Andrea spense l’auto con un sospiro di sollievo. Aveva passato gli ultimi quaranta minuti a girare a vuoto per le strade del quartiere Prati, maledicendo i turisti, i residenti, le strisce blu e quelle bianche, le moto parcheggiate in doppia fila e i furgoncini della nettezza urbana che occupavano ogni singolo posto disponibile. Il cruscotto segnava ancora trentadue gradi, nonostante fossero le otto e mezza di sera. L’aria condizionata aveva smesso di funzionare da qualche parte all’altezza di Civitavecchia, e da lì in poi era stato un calvario di finestrini abbassati e caldo africano. Per raggiungere casa di Simone, che abitava in zona Flaminio, ne avrebbe avuti altri venti di minuti tra metropolitana e autobus.
Roma non gli era mancata per nulla. Era sempre la stessa città caotica, soffocante, disorganizzata, che aveva lasciato circa cinque anni prima, quando aveva accettato quel posto da ingegnere informatico a Pavia. Le stesse buche nell’asfalto – qualcuna persino più profonda di come la ricordava – lo stesso traffico impazzito, gli stessi clacson che suonavano a ogni semaforo come se il rumore potesse in qualche modo sciogliere la coda. E dappertutto motorini, monopattini elettrici abbandonati sui marciapiedi, cassonetti che debordavano. Era tornato per il weekend su insistenza di suo padre, che compiva settant’anni, e già non vedeva l’ora di rimettersi in autostrada.
Afferrò la busta dal sedile del passeggero – un Frascati Superiore che aveva comprato all’ultimo momento in un’enoteca vicino alla stazione Termini, dodici euro che sperava fossero ben spesi – e scese dalla Polo bianca che suo padre gli aveva prestato. Chiuse la portiera con l’anca, controllando due volte la serratura. L’asfalto emanava il calore accumulato durante la giornata, e le suole delle sue Nike si appiccicavano leggermente al marciapiede a ogni passo. Non tirava un filo di vento. L’aria era ferma, pesante, satura di smog e del profumo dolciastro dei tigli in fiore che costeggiavano il viale. I lampioni si erano appena accesi, proiettando cerchi di luce giallastra sull’asfalto.
Quando arrivò sotto il palazzo di Simone – un edificio anni Sessanta in travertino, con le persiane verdi e i balconi pieni di piante rigogliose che traboccavano dalle ringhiere – aveva la camicia azzurra appiccicata alla schiena e le gocce di sudore che gli colavano lungo la nuca fino al colletto. Citofonò premendo il pulsante logoro accanto al nome «Rossini S.», l’etichetta ingiallita e mezza scollata. Simone gli aprì direttamente il portone senza chiedere nemmeno chi fosse, come se lo stesse aspettando da ore. Il cicalino gracchiò, la serratura scattò, e Andrea spinse il portone di vetro e ferro battuto.
L’androne era fresco, quasi freddo in confronto alla strada. Le pareti erano rivestite fino a metà altezza di piastrelle color avorio, scheggiate in più punti. Le cassette della posta in ottone si allineavano storte lungo la parete di destra, alcune senza nome, altre col vetro rotto. Nell’aria galleggiava un odore di detersivo al pino misto a umidità.
Mentre era in ascensore – una vecchia cabina con le pareti di legno scuro, lo specchio scheggiato e la luce al neon che tremolava – Andrea si chiese in che modo fosse cambiato Simone. Avevano interrotto ogni contatto da quando lui si era trasferito. Non si erano sentiti nemmeno per Natale o per i compleanni. Niente messaggi, niente telefonate, niente di niente. Come se quei due anni passati insieme fossero stati cancellati con un colpo di spugna. La chiamata di Simone, tre giorni prima, era stata una vera sorpresa: il suo nome sul display del telefono, dopo tutto quel tempo, gli aveva dato una specie di vertigine. Non gli aveva detto molto. Solo una cena, aveva insistito, una cena tra vecchi amici. Andrea aveva esitato, soprattutto pensando al modo in cui si erano lasciati: con una scenata memorabile davanti a tutti i loro amici al pub, urla, bicchieri sbattuti sul tavolo, e quella frase che ancora gli bruciava dentro, pronunciata da Simone con la voce rotta e gli occhi lucidi: «Tanto te scappi sempre, André. È quello che sai fa’ meglio.»
