei non si girò. Camminò verso la porta di casa, sentendo la macchina rimettersi in moto e sparire lungo la strada.
Suo padre stava confabulando sottovoce con sua madre. Annie salì le scale e tornò a chiudersi in camera, sbattendo la porta.
Il pomeriggio passò lentamente.
Annie restò in camera sua, dormendo, perlopiù. Sua madre bussò varie volte, chiedendole se avesse bisogno di qualcosa, senza ottenere risposta.
A sera, non riuscendo più a sopportare i crampi per la fame, si trascinò in cucina. I suoi genitori erano in salotto, gli occhi incollati alla TV.
Annie si avvicinò. Sullo schermo, scorrevano delle riprese aeree. Il Parlamento britannico – l'edificio iconico con la torre dell'orologio, il Big Ben – circondato da una folla enorme.
La telecamera zoomò. Annie si aspettava di vedere rabbia, violenza – e c’era anche quella, ai margini. Ma al centro era diverso. Decine di persone erano inginocchiate davanti all’ingresso del Parlamento, le braccia alzate verso l'alto. Alcuni piangevano. Altrimormoravano qualcosa – una preghiera, un canto, impossibile distinguere. Un uomo con le mani incandescenti di era prostrato con la fronte sull’asfalto. Una ragazza levitava a pochi centimetri da terra, gli occhi rovesciati all’indietro, le labbra che si muovevano.
In cima all’edificio, la figura con la maschera da coniglio spiccava contro il cielo.
«...quello che state vedendo è una manifestazione non autorizzata» stava spiegando il reporter. «La polizia sta cercando di...»
Poi iniziarono i suoni. Allarmi che suonavano all'impazzata.
«Cosa... cosa sta succedendo?» urlò il reporter, guardando impaurito qualcosa oltre la telecamera. «Che vuol dire che stiamo perdendo quota? MI PRENDI PER IL CULO?»
L'inquadratura cominciò a girare vorticosamente. Urla di terrore che sfociarono in un'immagine nera. Silenzio.
«Come testimoniato dal collegamento interrotto pochi istanti fa…» riprese il conduttore, deglutendo a vuoto e cercando di ricomporsi, la voce incrinata ma ancora professionale. Sbatté le palpebre un paio di volte, come per scacciare l’immagine appena svanita dallo schermo. «La situazione al Parlamento sta peggiorando rapidamente. Al momento non abbiamo notizie certe sulle persone che si trovano all’interno dell’edificio. I manifestanti hanno proclamato una resistenza violenta contro le forze dell’ordine e, secondo le ultime informazioni che ci arrivano ora in regia, l’esercito si sta avvicinando all’area per contenere l’escalation.»
Altre riprese, stavolta da telecamere a terra. Persone che usavano i loro poteri contro la polizia. Un uomo che lanciava sfere di luce che disintegravano qualunque cosa colpissero. Una donna che sollevava macchine senza toccarle, scaraventandole contro gli agenti. Un ragazzo che correva contro gli scudi antisommossa, abbattendoli come birilli.
«Stanno accadendo cose strane» continuava il conduttore, la voce che si spezzava. «Inspiegabili. È qualcosa di surreale. Come se...»
I genitori di Annie si girarono verso di lei.
Suo padre disse piano: «Non sei l'unica.»
Annie non rispose. Guardava lo schermo, ma non vedeva più le immagini. Vedeva Arthur che le parlava dal telefono del vicino, la voce che saliva di tono —abbiamo un obbligo morale, possiamo fare la differenza. Vedeva Bailey che schiacciava il mozzicone per terra e le dicevaSecondo me dovresti pensarci su, e lo sguardo che aveva avuto — non il solito, non quello da stronzo — un altro, più breve, che lei aveva fatto finta di non notare.
Le tornò in mente la festa. Il tetto che cedeva. I corpi. Il silenzio dopo.
Quindici persone. Diciassette, con le due nell’ambulanza cheleiaveva capovolto.
Non sono un'eroina. Ho ucciso delle persone.
