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Braccati

«Era lui, ti dico. Ho incrociato il suo sguardo! Cristo santo, ti dico di sì! Che facciamo?»

Il battito accelerato, le mani che tremano. La sensazione di essere caduto in una trappola che non avevi previsto. Non può essere una coincidenza, non qui, non ora. Era scomparso da anni — un fantasma che avevi imparato a dimenticare, a seppellire in qualche angolo della memoria dove le cose smettono di far male perché smettono di esistere. E invece eccolo lì. Come se non fosse passato nemmeno un giorno. Come se tutto fosse rimasto sospeso, in attesa di questo momento.

Devi calmarti, ti dici. Ma la paura è un animale che ti si è aggrappato alla gola, e le unghie affondano. Quella domanda continua a martellare nella tua testa, nel sangue, nelle tempie — che facciamo?

Nessuna risposta. Solo il battito del cuore che rimbomba in un vuoto immenso, come un tamburo in una stanza vuota. Accanto a te, Luca non parla. Anche lui l'ha visto, ma sembra congelato — il bicchiere ancora a mezz'aria, le nocche bianche intorno al vetro. Lo guardi e cerchi qualcosa nei suoi occhi, una direzione, un piano, qualsiasi cosa. Trovi solo il riflesso della stessa paura che ti sta mangiando vivo. Siete entrambi prigionieri di quel momento. Bloccati tra la paura di muovervi e la necessità disperata di fare qualcosa. Qualunque cosa.

«Se ne è accorto, lo sai, vero?» sussurri, cercando di rompere quel silenzio che vi sta soffocando. Gli occhi di Luca si spostano su di te, ma sono spenti, svuotati — pieni di un terrore che non avevi mai visto in lui. Nemmeno allora. Nemmeno quando tutto è cominciato.

Non c'è più tempo per pensare. Devi decidere ora.

«Se ce ne andiamo adesso, potrebbe seguirci» sibila finalmente Luca, la voce incrinata come un vetro sotto pressione. «Ma se restiamo…» Non finisce la frase. Non ne ha bisogno. Sapete entrambi cosa significa restare. Lo sapete da tre anni, da quella notte in cui avete scoperto di cosa fosse capace.

Dalla finestra del bar, lo vedi muoversi lentamente verso l'uscita. Indossa lo stesso cappotto nero di sempre, quello che riconosceresti in mezzo a una folla di mille persone. I suoi movimenti sono lenti, calcolati — nessuna fretta, nessun dubbio. Come un predatore che sa esattamente dove si trova la preda. Ti chiedi quanto tempo abbia passato a osservarvi prima che lo notaste. Quanto tempo a studiarvi. Quanto tempo a pianificare.

Il barista passa accanto al vostro tavolo, chiede se volete altro. La sua voce ti arriva ovattata, distante, come se venisse da sott'acqua. Scuoti la testa senza guardarlo. Non puoi più restare lì. L'aria si è fatta densa, irrespirabile. «Andiamo» dici, e la voce è più ferma di quanto ti senta dentro. Come se il corpo sapesse già quello che la mente non ha ancora accettato.

Ti alzi di scatto. I bicchieri tintinnano sul tavolo, il rumore ti sembra assordante. Luca ti segue, la sedia che stride sul pavimento. In fondo sai che nessuno di voi due è pronto. Ma è troppo tardi per tornare indietro.

Appena fuori dal bar, l'aria notturna vi colpisce come una frustata gelida. Le strade sono deserte — un deserto di asfalto e cemento, immerse in un silenzio che non ha niente di naturale. Troppo silenzio. Come se la città stessa stesse trattenendo il respiro. Un lampione ronza da qualche parte alla vostra sinistra, un suono acuto e irritante che si insinua sotto pelle. Le ombre si allungano sul marciapiede, e ogni sagoma — un cassonetto, un'auto parcheggiata, un portone socchiuso — diventa una possibile minaccia. Ogni passo sembra risuonare più forte del precedente, come se il rumore stesso vi stesse tradendo.

