Giulia rientrò nel suo appartamento e rimase ferma sulla soglia per qualche secondo, con le chiavi ancora strette nel pugno. La prima cosa che la investì fu l'odore di sigaretta. Un tanfo denso, stantio, che si era depositato sulle pareti e sui mobili come una seconda pelle. Aveva accumulato troppi mozziconi nel cassetto del comodino – una montagnetta giallognola che ormai traboccava, macchiando il legno di bruciature scure – e prima o poi avrebbe dovuto trovare un modo per disfarsene. Ma in quel momento non rientrava tra le sue priorità. Niente rientrava tra le sue priorità.
Perfino i panni, lasciati a macerare all'aria per giorni, cominciavano a puzzare di muffa e di sudore vecchio. Per non parlare dei piatti abbandonati nel lavello, coperti da una patina opaca. Un bicchiere rovesciato sul ripiano gocciolava qualcosa di appiccicoso sul pavimento, e nessuno si era preoccupato di raccoglierlo. Nessuno. C'era solo lei, in quel posto.
Barcollò verso il bagno. Anche lì l'odore pungente delle fognature risaliva dal water e dalla doccia, un sentore umido e ferroso che le si attaccò alla gola. Giulia storse il naso. Si tirò giù i pantaloni, fece ciò che doveva fare, e poi, senza nemmeno tirare lo sciacquone, a tentoni tornò verso il letto. Si buttò a peso morto sul materasso – nudo, senza lenzuola – e lasciò che il nulla calasse su di lei come una coperta.
Il rumore di chiavi che giravano nella serratura la tirò a galla.
Fu investita da un fascio di luce che le tagliò le palpebre. Grugnendo, si portò il cuscino alla faccia e lo tenne premuto con entrambe le mani.
«Giulia!»
La sua voce le rimbalzò dentro la testa come un sasso in una stanza vuota. Il cuscino le fu strappato via con uno strappo deciso e lei fu costretta a mettersi seduta, con i capelli che le ricadevano sulla faccia in ciocche unte.
«Giulia!» ripeté.
Odore di gelsomino. Caldo, inconfondibile. Lo avrebbe riconosciuto ovunque, in mezzo a mille persone, senza nemmeno aprire gli occhi. Le sarebbe bastato quello: solo il suo odore, e avrebbe saputo esattamente chi era, e quanto le mancava, e quanto tutto il resto non contava niente.
«Lo hai fatto di nuovo!»
La scosse per le spalle. Le dita di lui erano forti, ma tremavano.
Giulia aprì lentamente gli occhi. La luce era troppa. Lui era una sagoma controluce, un'ombra con la mascella serrata.
«Ma perché ti fai male in questo modo?»
Per un milione di ragioni, pensò Giulia. Per nessuna ragione. Per la stessa ragione di sempre.
«Guarda questo posto...» Fece un gesto largo con il braccio. «È ridotto a un porcile.»
Ci aveva provato, a fare le pulizie. Una mattina si era persino alzata con quell'intenzione. Aveva aperto l'armadio sotto il lavello, preso la spugna, restata lì a guardarla per cinque minuti. Poi l'aveva rimessa a posto e si era versata da bere.
«Io… io non ce la faccio più, Giulia.» La voce gli si spezzò. Deglutì. «Non posso continuare così. Devi cominciare a prenderti le tue responsabilità, maledizione.»
Giulia non aveva voglia di prendersi le sue responsabilità. Le responsabilità comportavano doveri, orari, facce da guardare in faccia, e la sola prospettiva la terrorizzava. Per questo beveva. Beveva finché i contorni delle cose si ammorbidivano e il rumore di fondo nella sua testa si riduceva a un ronzio sopportabile. Beveva finché non dimenticava, e poi ricominciava, e poi dimenticava di nuovo, in un ciclo senza fondo né fondo.
«È evidente che non puoi stare da sola…» Lui si passò una mano sulla faccia. «Non sei in grado di badare a te stessa.»
E allora salvami, pensò Giulia. Lo pensò così forte che per un attimo fu sicura di averlo detto ad alta voce. Prendimi e portami con te. Sposami e rendimi felice. Fammi esistere.
Ma non disse niente. Restò seduta, con le mani in grembo e gli occhi fissi su un punto del pavimento dove una macchia scura si allargava sotto il termosifone.
«Avvertirò i tuoi genitori…»
Lui rimase ancora qualche istante. Giulia lo sentì respirare. Lo sentì esitare. Lo sentì cercare qualcosa da dire che non fosse un addio, e non trovare niente.
Poi la porta si chiuse.
Il silenzio tornò a riempire la stanza – più pesante, adesso, più definitivo. L'unica cosa a restare fu l'odore di gelsomino, sospeso nell'aria come un fantasma. Ancora per qualche minuto. Ancora per qualche respiro. Poi anche quello sarebbe svanito, e non sarebbe rimasto niente.
Giulia si rimise giù. Tirò le ginocchia al petto. Chiuse gli occhi.
Il nulla calò di nuovo.
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