L'aveva detto a Six come una sentenza definitiva. Un fatto. Qualcosa di scolpito nella pietra, impossibile da cancellare. E lo pensava davvero. Lo pensava ogni mattina quando si svegliava e il peso sotto lo sterno era lì ad aspettarla, fedele come un cane. Lo pensava ogni volta che chiudeva gli occhi e sentiva di nuovo il rumore del cemento che si spaccava.
Non m'interessa. Non ho intenzione di risolvere i problemi di nessuno. Ho già i miei.
Sullo schermo, una colonna di fumo si alzava dal tetto del Parlamento. Da qualche parte, in mezzo a tutto quel casino, c'erano Arthur e Bailey. Si sarebbero fatti ammazzare, e tutto per il "bene comune". Per quell'idea da boy scout che Arthur si portava dentro come una malattia, e che Bailey fingeva di non avere ma che Annie gli aveva visto negli occhi — quel lampo veloce, subito nascosto, di qualcuno che vuole essere migliore di quello che è.
E lei avrebbe perso la cosa più simile a degli amici che si fosse mai permessa di avere. Per sempre.
Il pensiero le si conficcò nel petto come una scheggia. E la cosa peggiore — la cosa che la faceva impazzire — era che non avrebbe dovuto importarle. Non avrebbe dovuto importarle di nessuno. Era più semplice così. Era più sicuro. Ogni volta che le importava di qualcosa, quel qualcosa finiva per andare in pezzi, e a raccogliere i cocci restava sempre e solo lei.
Ma le importava. Ed era proprio questo a farle montare dentro una rabbia feroce — contro di loro, che erano andati a farsi ammazzare senza nemmeno voltarsi indietro, e contro sé stessa, incapace di restare indifferente come si era ripromessa.
«ANNIE!» urlò sua madre, alzandosi di scatto nel vederla dirigersi alla porta. «Dove vai?!»
Annie non si fermò. Non si voltò. Se si fosse voltata, avrebbe visto la faccia di sua madre e avrebbe esitato. E se avesse esitato, la parte di lei che voleva restare — quella vigliaccamente ragionevole, quella che le ricordava che aveva quindici anni e che non doveva salvare nessuno — avrebbe vinto.
Uscì. In lontananza, verso il centro di Londra, si vedeva fumo che saliva. Luci lampeggianti. Il suono di sirene, esplosioni.
«ANNIE!»
Spiccò il volo prima che sua madre potesse afferrarla.
Sorvolò il Parlamento, la confusione. Sotto di lei, Londra bruciava.
L'esercito aveva circondato Westminster – camionette blindate, cecchini sui tetti, Apache che ronzavano come vespe meccaniche. I megafoni urlavano ultimatum che nessuno ascoltava.
Le armi convenzionali erano del tutto inutili. Un ragazzo trasformava i proiettili in farfalle. Una donna faceva implodere i blindati con un gesto. Qualcuno correva sui muri verticali,sfidando la gravità. Il fumo acre della cordite si mescolava all'odore metallico del sangue.
La figura con la maschera era sparita, ma Annie era sicura che non fosse andata lontana. Atterrò sul tetto del Parlamento. Il Big Ben suonò la mezzanotte – dodici rintocchi che risuonarono come una condanna.
Frantumò una finestra e s'infilò dentro. I corridoi del potere erano diventati un mattatoio. Tappeti persiani intrisi di sangue nero e rappreso, così denso che le suole ci affondavano. Ritratti di primi ministri che osservavano cadaveri contorti in posizioni impossibili – braccia piegate al contrario, bocche spalancate in urla che nessuno avrebbe mai sentito. Un parlamentare era stato inchiodato al soffitto – una grottesca parodia della crocifissione, il sangue che gocciolava sul pavimento formando una pozza perfettamente circolare. Mosche già ronzavano.
I suoi passi echeggiavano nel silenzio tombale. All'improvviso sentì un rumore alla sua destra. Scattò, pronta a fronteggiare la minaccia.
Six le puntava una Glock alla testa. «Annie!» disse stupita, la voce appena udibile. «Che ci fai qui?»
Due figure emersero dall'ombra dietro di lei. Erano Bailey e Arthur. Indossavano delle ridicole tute mimetiche prese da chissà dove.