Ti guardi attorno. La strada che percorri ogni giorno per tornare a casa è irriconoscibile. I palazzi sembrano più alti, più stretti, più vicini, come se si stessero piegando verso di voi. La città ha cambiato forma. È diventata una cosa ostile.

Luca ti afferra per un braccio. Le dita premono forte attraverso la stoffa della giacca. «Se sa che l'abbiamo visto, non ci lascerà scappare. Dobbiamo far finta di niente, andarcene senza attirare l'attenzione.» Le sue parole sono taglienti, ma le dita gli tremano. Tiene stretta la tua giacca, come se sperasse che tu avessi un piano. Una soluzione. Qualcosa. Tu non ce l'hai.

Continuate a camminare. Passo dopo passo, cercando di mantenere un'andatura normale — due amici che tornano a casa dopo una birra, niente di più. Ma il peso di quello sguardo vi segue, vi preme sulla nuca, come una mano invisibile che vi spinge in avanti. Il suono dei vostri passi rimbomba nella notte, e ogni volta che un'auto passa in lontananza il cuore ti schizza in gola, perché per un istante pensi che sia lui — che vi abbia trovati, che vi sia già addosso.

«Prendiamo quella strada, è più buia» mormori, dirigendoti verso un vicolo laterale. Speri che, scomparendo nell'ombra, riuscirete a seminarlo. A confonderlo, anche solo per qualche minuto. Il tempo di pensare. Il tempo di capire cosa fare. Ma una parte di te — la parte che preferiresti mettere a tacere — sa che è inutile. Lui sa esattamente dove siete. Probabilmente sa anche dove state andando. Non è un caso che vi abbia trovati proprio ora. Proprio qui.

Non appena vi infilate nel vicolo, la sensazione di essere in trappola diventa fisica, insopportabile. Muri di mattoni alti su entrambi i lati — una gola di pietra senza cielo. La luce dei lampioni non arriva fin qui; solo un bagliore lontano, fioco, che si riflette sull'asfalto bagnato disegnando ombre liquide. L'odore di umidità e spazzatura vi circonda, denso come un muro. Luca è visibilmente agitato. Lo senti dal respiro — più rapido, più corto, quasi un sibilo. Si guarda attorno con movimenti nervosi, la testa che scatta a destra e a sinistra come un animale braccato. «Siamo sicuri che questo sia il piano giusto?» ti chiede, con un filo di voce. Non è più una domanda. È una supplica. Sta cercando una via d'uscita — non dal vicolo, ma da tutto questo. Una conferma che tutto andrà bene. Una bugia a cui aggrapparsi.

Prima che tu possa rispondere, il suono dei suoi passi riempie il vicolo. Quei passi inconfondibili — lenti, metodici, ritmati come il ticchettio di un metronomo. Non lo vedete ancora, ma sapete che è lì. A pochi metri. Il rumore rimbalza tra i muri e vi arriva da ogni direzione, impossibile da localizzare, come se il vicolo stesso si fosse trasformato in una cassa di risonanza per il vostro terrore.

In un istante, fai l'unica cosa che ti viene in mente. Afferri Luca per la manica e lo spingi dietro un cassonetto, tirandoti con lui nell'ombra. Vi accucciate lì, nascosti, le ginocchia sull'asfalto freddo e bagnato, le spalle premute contro il metallo arrugginito del cassonetto. L'odore è insopportabile — rifiuti, muffa, qualcosa di marcio — ma non importa. Trattieni il respiro. Ogni muscolo del corpo è contratto, rigido. I passi si avvicinano.

Poi lo vedi. La sua figura si materializza all'ingresso del vicolo. Il cappotto nero, lo sguardo che taglia l'oscurità. Si ferma. Scruta. Inclina la testa di un grado appena — un gesto minuscolo, quasi umano, che in qualche modo lo rende ancora più terrificante. Ti chiedi se vi abbia già visti. Se stia aspettando il momento giusto.

