Il cielo sopra Azkaban era una lastra di piombo. Le nuvole pendevano così basse che parevano voler schiacciare la fortezza nel mare, e la pioggia cadeva incessante, tamburellando sulle pietre consumate della prigione con l’ostinazione di qualcosa che non si sarebbe fermato per nessuno. Le gocce erano fredde e taglienti come aghi. Si mescolavano col vento gelido che soffiava dal mare del Nord, infilandosi sotto i mantelli, nelle ossa, fin dentro i pensieri.
Le torce lungo le mura proiettavano fiammelle rachitiche, che il vento piegava quasi in orizzontale prima di lasciarle raddrizzare con un guizzo. Il suono della pioggia era quasi soffocato dagli echi che rimbalzavano tra le pareti spesse della prigione — scrosci lontani, il gemito del ferro battuto dai corridoi inferiori, lo sgocciolare ostinato dell’acqua che filtrava dalle crepe nel soffitto.
Robert Newman si strinse nel mantello e batté i denti. Anche senza i Dissennatori a pattugliare i corridoi, quel posto rimaneva un incubo. L’avevano rimossi anni fa, eppure qualcosa della loro presenza si era sedimentato nelle mura stesse, come l’odore del fumo rimane addosso ai vestiti molto tempo dopo che il fuoco si è spento. Ogni volta che prendeva servizio ad Azkaban, Newman avvertiva la stessa sensazione: un freddo che non aveva nulla a che vedere con la temperatura, una tristezza strisciante che gli si avvolgeva intorno allo stomaco come un pugno chiuso.
«Nottataccia, eh?»
Alan Pinkerton gli si affiancò, le mani ficcate sotto le ascelle per scaldarsi. Era un tipo tozzo, con una faccia larga e rubiconda che a Newman ricordava un formaggio olandese. Si lamentava sempre, rideva troppo spesso e nelle sei ore di turno riusciva a non stare zitto per più di tre minuti consecutivi.
«Almeno i prigionieri sono tranquilli» replicò Newman, sbuffando una nuvoletta di fiato condensato.
«Be’, non lo sono sempre? Facciamo in modo che sia così, no?» ribatté Pinkerton, con il sarcasmo di chi pensa di essere più spiritoso di quanto non sia.
«Non c’è nulla da ridere.»
«Dai, non fare quel muso lungo. Tra un paio d’ore sarà l’alba e potremo finalmente tornarcene a casa. Io mi butto sul divano e non mi alzo fino a sera.»
«Se non muoio congelato prima» borbottò imbronciato Newman.
Altre due guardie vennero loro incontro dal fondo del corridoio. Si muovevano in fretta, con la premura di chi non vede l’ora di levare le tende.
«Non vedo l’ora di staccare» borbottò una delle due al compagno, senza curarsi di abbassare la voce. Poi si rivolse a Newman. «Tocca a voi.»
«Come sta?» chiese Newman.
Il collega scrollò le spalle. «Come al solito. Con tutto quello che gli abbiamo lanciato addosso è poco più di un’ameba. Dai retta a me, tutte queste precauzioni non sono necessarie.»
«Vallo a spiegare al nostro Ministro» commentò Pinkerton.
«Andiamo» disse Newman, facendo cenno al collega di precedere. «Non dovremmo lasciare la sua cella incustodita.»
Avanzarono per il corridoio, le suole che schioccavano sulle pozzanghere che si formavano tra le pietre sconnesse. L’aria diventava più pesante a ogni passo, satura di umidità e di un odore stantio — pietra bagnata, muffa, e qualcos’altro sotto, qualcosa di più aspro, come il ferro arrugginito o il sudore vecchio.
In fondo al corridoio li attendeva la porta.
Era impossibile non notarla, anche nell’oscurità. Massiccia, in ferro nero, era alta quasi il doppio di un uomo e larga abbastanza da lasciar passare un gigante. La sua superficie era intarsiata di simboli arcani che pulsavano di una luce propria — fioca, bluastra, a tratti intermittente, come il battito di un cuore malato. Newman non aveva mai chiesto cosa significassero quei simboli. Non voleva saperlo. Le cose che custodivano non erano cose che voleva capire.
Newman e Pinkerton scrutarono all’interno attraverso le sbarre. Il prigioniero era dove lo trovavano sempre: seduto su una sedia di legno imbullonata al pavimento di pietra, con la testa reclinata sul petto. Era ridotto a pelle e ossa. La divisa grigia che un tempo doveva essere stata della sua taglia, gli pendeva addosso come un sacco vuoto. I capelli bruni, lunghi e arruffati, gli ricadevano sul viso, coprendogli i lineamenti. Le mani erano legate ai braccioli con catene che rilucevano debolmente della stessa luce dei simboli sulla porta. Non si muoveva. A prima vista, si sarebbe potuto scambiare per un cadavere.
«Ed ecco a voi il famigerato William Burns» mormorò Pinkerton, appoggiandosi alle sbarre con le braccia conserte. «Molto diverso dall’immagine che si vede sui giornali.»
«Rimane comunque pericoloso» replicò Newman a bassa voce. Ogni volta che guardava Burns attraverso le sbarre, sentiva lo stesso formicolio alla nuca: l’istinto animale di chi sa di trovarsi vicino a qualcosa che può ucciderlo. «Ha già fatto abbastanza danni per una vita intera.»
«Sì, be’, guardalo adesso. Non riesce neanche a tenere su la testa.»
«Pinkerton.»
«Va bene, va bene.»
Si disposero di guardia. Il silenzio calò, interrotto solo dallo scrosciare della pioggia e dallo stillicidio dell’acqua che filtrava da qualche parte sopra di loro. Newman cercava di tenersi concentrato, gli occhi fissi sulle sbarre, ma era difficile con Pinkerton al suo fianco. Il collega non faceva altro che agitarsi: si spostava il peso da un piede all’altro, si soffiava sulle mani, controllava l’ora sull’orologio da polsino, produceva piccoli sospiri teatrali.
«Vuoi stare un po’ fermo?» sbottò Newman.
«Scusa, è che mi si stanno congelando le chiappe...»
«Anch’io ho freddo, ma non mi vedi...»
Un lampo illuminò il corridoio a giorno per un istante — un bagliore bianco e accecante che si stampò sulla retina di Newman come un’impronta rovente. Nella frazione di secondo in cui il corridoio fu illuminato, Newman scorse qualcosa oltre la finestra. Un’ombra. Enorme. Che sfrecciava nel cielo a una velocità che nessun uccello avrebbe potuto raggiungere.
D’istinto si voltò verso la finestra.
«L’hai visto?»
«Cosa?»
«Qualcosa è appena passato. Fuori dalla finestra.»
«Sarà stato un uccello.»
«Era troppo grande» obiettò Newman. Il formicolio alla nuca si era trasformato in qualcosa di più acuto. «E nessun uccello vola con questo tempo.»
«Allora un fulmine.»
«Non era un fulmine, Pinkerton. Era...»
Ma non finì la frase.
Azkaban tremò.
Non come quando un tuono scuote le finestre — la fortezza intera vibrò fino alle fondamenta, come se qualcosa di colossale l’avesse colpita dall’alto. Newman finì in ginocchio. Pinkerton gli cadde addosso. Dalla cella di Burns si udì il tintinnio metallico delle catene scosse dal sisma. E poi, sopra le loro teste, il soffitto in pietra esplose.
Non crollò: esplose. I blocchi di granito furono proiettati verso l’interno come se una mano gigantesca avesse sfondato il tetto a pugno chiuso. La pioggia irruppe nel corridoio e con essa il vento, il freddo, e qualcosa d’altro. Qualcosa di vivo.
Un ruggito sovrastò il frastuono — un suono così basso e potente che Newman lo sentì nel petto prima che nelle orecchie, come la vibrazione di un organo in una cattedrale. Alzò lo sguardo, le gocce di pioggia che gli frustavano il viso, e ciò che vide gli svuotò le gambe.
Un drago.
Gigantesco, nero come la pece, troneggiava sopra di loro con le ali spalancate. La pioggia gli scivolava sulle scaglie producendo un sibilo continuo, come acqua versata su una piastra rovente. Gli occhi — due fessure verticali di un giallo incandescente — brillavano nel buio con una luce propria. Infilò il muso nel buco che aveva creato, così vicino che Newman sentì il calore del suo fiato, e li guardò. Li guardò come un gatto guarda due topi in trappola.
Newman sentì Pinkerton urlare. Il suono gli arrivò ovattato, come da una grande distanza, filtrato dalla cortina di terrore puro che gli si era calata addosso. Cercò la bacchetta nella tasca del mantello ma le dita non gli obbedivano, erano diventate di legno, stupide, inutili.
Il drago aprì le fauci. La sua gola si illuminò — prima un bagliore arancione in fondo alla cavità nera della bocca, poi una luce sempre più intensa, bianca, accecante, che risaliva come lava lungo un condotto.
L’ultimo pensiero di Robert Newman fu che non avrebbe rivisto l’alba.
Le fiamme si spensero. Il fuoco si ritrasse nelle fauci del drago come un respiro inspirato, lasciandosi dietro un silenzio rotto solo dal crepitio dei resti che bruciavano e dallo scrosciare della pioggia.
La figura incappucciata scese dalla testa della bestia. Si lasciò scivolare lungo il collo del drago con un movimento fluido e atterrò tra le macerie senza fare rumore, il mantello che gli ricadeva intorno come un’ala nera. Per qualche secondo rimase immobile, la testa piegata di lato, in ascolto. Dai piani inferiori della prigione salivano le grida allarmate delle guardie, i tonfi di stivali sulle scale di pietra, il rumore di porte che si spalancavano.
«Tienili occupati» disse al drago in tono calmo.
La bestia emise un brontolio profondo — una vibrazione che fece tremare le pietre sotto i piedi della figura — e con un colpo d’ala si sollevò dal tetto sfondato, scomparendo nel cielo nero. Un istante dopo, dalle viscere della prigione, arrivarono nuove urla.
La figura osservò per un momento i corpi a terra. O meglio, quello che ne restava. Due forme nere e contorte che fumavano nella pioggia. Non si soffermò. Si voltò verso la porta della cella.
I simboli arcani pulsavano ancora, ma più debolmente, come se l’impatto avesse scosso anche la magia che li alimentava. La figura tirò fuori una bacchetta dal mantello — lunga, chiara, dal legno nodoso — e la puntò verso il lucchetto. Un gesto pigro del polso. Un clic sommesso. La serratura si aprì come se si fosse arresa.
La porta oscillò sui cardini con un lamento metallico.
All’interno, il prigioniero non si era mosso. Sedeva nella stessa posizione in cui lo avevano lasciato le guardie — la testa reclinata, i capelli davanti al viso, le mani legate ai braccioli — come se il soffitto non fosse appena esploso a pochi metri da lui. Come se il ruggito di un drago non avesse appena squarciato la notte.
La figura si avvicinò. I passi non producevano alcun suono sulle pietre bagnate. Si fermò davanti al prigioniero e sollevò la bacchetta.
Un lampo violaceo investì William Burns.
L’uomo riprese i sensi con un rantolo, il petto che si sollevava di scatto come quello di un annegato che torna a galla. Boccheggiò. Sbatté le palpebre più volte, gli occhi che faticavano a mettere a fuoco. Girò la testa a scatti, guardingo, come chi valuta le vie di fuga. Le catene tintinnarono ai suoi polsi.
Poi il suo sguardo si posò sulla figura incappucciata. E restò lì.
Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. La pioggia entrava dal soffitto sfondato e li bagnava entrambi, ma nessuno parve farci caso. Poi la bocca di William Burns si dischiuse, e quello che ne uscì fu un sorriso. Non il sorriso di un uomo sollevato, e nemmeno quello di un uomo grato. Era il sorriso affilato e feroce di qualcuno che si stava godendo una battuta che solo lui capiva.
«Tu» disse, con voce rauca. Le corde vocali arrugginite dal disuso. «Sei venuto a prenderti la mia testa?»
Iniziò a ridere. Una risata acuta e gracchiante che rimbalzò tra le pareti della cella e si perse nel frastuono della tempesta. La figura lo lasciò ridere. Attese. E quando l’eco dell’ultima risata si fu spenta, sollevò la bacchetta.
Bailey si svegliò di soprassalto, col cuore che gli batteva forte contro le costole. Era certo di aver sognato, ma non ricordava nulla — soltanto una sensazione opprimente al centro del petto, come se qualcosa di pesante ci si fosse seduto sopra.
Rimase immobile per qualche secondo, gli occhi spalancati nel buio della stanza, in attesa che il battito rallentasse. Si passò una mano tra i capelli e li trovò umidi di sudore. Accanto a lui, Tess dormiva tranquilla, dandogli le spalle. Il lenzuolo le copriva a malapena una spalla e respirava con la bocca leggermente aperta, producendo un fischio sottile a ogni espirazione. Bailey la invidiò con tutto il cuore.
Scostò piano le coperte e andò in bagno a rinfrescarsi. Mentre si sciacquava la faccia, osservò il proprio riflesso nello specchio. Un ragazzo dagli arruffati capelli bruni e penetranti occhi grigi gli ricambiò lo sguardo. Aveva l'aria stanca. E tutto per colpa di stupidi sogni che non riusciva a ricordare... c’era come un vuoto nella sua mente, una nebbia densa che non si diradava per quanto provasse a soffiarci dentro.
Un rumore lo distrasse. Il brontolio di un motore, seguito dallo scoppiettio della ghiaia sotto delle ruote.
Bailey corse alla finestra e sbirciò fuori. I signori Thompson — i genitori di Tess — stavano smontando dall’auto, ridendo tra loro. La signora Thompson si stava tirando dietro una valigia dal bagagliaio. Il signor Thompson le disse qualcosa e lei scoppiò a ridere ancora più forte.
Bailey si fiondò in camera.
«Tess!» La scosse. «Tess!»
La ragazza mugugnò contrariata, rannicchiandosi.
«Che c’è?»
«I tuoi genitori. Sono tornati prima.»
Tess si alzò a sedere di scatto, come se qualcuno le avesse fatto passare una corrente elettrica lungo la schiena. «Che?»
«Sono qui fuori! Presto, vestiti!» sussurrò Bailey, rimettendosi le mutande.
Dal piano di sotto sentirono la serratura scattare. Tess si affrettò a raccogliere i suoi vestiti sparsi sul pavimento. «Cazzo, cazzo, cazzo...» mormorò, infilandosi i jeans al contrario, accorgendosene e togliendoseli di nuovo.
La porta d’ingresso sbatté.
«Devi uscire dalla finestra!» disse agitata la ragazza.
«Cosa?»
«Non puoi restare qui!» replicò Tess, gettandogli i suoi panni tra le braccia. «Presto!»
«Tess! Sei sveglia?» urlò la voce del signor Thompson dal pianerottolo.
«Sì, papino, arrivo subito! Mi sto cambiando!» gridò Tess in risposta. Si voltò verso Bailey e gli fece un gesto frenetico con entrambe le mani. «Muoviti!» bisbigliò.
Ancora mezzo nudo, Bailey si arrampicò sul comodino vicino alla finestra. Il legno scricchiolò sotto il suo peso. Scavalcò il davanzale, facendo leva coi piedi per non cadere giù dal tetto, e si ritrovò appollaiato sulle tegole in mutande e con un fagotto di vestiti sotto il braccio. «Le scarpe» brontolò a Tess.
Lei gliele lanciò. Una sneaker lo centrò in pieno sulla tempia. Bailey serrò le labbra per non imprecare, scivolò di lato sulle tegole umide di rugiada e ruzzolò giù dal bordo del tetto, finendo di schiena tra i cespugli di begonie della signora Thompson. Una nuvola di petali rosa gli piovve addosso.
«Cos’è stato quel rumore?» chiese il signor Thompson.
Bailey trattenne il respiro. Un rametto gli si era conficcato nella schiena e un insetto gli stava camminando su una caviglia, ma non si mosse.
«Eccomi!» esclamò Tess, scendendo rumorosamente per le scale. «Com’è andato il viaggio?»
«Ah, la nostra bambina! Ti siamo mancati?»
Bailey approfittò del fatto che i Thompson fossero distratti per districarsi dai cespugli. Si alzò con cautela, si accertò di non avere nulla di rotto e, piegandosi quasi in due, sgattaiolò lungo il vialetto come un ladro colto in flagrante.
Finì di vestirsi solo dopo aver girato l’angolo, certo di essere al sicuro. Una vecchietta stava attraversando dall’altro lato della strada e lo fissò scioccata. Bailey le sorrise cordiale. «Bella giornata, eh?» disse, infilandosi la maglietta dalla testa e inforcando le sneakers — un paio rosse ormai consumate, con la suola che cominciava a staccarsi da un lato.
Non poteva lamentarsi, nonostante tutto. Erano stati due giorni piacevoli. Si erano divertiti parecchio lui e Tess, fumando erba, guardando serie tv e facendo sesso. Peccato che i suoi fossero rientrati prima del tempo... li avevano quasi beccati. Quasi.
Bailey tirò fuori un pacchetto sgualcito di sigarette dalla tasca dei jeans e se ne accese una. Inspirò una boccata profonda, lasciandosi il fumo tra le labbra. Si guardò intorno. Il quartiere dove viveva Tess era molto carino, ben diverso da quello in cui stava lui. Le stradine erano strette e acciottolate, fiancheggiate da file ordinate di case a schiera con porte colorate; le facciate erano decorate da edere rampicanti e fiori variopinti che spuntavano da piccole fioriere sotto le finestre con gli infissi bianchi. Persino l’aria aveva un odore diverso: pulito, vagamente floreale. Non c’era traccia del tanfo di frittura e gas di scarico che permeava le strade di Leyton.
Si perse ad ammirare il paesaggio per qualche minuto, finché un leggero tremolio proveniente dall’altra tasca dei pantaloni non lo riportò coi piedi per terra.
Era il cellulare. Lo prese. Sullo schermo scheggiato lampeggiava un solo nome: Edith.
Bailey valutò se rispondere. Fino ad ora aveva ignorato le sue chiamate e i suoi messaggi, ma non poteva continuare a farlo in eterno: avrebbe solo rimandato l’inevitabile. Con un sospiro, accettò la chiamata e si scostò il telefono dall’orecchio in via preventiva.
Fece bene.
«Dove. Diavolo. Sei.» sibilò inviperita la voce dall’altro capo. «Sono due giorni che provo a chiamarti!»
«Te l’ho detto, sono stato da un’amica.»
«E non hai pensato di avvisarmi?»
«L’ho fatto, ma tu non mi ascolti mai.»
«Torna subito a casa!»
Edith riattaccò bruscamente. Bailey si rimise il telefono in tasca e tirò un’altra boccata dalla sigaretta, guardando il fumo disperdersi nel cielo grigio. Lo aspettava una lavata di capo. Normalmente avrebbe aggirato il problema dando tempo a Edith di smaltire la rabbia, ma sapeva che stavolta non avrebbe funzionato. Anzi, aspettare sarebbe solo servito a farla arrabbiare ancora di più.
A malincuore, prese la via di casa.
«Hai una vaga idea di quanto ci siamo preoccupati?»
Era almeno mezz’ora che Edith stava sbraitando. Immobile sull’uscio della porta, Bailey soffocò uno sbadiglio premendosi il dorso della mano sulle labbra.
«Ho pensato di tutto! Ho pensato che fossi finito sotto una macchina, che qualcuno ti avesse fatto del male, che tu...»
«Sapevi dov’ero» brontolò indolente Bailey.
Edith lo fulminò con lo sguardo. Era una donna pienotta, con i capelli castani raccolti in una coda disordinata e vispi occhi blu. Risultava carina persino quand’era arrabbiata — cosa che, in presenza di Bailey, capitava piuttosto spesso.
«Bailey Burns» soffiò. «Forse non ti rendi conto...»
«Ti ho detto dove andavo e con chi stavo. Se tu non mi ascolti non è colpa mia» la interruppe con calma Bailey.
Edith sembrò molto vicina al punto di rottura. Pestò un piede a terra. «Sei incorreggibile!»
«Adesso posso entrare? Stiamo dando spettacolo qui fuori...»
«Ero preoccupata da morire!» continuò Edith, facendosi da parte per lasciarlo passare e chiudendo la porta con un colpo secco. «Ho pensato di chiamare la polizia...»
«Per cercare un ragazzino disturbato in affido?» Bailey si tolse le scarpe e le appoggiò vicino all’ingresso. «Ti avrebbero riso in faccia.»
«Non è divertente, B.B.!»
«Sono vivo... è questo che conta, no?» Bailey le rivolse un sorriso sghembo. «Dov’è Adrian?» chiese, sperando di distrarla.
«Ha portato i piccoli al parco» rispose imbronciata Edith, incrociando le braccia. «Dovrebbero star per tornare.»
Come se le sue parole fossero state un segnale, una chiave girò nella serratura. La porta si spalancò e comparve Adrian. Era un uomo alto e grosso, con la barba folta e una voce gentile che non si addiceva alla sua stazza. «Ah, guarda un po’ chi è tornato all’ovile» disse con sarcasmo non appena vide Bailey. «Che te l’abbiamo regalato a fare quel cellulare se non lo usi?»
«B.B.!»
Due piccole palle di cannone si precipitarono addosso a Bailey, colpendolo all’altezza dello stomaco. Si trattava di due bambini identici, biondi e con gli occhi azzurri, ricoperti di fango dalla testa ai piedi.
«Edith diceva che te n’eri andato!» disse uno dei bambini, sollevando lo sguardo su di lui con gli occhi sgranati. «Era tanto preoccupata!»
Edith incrociò le braccia più strettamente. «Voi due! Non dovreste origliare le conversazioni degli adulti!»
«Come mai sei tornato?» chiese l’altro gemello, tirandogli la manica.
«Ho cambiato idea. Non volevo lasciarvi la mia stanza.»
«Tanto prima o poi ce la prendiamo lo stesso.»
«Non finché resto sotto questo tetto, pidocchi!»
Bailey prese a fargli il solletico. I due bambini risero, contorcendosi e piantandogli impronte fangose dappertutto.
«Jonas, Klaus, su, da bravi» disse severa Edith. «Andiamo a fare la doccia.»
«Non ci va!» si lamentarono all’unisono.
«Non voglio sentire storie! Siete tutti sporchi di fango... Adrian, guarda che hanno combinato ai vestiti...»
Edith li prese per mano e li trascinò su per le scale, lamentandosi a mezza voce. Quando rimasero soli, Adrian appoggiò la schiena al muro dell’ingresso e guardò Bailey con un’espressione che stava a metà tra la rassegnazione e la stanchezza.
«Per favore, non fare mai più una cosa del genere.»
«Quante volte dovrò ripeterlo? Sapevate dov’ero.»
Bailey si lasciò cadere sulla poltrona dell’ingresso.
«Hai detto “vado a casa di Tess, non aspettatemi per cena”, non “vado a casa di Tess per il fine settimana”. C’è una bella differenza, B.B.» Adrian gli si sedette di fronte, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. «Abbiamo pensato che fossi scappato. Di nuovo.»
«Perché avrei dovuto farlo?»
«Dimmelo tu.»
«Ero giovane e stupido all’epoca...»
«Stiamo parlando di appena due anni fa, B.B. Sei ancora giovane e stupido.»
«Così ferisci i miei sentimenti.»
Adrian non sorrise. «E se i servizi sociali avessero mandato qualcuno a controllare e noi non fossimo stati in grado di dirgli dov’eri? A questo hai pensato?» Fece una pausa. «Non credo tu voglia tornare all’orfanotrofio, o sbaglio?»
«Certo che no» sbuffò Bailey. «Ho tutto quello che mi serve qui» aggiunse, addolcendo il tono apposta per irretirlo.
Adrian lo guardò un momento, poi scosse il capo — non del tutto convinto, ma troppo stanco per insistere. Si alzò e andò verso la cucina. A metà strada si fermò e si voltò. «C’è una lettera per te» disse, prendendo una busta dal ripiano del mobile all’ingresso e sventolandola.
Bailey inarcò un sopracciglio. «Per me? E da parte di chi?»
«Non lo so. È tua, non l’ho aperta.»
Bailey afferrò la busta e la girò. Il suo nome era scritto sul retro in uno strano inchiostro verde, con una calligrafia ordinata e antiquata.
Signor B. Burns
Camera al secondo piano
123 High Street, Leyton
Londra
«Probabilmente è da parte degli assistenti sociali» disse Bailey, che non riusciva a immaginare chi altri potesse scrivergli.
Nessuno gli scriveva mai. L’ultima lettera che aveva ricevuto era quella dei servizi sociali che confermava il suo affidamento, quasi due anni prima.
Scartò la busta. Dentro c’era un foglio piegato in tre, di una carta spessa e ingiallita che somigliava a una pergamena. Lo tirò fuori e lesse ad alta voce.
SCUOLA DI MAGIA E STREGONERIA DI HOGWARTS
(Preside: Amelia Burke)
(Ordine di Merlino, Prima Classe)
Caro signor Burns,
siamo lieti di informarLa che Lei ha diritto a frequentare la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Qui accluso troverà l’elenco di tutti i libri di testo e delle attrezzature necessarie.
Poiché l’anno scolastico è già iniziato il 1º settembre, sarà necessario che Lei recuperi i mesi perduti tramite delle lezioni integrative. Desideriamo inoltre informarLa che uno dei nostri docenti farà visita ai Suoi tutori Babbani per spiegare loro la situazione e rispondere a qualsiasi domanda possano avere.
Distinti saluti,
Alaric Steelwart
Vicepreside
«Scuola di magia?» disse spaesato Adrian, sporgendosi per leggere. «Cos’è, uno scherzo?»
«C’è anche da chiederlo?» sghignazzò Bailey. «Certo che lo è.»
«Ma da parte di chi?»
Bailey lo fissò in modo eloquente.
«No, non guardare me. Non ho abbastanza fantasia per queste cose. Ed Edith non è il tipo, lo sai bene.» Adrian si grattò la barba. «Ma chiunque l’abbia scritta ti conosce. Sa dove abiti, sa che stai al secondo piano... hai idea di chi possa essere stato?»
Bailey si strinse nelle spalle. «È importante? È solo uno stupido scherzo.» Strappò la lettera in due, poi ancora in quattro. «Ecco fatto.»
Adrian lo guardò gettare i pezzi nel cestino della carta ma non commentò. Non ne parlarono più.
La giornata trascorse come al solito: Edith si calmò quel tanto che bastava per smettere di fulminarlo con lo sguardo ogni volta che entrava in una stanza; i gemelli gli si appiccicarono addosso per tutto il pomeriggio, costringendolo a giocare a nascondino e a guardare cartoni animati; Adrian preparò la cena in silenzio, con la radio accesa in sottofondo.
Giunta l’ora di andare a dormire, Bailey salutò Edith e Adrian e si ritirò nella sua stanza al secondo piano. Era piccola — un letto singolo, un armadio con lo sportello che non si chiudeva bene, una scrivania coperta di fogli e libri presi in prestito dalla biblioteca, e un poster di David Bowie appeso storto alla parete. Non era molto, ma era suo, e questo bastava.
Prima di mettersi a letto decise di fumarsi un’ultima sigaretta. Spense la luce, aprì la finestra e vi si sedette sul davanzale, con le gambe penzoloni verso l’interno della stanza.
Era una serata fresca e piacevole. La via sottostante era deserta. Bailey fissava con sguardo vacuo i lampioni che proiettavano cerchi di luce arancione sull’asfalto, perso nei suoi pensieri, quando qualcosa di strano attirò la sua attenzione.
Uno dei lampioni all’inizio del vicolo si spense. Non come quando una lampadina si fulmina, con un guizzo e poi il buio: semplicemente smise di essere acceso, come se qualcuno avesse girato un interruttore.
Bailey si sporse dalla finestra. Un secondo lampione si spense, seguito da un terzo. Poi un quarto. L’oscurità avanzava lungo la strada come un’onda. Perplesso, aguzzò la vista. Nel buio che si allargava si muovevano due figure. Ogni volta che si avvicinavano a un lampione, quello cessava di funzionare, lasciandole avvolte nell’oscurità. Sembrava quasi che il buio camminasse con loro.
Bailey era così concentrato a osservarle che non si accorse che la sigaretta si stava consumando tra le sue dita. La brace gli bruciò il dorso della mano. Bailey imprecò a mezza voce e si succhiò la pelle arrossata.
Le figure adesso erano praticamente sotto la sua finestra. Si fermarono. Bailey riusciva a sentirle parlottare a voce bassa, ma non capiva le parole. Poi, con sua enorme sorpresa, le due figure si avvicinarono alla porta di casa e bussarono.
Bailey le studiò per qualche secondo dall’alto, col cuore che aveva ripreso a battere forte. Chi diavolo andava in giro a bussare alle porte a quell’ora della notte?
Sentì la voce di Adrian: «Sì?»
«Il signor Stone?» disse la voce di una giovane donna, sicura di sé.
«Sì, come posso aiutarla?»
«Mi chiamo Amelia Burke e lei è la mia collega Eldora Thistledown. Siamo venute qui per parlare con lei e sua moglie riguardo a Bailey.»
«Di Bailey?» ripeté Adrian. «Scusi, ma sono le... le undici passate...»
«Ha ricevuto la nostra lettera?»
«Ehm...»
«Lo prendo per un sì. Ci lascia entrare?»
Bailey udì la porta socchiudersi. Si precipitò giù per le scale, dove trovò Edith sul pianerottolo in vestaglia, con un’espressione che oscillava tra la preoccupazione e l’indignazione di chi è stato svegliato a un’ora indecente. «Adrian, chi sono?» chiese guardinga.
Le due donne stavano già nell’ingresso. Indossavano dei mantelli pesanti con grossi cappucci che coprivano quasi interamente il volto, e degli abiti che sembravano usciti da una produzione teatrale a basso costo.
«Amelia Burke» si ripresentò la donna che aveva parlato, porgendo la mano a Edith con il gesto disinvolto di chi è abituata a farsi ubbidire. «Preside della...»
«Potrebbe togliersi quel cappuccio?» disse in tono tagliente Edith, senza stringerle la mano.
«Oh, ma certo... che sciocca!»
La donna si abbassò il cappuccio e Bailey rimase per un istante basito. Non dimostrava più di quarant’anni. Aveva capelli neri, folti e lucidi, legati in un’elaborata crocchia trattenuta da due spilloni d’argento, e occhi di un verde così intenso che sembravano quasi fosforescenti nella penombra dell’ingresso. Era bella in un modo che metteva vagamente a disagio, come un quadro appeso storto in una stanza altrimenti perfetta.
«Amelia Burke, preside della scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts» disse con un sorriso radioso. «E lei è la mia collega Eldora Thistledown, docente di Babbanologia...»
«Amelia, così finirai solo per confonderli» borbottò la sua compagna, togliendosi il mantello con gesti nervosi.
Eldora Thistledown non era bella come Amelia Burke. Era bassa e tarchiatella, con un volto rotondo cosparso di lentiggini, capelli biondo cenere corti e mossi e occhi marroni che saettavano per la stanza come quelli di un animale spaventato. Stringeva il mantello tra le braccia come fosse uno scudo.
Amelia, nel frattempo, si stava guardando intorno con l’aria di un agente immobiliare che valuta una proprietà. Il suo sguardo si posò su Bailey e vi si fermò con un’intensità che lo fece irrigidire. «Tu» disse, come se lo stesse identificando. «Devi essere Bailey.»
«Scusi ma non ho ancora capito cosa ci fate in casa mia» intervenne piccata Edith, riportando l’attenzione di Amelia su di sé. «È quasi mezzanotte.»
«Giusto... vogliamo sederci?»
E senza attendere risposta si accomodò sul divano, accavallando le gambe con naturalezza, come se fosse a casa propria. Eldora Thistledown la imitò, palesemente imbarazzata, sedendosi sul bordo del cuscino come se temesse di lasciare un’impronta. Edith lanciò un’occhiataccia ad Adrian. Più tardi si sarebbe beccato una ramanzina per aver fatto entrare due sconosciute nel cuore della notte.
«Sembra che non ci siano posti a sedere per tutti» osservò Amelia Burke, guardandosi intorno.
Tirò fuori dal mantello un bastoncino di legno scuro — lungo più o meno quanto un righello, leggermente ricurvo — e lo agitò con un gesto svogliato del polso. Dal nulla comparvero tre poltrone di chintz nel salotto, disposte in semicerchio davanti al divano. Non ci fu nessun rumore, nessun lampo di luce. Un momento prima non c’erano, e un momento dopo c’erano.
Edith cacciò un urlo, portandosi inorridita le mani alla bocca. Adrian fece un passo indietro, urtando il mobile dell’ingresso.
«Che cosa... come ha... cosa...»
Anche Bailey era senza parole. Fissava le poltrone, poi il bastoncino, poi Amelia Burke, e di nuovo le poltrone. Non poteva essere. Eppure c’erano. Le vedeva. Poteva quasi sentire l’odore del tessuto nuovo.
«Come ha fatto?»
«Magia» rispose tranquilla Amelia, come se le avessero chiesto l’ora.
«Amelia, così li spaventi!» squittì allarmata Eldora. «Dobbiamo prima spiegargli...»
«Volevo solo essere gentile. Non c’è motivo di avere paura, signori Stone. Prego.» Amelia indicò le poltrone.
Nessuno si mosse.
«Mi dispiace» balbettò Eldora, alzandosi a metà e risedendosi. «Abbiamo iniziato col piede sbagliato... lo so che per voi è difficile da credere, ma quello a cui avete appena assistito...»
«Come diavolo c’è riuscita?» esclamò Edith con voce stridula, stringendosi al braccio del marito.
«Ve l’ho detto. Magia.»
«La... magia?»
Amelia Burke sventolò di nuovo il bastoncino. Bailey avvertì una forza invisibile cingergli la vita; un momento dopo, lui, Edith e Adrian erano seduti sulle poltrone di chintz. Erano morbide. Comode, persino. Bailey non sapeva perché fosse questo il dettaglio su cui si era fissato, ma lo era.
«Bene» disse Amelia, rimettendosi il bastoncino nel mantello. «Come la mia collega stava dicendo...»
«Siete delle streghe!» sbottò Edith, gli occhi sbarrati.
«Precisamente!» Amelia esultò e batté le mani una volta. «Visto?» disse, rivolta alla compagna. «Te l’avevo detto che sarebbero stati mentalmente aperti...»
Eldora si massaggiò la fronte con aria rassegnata. «Oh, Amelia... non è così che funziona coi Babbani...»
«Che cosa sono i Babbani?» chiese debolmente Adrian.
Aveva il volto di un uomo che si stava seriamente chiedendo se non avesse avuto un ictus nel sonno.
«Siete voi. Persone prive di poteri magici» spiegò Amelia. «Non è un insulto, tanto per essere chiari.»
«Che cosa volete da noi?» disse Edith, la voce ridotta a un filo.
«Siamo qui per spiegarvi la situazione, se avete gentilmente finito di interromperci.»
«Lasciala parlare, tesoro» disse in fretta Adrian, posando la mano sul braccio della moglie.
Amelia Burke si sistemò una ciocca dietro l’orecchio e si fece più seria. «Come vi ho accennato, proveniamo dalla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, che, come suggerisce il nome, è una scuola in cui si studiano le arti arcane. Siamo qui perché il nome di Bailey» e lo indicò con un gesto elegante. «è venuto fuori dal Grimorio di Merlino.»
«Il cosa?» bofonchiò Adrian.
«Il Grimorio di Merlino. È un libro magico che seleziona chi è degno di frequentare Hogwarts. Normalmente questa selezione avviene quando il ragazzo o la ragazza è un po’ più giovane — molto più giovane — ma sembra che nel caso di Bailey ci sia stato...» cercò la parola giusta «...un disguido.»
Tutti rimasero in silenzio, in attesa che continuasse.
«Bailey ha quindici anni. È troppo grande per essere scelto dal Grimorio — di solito i nomi compaiono a undici anni, non oltre. Finora il suo non era mai comparso. Fino a una settimana fa.» Amelia fece una pausa ad effetto, come chi sta per rivelare il finale di una storia avvincente. «Il Grimorio ha cominciato a riempire le proprie pagine col suo nome. Pagine intere. In modo... ossessivo.»
Piegò appena la testa di lato, studiando Bailey con la curiosità di un entomologo davanti a un insetto raro.
«È la prima volta a memoria d’uomo che accade una cosa simile. Ma il Grimorio non sbaglia mai, perciò...»
Lasciò la frase in sospeso.
«Sta dicendo» disse lentamente Adrian «che B.B. è un...»
«Mago?» completò Amelia. «Sì. È esattamente quello che sto dicendo.»
Bailey, che solitamente aveva sempre la battuta pronta, non trovò nulla da dire. Aprì la bocca, la richiuse, e si limitò a fissare Amelia Burke. Mago. La parola gli rimbalzava in testa come una pallina di flipper, senza trovare un posto dove fermarsi.
«Bailey ha mai fatto cose strane?» chiese Amelia, rivolgendosi a Edith e Adrian.
«Tipo?» disse incerto Adrian.
«Far esplodere le cose senza toccarle quando si arrabbiava, per esempio. Far sparire oggetti. Cambiare colore ai capelli di qualcuno.»
«No, ma è con noi da solo due anni» mormorò Adrian, lanciando un’occhiata a Bailey.
Tutti gli sguardi si posarono su di lui.
«Non ho mai fatto cose... strane» disse Bailey, e odiò il modo in cui la sua voce suonò incerta. «Ciò che state dicendo non ha senso.»
«In effetti, non risulta da nessuna parte che il ragazzo abbia mai dato segni di possedere un briciolo di magia» confermò Amelia, e per la prima volta sembrò vagamente perplessa. «Di solito i giovani maghi tendono a praticare qualche incantesimo involontario durante l’infanzia. Bicchieri che esplodono, giocattoli che volano. Quel genere di cose.»
«Ha detto “non risulta da nessuna parte”?» boccheggiò Adrian. «Avete una specie di... registro?»
«Proprio così. È il Ministero della Magia che se ne occupa.»
«Il Ministero?» sussurrò Edith, come se ripetere le parole ad alta voce potesse aiutarla a metabolizzarle. «Voi avete un Ministero?»
«Già.»
Adrian era a bocca aperta. Edith aveva chiuso gli occhi e scuoteva leggermente la testa.
«Il caso di Bailey ha suscitato non poco scompiglio da quelle parti» proseguì Amelia. «Si è dibattuto parecchio sul fatto se il ragazzo dovesse venire o no ammesso, viste le circostanze. Ma alla fine si è deciso che un mago ha diritto alla sua educazione, indipendentemente dall’età.»
«Quindi che cosa succederà adesso?» disse piano Adrian.
«Inizierà a frequentare Hogwarts, dove gli insegneremo a controllare e sviluppare le sue capacità magiche.»
«Ma B.B. va già a scuola» obiettò Edith, riaprendo gli occhi.
«Ci siamo già occupati della questione.»
«Che vuol dire che vi siete già occupati della questione?» scattò Edith, inalberandosi. «Senza consultarci?»
«Signora Stone, siamo a novembre. Bailey ha già perso due mesi di scuola. È consigliabile che inizi il prima possibile così che non resti troppo indietro col programma.»
«Non potete farlo! Non sono cose che vi competono! Siamo noi i suoi tutori, noi...»
«Lo so bene, signora Stone. Non l’abbiamo fatto con l’intento di mancare di rispetto a lei e a suo marito. Ma purtroppo il tempo non gioca a nostro favore.»
«Qual è il vostro piano, esattamente? Piombare qui nel cuore della notte e portarlo via?»
«In effetti... sì.»
Lo disse con un candore talmente disarmante che Edith rimase interdetta per qualche secondo.
«Tutto questo è ridicolo! Gli assistenti sociali...»
«Conosciamo molto bene la situazione, signora Stone. Ci siamo già occupati di tutto. Gli assistenti sociali non avranno nulla da ridire, glielo assicuro.»
Edith scalpitava. «Ma...»
Amelia Burke si fece seria. L’espressione sorniona che aveva indossato fino a quel momento si dissolse, e quello che rimase era il volto di una donna abituata a trattare con persone più ostinate di lei. «Lei e suo marito siete i tutori legali di Bailey, è esatto?»
«Sì.»
«In quanto tali siete responsabili del suo benessere. Il che include assicurarsi che riceva l’educazione più adatta a lui.»
«Ovviamente.» Edith si morse il labbro. «Però...»
«Può sempre decidere di non far frequentare Bailey. È un suo diritto.» Amelia lasciò che le parole calassero nel silenzio. «Tuttavia, sono dell’opinione che la scelta dovrebbe spettare a lui, non trova?»
Edith scambiò uno sguardo lungo col marito. Adrian le strinse la mano. Poi entrambi si voltarono verso Bailey.
«Tu che cosa vuoi fare?» chiese Adrian.
Bailey non sapeva cosa rispondere. Una parte di lui — la parte razionale, quella che lo aveva tenuto in vita nelle case famiglia e nei vicoli di Leyton — gli diceva che era tutto assurdo. La magia non esisteva. Non poteva esistere. Ma un’altra parte, più profonda e più ostinata, gli ricordava che tre poltrone di chintz erano appena apparse dal nulla nel suo salotto.
«Insomma, tutto questo è assurdo» farfugliò. «La magia non esiste...»
«Vuoi un’altra dimostrazione?»
Amelia sollevò il bastoncino e un lampo di divertimento le attraversò gli occhi.
«No!» Bailey alzò le mani. «Voglio dire... io non ho mai fatto magie o roba del genere. Forse vi state sbagliando.»
«Nessun errore, Bailey. Non saremmo qui se non avessimo fatto dei controlli approfonditi.» Lei lo guardò dritto negli occhi. «Allora. Te la senti di venire via con noi?»
Bailey abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Lui, un mago. La sola idea era ridicola. Ma Amelia Burke aveva appena dimostrato che la magia esisteva, e se lui era davvero un mago, come dicevano, allora...
Allora la sua vita fino a quel momento — le case famiglia, le fughe, i furti, le notti passate a chiedersi se le cose sarebbero mai cambiate — tutto questo forse aveva un senso. Forse lui aveva un senso.
«È normale avere paura» disse Amelia, e il suo tono si era addolcito, liberandosi di ogni traccia di ironia. «Ma sono sicura che Hogwarts ti piacerà. E potrai sempre tornare qui per le vacanze.»
«Cioè dovrebbe restare lì?» s’intromise scandalizzata Edith. «Credevo funzionasse come la scuola pubblica!»
«È più un collegio» intervenne Eldora Thistledown, parlando per la prima volta da diversi minuti. «Ma sarete liberi di scrivergli tutti i giorni. I nostri gufi...»
«Gufi?»
«Sì, è così che comunichiamo tra maghi. Tramite gufi postali.»
«Non usate i cellulari?»
«Sfortunatamente no. La tecnologia non funziona a Hogwarts. Troppa magia nell’aria.»
Edith era allibita. «Cioè dovrei affidare le mie lettere a un uccello?»
«Sono animali molto intelligenti» la rassicurò Eldora, con il tono di chi è perfettamente consapevole di quanto la cosa suoni ridicola. «Molto più affidabili della Royal Mail, se posso permettermi.»
«Tesoro, hanno ragione» disse cauto Adrian. «Dovremmo lasciare che sia B.B. a decidere.»
«Sono sicura che lui non voglia andarci» replicò decisa Edith, voltandosi verso Bailey. «No?»
Bailey la guardò. Guardò Adrian. Guardò le due streghe sedute nel suo salotto, nel cuore della notte, con i loro mantelli e i loro bastoncini magici e la loro aria di chi ha visto cose che lui non riusciva nemmeno a immaginare.
«Chi è che non vorrebbe andare a una scuola di magia?» disse, dando voce ai suoi pensieri.
Il sorriso di Amelia Burke si allargò. «Dunque è deciso.»
«Un momento!» Edith scattò in piedi. «Non sappiamo nemmeno dove si trovi questa... scuola!»
«Temo di non poterglielo dire. Ma le posso assicurare che Bailey verrà trattato con ogni riguardo a Hogwarts.»
Edith non pareva affatto convinta. Aveva le braccia incrociate così strettamente che le nocche le erano diventate bianche.
«Potrà tornare?» chiese Adrian. «In caso... sa, non si trovi bene...»
«Potrà andarsene in qualsiasi momento.» Amelia sorrise. «Ma difficilmente chi entra a Hogwarts vuole andare via.»
Calò un silenzio denso. Adrian si voltò verso sua moglie. Lei sembrò sul punto di dire qualcos’altro, ma poi chiuse la bocca e si limitò a fissare Bailey con gli occhi lucidi. E Bailey... Bailey si stava ancora chiedendo se non fosse tutto frutto della sua immaginazione. Se non fosse ancora nel letto di Tess, addormentato, vittima di uno dei suoi sogni che al risveglio non riusciva mai a ricordare.
Ma le poltrone di chintz erano ancora lì. E Amelia Burke lo stava guardando in attesa di una risposta.
«Bene» disse la donna, alzandosi con un unico movimento fluido. «Visto che non ci sono altre obiezioni, direi che è tempo di andare. Sei pronto a partire?» domandò a Bailey.
Lui sobbalzò. «Adesso?»
«Non può andarsene adesso!» obiettò Edith. «Deve prepararsi la valigia e... e procurarsi i libri. E...»
«Ai libri penseremo noi. Per quanto riguarda la valigia, dovrò chiedere a lei di occuparsene.» Amelia tirò fuori un orologio da taschino d’argento e controllò l’ora. Le lancette si muovevano in modo strano — alcune all’indietro, altre in senso circolare. «Potrei materializzare io stessa un corredo completo, ma sarebbe un tale spreco di tempo, e temo me ne sia rimasto molto poco a disposizione.» Richiuse l’orologio con uno scatto. «Domani manderò qualcuno a prendere le sue cose.»
Eldora si alzò a sua volta, imitata da Adrian. Bailey restò seduto, fissando un punto indefinito del pavimento.
«Su, in piedi, ragazzo mio» disse Amelia con dolcezza. «Dobbiamo andare. Hop hop.»
Bailey scattò come una molla. Quella donna aveva il dono di mettergli urgenza nelle ossa. Si voltò verso Edith e Adrian.
Edith aveva gli occhi rossi. Bailey deglutì. Non era bravo in queste cose — gli addii, i sentimentalismi, le parole che significano qualcosa. Non lo era mai stato. «Be’, allora ci sentiamo presto» borbottò, guardandosi la punta delle scarpe.
Edith lo abbracciò. Lo strinse con una forza che non si sarebbe aspettato da una donna della sua stazza, e per un momento Bailey rimase rigido tra le sue braccia, poi si lasciò andare. «Per qualsiasi problema scrivici, verremo a prenderti immediatamente» bisbigliò Edith al suo orecchio. «E fatti sentire, non fare come al tuo solito!»
«Lo farò. Promesso.»
«Riguardati, B.B.» disse Adrian, dandogli un colpetto sulla spalla. «Cerca di non saltare le lezioni.»
«Ci assicureremo che non lo faccia» disse Amelia dalla porta.
«Dovrete stargli addosso. Sa essere molto elusivo quando vuole.»
«Sì, grazie tante, Adrian.»
Bailey gli fece cenno di darci un taglio.
Uscirono nella notte. L’aria era fredda e Bailey si accorse solo in quel momento di non aver preso una giacca. Alle sue spalle, Edith e Adrian erano fermi sull’uscio, due sagome illuminate dalla luce gialla dell’ingresso. Bailey alzò una mano per salutarli e loro ricambiarono il gesto.
Poi Amelia Burke si incamminò lungo la strada buia e lui la seguì, con Eldora al fianco. I lampioni si riaccendevano uno dopo l’altro al loro passaggio, come se il mondo stesse tornando a respirare. E mentre si lasciava casa sua alle spalle, Bailey avvertì crescere dentro di sé qualcosa di diverso dalla paura. Qualcosa che non provava da molto, molto tempo.
Non aveva la minima idea di cosa lo aspettasse. Ma per la prima volta nella sua vita, non vedeva l’ora di scoprirlo.
Man mano che avanzavano lungo il vicolo, Amelia agitava la bacchetta e i lampioni si riaccendevano al suo passaggio — uno dopo l’altro, con piccoli schiocchi asciutti, come dita che fanno scattare un interruttore. In pochi secondi la strada tornava illuminata, come se non fosse mai stata al buio. Bailey si guardò alle spalle, chiedendosi se ci fosse qualcun altro, dietro una di quelle finestre, che in quel momento stava osservando la stessa cosa e si stava domandando se avesse bisogno di farsi controllare la vista.
«Avrò anch’io uno di quelli?» chiese, accennando alla bacchetta.
«Certo» rispose Amelia, senza voltarsi. «La bacchetta è un catalizzatore. Uno strumento essenziale per ogni mago o strega.»
«È per questo che finora non sono riuscito a fare magie? Perché non ne avevo una?»
«No. Non è quello il motivo.»
Bailey attese che aggiungesse qualcos’altro, ma Amelia Burke non aggiunse nulla. Camminava a passo svelto, il mantello che le ondeggiava dietro come una vela, e aveva l’aria di una donna che considera le spiegazioni un favore e non un obbligo.
Eldora trotterellava al suo fianco, leggermente affannata.
«Dove stiamo andando?» chiese Bailey, rivolgendosi a lei nella speranza di ottenere risposte più generose.
«Al Paiolo Magico» rispose Amelia al posto suo. «È un pub.» Si fermò di colpo, voltandosi. «Dammi la mano, Bailey.»
«Perché?»
Il sorriso di Amelia si allargò. Era il sorriso di qualcuno che si stava divertendo alle spese di qualcun altro. «Tu fallo e basta.»
Allungò la mano. Bailey la prese, esitante. La mano di Amelia era fredda e asciutta, la stretta sorprendentemente salda.
«Non sarà piacevole» lo avvertì. «Ma durerà solo un attimo.»
«Cosa non sarà...»
Una vertigine improvvisa gli serrò lo stomaco. Il mondo si contrasse intorno a lui come un pugno che si chiude — il vicolo, i lampioni, il cielo, tutto risucchiato in un punto infinitamente piccolo. I sensi si offuscarono. Per un istante che poteva essere durato un secondo o un’eternità, Bailey fu sospeso in un vuoto privo di confini, senza forma, senza peso, trascinato in un caos silenzioso e inarrestabile. L’unico punto fermo era la stretta di Amelia Burke: le sue dita fredde ancorate alle sue come un’àncora sul fondo del mare.
Poi, così com’era arrivata, la sensazione sparì. I piedi tornarono a toccare qualcosa di solido. I rumori del mondo si riaccesero.
Bailey si piegò in due e vomitò.
«La Smaterializzazione è stata troppo per lui» disse preoccupata Eldora, chinandosi a massaggiargli la schiena.
«Si riprenderà» disse con noncuranza Amelia.
Bailey si sollevò a fatica, tremando, con le ginocchia che gli cedevano e un sapore acido in bocca. Amelia fece sparire la pozza di vomito con un colpetto distratto della bacchetta, come chi spazza una briciola dal tavolo.
«Dove... dove siamo?» chiese Bailey, passandosi la manica della felpa sulle labbra.
Non erano più nel vicolo, questo era certo. Si trovavano in una stradina stretta incastrata tra un negozio di dischi e una libreria, entrambi chiusi e con le saracinesche abbassate. L’aria era diversa — più densa, più umida, con un odore di pioggia recente e di asfalto bagnato. Amelia ed Eldora la imboccarono senza esitare.
«Dimmi, Bailey» disse Amelia, fermandosi a metà della strada e indicando un punto preciso. «Che cosa vedi?»
Bailey seguì il suo dito. Tra la libreria e il negozio accanto c’era un edificio che non avrebbe dovuto esserci. Vecchio, anonimo, leggermente storto, come se si fosse infilato tra gli altri due facendosi largo a gomitate. L’insegna sopra la porta era così sbiadita che le lettere erano quasi illeggibili, ma Bailey riuscì a distinguere l’immagine di un paiolo e, sotto, le parole «Il Paiolo Magico».
«Il Paiolo Magico?» ipotizzò Bailey.
«Lo vede!» esclamò eccitata Eldora, afferrando il braccio di Amelia. «Avevi ragione!»
«In che senso?» domandò perplesso Bailey.
«Solo i maghi e le streghe possono vederlo» spiegò Eldora, con il tono raggiante di un’insegnante il cui allievo meno promettente ha finalmente azzeccato una risposta. «Per i Babbani è invisibile. È la prova che sei un mago!»
Bailey avrebbe voluto condividere il suo entusiasmo. Ma la notizia non lo riempì della felicità che si sarebbe aspettato. Era ancora tutto troppo confuso, troppo rapido, come se la sua vita fosse un mazzo di carte che qualcuno aveva lanciato in aria e i pezzi non si fossero ancora posati.
L’interno del Paiolo Magico era esattamente quello che ci si sarebbe aspettati da un pub che si nascondeva dalla vista dei non-maghi in una stradina di Londra: accogliente e un po’ logoro, con muri in pietra grezza, travi di legno scuro e un pavimento di grosse lastre consunte dal passaggio di innumerevoli avventori. Lampade a olio proiettavano una luce calda e tremolante che faceva danzare le ombre sulle pareti.
Il bancone era ingombro di boccali. Dietro, scaffali pieni di bottiglie dalle forme e dai colori più disparati — alcune sembravano contenere liquidi normali, altre roba che brillava, ribolliva, o cambiava colore se la si guardava troppo a lungo. C’erano anche barattoli di rettili essiccati e altri ingredienti dall’aspetto rivoltante immersi in liquidi fluorescenti. A parte questo, avrebbe potuto essere scambiato per un pub qualunque... se non fosse stato per i quadri.
