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La spiaggia

Giulia si svegliò, ma non aprì subito gli occhi. Aveva un forte mal di testa – un dolore sordo, concentrato dietro le tempie, come se qualcuno le avesse piantato due chiodi nel cranio durante la notte. La bocca era secca, impastata di un sapore acido che non riusciva a identificare. Sospirò e il suo naso fu invaso da un odore familiare: legno verniciato, plastica calda e qualcos'altro, qualcosa di dolciastro e stantio che le ci volle qualche secondo per riconoscere come il suo stesso alito.

Socchiuse gli occhi. Non capì subito dove si trovava. Il soffitto era troppo basso e troppo vicino, e aveva un colore assurdo – rosso, un rosso acceso da pennarello. Sembrava essere una di quelle casette dei giochi per bambini. Le pareti erano dello stesso rosso, con intagliato un motivo a goccia che nel buio pareva colare verso il basso. Lo spazio era così ristretto che un adulto non ci sarebbe entrato né in piedi né seduto. Giulia era abbastanza minuta per starci, anche se aveva le gambe indolenzite a forza di tenerle piegate contro il petto, e la schiena le faceva male in un punto preciso tra le scapole.

Si mosse, e qualcosa tintinnò intorno a lei. Abbassò lo sguardo: bottiglie di birra. Quattro, forse cinque, rovesciate su un fianco come soldatini caduti. Non aveva la più pallida idea di come fossero finite lì, così come non aveva la più pallida idea di come ci fosse finita lei.

Sentiva il rumore delle onde infrangersi sulla spiaggia. Un suono ritmico, lento, indifferente.

Sgusciò fuori dalla giostrina. L'impatto con la sabbia fu quasi traumatico: era fredda, compatta, e le si infilò tra le dita dei piedi nudi. Non aveva più le scarpe. Non ricordava di essersele tolte, né dove le avesse lasciate, né se le avesse lasciate da qualche parte o semplicemente perse lungo la strada.

Era ancora buio, ma quel buio che precede l'alba – un grigio lattiginoso all'orizzonte, una promessa di luce che non manteneva ancora niente. E tirava vento. Giulia incrociò le braccia al petto; aveva solo un vestitino da sera addosso, una cosa sottile a spalline che il giorno prima le era sembrata perfetta e adesso le sembrava uno scherzo crudele.

Mosse i primi passi. Aveva la sensazione che le gambe non la reggessero, che il terreno oscillasse sotto di lei come il ponte di una nave. Si strofinò la fronte con il palmo della mano, sperando di allentare il cerchio alla testa, senza risultati. Sentì che aveva qualcosa tra i capelli e cercò di capire di cosa si trattasse, tastando con le dita.

Vomito rappreso. Fece una smorfia e si asciugò la mano sul vestito. Avrebbe dovuto lavarseli una volta a casa – sempre che fosse riuscita a tornarci, a casa. Non sapeva dove si trovava con esattezza. Non riconosceva niente. Ma non poteva essersi allontanata poi così tanto, no?

Si avvicinò alla battigia. Il cielo e il mare si mescolavano, indistinguibili nelle tenebre, una massa scura e sconfinata che non aveva contorni né profondità. Giulia restò a osservarli per un bel po', tremando. Il vento le tirava i capelli all'indietro e le faceva lacrimare gli occhi, ma lei non si spostò.

Non c'era nessun pensiero particolare nella sua mente, in quel momento. Solo calma. Una calma strana, svuotata, come il silenzio dopo un'esplosione.

Poi prese a camminare. Non era sicura che fosse quella la direzione giusta verso casa, ma sinceramente nemmeno le importava. L'acqua le lambiva i piedi. Era gelata – un freddo che le risaliva per le caviglie e le mordeva le ossa – tuttavia, dopo un po', il suo corpo si abituò. Smise di sentire. Smise di tremare.

Continuò a camminare per chilometri. La spiaggia si estendeva ancora a perdita d'occhio, con i suoi lidi privati e non, le file di lettini impilati come bare, gli ombrelloni chiusi che spuntavano dalla sabbia come scheletri di alberi. Giulia non aveva punti di riferimento. Suo padre le ripeteva sempre di avere dei punti di riferimento, di memorizzare i cartelli, le insegne, i nomi delle strade. Ma come poteva pretendere che lei prendesse nota di qualsiasi cosa da ubriaca? Da ubriaca Giulia non prendeva nota nemmeno di sé stessa.

A un certo punto si fermò e si guardò alle spalle, chiedendosi se fosse il caso di tornare indietro. Le sue impronte sulla sabbia bagnata si erano già cancellate. Non c'era traccia di lei da nessuna parte. Come se non fosse mai passata.

Ma a cosa sarebbe servito?

Forse doveva chiamare qualcuno. La domanda era chi. Cominciò a scorrere mentalmente la lista e la lista era breve, e ogni nome portava con sé una conseguenza peggiore della solitudine. I suoi genitori erano fuori questione. Suo padre avrebbe dato di matto – lo vedeva già, la vena sulla tempia che gli pulsava, le mani che tremavano, la voce che si alzava di un'ottava e poi di un'altra ancora finché non diventava un urlo. Sua madre le avrebbe fatto la morale. L'avrebbe guardata con quella faccia da Madonna addolorata, e Giulia avrebbe preferito annegare piuttosto che sopportare quello sguardo un'altra volta. Le sue sorelle? Sicuramente stavano dormendo in quel momento. Le avrebbe spaventate chiamandole a quell'ora, avrebbe dovuto dare spiegazioni, e le spiegazioni avrebbero portato a telefonate, e le telefonate ai medici, e i medici a un altro ricovero. L'avrebbero fatta ricoverare di nuovo.