Luca si muove appena. Un gesto quasi impercettibile — un aggiustamento del peso, nient'altro — ma la sua scarpa scivola su una pietra. Un suono minimo, un clic sordo, che nel silenzio del vicolo esplode come un colpo di pistola. Il tempo si ferma. Gli occhi dell'uomo si stringono. Si concentrano nella vostra direzione. Hai il fiato sospeso. I polmoni bruciano, la gola stretta in una morsa. Accanto a te, Luca ha chiuso gli occhi — li stringe forte, come un bambino che cerca di convincersi che il mostro sotto il letto non esiste. L'uomo avanza. Lentamente, senza fretta. Ogni passo è un colpo al petto. L'aria stessa sembra addensarsi, diventare solida, impenetrabile. Senti le mani di Luca stringersi convulsamente attorno alla tua giacca — le nocche che premono contro le costole, il terrore puro che emana dal suo corpo come calore. Non avete un piano. Non c'è via d'uscita. Ma restare immobili non è più un'opzione. Ti volti verso Luca. Un lampo passa tra i vostri sguardi — tre anni di silenzio, di incubi, di notti insonni compressi in un solo istante. «Devo distrarlo. Corri appena hai l'occasione» sussurri. Lui scuote la testa. La bocca si apre per protestare, ma non c'è tempo. Non c'è mai abbastanza tempo. Ti alzi di scatto. Il sangue ti ruggisce nelle orecchie, un rombo che copre ogni altro suono. Corri verso l'altra estremità del vicolo — i piedi che battono sull'asfalto, il cappotto che ti frusta le gambe. Il rumore dei tuoi passi rompe il silenzio con violenza, e percepisci lo scatto dell'uomo dietro di te. Un breve sguardo dietro le spalle: ha abboccato. I suoi occhi sono fissi su di te. Il passo accelerato. Il cuore martella nel petto mentre ti precipiti fuori dal vicolo, in una rete di stradine deserte che non riconosci più. Non sai dove stai andando. Sai solo che devi allontanarlo da Luca. Le gambe spingono, i muscoli protestano, i polmoni bruciano come se respirassi fuoco. Ma il suo respiro è dietro di te — lo senti, sempre più vicino, come il ticchettio di un orologio che scandisce il tempo che ti resta.

Svolti l'angolo e ti ritrovi in una piazzetta. Desolata. I lampioni proiettano cerchi di luce giallastra sull'asfalto, e il freddo sembra mordere più forte qui, all'aperto, senza i muri a proteggerti. Guardi freneticamente attorno. La piazza è circondata da edifici chiusi, finestre sbarrate, serrande abbassate. Nessuna porta aperta. Nessuna via di fuga. Solo il silenzio. E poi i suoi passi.

Ti volti. L'uomo entra nella piazza con la calma di chi non ha mai avuto fretta. Il cappotto nero ondeggia appena nel vento gelido. Il volto è in ombra, ma i suoi occhi — quei dannati occhi che hai riconosciuto attraverso il vetro di un bar affollato — brillano di una calma che non ha niente di umano. Non c'è rabbia. Non c'è sforzo. Solo una certezza assoluta, immobile come la pietra.

Sei intrappolato. Non c'è nessun posto dove andare.

Si ferma a pochi passi da te. Ti guarda. E poi sorride — un sorriso appena accennato, quasi gentile, che ti fa gelare il sangue più di qualsiasi minaccia. «Pensavi davvero di potermi sfuggire?» La voce è bassa, fredda, quasi divertita. Non si muove. Ti scruta, e in quello sguardo leggi una pazienza antica, qualcosa che va oltre la semplice cattiveria. Come se per lui questo non fosse una caccia, ma un rituale. Qualcosa di inevitabile che sta semplicemente seguendo il suo corso.