Alle pareti erano appesi vecchi ritratti a olio, e le persone raffigurate si muovevano. Cambiavano espressione, parlavano tra loro, gesticolavano. Un uomo con un naso a patata e un cappello a punta sonnecchiava nella cornice accanto al bancone, russando piano. Una donna in abito vittoriano stava litigando con la sua vicina di cornice, accusandola di averle rubato lo spazio.
Bailey si era fermato a bocca aperta.
«Ti ci abituerai» disse Amelia, intercettando il suo sguardo. «Hogwarts è piena di quadri parlanti. Alcuni sono piuttosto seccanti, a dire il vero. Vieni.»
Lo guidò attraverso i tavolini, la maggior parte occupati da persone in abiti che andavano dallo stravagante al bizzarro: cappelli a punta, mantelli colorati, vesti ricamate. Bailey si sentiva comicamente fuori posto nella sua felpa e nei suoi jeans, ma nessuno gli badò. Si avvicinarono al bancone.
«Marius» disse in tono cordiale Amelia al barista, un uomo calvo e massiccio che stava asciugando un boccale con uno straccio. «Come vanno gli affari?»
«Bene. Prendete il solito?»
«In realtà mi serviva una stanza.»
«Solo per stanotte?»
«Facciamo due.»
Amelia tirò fuori un borsello di pelle dal mantello e lo lasciò cadere sul bancone. Delle monete dorate si riversarono sul legno, luccicando sotto le fiammelle delle lampade a olio. Bailey non aveva mai visto monete del genere — erano più grandi di una sterlina, più pesanti, e avevano un bagliore caldo che le faceva sembrare appena forgiate.
Marius le raccolse senza dire una parola e fece loro cenno di seguirlo. Salirono una scala di legno scricchiolante che li portò al secondo piano, dove un corridoio stretto conduceva a una serie di porte. Marius si fermò davanti a una, estrasse un grosso mazzo di chiavi dalla cintura e ne infilò una nella serratura. Poi si fece da parte.
La stanza era piccola ma pulita, arredata in modo essenziale: un letto a baldacchino con lenzuola bianche, un armadio, un tavolino con una brocca d’acqua e un catino, e una finestra che dava sulla strada. Le assi di legno cigolavano sotto i piedi, ma per il resto la stanza era in buone condizioni. C’erano dei quadri anche lì, ma le figure all’interno dormivano, con grande sollievo di Bailey.
«Ottimo!» disse allegra Amelia Burke, battendo le mani. «Allora ti saluto.»
«Cosa?» disse stupito Bailey, voltandosi verso di lei. «Già?»
«Devo andare, la mia presenza è richiesta altrove.» Amelia diede un’altra occhiata al suo orologio dalle lancette impazzite. «Buonanotte, Bailey.» Fece per andarsene ma si fermò sulla soglia, come se avesse dimenticato qualcosa. «Ah, dimenticavo... sarebbe consigliabile che tu non te ne andassi in giro. Potresti perderti, e noi non lo vogliamo. Eldora tornerà domani mattina per accompagnarti a fare le varie commissioni.» Agitò la mano come se stesse scacciando una mosca. «Notte notte!»
Le due streghe uscirono. Marius chiuse la porta.
Rimasto solo, Bailey restò in piedi al centro della stanza per un tempo che non avrebbe saputo quantificare. Il silenzio era totale, a parte il russare sommesso dell’uomo nel quadro accanto alla porta. Si sedette piano sul bordo del letto a baldacchino, poi si lasciò cadere all’indietro sulle lenzuola di lino. Il cuscino emanava un leggero profumo di lavanda. Il materasso era inaspettatamente comodo.
Lui, un mago.
Aveva quasi paura di chiudere gli occhi. Paura di svegliarsi e scoprire che era stato un sogno lungo e molto realistico, e di ritrovarsi nella sua stanza a Leyton con il poster di David Bowie storto alla parete e il rumore del traffico fuori dalla finestra.
Non pensava che sarebbe riuscito a dormire, con tutti i pensieri che gli ronzavano in testa. Ma il materasso era caldo, la lavanda gli riempiva le narici, e scivolò nel sonno senza neanche accorgersene.
La mattina dopo si svegliò che il sole era già alto. La luce entrava dalla finestra in un fascio obliquo che tagliava la stanza a metà, illuminando le particelle di polvere che galleggiavano nell’aria. Era ancora nella camera del Paiolo Magico. Il soffitto a travi scure era lo stesso. Il quadro con l’uomo addormentato era lo stesso. Quello che aveva vissuto la sera prima non era stato un sogno.
Bailey rimase sdraiato ad ascoltare i rumori della strada fuori dalla finestra — voci, passi, il tintinnio di un campanello che doveva appartenere a qualche negozio. Non sapeva come sentirsi. Non sapeva nemmeno cosa sentire. Era come trovarsi su un treno in corsa senza sapere dove stesse andando, e senza essere sicuro di aver comprato il biglietto.
Controllò l’ora: le otto e mezza. Si rigirò nel letto, tirandosi le coperte sulla testa, deciso a rimettersi a dormire. Ma la porta della stanza si spalancò con un colpo secco che lo fece scattare a sedere.
«Sei sveglio!» esclamò Eldora Thistledown con un gran sorriso, come se questo fosse un risultato straordinario. «Molto bene. Su, in piedi, giovanotto. Il tempo è galeoni.»
«Mi hai fatto prendere un colpo!» replicò Bailey, col cuore che gli martellava. «Voi maghi non sapete bussare? E se fossi stato nudo?»
Eldora arrossì vistosamente, fino alla punta delle orecchie. «Sì... in effetti avrei dovuto bussare» tossicchiò, raddrizzandosi il colletto della veste come se fosse diventato improvvisamente stretto. «Andiamo, abbiamo parecchi giri da fare.»
«È compresa la colazione in questi giri?»
«Giusto... prima devi mangiare.»
Scesero al piano di sotto. Il pub era quasi vuoto a quell’ora — solo un vecchio nell’angolo che leggeva un giornale le cui fotografie si muovevano, e una donna con un gatto enorme sulle ginocchia che sorseggiava qualcosa di fumante.
«Marius, saresti così gentile da preparare qualcosa da mangiare per il ragazzo?»
Marius sparì dietro gli scaffali senza una parola. Bailey si accomodò su uno degli sgabelli al bancone e sfilò il cellulare dalla tasca. Aveva ancora campo. Mandò un messaggio a Edith, rassicurandola che andava tutto bene. Lei rispose immediatamente.
«Non sei a Hogwarts?»
«Ancora no. Sono in un pub chiamato il Paiolo Magico.»
Bailey valutò se chiamare Tess. Lei si sarebbe preoccupata se fosse sparito così di punto in bianco... anzi, conoscendola, si sarebbe incazzata. Ci stava ancora riflettendo quando notò lo sguardo di Eldora. La donna fissava il suo cellulare con un misto di meraviglia e desiderio, come una bambina davanti alla vetrina di un negozio di dolciumi.
«Stai contattando la tua famiglia?»
«Be’, loro non sono propriamente la mia famiglia... comunque sì.»
Eldora si agitò sullo sgabello. «Bailey, devo chiederti una cosa. Non puoi parlare di quello che ti sta succedendo con nessun altro.»
«Perché?»
«Meno persone sanno la verità, meglio è. Si verrebbero a creare situazioni molto spiacevoli se certe notizie circolassero.»
«Ti riferisci al fatto che la magia esiste.»
Eldora annuì, abbassando la voce. «Il Ministero è molto scrupoloso nel tenerlo nascosto. È una questione di sicurezza, Bailey. I maghi e le streghe sono stati perseguitati per secoli dai Babbani. Immagina cosa accadrebbe se dovessero scoprire che siamo reali. Il panico, la paura... la gente non reagisce bene a ciò che non comprende.»
Bailey ci pensò su. «C’è una mia amica...»
«Lascia perdere.»
«Ma a Edith e Adrian glielo avete detto!» protestò Bailey.
«Loro sono adulti, è diverso. Sono i tuoi tutori legali, non abbiamo avuto scelta: dovevano conoscere la verità. Ma i tuoi amici sono un’altra faccenda. Non puoi raccontargli di Hogwarts, né di ciò che farai una volta lì. Potrebbero raccontarlo in giro, prenderti per pazzo... fidati, è meglio essere cauti.»
«Si chiederà che fine ho fatto.»
«Be’... puoi sempre dirle che i tuoi tutori hanno deciso di mandarti a una scuola privata.»
«Una scuola privata in cui le lettere vengono spedite dai gufi?» replicò sarcastico Bailey.
«Non è così strano» borbottò Eldora, ma non sembrava convinta nemmeno lei.
Bailey aprì la chat con Tess.
«Bailey...» disse Eldora, intuendo cosa stava per fare.
«Starò attento.»
Cominciò a scrivere.
Ehi... lo so che è un po’ improvviso ma Edith e Adrian hanno deciso di mandarmi in una scuola privata, una specie di collegio esclusivo. Se tutto va bene e non mi faccio cacciare prima ci rivediamo per le vacanze di Natale. Lì i cellulari non sono ammessi, però mi farò sentire, te lo prometto. Il mio prossimo messaggio potrebbe arrivare via gufo (non è una battuta). Non combinare troppi guai mentre non ci sono. Un bacio.
Rilesse il messaggio. Andava bene. Niente di troppo sospetto — a parte la storia del gufo, ma quello non poteva evitarlo. Lo inviò.
«Hai fatto la cosa giusta» disse Eldora, che evidentemente aveva allungato l’occhio sullo schermo.
Il cellulare vibrò, ma non era Tess. Era Edith.
Dove si trova questo posto? Non riesco a trovarlo su Google!
Bailey sorrise. Tipico di Edith.
Marius stava tornando con la colazione: un’abbondante porzione di uova strapazzate e salsicce, con del pane tostato e un boccale di qualcosa che sembrava contenere del succo d’arancia. Bailey ci si avventò famelico, grato che non fosse nulla di strano — niente occhi di rospo o zampe di ragno, almeno non a prima vista.
«Dofe anfiamo?» chiese tra un boccone e l’altro.
«Scusa?» disse educatamente Eldora.
Bailey deglutì. «Dove andiamo?»
«A Diagon Alley. Ti servono varie cose per la scuola. L’elenco era nella lettera… almeno l’hai letta?»
«Pensavo fosse uno scherzo. L’ho fatta a pezzi.»
Eldora sospirò. Tirò fuori dalla tasca della veste un foglio di pergamena identico a quello che Bailey aveva strappato. «Per fortuna ne abbiamo una copia.»
«Faremo la stessa cosa di ieri sera?» domandò ansioso Bailey, posando la forchetta.
Eldora batté lentamente le palpebre. «Ah, ti riferisci alla Smaterializzazione!» disse illuminandosi. «No, sta’ tranquillo.» Sorrise. «Diagon Alley è proprio qui dietro.»
Bailey si rilassò. Era felice di saperlo. Non era sicuro che il suo stomaco avrebbe retto una seconda volta.
Finito di mangiare, Eldora lo scortò verso il cortile sul retro del pub. Era uno spazio angusto, chiuso da un alto muro di mattoni rossi su cui cresceva un’edera spessa. Non c’era nient’altro: nessuna porta, nessun passaggio.
Eldora tirò fuori la bacchetta — più corta di quella di Amelia, dal legno chiaro e liscio — e prese a picchiettare una sequenza precisa di mattoni. Uno, due, tre in alto. Due a sinistra. Uno in basso. Bailey la guardava fare, chiedendosi se non fosse un’altra delle cose a cui avrebbe dovuto «abituarsi».
I mattoni cominciarono a muoversi. Si ritrassero uno dopo l’altro, rientrando nel muro come tasti di una macchina da scrivere premuti da dita invisibili, e nel giro di pochi secondi al posto del muro si aprì un grande arco che dava su una strada.
«Ecco qui» disse compiaciuta Eldora, godendosi l’espressione di Bailey. «Diagon Alley.»
Bailey oltrepassò l’arco e si fermò.
Sembrava di aver attraversato un varco verso un altro mondo. La strada si snodava stretta e tortuosa tra edifici alti e sottili, addossati l’uno all’altro come libri su uno scaffale troppo pieno, alcuni dei quali pendevano in modo che sfidava le leggi della fisica. Le vetrine dei negozi esplodevano di colore: calderoni impilati in rame lucido, barattoli pieni di ingredienti impossibili, scope da volo esposte come auto sportive in un concessionario. Le insegne ondeggiavano sopra le porte, alcune animate — un gelato che si leccava da solo, un libro che sfogliava le proprie pagine, un gatto che inseguiva la propria coda. La strada era già affollata di maghi e streghe di tutte le età, intenti a fare compere, a chiacchierare, a trascinare bambini recalcitranti per mano.
Bailey restò lì fermo per qualche secondo, con la bocca semiaperta, cercando di guardare tutto e non riuscendo a guardare niente.
«Direi che la nostra prima tappa debba essere Ollivander» disse Eldora, consultando la lista.
«Che cos’è Ollivander?»
«Il negozio di bacchette. Andiamo.»
Si avventurarono nella calca. Eldora camminava con passo sicuro, schivando i passanti con l’abilità di chi frequenta quel posto da una vita. Bailey la seguiva a ruota, cercando di non restare indietro e allo stesso tempo di non perdersi nulla. Passarono davanti a un negozio di gufi, a uno di calderoni, a uno che sembrava vendere esclusivamente bulbi oculari in barattolo.
Il negozio di Ollivander era più avanti, sulla sinistra. Era stretto e dall’aspetto modesto, con una vetrina polverosa in cui era esposta una singola bacchetta su un cuscino di velluto viola. L’insegna recitava: «Ollivander — Fabbricanti di Bacchette Raffinate dal 382 a.C.» Bailey lesse la data due volte, decise di non porsi domande, e seguì Eldora all’interno.
Il negozio era deserto. L’interno era angusto, con migliaia di scatole oblunghe impilate dal pavimento al soffitto lungo ogni parete, fino a scomparire nell’ombra. L’aria aveva un odore denso e complesso: legno, cera, polvere e qualcosa di più sottile, qualcosa che pizzicava la pelle. Degli spolverini di piuma svolazzavano pigramente tra le pile, togliendo la polvere con gesti autonomi e quasi annoiati. Il bancone era tirato a lucido, così pulito che Bailey ci poteva scorgere il proprio riflesso.
Eldora tossì piano, come se avesse timore di disturbare la quiete del luogo.
«Un attimo e sono subito da voi» disse una voce femminile dal fondo del negozio, con un accento caldo e melodico che Bailey non riuscì a identificare.
Poco dopo una donna sbucò da dietro una fila di scaffali. Era giovane, con lunghi capelli scuri legati in una treccia elaborata e pelle olivastra. Aveva occhi neri e attenti e un portamento eretto che suggeriva una certa consapevolezza della propria bellezza. Si bloccò quasi impercettibilmente quando li vide.
«Eldora Thistledown» esordì, avvicinandosi lentamente al bancone. Il nome le uscì dalla bocca come una constatazione, non come un saluto.
Eldora arrossì per la seconda volta quella mattina, evitando il suo sguardo. Bailey intuì immediatamente che tra quelle due ci fossero dei trascorsi, e che nessuna delle due se li fosse lasciati alle spalle.
«Ciao, Aalia» bofonchiò Eldora.
«Che cosa può fare questa umile venditrice di bacchette per te?»
«Sono qui per... per via di un nuovo studente.»
«Un nuovo studente?» Aalia guardò Bailey, squadrandolo da capo a piedi con l’efficienza di chi valuta la merce. «L’anno scolastico è già iniziato.»
«Sì, be’... è una lunga storia. Ha bisogno di una bacchetta.»
Aalia inarcò un sopracciglio perfettamente curato. «Non ne hai una tua, ragazzo?»
«No» rispose Bailey. «Mai avuta.»
Lei socchiuse gli occhi. «Mai avuta? Alla tua età?»
«Come ho detto, è una storia lunga» intervenne frettolosamente Eldora. «Siamo venuti qui per comprarne una.»
Aalia la guardò per un momento, poi si voltò verso gli scaffali. «Vediamo un po’...» Cominciò a estrarre scatole con gesti precisi, come chi conosce ogni singolo centimetro del proprio negozio. «Questa... e perché no, anche questa...» Ne posò sei sul bancone, una accanto all’altra. Aprì la prima. «Dieci pollici, legno di pioppo, nucleo di crine di unicorno maschio.» Tirò fuori la bacchetta e gliela porse. «Prova.»
Bailey la prese. Era sottile, chiara, estremamente leggera. Ma qualcosa non andava. Non sapeva spiegarlo, ma era come infilare la mano in un guanto della misura sbagliata: si adattava, tecnicamente, ma non calzava.
«Su, agitala» lo incoraggiò Aalia.
Bailey obbedì. Una pila di scatole esplose dal suo scaffale, crollando con un fracasso di cartone e legno che fece sussultare persino gli spolverini.
«Maledizione!» imprecò Aalia, riparandosi con un braccio. «Ero sicura che fosse quella giusta...»
Non lo era. E non lo fu nemmeno la seconda, che mandò in frantumi il vetro della lampada a olio. Né la terza, che fece volare il bancone di mezzo metro. Né la quarta, la quinta, la sesta. Bailey passò quasi un’ora lì dentro. Qualunque bacchetta provasse, il risultato era lo stesso: distruzione, caos, scatole che volavano, oggetti che esplodevano. A un certo punto una bacchetta di ebano gli sfuggì di mano e andò a conficcarsi nel muro come un coltello da lancio.
Aalia aveva i capelli dritti. Il suo negozio era ormai mezzo distrutto. Eldora si era rifugiata dietro una colonna di scatole superstiti e sporgeva la testa con cautela.
«Forse non sono... ehm... portato...» tentò Bailey.
«Sciocchezze!» disse acida Aalia, soffiandosi una ciocca dal viso. «È qui, da qualche parte. Devo solo trovarla.»
Scomparve tra gli scaffali e tornò con un’altra bracciata di scatole, che lasciò cadere sul mucchio già presente sul bancone. Le studiò per un momento, scartandone alcune con un’occhiata, aprendone altre a metà per poi richiuderle. Poi la sua mano si fermò su una scatola in fondo alla pila. Era più vecchia delle altre, consumata agli angoli, con il coperchio ingiallito.
«Questa non dovrebbe stare qui» mormorò Aalia, più a sé stessa che ad altri.
Fece per portarla via, ma si fermò. Rimase immobile per qualche secondo, mordicchiandosi il labbro. Poi si voltò verso Bailey con un’espressione che lui non riuscì a decifrare.
«Prova questa.»
Gli porse la bacchetta. Era diversa dalle altre: legno scuro, quasi nero, con una venatura sottile che correva lungo il manico come una cicatrice. Bailey la prese.
Non appena le sue dita si chiusero intorno al legno, qualcosa cambiò.
Una scarica di energia lo attraversò da capo a piedi — non dolorosa, ma potente, come una corrente calda che gli partiva dal palmo della mano e si irradiava lungo il braccio, nel petto, fino alla punta dei piedi. La bacchetta pulsò una volta tra le sue dita, poi emise una pioggia di scintille dorate dalla punta: morbide, luminose, che si spensero a mezz’aria come lucciole.
Per la prima volta da quando era entrato nel negozio, nulla esplose.
«È lei!» esclamò Eldora, uscendo dal suo riparo con un sollievo che non tentò nemmeno di nascondere.
Ma Aalia non condivideva il suo entusiasmo. Fissava Bailey con un’espressione estremamente seria, le braccia lungo i fianchi, la mascella serrata.
«Perfetto!» disse Eldora, ignara. «Quanto ti devo?»
Aalia non rispose subito. Continuava a guardare Bailey, o meglio, la bacchetta nella sua mano. «Non pensavo ci saresti riuscito» disse infine, a voce bassa.
«Nemmeno io, a dire il vero» ammise Bailey, tentando una battuta.
«No, tu non capisci.» Aalia non sorrise. «C’è un solo altro mago che sia mai riuscito a farsi accettare da quella bacchetta.»
Il negozio sembrò farsi più silenzioso. Persino gli spolverini si erano fermati.
«Chi?» chiese Eldora.
«William Burns.»
Il nome cadde nel silenzio. Eldora trattenne il fiato. Il colore le scomparve dal volto così rapidamente che per un momento Bailey pensò che stesse per svenire.
«È...»
«...la sua bacchetta, sì» confermò Aalia. «Me l’hanno portata qui dopo che lui... be’, lo sai.»
«Chi è William Burns?» domandò Bailey, guardando la bacchetta nella sua mano con occhi nuovi.
Il legno scuro non sembrava diverso da un momento prima. Le venature non brillavano, non pulsavano. Eppure qualcosa nella sua percezione era cambiato, come quando scopri che il vecchio mobile nell’angolo in realtà vale una fortuna.
«Dì un po’, ma da dove vieni?» replicò sarcastica Aalia. «Come fai a non conoscerlo?»
«Lui... non è di queste parti» balbettò Eldora, ricomponendosi a fatica. «Quanto ti devo per la bacchetta?»
Aalia la fissò. «Se dipendesse da me non gliela venderei.» Fece una pausa. «Ma ormai l’ha scelto. Non c’è modo di tornare indietro.» Un’altra pausa. «Sono sette Galeoni.»
Pagarono e uscirono. La luce del giorno colpì Bailey come una doccia fredda dopo l’aria polverosa del negozio. Si rigirava la bacchetta tra le mani, incredulo. Era davvero un mago, dopotutto. Quella bacchetta, a differenza delle altre, aveva qualcosa di familiare — come ritrovare un oggetto che non sapevi di aver perso.
«Sei felice?» disse un po’ brusca Eldora, lanciandogli un’occhiata cupa.
«Eh?»
«Stai sorridendo.»
Bailey non se n’era nemmeno accorto. «Be’, sì...»
Anche quel nome, però. William Burns. Lo aveva già sentito da qualche parte, ma dove? Forse era solo suggestione, data dal fatto che portavano lo stesso cognome...
«Eldora... chi è William Burns?» ripeté.
Lei camminava a passo svelto, con l’aria di chi preferirebbe trovarsi altrove. «Un Mago Oscuro.»
«Un Mago Oscuro? Che significa? Pensavo che i maghi fossero tutti uguali.»
«Non è così.» La voce di Eldora si era fatta più bassa. «I Maghi Oscuri praticano la magia proibita. Magia che fa del male. Magia che... non dovresti nemmeno conoscere alla tua età.»
«Insomma, è un criminale.»
«Possiamo dire così.»
«Ha commesso molti reati, questo William Burns?»
«Perché vuoi saperlo?»
Bailey si strinse nelle spalle.
Eldora sospirò. «Sì. È... o meglio, era una persona molto pericolosa.»
«È morto?»
«Una settimana fa. Qualcuno ha assaltato la fortezza di Azkaban con un drago e l’ha...» si interruppe, stringendo le labbra. «Hai capito.»
Bailey non credeva alle sue orecchie. «Con un drago? Esistono i draghi?»
«Sì, certo.»
«Non posso crederci!» disse esaltato Bailey, dimenticando per un momento tutto il resto. «Posso vederne uno?»
«Non stiamo parlando di animali da zoo, Bailey» sospirò Eldora. «Al massimo posso mostrarti dei disegni.»
«Però qualcuno è riuscito a cavalcarne uno fino a una fortezza. Non dev’essere stato facile.»
Eldora gli lanciò un’occhiata tagliente. «Non c’è nulla di ammirevole in quello che è successo. Delle persone sono morte.»
Bailey abbassò lo sguardo. «Oh.»
La loro tappa seguente fu da Madame Leclaire, un negozio stretto e profumato dove gli studenti di Hogwarts acquistavano le loro divise. Bailey rimase di sasso nello scoprire che gli specchi parlavano — e non si limitavano a rifletterti, ma commentavano. Lo specchio del camerino gli disse che il nero lo slanciava e che avrebbe dovuto fare qualcosa per quei capelli.
«Non ti ho chiesto niente» borbottò Bailey allo specchio.
«E infatti te lo dico gratis, caro» replicò lo specchio.
Dopo le divise fu il turno dei libri, acquistati in una libreria caotica dove i volumi erano impilati fino al soffitto e alcuni si aprivano da soli, sfogliando le pagine con aria indispettita. Poi passarono a comprare gli ingredienti per quella che, a quanto pareva, era una materia chiamata Pozioni — che richiedeva l’uso di viscere di ratto, radici di piante che si dimenavano e altri ingredienti che Bailey preferì non esaminare troppo da vicino.
Mentre giravano per Diagon Alley, carichi di pacchi, passarono davanti a un edificio imponente che si distingueva da tutti gli altri. Era bianco, in marmo, con colonne che salivano fino a un frontone scolpito. L’ingresso era sorvegliato da due creature basse, dalla pelle grigiastra e dalle orecchie lunghe e appuntite, vestite in uniformi scarlatte.
«Che cos’è quello?» indagò Bailey, indicandolo.
«La Gringott. È la banca dei maghi. È lì che si deposita il denaro.»
«Parli di quelle cocuzze dorate?»
Eldora fece una smorfia. «Si chiamano Galeoni. Un Galeone è composto da diciassette Falci d’argento, e una Falce equivale a ventinove Zellini di bronzo. Facile, no?»
Bailey la fissò. «Non ho capito niente.»
«Imparerai» lo rassicurò Eldora, con un tono che suggeriva il contrario.
A proposito di soldi, Bailey fu colto da un dubbio che avrebbe dovuto venirgli prima. «Eldora...»
«Professoressa Thistledown» lo corresse lei, raddrizzandosi. «Stai per diventare uno studente della mia scuola, Bailey.»
«D’accordo... professoressa. Chi sta pagando per tutta questa roba?»
«Abbiamo dei fondi per i ragazzi con... situazioni economiche particolari.»
«Ma non dovrò restituirli, giusto?» insistette Bailey.
«Santo cielo, certo che no! Per chi ci hai preso?»
Bailey si rilassò, ma solo leggermente. Non era abituato a ricevere tanta generosità senza che qualcuno, prima o poi, presentasse il conto.
Un altro negozio attirò la sua attenzione, distraendolo. Era impossibile non notarlo: occupava un angolo intero della strada ed era una sinfonia di colori, movimento e caos organizzato. L’enorme insegna animata sopra l’ingresso rappresentava un mago in completo sgargiante che si toglieva il cappello a punta in segno di saluto, rivelando una cascata di oggetti scintillanti che gli piovevano dalla testa. Le vetrine traboccavano di prodotti stravaganti: scatole di fuochi d’artificio che si accendevano da sole, caramelle che levitavano, pupazzi che danzavano.
Bailey si fermò, incantato.
«Ah, i Tiri Vispi Weasley» disse con approvazione Eldora, tornando indietro a cercarlo. «Ti lascerei volentieri entrare a dare un’occhiata, ma credo che una volta dentro non vorresti più uscire.» Ridacchiò. «Non mancherà occasione. Hanno una sede anche a Hogsmeade.»
«Cos’è Hogsmeade?»
«Un villaggio vicino a Hogwarts. Agli studenti del terzo anno viene dato il permesso di visitarlo, con l’autorizzazione dei familiari.» Eldora si mordicchiò il labbro. «Tu, in teoria, dovresti stare con gli studenti della tua età, ma... visto che sei sprovvisto di qualsiasi istruzione magica, forse Amelia farà un’eccezione. Ne discuteremo.»
Prima di tornare al Paiolo fecero un’ultima tappa al Serraglio Stregato, un negozio rumoroso e caotico che vendeva animali di ogni genere — e di ogni genere significava davvero ogni genere. C’erano gufi, gatti, rospi, topi, e creature che Bailey non aveva mai visto e che preferiva non guardare troppo a lungo. Una gabbia nell’angolo conteneva qualcosa che sembrava un riccio in fiamme.
Eldora lo invitò a scegliersi un gufo. Bailey si aggirò tra le gabbie, studiando i candidati. Alcuni lo fissavano con aria ostile, altri lo ignoravano. Poi il suo sguardo si posò su un allocco particolarmente grasso e maestoso, appollaiato sul suo trespolo con la dignità offesa di un aristocratico caduto in disgrazia. Aveva piumaggio bruno e oro, due occhi enormi color ambra e un’espressione che diceva chiaramente: «Io non dovrei stare qui.»
«Quello» disse Bailey, indicandolo.
L’allocco lo fissò, come per valutare se ne fosse degno, e gli concesse un singolo, regale battito di palpebre.
«Come lo vuoi chiamare?» chiese Eldora.
«Herbie» disse contento Bailey. «Lo chiamerò Herbie.»
L’allocco girò la testa di centottanta gradi, come per guardarsi altrove. Non sembrava entusiasta del nome.
«Allora» disse Eldora, controllando la lista. «Abbiamo preso tutto. Ora ti riaccompagno al Paiolo, dopodiché ci saluteremo.»
«Ma come?» disse sorpreso Bailey. «Non rimani con me?»
«Mi dispiace, Bailey, ma non posso. Devo tornare a scuola. Ma ci rivedremo presto, te lo prometto.»
Rientrarono al Paiolo carichi di pacchi, scatole e la gabbia di Herbie, che tubava in tono offeso a ogni scossone. Marius li aiutò a portare tutto su e a sistemare gli acquisti nella camera di Bailey.
«Al ragazzo servirà un bagaglio» osservò Marius, parlando per la prima volta dalla sera prima.
«Se ne occuperà Amelia, io ora devo andare» ansimò Eldora, asciugandosi la fronte. Si voltò verso Bailey. «Per favore, non andartene in giro, mi hai capito? Per qualsiasi cosa chiedi a Marius.»
Bailey annuì. Eldora gli rivolse un ultimo sorriso — più caldo di quelli che gli aveva riservato fino a quel momento — e uscì.
Non appena la porta si chiuse, Bailey prese la bacchetta.
Se ne stava lì, nella sua mano, scura e silenziosa. La bacchetta di William Burns. La bacchetta di un Mago Oscuro. Bailey la rigirò tra le dita, studiandola. Voleva provare a fare qualcosa — qualsiasi cosa — anche se non aveva la minima idea di come funzionasse la magia. Avrebbe dovuto chiederlo a Eldora. Avrebbe dovuto chiedere molte cose a Eldora.
Strinse la bacchetta. Dalla punta si sprigionarono di nuovo delle scintille. Bailey la agitò: non successe niente. Ritentò: ancora nulla. Forse doveva concentrarsi su qualcosa di preciso.
Il suo sguardo vagò per la stanza e cadde sulla lampada a olio posata sul tavolino. Immaginò di rovesciarla. Sventolò la bacchetta con decisione.
La lampada rimase al suo posto.
Deluso, continuò a guardarsi attorno. Herbie tubò dalla sua gabbia, osservandolo con quei grandi occhi ambrati. Bailey lo guardò, giocherellando distrattamente con la bacchetta. A un certo punto la puntò contro di lui per gioco e borbottò: «Abrakadabra!»
La gabbia sobbalzò violentemente, rischiando di capovolgersi dal tavolino. Bailey si tuffò a riprenderla con un braccio, mentre l’allocco sbatteva furiosamente le ali, fischiando indignato.
«Scusa! Scusa! Non credevo avrebbe funzionato!»
Herbie non la prese bene. Continuava ad agitarsi, urtando contro le sbarre della gabbia con il becco. Bailey provò a calmarlo con dei biscottini comprati al Serraglio Stregato, porgendoglieli attraverso le sbarre, ma l’allocco li ignorò con sdegno.
«E va bene!» sbottò spazientito Bailey. «Ora ti libero. Se vuoi scappare, fai pure.»
Aprì la gabbia. Herbie svolazzò fuori, compì un giro indignato della stanza e andò a posarsi in cima all’armadio, da dove lo fissò con un’espressione che avrebbe potuto incenerire la pietra.
«Ti ho già chiesto scusa, che altro vuoi?» si lamentò Bailey.
L’allocco girò la testa dall’altra parte.
Bailey mise via la bacchetta. Per oggi aveva combinato abbastanza guai. Dopo aver pranzato al piano di sotto — una zuppa densa e speziata di cui preferì non chiedere gli ingredienti — tornò in camera e si sdraiò sul letto, prendendo il cellulare. Tess gli aveva risposto.
«Fai sul serio?»
«Sì.»
«E dove li hanno trovati i soldi?»
«Non ne ho idea.»
«Quando l’hai saputo?»
«Ieri sera.»
«I tuoi tutori sono pazzi. Neanche fossi il primo della classe.»
Bailey sogghignò.
«Lo so.»
«Cos’è questa storia dei gufi, comunque?»
«È l’unico modo in cui comunicano qui.»
«Cioè addestrano dei gufi per consegnare le lettere? Dì un po’, non ti staranno mandando in realtà in un manicomio?»
«Forse. LoL»
Il cellulare vibrò di nuovo. Edith.
Ti ho preparato la valigia. Quella donna ha detto che avrebbe mandato qualcuno a prenderla. Spero che tenga fede alla sua parola o Dio mi è testimone ti vengo subito a riprendere, dovunque sia questo posto!
Bailey sorrise. Scattò una foto degli acquisti ammucchiati sul letto — le divise piegate, i libri con le copertine animate, i barattoli di ingredienti, la bacchetta appoggiata sopra il tutto — e gliela mandò.
«Sto bene, Edith, non preoccuparti. Guarda. È tutto il necessario per la scuola. Ho perfino una di quelle bacchette magiche!»
«Chi ha pagato per tutta questa roba?»
«La scuola. Dicono che non gli dobbiamo nulla.»
La risposta di Edith si fece attendere. Quando arrivò, Bailey dovette leggerla due volte.
Manchi già a tutti. I gemelli hanno fatto il diavolo a quattro quando hanno scoperto che te n’eri andato. Non gli abbiamo detto dove sei, t’immagini la loro reazione? Ancora non riesco a crederci. Abbiamo sempre pensato che tu fossi diverso, ma non ci saremmo mai immaginati una cosa del genere.
Bailey non sapeva se sentirsi commosso od offeso. Decise di passarci sopra.
Io invece ho sempre pensato di essere speciale.
Lo schermo diventò nero. Comparve il simbolo della batteria scarica, lampeggiò due volte e il cellulare si spense.
«Merda» mormorò Bailey.
Lo gettò sul letto, sbuffando. Non aveva un caricabatterie — non aveva neanche pensato di portarne uno. E a giudicare da quello che Eldora gli aveva detto sulla tecnologia e la magia, dubitava che a Hogwarts ci fossero prese elettriche.
Si sdraiò e fissò il soffitto. Herbie dormiva in cima all’armadio, una palla di piume che si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro. La luce del pomeriggio filtrava dalla finestra. Bailey pensò a Edith, ai gemelli, a Tess, alla sua stanza a Leyton. Pensò alla bacchetta di William Burns, posata sul comodino accanto a lui. Al Grimorio di Merlino che aveva riempito le proprie pagine col suo nome. A tutto quello che non aveva senso e che eppure era reale.
Si addormentò senza neanche accorgersene.
Fu svegliato da un rumore sordo. Sussultò, tirandosi su di scatto, e prima ancora di rendersene conto stava puntando la bacchetta contro Amelia Burke.
La preside era in piedi nella sua stanza, il mantello grondante di pioggia, con l’aria di chi è appena uscita da una riunione troppo lunga. Non parve minimamente impressionata dal fatto che un quindicenne le stesse puntando addosso una bacchetta.
«Incubi?» domandò lei col sorriso.
«Cosa?» disse confuso Bailey.
Il cuore gli batteva all’impazzata.
«Sei fradicio.»
Bailey si passò una mano sulla fronte e la trovò umida. I capelli gli si appiccicavano alle tempie. La maglietta era bagnata di sudore. «Io...» biascicò. «Non lo so.» Si guardò attorno, spaesato. Fuori dalla finestra era calato il buio. La pioggia batteva contro i vetri. «Che ore sono?»
«È quasi ora di cena.» Amelia lo fissò per qualche secondo, e per un momento la sua espressione sembrò meno spensierata del solito — più attenta, più indagatrice. Poi il momento passò. «Devi esserti addormentato.»
Bailey non ricordava di averlo fatto. Non ricordava nemmeno cosa avesse sognato, ma aveva la sensazione di essersi dimenticato qualcosa — qualcosa d’importante, ai margini della coscienza, come una parola che hai sulla punta della lingua ma che non riesci a pronunciare.
«Ah, a me capita sempre» disse con entusiasmo Amelia, sventolando una mano. «Mi addormento nei posti più impensabili! L’ultima volta mi è successo durante un Consiglio dei Governatori, mi ero solo appoggiata alla sedia e...»
Ma Bailey non la stava ascoltando. La sensazione di aver dimenticato qualcosa non passava. Anzi, sembrava crescere, come un prurito in un punto che non riesci a raggiungere.
«...avevo solo chiuso un attimo gli occhi!»
«Perché è qui?» chiese Bailey, interrompendola.
«Ti dispiacerebbe abbassare la bacchetta?»
Bailey se ne era dimenticato. La abbassò.
«Sono qui perché devo portarti a Hogwarts.»
«Sì, giusto...» borbottò Bailey, scuotendo la testa per riprendersi. «Prendo la mia roba e...»
«Non ce n’è bisogno. Ci hanno già pensato gli elfi domestici.»
«I... i che cosa?»
«Gli elfi domestici» ripeté Amelia, come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Troverai le tue cose nel dormitorio, insieme alla valigia che ti ha preparato la signora Stone. Su, ora dobbiamo andare. Se ci sbrighiamo arriveremo giusto in tempo per il banchetto.»
E gli porse la mano.
Bailey guardò quella mano. Guardò Amelia Burke, col suo sorriso radioso e i suoi occhi verdi che brillavano di divertimento. Guardò la propria mano, che ancora stringeva la bacchetta di William Burns.
«Ah, no» disse. «Non di nuovo.»
«Ah, sì.»
Lo afferrò per il polso.
L’impatto col suolo fu brusco. Bailey si ritrovò carponi sull’erba, ansimando, il fiato che si condensava in nuvolette bianche nell’aria fredda. Sotto i polpastrelli il terreno era umido e cedevole. Amelia Burke lo aiutò ad alzarsi tirandolo su per il colletto della felpa, con la disinvoltura di chi raddrizza un vaso.
«Molto meglio» disse soddisfatta. «Questa volta non hai vomitato.»
Bailey stava per controbattere, ma le parole gli morirono in gola.
Davanti a loro si ergeva un cancello imponente, fiancheggiato da due enormi pilastri di pietra ornati di incisioni e simboli che, nella luce lunare, sembravano pulsare di un bagliore appena percettibile. In cima a ciascun pilastro troneggiava un cinghiale alato in ferro battuto, le ali aperte come in procinto di spiccare il volo, gli occhi fissi su di loro con un’espressione che Bailey non avrebbe definito accogliente. Le ante del cancello erano in ferro scuro, alte il doppio di un uomo, decorate con spirali e motivi gotici che si intrecciavano fino a scomparire nell’ombra.
Bailey le fissò. Non aveva mai visto niente di simile, eppure qualcosa in quel luogo gli risultava stranamente familiare — come un volto intravisto in un sogno di cui non ricordi i dettagli.
Amelia sventolò la bacchetta e il cancello si aprì gemendo sui cardini, facendolo riscuotere. Oltre di esso si srotolava un ampio sentiero di ciottoli che attraversava un parco, fiancheggiato da alberi secolari i cui rami nudi si protendevano verso il cielo come dita scheletriche. E lì, in fondo, stagliata contro il cielo nero come un’illustrazione strappata da un libro di fiabe, c’era Hogwarts.
Bailey non era preparato. Aveva immaginato qualcosa di più contenuto — un edificio grande, forse, un palazzo signorile. Non un dannato castello. Era gigantesco. Torri e torrette si levavano da ogni angolo, alcune illuminate da finestre che brillavano come occhi nella notte, altre avvolte nell’oscurità. Parapetti merlati correvano lungo i tetti. Da qualche parte, in alto, una luce si muoveva lungo una passerella.
«È bello grosso» si lasciò sfuggire.
«Chi, il castello?» Amelia rise. «Sì, d’altronde deve ospitare tutti i giovani maghi e streghe della Gran Bretagna.»
«Solo della Gran Bretagna? Non ci sono maghi all’estero?»
«Certo. Come ci sono altre scuole.»
«Hogwarts non è l’unica?»
«No. Ma è la migliore.»
Mentre si avvicinavano, il castello cresceva a vista d’occhio, rivelando dettagli che la distanza aveva nascosto: gargoyle appollaiati sugli angoli delle torri, ponti coperti che collegavano un’ala all’altra, scale esterne che sembravano arrampicarsi lungo le pareti di pietra senza un motivo apparente. L’aria aveva un odore diverso da Londra — pulito, umido, con una nota minerale di pietra antica e una punta di qualcosa che Bailey non riuscì a identificare. Magia, forse, se la magia aveva un odore.
Pensò di fare una foto col cellulare. Poi si ricordò che era scarico.
«Non è che a Hogwarts avete l’elettricità, vero?»
«No» trillò Amelia.
«Già, lo immaginavo» sussurrò Bailey.
Stavano costeggiando la riva di un lago. L’acqua era nera e immobile come uno specchio, e ci si rifletteva il castello capovolto, tremolante ogni volta che una leggera brezza ne increspava la superficie. Bailey rallentò il passo, lasciandosi ipnotizzare dallo sciabordare sommesso delle onde contro le pietre della riva.
«B.B.» disse Amelia. Si era affiancata a lui e camminava col volto rivolto verso il lago, il suo profilo illuminato dalla luna. «Ti dispiace se ti chiamo così? Mi piace come suona.»
«Faccia pure.»
«Volevo chiederti una cosa. Ma è un po’ privata, perciò... sentiti pure libero di non rispondere.» Fece una pausa. «Hai mai conosciuto i tuoi genitori?»
Bailey non fu sorpreso. Prima o poi gliela facevano tutti. Era una domanda che lo seguiva come un’ombra fin da quando era abbastanza grande da capire che le sue circostanze non erano normali. Il trucco era rispondere senza pensarci troppo, come recitare un copione imparato a memoria.
«Solo mia madre. Sono stato con lei fino ai sette anni. Poi si è ammalata ed è morta. Non avevo parenti da cui andare, così sono finito in mano ai servizi sociali. Da lì sono diventato una specie di pacco postale — rimbalzato da una famiglia affidataria all’altra.»
«Come mai?»
«Continuavo a scappare.»
«Ti trattavano male?»
«Alcuni sì. Erano interessati solo all’assegno di mantenimento. Altri volevano che facessi quello che dicevano senza discutere, come una specie di pupazzo.» Bailey si strinse nelle spalle. «Non sono bravo a fare il pupazzo.»
«Ma alla fine hai incontrato una famiglia che ti ha accettato per quello che sei.»
Non era una domanda. Amelia aveva un modo di dire le cose che le faceva sembrare inevitabili.
«Sì. Adrian e Edith sono a posto. Hanno adottato prima me, poi i gemelli. Non possono avere figli propri, quindi...»
«Mi dispiace sentirlo. Sembrano brave persone.»
«Lo sono.»
«E tuo padre? Sai niente di lui?»
Bailey scosse il capo. «L’unica cosa che mi ha lasciato è il suo cognome. Non so nemmeno che faccia abbia.» Esitò. «Insomma... avrebbe potuto essere un mago, giusto? Questo spiegherebbe perché io...»
«Potrebbe, sì» disse Amelia Burke. Aveva l’aria assorta, lo sguardo fisso sull’acqua nera del lago. «Tuttavia non è detto. Potresti essere un Nato Babbano.»
«Che cosa significa?»
«Un mago con entrambi i genitori privi di poteri magici.»
«Lei è figlia di maghi?»
«Siamo arrivati.»
La risposta che non era una risposta. Bailey cominciava a riconoscere lo schema.
Erano giunti al portone del castello. Era enorme, in legno scuro rinforzato da bande di ferro, con due battenti che avrebbero potuto accogliere un carro. Amelia vi batté sopra la bacchetta: il portone si socchiuse con un cigolio profondo. Si voltò verso Bailey, un lampo di divertimento negli occhi.
«Pronto per la tua grande entrata in scena?»
E lo spalancò.
La sala che li accolse era la cosa più straordinaria che Bailey avesse mai visto, e a quel punto della giornata aveva già visto parecchie cose straordinarie.
Era un’immensa stanza rettangolare, così lunga che il fondo si perdeva nella penombra. Ma era il soffitto a togliere il fiato. Al suo posto c’era il cielo — il cielo vero, con le sue nuvole nere e le sue stelle che occhieggiavano tra le lacune, come se qualcuno avesse scoperchiato il castello e lasciato entrare la notte.
«Questa è la Sala Grande» spiegò Amelia con entusiasmo. «Il soffitto è incantato per riflettere il cielo esterno. Forte, no?»
Le pareti erano in pietra antica, illuminate da centinaia di candele che fluttuavano a mezz’aria, sospese nel vuoto senza fili né sostegni. Le grandi vetrate colorate lungo i muri filtravano la luce della luna in riflessi rossi, blu e dorati che tremavano sul pavimento. Quattro lunghe tavolate di legno massiccio occupavano la sala, disposte in parallelo, e intorno ad esse sedevano decine e decine di ragazzi in divisa nera. Le loro voci si intrecciavano in un brusio che riempiva l’intero spazio.
Poi Bailey entrò, e il brusio calò.
Non di colpo. Ma a ondate, come un’eco al contrario: prima i tavoli più vicini smisero di parlare, poi quelli dopo, e quelli ancora dopo, finché l’intera sala non si ridusse a un mormorio punteggiato da sguardi curiosi, perplessi, e in qualche caso apertamente ostili. Bailey sfilò accanto ad Amelia Burke tra i tavoli, sentendo su di sé il peso di centinaia di paia d’occhi. Non era uno che si lasciava intimidire dalle attenzioni — era cresciuto abituandosi a essere guardato, giudicato, catalogato — ma doveva ammettere che quello era un tantino troppo perfino per lui.
In fondo alla sala, su una piattaforma rialzata, si trovava un tavolo orizzontale dove sedevano gli adulti. I professori, immaginò Bailey. Tra di loro riconobbe Eldora Thistledown, che gli rivolse un cenno col capo e un sorriso timido. Accanto a lei sedeva un uomo dai capelli brizzolati e dallo sguardo duro come pietra levigata, che lo stava fissando senza battere ciglio.
Amelia salì sulla piattaforma e si chinò verso l’uomo brizzolato, sussurrandogli qualcosa. Gli occhi neri dell’uomo saettarono da lei a Bailey e di nuovo a lei. Qualunque cosa Amelia gli avesse detto, non sembrò renderlo felice.
Poi la preside si posizionò davanti un piedistallo che somigliava a un leggio e si schiarì la voce. «Miei cari studenti!» esordì, e la sua voce rimbombò nella sala come se le pareti stesse la amplificassero. Il silenzio divenne completo. «Mi dispiace di avervi fatto attendere... starete morendo di fame.»
Ci furono risate e qualche borbottio contrariato.
«Prima di iniziare col banchetto, tuttavia, voglio presentarvi una persona.» Fece un gesto verso Bailey. «È un nuovo studente. Il suo nome è Bailey e spero che lo tratterete bene e che lo farete sentire a casa.» Una pausa. «Ora resta solo un’ultima cosa da fare.»
Agitò la bacchetta. Per un momento non accadde nulla. Poi qualcosa sfrecciò fuori da un corridoio laterale, volando in linea retta verso Amelia a una velocità che fece sussultare Bailey. Lei lo afferrò al volo con una mano, come chi prende una palla lanciata da un bambino.
Era un cappello. Un vecchio, logoro cappello a punta, rattoppato in più punti e sbiadito dal tempo. Un mormorio concitato attraversò la sala.
Amelia si avvicinò a Bailey. «Indossalo» disse.
Bailey guardò il cappello. Guardò Amelia. Guardò i centinaia di studenti che lo fissavano. «Sul serio?»
«Sul serio.»
Un po’ restio, lo prese e se lo calcò in testa. Era troppo grande e gli scivolò sulla fronte, coprendogli mezza faccia. Nella sala calò di nuovo il silenzio. Per un momento non successe niente.
Poi il cappello si mosse.
Bailey lo sentì contrarsi, aggiustarsi, come se stesse trovando una posizione comoda sulla sua testa. E poi una voce — che non veniva dall’esterno ma direttamente dall’interno del suo cranio, come un pensiero che non gli apparteneva — parlò.
«Ah, un nuovo studente.» La voce era rauca, antica, vagamente divertita. «Un po’ grandicello per lo Smistamento, non credi?»
«Che cos’è lo Smistamento?» disse istintivamente Bailey, e solo dopo si rese conto di aver parlato ad alta voce.
Qualcuno in sala sghignazzò.
«Non sei molto sveglio, vero?» disse il cappello con poco tatto. «Di sicuro non posso mandarti a Corvonero... e nemmeno a Tassorosso, il duro lavoro non sembra proprio la tua passione... mmh...»
La voce tacque per un momento. Bailey avvertì una sensazione strana, un formicolio diffuso dietro gli occhi, come se qualcuno stesse sfogliando le pagine di un libro che lui non sapeva di avere.
«Vedo coraggio, però» riprese il cappello. «E anche un certo, piuttosto spiccato, disprezzo per le regole. Serpeverde? Oppure Grifondoro?»
Bailey non aveva la più pallida idea di cosa il cappello stesse parlando. E soprattutto, si stava domandando perché stesse permettendo a un cappello di giudicarlo.
«Sei confuso» proseguì la voce, più bassa adesso, quasi un sussurro. «Ci sono così tante domande nella tua testa. E pensieri che non ti appartengono...» Una pausa. «Fossi in te, farei attenzione, giovane...»
Un’altra pausa, più lunga. Poi il cappello gridò, e questa volta la voce uscì all’esterno, rimbombando nella sala:
«GRIFONDORO!»
L’applauso partì dalla piattaforma dei professori — Amelia Burke che batteva le mani con entusiasmo, seguita dagli altri docenti con meno trasporto. Gli studenti, dopo un attimo di esitazione, li imitarono. Da uno dei tavoli si levò un applauso più vigoroso degli altri, accompagnato da fischi e battiti ritmici.
Bailey si tolse il cappello. Si era afflosciato tra le sue mani, inerte, di nuovo un semplice vecchio cappello.
Pensieri che non ti appartengono. Che diavolo significava?
«Vai pure dai tuoi compagni» disse Amelia, riprendendosi il cappello e indicando il tavolo da cui proveniva l’applauso più forte.
Ancora spaesato, Bailey obbedì. Percorse il tavolo dei Grifondoro in cerca di un posto, ma ogni centimetro di panca sembrava occupato.
«Ehi, nuovo arrivato! Qui!»
Un ragazzo dal volto lentigginoso e i capelli rossi come una fiamma si stava sbracciando per attirare la sua attenzione, indicando uno spazio accanto a sé. Dovevano essere più o meno coetanei. Bailey gli si avvicinò.
«Jack Weasley» si presentò il ragazzo, stringendogli la mano con una forza che non ci si sarebbe aspettati dalla sua corporatura. «Benvenuto tra i Grifondoro.»
«Bailey Burns.»
Il sorriso di Jack vacillò per un istante. «Burns?» ripeté, facendogli spazio per farlo sedere. Lo disse con un tono che Bailey cominciava a riconoscere: lo stesso stupore, la stessa ombra che attraversava il volto delle persone prima che potessero mascherarla.
«Bene» disse Amelia dalla piattaforma, riportando il silenzio. «Adesso che abbiamo risolto quest’incombenza... che si dia inizio al banchetto!»
I tavoli si riempirono di cibo. Non gradualmente, non come se qualcuno lo stesse portando — un momento prima i piatti erano vuoti, e un momento dopo erano carichi di ogni genere di pietanza: arrosti, pasticci, patate, verdure, salse, pane, dolci. Il cibo apparve dal nulla, come se fosse sempre stato lì e qualcuno avesse semplicemente rimosso un velo. Bailey non ne aveva mai visto tanto in vita sua.
«Come...?»
«Cosa?» disse Jack, che si stava già riempiendo il piatto. «Ah, questo? Opera degli elfi domestici. Cucinano tutto nelle cucine sotto la Sala Grande.»
Bailey non sapeva dove guardare. Prese un po’ di tutto, accumulando sul piatto una quantità di cibo che avrebbe fatto inorridire Edith, e si rese conto solo in quel momento di quanta fame avesse. Il sapore era straordinario. Ogni boccone era migliore del precedente.
«Sei un Nato Babbano, giusto?» chiese a un certo punto Jack con la bocca piena.
Bailey gli lanciò un’occhiata. «Come l’hai capito?»
«I tuoi abiti» spiegò Jack, indicando con la forchetta la felpa e i jeans di Bailey. «Se fossi nato in una famiglia di maghi non ti vestiresti così.»
«Cosa c’è che non va nei miei vestiti?»
«Niente! Anzi, sembrano comodi. I miei mi costringono a indossare la tuniche perfino il weekend.» Fece una smorfia. «Tu invece? Babbano al cento per cento?»
«Non lo so, in realtà. Non ho conosciuto mio padre.»
«Capito.» Jack non insistette, il che gli fece guadagnare un punto a favore nella stima di Bailey. «Io sono un mezzosangue. Padre mago, madre Babbana.»
«Senti, Jack...»
«Chiamami pure Jackie.»
«Jackie. Che cosa sono esattamente Grifondoro, Corvonero, Serpeverde e Tassorosso?»
Jack si voltò verso di lui, gli occhi verdi sgranati. «Sono le Casate! Non sai cosa sono le Casate?»
«Fino a ieri sera non sapevo nemmeno che la magia esistesse.»
«Giusto.» Jack posò la forchetta, come se la spiegazione richiedesse la massima serietà. «Le Casate sono quattro gruppi in cui vengono divisi gli studenti. Ogni Casata rappresenta un insieme di valori. La nostra, Grifondoro, è nota per il coraggio. Il nostro simbolo è un leone. Poi c’è Tassorosso: lealtà e dedizione, il loro simbolo è un tasso. A seguire Corvonero: intelligenza e saggezza, hanno come stemma un’aquila.»