«Solo una cena?» aveva chiesto Andrea al telefono.
«Solo una cena, zì. Te lo giuro.»
E così si era lasciato convincere. Più che altro era curioso di scoprire che cosa avesse in mente. Da un tipo come Simone – imprevedibile, teatrale, capace di organizzare una festa per venti persone in mezz’ora o di sparire per giorni senza dire niente a nessuno, senza rispondere al telefono, senza dare segni di vita finché non ricompariva come se nulla fosse – potevi aspettarti di tutto.
C’era da fare un’altra rampa di scale per accedere all’attico. Le mattonelle erano di marmo rosa, lucide ma consumate negli spigoli, e la ringhiera di ferro era calda al tatto. Dall’ultimo piano si vedeva una porzione di cielo violaceo, striato di arancione. La porta d’ingresso era socchiusa, e da dentro filtrava una luce calda e dorata.
La prima cosa che lo colpì fu l’odore di incenso. Era prepotente, quasi stordente – sandalo misto a patchouli – e gli fece pizzicare il naso. Aveva sempre detestato l’incenso; lo associava alle chiese, ai funerali, ai negozietti di roba indiana in cui Simone lo trascinava quando stavano insieme. In sottofondo si udiva una specie di musica arabeggiante, un sitar che suonava una melodia languida e ipnotica, e sotto, appena percettibile, il battito ritmico di un tabla. C’erano addirittura delle candele sparse per tutta la casa – sui davanzali, sul tavolo da pranzo, persino sui gradini che portavano al soppalco – e le luci erano abbassate al minimo, creando ombre danzanti sulle pareti color crema.
Andrea rimase sulla soglia per qualche secondo. Tutto quel teatro – le candele, l’incenso, la musica – aveva l’aria di una messinscena romantica, di una di quelle serate che Simone organizzava ai tempi del loro fidanzamento, quando voleva farsi perdonare qualcosa o semplicemente impressionarlo. Ma gli aveva assicurato che sarebbe stata solo una cena tra vecchi amici. Il cuore gli batteva più forte, e si passò una mano sulla nuca bagnata di sudore.
«Simò?» lo chiamò, posando la busta del vino sul tavolino dell’ingresso, accanto a un portachiavi a forma di torre Eiffel e una pila di posta non aperta.
«Sto qua.»
Era fuori sul balcone, appoggiato alla ringhiera con una sigaretta tra le dita. Andrea lo vide controluce, la sagoma scura contro il cielo che stava virando dal viola al blu notte. E quando Simone si voltò, un’ombra di sorriso sulle labbra, Andrea capì subito che qualcosa non andava. Era dimagrito troppo rispetto al loro ultimo incontro. I jeans gli ballavano addosso, stretti in vita con una cintura tirata di due buchi in più, e la maglietta nera sembrava svuotata, come appesa a una gruccia. Gli zigomi erano diventati più sporgenti, quasi taglienti, e gli occhi apparivano infossati, cerchiati di scuro. Ma prima che Andrea potesse formulare un pensiero – un pensiero reale, adulto, che desse un nome a quello che stava vedendo – Simone gli corse incontro e lo abbracciò con quella sua solita impulsività, stringendolo forte, quasi aggrappandosi, e strofinandogli la barba di tre giorni contro la guancia.
«Ma guardete un po’! Diventi sempre più grosso, cazzo.»