«Sapevo che saresti venuta» disse Bailey con quel sorrisetto che Annie conosceva fin troppo bene.
«Solo perché si sente in colpa» commentò Arthur con disprezzo.
Prima che Annie potesse replicare, Six intervenne: «Non è il momento di mettersi a bisticciare» disse, abbassando l'arma.
«Avevi promesso che li avresti tenuti fuori dai guai» disse Annie a denti stretti.
«Non mi hanno lasciato scelta. Hanno insistito per venire.»
«Dove sono i rinforzi?»
«Fuori, a cercare di contenere questo casino. Per ora ci siamo solo noi.»
«Fantastico» commentò Annie, scuotendo il capo.
Six guardò Bailey. «Usa di nuovo il tuo potere. Dobbiamo trovare i sopravvissuti.»
Lui chiuse gli occhi, le vene delle tempie che pulsavano. «Di là» disse guardingo, indicando un punto alla loro sinistra.
Avanzarono in formazione. Six in testa, loro dietro. La porta della Camera dei Comuni era socchiusa. Una voce filtrava dall'interno – monotona, ipnotica.
«...questa società è un cancro. Ma dal marcio può nascere qualcosa di puro. Attraverso il fuoco. Attraverso il sangue...»
Six spinse la porta con cautela, senza far rumore. Cinquanta parlamentari seduti comebambini a scuola. Alcuni piangevano sommessamente. Altri guardavano il vuoto con occhi vitrei. L'odore di paura e piscio saturava l'aria.
La figura mascherata era al centro, di spalle. Un parlamentare – grasso, sudato, con la cravatta storta – li vide.
«AIUTO! PER L'AMOR DI DIO, AIUTATECI!»
La figura si girò verso di loro.
«Cazzo» imprecò Six.
Le sue mani esplosero. Non scoppiarono – si aprirono, le dita che sisepararono dalle nocche come petali marci, la carne che si sfogliò finoall'osso, le ossa che si frantumarono in polvere bianca.La Glock tintinnò sulpavimento.Il sanguearterioso pompò fuori dai moncherini in getti ritmici. Six urlò e caddein ginocchio, guardando ciò che restava dei suoi polsi come se nonriuscisse a crederci.
Poi la sua testa si disintegrò, il cranio che si accartocciò come unalattina schiacciata da una mano invisibile. Cervello, sangue eframmenti d'osso vennero compressi in una massa densa delladimensione di un pugno, che cadde sul pavimento con un tonfoumido. Il corpo rimase in ginocchio per un istante, il collo cheterminava in un ammasso di vertebre spezzate, prima di cadere dilato.
«CAZZO!»
Bailey trascinò Arthur e Annie dietro una colonna. Passi lenti, misurati. La figura veniva verso di loro.
«È tutto qui?» La voce era più chiara ora. «Che delusione.»
«Usa il tuo potere» disse Annie a Bailey, tesa. «Calmala!»
Bailey chiuse gli occhi, deglutendo. Li riaprì di scatto. Aveva lo sguardo di un animale che aveva appena fiutato qualcosa di fondamentalmente sbagliato.
«Che c’è?»
«È come se… fosse vuota.» sussurrò lui.
Arthur uscì dal loro nascondiglio.
«Arti, no!» urlò Bailey, cercando di afferrarlo.
I suoi occhi si accesero di blu. Ogni schermo, ogni dispositivo nel Parlamento prese vita — luci stroboscopiche, allarmi antincendio, sprinkler dal soffitto. Un muro di rumore e caos che saturò la Camera in un istante. La figura esitò, portando una mano davanti al viso.
Arthur non le diede il tempo di riprendersi. L'aria tra le sue dita crepitò e una lama prese forma — pixel blu elettrico compressi fino a diventare solidi, il ronzio dell'energia statica che vibrava lungo il filo della spada. Si lanciò in avanti.
La figura reagì tardi. Arthur menò un fendente dal basso che colpì la maschera di striscio.Un pezzo si staccò — l'angolo sinistro, dalla tempia al mento — e volò via ruotando nel buio.