Il tuo respiro è affannoso, la testa gira. Cerchi una soluzione, un modo per ribaltare la situazione, ma i pensieri si sfaldano come cenere. Sei solo. E sai — lo sai con una certezza che ti devasta — che non avrai un'altra occasione. Poi, dal nulla, un rumore sordo. Qualcosa si muove alle tue spalle. L'uomo si volta di scatto — e per la prima volta vedi un'incrinatura in quella calma perfetta, un lampo di sorpresa nei suoi occhi — ma è troppo tardi. Una figura si scaglia su di lui. Un'ombra che emerge dall'oscurità con una furia disperata, cieca, assoluta. Luca.

Lo vedi colpire l'uomo con tutto il peso del corpo, un impatto violento che li fa vacillare entrambi. Ma dura un istante — un solo, miserabile istante. L'uomo reagisce con una velocità che non appartiene a niente di umano, afferra Luca per la gola e lo scaraventa contro il muro con un colpo secco. Il suono del corpo di Luca che colpisce il cemento è un suono che porterai dentro per il resto della tua vita. Un tonfo sordo, poi un gemito strozzato, poi niente. Non pensi. Il pensiero è un lusso che non puoi permetterti. La rabbia e la paura si fondono in un'unica esplosione, una scarica che ti attraversa il corpo come una corrente elettrica. Ti lanci verso l'uomo urlando — un suono che non riconosci come tuo — e brandisci un pezzo di legno che hai trovato a terra, un'asse scheggiata, pesante. Lo colpisci alla testa con tutte le forze che hai. Un suono sordo — come un frutto maturo che si spacca. Poi un grido soffocato. L'uomo cade a terra. Il corpo finalmente immobile. Ti fermi. Ansimi. Il pezzo di legno ti scivola dalle mani e cade sull'asfalto con un rumore secco. Il silenzio torna a regnare, spezzato solo dai gemiti di Luca, che si tiene il fianco, piegato su se stesso, dolorante ma vivo. Lo guardi, cercando di raccogliere i pezzi della realtà che si è frantumata attorno a te. Il mondo sembra avere lo stesso aspetto di prima — i lampioni, le serrande chiuse, il freddo — ma qualcosa è cambiato. Qualcosa si è rotto e non si rimetterà mai a posto. Ti avvicini lentamente all'uomo steso a terra. E in quell'istante, un brivido freddo ti corre lungo la schiena. Il corpo non si muove. Ma gli occhi — gli occhi sono ancora aperti. Ti guardano dal buio come un monito silenzioso. Il sangue ti si gela nelle vene mentre l'adrenalina si dissipa lasciando spazio a una fredda, lucida consapevolezza: non è finita. L'uomo è steso a terra, immobile, con un colpo alla testa che avrebbe dovuto ucciderlo, e invece quelle pupille — quei maledetti occhi — ti fissano con la stessa calma di prima. Come se niente fosse successo. Come se il legno fosse stato aria. Ti avvicini con cautela. Il pezzo di legno lo raccogli da terra, lo stringi di nuovo. Le mani tremano talmente forte che l'asse vibra tra le dita. Il respiro di Luca è affannoso alle tue spalle — lo senti che cerca di rialzarsi, la suola che raschia sull'asfalto, un grugnito di dolore. «È morto?» mormora Luca, tossendo. La voce spezzata dal dolore. Non rispondi subito. Sei troppo concentrato su quel corpo immobile, su quegli occhi che non si chiudono. «Non lo so» riesci a dire a malapena. Con il cuore in gola, ti chini. Allunghi la mano verso il suo polso. Il contatto della sua pelle ti fa sussultare — è fredda, troppo fredda per qualcuno che fino a un minuto fa correva, combatteva, respirava. Sembra umano. Vulnerabile. Ma dentro di te sai che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato. Qualcosa che non ha a che fare con la temperatura della pelle o con il colore degli occhi, ma con qualcosa di più profondo — un'assenza, un vuoto dove dovrebbe esserci qualcos'altro. Il polso batte ancora. Ti rialzi di scatto, indietreggiando. «Non è possibile» sussurri. Ma lo senti. Chiaramente. La vita che ancora scorre dentro di lui, ostinata e inspiegabile. Luca, piegato su un ginocchio, ti guarda con occhi che non hanno più niente da perdere. «Dobbiamo andarcene. Adesso.» E ha ragione. Lo sai. Lo sapete entrambi.