Era la sua battuta di sempre. Andrea sapeva che non era vero – anzi, aveva perso qualche chilo da quando viveva da solo e si cucinava cose tristi tipo petto di pollo alla piastra e insalata in busta – ma Simone aveva sempre avuto il vizio di prenderlo in giro per la sua corporatura robusta, per quei cinque chili di troppo che si portava dietro dai tempi dell’università. Andrea forzò un sorriso. C’era qualcosa nell’abbraccio di Simone che non tornava: troppo forte, troppo lungo, come se non volesse lasciarlo andare.
Simone si staccò e sorrise, e per un istante fu di nuovo il ragazzo di venticinque anni che Andrea aveva conosciuto in biblioteca all’università, con i capelli ricci, gli occhi verdi pieni di malizia e quella fossetta sulla guancia sinistra che compariva solo quando rideva davvero. Ma durò un attimo. Alla luce delle candele, il suo viso aveva qualcosa di spettrale: le gote scavate, la pelle grigiastra, le labbra screpolate. Solo gli occhi e il sorriso erano gli stessi di sempre.
«Come stai?» chiese Andrea, e si odiò per la banalità della domanda.
«Bene. E tu? Che c’hai lì?»
Simone agguantò la busta prima che Andrea potesse rispondere, con quel gesto rapido e un po’ maleducato che lo aveva sempre caratterizzato. Tirò fuori la bottiglia, lesse l’etichetta inclinando la testa, e fece un fischio di approvazione.
«Hai portato er vino, bravo! Frascati pure, guarda te.» Simone gli indicò la cucina con un gesto teatrale, allargando le braccia come un direttore d’orchestra. «Dai, accomodete, non fa’ er timido! Io me fumo na sigaretta e arrivo.»
Andrea prese posto su uno degli sgabelli dell’isola centrale – un mobile moderno in acciaio inox che stonava violentemente con il resto dell’arredamento, tutto mobili vintage, stampe incorniciate e una libreria straripante di romanzi dalla costa spezzata. Sul frigorifero, tenute da magneti, c’erano delle fotografie: Simone in spiaggia con un gruppo di persone che Andrea non conosceva, Simone davanti a un tempio buddista, Simone con un gatto in braccio. Nessuna foto di loro due. Ovvio, pensò Andrea, e il pensiero gli diede una fitta che non si aspettava.
Dalla cucina provenivano odori insoliti: spezie che non riusciva a identificare, qualcosa di piccante e dolce allo stesso tempo, un profumo esotico che si mescolava all’incenso in un mix quasi narcotizzante. In una pentola di coccio, qualcosa stava bollendo lentamente, facendo saltellare il coperchio di legno. Un liquido denso e rossastro traboccava dai bordi, sporcando i fornelli. Andrea allungò lo sguardo verso la fiamma – troppo alta, decisamente troppo alta – e valutò la possibilità di alzarsi e abbassarla, ma nel momento in cui si decise arrivò Simone, che si muoveva per la cucina con una disinvoltura sorprendente, i piedi scalzi che scivolavano sulle mattonelle.
«La pentola…» borbottò Andrea, indicando i fornelli.
Simone sollevò il coperchio con la mano nuda – avrebbe potuto scottarsi, ma non batté ciglio – e mescolò il contenuto con un cucchiaio di legno annerito dall’uso. Abbassò la fiamma di un giro. Un vapore profumato si levò dalla pentola, ricco di coriandolo e zenzero.
«È quasi pronto. Allora, che me racconti?»
«Eeeh…che ti devo dire. Lavoro.»
«Come al solito» lo interruppe Simone, versando del vino rosso in due bicchieri di cristallo che non facevano parte dello stesso servizio. «Dai, racconteme qualcosa d’interessante! Come te trovi a Pavia?»
«Bene.»
«Direi più che bene. Non te sei fatto più vede da ste parti.»
«Sì, be’…lo sai che Roma mi è sempre stata stretta.»