«Allora perché si chiamano Corvonero e non Aquilanera?»
«Non ne ho idea» ammise candidamente Jack. «Me lo sono sempre chiesto anch’io. E infine c’è Serpeverde.»
Ma non aggiunse altro.
«E i Serpeverde sono...?» lo incitò Bailey.
«La Casata degli infami» rispose secco Jack, e dal suo tono era chiaro che la definizione non era ironica. «Astuzia e ambizione, dicono loro. Stronzi e maneggioni, dico io.»
«Ah» disse Bailey. «Be’... a naso, direi che non ti stanno molto simpatici.»
«No, infatti. Se vuoi un consiglio: non dare mai confidenza ai Serpeverde. Sono uno peggio dell’altro.»
Dopo i primi seguirono i secondi e poi i dolci — crostate, budini, torte di melassa, e una cosa gelatinosa di color porpora che Bailey assaggiò per curiosità e che si rivelò stranamente buona. A fine pasto dovette allentare la cintura. Cominciava anche a sentire il sonno premere dietro gli occhi.
Amelia Burke si alzò dalla sua sedia e tornò al piedistallo. «E ora che abbiamo tutti la pancia piena, possiamo andarcene a dormire!»
Ci fu un trambusto generale. Le panche strisciarono sul pavimento, centinaia di voci ripresero a parlare tutte insieme, e i ragazzi cominciarono a defluire dalla sala in colonne disordinate.
«Che sta succedendo?» domandò Bailey.
«Ci ritiriamo nei dormitori» rispose Jack, alzandosi. «Seguimi, è di là.»
Uscirono dalla Sala Grande e salirono una scala di marmo che Bailey avrebbe giurato non fosse nella stessa posizione di quando erano entrati. I muri erano tappezzati di quadri, centinaia di quadri, tutti animati: cavalieri che lucidavano le armature, donne che ricamavano, vecchi che dormivano, e un branco di cani da caccia che correva da una cornice all’altra inseguendo qualcosa di invisibile.
«Immagino che per te sia una novità» disse sghignazzando Jack, notando il suo sguardo.
«Più o meno. È che non riesco ad abituarmi. Mi mettono... ansia.»
«Ah, ignorali! La maggior parte di loro si fa gli affari propri. Sono quelli che ti parlano per primi che devi evitare: di solito vogliono raccontarti la storia della loro vita, e per una persona che è stata dipinta nel 1300 la storia è piuttosto lunga.»
«Dove si trova il dormitorio?»
«Nella Torre di Grifondoro.»
Camminarono per quello che a Bailey sembrò un’eternità. Corridoi, scale, pianerottoli, altri corridoi. Svoltarono a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Passarono davanti a una porta che Bailey avrebbe giurato di aver già visto, ma Jack proseguì senza esitare. Alla fine raggiunsero una scala a chiocciola dai gradini consumati che li portò a un altro corridoio, in fondo al quale la folla di Grifondoro si era ammassata davanti a un grosso quadro.
Il quadro ritraeva una donna corpulenta, vestita di tutto punto, con un abito di seta rosa e un’espressione da guardiana di cancello.
«Prugna secca!» urlò qualcuno dalla folla.
«È esatto» disse la donna nel quadro, con un cenno regale del capo.
Il quadro oscillò in avanti come una porta — perché era una porta, Bailey si rese conto — rivelando un buco nel muro. Lentamente, i Grifondoro cominciarono ad arrampicarsi dentro.
«Quella era la parola d’ordine» spiegò Jack, notando la sua faccia. «Cambia ogni settimana. Se la dimentichi, resti fuori.»
Bailey entrò dietro di lui e si ritrovò nella sala comune di Grifondoro.
Era come entrare dentro un abbraccio. Le pareti erano rivestite di arazzi raffiguranti scene di cavalieri e leoni dorati su sfondo rosso cremisi. Un grande camino in pietra dominava la parete di fondo, e il fuoco che crepitava al suo interno diffondeva un calore che Bailey sentì fin nelle ossa. L’aria profumava di legna bruciata e di qualcosa di dolce che non riuscì a identificare. Le poltrone e i divani, rivestiti di velluto rosso e oro, erano disposti in cerchio intorno al camino, e sopra quest’ultimo un imponente ritratto di un uomo dalla barba rossa e lo sguardo fiero osservava la stanza come un padre che sorveglia i propri figli.
«Quello è Godric Grifondoro» disse Jack. «Il fondatore della nostra Casata.»
Le finestre ad arco, ornate di tende pesanti, lasciavano filtrare la luce della luna che si posava sul pavimento di legno lucido. Qua e là, tavolini carichi di libri e pergamene. In un angolo, qualcuno aveva lasciato una partita a scacchi a metà: i pezzi si muovevano da soli, borbottando tra loro.
«Quella porta conduce al nostro dormitorio» disse Jack, indicando una scala a chiocciola in fondo alla sala. «Dormiamo in stanze da quattro. Hai domande?»
Bailey ne aveva a decine. Cominciò dalla più urgente. «Dove dormo?»
«In che senso?»
«Be’, ci saranno dei letti.»
«Certo.»
«Ma io sono arrivato stanotte. Non so se ce n’è uno per me.»
Jack aggrottò la fronte. «In effetti... la preside non ti ha detto nulla?»
«No.»
«Allora forse dovresti tornare da lei e chiederglielo. Magari si è dimenticata.»
«Puoi accompagnarmi?»
Bailey era certo di perdersi.
«Amico, non ci è permesso andarcene a zonzo dopo un certo orario. A meno che tu non sia un Prefetto.»
«Che cosa sono i Prefetti?» domandò rassegnato Bailey.
«Studenti scelti per rappresentare e assistere i compagni della propria Casata. Il nostro Prefetto è Thomas.» Jack fece una smorfia. «Mio fratello.»
«Credi che possa aiutarmi?»
«Chiediamoglielo.» Jack si guardò intorno. «Eccolo lì.»
Si avvicinarono a un ragazzo alto, dai capelli rossi come Jack ma portati più corti e in modo più ordinato, intento a parlare con un gruppetto di compagni. La somiglianza era evidente, ma dove Jack aveva un’aria spavalda e un po’ arruffata, Thomas emanava la compostezza rigida di chi si prende troppo sul serio.
«Tommy» disse svogliato Jack.
Lui si girò. «Che vuoi?» chiese in tono altezzoso.
«Lui è Bailey.»
«Lo so chi è.» Thomas porse la mano a Bailey con un gesto studiato. «Piacere di conoscerti. Thomas Weasley.»
«Ehi.»
«Ha bisogno di una mano» spiegò Jack. «Deve parlare con la preside.»
«La preside?» Thomas gonfiò il petto, e Bailey notò una spilla rossa con la scritta «Prefetto» agganciata alla sua divisa. La toccò con un dito, come per assicurarsi che fosse ancora lì. «Perché?»
«Non sa dove dormire. La Burke non glielo ha detto.»
«E vorreste disturbare la preside per questa scemenza?»
«Non è una scemenza!»
«Lo è. Di sicuro ci sarà un letto per lui.»
«Tu dici? La Burke non sapeva nemmeno dove il cappello lo avrebbe messo» replicò sarcastico Jack. «Vuoi farlo dormire nella sala comune?»
Thomas tentennò, colto in contropiede. «Non è comunque un buon motivo per disturbare la preside» disse, recuperando il tono spocchioso. «E poi a quest’ora si sarà ritirata nel suo ufficio. Non conosco la parola d’ordine per superare i Gargoyle» aggiunse, prima che il fratello potesse ribattere.
«E Lucas? È un Caposcuola, forse lui la conosce...»
«Come ho detto, non è un motivo valido per...»
«Vieni, Bailey, proviamo a chiedere a Lucas» lo interruppe Jack.
«Sono sicuro che ci sia un letto per lui!» sbottò Thomas, offeso a morte. «Basterà controllare!»
«Vuoi fare il giro di tutte le camere?»
«È esattamente ciò che farò!»
E sparì su per la scala a chiocciola con la dignità ferita di un funzionario a cui hanno messo in dubbio le competenze.
Jack scosse il capo. «Capisci con chi ho a che fare?»
«Non dovremmo aiutarlo?»
«E se il letto non c’è? Ti toccherà dormire su una delle poltrone.»
«Be’, sembrano comode. E sono vicino a un bel camino. Ho dormito in posti peggiori» disse Bailey, per sdrammatizzare.
«E la tua roba?»
Quello era un altro problema.
«Ecco Lucas» disse Jack, avvicinandosi a un ragazzo alto e magro con un’aria seria. «Ehi, Luke, tu per caso conosci la parola d’ordine per entrare nell’ufficio della Burke?»
«No, perché?»
«Accidenti.»
«Non importa, davvero» disse Bailey. «Dormirò qui per stanotte. Domani parlerò con la Burke e...»
Ci fu un forte CRACK.
Il suono esplose nel silenzio della sala comune come un petardo. Diversi ragazzi sussultarono, voltandosi di scatto. Bailey e Jack fecero altrettanto, ma non videro nulla.
«Lì!» urlò uno studente, indicando il camino. «È un elfo domestico!»
Bailey si girò. Davanti al camino c’era una creatura che un istante prima non c’era. L’elfo domestico non superava il metro di altezza. Aveva orecchie enormi, a punta, sproporzionate rispetto al resto del corpo, con ciuffi di peli bianchi che ne uscivano come erbacce da una grondaia. I suoi occhi — grandi come palline da tennis, sporgenti, umidi — occupavano la maggior parte del viso. Il naso era lungo e appuntito, costellato di grossi bubboni. Indossava uno straccio che gli pendeva da un fianco come una bandiera dimenticata.
«Quello sarebbe un elfo domestico?» disse inorridito Bailey.
«Non sono tutti così» lo rassicurò Jack. «Di solito sono molto più... carini. Questo dev’essere parecchio vecchio.»
L’elfo si guardò intorno con movimenti scattosi, girandosi la testa di qua e di là. Non appena incrociò lo sguardo di Bailey, i suoi occhi marroni si dilatarono fino a sembrare ancora più grandi — cosa che Bailey non avrebbe creduto fisicamente possibile.
«Padrone» gracchiò l’elfo, e si esibì in un inchino così profondo che il naso toccò il pavimento.
Tutti i presenti guardarono Bailey.
«Lo conosci?» chiese stupito Jack.
«Cosa? No! Non l’ho mai visto in vita mia!»
L’elfo si raddrizzò. «Twick è qui per servire il padrone.»
«Sicuro di non conoscerlo?» insistette scettico Jack.
«È la prima volta che vedo un elfo. Un elfo vero.»
Jack si grattò il mento. «Be’, lui sa chi sei. Ti chiama “padrone”, il che è strano.»
«Perché?»
«Perché gli elfi domestici appartengono a un mago, o a una famiglia di maghi. Non ti chiamerebbe “padrone” se non ti appartenesse. E non sono molti i maghi che possono permettersi i servigi di un elfo domestico...»
«Il ragazzo sta forse importunando il mio padrone con i suoi blateramenti?» sibilò Twick, fissando Jack in cagnesco.
«Sembra un tipo simpatico» commentò Jack con leggerezza.
«Il padrone non deve stare ad ascoltare questa marmaglia. Venga con me, padrone — Twick la porterà nella sua stanza. Il padrone sarà stanco...»
«Sempre se c’è una stanza per lui» osservò Jack.
Twick lo fulminò con uno sguardo che avrebbe cagliato il latte. «Certo che c’è! Twick se ne è assicurato personalmente! Ha organizzato tutto con quella traditrice del suo sangue di Amelia Burke!»
«Con quella... cosa?» balbettò Bailey.
«Lascia perdere» disse Jack. «Pare che non dormirai nella sala comune, dopotutto.»
«Venga, padrone, venga!» disse con sussiego Twick, caracollando verso le scale.
Bailey arretrò d’istinto. L’elfo era a malapena un metro e aveva il fascino di uno scarafaggio in abito da sera, ma c’era qualcosa nei suoi occhi — una devozione feroce e totale — che lo metteva profondamente a disagio.
«Ti conviene seguirlo» gli suggerì Jack. «A meno che non tu voglia passare con lui tutta la notte qui nella sala comune.»
«No» disse Bailey. La sola idea era raccapricciante. «Va bene. Portami alla mia stanza.»
L’elfo si esibì in un secondo inchino — il naso di nuovo sul pavimento — e zampettò su per la scala a chiocciola. Bailey lo seguì. Sbucarono in un corridoio stretto su cui si affacciavano diverse porte aperte. Mentre avanzavano, Bailey diede un’occhiata all’interno delle stanze: letti a baldacchino in legno scuro, ognuno dotato di pesanti tende rosse per la privacy. Alcuni ragazzi erano già in camera, intenti a chiacchierare o a prepararsi per la notte.
«Al padrone piacerà» disse Twick, trottando avanti con le braccia penzoloni. «Twick ha scelto per lui la stanza più bella, sì... Twick ha controllato di persona, padrone. Ha preparato una stanza per ogni Casata, perché non sapeva dove il padrone sarebbe stato smistato. Anche se Twick pensava che sarebbe finito a Serpeverde...»
«Come mai?»
L’elfo non rispose.
«Perché dici che sono il tuo padrone?» insistette Bailey. «Noi due non ci siamo mai visti. Sicuro che non mi stai confondendo con qualcun altro?»
«Nessun dubbio» disse Twick con una sicurezza che non ammetteva repliche. «Ecco.»
Si fermò davanti a una porta e sprofondò nell’ennesimo inchino, sollevando una mano rachitica dalle dita lunghe per invitarlo a entrare.
Bailey sbirciò all’interno. Non c’era nessuno. Le lampade a olio e i candelabri proiettavano una luce soffusa e calda. Il pavimento era coperto da tappeti spessi e rossi, decorati con il leone di Grifondoro in filo dorato. Cinque letti a baldacchino erano disposti lungo le pareti, ciascuno con le proprie tende, il proprio comodino, il proprio forziere ai piedi. Sulle pareti, tra un letto e l’altro, i ragazzi che occupavano la stanza avevano appeso foto, bandiere, poster. Alcune delle foto si muovevano — ragazzi che salutavano, che ridevano, che facevano smorfie alla macchina fotografica.
«Il suo letto, padrone» disse Twick, accostandosi a quello posizionato proprio sotto la finestra ad arco.
Bailey si avvicinò e diede un’occhiata fuori. La vista toglieva il fiato: i terreni di Hogwarts si estendevano sotto di lui, il lago nero che luccicava alla luce della luna, e oltre il lago il profilo scuro di una foresta che sembrava non avere fine.
«Twick sa che il padrone avrebbe preferito una stanza tutta per sé, ma non ha potuto fare di più» disse l’elfo, e la sua voce si incrinò. «Stupido, inutile Twick!» Si colpì in testa con un pugno — un colpo secco e violento che fece sussultare Bailey.
«Ehi! Non...»
«Twick spera che il padrone lo perdonerà...»
«Va benissimo» disse in fretta Bailey, sedendosi sul letto e saggiando il materasso. «Mi piace qui. È accogliente. Per favore, smettila di picchiarti.»
«Il padrone è esempio di umiltà e saggezza» disse Twick, e nei suoi grandi occhi umidi brillò qualcosa che somigliava a una lacrima.
S’inchinò per l’ennesima volta. Bailey stava cominciando a perdere il conto.
«Non è che per caso sai anche dov’è la mia roba?» chiese, cercando di cambiare argomento.
Twick schioccò le dita. Un grosso bagaglio e la gabbia di Herbie comparvero dal nulla nel mezzo della stanza. L’allocco lanciò un grido acuto, sbattendo le ali con indignazione.
«Twick ha preferito tenere da parte le cose del padrone fino al suo arrivo» spiegò l’elfo. «Non voleva che quegli indegni ragazzini ci mettessero le mani sopra» ringhiò, scoprendo i denti gialli.
«Be’... grazie, Twick.»
«Sono qui per servirla.» Toccò quasi il pavimento col naso. «Lasci che me ne occupi io, padrone» aggiunse in tono ossequioso, vedendo che Bailey stava per aprire il bagaglio.
Twick sistemò i vestiti e il resto della roba nel forziere ai piedi del letto con una cura meticolosa, canticchiando sottovoce una melodia che Bailey non riconosceva. Ogni capo venne piegato, lisciato, disposto con una precisione quasi maniacale. Bailey lo lasciò fare. Nonostante l’aspetto e le maniere eccentriche, cominciava a provarci una certa simpatia per quell’elfo.
«Se mi è concesso, padrone» disse Twick a un certo punto, raddrizzandosi. «Posso consigliarle di portare il gufo alla Guferia della scuola? In questo modo non disturberà il padrone durante la notte.»
«Ehm... ok. Dove si trova la Guferia?»
«Ah, ma naturalmente se ne occuperà Twick! Il padrone deve solo pensare a riposare.» L’elfo prese la gabbia di Herbie. L’allocco lo fissò con gli occhi ridotti a fessure. «E in caso il padrone abbia bisogno di Twick, gli basterà fare il suo nome.»
«D’accordo.»
«Buonanotte, padrone.» L’elfo sorrise, mostrando la fila di denti giallognoli. «Faccia bei sogni.»
E sparì con un altro sonoro CRACK. Herbie e la gabbia con lui.
Bailey si era appena infilato il pigiama che Twick gli aveva lasciato sul letto — un pigiama a righe che sapeva di pulito e di lavanda, come le lenzuola del Paiolo Magico — quando la porta si aprì e nella stanza entrarono quattro ragazzi.
Erano tutti della sua età, o giù di lì. Il primo a varcare la soglia fu un ragazzo nero con le treccine e un sorriso contagioso che gli illuminava il volto. Dietro di lui, un ragazzo biondo con i capelli che spuntavano in tutte le direzioni, come se avesse infilato le dita in una presa elettrica. Poi uno con i capelli scuri e un’aria tranquilla. E infine — Bailey lo notò per ultimo — un ragazzo con una folta chioma di capelli castano ramato e un volto efebico, spigoloso, con zigomi alti e occhi di un azzurro freddo che lo squadrarono dalla porta con un’espressione che stava a metà tra la curiosità e la diffidenza.
«Ecco il nuovo arrivato» disse sorridendo il ragazzo con le treccine. «A quanto pare dormirai con noi.»
«Era scontato» disse in tono saccente quello con i capelli ramati. «Siamo l’unica stanza con un letto in più.» Aveva una voce bassa, un po’ roca, e il modo di parlare di chi ha l’abitudine di avere l’ultima parola.
«Lui è Arti» disse il ragazzo con le treccine. «Il simpatico del gruppo.»
«Sono Arthur Morgan» replicò brusco lui, lanciando un’occhiataccia al compagno.
«E io sono Matthew Taylor» disse il ragazzo con le treccine, stringendogli la mano. «Loro sono Samuel Davies» indicò il biondo «e Oliver Walker» indicò quello con i capelli scuri.
«Bailey Burns.»
Il silenzio che seguì durò appena un battito di cuore, ma Bailey lo avvertì. I ragazzi si scambiarono un’occhiata.
«Burns?» disse Matthew, e il sorriso gli si congelò a metà. «Dì un po’, non è che sei parente di quel Burns, vero?»
Bailey era tentato di dire «può darsi» solo per vedere le loro facce, ma si trattenne. «No. Solo una coincidenza.»
«Fiuù, meno male!» Matthew si portò una mano al petto. «Me la stavo già facendo sotto. Piacere di conoscerti, Bailey.»
«Chiamatemi pure B.B.»
«Mi piace» disse Matthew, ammiccando.
«Ci stai già provando, Matt?» disse Samuel.
«Vuoi farmene una colpa? L’hai visto?»
«Non farci caso, B.B.» disse Oliver con un mezzo sorriso. «A Matt piace importunare i bei ragazzi. È più forte di lui.»
«Sta’ tranquillo» aggiunse Matthew, alzando le mani in segno di resa. «Terrò le mani a posto. A meno che tu non voglia divertirti un po’...»
«Sei disgustoso!»
«Lo so.» Ridacchiò lui.
«I gusti sono gusti, no?» disse divertito Bailey.
«Sentito? Sveglio e carino. Proprio il mio tipo.»
«A te basta che respirino...»
I ragazzi si accomodarono sui propri letti, togliendosi le scarpe e allentando le cravatte. La stanza si riempì del rumore familiare di un dormitorio che si prepara alla notte: cassetti che si aprono, vestiti che vengono gettati su sedie, il cigolio di materassi sotto il peso di corpi che si lasciano cadere.
«Allora, B.B.» disse Oliver, sdraiandosi di traverso sul letto con le braccia dietro la testa. «Qual è la tua storia? Ti sei trasferito dall’estero?»
«No.»
Bailey raccontò. Dall’inizio: Amelia Burke che bussava alla porta, le poltrone che apparivano dal nulla, la Smaterializzazione, il Paiolo Magico, la bacchetta. Omise il dettaglio su William Burns — non sapeva perché, ma qualcosa gli suggerì di tenerlo per sé. Quando finì, gli altri lo fissavano a bocca aperta. Tutti tranne Arthur Morgan, che stava seduto sul letto con le gambe incrociate e un’aria pensierosa, il mento appoggiato al pugno.
«Non credevo che il Grimorio potesse commettere errori» disse Oliver. «È una cosa senza precedenti.»
«Io non sapevo neanche che gli studenti venissero scelti da un libro!» disse stupito Matthew. «Voglio dire... chissà quanti altri sono stati scartati? In base a cosa ti sceglie?»
«Secondo le voci, in base alla tua abilità magica» disse Samuel. «Ma sarebbe un sistema troppo discriminatorio. La verità è che nessuno lo sa.»
«Merda» mormorò Matthew, abbassando lo sguardo.
«Dev’essere stato un bello shock per i tuoi genitori adottivi» proseguì Oliver.
«Un po’.»
«Anche i miei sono Babbani. Quando è arrivata la lettera hanno pensato a uno scherzo, come te, ma poi è arrivata la professoressa Thistledown... il giorno più bello della mia vita.» Oliver sorrise. «I miei non se ne sono ancora fatti una ragione.»
«Quindi non sai niente dei tuoi veri genitori?» chiese Samuel.
Matthew e Oliver gli lanciarono occhiate eloquenti.
«Che c’è?»
«Dai, Sam, ti sembrano domande da fare?»
«Non importa» disse Bailey. «Sono cresciuto con mia madre, almeno finché non si è ammalata.»
«Ah... che ha?»
«Sam!»
«Che ho detto ora?»
«È morta» disse Bailey, con il tono piatto di chi ha ripetuto la stessa frase troppe volte. «Otto anni fa. Cancro al cervello.»
Samuel arrossì fino alla punta delle orecchie.
Calò un silenzio scomodo. Fu Arthur Morgan a romperlo. «Mi dispiace» disse, a voce bassa. E dal modo in cui lo disse — senza pietismo, senza imbarazzo, come una semplice constatazione — Bailey capì che lo pensava davvero.
Si strinse nelle spalle. «Raccontatemi un po’ di voi. Finora ho parlato solo io.»
«Be’, non c’è molto da dire» esordì Oliver. «Come ti ho detto, i miei sono Babbani. Matt e Sam sono mezzosangue.»
«Mia madre ha scoperto che mio padre era un mago solo dopo che si erano sposati» disse Matthew. «È arrivata a tanto così dal chiedergli il divorzio.» Avvicinò pollice e indice fino a quasi toccarsi.
«Mio padre invece l’ha sempre saputo» disse Samuel. «Mia madre è una pessima bugiarda, preferisce dire le cose in faccia.»
«Ora sappiamo da chi hai ripreso, Sam.»
«E tu?» domandò Bailey, guardando verso Arthur.
Lui non rispose subito. Stava giocherellando con un filo del copriletto, senza guardare nessuno. «Mia madre è una strega» disse infine.
«E tuo padre?»
«Un Babbano. Hanno divorziato quando avevo tre anni.»
«Non lo sapevo!» esclamò Matthew. «Non ce l’hai mai detto, Arti!»
«Non me l’hai mai chiesto» replicò piccato Arthur. «E comunque è irrilevante.»
«Sì, ma digli chi è tua madre» intervenne Samuel.
«Non vedo come...»
«Sì, deve saperlo» concordò Matthew. «Metti che abbiate uno screzio: almeno sa con chi ha a che fare.»
«Addirittura?» sghignazzò Bailey. «È qualcuno d’importante?»
«È nientedimeno che il Ministro della Magia» disse Samuel.
Bailey lo guardò, poi guardò Arthur, che aveva l’aria abbastanza seccata.
«Dovrai fare attenzione con lui, B.B., se non vuoi farti cacciare da scuola» disse Matthew con un sorrisetto.
«Cavolo, Arti» disse Bailey, fischiando piano. «Il Ministro, eh? Immagino che sia come essere il figlio del Primo Ministro... quello Babbano, intendo.»
«Mi chiamo Arthur.»
«Non dargli retta» disse Matthew. «A scuola tutti lo conoscono come Arti ormai.»
«Perché voi vi ostinate a chiamarmi così!»
«È carino, Arti» disse Bailey. «Arthur sa un po’... di vecchio.»
Arthur strinse gli occhi azzurri. Per un momento Bailey pensò di aver esagerato, ma ormai era troppo tardi.
«Oh-oh, attento, B.B.» disse Matthew. «Non ti conviene farlo arrabbiare.»
«Dovremmo metterci a dormire. È tardi» disse Arthur in tono tagliente, mettendo fine alla discussione.
«Quando hai ragione, hai ragione.»
Quando anche gli altri si furono cambiati, si misero sotto le coperte. Le luci si spensero — non tutte insieme, ma una alla volta, come se le lampade si stessero addormentando anche loro.
«Che avete da fare domani?» mormorò Bailey nel buio.
«Vuoi dire che abbiamo da fare» lo corresse Matthew. «Dobbiamo alzarci presto per le lezioni.»
«A proposito» disse Samuel. «Secondo voi B.B. starà in classe con noi?»
«Non credo» rispose Oliver. «Secondo me lo metteranno con quelli del primo anno.»
«No.»
«Per forza. Non può saltare quattro anni di programma e sperare di stare al passo» disse Arthur.
La sua voce nel buio era pacata, ragionevole, il che la rendeva più irritante.
«Certo che è strana forte ’sta cosa» disse Matthew. «Ma ci pensate? Poteva capitare a uno di noi.»
«Basta chiacchiere» concluse Arthur.
Il silenzio scese sulla stanza. Dal letto di Samuel arrivò un sospiro, poi un fruscio di lenzuola, poi più nulla.
Bailey non dormiva. Fissava le ombre che la luna proiettava sul soffitto attraverso le tende scostate, con le braccia incrociate sotto la testa. Da quella posizione, se alzava lo sguardo, poteva vedere la luna capovolta nel vetro della finestra — piena, luminosa, sospesa sopra la foresta come una lanterna.
Era stata una giornata carica. No, carica non rendeva l’idea. Era stata la giornata più assurda, incredibile e sopraffacente della sua vita, e la barra era già piuttosto alta.
Il suo inizio a Hogwarts non era stato niente male, doveva ammetterlo. Si era già fatto degli amici — il che non era poco per uno che di solito impiegava settimane a fidarsi delle persone. Jack era simpatico. Matthew era divertente. Samuel era un po’ indelicato ma in buona fede. Oliver era tranquillo. E Arthur... Arthur era difficile da inquadrare. Freddo in superficie, ma c’era qualcosa sotto — Bailey l’aveva visto in quel «mi dispiace» detto senza fronzoli.
Pensò a Tess. A cosa stava facendo in quel momento. A come avrebbe reagito se avesse saputo la verità. Pensò a Edith e alla sua faccia quando Amelia Burke aveva fatto apparire le poltrone. Pensò ai gemelli e al caos che avrebbero scatenato se qualcuno avesse dato loro una bacchetta.
Poi pensò a quello che aveva detto Oliver, e il sorriso gli si spense. Il primo anno. Sarebbe finito con i ragazzini di undici anni, a imparare cose che tutti gli altri avevano già imparato quattro anni prima. Si sentiva già le battute addosso, gli sguardi, i sussurri nei corridoi. Il quindicenne che fa lezione coi bambini. La sola idea gli faceva stringere i pugni sotto le coperte.
Eppure non c’era alternativa. Non sapeva nulla di magia. Non potevano metterlo con i suoi coetanei, che avevano già quattro anni di studi alle spalle.
Bailey sospirò e chiuse gli occhi. Pensieri che non ti appartengono. Le parole del cappello gli tornarono in mente, e con esse la sensazione che aveva provato al Paiolo Magico — quella nebbia, quel vuoto, quella certezza di aver dimenticato qualcosa d’importante.
Preferì non pensarci. Considerando ciò che lo aspettava, era meglio riposare.
Il sonno venne, alla fine. Ma prima di arrivare, nel buio dietro le sue palpebre, Bailey avrebbe giurato di aver visto un bagliore. Poi il nulla.
Era in una casa che non aveva mai visto prima, eppure la conosceva. La conosceva come si conosce il proprio corpo — senza bisogno di guardarsi, senza bisogno di pensarci. Si muoveva con disinvoltura tra corridoi di legno scuro, girando gli angoli prima ancora di raggiungerli, aprendo porte prima ancora di toccarle.
Le pareti erano rivestite di pannelli antichi, decorati con quadri che ritraevano paesaggi nebbiosi e figure sfuggenti, i cui volti si dissolvevano ogni volta che provava a metterli a fuoco. Il pavimento scricchiolava sotto i suoi passi, ma il suono era rassicurante, familiare, come il battito del proprio cuore. Ogni porta rivelava una stanza diversa: una biblioteca con scaffali che raggiungevano il soffitto, così alti che l’ultima fila di libri si perdeva nell’ombra; un salone illuminato da un gigantesco lampadario di cristallo le cui candele bruciavano senza consumarsi; una cucina che emanava il profumo di spezie e dolci appena sfornati, anche se i fornelli erano spenti e le pentole vuote.
Non c’era nessuno. La casa era immersa in un silenzio profondo, quasi liquido, ma non lo turbava. Si sentiva a suo agio in quella solitudine, come se fosse fatta su misura per lui. Continuò a esplorare, guidato da qualcosa che non riusciva a spiegare — non una voce, non un suono, ma una specie di trazione, un richiamo silenzioso che gli tirava il centro del petto come un filo invisibile, spingendolo sempre più avanti, sempre più in fondo…
«B.B.!»
Bailey spalancò gli occhi. Arthur Morgan era chinato sopra di lui, a una distanza che in qualsiasi altra circostanza avrebbe giudicato inappropriata. I suoi occhi azzurri lo fissavano con un’irritazione che rasentava l’omicidio.
«Che cosa…»
«È da mezz’ora che ti chiamo» disse Arthur, raddrizzandosi. «Devi alzarti. Siamo già in ritardo per la colazione.»
Bailey si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi. Le immagini del sogno gli danzavano ancora dietro le palpebre — il corridoio, le stanze, il filo invisibile che lo tirava in avanti. Gli altri letti erano vuoti, le coperte sfatte, le tende dei baldacchini aperte.
«Dove…»
«Sono già scesi» spiegò Arthur, finendo di allacciarsi la cravatta con gesti precisi e rapidi. «Sul serio, B.B., se non ti dai una mossa ti lascio qui.»
Bailey si trascinò fuori dal letto. Il corpo gli pesava come se qualcuno gli avesse riempito le ossa di piombo durante la notte. Sbadigliando, cominciò a vestirsi con le prime cose che trovò nel forziere.
«Non dimenticarti la divisa» disse impaziente Arthur, infilando la propria con la cura di chi stira i vestiti addosso.
Bailey lo imitò con molta meno grazia. Arthur si guardò nello specchio sul comodino, afferrò una spazzola e se la passò tra i capelli con gesti misurati. I capelli ramati gli ricadevano morbidi sulle tempie, catturando la luce della finestra.
«Hai dei bei capelli» disse Bailey.
Arthur si immobilizzò con la spazzola a mezz’aria, come se qualcuno gli avesse premuto il tasto pausa.
«Era un complimento.»
Arthur arrossì dalla punta del mento fino alle orecchie. «Muoviti» disse brusco, posando la spazzola e afferrando la borsa piena di libri.
«Sono pronto.» Bailey si girò su sé stesso. «Dov’è il bagno? Ho la vescica che mi sta scoppiando.»
In bagno, Bailey si prese un momento. Si appoggiò al lavandino e si guardò allo specchio. Aveva un aspetto orribile: la pelle tirata, occhiaie scure, i capelli appiccicati alle tempie dal sudore. Eppure aveva dormito. Si sciacquò la faccia con l’acqua fredda — che a Hogwarts era veramente fredda, il genere di freddo che ti fa sentire temporaneamente vivo — e restò a fissare il proprio riflesso che gocciolava.
Il sogno. La casa. L’aveva già sognata? Non ne era sicuro, ma la sensazione che gli aveva lasciato — quella familiarità, quel richiamo — era troppo precisa per essere una novità. Era come ricordare qualcosa che non sapeva di aver dimenticato.
Non appena uscì, Arthur gli sbraitò un «Sbrigati!» dal corridoio e marciò via a passo di carica. Bailey dovette allungare il passo per stargli dietro. La sala comune era deserta. L’attraversarono al volo e uscirono dal buco dietro il quadro della Signora Grassa.
Bailey doveva ammettere che senza Arthur sarebbe stato perduto. Il castello era un labirinto in tre dimensioni: scale che cambiavano direzione, corridoi che sembravano spostarsi durante la notte, porte che non si aprivano il martedì e pareti che fingevano di essere porte. Un paio di volte Arthur deviò dal corridoio principale, infilandosi dietro arazzi che nascondevano scorciatoie, o premendo pannelli di pietra che rivelavano passaggi segreti.
«Come fai a sapere tutte queste cose?» chiese ansimante Bailey.
«Quattro anni di pratica» rispose Arthur senza voltarsi.
La Sala Grande era strapiena. Si sedettero nei primi posti liberi alla tavolata di Grifondoro e cominciarono a riempirsi i piatti. Bailey ingurgitò uova e pane tostato con la concentrazione di chi sa che la giornata sarà lunga.
Arthur controllava ossessivamente l’ora dal suo orologio da polso. «Tra poco dovrebbero arrivare i gufi con la posta.»
Bailey alzò lo sguardo. Il soffitto incantato rifletteva un cielo grigio e basso. «Arriva la posta con i…»
«Burns.»
Si voltò. Era Eldora Thistledown, in piedi dietro di loro con un fascicolo sotto il braccio.
«Buongiorno, professoressa» la salutò in tono rispettoso Arthur, raddrizzando le spalle.
«Giorno anche a te, Morgan.» Eldora sorrise, poi si rivolse a Bailey. «Vedo che hai già stretto amicizia. Com’è stata la tua prima notte a Hogwarts?»
«Fantastica. I miei compagni sono molto simpatici.»
«Mi fa piacere.» Eldora tirò fuori un foglio dal fascicolo. «Ho qui il tuo orario. Seguirai le lezioni con gli alunni del primo anno.»
Bailey si afflosciò sulla panca. Quindi era vero.
«Non possiamo fare altrimenti» disse Eldora con sguardo contrito, notando la sua reazione. «Inoltre dovrai seguire delle lezioni private per recuperare il programma degli ultimi due mesi.» Si voltò. «Morgan.»
«Sì?» scattò lui, irrigidendo la schiena come un soldato al rapporto.
«La preside mi ha chiesto di comunicarti che sarai tu a occupartene.»
«Cosa?» balbettò Arthur, sgranando gli occhi.
«Sei molto fortunato, Bailey» proseguì Eldora, senza far caso alla faccia scioccata di Arthur. «Morgan è lo studente migliore del suo anno. E il fatto che abbiate legato facilita le cose.»
«Ma…» Arthur si riscosse. «Professoressa, non posso. Ho i G.U.F.O. quest’anno. Devo studiare.»
«Guadagnerai dei punti in più se lo fai. Molti punti. E sei esonerato dai compiti finché le lezioni private non saranno terminate.»
Arthur chiuse di scatto la bocca. Bailey vide il conflitto attraversargli il volto come un temporale in timelapse: l’indignazione, il calcolo, la resa.
«Ovviamente riponiamo la massima fiducia in te, Morgan. Contiamo sul fatto che non approfitterai della situazione per trascurare i tuoi doveri.»
Arthur gonfiò il petto. «Certo che no.»
«Bene. Questo è il programma che Burns deve recuperare.» Gli consegnò un altro foglio. «Valuta tu come gestirlo.»
Eldora si allontanò verso il tavolo dei professori. Bailey notò che Amelia Burke non c’era.
«Credo che tu mi debba un ringraziamento» sghignazzò Bailey, tornando a concentrarsi su Arthur.
«Perché?» chiese lui distrattamente, già intento a studiare il programma.
«Ti ho appena offerto la scusa perfetta per startene in panciolle tutto l’anno.»
Arthur sollevò lo sguardo. I suoi occhi azzurri erano due lamine di ghiaccio. «La professoressa Burke ha affidato questo compito a me perché sa di potersi fidare» replicò, scandendo ogni parola. «Non la deluderò.»
«Un uomo d’onore» lo canzonò Bailey.
«Se fossi in te non farei tanto lo spiritoso. Ti aspetta un bel po’ di lavoro.» Arthur agitò il programma. «Che cos’hai in prima ora?»
Si avvicinò per sbirciare l’orario di Bailey. Era così vicino che Bailey sentì il leggero profumo floreale che emanavano i suoi capelli.
«Trasfigurazione?» lesse Bailey, aggrottando la fronte. «Che roba è?»
«Lo scoprirai. A seguire hai Erbologia, Incantesimi e Storia della Magia.»
«Non sono mai andato bene in storia. Troppo…»
Bailey restò a metà della frase. Dal muro alla sua destra erano appena sbucati dei fantasmi. Attraversarono la pietra come fosse fumo, fluttuando a pochi centimetri dal suolo.
«Buongiorno» disse uno di loro, un uomo con una gorgiera arricciata e un farsetto da nobiluomo elisabettiano. Si fermò sopra le loro teste, sospeso nell’aria come un palloncino dimenticato.
«Buongiorno, Ser Nicholas» ricambiò Arthur con noncuranza.
«Tu devi essere il nuovo studente» disse il fantasma, abbassando lo sguardo su Bailey con curiosità. «Deduco dalla tua espressione che non hai mai visto un fantasma.»
Bailey boccheggiò. La bocca gli si muoveva ma non uscivano suoni.
«Ser Nicholas de Mimsy-Porpington» si presentò il fantasma con un inchino che lo fece oscillare nell’aria. «Al tuo servizio.»
«Anche conosciuto come Nick-quasi-senza-testa» disse una voce alle loro spalle.
Matthew li aveva raggiunti, scivolando sulla panca accanto a Bailey.
«Preferirei che mi chiamaste col mio vero nome» disse il fantasma, visibilmente imbronciato.
«Non lo fa nessuno. Neanche Arti.»
Arthur sussultò. «Non è vero!»
«Il giovane Morgan si è sempre rivolto a me con rispetto» confermò il fantasma.
«Sì, ma quando siamo da soli anche lui ti chiama Nick-quasi-senza-testa.»
Arthur abbassò lo sguardo, le orecchie in fiamme.
«Perché Nick-quasi-senza-testa?» chiese Bailey, ritrovando la voce.
«Dai, Nick, faglielo vedere» ridacchiò Matthew.
Il fantasma sospirò con la rassegnazione di chi ha dovuto ripetere lo stesso trucco per cinquecento anni. Poi si afferrò i capelli e tirò. La testa si staccò dal collo con un suono umido, restando attaccata per un singolo lembo di pelle trasparente che fungeva da cerniera. Bailey sobbalzò così violentemente che urtò il boccale di succo di zucca.
«Soddisfatti?» domandò annoiato il fantasma, lasciando andare la testa, che ritornò al suo posto come una molla.
«Grazie, Nick. È sempre un piacere.»
«Hai un concetto assai bislacco di piacere, signor Taylor.» Il fantasma tornò a studiare Bailey. «Ma parliamo di te, piuttosto. Sei stato argomento di conversazione, e non solo tra noi fantasmi. Tutti parlano del giovane Bailey Burns, da quando il suo nome è comparso nel Grimorio di Merlino. Un caso davvero… bizzarro. Il Grimorio non aveva mai fallito, fino ad adesso.»
«Vuoi dire che è la prima volta, Nick?» chiese Matthew.
«In oltre mille anni, sì.» Il fantasma scrutò Bailey con un’espressione meditabonda. «Mi chiedo quali altre sorprese tu abbia in serbo per noi, giovanotto.»
Bailey lo guardò svolazzare via attraverso il soffitto incantato.
«Ci sono molti fantasmi qui?»
«Un po’» rispose Arthur. «Ci farai l’abitudine.»
«Ma evita di passargli attraverso» aggiunse Matthew. «È come farsi una doccia gelata.»
«Ah, Bailey!»
Thomas Weasley stava venendo verso di loro con il passo marziale di un Prefetto in servizio.
«Avevo ragione io, alla fine. Il letto c’era eccome. Sono tornato giù a cercarti per dirtelo ma eri già andato via.» Si gonfiò. «È vero che hai un elfo domestico?»
«Così pare.»
«Strano» commentò accigliato Thomas. «Di solito servono le famiglie facoltose di Purosangue. Non ho mai sentito di Nati Babbani che…»
«B.B. è un mezzosangue» lo corresse Matthew.
«Cambia poco, no? Jackie mi ha detto che affermi di non conoscerlo.»
«Non so da dove sia sbucato fuori» disse Bailey. «Né perché sia convinto che io sia il suo padrone. Però si è rivelato utile.»
«Che fortuna! Darei qualsiasi cosa per averne uno!» sospirò Matthew.
«Stiamo parlando di una creatura vivente, non di un oggetto da collezione» lo rimbeccò severo Arthur.
L’arrivo dei gufi stroncò la discussione. Volarono a centinaia dentro la Sala Grande, di ogni tipo e dimensione, le ali che battevano un concerto irregolare sopra le teste degli studenti. Uno di loro atterrò con grazia davanti ad Arthur, con un giornale legato alla zampa. Arthur lo prese, il gufo decollò, e lui srotolò la prima pagina.
La testata recitava La Gazzetta del Profeta. Le fotografie si muovevano, come tutto il resto in quel mondo. Bailey allungò il collo per sbirciare.
«Notizie dal fronte? Tua madre ha approvato qualche nuova legge?» disse Matthew con sarcasmo.
Arthur non rispose. Era troppo immerso nella lettura. Thomas si era chinato alle sue spalle, e i suoi occhi si illuminarono. «Guarda, il Ministero ha scoperto un nuovo incantesimo di difesa!»
Bailey lesse l’articolo in cima alla pagina. Parlava di un incantesimo senza nome, scoperto dal Dipartimento dei Misteri, che prometteva di rivoluzionare le protezioni magiche. Il Ministro della Magia, Vivienne Morgan, aveva dichiarato che sarebbero state avviate sperimentazioni ufficiali.
«Che cos’è il Dipartimento dei Misteri?» chiese Bailey.
«Un dipartimento del Ministero in cui svolgono esperimenti legati alla magia» disse Arthur, senza sollevare gli occhi dal giornale.
«E gli Auror?»
«Sono come dei poliziotti» disse Matthew. «Danno la caccia ai cattivi.»
Più in basso c’era un altro articolo, più breve e dal tono meno trionfale. Bailey lo percorse con lo sguardo. Parlava di un aumento di avvistamenti di lupi mannari nelle zone abitate dai Babbani — almeno tre episodi di attacco nelle ultime settimane, sventati dagli Auror. Il Ministero stava indagando su un possibile legame con i seguaci di William Burns, «recentemente scomparso».
«I lupi mannari esistono?» disse sbalordito Bailey.
«Sì. E sono molto pericolosi» disse cupo Thomas.
Arthur ricontrollò l’ora, piegò il giornale e si alzò di scatto.
«La lezione sta per cominciare.»
«Arti, non inizieranno prima di dieci minuti» gli fece notare Matthew.
Ma Arthur non lo stava già più ascoltando. Guardò Bailey. «Ci vediamo dopo.» E scappò via con la borsa che gli sbatacchiava sulla schiena.
«Non si smentisce mai» sospirò Matthew. Diede una pacca a Bailey. «Pronto per il tuo primo giorno di scuola? Che cos’hai in prima ora?»
«Trasfigurazione.»
Matthew fischiò. «Il professor Steelwart, eh? Inizi col botto.»
«Che vuoi dire?»
«È il professore meno amato della scuola. Stai attento con lui: basta una parola fuori posto per fargli saltare la mosca al naso. E non sorridere, non ridere, e per l’amor del cielo non fare battute.»
«Grazie per l’avvertimento.»
«Figurati.» Matthew si alzò. «Quindi… immagino che tu stia con quelli del primo anno.»
«Sì» disse abbacchiato Bailey.
«Dai, non fare quella faccia. Sono sicuro che te la caverai… dove sono le tue cose?»
«Eh?»
«La borsa. I libri.»
Bailey lo fissò.
«Amico» Matthew scosse il capo. «Non devi mai separartene. Hai almeno la bacchetta?»
«Ehm…»
«Amico.»
«Che faccio?» chiese nervoso Bailey.
Matthew si guardò intorno. «Chiedi a Nick-quasi-senza-testa di accompagnarti su alla Torre! Di lui ti puoi fidare, non è come Peeves…»
«Chi?»
«Il poltergeist della scuola. Lascia perdere, lo incontrerai.» Matthew occhieggiò l’orologio. «Devo andare. Ci vediamo dopo!»
Bailey fissò il fantasma di Nick-quasi-senza-testa, che stava conversando con un altro spettro dall’altra parte della sala. Non era pronto a chiedere aiuto a un morto. Fu in quel momento che gli venne l’illuminazione.
«Twick» sussurrò.
Ci fu un forte CRACK.
«Il padrone ha chiamato?» chiese l’elfo, inchinandosi fino a toccare il pavimento col naso.
«Sì… ehm… ciao.» Bailey era ancora sconcertato da tanta efficienza. «Avrei bisogno di un favore. Ho dimenticato la borsa e la bacchetta su in camera.» Gli allungò l’orario. «Potresti…»
«Twick tornerà in un attimo, padrone.»
Prese il foglio e sparì. Due minuti dopo era di nuovo lì, con la borsa in una mano e la bacchetta nell’altra. «La sua bacchetta, padrone» disse con fare riverente. «E la sua borsa.»
«Ottimo.» Bailey si sentì sollevato. «Non è che per caso sai dove si trova anche l’aula di Trasfigurazione?»
«Twick sarà lieto di accompagnare il padrone.» L’elfo allungò le dita scheletriche verso di lui. «Prenda la mia mano. Saremo lì in un attimo.»
Bailey esitò. L’idea di toccare l’elfo non gli piaceva particolarmente, ma l’alternativa era perdersi nei corridoi e arrivare in ritardo il primo giorno.
Prese la mano di Twick. L’elfo lo afferrò per il polso con una forza sorprendente.
La vertigine esplose nello stomaco. Il mondo vorticò intorno a lui in un miscuglio di colori e il pavimento scomparve sotto i suoi piedi. Un istante dopo si materializzarono in un corridoio, e Bailey dovette appoggiarsi al muro per non vomitare la colazione.
«Ci siamo Smaterializzati?» boccheggiò.
«Sì, padrone.»
Bailey respirò profondamente, premendosi un pugno contro lo sterno.
«Il padrone desidera altro?»
«No. Puoi andare» borbottò Bailey, soffocando un rutto.
Twick scomparve con un secondo CRACK. La porta davanti a cui si trovava Bailey si spalancò e un uomo ne uscì, fissandolo con penetranti occhi neri.
Era l’uomo brizzolato che Bailey aveva visto la sera prima alla tavolata dei professori — quello con lo sguardo duro a cui Amelia Burke aveva sussurrato qualcosa. Da vicino era ancora meno rassicurante. Aveva un volto scavato, con zigomi affilati e una mascella serrata, e i capelli brizzolati tagliati corti. Tutto in lui — la postura, lo sguardo, il modo in cui occupava lo spazio — comunicava l’inequivocabile messaggio che non era una persona con cui scherzare.
«Ah, Burns, sei tu» disse con freddezza, guardandosi intorno. «Cos’è stato quel rumore?»
«Il mio elfo» rispose Bailey senza pensarci. «Ero in ritardo e avevo dimenticato le cose su in torre.»
«Il tuo elfo?» ripeté l’uomo, con una nota di sarcasmo. «Vedo che ti sei ambientato in fretta. Tuttavia, Burns, indipendentemente dalle circostanze, non puoi chiedere agli elfi di Smaterializzarti e Materializzarti a piacere dovunque tu voglia. Temo sia contro le regole.»
«Ah… non lo sapevo.»
L’uomo fece una smorfia. «“Non lo sapevo, signore.”»
«Posso entrare? Signore» aggiunse Bailey.
L’uomo sembrò sul punto di lasciarlo fuori, ma alla fine si spostò, facendogli un cenno irritato col capo.
L’aula era spaziosa, con soffitti alti e pareti in pietra. Grandi finestre ad arco lasciavano entrare una luce grigia e solenne. Scaffali lungo le pareti erano carichi di libri antichi, cristalli e ampolle che contenevano cose che Bailey preferì non esaminare. Al centro, file di banchi di legno scuro con ripiani inclinati per appoggiare libri e pergamene.
Bailey incrociò gli sguardi dei bambini del primo anno. Erano esattamente quello che temeva: ragazzini di undici anni, dell’età di Jonas e Klaus, che lo fissavano con tanto d’occhi chiedendosi chiaramente che ci facesse un quindicenne lì.
C’era un posto vuoto in fondo all’aula. Bailey ci si diresse a testa bassa, desiderando trovarsi da qualunque altra parte.
Il professor Steelwart si appoggiò alla cattedra, incrociando le braccia. «Avrete notato» disse con voce bassa e controllata, il genere di voce che non ha bisogno di alzarsi per farsi ascoltare, «che abbiamo un nuovo studente tra di noi.»
Tutti i ragazzini si girarono a guardare Bailey. Lui ricambiò con un cenno rigido del capo.
«Burns starà con noi per il resto dell’anno. Essendo che la sua istruzione magica è praticamente… nulla» la pausa fu chirurgica «la preside ha deciso di farlo partire dalle basi. Una scelta stranamente saggia da parte sua.» L’ombra di un sorriso amaro gli attraversò il volto. «Io sono il professor Steelwart, Burns. Insegno Trasfigurazione. Chi sa darmi la definizione di questa materia?»
Una ragazzina dai capelli rossi e ricci alzò la mano così in fretta da far oscillare il banco.
«Sì, signorina Weasley?»
«La Trasfigurazione è l’arte di trasformare un oggetto o una creatura in qualcos’altro. A differenza di altri incantesimi, che possono essere temporanei o reversibili, la Trasfigurazione richiede un controllo assoluto e una comprensione profonda della materia che si intende manipolare.» Recitò a manetta, come se avesse il libro aperto davanti a sé.
«Precisamente. Immaginate di avere un bicchiere d’acqua» proseguì Steelwart, rivolgendosi alla classe. «Con la Trasfigurazione potete trasformarlo in un uccello, un fiore, o un oggetto completamente diverso. La difficoltà sta nel mantenere la coerenza della nuova forma senza che l’oggetto ritorni alla sua natura originale. Ricordate: la Trasfigurazione non è questione di bacchetta e parole. È una disciplina che richiede studio, precisione e una mente acuta.» I suoi occhi neri si posarono su Bailey. «Immagino che tu non abbia la minima idea di che cosa stiamo parlando, Burns.»
«No, signore» ammise Bailey.
«Prendi il libro.»
Bailey rovistò nella borsa.
«Voglio che tu legga i primi cinque capitoli e mi faccia un riassunto di ciò che sei riuscito a capire. Per domani.»
«Aspetti… mi sta dando dei compiti?» disse Bailey, prima che il buon senso potesse fermarlo.
Steelwart lo fissò. Il silenzio che calò sull’aula aveva la densità del cemento. «Sembri sorpreso, Burns. Non vi davano i compiti in quella scuola babbana che frequentavi?»
Qualcuno ridacchiò. Bailey strinse i denti.
«Sì, ma io ho anche le lezioni di recupero…»
«Ah, le lezioni di recupero.» Steelwart incrociò le braccia più strettamente. «Col fatto che abbiamo esonerato il signor Morgan dai compiti finché non finisce di badare a te, hai pensato bene che la cosa valesse anche per te. Mi dispiace deluderti, Burns, ma non funziona così. Avrai i compiti come chiunque altro e dovrai svolgerli. Sono stato chiaro?»
Bailey represse un sospiro. «Sì, signore.»
Fu una lunga ora. Steelwart continuò a spiegare, e per Bailey era come ascoltare una lezione in una lingua sconosciuta. I ragazzini prendevano appunti freneticamente con le piume d’oca, grattando le pergamene con un rumore che ricordava topi nel muro. Bailey tentò di concentrarsi su quello che doveva leggere, ma le parole gli sfuggivano, scivolando via dalla pagina come acqua da una superficie cerata. La stanchezza tornò a premergli sulle palpebre. Appoggiò la testa sulla mano…
Il suono della campana lo fece sussultare.
Bailey seguì i ragazzini fuori dal castello, attraverso i terreni, fino a una serie di serre di vetro e ferro ricoperte di viti e piante rampicanti. Davanti a una di esse li attendeva una donna piccola e magra, vestita tutta di verde, con lunghi capelli neri e occhi nocciola. Non dimostrava più di venticinque anni e sorrideva come se il suo lavoro fosse la cosa più bella del mondo.
«Buongiorno, ragazzi!»