C'era Paolo. Ma Paolo aveva detto che non voleva più avere a che fare con lei e i suoi problemi. Glielo aveva detto con quel tono fermo, definitivo, quello che non ammetteva repliche. E Giulia non aveva replicato, perché sapeva che aveva ragione.

Non restava più nessuno.

Giulia si voltò verso il mare e tornò a osservarlo. Era bellissimo. Non l'aveva mai notato prima – o forse sì, ma non in quel modo, non con quella chiarezza improvvisa che rendeva ogni cosa più nitida e più lontana allo stesso tempo.

Se ne sentiva attratta come una falena dalla luce. Un'attrazione che non aveva niente di poetico: era fisica, viscerale, un'urgenza che le nasceva da qualche parte sotto lo sterno e la spingeva in avanti.

Si avvicinò ancora di più all'acqua, fino a immergervi le caviglie. A seguire i polpacci. Il vestito cominciò ad aderirle alle gambe, pesante e freddo. Le onde la spingevano all'indietro, verso la sicurezza della spiaggia, ma la corrente del mare l'attirava a sé, lenta e paziente, reclamandola.

Giulia continuò ad avanzare. Ora era immersa fino alla vita. L'acqua era così fredda che non la sentiva più. Le sarebbe bastato tuffarsi e lasciar fare al mare, e tutto sarebbe finito. Tutto il rumore, tutto il dolore, tutto quel peso che si portava addosso da anni e che nessuno le aveva mai insegnato a posare.

Ma esitò. Una parte di lei non voleva lasciarsi andare. La parte che ancora si aggrappava alla vita con le unghie – la stessa parte che Giulia stava cercando di uccidere con tutto ciò che aveva, per finalmente smettere e non provare più quel terrore che solo l'attesa della morte provoca nelle persone. Non la morte in sé. L'attesa. Il momento prima.

Restò ferma. L'acqua le arrivava allo stomaco. Un'onda più forte delle altre la fece barcollare e per un secondo perse l'equilibrio, e il cuore le salì in gola, e capì che aveva paura. Che aveva ancora paura.

Qualcosa stava suonando.

Sul momento Giulia nemmeno se ne accorse, presa dalla sua battaglia interiore. Il suono insistette – una vibrazione soffocata, lontana, che le arrivò come attraverso un muro. Era il suo cellulare, nella borsetta che le pendeva miracolosamente ancora dalla spalla.

Aprì la borsetta con le dita intorpidite e tirò fuori il telefono. Lo schermo le esplose negli occhi.

Elena.

Sua sorella maggiore. Perché la stava chiamando? Che ora era? Giulia rispose subito, senza pensarci.

«Eli, che succede?»

La propria voce le suonò estranea. Roca. Come se non parlasse da giorni.

«Giulia, dove sei?»

C'era una nota ansiosa nella voce di Elena. Non ansiosa: spaventata. Elena non si spaventava mai.

«In spiaggia. Perché?»

In mezzo al mare, pensò Giulia.

«Che ci fai in spiaggia a quest'ora?»

«E tu che ci fai alzata a quest'ora?»

«Giulia, puoi dirmi dove sei?»

«Te l'ho detto, sono in spiaggia.»

«In spiaggia DOVE?»

«Non lo so.»

Si stava congelando a rimanere ferma lì. L'acqua le tirava il vestito verso il basso e le gambe avevano smesso di risponderle.

«Senti, Eli, ora devo…»

«Non fare pazzie.»

Giulia si guardò attorno, per accertarsi che sua sorella non la stesse guardando da qualche parte. Una paranoia assurda, ma in quel momento tutto era assurdo.

«Vengo a prenderti. Dove sei?»

«Non lo so, è una spiaggia.» rispose seccata Giulia.

Cominciò a tornare verso la riva. Era faticoso. Le gambe non si muovevano come avrebbero dovuto e la sabbia sotto i piedi cedeva a ogni passo, e per un attimo le parve di non avanzare affatto, di restare inchiodata lì per sempre.

«Mandami la posizione.»

«Va bene, va bene! Visto che insisti tanto…»

Giulia lo fece. Le dita le tremavano così tanto che sbagliò due volte prima di riuscire a premere invio.

«Io e Carlo veniamo a prenderti.» La voce di Elena era tornata ferma – quella fermezza da sorella maggiore che non ammetteva discussioni. «NON muoverti da lì, ci siamo capite?»

«D'accordo.»

Giulia chiuse la chiamata. Si portò le mani alla testa e strinse i dread tra le dita, tirando forte, come per ancorarsi a qualcosa. Ora avrebbe dovuto spiegare a Elena perché era fradicia dalla vita in giù.

E qualsiasi scusa le avesse rifilato, lei non ci avrebbe mai creduto.

Si sedette sulla sabbia. Le gambe non la reggevano più. Si abbracciò le ginocchia e restò lì, a fissare il mare, con il telefono stretto in una mano e il cuore che le batteva fortissimo.

Aveva ancora paura. E non era mai stata così grata di avere paura.

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