Ed era vero, almeno in parte. Roma lo soffocava con la sua grandezza caotica, con i suoi ritmi frenetici, con quella sensazione di essere sempre in ritardo, sempre di corsa, sempre a un passo dal perdere l’autobus o la pazienza. A Pavia aveva trovato una dimensione più umana: strade percorribili in bicicletta, un lavoro che gli piaceva, colleghi normali, persino una ragazza – Martina, che insegnava matematica al liceo – con cui stava insieme da due anni. Ma la verità, quella che non avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, era che Roma gliel’aveva rovinata Simone. Era impossibile camminare per certe strade senza pensare a lui, senza ricordare quella sera al Pigneto o quella mattina a Villa Borghese, e allora era più facile stare lontano, mettere cinquecento chilometri di mezzo e convincersi che fosse una questione di traffico e burocrazia.
Faceva uno strano effetto vedere Simone muoversi con tanta disinvoltura tra i fornelli, tagliare verdure con movimenti precisi, dosare spezie con la sicurezza di uno chef. Quando stavano insieme era sempre toccato ad Andrea cucinare, perché Simone si limitava a pasta in bianco, pizza al taglio e cibi da asporto. Se andava bene, si degnava di apparecchiare.
«Da quando sai cucinare?» chiese Andrea, sorseggiando il vino. Era buono. Fresco, minerale, con quel retrogusto amarognolo tipico del Frascati che a Roma piace tanto.
«Ho fatto un corso.»
«Un corso?»
«Sì, così…» Simone si strinse nelle spalle, schiacciando la sigaretta in un posacenere di ceramica già pieno di mozziconi. «M’andava d’imparà a cucinà. Ho fatto tre mesi di cucina asiatica e due di cucina indiana. Et voilà!»
«Tre mesi?»
«Che c’è, non ce credi? Aspetta de’ assaggià e poi me dici.»
Andrea fissò la ciotola che Simone gli mise davanti. Era di ceramica bianca, decorata con motivi floreali blu – una di quelle ciotole da mercatino dell’usato che Simone amava collezionare. Il contenuto fumava, emanando un profumo intenso, stratificato, che gli fece venire l’acquolina.
«Che cos’è?»
«Pho. Cucina vietnamita. Tié’, pija le bacchette.»
Le bacchette erano di legno chiaro, lisciate dall’uso. Andrea guardò il contenuto della ciotola: spaghetti di riso sottili e traslucidi immersi in un brodo ambrato, fettine di carne di manzo quasi trasparenti, foglie di basilico fresco, germogli di soia, fettine di peperoncino rosso e spicchi di lime posati sul bordo. Sembrava simile al ramen giapponese, ma il profumo era diverso – più fresco, più erbaceo. Andrea prese una manciata di spaghetti, li arrotolò goffamente intorno alle bacchette e soffiò per raffreddarli.
«Stai già a sbajà,» lo riprese Simone, ridendo. «Devi prenne pure la carne insieme agli spaghetti. E strizzece er lime dentro, dai.»
Andrea seguì il consiglio, spremendo mezzo lime nel brodo e raccogliendo con le bacchette una striscia di manzo insieme agli spaghetti. Un’esplosione di sapore: la carne era tenera, quasi si scioglieva sulla lingua, il brodo aveva un gusto complesso e profondo – forte, pungente, con note di anice stellato e cannella che salivano dal fondo, ma per nulla invasivo. Il lime tagliava il grasso, il basilico rinfrescava, il peperoncino scaldava la gola senza bruciare. Era una di quelle cose che non ti aspetti, che ti colgono alla sprovvista, e Andrea rimase un attimo con le bacchette a mezz’aria, gli occhi spalancati.
«Madonna» mormorò, «è buonissimo.»
«Hai visto? E questo è solo l’antipasto.»
Simone lo guardava mangiare con un’espressione che Andrea conosceva bene: soddisfazione mista a compiacimento, la stessa faccia che faceva quando gli regalava qualcosa e aspettava la reazione. Per un attimo, seduti lì in quella cucina piena di vapore e di spezie, con la musica in sottofondo e le candele che tremavano, sembrò che i cinque anni di silenzio non fossero mai esistiti.