«Buongiorno, professoressa Longbottom!» cantilenarono i bambini.
«Pronti per un’altra fantastica lezione sulle piante? Avanti, allora!»
Spalancò la porta della serra. I bambini si precipitarono dentro. La professoressa Longbottom trattenne Bailey con un cenno. «Ciao. Bailey, giusto?»
Lui annuì.
«Ti piace il giardinaggio?»
«Non è tra le mie attività preferite.»
«Be’, lascia che ti faccia cambiare idea.»
E lo fece. La lezione fu l’opposto esatto di Trasfigurazione. La professoressa Longbottom parlava delle piante come se fossero vecchie amiche un po’ matte, con nomi come «Mancinella Mordace» e «Geranio Dentato». Non fece nulla per mettere Bailey a disagio; anzi, lo coinvolse fin dall’inizio, chiedendogli di aiutarla con un vaso da cui spuntava qualcosa che sembrava un cavolo con le gambe. Risero insieme quando il cavolo tentò di mordergli un dito. Per la prima volta in vita sua, Bailey accolse il suono della campana con dispiacere.
L’aula di Incantesimi si trovava al secondo piano, in una delle torri. Era la stanza più luminosa che Bailey avesse visto a Hogwarts: le finestre ampie lasciavano entrare fasci di luce che illuminavano le particelle di polvere sospese nell’aria.
«Bailey Burns!» esclamò il professore non appena lo vide, quasi saltando sul posto.
Era alto e di corporatura snella, con un viso affilato, capelli biondi pettinati con cura e occhi azzurri che brillavano di un entusiasmo che faceva vagamente pensare a una lampadina con un problema di voltaggio.
«Non vedevo l’ora d’incontrarti, ragazzo mio!» disse, stritolandogli la mano. «Patrick Spellman, al tuo servizio. Averti qui è un vero onore, lasciamelo dire…»
«Ehm… grazie.»
«Prego, siediti!» Gli indicò un banco in prima fila. Bailey si accomodò. Spellman attese che fossero tutti seduti. «Come già saprete, abbiamo un nuovo studente tra di noi» esordì con un sorriso a trentadue denti. «Bailey Burns, il ragazzo che ha ingannato il Grimorio di Merlino!»
Silenzio.
«Scherzo, ovviamente! Nessuno può ingannare quel libro… o quasi: un mago molto potente, con una conoscenza approfondita delle Arti Oscure, potrebbe forse… ma questo è un altro discorso.» Spellman sogghignò verso Bailey. «Però è stata una bella svista la sua, no? Ignorato per quindici anni e poi… BAM!» Batté le mani e diversi ragazzini sobbalzarono. «Ecco che il tuo nome non smette più di riempire le pagine. Intrigante, non trovate?»
Lanciò un’occhiata alla classe che non ricevette risposta.
«La professoressa Thistledown mi ha detto che non hai mai praticato la magia, Bailey.»
«Già.»
«Io non ci credo.» Spellman gli fece l’occhiolino. «Secondo me hai effettuato qualche piccolo incantesimo senza rendertene conto. Ai giovani maghi succede sempre. Come nel mio caso, quando a sei anni ho accidentalmente Trasfigurato il cane della zia Pepper in un peluche…» Lo sguardo di Spellman si perse nel vuoto. «Non dimenticherò mai le sue urla.»
Qualcuno tossì.
«Ehm… professore…» disse una vocetta. «Dovremmo cominciare.»
«Oh, giusto! La lezione!» Spellman si riscosse, sbattendo le mani. «Oggi studieremo l’incantesimo di Levitazione! Come potete vedere, ho procurato a ciascuno di voi una piuma. Fuori le bacchette!»
Bailey sollevò timidamente la mano. «Professore, io sono indietro col programma, quindi…»
«Ah, non preoccuparti! Le mie lezioni si basano sulla pratica, non sui libri. Sono sicuro che riuscirai a stare al passo.»
Bailey prese la bacchetta di William Burns, per nulla convinto.
«La formula è: Wingardium Leviosa. Mi raccomando! Il “gar” dev’essere bello lungo!» Spellman puntò la bacchetta contro la piuma sulla cattedra e sferrò una stoccata decisa. «Wingardium Leviosa!»
La piuma si sollevò in aria, come sospinta da una brezza invisibile, e rimase a fluttuare a un metro dal tavolo, ondeggiando pigramente.
«Visto? Facilissimo! Su, provate!»
L’aula si riempì di voci, di «Wingardium» pronunciati male, di piume che non si muovevano e di una che prese fuoco. Spellman passava tra i banchi distribuendo consigli e incoraggiamenti.
«Ottimo, signorina Weasley! Al primo colpo! Due punti per Grifondoro… Signor Malfoy, si ricordi del “gar”… Fish? No, ragazzo mio, così finirai solo per cavarti un occhio…»
Bailey non faceva che borbottare la formula, agitando la bacchetta come aveva visto fare a Spellman, ma la piuma restava immobile sul banco. Se si spostava di qualche millimetro, era per lo spostamento d’aria creato dalla sua mano.
«Come andiamo qui?»
Bailey quasi imprecò: non aveva sentito Spellman avvicinarsi. Il professore lo fissava col suo sorriso permanente.
«Non credo stia funzionando» disse con amarezza Bailey.
«Fa’ vedere.»
Bailey ritentò. Niente.
«Mmh» disse pensieroso Spellman. «Il movimento e la pronuncia sono perfetti. Strano. Posso?»
Bailey gli consegnò la bacchetta. Spellman la studiò per un momento, poi la puntò contro la piuma. «Wingardium Leviosa!»
La piuma non si mosse. Spellman aggrottò la fronte, esaminando la bacchetta da vicino, girandosela tra le dita.
«Dove l’hai presa?»
«Da Ollivander.»
«E funzionava?»
«Sì, ha fatto delle scintille.»
«Mmh… dovrebbe obbedirmi.» La sua espressione era diventata seria per la prima volta da quando Bailey lo conosceva. «Riprova. Concentrati. Libera la mente.»
Gli restituì la bacchetta. Bailey la strinse. Cercò di ignorare Spellman, il vociare intorno, i ragazzini che sventolavano le piume come bandierine. Fissò la piuma. Grattò il pollice contro il legno della bacchetta, e questa sembrò quasi ronzare sotto il suo tocco, come un animale che si desta.
«Wingardium Leviosa!»
La piuma si sollevò. Non di qualche centimetro — schizzò verso l’alto di quasi un metro, sospesa nell’aria, perfettamente immobile, come se qualcuno l’avesse appesa a un filo invisibile.
Spellman batté le mani. «Ah, ce l’hai fatta!»
Bailey era a bocca aperta. Fissava la piuma, poi la bacchetta, poi la piuma. C’era riuscito. Aveva appena compiuto una magia vera. Una magia intenzionale. E la sensazione era… non sapeva descriverla. Come trovare una porta che non sapevi di stare cercando.
Poi la piuma prese fuoco.
Una fiammata silenziosa, senza fumo — la piuma si consumò in una lingua di fiamma arancione e i resti neri ricaddero lentamente sul banco, spegnendosi.
«Strano» ripeté Spellman, ancora più accigliato. «Ma comunque ce l’hai fatta! Cinque punti per Grifondoro!»
Allo scoccare della campana, Bailey abbandonò l’aula sentendosi leggero come se qualcuno gli avesse tolto un peso dalle spalle che non sapeva di portare.
«Bailey!»
Era Spellman, sulla porta. «Permetti?» Agitò la bacchetta, toccando un punto della sua divisa. Una toppa con i colori di Grifondoro e un leone ricamato in oro comparve magicamente sul tessuto.
«Ecco fatto» disse soddisfatto.
«Grazie, professore.»
«Di nulla, ragazzo mio.» Spellman gli fece l’occhiolino. «Di nulla.»
Giunti in Sala Grande per il pranzo, Bailey salutò i ragazzini e si diresse verso il tavolo dei più grandi, in cerca di una faccia nota. Il primo che avvistò fu Arthur, seduto da solo con il naso dentro un libro.
Bailey si lasciò cadere accanto a lui. «Indovina.»
«Cosa?»
«Ho fatto la mia prima magia.»
E gli raccontò tutto: Spellman, la piuma, il ronzio della bacchetta, il volo, il fuoco. Si perse nei dettagli più inutili, gesticolando, quasi rovesciando il boccale di succo di zucca. Quando finì, era senza fiato.
«Wow» disse Arthur, con il tono di chi ha appena sentito il bollettino meteorologico.
«…tutto qui?»
«Cosa vorresti che dicessi? Hai fatto levitare una piuma. Lo fanno tutti al primo anno.»
«Sì, ma io non avevo mai fatto magie prima. Per me è…»
«Sì, lo capisco.» E per un brevissimo istante, la maschera di superiorità di Arthur si incrinò, lasciando trapelare qualcosa che somigliava a un sorriso. «Bravo.»
Era una sola parola, ma Bailey la prese come una vittoria.
Dopo il pranzo, tornò dai ragazzini per l’ultima lezione della giornata: Storia della Magia, al primo piano. Scoprì che il professor Binns era un fantasma — un vecchissimo fantasma con gli occhiali e la voce monocorde di un condizionatore d’aria. Non fece nessuna domanda a Bailey. Anzi, non sembrò nemmeno accorgersi della sua presenza.
Bailey andò a sedersi in fondo all’aula. Il professore cominciò a parlare di Goblin e rivolte con l’entusiasmo di chi legge l’elenco telefonico. Non era l’unico a fare fatica: più di metà della classe aveva lo sguardo perso nel vuoto. Alcuni bambini disegnavano sulla pergamena. Altri lottavano contro le palpebre. Solo una di loro prendeva appunti furiosamente, con la piuma d’oca che grattava a velocità impressionante.
Bailey sospirò. Si accasciò sul banco, col mento sulle braccia. La stanchezza gli premeva sugli occhi come due pollici. Chiuse le palpebre. Solo per un momento…
Camminava per i corridoi di Hogwarts. Era notte e le torce proiettavano ombre lunghe sui muri. Non sapeva dove stesse andando, ma i suoi piedi lo sapevano — svoltavano, salivano scale, imboccavano corridoi senza esitazione, come seguendo una mappa che esisteva solo nel suo corpo.
Salì. Sempre più in alto. Le scale si facevano più strette. Le pareti si chiudevano. L’aria era diversa quassù — più densa, più carica, come prima di un temporale.
Si ritrovò davanti a una parete vuota. Il cuore gli batteva forte. Era ciò che stava cercando. Cominciò a camminare avanti e indietro davanti al muro, tre volte, pensando intensamente a qualcosa che non riusciva a definire.
Dopo il terzo passaggio, una porta apparve nella pietra. Legno antico, intarsiato di simboli che brillavano debolmente. Afferrò la maniglia. La girò.
Dentro c’era una biblioteca nascosta. Scaffali fino al soffitto, pieni di libri rari e antichi. Al centro della stanza, su un tavolo di legno scuro, un manoscritto aperto su una pagina. Le candele accese proiettavano ombre danzanti. Si avvicinò al manoscritto. Finalmente. Dopo averlo cercato per così tanto tempo…
Qualcuno lo scosse. Bailey alzò la testa di scatto, sbattendo le palpebre. Impiegò qualche secondo a realizzare dove si trovava.
«Non dovresti dormire durante le lezioni!» sibilò una bimbetta coi capelli rossi, china su di lui con un’espressione furiosa. «Sei fortunato che il professor Binns non se ne sia accorto!»
La lezione era finita. I bambini stavano uscendo. Il professor Binns fluttuava intorno alla cattedra, bofonchiando tra sé e sé. Bailey si massaggiò la faccia.
«G-grazie» sbadigliò. «Ehm…»
«Romilda.» disse lei seccata. «Romilda Weasley.»
Lei lo accompagnò fuori, furente. «Avresti potuto far perdere punti a Grifondoro! Almeno cerca di essere discreto! Non facevi altro che borbottare…»
«Davvero? E cosa dicevo?»
«“È al settimo piano, è al settimo piano”. Si può sapere cosa c’è lassù di così importante?»
Bailey la fissò. «Non ne ho la pallida idea» disse, e per una volta era sincero. «Romilda, dove si trova la Biblioteca?»
«Vieni con me, sono diretta lì.»
Raggiunsero il terzo piano. Il corridoio che portava alla Biblioteca era lungo e illuminato da candelabri a muro. La porta era imponente, in legno scuro, con maniglie di bronzo a forma di draghi intrecciati e una targa dorata con la scritta «Biblioteca».
«Io entro» disse Romilda. «Tu che fai?»
«Aspetto un amico.»
«È quel Morgan?» Qualcosa nel suo tono — un’ombra impercettibile, come un limone spremuto in una tazza di tè — suggerì a Bailey che Romilda non provasse molta simpatia per lui.
«Non ti piace?»
Romilda si strinse nelle spalle. «Mi è indifferente. Ma a Jackie no, dice che si crede chissà chi solo perché sua madre è il Ministro della Magia. Dice che somiglia troppo a Tommy e che se non starò attenta diventerò come loro.»
Bailey sorrise. «Sembra una brutta cosa.»
«Jackie si sbaglia» replicò decisa Romilda, raddrizzando le spalle. «Io sono migliore. E glielo dimostrerò.»
Afferrò la porta della Biblioteca ed entrò a testa alta, la coda di cavallo rossa che le oscillava dietro come una bandiera. Bailey si sedette per terra accanto alla porta e tirò fuori Trasfigurazione per Principianti dalla borsa.
La lettura, stranamente, si rivelò più semplice del previsto. Forse era l’assenza di distrazioni, o forse il sonno gli aveva riorganizzato il cervello, ma le nozioni gli sembravano comprensibili, persino elementari. Le pagine scorrevano. Quando Arthur arrivò, trafelato, Bailey aveva già letto sette capitoli.
«Scusa il ritardo» ansimò Arthur. «Dovevo discutere con la professoressa Moonstone…»
«Fa niente, non me ne sono neanche accorto.» Bailey agitò il libro. «Ho letto i capitoli. Non pensavo l’avrei mai detto, ma questa roba è interessante.»
Arthur inarcò un sopracciglio. «Lo dici tanto per dire o ci hai capito qualcosa?»
«No, sul serio. Non è così difficile.»
«Be’, meglio così. Una cosa in meno da fare. Vieni.»
Varcata la soglia, Bailey si ritrovò in una sala immensa, piena di scaffali che si estendevano in ogni direzione come un labirinto di legno e carta. Il silenzio era quasi sacro, rotto solo dal fruscio delle pagine e dal lieve scricchiolio dei passi sul pavimento di pietra.
«Però!» commentò ammirato Bailey, girandosi su sé stesso.
«Shh. Abbassa la voce.»
Arthur lanciò un’occhiata ansiosa verso una grossa scrivania dietro cui sedeva un uomo vecchissimo, con barba e capelli bianchi come la neve, le mani incrociate sullo stomaco. Dormiva profondamente, producendo un russare sommesso.
«È il Bibliotecario» sussurrò Arthur. «Meglio non svegliarlo. È… suscettibile.»
«Non ha un nome?» mormorò Bailey.
«Certo che ce l’ha. Ma nessuno gliel’ha mai chiesto. Hanno tutti troppa paura.»
Arthur lo guidò attraverso gli scaffali fino a un tavolo appartato in fondo alla sala. «Siediti qui. Vado a prendere i libri.»
Bailey si guardò intorno. Non era mai stato tipo da biblioteche, ma doveva ammettere che quella aveva un suo fascino — l’odore dei libri vecchi, la luce polverosa che filtrava dalle finestre, il senso di cose antiche e importanti custodite sugli scaffali. A Tess sarebbe piaciuta da morire.
Una ragazza sbucò da dietro uno scaffale, con il naso immerso in un libro.
Bailey la notò prima con la coda dell’occhio, poi si voltò. Dovevano avere la stessa età. Aveva capelli biondi legati in una piccola crocchia disordinata, con una frangetta laterale che le cadeva sulla guancia sinistra, nascondendole in parte il viso. Camminava in silenzio, con il passo misurato di chi è abituata a non farsi notare.
La ragazza si fermò. Non perché avesse raggiunto la sua destinazione, ma perché si era accorta di lui. Sollevò lo sguardo dal libro e lo fissò.
Aveva un volto ovale, pallido, con grandi occhi neri che lo guardavano senza battere ciglio. Sulla guancia sinistra — quella coperta dalla frangetta — Bailey intravide una cicatrice. Non recente: vecchia, liscia, simile a una bruciatura guarita da tempo. La ragazza non fece nulla per nasconderla. Rimase lì, dritta, e lo guardò come se lo stesse misurando.
Bailey era ammaliato. Nonostante la cicatrice — o forse, in un modo che non sapeva spiegarsi, per via della cicatrice — la trovava bellissima.
«Ciao» le disse.
La ragazza non diede segni di averlo sentito.
«Come ti chiami?»
Silenzio. Ma non il silenzio imbarazzato di chi non sa cosa dire. Il silenzio calcolato di chi sta decidendo se rispondere.
«Io mi chiamo Bailey.»
«Lo so chi sei.»
Aveva una voce bassa e ferma, senza inflessioni, come una linea tracciata con il righello.
«Allora sono in svantaggio» disse Bailey, mostrandole il suo sorriso più accattivante. «Non ho capito il tuo nome.»
La ragazza lo guardò per un altro lungo momento. Poi, prima che potesse rispondere, Arthur tornò con una pila di libri tra le braccia. «Ecco qui» disse, posandoli sul tavolo con un tonfo attutito.
La ragazza si voltò e si allontanò senza una parola, scomparendo tra gli scaffali.
Bailey la seguì con lo sguardo finché l’ultimo lembo della sua divisa non sparì dietro un angolo. «Sai chi era?» domandò immediatamente ad Arthur.
«Chi?»
«Quella ragazza che è appena andata via.»
Gli occhi di Arthur si assottigliarono. «Hall.»
«Hall?»
«Armistice. Armistice Hall.» Pronunciò il nome come si pronuncia il nome di una malattia. «È di Serpeverde.»
Si sedette e cominciò a dividere i libri per categorie, evitando deliberatamente il suo sguardo.
«È carina» disse Bailey.
«Fossi in te lascerei perdere» disse stizzito Arthur. «È fuori dalla tua portata.»
«Addirittura?» ghignò Bailey. «E cosa te lo fa pensare?»
«Primo: non è una ragazza socievole, sta sempre per i fatti suoi. Secondo: è molto popolare, è brava negli studi quanto lo è nel Quidditch. Terzo…»
«Frena. Quidditch?» Bailey si sporse. «Che diavolo è il Quidditch?»
«Uno sport. Si pratica a cavallo delle scope.»
«A cavallo di cosa?»
«Delle scope. Non quelle per spazzare per terra — scope volanti. Sì, B.B., volano. Domani avrai la tua prima lezione di volo.»
Bailey rimase in silenzio per qualche secondo, elaborando l’informazione. «I maghi volano a cavallo di scope magiche. Ho capito bene.»
«Sì» disse spazientito Arthur.
«Insomma… non penso che lo farò, ma… è davvero interessante…»
Arthur lo guardò e un mezzo sorriso gli spuntò sulla bocca. «Hai paura di volare?»
«Cosa? Paura? No.» Bailey deglutì. «Sono semplicemente terrorizzato. Soffro di vertigini. È una condizione seria. È il mio cervello che non riceve bene gli input o roba del genere…»
«Sì, su questo non ci sono dubbi» replicò Arthur con sarcasmo.
Passarono tre ore a studiare. Arthur si rivelò l’insegnante più intransigente che Bailey avesse mai incontrato. Non tollerava risposte vaghe, non accettava «più o meno» come risposta, e scattava per ogni minima imprecisione con un’indignazione che sembrava sinceramente personale, come se gli errori di Bailey fossero un affronto alla sua intelligenza.
«È facile, B.B.»
«È facile per te, Arti. Io non ho mai sentito parlare di questa roba, ricordi?»
«Non ti stai mettendo d’impegno!»
«Non alzare la voce o il vecchio ci sentirà.»
«Smettila di chiamarlo così!»
«È un vecchio, è un dato di fatto. In che altro modo dovrei chiamarlo? Userei il suo nome, ma nessuno sa qual è…»
Per Bailey fu una liberazione quando uscirono dalla Biblioteca.
A cena, Arthur era troppo arrabbiato per rivolgergli la parola. Sedeva accanto a lui in un silenzio ostile, mangiando con la precisione furiosa di chi sta tagliando qualcosa che non è il cibo. Bailey ne approfittò per guardarsi intorno.
Individuò Armistice Hall al tavolo di Serpeverde, di fronte a quello di Grifondoro. Mangiava con la testa china, senza dare confidenza a nessuno. La frangetta le copriva metà del viso. Non parlava. Non guardava nessuno. Eppure Bailey aveva la sensazione che fosse perfettamente consapevole di tutto ciò che le accadeva intorno.
«Levatelo dalla testa» disse la voce piccata di Arthur.
«Di che parli?»
«Di Hall. Non fa per te.»
«E tu che ne sai di cosa fa per me?»
Arthur non rispose. Tornò a tagliare con furia.
Nella sala comune, Bailey si sistemò su una poltrona accanto al camino con penna, calamaio e pergamena, cercando di buttare giù il riassunto per Steelwart. Con tutte le nozioni che Arthur aveva tentato di inculcargli nel pomeriggio, aveva quasi dimenticato quello che aveva letto in Trasfigurazione per Principianti.
«Stai facendo i compiti?» Matthew si lasciò cadere nella poltrona accanto, allungando i piedi verso il fuoco. Sbirciò la pergamena. «Trasfigurazione. Steelwart non si smentisce mai. Hai fatto qualcosa per farlo arrabbiare?»
«Non di proposito.»
E gli raccontò di Twick e della Smaterializzazione.
Matthew rise. «Amico, sei fuori di testa! Ti avevo detto di chiedere a Nick-quasi-senza-testa!»
«Lo so.»
«Com’è andata col resto? Le lezioni private con Arti?»
Bailey alzò lo sguardo per assicurarsi che Arthur non fosse a portata d’orecchio. Lo individuò in un angolo della sala, chino su una pila di libri, con l’espressione concentrata di un chirurgo in sala operatoria.
«Dovrebbe valutare la carriera accademica» disse Bailey a bassa voce. «È veramente» proseguì, mentre Matthew cominciava a ridacchiare «una rottura di palle colossale, quando ci si mette.»
«Non hai ancora visto niente. Se vuoi un consiglio, sbrigati a chiudere la storia delle ripetizioni. Sotto esami dà letteralmente di matto. Fidati: meglio stargli alla larga in quel periodo.»
Chiacchierarono per il resto della serata. Giunta l’ora di dormire, Bailey aveva a malapena buttato giù una bozza per il compito. Decise che l’avrebbe finito l’indomani mattina e si mise a letto.
Tess era sopra di lui, la pelle nuda illuminata dal sole che filtrava dalla finestra, e ogni dettaglio del suo corpo era avvolto in una luce calda e sfumata, come in una fotografia sovraesposta. I capelli le ondeggiavano sulle spalle, catturando riflessi dorati. Era bellissima. Bailey allungò la mano per accarezzarle il viso…
Le sue dita sfiorarono la pelle calda e morbida. Poi il contatto venne a mancare, di colpo, come una porta che si chiude.
Aprì gli occhi. Arthur Morgan era accanto al suo letto, rosso in volto come se avesse appena corso i cento metri.
«Alzati. È tardi» borbottò, cercando di apparire brusco con scarsa convinzione.
Bailey sospirò, massaggiandosi la fronte. Le immagini del sogno gli premevano ancora dietro le palpebre con un’insistenza che non era solo mentale.
«Dammi un attimo.»
«Non…»
«Arti, sul serio. Ho bisogno di un attimo.»
L’erezione premeva dolorosa contro il tessuto del pigiama, pretendendo attenzioni che Bailey non era in condizione di darle. Si sforzò di pensare a qualcosa di spiacevole — Steelwart in costume da bagno, il naso di Twick — con scarsi risultati.
«Ho bisogno di una doccia fredda» disse.
Arthur, che evidentemente aveva intuito la situazione, gli diede le spalle con un movimento rigido e meccanico, come un soldatino di latta a cui hanno girato la chiave nella direzione sbagliata. Si toccò nervosamente i capelli.
Bailey scostò le coperte e uscì dalla stanza. Nel corridoio incrociò Matthew e Oliver.
«Giorno, bellezza!» disse Matthew. Poi il suo sguardo scese, si fermò, e un ghigno gli si allargò sulla faccia. «Per la miseria! Qualcuno si è svegliato bene.» Ammiccò. «Non male, B.B.»
Bailey si limitò a scomparire in bagno. Lasciò che l’acqua gelata facesse il suo dovere, poi tornò in stanza, dove cominciò a vestirsi.
«Chi è la fortunata?» chiese a un certo punto Oliver, con la noncuranza di chi fa conversazione sul tempo.
«Che vuoi dire?» disse Bailey, sistemandosi il colletto della camicia.
«Dai, non fare il finto tonto!» intervenne Matthew.
«Si chiama Tess.»
«È la tua ragazza?»
«Solo un’amica.»
«Un’amica per cui hai una cotta?»
«Un’amica e basta. Ogni tanto facciamo sesso. Tutto qua.»
Il silenzio che seguì fu quasi udibile. Arthur, che stava allacciandosi le scarpe, si bloccò a metà gesto e arrossì di un rosso così acceso che Bailey temette per la sua pressione sanguigna.
«Che fortuna sfacciata!» bofonchiò Oliver. «Io è da mesi che sto tampinando Samantha Seeword e lei a malapena mi guarda.»
«E continuerà a farlo finché non smetterai di tampinarla, Oliver.»
«Che altro dovrei fare, secondo te?»
«Provare a ignorarla» suggerì Bailey.
«Ma se la ignoro come faccio a farle capire che mi piace?»
«Questo lei lo sa già. Dai retta a me. Fai un po’ il prezioso.»
Matthew sospirò teatralmente. «Bello, sveglio e pure saggio? È troppo.»
Risero tutti. Tranne Arthur, che continuava ad allacciarsi le scarpe come se fossero la cosa più complicata del mondo.
«Che lezioni hai, B.B.?» domandò Matthew mentre scendevano le scale verso la Sala Grande.
Bailey tirò fuori l’orario. «Vediamo… Trasfigurazione — devo finire quel cavolo di riassunto — Incantesimi, Storia della Magia, Pozioni, Erbologia e…» La sua voce si spense. «…Volo.»
«Giusto! Dimenticavo che sarà la tua prima volta!» esclamò Matthew, gli occhi che gli brillavano. «Sei pronto a… cavalcare?» E agitò il bacino in un modo che fece gemere Oliver.
«Di solito non dico mai di no a una cavalcata, ma questa preferirei risparmiarmela» ammise Bailey, facendo ululare la comitiva.
«Dai, non dire così» disse Samuel. «Volare è fantastico.»
«Per te, forse. Io preferisco restare coi piedi a terra. Sono un tipo pratico.»
«Buona questa!» ridacchiò Matthew.
Si sedettero a fare colazione. Bailey e Matthew tenevano banco, ridendo e scherzando, mentre Arthur mangiava in silenzio con la concentrazione di chi sta risolvendo un’equazione. A un certo punto la sua voce sibilò all’orecchio di Bailey: «Non dovevi finire il riassunto?»
«Merda. Hai ragione.»
Bailey si tuffò nella borsa. Matthew si sporse. «Ti do una mano.»
«Dovrebbe farlo da solo» disse Arthur.
«Non rompere, Arti» replicò Matthew, senza cattiveria.
Con il suo aiuto, Bailey riuscì a mettere insieme qualcosa di presentabile prima dell’arrivo dei gufi. Mentre li guardava svolazzare per la Sala Grande — un torrente di piume e ali che calava dal soffitto come un temporale piumato — si rese conto che avrebbe dovuto scrivere a Edith e Adrian. Si stavano sicuramente preoccupando, senza sue notizie.
«Come si fa a spedire le lettere?» chiese.
«Vai alla Guferia e usi uno dei gufi» spiegò Matthew.
Bailey si passò la lingua sui denti, pensieroso. Avrebbe dato volentieri Twick in cambio di una sigaretta, in quel momento. Finora non ci aveva pensato, con tutto quello che era successo, ma l’assenza di nicotina stava cominciando a farsi sentire — un prurito sotto la pelle, un’irrequietezza che non sapeva dove mettere.
«Ehi, Matt. C’è un modo qui per procurarsi delle sigarette?»
«Tu fumi?» chiese stupito Matthew.
«Quella roba ti brucia il cervello» disse Samuel. «Me l’ha detto mia madre.»
«E chi siamo noi per mettere in discussione la parola della signora Davies?» ironizzò Matthew. «Scherzi a parte, sì, c’è un modo. Ma ti costerà.»
«Non ho soldi.»
«Neanche un Galeone?»
«No.»
«Conosco un paio di Corvonero che potrebbero procurartele, ma vorranno qualcosa in cambio.»
«Accettano altri tipi di pagamento?»
Matthew sogghignò.
«Sto parlando di scambio di favori» precisò Bailey.
«Puoi provarci.» Matthew si girò e indicò con discrezione una ragazza al tavolo di Corvonero. Aveva capelli rosso rame tagliati corti e un’aria da chi la sa lunga. «Vedi quella? Si chiama Tulip. È a lei che devi chiedere.»
«Carina» mormorò Bailey.
«Vai e colpisci, tigre.»
Bailey fece per alzarsi, ma una mano gli si chiuse sul polso. Arthur.
«No» disse lui in tono imperioso. «Fumare è vietato a Hogwarts. Se ti beccano leveranno come minimo cinquanta punti a Grifondoro e ti metteranno in punizione.»
«Questa è tirannia!» esclamò scandalizzato Bailey. «Non possono impedirmi di fumare.»
«Possono eccome. A differenza tua, qui dentro ci tengono alla salute.» Arthur lo mollò. «Poi fa’ come vuoi.»
Bailey restò interdetto. Lanciò un’altra occhiata a Tulip.
«Arti ha ragione, B.B.» disse timidamente Samuel. «Meglio lasciar perdere. Non ne vale la pena.»
«Facile per te, Sam. Tu non fumi.» Bailey si grattò il braccio. «Maledizione…»
Come se non bastasse, ci si mise pure Steelwart.
«È tutto quello che sei riuscito a fare, Burns?» disse, esaminando la pergamena con l’entusiasmo di chi legge una multa. «Non è neanche una pagina.»
«Mi ha chiesto un riassunto» borbottò Bailey.
«Da quanto risulta qui, pare che tu abbia capito la metà di quanto avresti dovuto capire. Direi che questo… compito si merita una bella “D”.»
Gli restituì la pergamena e tornò alla cattedra senza aggiungere altro. Bailey guardò il voto. La “D” era tracciata con un’inchiostro rosso così marcato da sembrare un’incisione.
A fine lezione fu il primo a uscire.
«Non posso credere che tu abbia preso una “D”!» disse Romilda, raggiungendolo con le gambe corte che facevano il doppio dei passi. «Voglio dire, sei qui da appena due giorni!»
«Per cosa sta la “D”?»
«Desolante.»
«Che stronzo» sussurrò Bailey.
Romilda emise un suono scioccato, come se qualcuno le avesse pestato un piede. «Linguaggio! E comunque non dovresti parlare così dei professori.»
«Scusa, Romilda, hai ragione.»
A Incantesimi, Spellman fece riesercitare la classe con la Levitazione. Stavolta Bailey non incontrò difficoltà: la piuma si sollevò al primo tentativo e rimase sospesa in aria, docile come un animale ammaestrato.
«E non ha preso fuoco!» trillò eccitato Spellman. «Molto bene, Bailey! Davvero molto bene!»
L’ora di Storia della Magia la trascorse con la testa appoggiata sul banco, lasciando che la voce monocorde del professor Binns lo cullasse in un dormiveglia intermittente. Si svegliò al suono della campana e si stiracchiò sotto lo sguardo assassino di Romilda.
A pranzo sedette tra Matthew e Oliver. Arthur, notò Bailey, non venne a fargli compagnia. Restò in disparte, mangiando con una mano e leggendo un grosso libro, con l’aria di un uomo che preferisce la compagnia della carta stampata a quella degli esseri umani.
I Sotterranei erano esattamente quello che suggeriva il nome: bui, freddi, e con un odore di umidità e di qualcosa di più pungente — zolfo, forse, o funghi lasciati marcire. L’aula di Pozioni era dominata da lunghi tavoli di pietra su cui erano disposti calderoni in ghisa e bilance di ottone. Scaffali lungo le pareti traboccavano di barattoli con ingredienti che Bailey preferì non guardare troppo da vicino.
Ad accoglierli c’era una strega che sembrava uscita da una fiaba dei fratelli Grimm. Curva su sé stessa, avvolta in un mantello nero che si fondeva con le ombre, aveva un viso pallido e scavato incorniciato da capelli grigi e arruffati. Le dita rugose erano coperte di anelli grossi e pacchiani che luccicavano nel buio ogni volta che muoveva le mani.
Non appena vide Bailey, sulle sue labbra sottili si disegnò un sorriso che non conteneva nemmeno un grammo di calore. «Ed ecco qua il bambino perduto» gracchiò. «Ce ne ha messo, quel libro, per rintracciarti, eh, ragazzo?»
Bailey deglutì.
«Prego, accomodati. Non fare il timido. Io sono la professoressa Ashvale, e t’insegnerò tutto quello che so sull’arte delle Pozioni.»
La lezione si rivelò più interessante del previsto. La Ashvale spiegava con una precisione chirurgica — «cinque gocce alla volta, non quattro, non sei, cinque» — e si muoveva tra i banchi con la silenziosità di un gatto, comparendo alle spalle degli studenti nel momento esatto in cui stavano per commettere un errore.
«Tutto bene, Burns? Sembra che tu sia in difficoltà.»
«Non so come accendere il fuoco.»
«Basta un semplice movimento con la bacchetta. Guarda me.»
Bailey la imitò: un fuoco scoppiettante si accese sotto il calderone. La Ashvale annuì, compiaciuta, e scivolò via.
Bailey scoprì che aveva un talento insospettato per le Pozioni. C’era qualcosa nel processo — pesare gli ingredienti, mescolare con il ritmo giusto, osservare il liquido cambiare colore — che gli ricordava la cucina, un’attività in cui era sempre stato bravo. Alla fine della lezione, quando posò la sua ampolla sulla cattedra, la Ashvale la sollevò in controluce con un sopracciglio inarcato.
«Bel lavoro, Burns. Sembra che tu sia portato per questa materia.»
Bailey uscì dall’aula molto soddisfatto. Romilda lo seguiva fissandolo con un’espressione velenosa: a quanto pareva, la sua pozione era venuta meglio della sua.
«Adesso abbiamo la lezione di Volo!» esclamò un ragazzino, saltellando.
L’entusiasmo di Bailey si eclissò. Se n’era dimenticato.
«Sarai stato anche fortunato a Pozioni» disse Romilda con tono acido. «Ma non hai speranze contro di me a Volo. Io sono bravissima.»
«Non lo metto in dubbio» replicò Bailey. «Fosse per me la salterei più che volentieri.»
Si fermò. I ragazzini dietro di lui lo scartarono per non andargli addosso. Romilda si voltò, perplessa.
«Che ti è preso?»
«Devo…» Bailey cercò una scusa. «…andare in bagno. Ci vediamo dopo.»
Fece per allontanarsi.
«Un momento!» gridò Romilda. «Tu non sai nemmeno dove sono i bagni!» Spalancò la bocca. «Te la stai svignando!»
«Non è come sembra…»
«Lo dirò al professor Wings!»
«Oh, andiamo…»
«Non puoi saltare le lezioni!»
Bailey sospirò. «E va bene.» Si arrese. «Guidami.»
Uscirono dal castello. Le lezioni di volo si tenevano nel cortile, nei pressi del parco. Gli studenti erano già lì, scalpitando. Una ventina di scope erano disposte in fila sull’erba, parallele come soldati in attesa di ordini.
«Ce l’avete fatta» disse il professore con un sorriso. «Pensavo non sareste venuti.»
Era un bell’uomo. Alto, con un fisico atletico, capelli castano scuro tagliati corti e occhi verdi. Aveva il volto angolare di qualcuno che ha passato molto tempo all’aria aperta e portava una leggera barba incolta che gli dava un’aria più da avventuriero che da insegnante.
«Tu sei Bailey Burns» proseguì, stringendogli la mano. «Piacere di conoscerti. Sono il professor Wings.»
«Salve» disse Bailey, adocchiando nervosamente le scope.
Da vicino erano ancora meno rassicuranti — bastoni di legno con delle setole in fondo. In che modo avrebbero dovuto farlo volare?
«Prima volta su una scopa, Burns?» chiese il professore, notando il suo sguardo.
«Già.»
«Sta’ tranquillo, andremo per gradi. Per prima cosa, prendete posto accanto alla scopa.»
I ragazzini si allinearono. Bailey si piazzò accanto alla sua con la disinvoltura di un condannato davanti al plotone.
«Ricordate cosa bisogna fare?»
«Allungare la mano e dire “Su!”» risposero in coro i bambini.
«Avanti, allora!»
Romilda tese la mano e disse «Su!» con decisione.
La scopa le scattò in mano al primo colpo. Così fecero gli altri. Bailey era l’unico rimasto.
Fissò la scopa a terra. «Ehm… su?» borbottò.
La scopa rimase immobile. Poi si sollevò all’improvviso, sfrecciando verso l’alto come un serpente che scatta. Bailey la schivò per un soffio: il manico gli passò a un centimetro dal naso.
«Bei riflessi, Burns!» disse divertito il professor Wings. «Riprova.»
Bailey ritentò. Questa volta era pronto. Quando la scopa scattò, la bloccò con entrambe le mani e la tenne stretta, il cuore che gli batteva forte.
«Bene! Ora inforcate le scope.»
Bailey montò sulla scopa. Era dura, scomoda, e gli dava la sensazione di stare seduto su una staccionata. I ragazzini intorno a lui erano eccitati, impazienti. Lui era in preda al terrore.
«Al mio tre. Uno… due…» Il professor Wings si portò un fischietto alle labbra. «…tre.»
Al fischio, tutti i ragazzini si sollevarono in aria. Romilda partì come un razzo, le gambe strette intorno al manico, i capelli rossi che le sventolavano dietro. Bailey restò inchiodato a terra.
«Problemi, Burns?»
«No, no… mi sto solo… preparando.»
Le gambe gli tremavano.
«Sei troppo rigido» disse bonario il professor Wings. «Prova a rilassarti un po’.»
Più facile a dirsi che a farsi.
«Devo farlo per forza oggi?»
«No, ma prima o poi…»
«Non c’è un modo per farsi esonerare dalla sua materia? Senza offesa.»
Il professor Wings gli mise una mano sulla spalla. «So che puoi farcela» disse con fermezza. «Nemmeno a me piaceva volare, all’inizio.»
«E com’è diventato professore di Volo, allora?»
Wings rise. «È una lunga storia.»
Bailey strinse il manico fino a farsi sbiancare le nocche. Si sentiva precario, ridicolo, un quindicenne aggrappato a un bastone mentre dei ragazzini di undici anni sfrecciavano sopra di lui come rondini. Facendosi coraggio, staccò i piedi da terra.
Il mondo scivolò verso il basso. Il prato si allontanò di mezzo metro, poi di un metro. L’aria gli soffiava sotto le suole delle scarpe.
«Fantastico!» esultò il professor Wings. «Visto? Ci sei riuscito!»
Bailey guardò giù. Era sospeso a due metri dal suolo, e la scopa tremava leggermente sotto di lui come un animale nervoso. Non era caduto. Non era morto. La scopa era dannatamente scomoda, ma era vivo.
«Te la senti di fare un giro?» chiese Wings, accennando ai ragazzini che svolazzavano.
«Io… io sto bene così» disse Bailey.
«Va bene.» Wings sorrise. «Hai raggiunto comunque un bel traguardo. Molti bambini non riescono a…»
Un urlo squarciò l’aria.
Bailey alzò lo sguardo. In alto, una sagoma piccola stava lottando con una scopa impazzita che scartava e si impennava come un cavallo imbizzarrito. I capelli rossi. Romilda. La scopa fece un’ultima impennata violenta e Romilda perse la presa. Le sue mani si staccarono dal manico e il suo corpo cadde nel vuoto.
«Weasley!» gridò il professor Wings, precipitandosi verso la propria scopa.
Non ce l’avrebbe fatta. Bailey lo sapeva. Wings era a venti metri, la scopa era a terra, Romilda stava cadendo adesso…
Poi il tempo si fermò.
Non rallentò: si fermò. O forse fu Bailey a smettere di essere nel tempo. Un momento era sulla sua scopa a due metri da terra, e il momento dopo…
Il momento dopo teneva Romilda per il polso, a un metro dal suolo.
Non ricordava di essersi mosso. Non ricordava di aver volato. Non ricordava nulla tra il momento in cui l’aveva vista cadere e quello in cui le sue dita si erano chiuse intorno al suo braccio. C’era solo un buco — un’assenza completa, come una pagina strappata da un libro.
«Burns, che…»
Bailey batté le palpebre. Tornò presente a sé stesso. La scopa gli tremava sotto. Tutti — i ragazzini in aria, il professor Wings a terra con la scopa in mano — fissavano la scena con la bocca aperta.
Si abbassò e posò delicatamente Romilda a terra. Lei si raggomitolò, in lacrime, stringendosi il braccio al petto.
Il professor Wings si fiondò su di lei. «Va tutto bene» le sussurrò, pallido in volto. «Fa’ vedere.»
Fece per toccarle il braccio, ma Romilda cacciò un urlo.
«Deve andare in infermeria. Scendete tutti!»
I ragazzini atterrarono in fretta. Wings prese Romilda in braccio. «Lasciate le scope! La lezione è finita.»
Tornarono al castello. Il professor Wings camminava in fretta, Romilda che singhiozzava contro il suo petto. Bailey gli trotterellava accanto, le gambe che facevano il loro lavoro in automatico, il cervello altrove.
«Sei stato fenomenale, Burns» disse Wings, senza rallentare. «Io stesso non avrei saputo fare di meglio. Sicuro di non aver mai volato prima?»
Bailey non rispose. Stava cercando di ricordare. Di riempire quel vuoto. Ma più ci provava, più il buco si allargava, come un’ombra che si espande quando ti avvicini alla luce.
L’infermeria era una stanza lunga e luminosa al terzo piano, con file di letti bianchi separati da tende e grandi finestre ad arco che lasciavano entrare la luce del tardo pomeriggio.
«Healey!» urlò il professor Wings.
Una giovane donna uscì da un ufficio in fondo alla stanza. Vestiva come un’infermiera d’altri tempi, con un grembiule bianco e una cuffietta.
«Joseph! Che cosa…»
«È caduta dalla scopa. Credo si sia rotta il braccio.»
«Mettila qui» disse la donna, indicando un letto.
Esaminò Romilda con mani esperte. Ogni volta che le sfiorava il braccio, la ragazzina gemeva. «Che cosa è successo?»
«Stavamo facendo esercitazione quando Weasley ha perso il controllo della scopa. Precipitava e Burns l’ha… be’, l’ha afferrata al volo.» Wings si passò una mano sulla faccia. «Credo che le abbia salvato la vita.»
La donna guardò Bailey. «Tu sei il ragazzo nuovo. Piacere, io sono Madame Medler.» Tornò a concentrarsi su Romilda. «Lussazione della spalla. Joseph, tienila ferma.»
«Che volete fare?» gridò isterica Romilda.
«Sta’ tranquilla, cara. Solo un attimo…»
Con un movimento rapido e preciso, l’infermiera spinse la spalla al suo posto. Un suono sordo riempì la stanza. Romilda si inarcò, emise un urlo soffocato, poi crollò sul cuscino, ansimando.
Madame Medler le fece bere una pozione. Dieci minuti dopo, Romilda dormiva.
«La terrò qui per stanotte. Domani il dolore sarà passato.»
Il professor Wings si rilassò. «Grazie, Healey.»
«Dovresti fare più attenzione, Joseph.» La donna lo guardò severamente. «Poteva farsi male sul serio.»
Wings assunse un’aria colpevole, controllò l’orologio e mormorò qualcosa su un’altra lezione prima di dileguarsi.
«Vai pure anche tu, Burns» disse Madame Medler. «Non c’è niente che puoi fare per lei.»
«Le dispiace se rimango un po’?»
Lo sguardo dell’infermiera si addolcì. «No, certo che no.»
Si ritirò nel suo ufficio. Bailey si sedette sulla sedia accanto al letto e fissò Romilda che dormiva. Il viso le si era disteso. Sembrava più piccola, così, senza l’armatura dell’indignazione e della presunzione. Sembrava la ragazzina di undici anni che era.
La sua mente era un groviglio. Non riusciva a spiegarsi cosa fosse successo. Un istante l’aveva vista cadere, e l’istante dopo la teneva per il polso. In mezzo: nulla. Un buco. Un’assenza. Come i sogni che non riusciva a ricordare al risveglio, come la nebbia che gli offuscava la mente ogni mattina. Lo stesso tipo di vuoto.
La porta dell’infermeria si spalancò. Entrò una ragazza con dei palchi di cervo che le sbucavano dalla testa. Capelli rosso rame tagliati corti, espressione divertita.
«Ciao!» salutò come se la cosa più normale del mondo fosse girare per un castello con delle corna di cervo sulla testa.
Bailey la riconobbe. Tulip.
Madame Medler si affacciò dall’ufficio. «Ancora tu!» disse, tra l’arrabbiata e il rassegnato. «Che altro c’è?»
Tulip le mostrò le corna. «Serpeverde. Mi hanno colpita alle spalle.»
L’infermiera sospirò. «Siediti. Arrivo subito.»
Tulip si accomodò sul letto accanto a quello di Romilda. «Che le è successo?» chiese, accennando alla bambina addormentata.
«Caduta dalla scopa.»
«Ahia. Sta bene?»
«Sì. Sono riuscito a prenderla in tempo.»
Tulip inarcò un sopracciglio. «Stai dicendo che le hai salvato la vita?»
Bailey si mosse a disagio. «Più o meno.»
«Ti chiami Bailey, giusto?» Tulip sorrise. Un sorriso furbo, da volpe. «Io sono Tulip Fitzgerald. Corvonero.»
«Sì, lo so chi sei» si lasciò sfuggire Bailey. «Il mio amico Matt mi ha parlato di te.»
Il sorriso di Tulip si fece più acuto. «E cosa ti ha detto esattamente il tuo amico su di me?»
Bailey controllò che Madame Medler fosse ancora nel suo ufficio. «Che puoi procurarmi delle sigarette» mormorò.
Tulip lo studiò per un momento, le corna di cervo che le facevano ombra sul viso. «Forse» disse lentamente. «Ma ti costerà. Parecchio.»
«Sì, riguardo a questo…»
Madame Medler stava tornando con un vassoio di pozioni. «Ti toccherà restare qui per stanotte» decretò, esaminando le corna.
«Sul serio?» si lamentò Tulip. «Non può fare più in fretta?»
«No, Tulip, non posso. Burns, ora dovresti andare.»
Bailey si alzò. Scambiò un’ultima occhiata con Tulip — un’intesa silenziosa, una conversazione da finire — e uscì.
Si scontrò con qualcuno sulla soglia.
«B.B.!»
Jack Weasley, l’aria stravolta, i capelli rossi che gli spuntavano in tutte le direzioni.
«È vero? Mia sorella…»
«Sta bene» lo rassicurò Bailey. «Spalla lussata. Madame Medler l’ha rimessa a posto. Ora sta dormendo.»
Jack ricominciò a respirare. «Meno male. Ho sentito due del primo anno che ne parlavano… dicono che le hai salvato la vita.»
«Sì… be’…»
Jack lo abbracciò. Fu un abbraccio improvviso, forte, di quelli che non si annunciano. «Grazie, B.B.» disse, con la voce che gli tremava. «Chissà come sarebbe finita se tu non fossi stato lì.»
«Non ho fatto niente di che» borbottò Bailey, le braccia lungo i fianchi, rigido nell’abbraccio come sempre quando qualcuno gli dimostrava affetto.
Jack si staccò. «Siamo in debito con te» disse, asciugandosi gli occhi con la manica. «La prossima volta che andiamo a Hogsmeade ti porto al negozio dei miei cugini. Ti piacerà.»
Ed entrò nell’infermeria.
Bailey rimase fermo nel corridoio. Solo. L’eco dei passi di Jack si spense oltre la porta. Avrebbe voluto disperatamente ricordare. Riempire quel vuoto. Ma c’era solo il buco, nero e totale, come una stanza senza finestre.
Con un sospiro, cominciò a camminare. Senza direzione, lasciando che i suoi passi riempissero il silenzio. Doveva preoccuparsi? Non gli era mai successo di avere dei blackout. Ma non gli era mai successo nemmeno di essere un mago, di volare su una scopa, di far levitare una piuma o di possedere un elfo domestico, quindi forse i blackout erano solo l’ultima voce di una lista che stava crescendo troppo in fretta.
Controllò l’orologio. Le cinque e mezza. Pomeriggio libero. La prospettiva di una dormita nella Torre di Grifondoro era invitante, ma per prima cosa doveva capire come tornarci.
Si fermò, scrutando il corridoio. Non aveva la minima idea di dove si trovasse.
Sopra di lui, alcuni ritratti chiacchieravano. «Ehm… scusate» li interruppe, schiarendosi la gola.
Quelli abbassarono lo sguardo.
«Che vuoi?» abbaiò un vecchio mago dall’aria arcigna. «Non vedi che stiamo parlando?»
«Mi servirebbero delle indicazioni per…»
«Non siamo guide turistiche, ragazzo. Trova da solo la strada.»
E il vecchio tornò alla sua conversazione.
Bailey ricominciò a camminare. I corridoi si moltiplicavano, le scale cambiavano direzione, e dopo mezz’ora era più perso di prima. La cosa surreale era che non c’era un’anima in giro — come se il castello avesse inghiottito tutti gli studenti.
Poi sentì dei passi nel corridoio adiacente. Sollevato, girò l’angolo.
Arthur.
Arthur che camminava a passo di marcia, la borsa sulla spalla, l’espressione di un uomo pronto a uccidere qualcuno.
«Ehi» disse Bailey, contento di vedere un volto amico. «Meno male che sei…»
«Pensi che io abbia tempo da perdere?» lo aggredì Arthur, i suoi occhi azzurri che brillavano di furia.
«Cosa…»
«È da quasi un’ora che ti aspetto in Biblioteca!»
Bailey batté le palpebre. Poi capì. «Merda. Le lezioni di recupero.»
«Già! Le lezioni di recupero!» Arthur incrociò le braccia. «Scommetto che hai qualche scusa pronta.»
«Non è una scusa.»
E gli raccontò quello che era successo.
Arthur si calmò, ma solo leggermente. Come un vulcano che passa dall’eruzione al ribollimento sotterraneo. «Sembra che tu le abbia salvato la vita» disse.
Bailey tacque.
«È stato coraggioso da parte tua.» Pausa. «Ma ciò non toglie che dovevi venire in Biblioteca.»
«Mi dispiace, Arti. Mi è proprio passato di mente.»
Arthur sospirò, rilassando le braccia. «Ormai è tardi, è quasi ora di cena. Per oggi te la cavi. Ma se riaccadrà, non esiterò ad andare dalla professoressa Burke. Sappilo.»
A cena, Bailey aveva la sensazione di essere sotto un riflettore. Più volte sollevò gli occhi dal piatto e incontrò quelli di compagni che distoglievano lo sguardo un attimo troppo tardi. Non erano solo i Grifondoro: anche dagli altri tavoli arrivavano occhiate che facevano finta di non esserci.
«Mi stanno guardando tutti» mormorò ad Arthur.
Lui si guardò intorno. «Avranno saputo quello che hai fatto. Le voci si spargono in fretta, a Hogwarts.»
«Ecco il nostro eroe!» esclamò Matthew, sedendosi. «Non mi posso distrarre un attimo che ti metti a salvare donzelle in difficoltà? Si può sapere che è successo?»
Bailey raccontò. Di nuovo. Omise di nuovo il blackout — il buco nella memoria, il vuoto tra il prima e il dopo. Lo spinse in fondo alla mente come un cassetto che non vuoi aprire.
«Per essere la tua prima volta su una scopa, direi che sei andato alla grande» disse Matthew. «Forse dovremmo farti entrare nella squadra di Quidditch.»
«La trovo una splendida idea.»
La voce arrivò da dietro. Si girarono. Amelia Burke li fissava sorridendo, le mani intrecciate davanti a sé, con l’aria di una donna che si è appena materializzata dal nulla — il che, data la sua professione, era probabilmente il caso.
«Oh… professoressa…» boccheggiò Matthew.
«Stavo parlando col professor Wings. Mi ha raccontato quello che hai fatto» disse Amelia, rivolgendosi a Bailey. I suoi occhi verdi brillavano. «A quanto pare hai ottimi riflessi. E a noi serve un nuovo Cercatore, ora che il signor Mordecai ha lasciato la squadra. Non è vero, Taylor?»
«Be’, sì» ammise Matthew. «Però non penso che accetterà, professoressa.»
«E perché mai?»
Matthew si voltò verso Bailey.
«Soffro di vertigini» disse lui. «Non posso andare sulla scopa.»
«Eppure questo non ti ha impedito di salvare la signorina Weasley, no?» Il sorriso di Amelia Burke era eloquente. «Sono sicura che te la caverai alla grande. Ne discuterò col signor Ollerton.» Si voltò. «Buon appetito.»
Non appena fu lontana, Matthew commentò: «Ti ha fregato, amico. Ora ti tocca giocare.»
«Ma io non so niente del Quidditch!» protestò Bailey.