Con uno sforzo, lo aiuti a rimettersi in piedi. Si regge a fatica, zoppicando, e il sangue che gli cola dal fianco macchia la giacca in una chiazza scura che si allarga lentamente. Non dici niente. Lui non dice niente. Non c'è niente da dire. Vi muovete, lenti, verso l'uscita della piazza. Ogni passo è un'agonia — per il corpo, per i nervi, per la mente che non smette di elaborare quello che ha appena visto. Luca si appoggia a te con tutto il peso, e ti accorgi che sta tremando. Non di freddo. Non di dolore. Di qualcosa che non ha nome e che preferiresti non conoscere. Imboccate una strada laterale, più buia e stretta. Il rumore dei vostri passi è l'unico suono — un battito irregolare, zoppo, che echeggia tra i muri come il polso di un cuore malato. Ogni eco vi fa sobbalzare. Non puoi smettere di pensare a quegli occhi aperti, a quel polso che batte ancora, a quella calma disumana. A quel sorriso. Non riesci a voltarti. Non per paura di quello che potresti vedere. Per paura di quello che sai che vedresti. Finalmente, trovate riparo dietro un vecchio portone abbandonato. L'intonaco si sbriciola sotto le dita, il legno è marcio e gonfio d'umidità. Vi sedete a terra, con le spalle contro il portone, e per un lungo momento nessuno dei due parla. Solo il respiro. Solo il battito del cuore che rallenta, poco a poco, come se il corpo stesse cercando di convincersi che il pericolo è passato. Ma non è passato. Lo sapete entrambi. «Non è umano, vero?» chiede Luca, la voce spezzata dalla fatica. Nel suo sguardo leggi la stessa domanda che ti sta divorando. Scrolli la testa, incapace di dare una risposta che abbia senso. «Non lo so… ma quegli occhi…» Le parole ti si strozzano in gola. C'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo. Una presenza che va oltre la semplice follia o malvagità. Quel sorriso con cui vi ha guardati mentre lo colpivate — come se il dolore non lo riguardasse. Come se fosse un inconveniente trascurabile nel piano più grande che aveva per voi. D'un tratto, un rumore. Debole. Lontano. Ma inconfondibile. Un passo. Uno solo. Lento, metodico, ritmato. Tanto basta per gelarti il sangue nelle vene. Guardi Luca. Il suo viso si contrae — la bocca che si apre, gli occhi che si spalancano, le mani che si stringono a pugno. Una maschera di puro terrore che non ha bisogno di parole. Sta tornando. Non serve dire nulla. Entrambi capite che non c'è più tempo. Vi rialzate in fretta, cercando di ignorare il dolore che vi attanaglia il corpo, e vi mettete in fuga — di nuovo, ancora, come in un incubo che si ripete e non vi lascia svegliare. Ma qualcosa dentro di te lo sa. Non è questione di correre più veloce. Non è questione di nascondersi meglio, di trovare un riparo, di raggiungere un posto sicuro. Qualcosa di oscuro, di antico, di irrimediabilmente sbagliato vi ha messo gli occhi addosso. E non smetterà di braccarvi. Luca ti guarda, pallido e tremante. Il sangue gli cola ancora dal fianco. La voce è un sussurro che il vento quasi porta via. «Non ce la faremo, vero?» Non rispondi. Non c'è bisogno. Dietro di voi, nella notte, i passi continuano.

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