Come secondo, Simone gli servì un ammasso di salsa color arancio intenso con grossi pezzi di carne bianca, accompagnato da riso basmati al vapore che profumava di cardamomo. Lo versò nel piatto con un mestolo, facendo attenzione a distribuire i pezzi di pollo in modo uniforme – un gesto di cura che ad Andrea non sfuggì.
«Pollo tikka masala» spiegò Simone, sedendosi di fronte a lui col proprio piatto. «Cucina indiana. Be’, più o meno. È stato inventato a Glasgow, in realtà.»
«A Glasgow?»
«Sì. Un cuoco indiano che si è adattato ai gusti degli scozzesi. O almeno così dicono.»
«Questa è una salsa?»
«Salsa speziata, fatta con curry, panna, pomodori e un sacco de altre robe. Assaggia.»
La dolcezza della panna stemperava l’acidità dei pomodori e il sapore caldo e terroso del curry, creando un equilibrio perfetto. Il pollo era morbido, marinato in yogurt e spezie, e la salsa aveva una consistenza vellutata che si sposava con il riso profumato. Andrea chiuse gli occhi per un istante.
«È buonissimo.»
«Hai visto? Te eri venuto qua pensando de fa’ la fame e invece guarda che leccornie te sto a fa’ assaggià.»
«Oh, sei diventato proprio bravo.»
Simone arrossì leggermente – le orecchie prima, poi gli zigomi – come sempre faceva quando riceveva un complimento. Era un lato timido di lui che contrastava con la personalità espansiva e teatrale, e che Andrea aveva sempre trovato disarmante. Simone abbassò lo sguardo nel piatto e spinse un pezzo di pollo da una parte all’altra con la forchetta, senza mangiarlo.
Andrea notò che aveva mangiato pochissimo. Aveva svuotato metà ciotola di pho e toccato appena il tikka masala, spostando il cibo nel piatto più che portandolo alla bocca. Ma non disse nulla. Non era il tipo da fare domande scomode a tavola – non lo era mai stato, e forse quello era parte del problema.
Come dolce, Simone gli offrì il gulab jamun: tre sfere dorate e lucide disposte in un piattino di porcellana, immerse in uno sciroppo trasparente che mandava bagliori alla luce delle candele.
«È un dolce pakistano» spiegò, «fatto con latte in polvere e farina, fritto nell’olio bollente e poi marinato in uno sciroppo al cardamomo, zafferano e miele.» Lo disse con una specie di orgoglio didattico, come uno che ha studiato e vuole dimostrarlo.
Andrea ne morse uno. Dolcissimo, quasi troppo – il miele lo rendeva appiccicoso al palato – ma il cardamomo gli dava quel tocco pungente e aromatico che impediva alla dolcezza di diventare stucchevole. L’interno era caldo, morbido, con una consistenza simile a quella di una ciambella densa.
«Do’ hai imparato a fa’ tutte ste cose?»
«Te l’ho detto, er corso.»
«No, dico…tutta questa roba esotica. Tu che mangiavi solo carbonara e supplì.»
Simone rise, e la risata si trasformò in un colpo di tosse che lo piegò in avanti per qualche secondo. Si riprese in fretta, bevve un sorso d’acqua, e fece un gesto vago con la mano.
«La gente cambia, André. Pure io.»
A fine cena Andrea era più che soddisfatto. Pieno, leggermente intontito dal vino – ne aveva bevuti tre bicchieri senza accorgersene – e avvolto in una piacevole torpore. Le candele si erano consumate per metà, le ombre sulle pareti più morbide e sfumate, e la musica era cambiata: adesso suonava qualcosa di più lento, un pianoforte accompagnato da una voce femminile che cantava in una lingua che Andrea non riconosceva.