«Su questo ti aiuterò io. Sono il Portiere della squadra di Grifondoro.» Matthew gli diede una pacca sulla spalla. «Senti, se c’è l’ha fatta quella mezza calzetta di Steven, ce la puoi fare anche tu. Era penoso come Cercatore. Nell’ultima partita ha… lasciamo perdere. Chi lo sa, forse riusciremo finalmente a battere quei maledetti di Serpeverde.»
«Ne dubito» intervenne Arthur, senza sollevare gli occhi dal piatto. «Non finché Armistice Hall resterà in squadra.»
«Armistice Hall!» ribatté sprezzante Matthew. «Sei anche tu uno di quelli che baciano il terreno dove passa?»
«No. Ma non si può dire che non sia brava. È una Cercatrice eccezionale. Non credo che B.B. sia alla sua altezza.»
«Ma se non l’hai ancora visto giocare!»
«Vale lo stesso per te, Matthew.» Arthur posò la forchetta. «Per quanto ne sai, potrebbe rivelarsi peggio di Steven.»
«Non dargli retta, B.B. Andrai alla grande.»
Bailey non ne era convinto. Non era mai stato un grande sportivo, e l’idea di volare su una scopa davanti all’intera scuola gli faceva venire la nausea quasi quanto la Smaterializzazione.
Mentre finivano di mangiare, Matthew lo sommerse di informazioni sul Quidditch: le posizioni, i punti, le regole, il Boccino d’Oro. Bailey ascoltava annuendo, ma la sua testa era un groviglio di informazioni.
Quando finalmente si ritirarono nella stanza, era esausto.
«Spero che tu non stia prendendo seriamente in considerazione di entrare nella squadra» disse Arthur dal suo letto, con il tono di chi sta per pronunciare un verdetto.
«Perché non dovrebbe?» chiese Matthew.
«B.B. deve concentrarsi sugli studi. Ha le lezioni di recupero.»
«Vuol dire che ne salterà qualcuna! Non è così grave, Arti.»
«Non è così grave?» sibilò Arthur. «La professoressa Burke mi ha…»
«È stata una sua idea far giocare B.B. Di sicuro non avrà nulla in contrario.»
Arthur non trovò nulla con cui controbattere. S’infilò sotto le coperte e tirò le tende del baldacchino con uno strappo secco.
«Quindi entrerai nella squadra?» chiese Oliver.
«Non lo so ancora» disse Bailey.
Ma mentre lo diceva, una parte di lui — una parte piccola, sepolta sotto il terrore e le vertigini e il buon senso — stava già pensando a com’era stato stare sospeso nell’aria, con il vento sotto le suole e il mondo che si allontanava. A come, per un istante che non riusciva a ricordare, aveva volato.
L’indomani Bailey si svegliò da solo, senza bisogno di un Arthur Morgan a scuoterlo. Era appena l’alba — la luce filtrava pallida e obliqua attraverso le tende, disegnando strisce dorate sul pavimento — eppure si sentiva riposato in un modo che non provava da giorni. Nessun sogno, nessun sudore, nessuna nebbia. Il corpo leggero, la mente sgombra. Come se qualcuno avesse staccato la spina di qualunque cosa lo stesse prosciugando da quando era arrivato a Hogwarts.
Restò a poltrire per qualche minuto, godendosi il silenzio. Il russare sommesso di Samuel. Il respiro lungo e regolare di Arthur nel letto accanto. Il cigolio di un ramo contro la finestra. Poi si alzò e si diresse in bagno per una doccia. Quando tornò, i suoi compagni dormivano ancora. Si vestì facendo attenzione a non svegliare nessuno e scese nella sala comune.
«Mmh? Non è un po’ presto per le lezioni?» bofonchiò assonnata la Signora Grassa dal suo ritratto, strizzando gli occhi.
Bailey non rispose. Uscì e lasciò che i piedi lo guidassero. Non aveva una meta, solo il bisogno di muoversi, di riempire lo spazio con qualcosa che non fosse il pensiero. Il castello era diverso a quell’ora — silenzioso, quasi gentile, come un animale addormentato. L’aria nei corridoi era tiepida e ferma. I quadri dormivano nelle cornici.
Imboccò un corridoio stretto che saliva. Non sapeva dove portasse, ma il percorso aveva qualcosa di familiare, come un sentiero percorso in sogno. L’aria si fece più fresca man mano che saliva. Gradini di pietra consumati si snodavano a spirale. Raggiunse una porta pesante, la spinse, e si ritrovò in uno spazio vasto e aperto, con nidi di legno e trespoli sparsi dappertutto. La luce del primo mattino filtrava dalle finestre ad arco, illuminando centinaia di gufi appollaiati lungo le pareti — barbagianni, civette, allocchi — che tubavano piano, come per non disturbare la quiete del luogo.
La Guferia. Bailey si guardò intorno, affascinato, finché non individuò un grosso allocco addormentato con la testa sotto l’ala.
«Herbie!»
L’allocco sobbalzò, si gonfiò come un palloncino e si guardò intorno con gli occhi spalancati e un’espressione di oltraggio regale.
«Sono qui.»
Herbie lo fissò per qualche secondo, come per valutare se fosse degno di essere perdonato, poi planò verso di lui. Bailey gli offrì il braccio e gli accarezzò il petto.
«Accidenti, a saperlo che finivo qui avrei portato carta e penna.»
Herbie gli pizzicò la manica della veste.
«Mi dispiace, non ho nulla di buono…»
L’allocco emise uno stridio indignato, sbattendo le ali.
«Lo so, lo so…» disse Bailey con la vocina che riservava solo agli animali, grattandogli la testa. «La prossima volta ti porto qualcosa, promesso…»
«Amoreggi spesso in quel modo col tuo gufo?»
Bailey sussultò. Tulip era appoggiata allo stipite della porta, la testa inclinata di lato, un mezzo sorriso che le tirava l’angolo della bocca. Non aveva più le corna.
«Ah… ecco…» balbettò Bailey, sentendo le orecchie farsi calde. «Cosa ci fai qui? Non dovresti essere in infermeria?»
«Sono sgattaiolata via. Devo spedire una lettera.» Tulip alzò lo sguardo verso i gufi e allungò una mano. Una civetta bianca le svolazzò sul braccio. «È il posto ideale se vuoi startene un po’ da solo» aggiunse, legando la lettera alla zampa dell’uccello. «Portala al solito posto» le sussurrò.
La civetta spiccò il volo e uscì da una delle finestre. Herbie tornò al suo trespolo, lasciando Bailey e Tulip soli nel silenzio della Guferia, disturbato solo dal bubbolare sommesso dei gufi.
«Vedo che non hai più le corna» disse Bailey, tanto per spezzare l’imbarazzo.
Tulip si passò le dita tra i capelli rossi. «Peccato, vero? Secondo me mi donavano.»
Bailey si ritrovò a sorridere. «In effetti ti stavano bene.»
Tulip si avvicinò, le mani incrociate dietro la schiena. I suoi passi non facevano rumore sul pavimento coperto di piume e paglia. «Riguardo a ieri… sei ancora interessato a fare affari?»
«Sì. Ma non ho soldi. Letteralmente zero.»
Tulip aggrottò la fronte. «E come intendi pagarmi?»
«Speravo ti servisse qualche favore.»
Lei tornò a guardare i gufi, pensierosa. Il silenzio si allungò per qualche secondo. «C’è una cosa che puoi fare per me, in effetti» disse alla fine.
Bailey avvertì una fievole speranza accendersi da qualche parte nel petto.
«Tutto quello che vuoi.»
Tulip si avvicinò ancora. Ora il suo volto era a pochi centimetri dal suo. Aveva lentiggini sul naso che Bailey non aveva notato prima, e i suoi occhi — castano chiaro, quasi dorati nella luce dell’alba — lo fissavano con un’intensità che non aveva nulla di scherzoso.
«Baciami» sussurrò.
«Ok» disse piano Bailey.
«Intendo un bacio vero. Con la lingua.»
Bailey si chinò, colmando l’ultimo spazio. Le loro labbra si sfiorarono, e poi il bacio si approfondì — caldo, morbido, con un sapore vagamente mentolato che non si aspettava. Tulip gli mise una mano dietro la nuca, le dita che gli si intrecciavano nei capelli.
Bailey si aspettava che si fermasse lì. Fu sorpreso nel sentirla prendergli la mano e guidarla lentamente sotto la gonna.
Quando Bailey rientrò nel dormitorio, i suoi compagni si erano appena svegliati.
«Ehi, ci stavamo giusto chiedendo che fine avessi fatto!» disse Matthew, a metà tra il vestirsi e lo sbadigliare.
«Sono andato a fare un giro.»
«Dove?» Matthew lo guardò incredulo. «Non sai nemmeno raggiungere la Sala Grande. Senza offesa.»
«Sto imparando.» Bailey si sedette sul letto, la voce neutra, le mani che odoravano di menta e piuma. «Sono salito fino alla Guferia.»
«Cavolo, B.B., ne hai fatta di strada! È un miracolo che non ti sia perso.»
Bailey si strinse nelle spalle. Controllò l’orario: Storia della Magia, Incantesimi, Erbologia, Trasfigurazione, Difesa contro le Arti Oscure e Pozioni.
«Che cos’è Difesa contro le Arti Oscure?» indagò Bailey.
«Ci insegnano a proteggerci dalle magie oscure e dalle creature pericolose» spiegò Arthur, allacciandosi la cravatta con la solita precisione millimetrica. «La materia è tenuta dalla professoressa Coleman.»
«Lei è a posto» disse Matthew. «Ti piacerà.»
Mentre scendevano verso la Sala Grande, da un corridoio laterale sbucò un gruppo di Serpeverde. Matthew si fermò per farli passare, la mascella serrata.
Bailey vide Armistice tra loro. Camminava leggermente in disparte, con quel suo passo silenzioso, il libro sotto il braccio. Come sentendo il suo sguardo, si voltò. Per un istante i loro occhi si incrociarono — un contatto breve, impossibile da decifrare — poi lei tornò a guardare avanti.
A colazione, Bailey continuò a cercare il suo sguardo al tavolo di Serpeverde. Senza successo. Ad Arthur la cosa non sfuggì.
«Sul serio. Lascia perdere.»
«Cosa?» chiese Matthew.
Arthur posò la forchetta. «Si è preso una cotta per la Hall.»
«Cosa?» Matthew quasi sputò il succo di zucca. «Ti prego, dimmi che non è vero.»
«Non lo è, infatti» replicò Bailey.
«E allora perché cerchi di attirare la sua attenzione?» insistette Arthur.
«È una Serpeverde!» disse indignato Matthew.
«Me ne frego, sinceramente. È bella, e… non lo so. Sento una specie di connessione con lei.»
«Bella?» Matthew abbassò la voce. «L’hai vista da vicino? Ha una cicatrice sulla faccia.»
«Sì, l’ho vista. Non mi dà fastidio. Anzi…» Bailey cercò le parole. «Qualcuno di voi sa come se l’è procurata?»
«Si dice che da piccola sia stata aggredita da un Mago Oscuro» disse Samuel, con la bocca piena. «Suo padre è un Auror famoso. Pare che una sera abbiano fatto irruzione in casa loro e abbiano ucciso sua madre.»
Matthew lo fissò. «Non lo sapevo. Pensavo si fosse bruciata con qualcosa.»
«In quel caso avrebbe potuto essere curata. No, è una ferita magica. Incurabile.»
«Ho sentito anch’io la storia» intervenne Oliver. «Dicono che il mago che li ha aggrediti fosse William Burns. Il padre della Hall gli stava dando la caccia.»
Bailey smise di masticare. Guardò Armistice, seduta laggiù al suo tavolo, e pensò che anche lei aveva perso sua madre, e che quel dolore era una ferita che conosceva fin troppo bene.
«Comunque resta il fatto che è una Serpeverde» disse Matthew. «Perché non punti a una Grifondoro? O una Tassorosso? Anche Corvonero va bene, sono un po’ snob, però… insomma, ce ne sono tante che sono meglio di Hall.»
Bailey non rispose. Non sapeva spiegarlo. Non era una cotta — o almeno, non solo una cotta. Era qualcosa di più profondo, come riconoscere una nota familiare in una canzone che non hai mai sentito.
«Bailey!»
Romilda gli corse incontro, i capelli rossi al vento, inseguita dai fratelli. Il braccio era fasciato, ma ci gesticolava lo stesso.
«Ciao, Romilda. Vedo che sei guarita.»
«Madame Medler mi ha dimesso poco fa.» Romilda abbassò lo sguardo, arrossendo fino alla radice dei capelli. «Volevo… volevo ringraziarti. Per avermi salvata.»
«Non ho fatto nulla.»
«No, non è vero!» disse lei con impeto. «Sei stato così… tu sei…» La frase finì in un balbettio incomprensibile.
«Be’, grazie, Romilda.»
Lei arrossì ancora di più — se fosse stato fisicamente possibile — e scappò via.
«Grazie, B.B.» disse Thomas con gratitudine. «Se non ci fossi stato tu poteva anche rompersi l’osso del collo.»
«Poi chi la sentiva nostra madre?» commentò sarcastico Jack.
I due raggiunsero la sorella. Bailey non ebbe il tempo di riprendersi che un’altra voce lo chiamò.
«Burns.»
Un ragazzo molto alto e slanciato, con capelli e occhi neri e un’espressione che comunicava l’inequivocabile messaggio di non avere tempo per le cortesie.
«Ciao, Elijah!» lo salutò con trasporto Matthew.
«Ciao» fu la risposta secca. «La professoressa Burke mi ha detto che sei interessato a entrare nella squadra di Quidditch.»
«Ecco…»
«Vieni al campo per le sei. Hai una scopa?»
«No.»
«Non importa. Useremo una di quelle della scuola.»
«B.B. non può» disse Arthur. «Deve…»
«Certo che può» lo interruppe Matthew. «Non mancherà, Elijah.»
Elijah annuì e se ne andò con lo stesso passo marziale con cui era arrivato.
«Quanto è figo» sospirò Matthew, seguendolo con lo sguardo.
«È uno stronzo» disse Oliver.
«Non lo è!»
«Parli così perché ti piace.»
«È un po’ freddo» ammise Matthew. «Ma questo non vuol dire che sia uno stronzo.»
A metà del corridoio verso la prima lezione, una mano lo afferrò per la manica.
Tulip. Gli infilò qualcosa nella mano con un gesto così fluido che nessuno dei ragazzini intorno a loro se ne accorse. Un pacchetto di sigarette.
«Mi sono divertita stamattina» disse, dandogli un bacio leggero sulla guancia. «Se ti serve qualcos’altro, non esitare a chiedere.»
Bailey la guardò allontanarsi, il passo elastico, i capelli rossi che le oscillavano sulle spalle.
«B.B., vieni!» disse Romilda.
Bailey infilò il pacchetto in tasca e la raggiunse. Per tutta l’ora di Storia della Magia non riuscì a concentrarsi su nulla che non fosse il ricordo della Guferia: la luce dell’alba tra le piume, il sapore di menta, le dita di Tulip nei suoi capelli. Ogni volta che ci pensava, un sorriso gli affiorava sulle labbra. Non vedeva l’ora di trovare un angolo tranquillo e accendersi una sigaretta.
Il resto della mattina trascorse senza sorprese. Spellman gli affibbiò dieci punti a Grifondoro senza che Bailey facesse nulla per meritarseli. La professoressa Longbottom gli riservò più sorrisi del solito. Steelwart lanciò le sue consuete frecciatine e gli diede altri compiti. A pranzo Bailey si sedette accanto ad Arthur, lamentandosi di Steelwart con epiteti sempre più coloriti, mentre Arthur mangiava in silenzio fingendo di non conoscerlo.
L’aula di Difesa contro le Arti Oscure era al terzo piano. La professoressa Coleman era una donna dall’aspetto sobrio, con un viso ovale, occhi scuri e intelligenti e un sorriso che ispirava fiducia.
«Oh, ecco il nuovo studente» disse quando Bailey entrò. «È un piacere conoscerti. Samantha Coleman. Benvenuta nella mia classe, Bailey.»
Era calma, diretta e aveva senso dell’umorismo — tre qualità che la ponevano automaticamente all’estremo opposto dello spettro rispetto a Steelwart.
«So che stai seguendo lezioni di recupero con Arthur Morgan.»
Bailey annuì.
«Non potevi capitare in mani migliori. È uno studente brillante.» Batté le mani. «Ottimo! Direi di iniziare. Oggi studieremo l’incantesimo Expelliarmus. Chi sa dirmi cos’è?»
La mano di Romilda scattò.
«È un incantesimo di Disarmo.»
«Cinque punti a Grifondoro. Come saprete — se avete letto il capitolo undici, come vi avevo chiesto — questo incantesimo, nella sua apparente semplicità, può fare la differenza tra la vita e la morte. Harry Potter stesso lo utilizzò contro Voldemort in più di un’occasione.»
Bailey sollevò timidamente la mano.
«Sì, signor Burns?»
«Scusi… chi sono Harry Potter e Voldemort?»
Un brusio attraversò la classe. I ragazzini si giravano a guardarlo, sussurrando. Bailey avrebbe voluto sparire.
«È un Nato Babbano» disse altera Romilda, lanciando occhiatacce in tutte le direzioni. «È normale che non sappia chi sono.»
La Coleman alzò una mano e il brusio cessò. «Harry Potter è uno dei maghi più celebri della nostra epoca» spiegò con voce calma. «Quando era solo un neonato, sopravvisse a un attacco di Lord Voldemort, il mago oscuro più temuto di tutti i tempi. Voldemort cercò di ucciderlo, ma la maledizione gli rimbalzò contro e lo distrusse quasi completamente. Da quel momento, Harry Potter è diventato il simbolo della resistenza contro il male.»
Bailey ascoltava a bocca aperta. La Coleman proseguì: «Voldemort, il cui vero nome era Tom Riddle, era ossessionato dal potere e dall’immortalità. Creò un regno di terrore. Cercò di eliminare chiunque gli si opponesse, soprattutto i Nati Babbani. Anche se sconfitto da Harry da neonato, tornò al potere e si scontrarono nuovamente. Alla fine, Harry lo sconfisse definitivamente durante la Battaglia di Hogwarts.»
«La Battaglia di Hogwarts?» ripeté Bailey.
«L’ultima e più grande battaglia della Seconda Guerra dei Maghi. Avvenuta proprio qui, tra queste mura.» La voce della Coleman si abbassò. «Voldemort e il suo esercito attaccarono la scuola. Incantesimi volavano ovunque, le mura tremavano. Molti caddero.» Una pausa. «Ma Hogwarts resistette. E Voldemort fu sconfitto.»
Un ragazzino alzò la mano. «Come fece Potter a sopravvivere alla Maledizione Mortale?»
La Coleman esitò. «Nessuno lo sa con certezza.»
«Ma la Maledizione ha un tasso di mortalità del cento per cento, no?» insistette il ragazzino. «Quindi non è così mortale.»
«Lo è eccome, signor Finnigan. Rientra tra le Maledizioni Senza Perdono. Ma il caso di Potter resta inspiegato.»
«Il mio bisnonno era il suo compagno di stanza!» urlò un altro bambino.
«Sì, signor Thomas, lo sappiamo» disse la professoressa Coleman con lieve sospiro.
«Capirai, anche il mio...»
«Sì, signor Finnigan, sappiamo anche questo...»
«Io sono una sua parente eppure non sto qui a vantarmi» disse sdegnata Romilda.
«Direi di tornare alla lezione» disse la professoressa Coleman. «A meno che il signor Burns non abbia altre domande.»
Il ragazzino di nome Finnigan si girò verso Bailey. «È vero che sei parente di William Burns?»
Il silenzio che calò sull’aula aveva una consistenza quasi fisica.
«Non so nemmeno chi è» rispose Bailey.
«È un Nato Babbano!» ripeté Romilda con veemenza. «Non può essere suo parente!»
«Io ho sentito che è un mezzosangue» replicò il ragazzino. «Non hai mai conosciuto tuo padre, giusto?»
«Adesso basta.» La Coleman si era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua statura. «Il vostro compagno non ha nulla a che fare con William Burns. È un caso di omonimia. Torniamo alla lezione.»
Al suono della campana, Bailey aspettò che l’aula si svuotasse.
«Professoressa.»
La Coleman lo guardò, le mani impegnate a chiudere la borsa. «Sì, Burns?»
«Può dirmi qualcosa su William Burns?»
Non sembrava sorpresa. La sua espressione s’incupì appena, come un cielo che si copre. «Perché t’interessa? Spero che tu non creda alle sciocchezze che circolano.»
«Voglio solo sapere chi è.»
«Un mago oscuro.»
«Come Voldemort?»
«Possiamo dire che abbia provato a seguirne le orme. Per fortuna, a differenza di Voldemort, è stato fermato in tempo.» La Coleman si mise la borsa sulla spalla. «Sarò molto chiara con te, Burns. Non esiste alcun legame tra te e William Burns.»
«Come fa a saperlo?»
«Ero un Auror prima di diventare insegnante. Facevo parte della squadra incaricata di dargli la caccia.» Lo guardò dritto negli occhi. «Conoscevo molto bene William Burns. Non aveva parenti. Né tanto meno figli. Era…» Cercò la parola con la cura di chi sa che le parole pesano. «…un uomo spregevole.»
Sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, ma si fermò. «Va’, o farai tardi alla prossima lezione.»
Bailey uscì. Romilda era appostata dietro la porta.
«Stavi origliando?»
Divenne dello stesso colore dei suoi capelli. Mentre si dirigevano verso i Sotterranei, Bailey la vedeva aprire e chiudere la bocca come un pesce fuor d’acqua.
«E così sei imparentata con un mago famoso, eh?» disse, per distrarla.
«Non è questo granché. Certo, Harry Potter è stato un grande mago, ma mai come Albus Silente.»
«Chi è Albus Silente?»
«Lo sapresti, se fossi un po’ attento alle lezioni di Storia della Magia!»
Bailey sorrise. «Mi sembra di sentire Arti.»
«Mi stai paragonando a Morgan?» ribatté offesa Romilda.
Le sei arrivarono più in fretta del previsto. Bailey si precipitò fuori dal castello e si rese conto che non aveva la minima idea di dove fosse il campo. Avvicinò due ragazze nel cortile. «Scusate, sapete dov’è il campo da Quidditch?»
Le due si guardarono e ridacchiarono. «Seguici.»
Presero un sentiero che li condusse oltre i terreni scolastici. Bailey cominciava a chiedersi se non lo stessero tendendo un’imboscata quando vide in lontananza un’alta struttura circolare.
Il campo era enorme. Lungo, ovale, con erba verde e curata. Ai lati si ergevano tribune di legno dipinte con i colori delle quattro Casate. Ai due estremi del campo, tre alti anelli dorati svettavano su aste lunghe e sottili.
Elijah lo stava aspettando al centro del campo, con l’aria di un uomo il cui orologio è in anticipo sul resto del mondo. «Dove diavolo eri finito? È da mezz’ora che ti aspetto!»
«Non sapevo la strada.»
«Non importa. Dobbiamo cominciare.»
Si avvicinarono a un forziere posato sull’erba, accanto a due scope. Elijah lo aprì. All’interno c’erano quattro palle di forme diverse. «Questa è la Pluffa» disse, indicando la più grande. «Questi sono i Bolidi.» Indicò le due palle nere. Poi afferrò la più piccola: dorata, lucente, grande quanto una noce. Non appena la toccò, dalla sua superficie spuntarono due ali sottili che presero a sbattere con frenesia. «E questo è il Boccino. Lui è la tua priorità.»
Bailey deglutì. «Senti, Elijah, devo dirti una cosa prima di…»
«Maledizione» sibilò Elijah, guardando oltre la sua spalla.
Un gruppetto di ragazzi in divisa verde stava attraversando il campo, le scope in mano. In mezzo a loro c’era Armistice. Bailey sentì qualcosa contrarsi nel petto.
«Che ci fai qui, Ollerton?» disse il ragazzo più grosso del gruppo — alto, largo, con una faccia da mastino e il sorriso di qualcuno che si diverte a spese degli altri. «Ho prenotato il campo per oggi. Ti è forse sfuggito?» Il suo sguardo si posò su Bailey e il sorriso si allargò. «Ma non mi dire… vuoi provinare il nuovo arrivato? Speri che riesca a salvare anche la tua squadra?»
I Serpeverde risero. Armistice no.
«Fuori di qui, pivelli. Dobbiamo allenarci.»
Elijah serrò la mascella. Bailey lo vide irrigidirsi come un cane che punta la preda.
«Fallo provare, Selwyn.»
Tutti si voltarono verso Armistice. Lei era rimasta in piedi, leggermente in disparte, con la scopa appoggiata alla spalla e l’espressione di chi ha appena proposto di ordinare una pizza.
«Dici sul serio?» disse incredulo il ragazzo grosso.
«Potrebbe essere divertente» disse Armistice, e la sua voce non conteneva divertimento. Conteneva qualcos’altro. Curiosità, forse.
«Sai che c’è? Hai ragione.» Il ragazzo si voltò verso Bailey con un altro sorriso feroce. «Facciamolo provare. Anzi, perché non unire l’utile al dilettevole? Giocheremo anche noi.»
«Prendi la scopa, Burns» disse Elijah, senza guardarlo.
Bailey prese la scopa con la consapevolezza di chi sta per saltare da un ponte e non ha il paracadute. Dalle tribune, qualcuno gridò il suo nome. Si girò: Matthew, Oliver, Samuel e i fratelli Weasley si sbracciavano dagli spalti di Grifondoro. Poco più in là, seduto da solo, c’era Arthur.
Erano venuti a fare il tifo per lui. Bailey avrebbe preferito che non l’avessero fatto. Adesso si sentiva responsabile.
Montarono sulle scope. Elijah liberò le palle. Il Boccino schizzò via come un proiettile dorato e scomparve.
«Vediamo che sai fare, nuovo arrivato» lo canzonò Selwyn. «Lasciami senza fiato.»
Bailey tremava. Ma non era il tremore a preoccuparlo. A preoccuparlo era che Armistice Hall lo stava fissando, sospesa a dieci metri d’altezza, aspettando che lui facesse qualcosa. Sarebbe stato magnifico riuscire a impressionarla. Sarebbe stato anche magnifico non morire.
Staccò i piedi da terra. Salì. Il vento gli soffiava nelle orecchie. Non pensare. Non pensare. Strattonò il manico verso l’alto e la scopa prese a salire, sempre più su, e il campo si rimpicciolì sotto di lui, e il lago in lontananza divenne una macchia scura, e Bailey capì che se avesse guardato giù sarebbe finita.
Così non guardò giù. Guardò avanti.
Armistice era a trenta metri, sospesa, la testa che girava da un lato all’altro, gli occhi che scandagliavano l’aria in cerca del Boccino. Bailey le puntò addosso la scopa.
«Ciao!» gridò, affiancandola. Il vento gli portava via le parole. «Devi ancora dirmi il tuo nome!»
Lei gli lanciò un’occhiata — glaciale, valutativa — e non rispose.
«Visto niente d’interessante?»
Armistice impennò di colpo, schizzando verso l’alto. Bailey la seguì, il cuore in gola, la scopa che vibrava sotto di lui.
«Dicono che tu sia la migliore giocatrice della scuola!»
Un luccichio. Il Boccino, davanti a loro, a una ventina di metri. Armistice lo aveva visto prima di lui. Bailey cercò di accelerare, ma la sua scopa era al limite. Armistice lo superò come se stesse ferma, allungando la mano verso il Boccino…
«Anch’io ho perso mia madre!»
Non sapeva perché lo stesse dicendo. Le parole gli erano uscite prima del pensiero, come un riflesso, come se qualcosa dentro di lui avesse deciso che quello era il momento.
Armistice si voltò. Solo per un istante. Ma le bastò: il Boccino guizzò di lato e scomparve.
«È morta otto anni fa. Di cancro al cervello.»
La mascella di Armistice si serrò. Scartò di lato, cercando di seminarlo, ma Bailey le stava incollato, più per istinto che per abilità.
«So che anche tu hai perso la tua. Magari potremmo…»
Qualcosa di nero gli sfrecciò a un palmo dalla testa. Un Bolide. Bailey si abbassò per un soffio.
«Lascialo a me!» urlò Armistice al compagno che l’aveva lanciato. «È mio!»
L’aveva fatta arrabbiare. La cosa, inspiegabilmente, lo esaltò.
Armistice scartò di nuovo, così bruscamente che Bailey dovette rallentare per non investirla. Aveva visto il Boccino — eccolo, che zigzagava a pochi metri da loro, le ali che battevano frenetiche. Bailey si tuffò. Erano spalla a spalla, le dita tese, il vento che ulava…
Armistice si sporse e lo afferrò.
Fece un giro della morte — un movimento fluido, perfetto, il corpo che seguiva la scopa come fosse un’estensione del suo braccio — e rimase sospesa in aria, il Boccino che le sbatteva le ali tra le dita.
Bailey, troppo concentrato su di lei, si accorse troppo tardi che stava puntando dritto verso il suolo.
«Burns!»
Strattonò il manico. La scopa si impennò a un metro dall’erba, sfiorandola con le setole, e Bailey planò raso terra, il cuore che gli batteva nelle tempie.
«Basta così!» gridò Elijah accanto a lui.
Era finita. Scesero dalle scope. Le gambe di Bailey tremavano così forte che dovette appoggiare le mani sulle ginocchia per non cadere.
«Ti arrendi, Ollerton?» gridò Selwyn con ghigno. «Fai bene. Il tuo nuovo Cercatore non sembra granché.»
Elijah non rispose. Si diresse verso l’uscita. Bailey lo seguì, e prima di voltarsi sentì lo sguardo di Armistice sulla schiena — caldo come un raggio di sole attraverso una finestra. Le fece un cenno con la mano, senza girarsi.
«Mi dispiace» disse a Elijah. «Ho provato a dirti che non sono bravo a volare.»
«Fai il modesto?» replicò secco Elijah. «Te la sei cavata alla grande.»
«Non ho preso il Boccino.»
«Solo perché Hall ha una scopa molto più veloce della tua. Sei riuscito a marcarla stretto, e questo è già un passo avanti. Nessuno c’era mai riuscito.» Elijah lo guardò di sbieco. «Parlerò con la professoressa Burke. Vedrò di farti avere una scopa decente.»
«Quindi… sono nella squadra?»
«Certo che sei nella squadra.»
Matthew e gli altri lo accolsero come un eroe.
«Sei stato fantastico!» urlò Matthew, abbracciandolo. «Hai quasi fregato il Boccino a Hall!»
«Quasi» sottolineò Bailey.
«Finora nessuno era riuscito a tenerle testa» disse Jack con un sorriso. «Forse quest’anno avremo qualche possibilità.»
Lo scortarono a cena con un entusiasmo che Bailey non sentiva di meritare. Elijah confermò gli allenamenti per il giorno dopo, e quando Arthur tentò di obiettare sulle lezioni di recupero, lo fulminò con un’occhiata che lo fece ammutolire.
«Le recupereremo» disse Bailey ad Arthur, vedendolo incupirsi. «C’è sempre il fine settimana. Non ci sono lezioni il fine settimana, vero?»
Arthur si alzò senza rispondere.
«Dove vai? Sta per iniziare il banchetto.»
«Non ho fame.»
Sparì.
Matthew scosse il capo. «Ogni tanto gli prende così.»
Durante tutta la cena, Bailey avrebbe voluto che parlassero d’altro. Sentiva di aver commesso un errore colossale e il peso delle aspettative gli gravava addosso. Lanciò un’occhiata furtiva al tavolo dei Serpeverde. Per un istante, ebbe l’impressione di incrociare lo sguardo di Armistice, ma il contatto durò così poco che pensò di averlo immaginato.
Rientrato nella sala comune, Bailey si dileguò con la scusa di essere stanco. Trovò Arthur seduto sul letto, assorto in un grosso libro.
«Che leggi di bello?» disse Bailey, lasciandosi cadere sul proprio letto.
«Incantesimi Avanzati.»
«Sembra… interessante.»
«Come mai non sei con gli altri?»
«Ho sonno. E tu come mai non hai voluto mangiare?»
Arthur si strinse nelle spalle — un gesto che Bailey gli aveva visto fare raramente, e che per questo comunicava più di quanto avrebbe voluto.
«Non dovresti saltare i pasti» disse Bailey, cominciando a spogliarsi. «Non ti fa bene. Sei già così magro.»
Sentì qualcosa — non un suono, ma una percezione, come un cambiamento nella temperatura dell’aria. Si voltò. Arthur lo stava fissando. Non il libro, non il muro, non un punto vago nello spazio: lui. La schiena nuda di Bailey. I suoi occhi azzurri erano spalancati, e per un istante brevissimo — un battito di cuore, forse meno — tutta la sua compostezza, tutto il suo rigore, si dissolsero, e rimase solo un ragazzo di quindici anni che stava guardando qualcosa che non avrebbe dovuto guardare.
Poi Arthur abbassò lo sguardo sul libro, così bruscamente che le pagine tremarono.
Bailey infilò il pigiama senza commentare. Si mise sotto le coperte. «Ti dà fastidio?» chiese Arthur, riferendosi alla luce.
«No, non preoccuparti.»
Chiuse gli occhi. Si addormentò entro pochi minuti.
Camminava lungo un corridoio deserto. Le torce proiettavano ombre lunghe. Da un angolo sbucò il professor Steelwart, la bacchetta sollevata come una torcia, il mantello nero che si sollevava a ogni passo. Non mostrò sorpresa nel vederlo. Anzi, non sembrò vederlo affatto: gli passò accanto senza una parola, senza un’occhiata, come se Bailey fosse trasparente.
Bailey lo osservò scomparire nel buio e riprese a camminare. Poco dopo, senza pensarci, si infilò in una porta laterale. Non sapeva dove si trovasse, eppure dentro di sé sapeva che era lì che doveva andare.
Un bagno. Vuoto, illuminato dalla luce della luna. Entrò in una delle cabine, chiudendosi dentro con un gesto meccanico. Solo in quel momento si rese conto di avere il pacchetto di sigarette stretto nella mano. Ne estrasse una, portandosela lentamente alle labbra…
Bailey riprese coscienza di colpo, come un nuotatore che buca la superficie dopo essere stato troppo a lungo sott’acqua.
Si guardò intorno. Pareti strette. Piastrelle. Una porta chiusa davanti a lui. Era seduto sulla tazza di un bagno. Un bagno di Hogwarts. Non il suo letto. Non il dormitorio. Un bagno.
Il cuore gli partì come un treno. Si passò una mano sulla fronte — sudata, fredda — e cercò di raccogliere i pezzi. L’ultima cosa che ricordava era il corridoio, Steelwart che gli passava accanto senza vederlo. Ma quello era un sogno. Doveva essere un sogno, perché un momento prima stava dormendo nel suo letto a Grifondoro e adesso era…
Non era un sogno.
Aveva camminato nel sonno. Era l’unica spiegazione. Ma non era mai stato sonnambulo. E Steelwart? Se era reale — se l’aveva davvero incrociato nel corridoio — come aveva fatto a non vederlo?
Lo sguardo di Bailey cadde sulla tazza. Dentro galleggiava qualcosa. Strizzò gli occhi. Il pacchetto di sigarette. Fatto a pezzi. Il tabacco sparso nell’acqua come alghe marroni. Le cartine strappate.
Era stata opera sua? Perché lo aveva fatto?
Un rumore di passi. Una porta che si apriva. Bailey trattenne il fiato.
«Ti avevo detto di non venire più!»
«Abbassa la voce! Così ci scopriranno!»
Bailey riconobbe le voci prima di elaborarne il significato. Il sangue gli si gelò nelle vene.
«E comunque non ero lì per te.»
«Ah, no? E per chi, allora? Burns?»
«Mi hanno costretto, non avevo scelta!»
Un tonfo sordo. La porta della cabina di Bailey tremò.
«Non prendermi per il culo, Arthur.»
«È la verità!»
«Pensi che io sia stupido? Lo capisco quando menti.» La voce di Elijah era bassa, roca, pericolosa. «Te lo ripeterò per l’ultima volta: non voglio vederti agli allenamenti.»
«Che senso ha, Eli? Non faccio nulla di male. La gente non penserà niente solo perché…»
«Questo lo credi tu.»
«Non posso parlarti, non posso guardarti…» la voce di Arthur tremò, e in quel tremore c’era qualcosa che Bailey non gli aveva mai sentito prima: non rabbia, non indignazione, ma qualcosa di più nudo, più fragile. «Tanto vale chiuderla qui.»
Silenzio. Bailey trattenne il fiato. Dall’altra parte della porta sentiva il proprio cuore battere così forte che era certo lo sentissero anche loro.
«No» disse Arthur.
«No?»
«Io… non ne ho voglia.»
«E allora perché sei venuto?» chiese Elijah, aggressivo.
Arthur non rispose subito. Quando parlò, la sua voce era così bassa che Bailey dovette trattenere il respiro per sentirla.
«Vorrei solo… che tu mi considerassi un po’ di più.»
«Lo sai come la penso. Sono stato chiaro.»
«Sì, ma… non dico di rendere la cosa pubblica. Però…»
«Dannazione, Arthur!» sbottò Elijah. «Non possiamo goderci questo momento insieme e basta?»
«Io… non credo di poter continuare così.»
«Insomma, mi stai lasciando?»
«Per poterti lasciare dovremmo prima stare insieme.»
Le parole caddero nel silenzio. Bailey chiuse gli occhi. Non doveva essere lì. Non doveva sentire questo.
«Fa’ come vuoi» disse Elijah, e la sua voce era cambiata — non più arrabbiata, ma vuota.
I suoi passi si allontanarono. La porta del bagno si chiuse. Il silenzio tornò, denso e soffocante.
Per un lungo momento non accadde nulla. Bailey rimase immobile nella cabina, ogni muscolo teso, le dita premute contro le ginocchia. Poi lo sentì. Un singhiozzo. Soffocato, fragile, il suono di qualcuno che sta cercando con tutte le sue forze di non piangere e non ci riesce.
Bailey chiuse gli occhi più forte. Si ripeté che non doveva uscire, che avrebbe solo peggiorato le cose, che la cosa giusta era restare lì e fingere di non esistere. Ma Arthur stava piangendo. E Bailey, per tutti i suoi difetti, non era il tipo che riusciva a restare fermo mentre qualcuno soffriva.
Aprì piano la porta della cabina.
Arthur era davanti ai lavandini, le mani premute sul bordo, la testa china. Le spalle gli tremavano. Non si accorse subito di lui.
«Ehilà» disse Bailey, e la sua voce uscì più incerta di quanto avrebbe voluto.
Arthur sussultò come se qualcuno gli avesse scaricato una corrente elettrica. Sollevò lo sguardo e i suoi occhi — rossi, gonfi, le ciglia bagnate — si spalancarono. «B-Bailey?» La voce era un filo. «Cosa ci fai qui?»
«Ero… venuto a fare una passeggiata.» Bailey gesticolò vagamente verso la cabina. «Bella serata, no?»
Era la cosa più stupida che potesse dire, e lo sapeva. Ma le parole giuste per consolare qualcuno non gli erano mai venute naturali. Non le aveva imparate. Nessuno gliele aveva insegnate.
Arthur lo fissava, il volto pallido come carta. «Sei… sei stato lì dentro per tutto il tempo?»
Bailey deglutì. «Be’, sì.»
«Hai…»
«Potrei aver sentito qualcosa» ammise Bailey, e la colpa gli premeva sul petto come un macigno. «Ma… ecco… sì.»
Arthur scoppiò in un altro pianto — non silenzioso, questa volta, non soffocato, ma aperto, disperato, il pianto di qualcuno che ha tenuto troppo dentro per troppo tempo.
«Ti prego, non dirlo a nessuno!» lo implorò, la voce rotta. «Non voglio che si sappia!»
«È una cosa normalissima, Arti. Non c’è nulla di…»
«No!» Arthur si premette le mani sugli occhi. «Ti scongiuro, B.B., farò qualsiasi cosa…»
«Va bene, va bene.» Bailey alzò le mani. «Ora però calmati.»
Ma Arthur non si calmava. I singhiozzi gli scuotevano il petto come spasmi, e Bailey sentiva crescere dentro di sé un nodo di imbarazzo e impotenza — la sensazione familiare di non sapere cosa fare di fronte al dolore di qualcun altro.
Alla fine gli venne in mente una sola cosa. Si avvicinò ad Arthur e lo strinse a sé.
«Va tutto bene» mormorò. «Non lo dirò a nessuno. Promesso.»
Arthur si irrigidì nel suo abbraccio. Poi, lentamente, si lasciò andare. Il suo peso si appoggiò contro Bailey, le mani che gli si aggrappavano alla maglia del pigiama, la fronte premuta nell’incavo del suo collo.
Bailey prese ad accarezzargli i capelli. Era un gesto goffo, impacciato — non aveva molta esperienza nel consolare le persone, e le sue dita si muovevano sui capelli di Arthur con l’incertezza di chi sta toccando qualcosa di fragile. Ma erano morbidi come se li era immaginati, e avevano quel profumo floreale che ormai associava a lui. Ci ficcò il naso dentro, annusandolo discretamente.
Arthur si stava calmando. Il suo respiro si era fatto più lento, più profondo. Sollevò la testa. Le loro guance si sfiorarono — la pelle di Arthur era calda e umida di lacrime — e per un momento i loro visi furono così vicini che Bailey sentì il suo fiato sulle labbra.
«Grazie» sussurrò Arthur.
I suoi occhi azzurri erano a pochi centimetri. Nella luce lunare del bagno sembravano quasi trasparenti.
Bailey deglutì. C’era qualcosa in quell’istante — nella vicinanza, nel silenzio, nel modo in cui Arthur lo stava guardando — che gli fece perdere per un momento il filo di quello che stava pensando.
«Figurati» disse, e la sua voce uscì più roca del previsto. «Ora… dovremmo andare.»
Si scostò, lasciandolo andare. Arthur tirò su col naso e si asciugò gli occhi con la manica. «Sì. Hai ragione.»
Sulla strada del ritorno non spiccicarono parola. I corridoi erano vuoti, le torce quasi spente, e i loro passi risuonavano nell’oscurità come un battito irregolare. Una volta a letto, Bailey fissò il baldacchino sopra di sé.
Pensò al sonnambulismo. Alle sigarette distrutte. A Steelwart nel corridoio che non lo vedeva.
Pensò ad Arthur che piangeva in un bagno nel cuore della notte.
Pensò a quanto erano morbidi i suoi capelli.
Poi smise di pensare, perché il sonno lo prese, e questa volta lo portò in un luogo senza sogni.
«Che roba è Astronomia?» chiese Bailey, controllando l’orario.
«Si studia la volta celeste. I nomi delle stelle, i movimenti dei pianeti» spiegò Arthur.
«Qua dice che la lezione si terrà dopo cena!»
«Che cosa pretendi? Non possono mica farla di giorno» sghignazzò Matthew.
Bailey sospirò. Come se le sue giornate non fossero già abbastanza piene.
Scesero nella sala comune. Un capannello di Grifondoro si era radunato davanti alla bacheca.
«Qualche novità?» chiese Matthew, allungando il collo.
«È la data della prossima uscita a Hogsmeade» rispose un ragazzo del gruppo. «Il trenta.»
«Non vedo l’ora!» Matthew si strofinò le mani. «Stavo giusto per finire la mia scorta di dolci. Tu verrai con noi, vero, B.B.?»
«Lui non sa neanche di che stai parlando, Matthew» disse Arthur.
«So cos’è Hogsmeade» replicò Bailey. «È un villaggio. Da qualche parte vicino a Hogwarts.»
«Non è un villaggio come gli altri» disse Matthew con un sorriso che prometteva meraviglie. «Hai il permesso?»
«Ehm…»
«Devi chiedere alla professoressa Thistledown» disse Oliver. «È la nostra Direttrice. Può procurarti il modulo da far firmare ai tuoi tutori.»
«In che senso è la “Direttrice”?»
«Ogni Casata ha il suo Direttore. Spellman è il Direttore di Tassorosso, la Ashvale di Corvonero, e Steelwart…»
«Serpeverde?» concluse Bailey.
«Già.»
«Non avevo dubbi.»
«Se vuoi posso dirlo io alla Thistledown, B.B.» disse Samuel. «Ho Babbanologia in prima ora.»
«Grazie, Sam.»
Mentre si accomodavano al tavolo di Grifondoro, Arthur gli lanciò un’occhiata che Bailey aveva imparato a riconoscere. «Hai fatto i compiti di Trasfigurazione?»
Bailey alzò gli occhi al cielo plumbeo sopra di lui. Se n’era completamente dimenticato.
«A che ora ce l’hai?»
«Dopo pranzo.»
«Che ti aveva chiesto di fare?»
«Un tema sugli argomenti del capitolo tredici.»
«Dammi il libro.»
Bailey tirò fuori Trasfigurazione per Principianti e glielo passò. Arthur andò al capitolo tredici, scorse rapidamente la pagina e disse: «È facile. Ti dico io cosa scrivere.»
«Davvero? Grazie, Arti!»
Bailey prese la pergamena e la penna col calamaio.
«Stai davvero aiutando B.B. a fare i compiti?» domandò incredulo Matthew. «Quasi non ti riconosco, Arti.»
«Non è che aiuteresti anche me?» disse speranzoso Samuel.
«No» disse secco Arthur.
Era una sensazione stranamente liberatoria stare lì a scrivere senza dover pensare, lasciandosi guidare dalla voce di Arthur che dettava con la precisione di un metronomo. La mente di Bailey si alleggerì, libera per una volta dal peso di dover inventare o pianificare.
«Cerca di stare attento» disse severo Arthur, intuendo che si stava perdendo. «Sono cose che devi comprendere, non solo ricopiare.»
Le prime due ore erano dedicate a Incantesimi. Il professor Spellman era più elettrizzato del solito — il che era tutto dire, considerando che il suo stato naturale era già quello di un uomo collegato alla rete elettrica.
«Oggi voglio insegnarvi l’incantesimo Petrificus Totalus! Chi sa dirmi cosa fa?»
Stranamente, Romilda non alzò la mano.
«Vada pure, signor Salander!»
«Congela completamente una persona, rendendola immobile.»
«Più o meno. Sarebbe più esatto dire che irrigidisce il corpo della persona su cui è lanciato, rendendolo duro come una pietra. Si usa per immobilizzare un avversario oppure per difendersi da creature magiche. L’effetto svanisce nell’arco di poche ore, senza conseguenze. Se si vuole invertirlo immediatamente, basta la formula Finite Incantatem.» Spellman fece una pausa ad effetto. «Da non confondere con l’incantesimo Paralizzante, che blocca solo le gambe. Sì, signorina Weasley?»
«Non crede sia un po’ prematuro per noi imparare questo incantesimo?»
«Oh, niente affatto! Sono sicuro che ve la caverete alla grande. E poi vi servirà, visto che…» Si bloccò, portandosi una mano alla bocca. «Ah, non voglio dire niente!»
«Ci servirà per cosa?» chiese Finnigan.
Il sorriso di Spellman si allargò fino a minacciare la tenuta strutturale del suo viso. «È una sorpresa. Ve lo dirò alla fine delle lezioni.»
Si esercitarono per tutte e due le ore. Bailey fu il primo a padroneggiare l’incantesimo — la formula gli uscì naturale, come se la conoscesse da sempre, e il bersaglio — un manichino di paglia — si irrigidì al primo tentativo.
«Ben fatto, Bailey! Dieci punti a Grifondoro!»
Al suono della seconda campanella, Spellman batté le mani con la forza di un uomo che sta per fare l’annuncio della sua vita.
«Prima di andare! Ho chiesto alla professoressa Burke di riformare il Club dei Duellanti, e lei ha dato la sua benedizione!»
Alcuni ragazzini trattennero il fiato. Altri — Bailey tra questi — si scambiarono occhiate confuse.
«Il Club dei Duellanti» spiegò Spellman, assumendo una voce autoritaria che gli stava addosso come un vestito preso in prestito. «è un’organizzazione pensata per insegnare l’arte del duello magico. Imparerete come affrontare un avversario in un ambiente sicuro, usando incantesimi difensivi e offensivi. Non si tratta di lanciarsi maledizioni: la priorità è proteggervi, mantenendo la calma sotto pressione.» Studiò le reazioni degli studenti. «La partecipazione non è obbligatoria, ma è un’occasione preziosa per migliorare le proprie abilità. Non si sa mai quando potrebbero tornarvi utili. Chiunque voglia partecipare, può iscriversi firmando il foglio in bacheca nella Sala Grande. Sì, signorina Weasley?»
«Il Club è aperto a tutti? Anche agli studenti più grandi?»
«Be’, sì.»
«Ma così non è giusto!» protestò Finnigan. «Che speranze abbiamo contro di loro?»
«Ci faranno a pezzettini!» squittì terrorizzata una ragazzina accanto a Bailey.
«Suvvia, non fate così!» li implorò Spellman, con l’aria di un padre il cui piano per la gita di famiglia sta andando in pezzi. «Sarà divertente!»
I ragazzini non erano convinti. Bailey fece per uscire con loro, ma Spellman lo bloccò sulla porta. «Tu parteciperai, vero, Bailey?»
«Ecco…»
«Certo che lo farai!» Gli colpì la spalla con una pacca che quasi lo mandò a sbattere contro lo stipite. «Bravo ragazzo!»
Bailey raggiunse le serre con una sensazione di panico allo stomaco. Prima il Quidditch, ora i duelli. Non lo potevano lasciare in pace?
A pranzo, Arthur fu il primo a venirgli incontro. «Dobbiamo finire il tema» disse, sedendosi.
Con una mano impegnata a mangiare e l’altra a scrivere, Bailey passò l’ora a maledire Steelwart.
«Può essere molto peggio, te lo assicuro» disse Arthur. «Ci sta andando piano con te.»
«Perché mi crede un idiota.»
«Ha ragione.»
Bailey gli lanciò un’occhiata imbronciata. Arthur, inaspettatamente, sorrise. Non il mezzo sorriso soffocato che Bailey gli aveva visto finora, ma un sorriso vero, che gli illuminava gli occhi e gli addolciva i lineamenti spigolosi. Aveva un bel sorriso. Il genere di sorriso che migliora la faccia di chi lo porta.
«Dovresti farlo più spesso.»
«Cosa?»
«Sorridere.»
Arthur arrossì, distogliendo lo sguardo. Lisciò la tovaglia intorno al suo piatto come se avesse improvvisamente bisogno di occuparsi delle mani. «Spellman ha parlato anche a voi del Club?»
«Sì» sospirò Bailey.
«Non è obbligatorio partecipare, se non vuoi.»
«Spellman vuole che lo faccia.»
«E allora?» disse Arthur. «Non devi per forza accontentarlo.»
«Non è questo. È che… non voglio deluderlo. Mi è simpatico.»
«Vieni.»
Arthur si alzò. Bailey lo seguì, perplesso. Si fermarono davanti alla bacheca vicino all’entrata del castello. Attaccato in bella vista c’era un avviso con lettere dorate che scintillavano alla luce, annunciando la riapertura del Club dei Duellanti: incontri ogni sabato sera, tornei mensili, iscrizioni aperte a tutti. In fondo, un foglio per le firme.
«Sembra divertente, no?» disse Arthur con un altro sorriso.
«Pensi di iscriverti?»
Per tutta risposta, Arthur prese la penna e firmò il foglio.
«Be’, visto che partec… Arti, che fai?»
Arthur aveva appena firmato di nuovo, usando il nome di Bailey.
«Ecco fatto» disse contento. «Così non deluderai Spellman.»
Bailey fissava la bacheca a bocca aperta. Era un gesto così inaspettatamente gentile da parte di Arthur che non sapeva come reagire. Era come scoprire che un gatto selvatico ti ha lasciato un topo morto sulla soglia: l’intenzione era buona, anche se il metodo lasciava a desiderare.
«Vuoi davvero partecipare al Club dei Duellanti, Burns?»
La voce arrivò da dietro. Selwyn, con la sua cricca di Serpeverde. E con loro, Armistice.
«So che stai seguendo le lezioni con quelli del primo anno» proseguì Selwyn, il sorriso da mastino pienamente dispiegato. «Non credo tu sia abbastanza preparato per affrontare un duello.»
«Il Club è aperto a tutti» replicò altezzoso Arthur, ma Selwyn lo ignorò.
«Io lo dico per te, Burns. A meno che non ti piaccia farti umiliare.»
«Forse sarai tu quello che finirà umiliato» ringhiò Arthur, e la sua voce vibrò di una ferocia che Bailey non gli aveva mai sentito.
«Ehm… Arti…»
Selwyn ridacchiò, scuotendo la testa. «Se lo dici tu, Morgan. Ora spostati. Dobbiamo firmare.»
Bailey prese Arthur per il braccio e lo costrinse a farsi da parte. I Serpeverde firmarono uno dopo l’altro. Armistice fu l’ultima. Posò la penna, poi si voltò e guardò Bailey. Non di sfuggita, non per caso: lo guardò apertamente, con quegli occhi neri che sembravano leggere le cose scritte troppo in piccolo.
«Buona fortuna» disse. «Ne avrai bisogno.»
Si allontanò. Bailey la guardò sparire in fondo al corridoio, con il cuore che gli batteva a un ritmo decisamente non regolamentare.
«Hai visto? Mi ha fatto gli auguri!»
«Ti stava prendendo in giro, B.B.» ribatté irritato Arthur.
«Ah, Bailey, eccoti qua.» La professoressa Thistledown li raggiunse. «Il tuo compagno mi ha spiegato tutto. Ecco i moduli da far firmare per l’uscita a Hogsmeade.» Gli consegnò dei fogli. «Fossi in te scriverei il prima possibile ai tuoi tutori. La posta coi gufi non è immediata.»