Ma la figura era già in movimento. Qualcosa di invisibile colpì Arthur alla spalla come una
mazza — un colpo secco, brutale, che gli fece perdere la presa sulla spadae gli lasciò una ferita profonda. La lama di pixel si dissolse nel nulla. Arthur barcollò all'indietro, stringendosi la spalla con la mano libera.
«Arti!» urlò Bailey.
Arthur strinse i denti e spiccò il volo. Ali di pura energia gli esplosero dalla schiena – battevano freneticamente, illuminando la Camera di lampi intermittenti. Salì fino al
soffitto, fuori portata, e allungò le mani davanti a sé.
Tra le sue dita presero forma una dozzina di pugnali olografici. Vibranti, affilati, sospesi
nell'aria come un branco di squali che aspetta l'ordine di attaccare.
Li scagliò tutti insieme,convergendo da angolazioni diverse. Per un istante sembrò che non ci fosse modo di evitarli.
La figura abbassò le braccia di scatto. Il pavimento della Camera si sollevò — lastre di marmo ecemento armato che si strapparono dal suolo con un ruggito, accartocciandosi davanti a lei.I pugnali si conficcarono nella barriera. Alcuni la attraversarono permetà, tremando nell'impatto, le punte di luce blu che sporgevano dall'altro lato. Ma nessuno laraggiunse.
All’improvviso il braccio destrodi Arthursipiegò in un angolostrano. Il crack risuonò nella
Camera come un ramo spezzato. Le ali si dissolsero. Arthur precipitò, urlando.
Il suo dolore si riversò nei circuiti — ogni lampadina del Parlamento esplose simultaneamente, gli allarmi antincendio ulularono, gli schermi dei monitor crepitarono di statica, i neon dei corridoi lampeggiarono come sinapsi impazzite. Per un istante il palazzo intero sembrò soffrire insieme a lui. Cadde su un banco, sfondandolo, e rotolò sul pavimento bagnato dagli sprinkler. Rimase a terra, rantolando, il braccio che pendeva lungo il fianco come una cosa morta.
«Cristo!» Bailey scivolò sul pavimento bagnato e cadde in ginocchio accanto a lui. Lo tirò
contro di sé, proteggendolo col proprio corpo. «Guardami. Ehi. Guardami, cazzo.»
Gli occhi di Arthur erano spalancati, le pupille dilatate. Il braccio rotto gli tremava. Provò a
parlare, ma dalla bocca uscì solo un gemito.
«Lo so» sussurrò Bailey, tenendogli la testa. «Lo so. Respira.»
Annie agì d'istinto. Si posizionò davanti a loro, facendogli da scudo. La figura la fissò per un momento, poi lasciò cadere laciò che restava dellamaschera con un gesto disinvolto.
«Sei tu.Marcus non mentiva.Era solo questione di tempo prima che ci incontrassimo. I percorsi convergono sempre.»
Era lei. Identica. Ogni dettaglio perfetto – tranne per una cicatrice da ustione che ledeturpava la guancia sinistra, rosa e lucida come plastica fusa. Sembrava anche più grande, più… adulta.
Il silenzio si cristallizzò tra loro.
«Che cazzo…» fu tutto ciò che Annie riuscì a dire.
La sua sosia inclinò la testa. Lo stesso gesto che Annie faceva quando studiava qualcosa. Vederlo dall'esterno le provocò una strana sensazione.
Bailey spostò lo sguardo da lei alla sua sosia, sbalordito. «Cazzo» disse, la voce piatta. «Ma è…»
«CHE STATE ASPETTANDO? AMMAZZATELA!» urlò il parlamentare grasso.
La sua testa implose. Cervello e frammenti di cranio spruzzarono sui colleghi, che urlarono all'unisono. Il rumore – quell'orribile suono bagnato – riecheggiò nella Camera come un applauso.
«FERMATI!» gridò Annie. «Non so cosacazzo sei, ma…»
«Non deviprovare pena per loro. Questa gente non rischierebbe nemmeno un graffio per te.»
I suoi occhi si illuminarono minacciosi – stelle di neutroni pronte a collassare. Annie sentì qualcosa muoversi sotto i suoi piedi. Il cemento che vibrava. L'acciaio delle armature che cantava.