Simone aveva aperto una nuova bottiglia – un rosso, stavolta, non il Frascati – e stava per versarglielo nel bicchiere.
«Per me no, grazie» disse Andrea, coprendo il bicchiere con la mano. «Ho già bevuto abbastanza e devo guidare.»
«Rimani a dormì da me. Do’ sta er problema.» Simone versò il vino nel proprio bicchiere, riempiendolo fino all’orlo. «Guarda che non me te vojo mica scopà, eh» aggiunse, notando l’espressione di Andrea.
Andrea sentì le guance andare a fuoco. Sperò che Simone non se ne accorgesse, ma alla luce delle candele era impossibile nascondere qualcosa del genere.
«Resti a dormì e domani te ne rivai. Il divano è comodo, c’ho pure le lenzuola pulite.»
Per un po’ rimasero in silenzio. La musica suonava in sottofondo, il pianoforte e quella voce femminile che saliva e scendeva come un’onda. Una brezza leggera era finalmente arrivata, entrando dal balcone aperto e muovendo le tende di lino bianco. Portava con sé i rumori della notte romana: il traffico in lontananza, le voci dei vicini che cenavano sulla terrazza, il ronzio di un motorino, il suono ovattato di una televisione accesa. Simone si era acceso un’altra sigaretta e fumava guardando il soffitto, con le gambe allungate sotto il tavolo e la sedia reclinata all’indietro in equilibrio su due gambe.
Andrea giocherellava con il tovagliolo, piegandolo e ripiegandolo in forme sempre più piccole. C’era qualcosa che lo tormentava da tutta la sera – da tre giorni, in realtà, dalla telefonata – e non riusciva più a tenerlo dentro.
«Simò.»
«Mh.»
«Te posso fa’ una domanda?»
Simone tirò giù la sedia sulle quattro gambe e prese un’altra sigaretta dal pacchetto di Marlboro Rosse. Se la accese con un accendino di plastica gialla, schermando la fiamma con le mani a coppa nonostante non ci fosse abbastanza vento da spegnerla. Le sue dita tremavano.
«Spara.»
«Perché sta cena? Dopo cinque anni.»
Simone tirò una lunga boccata, trattenendo il fumo nei polmoni per un tempo che parve infinito. Le dita della mano libera tamburellarono sul tavolo – indice, medio, anulare, indice, medio, anulare – in un ritmo nervoso e ripetitivo. Poi esalò il fumo lentamente, guardando Andrea dritto negli occhi.
«Voi la verità?»
«Eh sì.»
«Sto a morì.»
Le parole caddero tra loro. Andrea non si mosse. Non disse nulla. Rimase con il tovagliolo stretto tra le dita, piegato in un quadratino minuscolo, a fissare il viso di Simone in cerca di un segnale – un guizzo di ironia, l’ombra di un sorriso, qualcosa che dicesse che era uno scherzo, uno dei suoi scherzi di merda, come quella volta che gli aveva detto che lo lasciava e poi era scoppiato a ridere.
«Dai, su. Fa’ il serio.»
«Mai stato più serio in vita mia.» Simone si picchiettò la tempia con l’indice, proprio sopra l’orecchio sinistro. «C’ho un tumore. Proprio qua. Glioblastoma, se te dice qualcosa.»
Il rumore della città sparì. La musica sparì. L’odore dell’incenso, le candele, il sapore del vino che ancora gli indugiava in bocca – tutto fu risucchiato via, come se qualcuno avesse aperto una botola sotto i piedi di Andrea e l’avesse fatto precipitare in un luogo bianco, silenzioso, completamente vuoto. Le parole di Simone gli arrivavano ancora, ma da molto lontano, come attraverso un muro d’acqua.
«Non lo so quanto me resta. I dottori dicono tre mesi, forse sei se va bene. C’ho fatto la radio, la chemio, tutto. Non se po’ fa’ più niente ormai.»