«Grazie, professoressa.»
Eldora sorrise. «Sono contenta che ti stia ambientando.»
Nemmeno Steelwart riuscì a guastargli l’umore. «Stranamente accurato, Burns» commentò velenoso, esaminando il compito. «Sembra che tu abbia svolto il tuo dovere con inaspettata… solerzia. O forse» aggiunse, alzando la voce «hai chiesto aiuto a uno dei tuoi compagni.»
Bailey si limitò a sorridergli. Steelwart, irritato dal suo atteggiamento e non avendo prove, fu costretto a tornare alla lezione.
A Difesa contro le Arti Oscure, la professoressa Coleman riprese il discorso del Club dei Duellanti. «Ora avete un motivo in più per imparare l’incantesimo di Disarmo. Vi sarà utilissimo: potrete porre fine a uno scontro prima ancora che inizi.»
Bailey non riscontrò difficoltà. Cominciava a prenderci la mano: dalla teoria tutto sembrava impossibile, ma nella pratica qualcosa scattava — un istinto, una connessione tra la mente e la bacchetta che rendeva il gesto naturale, quasi ovvio.
«Ben fatto, Burns» lo lodò la Coleman, dopo che ebbe disarmato Romilda tre volte di fila senza che lei potesse fare nulla per impedirlo.
Romilda lo fissava con un’espressione che oscillava tra l’ammirazione e il desiderio di omicidio.
Fuori dall’aula, Arthur lo stava aspettando.
«Com’è andata?»
«Benissimo. E Steelwart non ha potuto dire nulla sul compito.»
«Ha capito che sono stato io» disse Arthur, mordendosi il labbro.
«Non ha prove.»
Arthur controllò l’orologio. «Meglio se ti avvii verso il campo.»
«Manca quasi un’ora, Arti.»
«Tempo che ci arrivi sarà passata già mezz’ora. Fidati, è meglio che ti presenti prima. Almeno non darai modo a Elijah di prendersela con te.»
Al nome di Elijah, qualcosa si mosse nello stomaco di Bailey. La scena del bagno gli tornò in mente come un flash — le voci nell’oscurità, il pianto soffocato, le parole che non avrebbe dovuto sentire.
«Hai ragione. È meglio che vada» borbottò.
Non appena si mosse, Arthur lo seguì.
«Vieni anche tu?» chiese esitante Bailey.
«Ti dispiace?»
«No, è che… pensavo che non volessi. Sai, dopo ieri sera.»
«Non lo sto facendo per vedere lui.»
Camminarono in silenzio per qualche passo. Bailey si sentiva le parole premere contro i denti, e sapeva che doveva sceglierle con cura.
«Lui… non è stato molto gentile» disse. «Ti tratta sempre così?»
Arthur abbassò lo sguardo. «Ha dei problemi.»
«Chi non ne ha? Questo non lo giustifica a comportarsi come uno stronzo.»
«Non importa» mormorò Arthur. «Ormai è finita.»
«Da quanto voi due… sì?»
Arthur sospirò. Il suono venne fuori più pesante di quanto probabilmente intendesse. «Un anno, all’incirca.»
«E avete… ehm…»
Arthur aggrottò la fronte. «Cosa?»
«Be’… consumato?»
Arthur impiegò qualche secondo a capire. Poi la sua faccia diventò un pomodoro — non il rosa che assumeva di solito, ma un rosso acceso, denso, uniforme, che partì dal collo e gli salì fino alla punta delle orecchie.
«Sei un pervertito» disse. «Ti sembrano domande da fare? Comunque no.»
«Nemmeno…»
«Smetti di chiedere, B.B.!»
Al campo trovarono Elijah già in aria, che sfrecciava tra gli anelli con movimenti precisi e rabbiosi, come un falco che si esercita a uccidere. Non appena li vide, scese e venne verso di loro.
«Burns, sei qui. Bene.»
Lanciò un’occhiata ad Arthur. Non ci fu nessun saluto, nessun cenno, nessun riconoscimento — solo uno sguardo che passò attraverso di lui come se fosse trasparente. Arthur si allontanò verso le tribune senza una parola.
«Ho parlato con la Burke» disse Elijah, tornando a concentrarsi su Bailey. «Ha accettato di investire su di te. Ti procureremo una scopa nuova. Una Firebolt otto. È uscita appena un mese fa. La Hall ha il modello vecchio, la sette.» La sua bocca si torse in qualcosa che voleva essere un sorriso. «Non avrà chance.»
Bailey non se ne intendeva di scope — per lui erano tutte bastoni di legno con delle setole in fondo — ma intuì dalla faccia di Elijah che la Firebolt fosse un affare grosso.
«Per curiosità… quanto costa?»
«Che t’importa? Non la devi comprare tu.»
«Sì, ma…»
«La Burke la prenderà dal negozio dei miei genitori. Le faranno uno sconto.»
«I tuoi genitori vendono scope?»
«Lo facciamo da generazioni. Mai sentito parlare della Compagnia Scopalinda?»
«No.»
«Non preoccuparti. Se non avesse potuto permetterselo, la Burke non avrebbe accettato.»
L’idea che la scuola gli stesse facendo un regalo costoso metteva Bailey a disagio. Non si era mai sentito a suo agio con la generosità altrui — nella sua esperienza, i regali avevano sempre un prezzo nascosto.
Gli altri stavano arrivando. Jack e Matthew camminavano verso di loro, insieme ad altri tre ragazzi.
«Burns, ti presento il resto della squadra» disse Elijah. «Jack Weasley, Battitore.»
«Io e B.B. ci conosciamo» disse Jack con un occhiolino.
«Matthew lo conosci. Portiere. Lui è Philip Thorne, l’altro Battitore.» Un ragazzo dai capelli crespi e occhi chiari fece un cenno di saluto. «E loro sono Phoebe e Alice Hawkins. Cacciatrici.»
Le due ragazze erano identiche: capelli neri, grandi occhi castani, lo stesso sorriso simultaneo. «Ciao, B.B.» dissero all’unisono.
«Non ti dispiace se ti chiamiamo così, vero?» aggiunse una delle due.
«Jackie ci ha parlato tanto di te. Anche noi vogliamo diventare tue amiche.»
Si guardarono e ridacchiarono. Bailey decise che quella giornata stava migliorando.
«Basta trastullarsi» disse Elijah. «Andate a cambiarvi. Burns, ti ho lasciato una divisa nello spogliatoio.»
La divisa gli calzava a pennello. Mentre finiva di infilare i guanti, Jack gli si avvicinò. «Le gemelle ti stanno mangiando con gli occhi» sussurrò.
Bailey si guardò alle spalle. Le due sorelle chiacchieravano tra loro, lanciandogli occhiatine e ridendo.
«Che gli hai detto, di preciso?»
«Che sei un bravo ragazzo.»
«Solo questo?»
«Che hai un cuore intrepido.»
«Ah.»
«E che ti piace stare in compagnia.»
Bailey gli diede una pacca sulla spalla. «Grazie, Jackie.»
Una volta fuori dallo spogliatoio, Bailey si aspettava il ritorno del terrore. Non venne. L’idea di volare non lo spaventava più — o meglio, lo spaventava ancora, ma il terrore si era trasformato in qualcosa di più gestibile, un brivido che somigliava più all’eccitazione che alla paura.
Al segnale di Elijah, decollò con sicurezza. L’aria fredda gli colpì il viso e gli tirò i capelli indietro, e per un momento Bailey non pensò a nulla — non ai compiti, non ai sogni, non ai blackout. C’era solo il vento, la velocità e un selvaggio senso di libertà che gli riempiva il petto come un grido.
«Non distrarti, Burns! Punta al Boccino!» urlò Elijah.
Bailey si mise a cercare. Lo individuò quasi subito: un luccichio dorato vicino alla testa di Jack. Si fiondò su di lui. Jack girò su sé stesso con la scopa per evitarlo. «Bada a quel che fai!» esclamò ridendo.
Il Boccino gli sfuggì. Bailey fece un altro giro di campo, gli occhi che scandagliavano ogni angolo. Intravide un guizzo dorato sorvolare le tribune di Grifondoro. Sterzò, accelerò, e quando fu abbastanza vicino allungò la mano e lo afferrò.
Ululò di entusiasmo. Poi si accorse che stava puntando dritto contro le tribune. Frenò di colpo, fermandosi a mezzo metro da Arthur, che quasi cadde dalla panca.
«Voli come un pazzo!» esclamò Arthur, gli occhi sbarrati dalla sorpresa e anche, Bailey ne era certo, un po’ dalla paura.
«Davvero?» rise Bailey, riprendendo quota.
Lasciò andare il Boccino, dandogli un po’ di vantaggio. Fu in quel momento che la vide.
Armistice era in piedi sulle tribune dei Serpeverde, sola, e lo stava fissando.
L’adrenalina gli raddoppiò. Svoltò e volò verso di lei, raso sugli spalti, a pochi metri dalla sua testa. I capelli biondi di Armistice si agitarono al suo passaggio. Lei non si mosse di un millimetro.
Bailey diede il meglio di sé per il resto dell’allenamento. Quando Elijah li richiamò all’ordine, quasi gli dispiacque.
«Cavolo, B.B., te la cavi davvero» commentò Jack, una volta a terra.
«Arti ha detto che sembro un pazzo.»
«Sì, sei un po’ spericolato. Però ti muovi bene.»
«Con la Firebolt si muoverà ancora meglio» disse Elijah.
«La Firebolt?» squittì incredulo Matthew. «Costa un occhio della testa!»
«Quello che conta è che avrà una scopa in grado di rivaleggiare con quella della Hall» disse Elijah. «Il resto sta tutto a te, Burns. Ti sei comportato bene oggi. Continua così.»
«Potremmo addirittura vincere la Coppa!» disse Jack.
«Avete notato che c’era la Hall sugli spalti?» disse una delle gemelle.
«Per spiarci, ovvio» disse Elijah.
Bailey guardò verso la torre di Serpeverde. Armistice se n’era andata.
Dopo cena gli toccò la lezione di Astronomia, in cima alla torre più alta di Hogwarts. Bailey la trovò noiosa quasi quanto Storia della Magia, ma doveva ammettere che osservare le stelle da lassù aveva il suo fascino. Il cielo era così vasto e nero da sembrare un’entità propria, e la luna piena pendeva sopra il lago come una lanterna. A Tess sarebbe piaciuto un sacco.
Pensare a Tess gli ricordò che avrebbe dovuto scrivere a Edith e Adrian. Si ripromise di farlo l’indomani, con la mente più lucida. Con una penna vera, non una piuma d’oca. Con parole che spiegassero dove si trovava senza menzionare la magia, i draghi, i fantasmi o il fatto che possedeva un elfo domestico. Un compito più arduo di qualsiasi tema per Steelwart.
Nella sala comune chiacchierò ancora un po’ con gli altri, poi si ritirò. Nel letto si rigirò a lungo, fissando le ombre sul baldacchino. L’episodio del bagno continuava a tormentarlo — non la conversazione tra Arthur ed Elijah, ma tutto il resto. Il sonnambulismo. Le sigarette distrutte. Steelwart nel corridoio che non lo vedeva. Il vuoto nella memoria tra il momento in cui si era addormentato e quello in cui si era svegliato su una tazza di un bagno.
Era lo stesso tipo di vuoto del blackout durante la lezione di volo. Lo stesso tipo di vuoto dei sogni che non ricordava al mattino. Come se qualcosa dentro di lui si accendesse quando la sua coscienza si spegneva, e facesse cose che il Bailey sveglio non sapeva di fare.
Il pensiero lo inquietava più di quanto volesse ammettere.
Si svegliò di colpo. La luce del mattino filtrava attraverso le tende sottili, che ondeggiavano pigramente in una brezza che non c’era. Dall’esterno arrivava il canto degli uccelli, un suono che non apparteneva a Hogwarts ma a un altro luogo, un altro tempo.
Un profumo dolce aleggiava nella stanza — burro che sfrigola, zucchero, vaniglia. Bailey lo riconobbe prima ancora di sapere dove si trovava. Lo riconobbe con lo stomaco, con la pelle, con una parte di sé che precedeva il pensiero.
Si alzò e scese le scale. La cucina era piccola, con le piastrelle ingiallite e il linoleum scrostato, e davanti ai fornelli una donna con una vestaglia canticchiava a mezza voce, intenta a girare dei pancake in una padella.
Non si accorse subito di lui. Bailey la osservò. I capelli scuri raccolti in una coda disordinata, le spalle magre, il modo in cui si dondolava appena seguendo il ritmo della canzone.
Si avvicinò. Lei si voltò. E il suo volto si illuminò in un sorriso che Bailey non vedeva da otto anni.
«Buongiorno.»
Bailey aprì gli occhi.
Il soffitto a travi scure del dormitorio di Grifondoro lo fissava in silenzio. Le tende rosse del baldacchino pendevano immobili.
Rimase sdraiato, senza muoversi, il cuore stretto da una malinconia così densa che per un momento gli tolse il fiato. Era la prima volta, dopo anni, che sognava sua madre. E il sogno era stato così vivido — non sfumato come i sogni che dimenticava al risveglio, ma nitido, dettagliato, reale — che per un istante aveva creduto di essere ancora lì, nella loro cucina, con l’odore dei pancake della domenica mattina e il sorriso di lei a illuminare la stanza.
Tanti dettagli che credeva di aver dimenticato erano riaffiorati: la piccola camera che condividevano, la vestaglia azzurra consumata ai polsi, il modo in cui canticchiava sempre la stessa canzone senza saperne le parole. E poi il suo volto — giovane, caldo, prima che la malattia lo consumasse.
L’ultimo ricordo che aveva di lei risaliva a quel periodo. Sua madre distesa su un letto d’ospedale, il profumo dei pancake sostituito dall’odore asettico dei medicinali, e quel sorriso ormai spento dal dolore, che provava a riaccendersi ogni volta che lui entrava nella stanza ma non ci riusciva più.
Bailey scacciò via l’immagine con un respiro profondo. Non voleva tornare lì. Non adesso.
Almeno stavolta non si era alzato nel sonno, si disse, cercando conforto in quel dettaglio. Era ancora nel suo letto. Niente bagni, niente corridoi, niente sigarette nella tazza.
Si guardò intorno. La stanza era vuota, le coperte sfatte. Gli altri dovevano essere già scesi. Ma Bailey non aveva fame, né desiderava compagnia. Sentiva solo il bisogno di restare da solo, di lasciare che il peso del sogno si posasse e trovasse un posto dove stare.
Mentre si vestiva, gli venne in mente che avrebbe potuto approfittare della quiete per scrivere le lettere a Edith e Adrian. E già che c’era, anche a Tess.
Prese l’occorrente e scese nella sala comune deserta. Si sedette a un tavolo vicino alla finestra, il foglio bianco davanti a sé. Esitò. Aveva così tante cose da raccontare che non sapeva da dove cominciare — e metà di esse non poteva nemmeno menzionarle.
Alla fine le parole iniziarono a fluire. Raccontò a Edith e Adrian di Hogwarts come meglio poteva, senza i dettagli che li avrebbero spaventati: i fantasmi, il sonnambulismo, il fatto che possedeva la bacchetta di un mago criminale. Si concentrò sulle cose buone — gli amici, i professori, il cibo — e quando smise di scrivere si ritrovò davanti quattro pagine fitte. In fondo aggiunse il modulo per Hogsmeade con un post scriptum.
La lettera per Tess fu più difficile. Non aveva dimenticato gli avvertimenti di Eldora, e mentirle gli pesava più di quanto avesse previsto. Lui e Tess non si erano mai nascosti niente — era una delle poche persone al mondo di cui si fidava ciecamente — e l’idea di scriverle una lettera piena di mezze verità gli lasciava un sapore amaro in bocca. Rimase sul vago: le cose alla nuova scuola andavano bene, le mancava, con molta probabilità si sarebbero visti per le vacanze di Natale.
Sulla strada per la Guferia non incontrò nessuno. Ma quando raggiunse la torre, trovò Tulip.
«Oh, ciao» disse lei. «Ci rincontriamo.»
La civetta bianca le era appollaiata sulla spalla. «Sono venuta a trovare Astra.» Tulip allungò lo sguardo verso le lettere nella mano di Bailey. «Vedo che hai della posta da spedire.»
«Sì. Una è per i miei genitori adottivi. L’altra per un’amica. Lei non sa la verità… crede che io sia in una scuola privata.»
«Dev’essere tosta mentirle.»
«Già.»
Bailey si rivolse a Herbie, che sonnecchiava con la dignità offesa di sempre. «Sveglia, dormiglione.»
L’allocco spalancò gli occhi, lo riconobbe e gli diede le spalle.
«Prova con questi» ridacchiò Tulip, porgendogli dei croccantini.
Herbie fischiò, svolazzò sul braccio di Bailey e accettò la tangente con un’aria che diceva chiaramente: questo non cambia nulla tra noi.
Tulip lo aiutò a legare le lettere alla zampa.
«Sicura che non si perderà?» chiese Bailey guardandolo volare via.
«Sta’ tranquillo. Sono più affidabili di quanto sembrino.» Tulip accarezzò Astra. «Le sigarette sono di tuo gusto?»
«Sono… accidentalmente finite nel water.»
«Accidentalmente?»
«È una lunga storia. Ma… non ne ho bisogno.»
«Ci hai ripensato? Faccio così schifo a baciare?»
Bailey sorrise. «Affatto.»
«Sei un tipo strano, Bailey Burns.»
«Disse la ragazza misteriosa che spaccia sigarette.»
«Non sono così misteriosa.» Tulip si appoggiò al davanzale. «Mia madre è una Potter.»
«Sei imparentata anche tu con Harry Potter? Devi esserne orgogliosa»
«Tutt’altro che orgogliosa» disse Tulip, e il suo tono perse la sfumatura ironica. «La gente si fa aspettative su di me. Come se il cognome fosse un vestito che mi hanno cucito addosso senza chiedermi la taglia.»
«In parte ti capisco. Sono qui da pochi giorni e sono già sommerso di responsabilità.»
«Gira voce che sei bravo. Quasi quanto Armistice Hall.»
«Da queste parti la gente si fa mai gli affari propri?»
Tulip rise. «Non direi.»
Uno scricchiolio li fece voltare. In cima alle scale, acquattata come un gatto, c’era una ragazza con i capelli blu in due trecce e occhi viola innaturali. Vestita di pelle nera. Un sorriso felino.
«Ops» disse. Si raddrizzò. «Ci sono posti più interessanti dove chiacchierare. Qualcuno potrebbe pensare che stiate complottando quassù.»
«Non stiamo complottando nulla» replicò irritata Tulip. «Doveva spedire delle lettere.»
La ragazza puntò un dito verso Bailey. «La tua parola vale quanto un Galeone di legno, Fitzgerald. Pensi che non sappia dei tuoi piccoli traffici?»
Tulip lo trascinò via. La ragazza si fece da parte dopo un ultimo: «Ti tengo d’occhio, signorinella.»
Nel corridoio, Bailey chiese: «Chi era?»
«Non lasciarti fregare. È un uomo.»
«Un uomo?»
«Si chiama Silas Burke. Metamorfomagus — un mago che muta aspetto a piacere — e Animagus, si trasforma in un gatto nero. È il custode della scuola. Zio della preside. Se vedi un gatto nero, sta alla larga.»
«Zio… e gli permettono di fingersi una ventenne?»
«Evita di restare da solo con lui. Ha un debole per i bei ragazzi.» Tulip si fermò a un incrocio. «Ci vediamo in giro.»
Tornato alla Torre, Bailey trovò Arthur seduto sul suo letto con un piatto di pane tostato e marmellata.
«Ho pensato che potessi avere fame.»
Lo stomaco di Bailey brontolò. «Hai pensato bene.»
Si sedette accanto a lui. Arthur gli passò il piatto.
«Come mai non sei sceso a far colazione?»
«Ero un po’ giù.»
Arthur lo guardò con un’espressione attenta, come chi aspetta senza fretta. «Vuoi parlarne?»
Bailey masticò lentamente. «Non molto.»
Arthur annuì. Non insistette. Bailey gliene fu grato — Arthur chiedeva e poi aspettava, e se la risposta era no, la accettava. Era una qualità rara.
«Ti va di venire con me in un posto? Vorrei farti conoscere una persona.»
Bailey si strinse nelle spalle. «Perché no.»
Uscirono dal castello. Attraversarono il parco, le serre, fino ai margini di una foresta scura e densa.
«È la Foresta Proibita» disse Arthur.
«Ed è proibita perché…»
«Ci vivono cose in grado di ucciderti.»
«E lì chi ci vive?» Bailey indicò una capanna a ridosso della foresta, con un orto di ortaggi dalle dimensioni impossibili.
«Un mio amico.»
La porta era grande e scardinata. Arthur bussò.
«Era ora… pensavo ti fossi dimenticato di me» abbaiò una voce.
L’uomo che aprì raggiungeva quasi i quattro metri. Spalle larghe come una porta, barba bianca e riccioluta, capelli ispidi. Indossava un cappotto di pelle enorme e stivali logori.
«Ciao, Hagrid» disse Arthur.
«Vedo che hai portato compagnia.»
«Lui è Bailey.»
«Lo so chi è.» Hagrid lo fissò con occhi piccoli e brillanti. «Venite.»
L’interno era caotico e accogliente: camino, pentole, pellicce di creature, libri, attrezzi da giardinaggio, giocattoli per animali molto grandi. Hagrid liberò due sedie.
«Metto su il tè. Vi vanno dei biscotti?»
Bailey stava per dire sì, ma Arthur lo anticipò: «No, grazie, Hagrid.»
«B.B., ti presento Rubeus Hagrid. Professore di Cura delle Creature Magiche.»
Ecco dove lo aveva già visto. Al tavolo dei professori. Da seduto passava più inosservato — notevole, per un uomo di quattro metri.
«Piacere. Chiamami Hagrid. Allora» disse Hagrid, sedendosi con un cigolio che fece tremare il tavolo. «Com’è stata la tua prima settimana?»
«Impegnativa.»
«Hai salvato una studentessa e ti sei conquistato un posto in squadra. Un bel record.»
Hagrid accese il fuoco con un malconcio ombrellino rosa.
«È una bacchetta?» chiese Bailey.
Hagrid bofonchiò e cambiò argomento. «Gli altri professori sono soddisfatti di te. Dicono che hai talento.»
«Anche Steelwart?»
«Lui dice che sei pigro. Ma non dargli peso.»
«Come procedono le lezioni di recupero?»
«Alla grande.»
«Non come vorrei.»
Arthur e Bailey si erano parlati sopra. Si guardarono.
«Sono contento che ti sei fatto un nuovo amico» disse Hagrid ad Arthur. «Dovresti pensare un po’ meno al dovere e un po’ più al piacere.»
«Sentito?» disse Bailey. «Da quanto insegni, Hagrid?»
«Ho perso il conto.»
«Non dovresti essere in pensione?»
«B.B.!»
«Mi piace insegnare. Mi mantiene giovane.»
Bailey addentò un biscotto e quasi si ruppe un dente. Duri come sassi. Ora capiva perché Arthur aveva rifiutato.
Quando fu ora di andare, Hagrid li salutò alla porta. Bailey si voltò un’ultima volta. «È veramente grosso.»
«È un mezzo Gigante.»
«Come ha fatto…»
«Ti prego dimmi che non stai per chiedere ciò che penso.»
«È Gigante da parte di madre o di padre?»
«Madre.»
Bailey cercò di immaginare la scena.
«Tu hai un problema» disse Arthur.
Passarono il resto della mattinata in Biblioteca. Arthur lo fece esercitare con Lumos e Nox, poi si concentrarono sulla teoria. Trasfigurazione restava la bestia nera.
«Voglio farti provare a Trasfigurare un fiammifero» disse Arthur. Agitò la bacchetta: una penna d’oca si contrasse e diventò un fiammifero. «Voglio che lo Trasfiguri in uno spillo.»
Al primo tentativo non successe nulla. Al secondo, il fiammifero diventò un lombrico. Arthur, stranamente, non si arrabbiò. «Per la prima volta, non male. Riprova.»
Ci volle quasi un’ora, ma alla fine il fiammifero si assottigliò e diventò uno spillo argenteo.
«Visto?» disse Arthur con un gran sorriso. «Che ti avevo detto?»
Ma il mal di testa che premeva dietro gli occhi di Bailey si stava espandendo come una macchia d’inchiostro. Non era un’emicrania normale. Era più profondo, come se qualcosa dentro la sua testa stesse spingendo per uscire.
«Fermiamoci qui.»
Bailey fece per alzarsi e un capogiro gli svuotò le gambe. Si aggrappò al tavolo.
«Stai bene?» esclamò Arthur.
«Devo sdraiarmi.»
Arthur lo scortò alla Torre. Il mal di testa peggiorava a ogni passo, una pressione sorda e pulsante. Fu un sollievo quando si sdraiò.
Bailey chiuse gli occhi. Ma dietro le palpebre si stagliò l’immagine di sé stesso nel bagno, seduto su una tazza senza sapere come ci fosse arrivato.
«Aspetta.» Arthur si fermò. «Rimani qui. Non voglio rimanere da solo.»
Si sentì infantile a dirlo. Ma sapeva che Arthur non lo avrebbe giudicato.
Lui si sedette sul proprio letto. Aprì un libro. Non disse nulla. E Bailey, con quella presenza silenziosa a pochi passi, scivolò in un sonno agitato.
Riacquistò i sensi che fuori era buio. Le lampade a olio proiettavano cerchi di luce calda.
Arthur era dove lo aveva lasciato, con un libro aperto sulle ginocchia. La luce gli illuminava gli zigomi.
«Sei rimasto qui tutto il tempo?»
Arthur sussultò. «Ti sei svegliato. Come va la testa?»
«Molto meglio.»
Il dolore era scomparso.
«Ti sei mosso parecchio nel sonno» disse Arthur. «Ogni tanto ti lamentavi.»
«Non ricordo nulla.»
Mentre scendevano, Bailey disse: «Grazie per aver vegliato su di me.»
Arthur lo afferrò per il braccio, tirandolo di lato. «Quel gradino è stregato. Ti risucchia.»
Bailey guardò il gradino, poi Arthur.
«Di niente» disse Arthur, e Bailey non era sicuro se si riferisse al gradino o al pomeriggio.
Dopo cena, Matthew gli insegnò Spara Schiocco — un gioco di carte in cui le carte esplodevano spontaneamente nel momento peggiore possibile. Bailey perse tutte le partite ma si divertì.
Arthur tentò di appassionarlo agli Scacchi Magici. I pezzi erano senzienti e scontrosi. Un alfiere lo chiamò «dilettante senza speranza» e un cavallo rifiutò di muoversi per protesta.
«Sei terribile» constatò Arthur.
«Lo so. Ma l’alfiere è divertente.»
«L’alfiere ti odia.»
«Anche questo è divertente.»
Verso le due si ritirarono. Bailey non credeva che sarebbe riuscito a dormire, ma non appena poggiò la testa sul cuscino, il sonno lo prese come una corrente.
Nel buio dietro le palpebre, l’ultima cosa che vide fu il corridoio che saliva verso il settimo piano. La porta che appariva dal muro. La maniglia che girava sotto le sue dita.
Ma questa volta, quando la porta si aprì, la stanza era diversa. Non era una biblioteca. Era una cucina. Piccola, con le piastrelle ingiallite. E il profumo dei pancake riempiva l’aria.
Bailey trascorse i giorni successivi immerso nella sua nuova routine, a cui cominciava lentamente ad abituarsi. I sogni strani cessarono. Non si ritrovò più a vagare nel sonno, né a svegliarsi in luoghi che non ricordava di aver raggiunto. Il vuoto nella memoria — quel buco nero che lo aveva terrorizzato — sembrava essersi richiuso, e con esso il senso di inquietudine che gli stringeva lo stomaco ogni sera prima di addormentarsi.
Migliorava a vista d’occhio. In Incantesimi, Pozioni e Difesa contro le Arti Oscure non aveva rivali: persino Romilda, solitamente la migliore della classe, non riusciva a tenergli testa, e la cosa la faceva impazzire. Perfino Trasfigurazione cominciava ad acquistare un senso, anche se Steelwart non avrebbe mai ammesso che Bailey stesse facendo progressi — ammettere cose positive non rientrava nel suo repertorio.
Perfino nel volo era migliorato. Ora che aveva superato la fobia delle altezze — o meglio, ora che l’adrenalina aveva imparato a vincere sul terrore — si librava nell’aria con una sicurezza che sorprendeva persino lui. Il professor Wings gli insegnava tecniche nuove. «Queste ti serviranno durante le partite» diceva, con il tono soddisfatto di un uomo il cui allievo peggiore era diventato il migliore.
Perfino Elijah era contento. «La prossima partita sarà l’undici dicembre, contro Corvonero» disse dopo il secondo allenamento. «Sono fiducioso. Ma meglio non cantar vittoria troppo presto. Quel maledetto di Selwyn continua a fregarmi le prenotazioni del campo.»
L’unico che trovava sempre qualcosa da ridire era Arthur. «Non sei concentrato!» gli ripeteva, quando Bailey falliva un incantesimo o gli chiedeva di rispiegargli un concetto per la terza volta. E aveva ragione, il che rendeva la cosa ancora più irritante.
Il giovedì mattina Bailey si svegliò di buonumore. Due ore di Incantesimi in prima battuta: la sua materia preferita dopo Difesa contro le Arti Oscure. Il professor Spellman li fece esercitare con l’incantesimo Locomotor, che permetteva di spostare un oggetto a distanza. Si rivelò più complicato del previsto — spostare qualcosa dal punto A al punto B senza farlo cadere richiedeva una concentrazione che la maggior parte dei ragazzini non possedeva ancora.
Per i pochi che ci riuscirono, Spellman aveva preparato un percorso a ostacoli. «Vediamo se riuscite a far arrivare il bottone fino alla fine!»
Fu divertente. La campana suonò esattamente nel momento in cui il bottone di Bailey scivolò oltre il traguardo, un secondo prima di quello di Romilda.
«Bravissimo, Bailey! Dieci punti a Grifondoro!» Spellman batté le mani. «Prima che andiate: volevo ricordare a tutti che le iscrizioni per il Club dei Duellanti sono chiuse! Domani, dopo pranzo, ci sarà la prima prova. Vi consiglio di esercitarvi.»
La felicità di Bailey si sgonfiò come un palloncino bucato. Se n’era dimenticato.
«Ah, dimenticavo» aggiunse Spellman, con un colpo di tosse che suggeriva di aver origliato un paio di ragazzini festanti. «Il professor Steelwart mi assisterà, per cui le sue lezioni saranno sospese.»
Un brusio eccitato si diffuse nell’aula.
«Non vedo l’ora!» disse Romilda, raggiungendolo nel corridoio. «Sarà bello confrontarsi con gli altri studenti. Tu lo farai, vero? Ho visto il tuo nome nella lista.»
«Non di mia volontà. È stato Arti.»
«Sarà istruttivo!»
«Sicura che digerisci un’eventuale sconfitta?»
«Non sono sciocca, so che non ho chance contro i più grandi. Mi accontenterò di partecipare.»
Aveva ragione. Perché stava tanto a preoccuparsi? Era solo una gara. Neanche fosse in gioco la sua vita.
A Difesa contro le Arti Oscure, la professoressa Coleman riprese il tema. «Il Club è molto più di una competizione. Nella realtà, se il vostro avversario ha intenzioni malevole, non rispetterà nessun galateo. Dovete essere pronti a tutto.»
A pranzo, Matthew era in forma. «Pronti per domani? Vi avverto: se mi capitate come avversari, vi faccio il culo. Senza rancore. Io gioco per vincere.»
«Non sei l’unico» commentò sostenuto Arthur.
La mattina dopo, la trepidazione era palpabile. A colazione quasi tutti parlavano del Club. Bailey si sedette accanto ad Arthur, che sfogliava un libro con l’aria di chi sta ripassando per un esame.
«Ti stai preparando?»
Arthur annuì, mangiucchiandosi l’unghia del mignolo.
«Andrai alla grande. Provo pena per chi ti capita come avversario.»
Arthur lo guardò. «Grazie.» Lo disse piano, come se la parola avesse un peso che non si aspettava.
Arrivarono i gufi. Bailey non alzò nemmeno lo sguardo — ci era abituato ormai. Fu un errore: un grosso allocco gli atterrò davanti, rovesciando il calice e spargendo succo di zucca sulla tovaglia.
«Herbie!»
L’allocco fischiò, agitando le ali con l’aria di chi ha appena completato un’impresa epica. Bailey gli diede un pezzo di pancetta e gli sganciò le lettere dalla zampa. Riconobbe la grafia morbida di Edith e quella piccola e ordinata di Tess.
Aprì prima quella di Edith. Era lunga, affettuosa e piena di domande. I gemelli chiedevano sempre di lui. Avevano firmato il modulo per Hogsmeade. Edith non capiva cos’era il Quidditch ma era contenta che facesse sport. «Sei sempre stato un po’ pigro» scriveva. In fondo, una riga: «Ti prego, fatti sentire più spesso.»
La lettera di Tess era più corta e più Tess.
Caro idiota
Non ti facevo il tipo da scuola privata. Cerca di non diventare uno di quegli snob noiosi con la puzza sotto al naso. Non vedo l’ora di rivederti. Mi manchi. Penso a te ogni giorno, soprattutto quando sono sotto le coperte. Spero che per te sia lo stesso.
Tua, Tess.
Bailey sorrise. «Bel lavoro, Herbie.»
L’allocco fece schioccare il becco e volò via.
«Ho il permesso per Hogsmeade» disse Bailey, tirando fuori il modulo firmato.
«Bene» disse Arthur, sorridendo. «Vale la pena visitarlo.»
Dopo pranzo, Amelia Burke si alzò e raggiunse il piedistallo. Nella Sala Grande calò il silenzio.
«È giunto il momento» annunciò, con solennità — poi sorrise. «Studenti, in piedi.»
Tutti obbedirono.
«Gli iscritti di Corvonero e Tassorosso seguano la professoressa Coleman e la professoressa Ashvale. Tutti gli altri possono tornare nelle rispettive sale comuni.»
I tavoli si svuotarono a metà. Solo Spellman e Steelwart rimasero al tavolo dei professori.
«Grifondoro e Serpeverde resteranno qui. Chi non si è iscritto è libero di andare.»
Rimasero parecchi Serpeverde — Armistice, Selwyn con la sua cricca — e ancora più Grifondoro. Solo un gruppetto del primo anno si alzò per andarsene.
«Fatevi da parte.»
Si schiacciarono contro le pareti. Con un movimento fluido della bacchetta, Amelia Burke fece sparire i tavoli e al loro posto materializzò un palcoscenico rialzato — lungo, stretto, illuminato dalle candele sospese. La Sala Grande sembrò farsi ancora più vasta.
«Professor Spellman, professor Steelwart.»
I due salirono sul palco. Spellman fece svolazzare il mantello con un gesto teatrale: per l’occasione si era vestito come un damerino d’altri tempi, guanti inclusi. Steelwart era vestito come al solito, con l’aria di un uomo che sarebbe preferito essere altrove.
«Ora vi mostreremo come si duella» esordì Spellman. «Innanzitutto, ci si inchina.» Si esibì in un inchino così elaborato che per un momento Bailey pensò che stesse per cadere. «Poi si assume la posizione da duello.»
Spellman sollevò la bacchetta fin sopra la testa, divaricando le gambe in una posa che sarebbe stata ridicola su chiunque e che su di lui era catastrofica. Steelwart lo fissò con una smorfia che era un poema.
Chinò appena il capo, tenendo la bacchetta lungo il fianco come un duellante che sa che il suo avversario non vale lo sforzo di una postura.
«E ora… che cominci il duello! Expelliarmus!»
Il raggio di scintille colorate scattò verso Steelwart. Lui sollevò il braccio con un gesto pigro: uno scudo trasparente si formò intorno a lui, solido come vetro, e l’incantesimo di Spellman ci rimbalzò contro, schizzando verso il muro sopra le teste dei Serpeverde e lasciando una macchia nera sulla pietra.
«Ah! Ben fatto, collega! Come molti di voi sapranno, quello che il professor Steelwart ha appena usato è un incantesimo Scudo!»
«Come ha fatto? Non ha nemmeno parlato!» sussurrò qualcuno.
«Magari uno degli studenti più grandi può spiegarcelo… sì, signor Morgan?»
«Ha usato un Incantesimo Non Verbale» disse Arthur, con la voce chiara e sicura di chi sa la risposta prima che la domanda finisca. «È un incantesimo eseguito senza pronunciare la formula ad alta voce.»
«Molto bene! Non pensavo lo sapesse, visto che non sono nel programma del suo anno. Cinque punti a Grifondoro!» Spellman si strofinò le mani. «Magari se la sente di iniziare?»
Arthur non se lo fece ripetere. Salì sul palco con passi misurati.
«Selwyn, vieni» disse Steelwart, facendogli cenno.
Selwyn salì con la sua espressione tronfia.
«Inchino. Posizione» disse Spellman. «E… uno… due… tre!»
«STUPEFICIUM!» urlò Selwyn.
Arthur non disse una parola. Sollevò il braccio. Lo scudo si formò. L’incantesimo di Selwyn ci rimbalzò contro come una palla su un muro e lo colpì in pieno. Selwyn volò all’indietro per un metro buono e cadde a terra a peso morto.
Esclamazioni nella sala. Spellman saltò sul posto. «Calma! Va tutto bene! Il signor Morgan ci ha appena dimostrato i vantaggi degli Incantesimi Non Verbali!»
Steelwart tirò su Selwyn, che aveva ripreso i sensi. Lui lanciò un’occhiata velenosa ad Arthur e scese dal palco, rosso in volto.
Arthur affrontò altri cinque avversari. Li fece fuori tutti.
«Vediamo…» Spellman sondò la folla. «Ah, ma certo! Bailey! Vieni pure!»
Bailey sobbalzò. «Io?»
«Su, non essere timido!»
Salì sul palco, incerto. Non appena fu in posizione, Steelwart gli si avvicinò e sussurrò, muovendo appena le labbra: «Non hai nessuna chance contro Morgan. Fa’ finta di provarci e basta.»
«Lei non dovrebbe rassicurarmi?»
Steelwart lo spintonò verso Arthur. Bailey deglutì. Arthur lo fissava dall’altro capo del palco, e la determinazione feroce che lo aveva animato fino a quel momento era sparita. Al suo posto c’era qualcosa che Bailey non riuscì a decifrare.
«Inchinatevi.»
Lo fecero, rigidi come stoccafissi.
«Posizione. E… uno… due…»
Bailey aveva già dimenticato la posizione. Rimase lì, imbambolato, mentre Spellman contava. Al “tre” realizzò che avrebbe dovuto lanciare un incantesimo, uno qualunque, ma il suo cervello si era svuotato come un secchio rovesciato. Anche Arthur esitò.
«Burns, svegliati! È la tua occasione!» sibilò Steelwart alle sue spalle.
Bailey si riscosse. Alzò la bacchetta. «Expelliarmus!»
La bacchetta di Arthur volò via dalle sue dita. Spellman la afferrò al volo.
«Abbiamo un nuovo vincitore! Peccato, signor Morgan, stava andando così bene…»
Arthur scese dal palco senza guardare nessuno. Bailey lo seguì con gli occhi e si chiese se con quella mossa non avesse appena rovinato la loro amicizia.
«Chi vuole essere il prossimo?» chiese Spellman. «Signorina Hall! Prego!»
Armistice salì sul palcoscenico con il passo misurato di chi non ha fretta di arrivare perché sa già come finirà. Aveva la bacchetta in mano. Lo sguardo fisso su Bailey.
Spellman le posò una mano sulla spalla, sorridendo. «Devo avvertirti, Bailey: la signorina Hall è un avversario temibile. Avrai bisogno di tutta la tua astuzia.» Gli strizzò l’occhio. Bailey non si sentì per nulla rincuorato.
S’inchinarono. Bailey la guardò negli occhi mentre si piegava in avanti, e lei ricambiò lo sguardo senza battere ciglio. La cicatrice sulla guancia sinistra era una linea pallida nella luce delle candele.
«Al mio tre. Uno… due… tre!»
Armistice fu velocissima. Non gridò la formula — il suo braccio scattò in avanti e dalla bacchetta partì una saetta di luce bianca che sfrecciò verso Bailey come un proiettile. Lui la vide arrivare e capì che era spacciato.
Poi lo scudo si formò.
Non lo aveva evocato. Non aveva pensato a nessun incantesimo, non aveva mosso la bacchetta, non aveva fatto nulla. Lo scudo era semplicemente apparso — una barriera trasparente che sviò l’attacco di Armistice, mandandolo a schiantarsi a pochi centimetri dalla testa di Steelwart.
Bailey impiegò qualche secondo a rendersi conto di quello che era successo. Spellman no.
«Molto bene, Bailey! Bella mossa!»
Armistice lanciò un secondo attacco. Il braccio di Bailey si mosse da solo — non il suo braccio, non davvero: era come se un’altra mano, invisibile, lo stesse guidando, muovendo le sue dita, puntando la bacchetta. L’incantesimo venne deviato. Armistice attaccò di nuovo. E di nuovo. E ogni volta Bailey bloccava, schivava, deviava, con una fluidità che non gli apparteneva.
Una strana consapevolezza si stava facendo strada dentro di lui. Sapeva cosa fare. Non aveva idea di come lo sapesse, ma lo sapeva. Era lo stesso tipo di certezza che aveva provato durante il blackout alla lezione di volo — lo stesso vuoto nella coscienza, la stessa sensazione di essere un passeggero nel proprio corpo.
Solo che questa volta era sveglio. Questa volta vedeva.
«È tutto quello che sai fare, Armistice?»
Le parole gli uscirono dalla bocca prima che potesse fermarle. La sua voce suonava diversa — più bassa, più sicura, come se appartenesse a qualcun altro. Un sorriso gli si allargò sul volto, e non era il suo sorriso.
Gli attacchi di Armistice divennero più aggressivi. Lei avanzò, costringendolo a indietreggiare, e il loro scontro si trasformò in qualcosa che non somigliava più a un esercizio scolastico. Scesero dal palcoscenico. Il combattimento si spostò nella Sala Grande. Gli studenti si ritiravano per non essere colpiti. Bailey avvertiva una gioia selvaggia infiammargli il petto — una gioia che non era sua, che gli bruciava dentro come un fuoco che qualcun altro aveva acceso.
Uno dei suoi attacchi sfiorò Armistice. Un taglio si aprì sulla sua guancia sana — sottile, netto, sanguinante.
«Basta così.»
La voce di Amelia Burke attraversò la sala come una lama. Il corpo di Bailey si paralizzò. Gambe, braccia, dita — tutto si immobilizzò, come se qualcuno avesse versato cemento nelle sue vene.
Spellman corse verso Armistice. «Signorina Hall, ha sentito la preside! Giù la bacchetta!» Armistice ansimava. Il taglio sulla guancia sanguinava copiosamente. «Deve andare in infermeria» disse Spellman, afferrandole il polso. «Avanti, signorina Hall… lo considereremo un pareggio.»
La trascinò via. Armistice non si voltò.
Amelia Burke si avvicinò a Bailey. Lo guardò con i suoi occhi verdi, e questa volta non sorrideva. I suoi occhi lo scrutavano come si scruta qualcosa sotto un microscopio — con attenzione, con cautela, e con qualcosa che somigliava alla preoccupazione.
La gioia sparì. Al suo posto arriva un moto d’odio così improvviso e violento che Bailey ne fu sconvolto. Desiderava avventarsi su quella donna, farle del male. Il desiderio era così forte e così estraneo che per un momento pensò di impazzire.
La Burke sventolò la bacchetta. L’incantesimo che lo immobilizzava si sciolse. Bailey riacquistò il controllo del proprio corpo, e con esso l’odio svanì — di colpo, come una fiamma che viene spenta — lasciandolo confuso e disorientato, col cuore che gli batteva all’impazzata.
Nessuno parlava. Bailey sentiva su di sé il peso di ogni singolo sguardo nella sala.
«Sei fuori» disse Amelia Burke. La voce era calma, ma sotto la calma c’era qualcosa di affilato. «Hai ferito il tuo avversario.»
Bailey cercò qualcosa da dire. Non trovò nulla. Non sapeva nemmeno cosa fosse appena successo, come avrebbe potuto spiegarlo?
La Burke salì sul palcoscenico. «Chi è il prossimo?»
Bailey scappò.
Uscì dalla Sala Grande camminando alla cieca, senza sapere dove stesse andando, solo che doveva andarsene da lì. Il corridoio si allungava davanti a lui, vuoto e silenzioso. Il cuore gli batteva ancora all’impazzata. Le mani gli tremavano. E la cosa peggiore non era il tremore — era la memoria della gioia. Quella gioia feroce, aliena, che gli aveva bruciato nel petto mentre combatteva. Non era sua. Lo sapeva. Ma l’aveva sentita.
«B.B.!»
Arthur lo raggiunse di corsa.
«Stai bene?»
«Sì» rispose Bailey in automatico. «È Armistice quella ferita.»
«È solo un graffio. Madame Medler la guarirà in un attimo.» Arthur lo studiò. «Come hai fatto a…» Si fermò. «Voglio dire… tu non hai studiato la Magia Non Verbale.»
Bailey tacque.
«E quegli incantesimi che hai usato… non li insegnano a quelli del primo anno. Non li insegnano nemmeno a quelli del quinto.»
«Non ho idea di come ho fatto» sbottò Bailey. «Era come se il mio corpo si muovesse da solo. Come se qualcun altro…» Si interruppe. Non riuscì a finire la frase. Non voleva finirla.
Arthur abbassò lo sguardo, pensieroso.
«È fuori di testa, lo so» disse Bailey.
«No… cioè, un po’» ammise Arthur, alla sua occhiata.
Un fantasma sbucò dalla parete, tagliandogli la strada. Aveva un aspetto trasandato e la testa adornata da un’improbabile collezione di cappelli impilati. Non appena li vide, il suo volto si illuminò con un sorriso che non prometteva nulla di buono.
«Guarda un po’! Morgan il-so-tutto-io! E chi è lo studentello?»
«Lasciaci in pace, Peeves» disse Arthur, prendendo Bailey per un braccio.
«Non è aria, Peeves!» lo canzonò il poltergeist, facendogli il verso. Si accarezzò il mento. «Ma certo! Lo studente arrivato con cinque anni di ritardo!» Ridacchiò, e i suoi occhi trasparenti ruotarono nelle orbite. Poi cominciò a canticchiare:
C’è un ragazzo che si chiama Bailey,
Sempre in ritardo, mai un’ora esatta,
Ogni giorno il suo orologio fa
una magia che il tempo scorda già!
«Stupido poltergeist» brontolò Arthur, accelerando.
Oh, Bailey, oh Bailey, che fai sempre tardi,
nella tua borsa solo libri e calzini scordati…
«È orecchiabile» disse Bailey.
«Per favore, non dargli manforte!»
Dall’angolo comparve Silas Burke nella sua forma del giorno — le treccine blu, gli occhi viola, l’aria di chi si diverte troppo. Peeves smise di cantare, emise un squittio terrorizzato e si tuffò nel muro.
«Torna qui, codardo! Volevo solo giocare!» Burke mise il broncio, poi notò i due ragazzi. «E voi cosa ci fate qui? Non dovreste essere al Club?»
«Eliminati» rispose Arthur.
«Ah, state sbollendo l’umiliazione. Dovete essere incredibilmente scarsi.»
Arthur trascinò Bailey via. Sbucarono nel cortile. L’aria fresca lo colpì come una doccia fredda. Si sedettero su una panchina.
«Come mai non mi hai colpito?» domandò Bailey.
«Di che parli?»
«Sul palco. Ho esitato e tu non hai fatto niente.»
Arthur fissò un cespuglio. «Ti ho visto in difficoltà. Non volevo approfittarmene.»
«Sei arrabbiato con me? Per averti eliminato?»
«È solo una stupida gara, B.B.»
Ma Bailey colse una nota di amarezza nella sua voce.
Dopo due ore, gli studenti tornarono. Nessuno degli amici di Bailey era arrivato in finale.
«Quel moccioso di Malfoy mi ha fregato con una fattura Tarantallegra!» si lamentò Matthew. «È stato imbarazzante!»
«Io sono capitato contro mia sorella» disse Jack.
«L’hai lasciata vincere apposta.»
«Piuttosto, B.B.» disse Oliver. «Il tuo scontro con la Hall è stato pazzesco! Dove hai imparato a duellare così?»
Tutti gli sguardi nella sala comune puntarono su di lui.
«Si è esercitato con me» disse Arthur, attirando l’attenzione su di sé. «Avevo bisogno di un compagno con cui allenarmi.»
«Credevo passaste tutto il tempo in Biblioteca» disse un Grifondoro.
«Non è così» rispose Arthur con sicurezza.
La spiegazione convinse tutti. Nessuno fece più domande. Bailey guardò Arthur — Arthur che aveva appena mentito per lui, senza esitazione, senza che glielo avesse chiesto — e sentì qualcosa espandersi nel petto. Gratitudine.
A cena, la prima cosa che Bailey fece fu cercare Armistice con lo sguardo. Era seduta in fondo al tavolo di Serpeverde, sola, con un’aria cupa. Stava facendo Levitare una forchetta con la bacchetta, con la concentrazione distratta di chi sta pensando ad altro. Il taglio sulla guancia era scomparso.
«È di umore nero perché non è riuscita ad avere la meglio su di te» disse Matthew. «Ho sentito la Burke dire che la faranno rientrare tra i finalisti. Non è giusto, le hai fatto a malapena un taglietto e sono andati tutti nel panico. Se non fosse la cocca dei professori…»
Bailey era contento che Armistice non avesse perso il suo posto. Sentendosi osservata, lei abbassò lo sguardo dal tavolo e incrociò i suoi occhi.
Si fissarono. Più a lungo di quanto fosse normale, più a lungo di quanto fosse confortevole. Era come se tra i due tavoli, nell’aria piena di chiacchiere e vapore di cibo, si fosse teso un filo invisibile — lo stesso filo che Bailey sentiva nei sogni, quello che gli tirava il centro del petto e lo spingeva sempre più avanti.
Poi Armistice tornò a concentrarsi sulla forchetta. E il filo si spezzò.
Dopo il Club dei Duellanti, la fama di Bailey crebbe con una velocità che lui stesso trovava sconcertante. Ormai non c’era studente a Hogwarts che non sapesse del suo scontro con Armistice Hall — o meglio, della versione dello scontro che circolava nei corridoi, che a ogni passaparola acquistava dettagli nuovi e sempre più fantasiosi. Molti lo avvicinavano per presentarsi, congratularsi, chiedergli come avesse fatto. Soprattutto le ragazze.
Bailey non poteva negare di godersi le attenzioni. La sua vecchia vita — Leyton, le case famiglia, i vicoli — sembrava appartenere a un’altra persona. Qualcuno che aveva smesso di essere.
Il sabato mattina del trenta venne svegliato da una cuscinata in faccia.
«Cche suuceede…» borbottò, sollevando la testa dal groviglio delle coperte.
«Sveglia, pigrone!» Matthew era già vestito, il sorriso largo come un’insegna luminosa. «Oggi è il grande giorno!»
«Il grande giorno per cosa?»
«La gita a Hogsmeade!»
Bailey si poggiò su un gomito, sbadigliando. Hogsmeade. Giusto.
Si vestì e scese in Sala Grande. Mentre mangiava, i gufi arrivarono con la posta. Uno atterrò davanti ad Arthur, lasciandogli la Gazzetta del Profeta. Lui lo aprì e s’immerse nella lettura. A un certo punto emise un «Ah!» che fece voltare Matthew.
«Che c’è?»
Arthur gli tese il giornale, indicando un articolo in seconda pagina. Bailey allungò il collo. Il titolo parlava di un troll delle montagne avvistato nei pressi di Hogsmeade il giorno prima — una creatura di circa quattro metri, armata di una clava, che si era aggirata al confine orientale del villaggio prima di scomparire nella Foresta Proibita. Il Ministero aveva inviato una squadra, ma non era riuscita a trovarlo. Le gite degli studenti non erano state annullate.
«Meno male!» disse Matthew con un sospiro. «Almeno la gita è salva.»
«Che cosa sono i troll?» indagò Bailey.
«Simili ai Giganti, solo più brutti e più stupidi» spiegò Arthur. «Mi chiedo come abbia fatto ad arrivare fino a Hogsmeade.»
«Che vuoi dire?»
«Per quel che ne so non ci sono troll nella Foresta Proibita. Qualcuno ce lo ha portato.»
«Apposta? Chi trascinerebbe un troll fino a qui?»
«È una bella domanda.» Arthur riprese il giornale. «Ultimamente stanno accadendo un sacco di cose strane.»
Non aggiunse altro, ma Bailey capì che la sua mente stava già lavorando, collegando punti che gli altri non vedevano.
Finita la colazione, i ragazzi autorizzati all’uscita si radunarono fuori dal portone.
«Spostatevi! Devo passare!»
Una ragazza perfettamente truccata, dai capelli rosso scuro e gli occhi blu si fece largo, masticando una gomma. Tra le mani stringeva una pergamena con l’elenco degli studenti autorizzati. Bailey riconobbe i modi di fare di Silas Burke.
Mentre la fila avanzava, Bailey si pentì di non essersi coperto meglio. L’aria di fine novembre gli si infilava sotto la divisa come dita gelate.
«Hai freddo?» disse Arthur.
«Un po’.»
Arthur si tolse la sciarpa con i colori di Grifondoro e gliela avvolse intorno al collo. Il gesto fu rapido, pratico, senza cerimonie — come passare il sale a qualcuno che non l’ha chiesto.
«E tu?»
«Non preoccuparti.»