«GIÙ!»
Dal pavimento esplosero lance di cemento e acciaio. Una foresta mortale che cresceva verso l'alto, cercando carne da infilzare. Annie ne fermò tre a un centimetro dal viso – sentì il sangue colarle lungo la guancia dove una punta l'aveva sfiorata – e contemporaneamente ne deviò altre due che puntavano a Bailey.
Ma erano troppe. E la sua gemella ne generava di nuove senza sforzo apparente, come chi aggiunge pennellate a un quadro. Un parlamentare venne trafitto da parte a parte – la lancia gli uscì dalla bocca, portandosi via mezza mandibola. Un altro venne inchiodato al muro per il petto, i piedi che scalciavano nel vuoto, le mani che afferravano l'asta d'acciaio come se potesse estrarla. Il sangue gocciolava giù formando ruscelli paralleli.
«Siamo fottuti!» ansimò Bailey, tenendo stretto Arthur a sé.
Aveva ragione. Non c'era modo di vincere. Non così. Annie si sforzò di riflettere. Doveva portarla lontana da quei due idioti. Lei era l’unica che poteva cercare di contrastarla, avevano lo stesso potere, anche se la sua doppia era più esperta, più spietata.
Era un’idea folle, ma non aveva scelta.Lacaricò come un linebacker, colpendola allo stomaco. Si aggrappò a lei e decollò, sfondando il soffitto.
Cemento e travi d'acciaio esplosero intorno a loro come schegge. Salirono nel cielo notturnodi Londra, due figure intrecciate in una danza mortale. L'aria ululava. Il Tamigi diventò un filo d'argento. Il Big Ben un giocattolo. Poi un punto. Poi niente. La sua sosia combatteva per il controllo dell'aria, ma Annie non mollava. Sentiva la sua volontà premere contro la propria — due forze identiche che si annullavano a vicenda, come due magneti dello stesso polo. Salivano, sempre più in alto. L'aria si faceva sottile, gelida. Le orecchie le fischiavano. Il freddo le mordeva la pelle.
«LASCIAMI!» L’altra Annie le graffiò il viso, strappandole la pelle. «CHE COSA PENSI DI FARE?»
Sfondarono lo strato di nuvole. E il mondo scomparve. Sopra di loro, le stelle bruciavano nel vuoto. La Via Lattea si estendeva come una cicatrice luminosa nel buio cosmico. Non c'era più rumore — non le sirene, non le esplosioni, non le urla. Solo il sibilo sottile del vento d'alta quota e il battito del proprio cuore nelle orecchie.
Annie sentì il sangue ribollire nelle vene. La sosia stava cercando di farla esplodere dall'interno — sentiva le molecole vibrare, i globuli rossi ispessirsi, il cuore che faticava a pompare. Combatté con ogni fibra del suo essere, ordinando alle cellule di resistere, di non cedere. Non ancora. Non adesso.
«Vai a farti fottere, psicopatica del cazzo!»
Le diede una testata che le spaccò il naso. Si separarono, fluttuando nel vuoto. La sua gemella si sfiorò il naso. Parve quasi turbata di vedere il sangue sulle dita. Sollevò uno sguardo glaciale su di lei.
«Sei patetica.»
«Senti chi parla.» Annie sputò sangue nell'aria rarefatta. Gocce rosse che si cristallizzarono nel freddo e restarono sospese tra loro come rubini. «Qual è il tuo obiettivo? Sottometterci tutti? Ho visto quelle persone lì sotto, il modo in cui ti venerano. È questo che vuoi? Che ti considerino il nuovo messia?»
L'altra non rispose subito. «Nella mia realtà, la tempesta è arrivata cinque anni fa.»
«Non me ne frega un cazzo della tua realtà.»
«Invece dovrebbe.» L'altra alzò lo sguardo. «Perché è anche la tua. Solo che non lo sai ancora.»
Il vento le separava, le riavvicinava. Due facce identiche sospese nel vuoto, con le stelle alle spalle.