Simone spense la sigaretta nel posacenere, schiacciandola con più forza del necessario. Il filtro si deformò, il tabacco si sparse sul bordo di ceramica. Le sue dita erano macchiate di nicotina, le unghie rosicchiate fino alla carne viva.
«Senti…te sei una persona importante per me. Sei sempre stato una persona importante per me, pure quando me facevi incazzà, pure quando te ne sei annato senza voltatte indietro.» Simone parlò con voce ferma, come se stesse recitando qualcosa che aveva provato più volte. «Ho pensato che lo dovevi sapè. Ma non so’ cose da poter dì al telefono, ecco perché sta cena.»
Andrea guardava le proprie mani. Il tovagliolo era ridotto a una pallina compressa, dura come una noce. Cercò di dire qualcosa, qualunque cosa, ma le parole gli si erano incastrate in gola, una sopra l’altra, formando un groviglio che non riusciva a sciogliere. Il profumo delle spezie – lo stesso profumo che dieci minuti prima lo aveva fatto gemere di piacere – adesso gli rivoltava lo stomaco.
«André, dì qualcosa. Qualunque cosa.»
«Mi…dispiace.»
«Pensa a me.»
E rise. Simone rise, con quella sua risata rauca e rotta che Andrea conosceva a memoria, la stessa risata di quando gli raccontava una barzelletta sporca o quando faceva qualcosa di stupido e cercava di sdrammatizzare. Rise come se avesse appena detto una battuta particolarmente riuscita, e non la cosa più devastante che Andrea avesse mai sentito.
Il resto della serata Andrea la passò in una specie di bolla. Simone continuò a parlare come se nulla fosse – gli raccontò del corso di cucina, dell’insegnante thailandese che bestemmiava in romano, di un viaggio che voleva fare in Vietnam prima che fosse troppo tardi, del suo lavoro part-time in un negozio di elettronica a Trastevere dove il titolare era un vecchio matto che credeva negli alieni. Andrea annuiva, sorrideva quando gli pareva il caso, faceva domande di circostanza. Ma la voce di Simone gli arrivava da un luogo distante, ovattata, come se parlasse da dietro un vetro spesso.
A un certo punto il corpo di Andrea decise per lui. Si alzò dallo sgabello, le gambe che si muovevano da sole, senza che il cervello avesse dato l’ordine.
«Te ne vai?» chiese Simone, in tono leggero, versandosi un altro bicchiere di vino con mano non troppo ferma.
«Io…sì. Scusa. Devo…» Non finì la frase, perché non sapeva come finirla.
Simone si alzò anche lui. Era più basso di Andrea di una buona spanna – lo era sempre stato, e ai tempi della loro relazione ci scherzava su, diceva che gli piacevano gli uomini grandi perché lo facevano sentire protetto. Adesso, nella luce fioca dell’ingresso, con i vestiti che gli pendevano addosso e quel sorriso da bambino indifeso, sembrava ancora più piccolo.
«È stato bello rivvedette, André.»
Andrea aprì la bocca per rispondere. Per dire qualcosa – qualcosa di importante, di significativo, qualcosa che fosse all’altezza di quello che Simone gli aveva appena confidato. Ma non uscì nulla. Lo guardò e basta, con la giacca in mano e le chiavi dell’auto che gli tintinnavano tra le dita, e Simone lo guardò a sua volta, e per un istante lunghissimo rimasero così, a fissarsi in silenzio, con cinque anni di distanza e tre mesi di tempo tra loro.
Poi Andrea annuì – un cenno secco, quasi militare – e uscì.
Simone non lo accompagnò alla porta. Andrea scese le scale a piedi, senza aspettare l’ascensore. Le mattonelle di marmo rosa erano fredde sotto le suole, e il rumore dei suoi passi risuonava nel vano scale vuoto, rimbalzando sulle pareti. Dentro la testa, un ronzio continuo, come un apparecchio elettrico lasciato acceso in una stanza vuota.