La sciarpa era morbida e calda e profumava di Arthur — quel profumo floreale che Bailey ormai associava a lui come si associa un colore a una stagione. Si sentì in colpa per averla accettata, ma il freddo era più forte del senso di colpa.
Al loro turno, Silas Burke cantilenò: «Bailey Burns.» Non gli aveva nemmeno chiesto il nome. «Vediamo… B… Berard… Boltride… no, non sei sulla lista.»
«Cosa?» esplose Matthew. «Ricontrolla!»
«So leggere, tesoro. Il tuo amico non è sulla lista.»
«Hai riconsegnato il modulo alla Thistledown, B.B.?» chiese Samuel, affacciandosi dalla fila.
«Non mi avevi detto che dovevo riconsegnarlo!»
«Ops.»
«Sam, sei un idiota!» sbottò Matthew. Si rivolse a Burke. «Senti, lui è a posto. Ha il permesso. Lascialo passare.»
«Sono le regole. Niente lista, niente gita.»
«Ho il modulo firmato in camera!» insistette Bailey. «Per favore?»
Burke lo fissò, ruminando la gomma con espressione valutativa. Poi tirò fuori la bacchetta e la agitò. Per qualche secondo non successe nulla. Poi un foglio volò verso di loro, sfiorando le teste degli studenti.
Burke lo afferrò al volo, lo controllo, e gonfiò un palloncino con la gomma. «Sembra a posto» decretò, facendolo scoppiare. «Puoi andare.»
«Grazie! Lei è un angelo!»
«Lo so.» Burke scosse la chioma rossa con un sorriso compiaciuto.
Quando furono lontani, Matthew sussurrò: «Un angelo? Lo sai chi è, vero?»
«Sì, ma mi ha lasciato passare.»
«Credo che tu gli piaccia, B.B.» disse Arthur. «Guardati le spalle. Letteralmente.»
La strada per Hogsmeade scendeva attraverso il parco, costeggiando la Foresta Proibita e il lago. L’aria era fredda e limpida, e il fiato si condensava in nuvolette bianche. Dopo una ventina di minuti il villaggio cominciò a profilarsi: case con tetti spioventi e comignoli di pietra, costruzioni in mattoni e legno dall’aspetto pittoresco e antico.
«Sotto le feste è ancora più bello» disse Matthew.
La prima tappa fu Mielandia — una facciata allegra e colorata, con un’insegna in legno intagliato e immagini di dolci che sembravano prendere vita. L’interno era un tripudio di colori pastello, pervaso da un profumo di zucchero e cioccolato che ti avvolgeva come un abbraccio.
«Wow» mormorò Bailey, fissando gli scaffali con gli occhi sgranati di un bambino la mattina di Natale.
Matthew e gli altri gli elencarono i nomi dei dolci: Caramelle Tutte le Forme e Gusti, Cioccolato Magico che cambiava sapore mentre lo mangiavi, Lecca-Lecca con effetti magici temporanei. Bailey avrebbe voluto comprarli tutti, ma non aveva un soldo.
«Tu non prendi niente?» disse Samuel alle casse.
«Be’…»
Matthew capì. «Giusto! Non hai soldi. Dai, offro io.»
«No, non preoccuparti…»
«Avanti, prendili» s’intromise Arthur, con un tono che non ammetteva discussioni. «Pagherò io.»
Bailey cercò di contenere l’entusiasmo, ma Arthur continuò a mettere cose nel cestino con la metodicità silenziosa di chi ha deciso che la questione è chiusa. Alle casse, la sua pila superava quella di Matthew.
«Per la miseria, Arti» commentò Matthew. «Gli hai svaligiato il negozio.»
«Ti restituirò tutto» borbottò Bailey.
«Non ce n’è bisogno.»
Fuori, Bailey aprì gli Scarafaggi a Grappolo e ne offrì uno ad Arthur.
Lui scosse il capo. «Non sono un grande amante dei dolci.»
«E allora perché hai comprato mezzo negozio per me?»
Arthur non rispose. Si limitò a camminare, con le orecchie leggermente più rosse del solito.
Ai Tiri Vispi Weasley, Jack e Thomas li accolsero come ospiti d’onore.
«Prendi ciò che vuoi» disse Jack. «Offre la casa. Hai salvato la vita a nostra sorella. È il minimo.»
Bailey girò per il negozio a bocca aperta. Ogni angolo pulsava di colore e di energia: gadget che scoppiettavano, pupazzi che danzavano, scaffali pieni di prodotti dai nomi improbabili. Arthur gli mise in mano una gabbietta con dentro una palla pelosa viola che rotolava, emettendo strilli acutissimi.
«Cos’è?» squittì intenerito Bailey, infilando un dito tra le sbarre.
«Una Puffola Pigmea. Un Puffskein in miniatura.»
«È così dolce!»
«…Hai proprio un debole per gli animali.»
Bailey non comprò nulla, ma si ripromise di farlo la volta successiva. Arthur aveva l’aria di chi ha raggiunto il limite di sopportazione umana per quanto riguarda la folla. «Usciamo?» disse. «Mi sta venendo mal di testa.»
«Non aspettiamo gli altri?»
«Ne avranno per ore. Andiamo ai Tre Manici di Scopa. Sto congelando.»
Il pub era un edificio in pietra scura, con un’insegna di legno che raffigurava tre manici di scopa incrociati, animata magicamente. Arthur afferrò la maniglia della porta, ma questa si spalancò da sola.
Armistice Hall.
Era sulla soglia, il mantello addosso, un libro sotto il braccio. Vedendoli, si bloccò.
«Ciao» disse Bailey.
Lei lo fissò senza rispondere.
«Ti ha salutato. È buona educazione ricambiare» disse secco Arthur.
Armistice lo ignorò. Fece per allontanarsi.
Poi l’urlo.
Una donna sbucò da un vicolo, tutta trafelata, il volto bianco come il gesso. «È qui!» gridò con voce tremante. «Il troll è qui!»
Un boato. Il tetto di una casa a cinquanta metri da loro esplose verso l’esterno, proiettando tegole e frammenti di legno nella piazza. Dal vicolo emerse la creatura.
Bailey non era preparato. Nessuna descrizione avrebbe potuto prepararlo. Il troll era alto almeno cinque metri, con un corpo massiccio e sproporzionato che sembrava assemblato da qualcuno che non aveva mai visto un essere umano e ci aveva provato lo stesso. La pelle grigia e coriacea era coperta di cicatrici. Le braccia, lunghe fino alle ginocchia, terminavano in mani callose ed enormi, una delle quali stringeva una clava improvvisata — un tronco d’albero con schegge e detriti incastrati nella corteccia. La testa era grossolana, quasi priva di collo, con una bocca spalancata piena di denti gialli e storti. Gli occhi — piccoli, stupidi, carichi di una rabbia cieca — ruotavano nelle orbite come biglie.
E il tanfo. Il tanfo era la cosa peggiore — un fetore di fogna e carne marcia che colpì Bailey come un pugno allo stomaco.
Il troll ruggì. Il suono era così basso e potente che Bailey lo sentì vibrare nelle ossa. La donna e gli altri abitanti nella piazza fuggirono in tutte le direzioni.
«Oddio» mormorò Arthur.
Il troll si guardò intorno, soffiando pesantemente dalle narici. I suoi occhi si posarono su di loro — gli unici rimasti in piazza. E caricò.
Ogni suo passo faceva tremare il selciato. Bailey non ebbe tempo di pensare. Afferrò Arthur per la vita e lo spinse di lato. Il troll passò loro accanto a meno di un metro, la clava che fendeva l’aria dove un istante prima c’erano le loro teste, e si schianto contro la vetrina dei Tiri Vispi Weasley con un fragore di vetro e legno.
«Stai bene?» urlò Bailey, aiutando Arthur a rimettersi in piedi.
«Sì» rispose lui, tremando da capo a piedi, il volto color cenere.
Il troll si stava già rialzando. Schegge di vetro e frammenti di legno gli si erano conficcati nelle braccia e nel viso. Non sembrava nemmeno accorgersene.
Un incantesimo lo raggiunse alla schiena, esplodendo in una pioggia di scintille rosse. Il troll ruggì e si voltò.
Era Armistice. Era tornata indietro. Stava in mezzo alla piazza, la bacchetta puntata, la postura da duello — gambe divaricate, braccio teso, il corpo inclinato in avanti come una freccia pronta a partire. Lo bersagliava con una serie di attacchi rapidi e precisi, colpendolo al petto, alle braccia, alla faccia. Il troll barcollava a ogni impatto, ma non cadeva.
Bailey estrasse la bacchetta.
«B.B., no!» Arthur lo agguantò per il braccio. «Dobbiamo scappare!»
«La ucciderà.» Bailey si liberò dalla sua presa. «Tu vai.»
Il troll caricò Armistice, la clava sollevata sopra la testa. Bailey puntò la bacchetta verso la clava e la formula gli uscì dalla mente prima che dalla bocca — silenziosa, istintiva, come un riflesso. La clava si sollevò in aria, strappata dalla presa del troll, e rimase sospesa sopra di lui. La creatura si fermò, alzò lo sguardo verso la propria arma che fluttuava nel vuoto, e la sua espressione — per quanto un troll potesse avere un’espressione — era di puro sconcerto.
Armistice ne approfittò. Un lampo di luce azzurra lo colpì in un occhio. Il troll ululò dal dolore, portandosi le mani al volto, calpestando il terreno con una rabbia cieca.
«Dobbiamo Schiantarlo!» sbraitò Armistice. «Insieme! Ora!»
Puntarono la bacchetta nello stesso istante. Le saette di luce colpirono il troll al petto — due raggi convergenti che si fusero in un unico impatto. La creatura lanciò un ultimo latrato, le ginocchia le cedettero, e crollò a terra con un rantolo che fece tremare l’intera piazza. La clava cadde accanto a lui con un tonfo.
Silenzio.
Bailey si accorse di ansimare. Si asciugò il sudore dalla fronte con la manica. Le mani gli tremavano. Armistice si avvicinò alla creatura con cautela e le diede un calcio. Non reagì.
La gente cominciò ad affacciarsi dai negozi e dal pub, spaventata e incredula.
«Non ci posso credere!» Una donna opulenta uscì di corsa dai Tre Manici di Scopa. «Dove sono quelli del Ministero quando servono? Ci hanno dovuto pensare due ragazzini!»
«È Schiantato» spiegò Armistice.
«Che vi è saltato in mente? Potevate morire!»
«E lasciargli distruggere i negozi?» replicò Armistice con una nota di sarcasmo che Bailey trovò irresistibile.
La donna boccheggiò e scomparve nel pub.
«B.B.!»
Matthew, Oliver, Samuel e i Weasley si precipitarono verso di loro.
«Che cosa è successo? Eravamo nel negozio e…» Matthew vide il troll. Si bloccò. «…e poi c’è stato un botto e la vetrina è esplosa.»
«E tu l’hai affrontato da solo?» disse incredulo Thomas.
«No, sono stato aiutato.» Bailey guardò in direzione di Armistice, ma lei se ne stava già andando. Camminava lungo la piazza a passo svelto, la schiena dritta, senza voltarsi. Se ne andava come era venuta — in silenzio, senza aspettarsi nulla in cambio.
Bailey fu scortato a Hogwarts come un eroe, ma dentro di sé non si sentiva affatto tale. Sapeva che senza Armistice non avrebbe mai sconfitto quella cosa. Eppure, per quanto insistesse nel dire che anche lei aveva avuto un ruolo fondamentale, i suoi amici sembravano non sentire — come se ammettere il contributo di una Serpeverde fosse un’operazione troppo complessa per il loro orgoglio di Grifondoro.
Nel corso della giornata la notizia si diffuse e la storia subì le mutazioni tipiche del passaparola a Hogwarts. A cena, secondo la versione ufficiale, Bailey aveva affrontato da solo un troll di dieci metri, lo aveva fatto Levitare per tutta Hogsmeade e poi lo aveva abbattuto con un Petrificus Totalus. Perfino alcuni professori parevano credere a questa versione.
«Ben fatto, Bailey» disse Spellman con fare complice, mentre uscivano dalla Sala Grande. «Molti sottovalutano quell’incantesimo. Ma tu no, eh, ragazzo mio?»
Non appena rientrarono nella sala comune, Bailey si dileguò nella sua stanza. Arthur lo raggiunse poco dopo.
«È ridicolo» borbottò Bailey, sdraiato sul letto. «Non è andata così.»
«Abituati. È Hogwarts.» Arthur si sedette sul proprio letto. «Ora capisci perché non voglio che la gente venga a sapere i fatti miei?»
Bailey rovistò nella busta di Mielandia e ne tirò fuori una Liquirizia Effervescente. «Se non fosse stato per Armi non ce l’avrei mai fatta.»
«Armi?»
«Armistice.»
«L’avevo capito, B.B. Ma non è tua amica. Dovresti smetterla di trattarla come se lo fosse.»
«Non lo so, Arti. Affrontare un troll insieme crea un certo legame, non trovi? Secondo me abbiamo fatto un passo avanti nella nostra relazione.»
Arthur scosse il capo.
«È stata coraggiosa, eh?»
«Sì, lo è stata.» Arthur lo disse a denti stretti, come se le parole gli facessero male fisicamente. «In effetti sono sorpreso. Non mi sarei aspettato tanto altruismo da parte sua. È così… schiva.» Pronunciò la parola come se fosse un insulto.
«Anche tu lo sei, eppure sei pieno di qualità.»
Le orecchie di Arthur diventarono rosse. «Probabilmente lo ha fatto per tornaconto personale. Sperava di beccarsi tutta la fama.»
«Non essere cinico.»
«Non sono cinico. Sono realista.»
«È tornata indietro, Arti. Stava andando via e è tornata indietro. Per aiutare noi.»
Arthur non rispose. Si sdraiò sul letto e tirò le tende del baldacchino. Conversazione chiusa.
Bailey restò a fissare il soffitto, masticando la liquirizia che gli scoppiettava sulla lingua. Pensò ad Armistice che se ne andava dalla piazza senza voltarsi. Alla cicatrice sulla sua guancia. Alla voce con cui aveva gridato «Insieme! Ora!» — non una richiesta, non un ordine, ma qualcosa nel mezzo, come se per un istante avesse dato per scontato che lui e lei fossero dalla stessa parte.
Forse lo erano.
Quella notte Bailey oscillò tra veglia e sonno come un pendolo. Ogni volta che apriva gli occhi aveva la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante — la stessa sensazione di sempre, il filo che tirava, la porta che si apriva, la stanza oltre la soglia che non riusciva a raggiungere. Ma nonostante i suoi sforzi, il ricordo gli sfuggiva, si dissolveva come fumo tra le dita.
La mattina seguente si risvegliò in piedi accanto al letto.
Non seduto. Non sdraiato. In piedi. Con gli occhi già aperti, il corpo rigido, le braccia lungo i fianchi. Come se si fosse alzato nel sonno e poi si fosse fermato lì, a un passo dal letto, in attesa di qualcosa.
Guardò in basso. Le sue ciabatte erano coperte di fango.
Fango fresco. Il che significava che durante la notte era uscito dal castello, aveva camminato nei terreni di Hogwarts, e poi era tornato — il tutto senza svegliarsi, senza ricordare nulla.
Bailey fissò le ciabatte infangate per un tempo molto lungo. Poi le spinse sotto il letto, dove nessuno potesse vederle, e andò a farsi la doccia.
Non ne parlò con nessuno.
La settimana trascorse in un equilibrio precario tra compiti, lezioni di recupero e allenamenti di Quidditch. La partita contro Corvonero era alle porte, e man mano che la data si avvicinava, Elijah diventava sempre più cupo e intrattabile — un fatto che Bailey non avrebbe creduto possibile, dato che Elijah partiva già da un livello di cupezza piuttosto elevato.
«È la nostra ultima possibilità» ripeteva come un disco rotto. «Se perdiamo questa siamo fuori.»
Scaricava su Bailey tutto il peso della responsabilità — d’altronde era il Cercatore, e il Cercatore decideva le partite — ma Bailey avrebbe volentieri passato quel fardello a qualcun altro. I pensieri non gli mancavano di certo, anche senza il Quidditch.
I sogni continuavano. Non riusciva a ricordarli, ma si svegliava ogni mattina con quella fastidiosa sensazione di smarrimento allo stomaco, come un’eco di qualcosa che era appena finito. Era anche certo di aver avuto altri episodi di sonnambulismo: le ciabatte sporche di fango erano diventate una costante, e ogni mattina le controllava prima ancora di aprire gli occhi, come chi controlla il meteo prima di uscire.
Ne accennò a Edith e Adrian per lettera, sperando in una risposta rassicurante. Loro confermarono che no, non aveva mai sofferto di sonnambulismo, almeno per quel che ne sapevano. Edith gli consigliò di farsi visitare dall’infermiera della scuola.
Bailey aspettò qualche giorno. La domenica mattina, però, quando si rese conto che la partita era a soli tre giorni di distanza, decise di affrontare la situazione.
Dopo colazione si diresse verso l’infermeria. O quantomeno ci provò.
Arthur lo pedinò fin fuori dalla Sala Grande con la determinazione di un segugio. «È inutile che te la svigni. Dobbiamo andare in Biblioteca.»
«Non posso. Devo fare una cosa.»
«Cioè?»
«Una cosa privata.» Bailey continuò a camminare. «Tu vai in Biblioteca. Ti raggiungo dopo.»
«Non se prima non mi dici che devi fare di così urgente.»
Il suo tono — quello da controllore di biglietti su un treno in ritardo — riuscì a irritare Bailey più di quanto fosse ragionevole. Si fermò e si voltò.
«Sono affari miei, Arti. Non sono tenuto a dirti tutto quello che faccio. Lasciami in pace, d’accordo?»
Le parole uscirono più dure di quanto intendesse. Vide qualcosa attraversare il viso di Arthur — non rabbia, ma qualcosa di più fragile, un lampo di ferita che venne subito coperto dalla maschera dell’indifferenza.
«Bene» disse Arthur, brusco. «Divertiti col tuo “impegno”.»
Se ne andò. Bailey lo guardò allontanarsi — la schiena dritta, il passo rigido, la borsa che gli sbatacchiava sulla spalla — e sentì la colpa arrivargli allo stomaco come un pugno ritardato. Ma Arthur non aveva il diritto di intromettersi. Bailey rispettava i suoi spazi. Non gli aveva più chiesto di Elijah, per esempio. Non gli aveva chiesto perché ogni tanto i suoi occhi si perdevano nel vuoto, o perché certe sere non scendeva a cena.
Eppure la colpa restava. Era il problema di avere un amico: le cose che gli facevi ti restavano addosso.
L’infermeria era deserta. Madame Medler uscì dal suo ufficio, sistemandosi una forcina. «Burns. È domenica mattina.»
«È vietato stare male la domenica?»
Lei lo scrutò. «Cos’hai?»
Bailey si sedette sul bordo di un letto. «Credo di essere sonnambulo.»
«Sonnambulo?»
«Sì. Non ne ho mai sofferto. È cominciato da quando sono qui.»
«Come fai a esserne sicuro?»
«Mi sono svegliato in un bagno senza sapere come ci fossi arrivato.» Bailey abbassò lo sguardo. Stava per raccontarle anche delle ciabatte, ma si fermò. Non sapeva perché. Forse perché le ciabatte significavano che era uscito dal castello, e questo avrebbe sollevato domande a cui non voleva rispondere.
«È l’unico episodio?»
«Sì» mentì.
Madame Medler lo fissò per un momento, poi si diresse verso una credenza e ne tirò fuori una boccetta di liquido ambrato.
«A volte i traumi risvegliano cose sepolte. Forse è qualcosa che ti trascini dall’infanzia senza saperlo.»
«Ma non ho subito nessun trauma.»
«Sei stato strappato dalla tua vita, Burns, e ti sei ritrovato in un mondo completamente diverso. Forse tu non lo percepisci come un trauma, ma il tuo corpo sì.» Gli consegnò la boccetta. «Questa pozione ti aiuterà a dormire. Un sorso prima di andare a letto. Non abusarne: è molto potente.»
«Funzionerà?»
«Dovrebbe. Ma se non dovesse, torna subito da me. Non è un disturbo da prendere alla leggera.»
Uscendo dall’infermeria, Bailey si scontrò con Elijah. Reggeva un grosso involucro incartato e aveva gli occhi che gli brillavano.
«Burns! Ti stavo cercando!»
Cominciò a strappare la carta, rivelando una scopa. Il legno era così lucido che luccicava alla luce del corridoio. «Firebolt otto» disse Elijah, maneggiandola con la riverenza di un sacerdote che tiene in mano una reliquia. «Manico in legno di faggio, fibra di drago sulla parte inferiore. Appena uscita dalla fabbrica.»
Si perse nei dettagli tecnici. Bailey annuiva, fingendo di capire.
«Devi provarla subito.»
Al campo, Bailey montò sulla Firebolt. Scopa o no, restava scomoda. Non appena decollo, però, dovette frenare di colpo: l’accelerazione era pazzesca, come passare da una bicicletta a un’auto sportiva. Fece un giro per prenderci la mano. La scopa rispondeva ai suoi comandi con una precisione quasi telepatica, anticipando le sue intenzioni prima ancora che le formulasse.
Quando atterrò, Elijah aveva un’aria estremamente compiaciuta. «I Corvonero non avranno speranze.»
I due giorni seguenti, Bailey assunse la pozione prima di dormire. Entrambe le mattine si svegliò riposato, con le ciabatte pulite. Il sollievo era così grande che per poco non pianse.
Il mercoledì mattina fu destato da Matthew che lo tirò giù dal letto. «Sveglia! Il mattino ha l’oro in bocca!»
Bailey sbadigliò. La pozione lo faceva dormire meglio, ma il risveglio era sempre una battaglia — come emergere da un lago di melassa.
A Trasfigurazione, Steelwart li fece esercitare a trasformare un bicchiere in una candela. Bailey ci riuscì alla fine della lezione, con uno sforzo di concentrazione che gli lasciò un’emicrania. Steelwart non commentò.
A Incantesimi, Spellman insegnò l’Alohomora — l’incantesimo per aprire le serrature. Bailey si fece particolarmente attento: quell’incantesimo poteva tornargli utile anche fuori da Hogwarts. Non avrebbe più avuto bisogno delle forcine.
A Pozioni, la Ashvale li guidò nella preparazione della Pozione di Dormienza. Bailey trovò ironico il fatto che ne avesse già una scorta nel comodino.
Alla fine della lezione, mentre gli altri uscivano, la Ashvale lo trattenne. «Una parola, Burns.»
Attese che fossero soli. «Hai bisogno di soldi?»
Bailey si agitò. «No.»
«Non c’è nulla di cui vergognarsi, ragazzo.»
Bailey si morse il labbro. «Non è che me ne vergogno. È che… qui i soldi Babbani non valgono nulla, e non so come fare.»
La Ashvale lo studiò con i suoi occhi scuri e astuti. «Ne parlerò con la preside. C’inventeremo qualcosa.» E lo congedò prima che potesse replicare.
A pranzo, Bailey si sedette tra Matthew e Oliver. Arthur era in fondo al tavolo, solo, la testa appoggiata a una mano, il cibo nel piatto intatto.
«Ma tu e Arti avete litigato?» sussurrò Samuel.
«Un mezzo screzio» ammise Bailey. «Gli ho risposto male.»
«Tipico di Arti. Ti ci porta.» disse Matthew.
Bailey guardò Arthur. Era solo. Era sempre solo, quando non era con lui. E la cosa che gli stringeva lo stomaco non era colpa — era qualcosa di più semplice e più complicato: la consapevolezza che Arthur senza di lui tornava a essere il ragazzo che tutti evitavano.
«Ciao!»
Tulip era dietro di lui. «Volevo augurarti buona fortuna per la partita. Farò il tifo per te.»
«Grazie. Ma non dovresti tifare per Corvonero?»
Lei si strinse nelle spalle. «Non sono una grande appassionata di Quidditch.»
Se ne andò. Matthew cinguettò: «Farò il tifo per te. Potevi anche dircelo che ti vedi con la Fitzgerald.»
«Non è nulla di serio» disse Bailey.
Dopo pranzo, intercettò Arthur nel corridoio.
«Ehi.»
Arthur fece per sorpassarlo.
«Senti, ti chiedo scusa per averti risposto male.» Bailey gli camminò davanti all’indietro come un gambero. «Si trattava davvero di una cosa importante.»
«Sei libero di fare quello che vuoi» replicò Arthur, gelido.
«Verrai a vedere la partita?»
«Non credo.»
«Perché?»
«Sono affari miei.»
La stoccata arrivò precisa. Bailey la meritò e lo sapeva.
«Dai, Arti, non fare così.»
Arthur si fermò. Lo guardò, e nei suoi occhi azzurri Bailey vide qualcosa che non era rabbia. Era la ferita di prima — quella che aveva intravisto domenica — più profonda di quanto avesse pensato.
«Che t’importa? Per te non fa nessuna differenza se vengo o no.»
«Non è vero» disse Bailey. «Sei mio amico. M’importa eccome.»
Lo disse senza pensarci, il che significava che lo pensava davvero.
Arthur distolse lo sguardo. Il gelo sul suo volto si stava sciogliendo, lentamente, come brina al sole.
«Facciamo la pace?»
Bailey sollevò il mignolo.
Arthur scansò la sua mano. «Sei un idiota.»
Bailey sorrise. «Lo so.»
«Sbrigati o farai tardi» borbottò Arthur, e se ne andò a passo svelto, ma Bailey avrebbe giurato di averlo visto sorridere.
Le cinque arrivarono inesorabili. Bailey aveva il cuore in gola mentre si dirigeva verso il campo con la squadra. Le mani gli sudavano sulla Firebolt.
«Andrà tutto bene» disse Jack, percependo il suo nervosismo.
Gli spalti erano già pieni. Centinaia di volti, bandiere rosse e blu, voci che si intrecciavano in un brusio che ricordava un alveare. Bailey e la squadra entrarono negli spogliatoi. Indossarono le divise. Si radunarono intorno a Elijah.
«Ascoltatemi bene.» La voce di Elijah era bassa e dura. «Oggi è il giorno che aspettavamo. Abbiamo lavorato duramente. Gli avversari sono forti, ma noi lo siamo di più. Non lasciatevi influenzare dalla pressione. Ricordatevi delle strategie, ma non dimenticate di improvvisare quando serve. I vostri istinti sono ciò che ci farà vincere.» Guardò Bailey. «Burns, tu sei la nostra arma segreta.»
«Non più tanto segreta» disse Jack, e Matthew ridacchiò.
Elijah li zittì con un’occhiataccia. «Resta concentrato sul Boccino. Al resto pensiamo noi.»
Uscirono sul campo. Il rumore del pubblico lo colpì come un muro di suono. Al centro, il professor Wings aspettava con il fischietto.
«Ecco a voi la squadra di Grifondoro!» annunciò una voce dagli spalti. «Ollerton, Capitano e Cacciatore! Le gemelle Hawkins, Cacciatrici! Weasley e Thorne, Battitori! Taylor, Portiere! E infine… Bailey Burns, nuovo Cercatore!»
Un boato si levò dalla tribuna di Grifondoro. Bailey cercò con lo sguardo tra gli spalti e trovò Arthur. Seduto in seconda fila, la sciarpa di Grifondoro — quella che aveva prestato a Bailey — avvolta intorno al collo. Era venuto.
«Capitani, stringetevi la mano» disse Wings. «Voglio una partita pulita.»
Elijah afferrò la mano del capitano avversario — un ragazzo alto e slanciato di nome Jasper, Cercatore anche lui — e gliela stritolò con una stretta che non aveva nulla di sportivo.
Montarono sulle scope. Il fischio squarciò l’aria.
Bailey schizzò verso l’alto. La Firebolt rispose con una potenza che gli tolse il fiato — in un secondo era a venti metri, in due a quaranta, l’aria gelida che gli sferzava il viso e gli tirava i capelli indietro. Sotto di lui la partita prese vita: le gemelle si passavano la Pluffa con una coordinazione che sembrava telepatica, i Battitori scagliavano i Bolidi con violenza, e Matthew volteggiava davanti agli anelli come un’aquila che sorveglia il nido.
Elijah intercettò un passaggio e si fiondò verso gli anelli avversari. Segnò.
«Dieci a zero per Grifondoro!»
Gli spalti rossi esplosero. Bailey riprese la ricerca del Boccino, volando in ampi cerchi sopra il campo, gli occhi che scandagliavano ogni angolo. Jasper lo pedinava a distanza, ma la sua scopa non aveva la stessa accelerazione della Firebolt.
I Corvonero risposero con aggressività. Il loro Cacciatore superò un Bolide con un dribbling elegante e segnò. Dieci a dieci. Poi venti a dieci per Grifondoro. Poi venti pari.
La partita si infiammò. Bailey volava sopra le tribune, cercando il luccichio dorato, filtrando il rumore della folla, le urla del commentatore, il sibilo dei Bolidi. Poi lo vide.
Un lampo d’oro che sfrecciava rasoterra, a due spanne dall’erba, rapido come un pensiero.
Si tuffò in picchiata. Il vento gli ululò nelle orecchie. Il campo gli venne incontro a una velocità che in qualsiasi altro momento lo avrebbe fatto urlare, ma in quell’istante non c’era spazio per la paura — solo il Boccino, la Firebolt, e le sue dita tese verso la pallina dorata.
«Burns ha avvistato il Boccino! Kinth gli corre dietro ma non ce la fa a recuperarlo… è una Firebolt quella? È una Firebolt!»
Bailey allungò la mano. Le ali del Boccino gli sfiorarono le dita. Chiuse il pugno.
«HA PRESO IL BOCCINO! BAILEY BURNS HA PRESO IL BOCCINO!»
I Grifondoro esplosero. Il boato fu così forte che Bailey lo sentì vibrare nel petto. Riemerse dalla picchiata a un metro dall’erba, la Firebolt che frusciava sull’erba bagnata, e alzò il pugno con il Boccino stretto tra le dita. Le ali dorate sbattevano contro il suo palmo.
«Centottanta a venti! Grifondoro vince!»
Bailey fece un giro di campo per scaricare l’adrenalina. Il vento gli scompigliava i capelli. I Grifondoro scandivano il suo nome, e il suono rimbalzava tra le tribune come un’eco che non voleva spegnersi. Era una sensazione che non aveva mai provato — non felicità, non orgoglio, ma qualcosa di più primordiale, come appartenere a qualcosa di più grande di sé stessi.
Atterrò. I suoi compagni gli piombarono addosso. Le gemelle lo baciarono sulle guance. Jack lo sollevò di peso. Matthew gli urlò qualcosa nell’orecchio che non capì.
Negli spogliatoi, Elijah sorrise. Era la prima volta che Bailey lo vedeva farlo, e la cosa era quasi più sorprendente della vittoria.
«Ben fatto, squadra. Ora non ci resta che battere Serpeverde.»
«Più facile a dirsi che a farsi» borbottò Philip. «I Serpeverde hanno la Hall.»
«E noi abbiamo Burns!» abbaiò Elijah. «Con la Firebolt, Hall mangerà la polvere.»
Rientrarono al castello scortati da una folla festante. Arthur si fece largo tra le persone fino a raggiungere Bailey. Aveva le guance arrossate dal freddo e dalla fretta, e i suoi occhi brillavano.
«Sei stato…» cominciò, ma le parole sembrarono mancargli. Rimase lì, con la bocca aperta e il complimento a metà, come un pesce che prova a parlare.
Bailey rise. Gli mise un braccio intorno alle spalle. «Andiamo.»
Festeggiarono fino all’ora di cena, costringendo la professoressa Thistledown a venire a chiamarli perché nessuno si decideva a scendere.
«Continueremo dopo!» gridò Thomas in preda all’euforia, e l’affermazione fu accolta da un’ovazione.
Bailey non era mai stato tanto felice. E per una volta, una sola volta, non c’erano sogni né paure né ciabatte sporche di fango a rovinare il momento. C’era solo lui, i suoi amici, e la sensazione di essere esattamente dove doveva essere.
Con l’avvicinarsi del Natale, Hogwarts si coprì di neve. Non la neve grigia e fangosa di Londra, che si scioglieva prima ancora di toccare terra: una neve bianca, densa e silenziosa, che avvolgeva il castello come una coperta e trasformava i terreni in un paesaggio da cartolina. Bailey non si stancava di ammirarla. Quando sentiva il bisogno di evadere, prendeva la Firebolt e volava sopra le colline innevate, seguendo il profilo delle montagne, e per qualche minuto non pensava a nulla — non ai sogni, non alle ciabatte, non al settimo piano.
La mattina del venti, a colazione, alzò lo sguardo all’arrivo dei gufi. Aspettava una risposta da Edith. Quando Herbie calò verso di lui — un proiettile di piume marroni e oro — Bailey spostò il bicchiere appena in tempo. L’allocco gonfiò le piume e si scosse la neve di dosso con la dignità offesa di sempre.
La lettera era stranamente pesante. Bailey la aprì.
Caro B.B.,
Siamo felici che lì vada tutto bene. Qualche giorno fa abbiamo ricevuto un gufo dalla scuola e, per un attimo, abbiamo temuto che fosse per dirci che eri stato espulso o scomparso. Non immagini che sollievo capire che non era nulla del genere. La preside, quell'Amelia Burke, ci ha spiegato tutto. Ma perché non ci hai detto che ti servivano soldi? Sei sempre il solito zuccone! Te ne abbiamo mandati un po'. Consegnali alla preside, sarà lei a occuparsi del cambio in banca.
C'è un’altra cosa di cui devo parlarti. Non prenderla a male, ma temo che non ci vedremo per le vacanze di Natale. Vedi, da quando sei partito, i gemelli sono molto giù, e io e Adrian abbiamo pensato di fare qualcosa di speciale per tirargli un po' su il morale. Abbiamo deciso di andare al London Resort. So che avresti voluto venire anche tu, ma è stato già un miracolo riuscire a prenotare per noi quattro...ti prometto che ci torneremo il prossimo Natale, così potremo festeggiare anche il tuo compleanno tutti insieme!
Mi dispiace tanto!
Con affetto, Edith
Bailey dovette rileggerla tre volte.
«Cattive notizie?» chiese Arthur.
«Vanno al London Resort!» esclamò Bailey, con la voce più acuta di quanto avrebbe voluto. «Senza di me!»
«Il cosa?»
«Il London Resort! Il più grande parco a tema d’Europa! Sono anni che li supplico di portarmici!»
«La faccenda è grave» commentò Matthew.
«E per di più mi lasciano qui. Che cosa dovrei fare da solo la sera di Natale?»
«Non sarai da solo» disse Arthur. «Qualcuno dei nostri resterà.»
Ma nessuno restava. Matthew andava ai Caraibi. Samuel tornava dai suoi. Oliver andava a sciare. Bailey li guardò uno dopo l’altro con un’espressione che sperava fosse patetica e non semplicemente disperata.
«Tu che fai a Natale, Arti?» chiese Matthew.
«Torno a casa.»
«Perché non porti B.B. con te?»
Arthur sbatté le palpebre. «Cosa?»
«Perché no?»
«Perché… be’… perché non posso, Matthew!»
«Dai, guardalo.» Matthew prese Bailey per il mento e glielo girò verso Arthur. «Come si fa a dire di no a questo musetto triste?»
Arthur fissò Bailey. Bailey gli fece gli occhi dolci. Era un trucco che usava con Edith e che funzionava nove volte su dieci.
«Va bene!» sbottò Arthur. «Verrai con me!»
«Evviva!» Bailey gli batté una mano sulla schiena. «Grazie, Arti!»
Nella busta c’erano almeno quattrocento sterline in contanti. Bailey le contò due volte.
«Bel bottino» fischiò Matthew. «Almeno ottanta Galeoni col cambio. Ti basteranno per un po’.»
Bailey si alzò per portare i soldi alla Burke. Si avvicinò al tavolo dei professori. Amelia era in conversazione con Eldora. Non appena incrociò il suo sguardo, l’odio lo invase.
Arrivò come un’onda — improvviso, travolgente, e completamente estraneo. Il desiderio di avventarsi su quella donna, di farle del male, gli esplode nel petto con una violenza che lo lasciò senza fiato. Si fermò, incerto. Le mani gli tremavano. Aveva paura che se avesse aperto bocca ne sarebbero usciti insulti.
«Sì, Burns? Ti serve qualcosa?» disse Eldora.
Bailey sollevò la busta, senza una parola.
«Ah, ottimo. Entro domani avrai i tuoi Galeoni.»
Bailey tornò al suo posto. L’odio era già svanito — evaporato come fosse stato di qualcun altro, lasciandogli solo il cuore che batteva e la sensazione di avere le dita sporche di qualcosa che non riusciva a vedere.
Lo sguardo di Amelia Burke gli restò incollato addosso per tutto il tragitto.
Il ventiquattro mattina, Arthur lo svegliò alle sette. «Devi preparare il bagaglio.»
«Chiederò a Twick.»
«Twick non è il tuo servo, B.B.! Hai le mani, usale!»
«In teoria è il mio servo.»
«Non provare a evocarlo o ti sparo un incantesimo.»
A malincuore, Bailey cominciò a radunare la sua roba. Non era un’impresa facile: la stanza, a parte l’angolo di Arthur, sembrava aver subito il passaggio di un tornado.
«Non sono sicuro che queste mutande siano mie» osservò Bailey, studiando un paio di boxer con aria critica.
Arthur li afferrò per un angolo come fossero rifiuti tossici e li buttò sul letto di Matthew. Poi tirò fuori la bacchetta e cominciò ad attirare le cose di Bailey con un incantesimo di Appello, sistemandole nel baule con una cura maniacale. Ogni capo si piegava da solo, fluttuando nell’aria prima di sistemarsi perfettamente.
«Sei proprio un bravo elfo domestico.»
Arthur lo fulminò con un’occhiataccia. Sollevò una maglietta appallottolata dal comodino e questa si srotolò, lasciando cadere la boccetta di pozione. Bailey si tuffò per prenderla. La mancò. Il vetro s’infranse sul pavimento.
«Maledizione.»
«Che cos’è?»
Bailey esitò. «Una pozione che prendo. Mi aiuta a dormire.»
«Non sapevo avessi problemi a dormire. Di solito servono le cannonate per svegliarti.»
«È una cosa recente.» Bailey non aggiunse altro.
Arthur lo guardò per un momento — lo sguardo di chi sta decidendo se insistere — e non insistette.
Bailey passò dall’infermeria a prenderne un’altra. Sulla soglia colse il professor Wings e Madame Medler molto vicini. Si allontanarono di scatto quando lo sentirono.
«Burns» disse Wings, palesemente imbarazzato. «Cosa...cosa fai qui?»
Bailey cercò di trattenere un sorriso divertito. «Avrei bisogno di altra pozione» disse con noncuranza a Madame Medler.
Lei, con il viso leggermente arrossato, si girò senza dire una parola, dirigendosi verso la credenza. Acchiappò la boccetta con un gesto brusco e gliela porse in silenzio, lanciandogli uno sguardo che non invitava a ulteriori commenti.
«Grazie!» disse Bailey, e scappò via.
Tornò di corsa alla Torre di Grifondoro.
«Indovina un po' chi ho beccato a scambiarsi effusioni in Infermeria» ridacchiò Bailey una volta in camera.
«Chi?» disse distrattamente Arthur, concentrato a valutare se i vestiti e gli oggetti di Bailey fossero sistemati correttamente nel baule.
«Il professor Wings e Madame Medler...»
«Sai che novità»
«In che senso?» disse Bailey, preso in contropiede.
«E' da secoli che quei due si piacciono. Gira voce che stessero insieme quando frequentavano Hogwarts»
«Oh.»
Arthur chiuse il baule. «Così va bene» mormorò. «Vieni, andiamo da Hagrid...»
«Senti, Arti» esordì Bailey nel frattempo che scendevano in Sala Grande. «Come faremo a raggiungere casa tua?»
«Con la Metropolvere»
«E'...una specie di metro magica?»
«E' una rete di camini fra cui si può viaggiare con la Polvere Volante.»
«I camini» ripeté poco convinto Bailey. «E la Polvere Volante è...?»
«Lo vedrai.»
In Sala Grande incontrarono Matthew, Oliver e Samuel.
«Non fate colazione?» disse stupito Matthew, vedendoli allontanarsi.
«Passiamo a trovare il professor Hagrid. Gli devo dare una cosa.»
«Sul serio non facciamo colazione?» disse deluso Bailey, il cui stomaco alla vista di tutto quel bendidìo iniziò a brontolare.
«Fidati, è meglio così. Mangeremo una volta a casa.»
Uscirono. Arthur estrasse di nuovo la bacchetta e usò un utile incantesimo che generava aria calda, liberando così il passaggio.
Giunti davanti la capanna di Hagrid, bussarono. Lui aprì dopo qualche secondo. «Ah, siete voi. Pensavo che già ve ne foste andati...»
«Non potrei mai farlo senza averti prima salutato, Hagrid» disse con un sorriso Arthur. «E senza averti dato il mio regalo!»
Hagrid si fece da parte per lasciarli passare. La sua faccia la diceva lunga; evidentemente, i regali di Arthur non erano così apprezzati come lui credeva.
«Metto su il tè...»
«Non serve, Hagrid. Purtroppo non possiamo trattenerci a lungo. Tieni!»
Arthur gli consegnò un pacchetto bitorzoluto. Hagrid lo prese, rigirandoselo tra le mani.
«Ehm...non dovevi, Arthur...»
«Figurati! E' sempre un piacere»
Hagrid scartò il regalo, che si rivelò essere una grossa coperta orrenda, realizzata con un tessuto tutt'altro che morbido e di un discutibile colore marroncino chiaro.
«E' fatta con materiali eco-sostenibili!» disse entusiasta Arthur.
«E'...fantastica, Arthur.» borbottò Hagrid.
«Ti piace?»
«Bella...davvero. Mi serviva proprio.»
Bailey si teneva alle spalle di Arthur, tappandosi la bocca per non scoppiare a ridere.
«Sapevo che era una buona scelta!» Arthur lo abbracciò. «Ci vediamo, Hagrid.»
Lui gli diede dei colpetti sulla schiena. «E tu che fai? Aspetti che ti vengano a prendere i tuoi tutori?» chiese, sollevando lo sguardo su Bailey.
«No» disse Bailey, sogghignando. «Vado via con Arti»
«Quindi passerete il Natale insieme, eh? Son contento» Hagrid diede un'altra pacca ad Arthur, facendolo crollare a terra. «Oh, scusa...»
Tornarono verso la Sala Grande. Salutarono Matthew e gli altri e risalirono su fino in camera per prendere i bauli.
«Secondo te devo portare anche la gabbia di Herbie?»
«E' impegnato a fare una consegna, no? Non ti servirà. Dai, muoviamoci, siamo già in ritardo...»
Fecero Levitare i bauli giù fino in fondo alle scale.
«Dove prenderemo questa...Metropolvere?»
«Dobbiamo andare nell'ufficio della Thistledown»
L'ufficio non si trovava molto lontano dalla Torre di Grifondoro. Arthur bussò. Eldora gli aprì, ancora in pigiama e con i capelli scarmigliati.
«Eccola qui, signor Morgan...oh» la bocca di Eldora rimase aperta in una buffa "O" nel vedere Bailey. «Non sapevo che il signor Burns sarebbe venuto con lei...»
«E' un problema?» chiese ansioso Arthur.
«No, assolutamente! Sono solo...sorpresa, ecco. Prego, entrate»
Bailey si guardò attorno. L'ufficio di Eldora era praticamente un piccolo appartamento, disseminato qua e là da oggetti tipicamente babbani. Eldora doveva averli incantati; c'era un tostapane che singhiozzava triste in un angolo, un frigorifero che emetteva un sibilo continuo e una macchina da caffè che sembrava borbottare lamentosa.
«Per di qua»
Li accompagnò al camino. Era un imponente struttura in pietra grigia, ornata di intricati motivi geometrici che si intrecciavano lungo i bordi. La base era ampia e solida, con una mensola di legno scuro che sosteneva vari oggetti decorativi, come orologi a pendolo e piccoli vasi di ceramica. Sopra la mensola, un grande specchio dorato rifletteva la luce soffusa della stanza. Il focolare era rivestito di mattoni scuri, e al suo interno un ceppo di legno, già consumato, emanava una calda luce verde.
«E' la prima volta che usi la Metropolvere, vero, Burns?»
«Sì...»
«Lasciamo andare per primo il signor Morgan. Ti mostrerà come fare.»
Eldora porse ad Arthur un sacchettino. Lui ne estrasse una manciata di polvere scintillante e la gettò nel camino, che subito si animò, sprigionando una fiamma verde e vivace.
«Devi essere molto chiaro nella pronuncia» si raccomandò Arthur.
Poi senza remore si gettò tra le fiamme col suo baule, facendo sussultare Bailey. Arthur non urlò; appariva perfettamente a suo agio circondato dal fuoco.
«Page Street numero dieci!»
Bailey fissò il punto in cui c’era stato Arthur. «Non c’è un treno?» chiese a Eldora. «O una macchina? Va bene anche la scopa.»
Lei lo spinse gentilmente verso il camino.
Bailey gettò la polvere, entrò nelle fiamme — il calore fu una sorpresa: non bruciava, era come entrare in un bagno caldo — e gridò l’indirizzo. Poi il mondo impazzì. Cominciò a vorticare come una trottola, aggrappato al baule, gli occhi serrati, il contenuto dello stomaco in subbuglio. Era molto, molto peggio della Smaterializzazione.
Cadde su una superficie dura, facendosi male alle ginocchia. Arthur lo aiutò ad alzarsi.
«Non penso che tornerò a Hogwarts» ansimò Bailey. «Resto a vivere qui.»
«Mi dispiace che il viaggio sia stato traumatico» disse una voce femminile alle spalle di Arthur. «Avrei dovuto considerare che era la tua prima volta.»
Bailey guardò oltre la spalla di Arthur e restò folgorato.
La donna che stava in piedi nel salotto era, senza esagerazione, la persona più bella che avesse mai visto. Capelli biondo platino che le incorniciavano un volto a forma di cuore. Grandi occhi azzurri — gli stessi di Arthur, identici, come due gocce dalla stessa sorgente — che scintillavano di una luce intelligente e calda. Indossava un abito elegante che le cadeva addosso con la naturalezza di qualcosa di cucito su misura, e si muoveva con la grazia disinvolta di chi è abituata a stare al centro di una stanza.
«Bailey, giusto?» disse. «Ti senti bene?»
«Non preoccuparti, mamma. Gli basterà mangiare qualcosa.»
Bailey si raddrizzò, scansò Arthur e le si avvicinò, prendendole la mano e portandosela alle labbra. «Al suo servizio.»
La donna piegò leggermente la testa, aggrottando la fronte.
«Perché non ci presenti, Arti?» disse Bailey, senza toglierle gli occhi di dosso.
Arthur lo affiancò, incrociando le braccia. «B.B., lei è Vivienne, mia madre. Mamma, lui è Bailey» disse acido.
«Mi chiami B.B. E' un piacere conoscerla.»
«E' carino come soprannome.» disse Vivienne, liberando la mano con un gesto aggraziato. «Immagino che avrete fame. Seguitemi.»
Bailey la seguì con entusiasmo — e con lo sguardo incollato a un punto che Arthur, dietro di lui, stava notando con un’espressione omicida.
«Grazie, Nimby»
Un elfo domestico, molto più grazioso di Twick e coperto da capo a piedi da vestiti colorati, fece un rapido inchino e si dileguò. Vivienne si sedette, scuotendo Bailey dal suo trance. Si trovavano in un enorme salotto, arredato con cura nei minimi dettagli. Al centro della stanza, una lunga tavola era stata imbandita per la colazione, con tovaglie ricamate e piatti d'argento scintillanti. L'aroma del caffè e dei dolci appena sfornati riempiva l'aria, invitante e accogliente.
«Sedetevi, avanti» li invitò con garbo Vivienne.
Bailey si sedette alla destra di Vivienne. Arthur di fronte, a distanza di sicurezza.
«Croissant?» domandò Vivienne con un perfetto accento francese. «Sono alla marmellata.»
Bailey ne prese uno e lo morse. Era il miglior croissant della sua vita, il che probabilmente aveva a che fare con la donna che glielo aveva offerto.
«Come ti trovi a Hogwarts, B.B.?»
«Benissimo. Mi trovo proprio bene.»
«Sono contenta. La tua situazione ci ha colti di sorpresa. Non era mai successo che il Grimorio commettesse un errore così grossolano. Molti dei miei colleghi volevano “lasciar perdere”, come se si potesse ignorare la cosa. È stata dura convincerli.» Versò il tè con la precisione di chi è abituata a servire a tavoli più importanti di quello. «Raccontami qualcosa di te.»
Bailey era al settimo cielo: parlare di sé stesso era la sua arte. Raccontò di sua madre, dell’orfanotrofio, delle case famiglia, di come Edith e Adrian gli avessero dato una parvenza di stabilità. Sapeva per esperienza che le storie tristi toccavano il cuore delle donne, e calibrò il tono di conseguenza — abbastanza drammatico da suscitare simpatia, non così tanto da risultare pietoso.
«Dev’essere stato molto difficile» mormorò Vivienne, posando la mano sulla sua.
«Ciò che non ti uccide ti fortifica, no?» sospirò Bailey con un tono volutamente drammatico.
Arthur alzò gli occhi al cielo.
«Piuttosto» Bailey mise la propria mano su quella di Vivienne. «Raccontami tu qualcosa di te.»
«La mia vita è meno eccitante di quanto si pensi. Perlopiù si tratta di avere interminabili discussioni con vecchi bacucchi convinti di saperne più di me solo perché hanno “anni di esperienza”. E perché sono una donna.»
«Ah, questi misotropi.»
«Si dice misogini» lo corresse Arthur.
«Quanti anni hai, Vivienne?»
Negli occhi azzurri della donna brillò un lampo di malizia. «Un gentiluomo come te dovrebbe sapere che non si chiede mai l’età a una signora. Comunque quarantadue.»
«Mi prendi in giro. Non ne dimostri più di venti.»
Vivienne rise. «Il fatto di avere un figlio mi tradisce.» Si voltò verso Arthur. «Come vanno le cose a scuola?»
«Bene» rispose lui, imbronciato.
Il sorriso di Vivienne s’incrinò — non si ruppe, ma si fece più sottile, più attento. «E…?»
«“E” niente, mamma.»
«Non hai nulla da raccontarmi?»
«Arti è il migliore del suo anno!» intervenne Bailey, beccandosi un’occhiataccia.
«Sarebbe bello se tu me lo raccontassi ogni tanto» disse Vivienne, la voce delicata ma con un’ombra di qualcosa sotto — stanchezza, forse, o rassegnazione.
«Mamma, non ricominciare.»
Bailey osservò il loro scambio e capì qualcosa che non aveva capito prima: Arthur e sua madre parlavano lingue diverse. Vivienne cercava, Arthur si chiudeva. Lei tendeva la mano, lui la ritirava.
Vivienne cambiò argomento con la destrezza di chi c’era abituata. Bailey le raccontò del Quidditch, della partita, del troll. Quando menzionò Hogsmeade, Vivienne si raddrizzò sulla sedia.
«Eravate lì durante l’attacco? Arthur! Perché non me l’hai detto?»
«Non era importante.»
«È molto importante!»
«Siamo qui perché B.B. e Armistice Hall hanno fermato il troll. Io non ho fatto niente.»
«Armistice Hall? La figlia di James?» Vivienne si portò una mano al petto. Poi un’ombra le passò sul volto. «Theodore Holmes ci avrebbe sguazzato. Per fortuna siamo riusciti a tenerlo a bada.»
«Già, è questa la cosa importante» disse Arthur. «L’opinione della stampa. Non il fatto che siamo quasi morti.»
«Arthur.» Vivienne lo guardò e per un momento tutta la diplomazia scomparve, e rimase solo una madre che aveva appena scoperto che suo figlio era stato in pericolo. «Naturalmente sono felice che stiate bene.»
L’elfa domestica entrò con una lettera su un vassoio. Vivienne la lesse, e il suo volto si chiuse come una porta.
«Devo andare. È urgente.» Si alzò. «Mi dispiace. Speravo di avere più tempo.» Guardò Arthur. «Perché non gli fai vedere la casa?»
Uscì in fretta. Arthur non la guardò andare.
L’appartamento era un attico che occupava un intero piano di un edificio vicino all’Abbazia di Westminster. Dalla terrazza si vedevano il Big Ben, lo Shard, la City che brillava nella luce invernale. Era il tipo di posto che Bailey aveva visto solo nei film, e il fatto di camminarci dentro gli sembrava un errore nel copione della sua vita.
Arthur glielo mostrò stanza per stanza, con il tono piatto di una guida turistica che fa lo stesso giro da vent’anni. Tre camere da letto, un salone di ricevimento, una dependance, una biblioteca, uno studio. E poi: un bar, una sala giochi, un cinema.
«Un cinema?»
Il cinema era un capolavoro: poltrone reclinabili in pelle, schermo a tutta parete, audio surround integrato nelle pareti. Un’area con popcorn, un frigo di bibite, e una libreria di film in edizione speciale.
«Divisi in ordine alfabetico e per genere» notò Bailey. «Opera tua?»
«Ovviamente.»
Bailey scorse i titoli. «Notting Hill? Non ti facevo tipo da commedie romantiche.»
«È di mia madre. Il suo preferito.»
«La Cosa! Adoro questo film.»
Arthur esitò. «Anch’io.»
Il bar era un angolo di lusso sobrio: bancone in marmo nero, bottiglie pregiate su ripiani illuminati, poltrone in pelle. Bailey s’infilò dietro il bancone e prese una bottiglia di cristallo. «Whisky Incendiario» lesse dall’etichetta.