«Ci hanno dato divise. Nomi in codice. Ci hanno detto chepotevamo essere eroi. E ci abbiamo creduto. Dio, se ci abbiamo creduto. Ho fatto tutto quello che mi hanno chiesto. Ogni missione. Ogni compromesso.»
Annie ascoltava, in guardia.
«Poi hanno deciso che eravamo troppo pericolosi.» L'altra si tirò su la manica. L'avambraccio era coperto di cicatrici. Non casuali. Simmetriche. Fatte con precisione chirurgica. «Non dall'oggi al domani. Gradualmente. Prima i registri. Poi i braccialetti. Poi le iniezioni.»
Annie sentì lo stomaco contrarsi.
«Ho avuto un compagno» disse l'altra. E la voce si incrinò — appena, qualcosa che chiunque altro non avrebbe notato. Ma Annie lo sentì, perché era la stessa incrinatura che aveva quando parlava di ciò che non voleva ricordare. «Era l'unica persona al mondo che mi facesse sentire al sicuro. Quando hanno cominciato l’epurazione, si è lasciato catturare. Per darmi il tempo di scappare.»
Silenzio. Solo il vento.
«Sono tornata a liberarlo, ma era già troppo tardi. L'iniezione gli aveva bruciato il cervello. È rimasto vivo per tre settimane. Non mi riconosceva. Non riconosceva nessuno. Gli davo da mangiare con un cucchiaio e lui mi guardava con gli occhi di un neonato. L’ho ucciso perché non riuscivo a sopportare di vederlo così.»
Annie non disse niente. Non c'era niente da dire.
«Ho marciato, ho urlato, ho bruciato palazzi. Ho fatto tutto quello che si fa quando sei convinta che il sistema possa ancora essere aggiustato.» Una raffica di vento le spostò i capelli dalla cicatrice. «Ma ogni volta che abbattevamo un muro, ne costruivano due. E alla fine non è rimasto più niente per cui combattere. Non perché avessimo perso. Ma perché non c'era più niente da vincere. La gente aveva scelto. Preferiva sentirsi al sicuro piuttosto che essere libera.» espirò profondamente. «A un certo punto non c'era più nulla da salvare. Né da distruggere. Così ho aperto un varco, senza avere idea di cosa mi sarebbe successo, se mi avrebbe uccisa o trasportato chissà dove. Ci sono saltata dentro come si salta da un palazzo in fiamme. M’importava solo di non bruciare.»
«Okay» disse Annie. «Hai sofferto. Lo capisco. Ma quello che stai facendo… è una carneficina.»
«Quando sono arrivata qui, per un po' ho sperato che andasse diversamente. Ma sai cosa ho trovato? La stessa gente. Gli stessi governi. Le stesse promesse. Ho visto il copione. So come va a finire.» Fece una pausa. «Quindi ho deciso di saltare al terzo atto.»
«Cioè ammazzare i parlamentari? Terrorizzare Londra? E poi?»
«Ci prenderemo il posto che ci spetta di diritto. Per un mondo senza paura. Senza la necessità di nascondersi. Stavolta non chiederemo il permesso. Se qualcuno deve stare in cima alla catena, saremo noi.» la voce si era indurita. «Se per arrivarci devo passare sopra a una cinquantina di parlamentari senza spina dorsale, è un prezzo che sono disposta apagare.»
«E gli altri? E Josh?»
L'altra sbatté le palpebre. «Chi?»
«Josh. Era un amico. Lo hai fatto esplodere al gala.» La voce di Annie era ferma. «Quello che restava di lui è stato consegnato alla famiglia in un sacchetto di plastica. Non meritava di morire. Era una brava persona. Era uno di noi.»
L'altra rimase in silenzio.
«Quelle persone là sotto che combattono per te?» continuò Annie. «Sono carne da macello. Esattamente come lo eravate per l'Agenzia nel tuo mondo. Non sei migliore di loro.»
«Tu pensi che ti salverai perché sei diversa da me» disse l'altra. «Ma non lo sei. Hai solo avuto meno tempo. Stessa rabbia. L'unica differenza tra me e te è che io ho smesso di fingere.»