Nel cortile del palazzo, l’aria era cambiata. Si era alzato un filo di vento, e la temperatura era scesa di qualche grado. Un gatto attraversò il cortile con passo felpato, scomparendo sotto un’auto parcheggiata. Andrea raggiunse la Polo a passi lunghi, quasi di corsa, come se qualcuno lo stesse inseguendo. Inserì la chiave nel cruscotto, accese il motore, e si aggrappò al volante con entrambe le mani, stringendolo fino a far diventare le nocche bianche.
Restò così. Il motore girava al minimo, i fari spenti, lo sguardo fisso sul nulla attraverso il parabrezza sporco. Il tempo smise di funzionare: poteva essere passato un minuto o un’ora, non lo sapeva, non gli importava. Nella sua testa non c’era più nessun pensiero coerente, solo frammenti scollegati – il sorriso di Simone, il brodo ambrato del pho, la parola glioblastoma, le dita macchiate di nicotina, la frase «pensa a me», il calore dell’abbraccio all’inizio della sera, troppo stretto, troppo lungo, adesso sapeva perché.
Fu qualcosa di fisico, alla fine. Non una decisione, non un crollo emotivo – una cosa del corpo, involontaria, come un conato di vomito. Un dolore acuto che gli partì dal centro del petto e si irradiò verso l’esterno, raggiungendo le braccia, la gola, la mascella, e lo piegò su sé stesso come se avesse preso un pugno nello stomaco.
Pianse. Singhiozzò come un bambino, con le spalle che sobbalzavano e il naso che colava, la fronte appoggiata al volante, le lacrime che cadevano sulle ginocchia e sulla tappezzeria grigia. Pianse per Simone, per il tempo perduto, per tutte le parole che non si erano mai detti, per quella malattia bastarda che se lo stava portando via. Pianse per la cena perfetta che adesso capiva essere stata un addio, per il pho e il tikka masala preparati con tutta quella cura, per la risata roca di Simone e per il suo sorriso da bambino e per i vestiti troppo larghi e per la mano che tremava quando si accendeva la sigaretta. Pianse perché non era riuscito a dire niente, perché era scappato via come sempre, perché Simone aveva ragione, aveva avuto ragione fin dall’inizio: Tanto te scappi sempre, André. È quello che sai fa’ meglio.
Pianse finché non ebbe più lacrime. Finché non gli rimase solo un respiro irregolare, a scatti, e una stanchezza così profonda da sentirla nelle ossa. Si asciugò il viso con la manica della camicia, tirò su col naso, e guardò il cruscotto. Le undici e quarantadue. Dallo specchietto retrovisore, un viso gonfio e irriconoscibile lo fissava.
Mise la prima e si avviò verso casa, guidando lentamente nel traffico notturno di Roma. Le strade erano ancora piene, perché Roma non dormiva mai, nemmeno alle undici di sera di un mercoledì di luglio. Ai semafori rossi, fermo in mezzo al flusso di auto e motorini, Andrea guardava la città scorrere attraverso il finestrino come si guarda un film in una lingua che non si capisce. Il Tevere, quando lo attraversò sul ponte, era una lingua nera e immobile sotto i lampioni. Alla radio, che si era accesa da sola col motore, qualcuno stava parlando di calcio.
A metà strada, fermo a un semaforo in via Nomentana, Andrea prese il telefono. Cercò il numero di Simone nella rubrica – era ancora lì, non l’aveva mai cancellato – e gli scrisse un messaggio. Lo scrisse, lo cancellò, lo riscrisse, lo cancellò di nuovo. Alla fine mandò due parole soltanto.
Torno domani.
La risposta arrivò dopo nemmeno dieci secondi. Un’emoji: una faccina che rideva con le lacrime agli occhi.
Andrea posò il telefono sul sedile del passeggero, nello stesso punto dove prima c’era stata la busta del Frascati, e ripartì col verde.
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