Annie non rispose. Non perché non avesse una risposta. Ma perché per un istante — un istante che le fece più paura di tutto il resto — non era sicura che l'altra avesse torto.
Sentì qualcosa nell'aria cambiare — una vibrazione. Più profonda del suono. Più antica. La materia stessa che reagiva alla volontà del suo doppio.
«Non importa» disse l'altra Annie. La voce era tornata piatta. Vuota. Come se la conversazione fosse stata un'anomalia di un istante. «Se anche qui le cose andranno a puttane, distruggerò tutto e mi sposterò di nuovo.»
«Sei fuori di testa!»
«No. Sono solo stanca di sperare.»
Alle spalle dell’altra Annie lo spazio si lacerò come carta velina. Non un buco – uno squarcio. Una ferita tridimensionale che sanguinava possibilità.I bordi brillavano di colori che non esistevano, che non avevano nome, che risultavano dolorosi da guardare. Come il sole e l'oscurità nello stesso istante.
Lo squarcio si allargò. Silenzioso. L'assenza di suono era peggiore di qualsiasi esplosione. Attraverso di esso si vedeva… tutto. E niente. Realtà sovrapposte come diapositive. Versioni infinite del mondo – alcune in cui il sole era rosso, altre in cui il cielo era un oceano, altre ancora vuote come pagine bianche. E tra le realtà, il vuoto – il non-spazio che le separava.
Lo squarcio iniziò a risucchiare. Un vortice che divorava la realtà – le nuvole sotto di loro che si piegavano verso di esso, la luce delle stelle che curvava, persino il tempo che rallentava ai suoi bordi.
Annie sentì i propri atomi tendere verso lo squarcio, attratti come limatura di ferro da un magnete. «Che cazzo stai facendo?» gridò.
«Splendido, non trovi? Il dolore è l'unica lingua che il mondo capisce. Costruirò la societàche meritiamo…»
«Sei fuori di testa!»
Annie guardò in basso, verso la città. Non la vedeva più – le nuvole la nascondevano – ma sapeva che era lì. Bailey era lì, probabilmente stava cercando di trascinare Arthur fuori dal Parlamento, probabilmente stava dicendo qualche cazzata per non pensare alla paura. E sua madre era lì, che pregava il suo dio con una ferocia che Annie non avrebbe mai ammesso di ammirare. E la gente era lì. Milioni di persone che non sapevano niente, che dormivano, che guardavano la TV, che litigavano e facevano l'amore e vivevano le loro vite insignificanti e preziose.
«Fanculo»
Non era una parola eroica. Non era un grido di guerra, non era un sacrificio nobile illuminato dalla luce divina. Era solo quello che diceva ogni volta che la vita la metteva con le spalle al muro e lei decideva di caricare a testa bassa comunque.
Si fiondò sulla sua doppia. L'altra Annie reagì troppo tardi. Si tuffarono nello squarcio insieme.
Il freddo la investì come un muro. Non aveva niente a che fare con la temperatura. Era l'assenza di tutto. Di calore, di luce, di significato. Era il vuoto tra le cose, lo spazio dove la realtà non era ancora stata inventata o aveva già smesso di esistere.
L'altra Annie le urlava qualcosa, ma le parole si perdevano, smontate sillaba per sillaba dal nulla. Le sue mani cercavano la gola di Annie, gli occhi incandescenti di una rabbia che era anche terrore – il terrore di qualcuno che per la prima volta si trova trascinata in un luogo da cui non sa come uscire.
L'ultima cosa che vide fu il cielo di Londra attraverso lo squarcio che si chiudeva – le stelle, le nuvole, la luna che se ne stava lì come se niente fosse, incurante e bellissima – e per un istante, un istante solo, Annie desiderò di essere là sotto. Solo per sedersi su una panchina del cazzo in un parco pieno di spazzatura e ascoltare Bailey che le raccontava le sue conquiste e Arthur che leggeva un libro tenendo il segno con un dito. Solo per quello.
I bordi dello squarcio si rimarginarono su di loro come una ferita.
Sarebbe morta passando per una fottuta eroina, dopotutto.
La sola cosa che aveva giurato di non diventare mai.
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