«Mettilo a posto. È un’edizione limitata di mezzo secolo.»
«Roba da ricconi.» Bailey la rimise sullo scaffale. «Tua madre deve guadagnare bene.»
Arthur non rispose. Bailey capì di aver toccato qualcosa e non insistette.
Passarono la mattina nella sala giochi: biliardo, ping-pong, videogiochi arcade. Bailey scoprì che Arthur era ferocemente competitivo — affrontava ogni partita con una determinazione che rasentava la furia, come se perdere a biliardo fosse un’offesa personale.
A pranzo, Nimby aveva cucinato per un esercito. Arthur tentò di impedirle di servire Bailey, innescando un battibecco sugli elfi domestici e i loro diritti che Bailey ascoltò masticando tranquillamente il pasticcio. Arthur aveva ragione, in teoria. Ma Nimby era felice, e Bailey non riusciva a trovare l’ingiustizia in una creatura che sorrideva.
Il pomeriggio lo passarono al cinema, mangiando popcorn e bevendo bibite gassate. Arthur, dopo un’iniziale resistenza, ruppe il suo mutismo e cominciò a snocciolare aneddoti sui film: retroscena delle produzioni, curiosità sui registi, dettagli sulle scene iconiche. Bailey rimase colpito. «Sei un vero nerd, Arti.»
Arthur non lo negò. E Bailey capì che quella era la versione di Arthur che nessuno a Hogwarts vedeva — non il secchione rigido, non il figlio del Ministro, ma un ragazzo di quindici anni che amava i film horror e si arrabbiava a ping-pong.
A cena, Vivienne non si presentò. Nimby portò un messaggio: non sarebbe rientrata.
«Sai che novità» brontolò Arthur.
«Sarà qui domani, sicuramente.»
«Non ci conterei.»
«Ma è Natale!»
«A quelli del Ministero non importa. E lei è il capo, il che non significa poter fare ciò che vuole. Significa il contrario.»
Mangiarono in silenzio. Arthur quasi non toccò cibo. A un certo punto spinse via il piatto. «Metti da parte la roba, Nimby. Domani non voglio che cucini nulla. È un ordine.» Si alzò. «Vado a letto.»
Bailey non lo seguì. Capì che Arthur voleva stare da solo. Invece, tornò al bar.
Si guardò alle spalle. Solo. Riprese in mano il Whisky Incendiario. Era troppo curioso. Si versò un goccio in un bicchiere di cristallo e lo buttò giù.
Il liquido gli scese in gola come fuoco liquido, bruciandogli ogni centimetro dell’esofago. Un brivido lo percorse da capo a piedi. «Accidenti» sibilò. Un retrogusto di quercia e spezie gli riempì il palato.
Versò un secondo sorso. Lo fece ruotare nel bicchiere, ammirando il colore ambrato. In quel momento colse un movimento con la coda dell’occhio. Quasi si strozzò.
Nimby lo fissava.
«N-Nimby» tossicchiò. «Non dire ad Arti e a Vivienne che l’ho preso.»
«Nimby non dirà nulla, signorino.» L’elfa s’inchinò. «Ma forse il signorino vorrebbe provare un cocktail? Quel whisky è molto pregiato…»
Gli preparò un Incanto del Drago — un liquore che emetteva una foschia dorata, fatto con essenza di zenzero e peperoncino magico. Bailey lo assaggiò. Speziato, caldo, con un retrogusto che pizzicava.
«Bel lavoro, Nimby.»
L’elfa sorrise. Poi, con la naturalezza di chi cambia argomento senza cambiarlo davvero, disse: «È bello vedere che il signorino Arthur ha un amico.»
Bailey smise di bere.
«Lui è molto solo, sa» proseguì Nimby, con una dolcezza che contrastava con i suoi grandi occhi da pipistrello. «I suoi compagni non lo capiscono. Lo evitano per via della signora. Lui soffre tanto, ma non lo dà mai a vedere.»
Bailey rimase in silenzio. Pensò ad Arthur che camminava per quell’appartamento immenso e vuoto. Stanze piene di lusso e tutte le comodità possibili, ma poco più di una gabbia dorata. Il cinema in cui guardava i film da solo. Il bar dove nessuno beveva. La sala giochi dove nessuno giocava. La madre che non tornava per cena.
Il cocktail gli sembrò più amaro.
«Tuttavia, ora che c’è il signorino» continuò Nimby, tornando a sorridere «le cose andranno meglio.»
«Cercherò di fare del mio meglio, Nimby. Ma non dipende solo da me.»
Si finì il drink. Nimby lo accompagnò alla sua stanza — grande, elegante, con un letto di dimensioni regali e una vista sulla terrazza. Bailey prese un sorso di pozione, si infilò sotto le coperte di cashmere e fissò le luci della città attraverso la finestra.
Pensò ad Arthur nella stanza accanto. A quante notti avesse passato così, da solo in una casa troppo grande, con una madre troppo occupata e un padre che non c’era più. Pensò a Elijah che lo trattava come un segreto da nascondere. Ai compagni che lo evitavano. Ai corridoi di Hogwarts che percorreva sempre da solo, prima che Bailey arrivasse.
Poi pensò al modo in cui Arthur gli aveva dato la sua sciarpa senza che gliela chiedesse. Al modo in cui aveva mentito per lui nella sala comune. Al modo in cui era rimasto seduto sul letto per ore mentre Bailey dormiva, solo perché glielo aveva chiesto.
Poi la pozione fece il suo lavoro. Il sonno lo avvolse, dolcemente, e quella notte non sognò nulla.
Era in piedi sulla terrazza dei Morgan, intento a fissare il panorama notturno di Londra. Le luci della città scintillavano come un mare di stelle rovesciato, disteso in un mosaico di colori che si estendeva fino all’orizzonte. Il Big Ben, lo Shard, i ponti sul Tamigi — tutto brillava nella notte con una nitidezza che non apparteneva alla realtà.
Il vento fresco gli accarezzava la pelle. Respirava l’odore della città — asfalto bagnato, gas di scarico, qualcosa di dolce che non riusciva a identificare. Sentiva un rumore familiare, come di acqua che scorre, e una sensazione calda e piacevole che partiva dal bassoventre…
Abbassò lo sguardo.
Stava facendo la pipì. Sulla terrazza dei Morgan.
Provò a fermarsi. Il corpo non gli obbediva. Era come essere intrappolato dietro i propri occhi, passeggero di un corpo che faceva quello che voleva senza chiedergli il permesso — la stessa sensazione del Club dei Duellanti, la stessa sensazione del blackout durante il volo, solo che questa volta era disgustosa anziché terrificante.
«B.B.!»
Bailey scattò a sedere, ansimando. «Non sono stato io!»
Si guardò attorno. La luce del mattino. La sua camera nell’appartamento dei Morgan. Arthur lo fissava accigliato dal bordo del letto. Bailey scostò le coperte con urgenza per controllare di non essersela fatta addosso. Il pigiama era asciutto. Tirò un sospiro di sollievo così profondo che Arthur lo sentì.
«Stai bene?»
«Sì.»
«Ti lamentavi nel sonno. Non facevi che ripetere “smettila, ora smettila”.»
Bailey sentì il calore salirgli al viso. «Era solo un brutto sogno.»
Arthur lo studiò per qualche secondo, con quello sguardo da radiologo che gli conosceva. «Doveva essere spiacevole. Sembrava che ti stessero torturando.» Si alzò. «Vieni, andiamo a fare colazione. Ah — buon Natale, comunque.»
Uscì dalla stanza. Bailey rimase seduto, le mani sulle ginocchia. Era stato solo un sogno. Si aggrappò a quel pensiero come a un corrimano. Realistico, sì, ma pur sempre un sogno. La pozione aveva funzionato — era ancora nel letto, le ciabatte erano pulite. Niente sonnambulismo. Niente sonnambulismo.
Si alzò, si vestì, e scese.
In salotto, un maestoso albero di Natale era apparso durante la notte, tutto addobbato e circondato da una montagna di scatole colorate. Arthur era seduto in mezzo, sommerso fino al collo.
«È opera di Nimby» disse. «Le avevo chiesto di non farlo.»
«I regali sono da parte sua?»
«Dai miei parenti. Ho una famiglia molto numerosa.» Prese una scatola grande quanto la sua testa. «Questo è da parte di Gideon e Rupert, i proprietari dei Tiri Vispi Weasley.»
«Perché ti fanno i regali?» Bailey ebbe l’illuminazione. «Sei imparentato con loro?»
«Il cognome da nubile di mia madre è Weasley.» Arthur agitò la scatola con cautela. «Meglio non aprirla. L’anno scorso mi hanno mandato dei Fuochi Forsennati ad accensione automatica. Hanno quasi distrutto l’appartamento.»
Bailey si sedette accanto a lui tra i regali.
«Tieni. Questo è per te» disse Arthur, passandogli una delle scatole.
«Per me?» Bailey la prese. «Da parte di chi?»
«Mia.»
Bailey lo guardò. «Ma Arti, non pensavo ci saremmo fatti dei regali. Io non ho…»
«Non importa.» Arthur si strinse nelle spalle. «Ne ho già troppi, come puoi vedere.»
Bailey scartò il regalo. Un cofanetto elegante, nero e lucido, con la scritta «Kit di manutenzione per manici di scopa» in caratteri dorati. Dentro: lucido, forbici d’argento, una bussola d’ottone e un manuale.
«Ho pensato che fosse il regalo più azzeccato, visto che sei in squadra.»
«Le scope hanno bisogno di manutenzione?»
«Appunto.»
«Grazie, Arti. Davvero.»
«Non devi dire niente.»
Lo stomaco di Bailey emise un brontolio che fece sussultare entrambi.
«Vado a vedere che c’è in cucina» disse Arthur. «Aspettami qui.»
Nell’attesa, Bailey fece un giro per il salotto. Una serie di foto animate attirò la sua attenzione. La maggior parte ritraeva Arthur e Vivienne in vari momenti: Arthur bambino su una scopa giocattolo, Vivienne che lo teneva per mano in un giardino, i due davanti a un palazzo che doveva essere il Ministero.
Una foto in una grande cornice mostrava una famiglia al completo — almeno venti persone, che salutavano e ridevano. Bailey riconobbe Jack, Thomas e Romilda, più piccoli di qualche anno. C’era anche Tulip. Vivienne e Arthur erano al centro. Accanto a Vivienne c’era un’altra donna che le somigliava molto — stesso taglio di capelli, stesso sorriso caloroso, ma con un volto meno fresco, come una copia sbiadita dalla luce.
Arthur tornò col cibo, scortato da Nimby.
Bailey gli mostrò la foto. «Chi è la donna accanto a voi?»
«Mia nonna, Victoire.»
«Non sembra affatto tua nonna. Cioè… non pare vecchia.»
«Ha sangue Veela nelle vene.»
«Ha cosa?»
«Sangue Veela. Sono creature simili a ninfe. La mia bisnonna era per metà Veela.»
«Questo spiega perché tua madre è così…»
«Bella?» completò Arthur con una smorfia che suggeriva di aver sentito quella frase troppe volte.
«Sì.» Bailey tornò a studiare la foto. «Ma questo vuol dire che anche tu hai sangue di Veela.»
Arthur fece spallucce.
«Non si direbbe, guardandoti.»
Nimby lanciò un’occhiata ansiosa. Arthur strinse gli occhi. «Perché non sono bello?»
Bailey sentì il terreno farsi improvvisamente instabile sotto i piedi. «Non intendevo questo. Sei… insomma…»
Arthur incrociò le braccia. L’espressione era quella di un giudice che attende la deposizione.
«Hai dei bei capelli» continuò Bailey. «Sono morbidi e… profumano di fiori.»
«I miei capelli» replicò sarcastico Arthur. «È tutto quello che hai da dire?»
«E hai… degli occhi molto azzurri?»
Arthur lo fissò per un lungo momento. Bailey non riuscì a capire se fosse offeso o meno.
«Mangiamo» concluse Arthur, e dal suo tono era chiaro che la conversazione era chiusa ma non dimenticata.
«Il signorino non vuole aprire prima i suoi regali?» squittì Nimby.
«Non credo che lo farò.»
«Avanti, Arti! Non puoi ignorare i tuoi parenti.»
«Anche Nimby ha fatto un regalo al signorino!»
L’elfa schioccò le dita e un pacchettino cadde tra gli altri.
Arthur ricevette perlopiù libri e vestiti, com’era prevedibile. Ma quando arrivò il regalo di Nimby, l’atmosfera cambiò. Era un ritratto, fatto a mano — un disegno ingenuo, piuttosto bruttino a dire il vero, che raffigurava Arthur e Vivienne in primo piano, con l’elfa sullo sfondo, il volto pieno di orgoglio. Sotto l’immagine, scritta con lettere grandi e tremolanti, c’era la parola «Famiglia».
Arthur lo guardò a lungo. «Nimby, è bellissimo» disse, e la sua voce era cambiata — più morbida, più piccola, come se la parola «famiglia» in quella grafia incerta gli avesse tolto qualcosa dal petto.
«Il signorino lo dice per gentilezza. Nimby sa che non è molto bello.»
«Non è vero. È stupendo.»
«Disegni?» chiese Bailey.
«Il signorino ha un talento naturale!» disse appassionata Nimby. «Dovrebbe mostrare al suo amico l’album!»
Arthur arrossì. «Non credo sia una buona idea.»
Ci volle un’insistenza lunga e metodica — Bailey aveva imparato che Arthur cedeva non alla pressione, ma alla perseveranza — prima che acconsentisse a prendere l’album. Lo tenne tra le mani per un momento, come se stesse decidendo se fidarsi. Poi lo porse a Bailey.
«Non sono niente di speciale.»
Lo erano. I disegni erano incredibilmente dettagliati, pieni di ombreggiature e linee precise che rivelavano un occhio addestrato a vedere le cose come realmente erano. C’erano ritratti di luoghi — Hogwarts sotto la neve, il lago al tramonto, la capanna di Hagrid — e di animali magici disegnati con una tenerezza che contrastava con la precisione anatomica. C’erano volti: Hagrid che sorrideva nella barba, Nimby con i suoi grandi occhi. Vivienne, ritratta di profilo, con i capelli che le cadevano sulla spalla. Alcuni disegni erano incompiuti, abbandonati a metà, ma l’intenzione era sempre chiara.
«Non sono niente di speciale? Arti, sei incredibile. Questi sono magnifici.»
Arthur era visibilmente a disagio, come qualcuno a cui hanno appena letto il diario ad alta voce. «Sono solo schizzi.»
«Schizzi o no, hai un talento vero.»
Bailey sfogliò un’altra pagina. E si fermò.
Sul foglio c’era un suo ritratto, seduto in una posa rilassata — doveva essere nella sala comune, forse vicino al camino — con un ghigno sfrontato sul volto e i capelli arruffati. Era sorprendentemente accurato. Non solo i lineamenti, ma l’espressione, l’atteggiamento, quel modo di stare al mondo che era solo suo.
Arthur afferrò l’album, strappandoglielo dalle mani e stringendolo al petto.
«Posso averlo?»
«No!»
«Perché?»
«Perché sono i miei disegni! Decido io cosa farci!»
E scappò via, con l’album premuto contro il petto come uno scudo.
I giorni seguenti trascorsero tra cinema e sala giochi, in un ritmo che divenne presto familiare. Man mano che stavano a stretto contatto, Bailey scopriva nuovi lati di Arthur. Ogni giorno c’era qualcosa: una battuta a bruciapelo durante una partita di biliardo, una risata che gli sfuggiva e che tentava subito di soffocare, un’osservazione tagliente su un film che rivelava un’intelligenza sottile e un senso dell’umorismo che nessuno a Hogwarts avrebbe sospettato. Il loro legame si rafforzava a ogni ora, e Nimby, che li osservava con i suoi grandi occhi umidi, ne era visibilmente felice.
Vivienne, nel frattempo, era un fantasma. Rientrava a tarda notte, a volte non rincasava affatto. I suoi incontri con Bailey si riducevano a brevi apparizioni al mattino — un saluto, un sorriso, una domanda gentile, e poi via, inghiottita dal Ministero. A Bailey, per quanto gli dispiacesse, la situazione andava bene: lui e Arthur erano liberi di fare ciò che volevano, senza adulti a dettar regole.
Ma Arthur no. Arthur non stava bene. Bailey lo vedeva dai dettagli: le occhiate che lanciava alla porta ogni volta che si sentiva un rumore, il modo in cui controllava l’orologio la sera, il piatto che tornava in cucina quasi pieno.
La mattina del trentuno, Arthur venne a svegliarlo come al solito. Ma c’era qualcosa di diverso. Giocherellava con un filo del copriletto, lo sguardo basso.
«C’è tua madre giù?»
«No. È già andata via.»
«È successo qualcosa?»
Arthur non rispose subito. «Abbiamo discusso. Niente di che.»
«Come mai?»
«Lascia perdere.»
Ma non era «niente di che». Arthur restò taciturno per tutta la giornata. Bailey provò a distrarlo con partite di biliardo, film, battute. Niente funzionava. Con l’avvicinarsi della sera, l’umore di Arthur si fece ancora più cupo, come un cielo che si copre prima di un temporale.
Nimby preparò un cenone sontuoso. Aspettarono. L’orologio in salotto batteva i minuti con una precisione crudele.
«È inutile aspettare» disse Arthur. «Tanto non verrà.»
«Nimby, Vivienne ha lasciato qualche messaggio?» chiese Bailey.
Le orecchie dell’elfa si afflosciarono. «La signora non ha scritto, signorino Bailey.»
«Le sarà passato di mente» disse Arthur, e il suo tono era così piatto e così vuoto che Bailey avrebbe preferito che urlasse.
Mangiarono. Anzi: Bailey mangiò. Arthur si limitava a spingere il cibo nel piatto, tagliando pezzetti minuscoli senza mai portarli alla bocca. Bailey parlava a ruota libera per riempire il silenzio, complimentandosi con Nimby per ogni piatto. L’elfa sorrideva, ma i suoi occhi non smettevano di seguire Arthur.
A un certo punto lui si alzò, strisciando la sedia sul pavimento. «Vado a letto. Non mi sento bene.»
Nessuno osò fermarlo.
«Oh, povero signorino…» mormorò Nimby, quando i suoi passi si furono spenti nel corridoio.
«Che cosa è successo stamattina?» chiese Bailey.
«Hanno discusso» disse Nimby, le orecchie ancora giù. «Lui voleva che lei rimanesse, ma la signora non poteva, e il signorino si è infuriato e ha detto tante cose brutte a sua madre… Nimby era lì ma non ha potuto fare nulla. Nimby non può intromettersi.»
Bailey salì in camera, abbattuto. Si prospettava uno dei Capodanni più deprimenti della sua vita — persino peggiore di quello trascorso all’ospedale con sua madre, ed era tutto dire.
Si buttò sul letto, fissando il soffitto. A quell’ora Edith e Adrian stavano coi gemelli, a ridere e mangiare. Tess stava probabilmente festeggiando con i suoi amici. La immaginò appoggiata a un bancone, i capelli ricci mossi dal vento, lo sguardo perso nel vuoto, una sigaretta tra le dita… no, meglio immaginarla al centro dell’attenzione, con una birra in mano e il suo sorriso contagioso, intenta a tenere viva la festa con la sua energia.
Bailey sospirò. Poi si tirò a sedere.
No. Non poteva permettere che la serata finisse così. Doveva prendere esempio da Tess. Doveva fare qualcosa.
Si alzò con un’energia ritrovata, attraversò il corridoio e bussò alla porta di Arthur. Nessuna risposta.
Bussò più forte. «Lo so che non stai dormendo.»
«Va via, B.B.!»
«Esci, forza.»
«Ti ho detto di andare via!»
«Arti, se non esci subito, entrerò io. È davvero quello che vuoi? Che violi i tuoi spazi privati?»
Passi. La porta si spalancò. Bailey intravide pareti di un verde pastello prima che Arthur accostasse la porta alle spalle.
«Si può sapere che t’è preso?»
Aveva gli occhi arrossati. Non stava piangendo, ma ci era andato vicino.
«Dobbiamo festeggiare. Oggi è Capodanno.»
«Non ho voglia. Buonanotte.»
Bailey lo afferrò per il braccio. «Tu vieni con me.»
Lo trascinò verso le scale. Arthur si divincolava. «B.B., lasciami!»
«Nimby!» gridò Bailey.
L’elfa corse caracollando. «Ha chiamato, signorino?»
«Bar! È il momento di scatenarci!»
Gli occhi di Nimby si illuminarono. «Sì, signorino!»
«Io non bevo!» protestò Arthur.
«Ah, lo farai, invece. Nimby, voglio musica!»
L’elfa schioccò le dita. Dall’impianto stereo partì del rock a tutto volume.
«Mi piace! Cominciamo con qualche shottino.»
«Posso suggerire degli Sfrangicervello?»
«Perché no! Non ho la più pallida idea di cosa siano, ma mi piace come suonano. Fanne uno anche per te, Nimby. Stasera festeggi con noi.»
«Oh, Nimby non può…»
«Niente ma. Bevi e basta.»
Nimby servì un liquido violaceo che ribolliva leggermente, emanando un vapore sottile e brillante. Bailey afferrò il bicchierino. «Alla nostra!»
Nimby, titubante, sollevò il suo e lo bevve d’un fiato. Bailey fece lo stesso. Una scarica di calore gli attraversò il corpo, seguita da un’euforia leggera e sconsiderata che gli fece venire voglia di ridere senza motivo.
«Ora capisco perché lo chiamano Sfrangicervello!» Batté il bicchiere sul bancone. «Resti solo tu, Arti.»
Arthur fissava il suo bicchierino come se contenesse veleno. «Sul serio, io non bevo.»
«Non fare il pollo.» Bailey glielo mise in mano. «Avanti. Basta col muso.»
Arthur annusò la bevanda. Fece una smorfia. Diede un piccolo assaggio. «No!» Chiuse gli occhi, scuotendo la testa. «Non posso bere questa roba.»
«P-pollooo!» lo canzonò Bailey.
«Non sto facendo il pollo!»
«P-pollooo!»
«E va bene!»
Arthur guardò il bicchierino con aria rassegnata. Poi, con un gesto deciso, se lo buttò giù. Tossì violentemente, piegandosi in avanti. Bailey scoppiò a ridere.
«Altro giro, Nimby!»
«Forse il signorino dovrebbe andarci piano…» disse l’elfa. «Gli Sfrangicervello sono potenti.»
«Piano? È la serata perfetta per non andare piano!»
Al secondo giro ne seguì un terzo, e poi un quarto. Al quinto Bailey perse il conto. La musica pulsava. Nimby, visibilmente barcollante, versava gli shottini mancando i bicchieri di almeno tre centimetri.
«Nimby non dovrebbe… Nimby non dovrebbe…» singhiozzava l’elfa, oscillando pericolosamente.
Bailey, piegato dalle risate, la incoraggiava. «Tranquilla, Nimby! Va tutto bene!»
Arthur, rosso in viso e con le parole impastate, tentava di borbottare qualcosa di sensato. «Non… non dovremmo… dobbiamo… cosa stavo dicendo?»
«Non importa!» Bailey alzò il bicchiere. «A noi! E a questo Capodanno assurdo!»
Arthur provò ad alzare il suo. Lo mancò completamente, rovesciandolo. Lo fissò per un istante. Poi esplose in una risata — vera, incontrollabile, del tipo che gli scuoteva le spalle e gli faceva uscire le lacrime dagli occhi — e Bailey, sentendolo ridere così, pensò che quel suono valeva l’intera serata.
Il caos proseguì. Bailey era cosciente solo a tratti. Nimby riapparve con una bottiglia di cui non sapeva il contenuto e non gli importava. Una vocina gli suggeriva che era meglio smettere, ma l’euforia e lo stordimento prevalevano su qualsiasi pensiero razionale.
Non si sa come, si ritrovarono accasciati sul divano. Nimby continuava a rifornirli, barcollando con il vassoio. Inciampò su una sedia, facendo cadere tutto. «Nimby è dispiaciuta!» squittì, rialzandosi a fatica. «Nimby non è abituata alle feste!»
Cercò di ripulire il disastro e svenne in avanti sul pavimento. Bailey era piegato in due. «L’hai vista?» riuscì a dire ad Arthur.
Lui annuì, il viso rosso per l’alcol e le risate, incapace di dire una parola senza scoppiare di nuovo. Bailey tentò di alzarsi per prendere un’altra bottiglia, fallì miseramente e affondò nel divano con un tonfo.
«Mi sa che dormirò qui stasera.»
Arthur si raggomitolò contro di lui, scosso da un attacco di risatine. Bailey, con la testa che gli girava, si sentiva come se galleggiasse — sospeso tra la realtà e qualcosa di più morbido, più caldo, più sfocato. Il mondo intorno a lui si muoveva in un flusso distorto, ma Arthur accanto a lui era solido, reale, il suo peso appoggiato contro il suo fianco.
Arthur gli strusciò il naso contro il collo, facendogli il solletico. Bailey ridacchiò.
Poi una consapevolezza emerse nella nebbia alcolica. Guardò l’orologio. «È quasi mezzanotte!»
L’energia gli tornò come una scossa. Cercò di alzarsi, ci riuscì, afferrò Arthur per le braccia e lo tirò su — forse con troppo impeto, perché le loro fronti impattarono con un suono sordo.
«Auch» disse Arthur.
«Scusa.»
Bailey sogghignò, massaggiandosi la fronte.
Arthur ridacchiò, traballante. «Non è niente… siamo ubriachi marci.»
«Mancano pochi minuti! Dobbiamo fare qualcosa di speciale!»
«Cioè?»
«Non lo so! Ma non possiamo restare qui come due vecchi! Servono i fuochi d’artificio!»
Arthur alzò un dito. «So io dove trovarli. Seguimi.»
Si trascinarono verso il salotto, appoggiandosi ai muri. Arthur prese una scatola da sotto l’albero. «I fuo… i fiochi Forsennati» biascicò.
«Grande!»
«Ma non qui. Mamma mi ammazza.»
Uscirono sulla terrazza. L’aria gelida li colpì come uno schiaffo, ma nessuno dei due sembrò accorgersene. Arthur sistemò la scatola al centro, tirò fuori la bacchetta e cominciò a darle dei colpetti. «E dai, accenditi…» bofonchiò.
Scintille. Un filo di fumo. Una fiammella che si allargò rapidamente.
Arthur indietreggiò. Bailey lo afferrò.
La scatola esplose.
Fu come se qualcuno avesse aperto una porta sull’inferno — un inferno colorato, assordante, magnifico. Enormi razzi schizzarono verso il cielo, disegnando figure luminose nell’aria: draghi fatti di scintille dorate che si rincorrevano ruggendo, uccelli di fuoco blu che esplodevano in piogge di stelle, lettere incandescenti che si formavano e si dissolvevano prima che si potessero leggere. I Fuochi Forsennati Weasley erano imprevedibili e inarrestabili, esplodendo in sequenze infinite che rimbalzavano tra loro, fischiando e sfrecciando a velocità impossibili.
«Ma che razza di spettacolo!» gridò Bailey, cercando di coprire il rumore assordante.
Arthur si strinse a lui. Bailey lo prese sottobraccio. Le creature di fuoco si scontravano a mezz’aria — un drago dorato contro un uccello blu, mandando scintille ovunque. In quel momento, i fuochi d’artificio di Londra cominciarono a illuminare il cielo, ma nessuno poteva competere con lo spettacolo selvaggio e caotico che si stava svolgendo sulla terrazza dei Morgan.
«Abbiamo superato tutti!»
«Non so come fermarli» disse Arthur, con gli occhi sgranati.
«E perché dovresti? Sono bellissimi!»
I Fuochi presero a disperdersi, sfrecciando via sopra i tetti di Londra come lucciole impazzite. Bailey li guardò fuggire. «Andate! Conquistate la libertà!»
Alla fine rimasero solo loro due e la scatola fumante. L’adrenalina scemò, e al suo posto arrivò una stanchezza pesante e calda. Bailey sbadigliò.
«Ho freddo» disse Arthur, tremando. «Rientriamo?»
Bailey lo accompagnò alla sua camera. Camminavano appoggiandosi l’uno all’altro, le gambe che facevano il loro lavoro per pura inerzia, il corridoio che oscillava intorno a loro come il ponte di una nave.
Arthur aprì la porta. «Questa è la mia stanza… non guardare» borbottò.
«Non guardo.»
Ma Bailey guardò lo stesso, anche se era troppo ubriaco per registrare molto: pareti verde pastello, scaffali di libri, una scrivania ordinata, un letto singolo con una coperta grigia. La stanza di Arthur era più piccola di quella degli ospiti — una scelta, non una necessità — e più personale: c’erano foto alle pareti, disegni appuntati con lo scotch, un telescopio vicino alla finestra.
Caddero sul letto insieme. Il materasso li accolse come un’onda. Bailey sospirò, chiudendo gli occhi. La stanza girava, ma in modo piacevole, come una giostra che rallenta.
Arthur gli accarezzò una guancia con le dita. Il tocco era leggero, esitante, come se stesse toccando qualcosa che poteva rompersi. Bailey sentì le dita tracciargli il profilo della mascella, salire verso lo zigomo, fermarsi. Gli fece il solletico. Ridacchiò.
«B.B.?»
«Mmh?»
Arthur si era avvicinato. Bailey percepiva il calore del suo respiro contro il volto, i loro nasi che si sfioravano. L’odore dei suoi capelli — il profumo floreale, così familiare ormai che Bailey lo avrebbe riconosciuto a occhi chiusi in una stanza piena di gente.
Arthur disse qualcosa. Le sue labbra si muovevano, ma le parole arrivavano a Bailey come da una grande distanza, filtrate dall’alcol e dalla stanchezza, e lui non riuscì a distinguerle. O forse le distinse, e il sonno le portò via prima che potessero depositarsi.
L’ultima cosa che sentì fu il respiro di Arthur sulla sua pelle. Poi il nulla — dolce, caldo, senza sogni.
Qualcuno lo scosse violentemente, ridestandolo. Con ancora gli occhi chiusi, Bailey emise un lungo lamento, allungando la mano alla cieca come per scacciare una mosca fastidiosa.
«Svegliati!»
La voce squillante di Arthur gli ferì i timpani.
«Non urlare...»
«B.B., svegliati! Dico sul serio!»
«Dopo...»
«B.B., devi...c'è mia madre!»
Bailey si girò, cercando di mettere a fuoco il mondo che lo circondava. Per un momento la figura di Vivienne oscillò nel suo campo visivo. Non sembrava molto felice; aveva le braccia conserte e gli occhi socchiusi, proprio come Arthur quando era arrabbiato.
«Vivienne» borbottò Bailey, tirandosi su a sedere. Una nausea opprimente lo investì, facendolo boccheggiare. «Oooh» si lamentò, tenendosi lo stomaco.
Guardò Arthur. Lui era molto pallido e fissava sua madre con sguardo atterrito, deglutendo in continuazione. Anche Bailey provò a farlo, ma inghiottì solo aria; aveva la bocca troppo asciutta.
«Pare che voi due vi siate divertiti ieri sera» esordì Vivienne in tono gelido.
Bailey doveva crederle sulla parola. Non ricordava granché della serata, a parte frammenti sparsi e confusi. Scosse appena la testa per riprendersi, tuttavia se ne pentì subito. La sentiva pesante come un macigno.
«Possiamo spiegare» disse frettolosamente Arthur.
«Davvero?» replicò secca sua madre. «Puoi spiegarmi perché Nimby giace svenuta in mezzo al bar, circondata da bicchierini e vetri rotti?»
«Noi...noi...»
Arthur si voltò verso Bailey, in cerca di aiuto.
«Dev'essersi ubriacata» disse lui.
«E voi dov'eravate di grazie mentre lei se la spassava al bar?»
«Qui in camera» pigolò Arthur.
«E non vi siete accorti di niente? Deve aver fatto un bel po' di rumore»
«No, noi...noi stavamo dormendo»
«Dormendo» ripeté Vivienne, la voce che vibrava minacciosa. «Quindi immagino che non c'entriate nulla con la fuga dei fuochi d'artificio»
Arthur parve farsi molto piccolo. «Che...che cosa è successo coi fuochi d'artificio?»
«Qualcuno ha acceso dei Fuochi Forsennati Weasley ieri sera» Vivienne spostò lo sguardo da Bailey al figlio, con aria intimidatoria. «Una mossa incredibilmente stupita, considerando che quei fuochi possono essere fermarsi solo con la magia. Il risultato è stato che si sono sparsi per la città, creando non poco scompiglio.»
«Sarà stata opera di qualche mago ubriaco» disse Bailey con noncuranza.
«Sì, è quello che penso anch'io» ribatté Vivienne, fulminandolo. «Voi due non c'entrate niente con questa storia, dico bene?»
«N-no! Stavamo dormendo, te l'ho detto!» balbettò Arthur.
«Quindi non hai usato la magia ieri sera, intorno a mezzanotte?»
«I-io? No!»
Vivienne si portò una mano sul fianco. «Arthur Morgan, sono molto delusa da te! Hai una vaga idea di quello che avete combinato? Richiederà settimane di lavoro aggiustare il vostro casino! Una quantità incalcolabile di Babbani ha visto i fuochi! Per fortuna siamo riusciti a contenerli prima dell'alba...per non parlare del fatto che hai praticato un incantesimo fuori dalla scuola!»
«Dov'è il problema?» chiese accigliato Bailey.
«Il problema» ringhiò Vivienne. «è che voi minorenni non siete autorizzati a usare la magia al di fuori dei confini di Hogwarts! Ho dovuto espormi per te per evitare che l'Ufficio per l'Uso Improprio delle Arti Magiche ti spedisse una lettera di richiamo! Sarebbe finita dritta sul tuo curriculum!»
Andò avanti per un bel po'. Vivienne si sfogò per bene, esprimendo il suo disappunto e la sua frustrazione con parole taglienti e incisive, che riempirono la stanza di un'atmosfera carica di tensione. Bailey la capiva, ma avrebbe preferito che non urlasse: la sua emicrania ne stava risentendo parecchio.
«Se tu non te ne fossi andata non sarebbe mai successo!» esplose all'improvviso Arthur, rosso in volto; era difficile stabilire se per la rabbia o l'imbarazzo. Forse entrambi.
Vivienne sgranò gli occhi. «Quindi sarebbe mia la colpa? Non mi pare che qualcuno vi abbia costretti a ubriacarvi, Arthur!»
«La colpa è mia» intervenne Bailey, nella speranza di calmare le acque. «Sono stato io a convincere Arti a farlo. Lui non voleva...»
«Be', ma l'ha fatto, no?» ribatté rigida Vivienne. «Siete responsabili delle vostre azioni, tutti e due.» si spostò una ciocca di capelli dal viso con un gesto brusco. «Vado a svegliare la povera Nimby. Avrà bisogno di un tonico per riprendersi, poveretta.» e con un ultimo sguardo severo, si voltò e uscì dalla stanza.
Arthur respirava pesantemente, i pugni stretti.
«Be'» disse Bailey per spezzare il silenzio. «è stato un bel Capodanno, tutto sommato.»
«Ho dovuto espormi per te per evitare che l'Ufficio per l'Uso Improprio delle Arti Magiche ti spedisse una lettera di richiamo!» disse sprezzante Arthur, in una buffa imitazione di sua madre. «E' tutto quello che le interessa! La sua maledetta reputazione...»
«Non dire così» Bailey si alzò, mettendogli una mano sulla spalla per confortarlo. «Lei ti vuole bene, altrimenti non avrebbe preso le tue difese...fidati, sono un esperto in fatto di genitori menefreghisti.» la testa gli lanciò un'altra fitta. «Non è che per caso hai un'aspirina?»
Una volta fatta rinvenire Nimby, Vivienne mise subito a lavoro Arthur e Bailey. «Voglio questo posto come nuovo» disse, consegnandogli scope e palette.
Finito di pulire, era ormai l'ora di pranzo. Fu Vivienne a mettersi ai fornelli, dato che Nimby era a riposo per smaltire i postumi della sbornia. Bailey temeva che li avrebbe tenuti a stecchetto come punizione, ma contro ogni previsione, Vivienne preparò un pranzetto abbondante e vario.
Bailey si avventò sul cibo senza fare complimenti, al contrario di Arthur, che continuò a fissare cupo sua madre dall'altra parte della tavola.
«Non mangi?» chiese ad un tratto lei, tesa come una corda di violino.
«Non ho fame.» rispose secco Arthur. «Non torni a lavoro?»
«Speravo di passare almeno il primo dell'anno col mio sconsiderato figlio» obiettò nervosa Vivienne. «Ma devo rimediare ai suoi guai. Perciò sì, Arthur, finito di mangiare tornerò in ufficio.»
«Bene» disse Arthur.
Mentre lei si preparava per uscire, Arthur si ritirò in camera sua. Bailey ne approfittò per raggiungere Vivienne alla porta. «Mi dispiace per quello che è successo» le disse. «Non era nostra intenzione combinare casini. Volevo solo far divertire Arti. Lui...era un po' triste per il fatto che te ne fossi andata»
Vivienne si stava cambiando le scarpe. Non lo guardò. «Sei un bravo ragazzo, B.B., so che non l'hai fatto con cattiveria. Sono felice che mio figlio abbia finalmente trovato un amico su cui poter contare...ma devi essere più accorto nelle tue scelte. Le conseguenze delle nostre azioni non riguardano solo noi stessi.» si rimise dritta, lisciandosi il vestito. «Come sto?»
«Sei bellissima.»
Vivienne accennò un sorriso nostalgico.
La settimana trascorse in fretta. Da una parte Bailey era contento; il pensiero di tornare alle lezioni, agli amici e alle avventure nel castello lo riempiva di una strana eccitazione.
Arthur sembrava del suo stesso avviso, anche se per ragioni diverse. Lui e sua madre non si erano chiariti, e l'atmosfera in casa non era delle migliori, nonostante i tentativi di Bailey di farli riappacificare; la partenza per Hogwarts rappresentava per il ragazzo un'opportunità di distacco e di ritrovata serenità.
Il mattina del sette si alzarono presto per fare i bagagli. Bailey ebbe qualche difficoltà a far entrare tutto nel suo baule, avendo buttato tutto dentro alla rinfusa. Alla fine, a forza di spingere, riuscì a farlo scattare. Si guardò un'ultima volta intorno prima di uscire. Gli sarebbe mancata quella stanza...
Trovarono Vivienne ad attenderli seduta al tavolo, con la colazione già imbandita. Come al solito, il pasto fu accompagnato da un pesante silenzio.
«Come torneremo? Con la Metropolvere?» chiese ad un certo punto Bailey, tanto per dire qualcosa, perché pensava di conoscere già la risposta.
«Sì» disse Vivienne. «So che è il tuo mezzo di trasporto preferito, ma è il più rapido e sicuro...»
Bailey sospirò rassegnato. Se doveva farlo, meglio evitare di mangiare troppo...
Giunto il momento, Vivienne li accompagnò al grande camino in pietra bianca. «Ci sentiamo» disse ad Arthur, prendendogli il volto e dandogli un bacio sulla testa. «Scrivimi» aggiunse decisa.
Arthur non rispose, limitandosi a sparire tra le fiamme smeraldine.
Vivienne si rivolse a Bailey. «Tienilo d'occhio per me, va bene? E non combinate altri guai!»
«Puoi contare su di me, Vivienne!» disse con trasporto Bailey. «Posso baciarti?»
Lei per un momento spalancò gli occhi, sorpresa. Poi sorrise.
Si avvicinò e si chinò su di lui, dandogli un bacio su entrambi le guance. I suoi capelli emanavano lo stesso profumo di fiori di Arthur. Bailey sentì un'ondata di energia invaderlo.
«Ora vai, su.»
Bailey affrontò il viaggio di ritorno con uno spirito più sereno. Non fu così tremendo come l'andata. Quando atterrò su una superficie solida, uscì dalle fiamme con un sorriso.
«Fatto buone vacanze, Bailey?»
Il sorriso gli morì sulle labbra. Amelia Burke era lì davanti a lui. Appena la vide, una familiare ondata di odio lo travolse, spegnendo il suo buonumore in un istante.
Restarono a fissarsi. Amelia Burke esibiva un sorriso innocente, ma agli occhi di Bailey sembrava nascondere una sfumatura canzonatoria, quasi provocatoria. Gli faceva ribollire il sangue, ma cercò di mantenere la calma, anche se sentiva l'istinto di metterle le mani addosso.
«B.B. ...»
Era la voce di Arthur. Lui si voltò a guardarlo.
«Stai...bene?» chiese incerto l'amico.
«Sì...tutto bene. Perché?»
Arthur lanciò un'occhiata sfuggente verso la Burke e Bailey realizzò che non aveva risposto alla domanda. «Sì, ho fatto buone vacanze» disse, evitando di guardarla. «E' stato molto divertente»
«Ottimo!» cinguettò la Burke. «Anche noi qui ci siamo divertiti un mondo! Abbiamo giocato a palle di neve, a nascondino, mangiato fino a sentirci male, aperto gli scoppiarelli magici...»
Bailey dubitava che avessero fatto davvero tutte quelle cose che stava elencando: non ce lo vedeva proprio il professor Steelwart a fare a palle di neve.
Amelia Burke si spostò, invitandoli a uscire dall'ufficio con un gesto della mano, sempre con quell'irritante sorrisetto sulla faccia. Arthur afferrò Bailey per il polso. «Grazie, professoressa Burke.» e lo trascinò fuori. «Si può sapere che te preso?» lo aggredì una volta in corridoio. «Non puoi comportarti così davanti alla preside! Il modo in cui la guardavi...sembrava quasi che tu volessi colpirla!»
Bailey non replicò. Si sentiva intrappolato in un vortice di emozioni confuse, senza riuscire a comprendere appieno cosa stesse accadendo dentro di lui. Non era nella sua natura essere così ostile eppure, ultimamente, ogni volta che incrociava lo sguardo di quella donna, una fitta di rabbia primordiale gli contorceva il petto. Era un impulso viscerale, come se una parte nascosta e selvaggia del suo essere volesse emergere, spingendolo a fare qualcosa di irrazionale, di violento.
Ma perché? Non gli aveva fatto nulla. Eppure, quell'odio inspiegabile bruciava nelle sue viscere come fuoco. Ogni fibra del suo corpo gli urlava di allontanarsi, di non fidarsi, di combatterla...
Bailey era così immerso nei suoi pensieri che non si accorse neppure che erano giunti davanti al quadro della Signora Grassa. Sussultò nel sentire Arthur pronunciare la parola d'ordine.
«Gli altri devono ancora tornare...non tutti hanno un linea diretta come noi» disse Arthur, mentre sbucavano nella sala comune.
Salirono in camera. Bailey trovò accanto al suo letto dei regali e un paio di lettere. Erano da parte di Edith e Tess. Stavolta Bailey aprì prima quella di Tess.
Caro idiota,
Ti allego il mio regalo, anche se ti meriteresti solo un pugno. Non ci posso credere che mi hai bidonato per uno di quei ricchi figli di papà. Il Capodanno non sarà lo stesso senza di te. Spero che tu muoia di noia.
Con affetto,
Tess.
Prese il pacchetto accanto alla lettera e lo scartò con una certa curiosità. All'interno trovò un oggetto che solo Tess avrebbe potuto scegliere: un piccolo guantone da boxe rosso, attaccato a un portachiavi, con incisa la frase: "Per quando deciderai di smetterla di fare lo stupido."
Bailey scoppiò a ridere, scuotendo la testa. Nonostante tutto, Tess sapeva sempre come tirarlo su di morale. Passò alla lettera di Edith.
Caro B.B., non immagini quanto siamo felici di sapere che trascorrerai il Natale in compagnia. Ci siamo sentiti terribilmente in colpa per averti “abbandonato” così...ma chi è questo Arthur? Vogliamo sapere tutto su di lui e soprattutto su com'è stato! Siamo curiosissimi di scoprire come vivono i maghi.
La nostra visita al London Resort è stata fantastica! Abbiamo rischiato di perdere i gemelli un paio di volte, ma per il resto è andato tutto liscio...ti piacerà da morire. Non ti anticipo nulla, per non rovinarti la sorpresa.
Spero che passerai dei momenti meravigliosi con il tuo amico. Un abbraccio, Edith
Bailey si rigirò il primo pacchetto tra le mani, scuotendolo leggermente; non fece rumore, il che voleva che la cosa dentro era morbida. E infatti si rivelò uno scaldacollo di lana di un caldo color grigio antracite.
«E' carino» commentò Arthur. «Si combina bene con i tuoi occhi»
Il secondo regalo era un libro rilegato in pelle, di un color borgogna intenso. Il titolo, inciso in caratteri dorati, era "Antiche Leggende e Miti Magici". Bailey lo sfogliò. «E' la prima volta che mi regalo un libro» osservò, dandolo ad Arthur, che si era avvicinato interessato.
«Va bene per te, dai...ha perfino le immagini»
«Simpaticone»
Infine, c'era un piccolo oggetto personale con una nota allegata: una pietra liscia e levigata con incisa la parola "Coraggio". Bailey lesse la nota:
Abbiamo raccontato ai gemelli qualcosa sulle Casate di Hogwarts, senza entrare troppo nei dettagli. Ora sanno che sei nella Casata dei coraggiosi e hanno voluto farti questo pensiero. Vedi di non perderlo.
Un abbraccio,
Adrian
«Che cos'è?» domandò Arthur, studiando la pietra.
«Un portafortuna» rispose Bailey, accarezzandola col pollice.
Verso metà mattinata cominciarono a rientrare i primi studenti, tra cui Matthew. Appena si videro, il ragazzo gli corse incontro, ululando dalla felicità.
Verso sera, il castello era tornato a pulsare di vita. Alle sette in punto, gli studenti si radunarono nella Sala Grande per il consueto Banchetto. Le candele fluttuavano sopra le loro teste, riflettendosi sulle lunghe tavolate imbandite, mentre un brusio di voci riempiva l'aria.
Amelia Burke si alzò in piedi per pronunciare un breve discorso di bentornato. La sua voce risuonava chiara nella sala, ma Bailey, seduto tra i suoi compagni, non riusciva a concentrarsi sulle parole. Il suo sguardo vagò sul tavolo dei Serpeverde, alla ricerca di Armistice.
Per un istante, i loro occhi si incontrarono. Poi, come se nulla fosse accaduto, lei distolse lo sguardo e tornò a concentrarsi sulla preside.
«Che noia che domani ricominciano le lezioni» disse sconsolato Matthew, una volta in sala comune. «Stavo così bene a Porto Rico...»
«Potevi rimanerci.» scherzò Oliver.
«E privarmi così della mia presenza? Non avreste resistito un giorno»
Elijah si avvicinò al loro angolo.
«Ciao, Elijah!» disse con entusiasmo Matthew, prima che lui potesse aprire bocca.
«Ciao»
«Hai passato buone vacanze?»
Elijah si strinse nelle spalle. «E voi?» domandò con una nota di impazienza, chiaramente non interessato alla risposta.
«E' stato fantastico! Sono stato ai Caraibi, sai, a trovare...»
«Forte» lo interruppe brusco Elijah. «Burns, ascolta...so la data della prossima partita. Sarà il diciassette.»
«Così presto?» esclamò sconvolto Matthew.
«Non credo sia necessario ricordarti quanto sia importante questo incontro. I Serpeverde sono imbattuti da anni ormai. Qui ci giochiamo tutto.»
La voce di Elijah era ferma, quasi minacciosa.
«Ehm...okay.»
«Conto su di te» insistette Elijah, puntandogli contro un dito. «Ho prenotato il campo per dopodomani alle cinque. Ho studiato nuove tattiche da mettere in pratica. Non basterà l'abilità contro Hall, dobbiamo batterla con l'astuzia. E stai certo che i Serpeverde non risparmieranno i loro tiri mancini. Ti hanno visto giocare, sanno di cosa sei capace. Proveranno in ogni modo a toglierti di mezzo.»
«In che senso?» chiese preoccupato Bailey.
«Tu guardati le spalle. Ed evita di andartene in giro da solo per i prossimi giorni.»
«Così mi spaventi...»
«Bene. La paura ti terrà in allerta. Ci vediamo al campo»
Elijah lanciò un'occhiata di sfuggita ad Arthur e si allontanò.
«Pensate che tenteranno di uccidermi?» disse nervoso Bailey. «Non possono farlo, giusto?»
«Al massimo ti faranno finire in Infermeria per abbastanza tempo da saltare la partita» disse Matthew.
Bailey si rilassò contro la poltrona. «Ah, pensavo peggio...»
«Non ho detto in che condizioni» aggiunse Matthew, facendolo di nuovo irrigidire.
«Ollerton ha ragione, B.B.» disse Arthur. «Farai meglio a stare attento. I Serpeverde non guardano in faccia a nessuno quando si tratta di primeggiare.»
«Voi mi proteggerete, vero?»
«Saremo le tue ombre, non preoccuparti» lo rassicurò Oliver.
Bailey andò a dormire con un nodo allo stomaco. Non gli piaceva per niente questa storia. Non voleva diventare il bersaglio di nessuno, tanto meno se si trattava dei Serpeverde. Non che non fosse abituato a colpi bassi o imboscate – dopo tutto, era cresciuto in parte in un orfanotrofio, dove i giochi di potere e le rivalità erano all'ordine del giorno – ma questa volta era diverso. Qui si parlava di maghi. Avrebbero sicuramente usato la magia per non essere beccati...
Potevano fargli qualsiasi cosa: una maledizione, un incantesimo subdolo, o peggio...una serie di scenari inquietanti si affacciò nella mente di Bailey, ognuno più spaventoso del precedente. La cosa più terrificante era che lui non poteva fare nulla per fermarli. Al massimo ne poteva stordire uno con un pugno, ma se l'avessero preso in gruppo...
Sospirò sconsolato, rigirandosi nel letto. Le sue palpebre si stavano facendo pesanti, segno che la pozione stava iniziando a fare effetto...Bailey si lasciò andare...
Aprì gli occhi. Per un attimo, pensò di star ancora sognando. Tuttavia, l'aria fredda sulla pelle e l'odore umido della terra lo riportarono alla realtà. Si guardò intorno, smarrito, cercando di capire dove fosse. Era circondato da grossi alberi dalle chiome fitte, che si stagliavano alte contro il cielo stellato. La luce delle stelle illuminava appena la radura in cui si trovava, creando ombre inquietanti sui tronchi e sul terreno.
I suoni della natura lo circondavano: il fruscio delle foglie mosse dal vento, il crepitio dei rami secchi che si spezzavano sotto i suoi piedi, e in lontananza, il verso di qualche animale notturno.
Come era finito lì? L'ultima cosa che ricordava era di essere nel suo letto, al sicuro tra le mura del castello...aveva camminato di nuovo nel sonno? Si diede un pizzicotto sul braccio, sperando di svegliarsi da quel che sembrava un incubo. Fece male. Non stava sognando.
Il cuore di Bailey batteva sempre più forte, ma si impose la calma, lottando contro il panico che minacciava di sopraffarlo. Doveva pensare con lucidità. Quella radura, quei giganteschi alberi...tutto indicava che si trovasse in una foresta. E l'unica foresta che conosceva nei dintorni di Hogwarts era la Foresta Proibita. Non c'è n'erano altre così vicine che potessero essere raggiunte a piedi, almeno non nel cuore della notte...
Un brivido gli percorse la schiena, e non per il freddo. Arthur aveva detto che ci vivevano un sacco di cose in grado di uccidere una persona, per questo era proibita...doveva trovare un modo per tornare al castello, ma non aveva idea di quale direzione prendere. Gli alberi tutti uguali si stagliavano come mura insormontabili intorno a lui...
Un improvviso scricchiolio sinistro lo fece voltare di scatto. D’istinto alzò la bacchetta...un attimo...quando l'aveva presa? Non ricordava di averla afferrata, eppure eccola lì, stretta nella sua mano, come se fosse sempre stata pronta...
Bailey notò anche che aveva una bruciatura sul polsino del pigiama. Fece per toccarlo, sempre più confuso, ma un altro scricchiolio proveniente dallo stesso punto lo fece sobbalzare di nuovo, distogliendolo dai suoi pensieri. Qualunque cosa fosse, si stava avvicinando.
Bailey strinse la bacchetta più forte, tremando. Scrutò nell'oscurità, nel vano tentativo di individuare la fonte del rumore. Se solo avesse avuto una torcia, si disse, guardando la bacchetta...
«Oh, che stupido...Lumos!»
La punta della sua bacchetta si illuminò subito, proiettando una luce fioca che rischiarò la radura circostante. Gli alberi apparvero finalmente più definiti e meno minacciosi. Bailey avvertì una fioca speranza animarlo...
Poi le vide. Lunghe, sottili, nere e pelose. Erano immobili tra due alberi, così alte da sparire tra le fronte di quest'ultimi. Bailey alzò la bacchetta, seguendone il profilo...e ciò che gli si presentò davanti gli gelò il sangue nelle vene.
Otto paia di occhi lo fissarono, liquidi e neri come la pece, brillando sinistramente nella luce della sua bacchetta. Le chele del ragno si muovevano tra loro, producendo un rumore inquietante e sordo. Bailey spalancò la bocca, ma non riuscì a emettere alcun suono.
Con un movimento fulmineo, il ragno scattò verso di lui, afferrandolo per la vita con le zampe anteriori con una forza sorprendente. Solo allora Bailey riuscì a urlare.
La bestia cominciò a correre, e sotto di loro la radura sparì. Gli alberi sfrecciavano veloce, e Bailey sentiva le sue urla mescolarsi al fruscio del vento e al rumore dei passi del ragno, ma non riusciva a riconoscere la propria voce. Era la fine. Sarebbe morto divorato da un ragno gigante, senza possibilità di salvezza...
Il ragno urtò contro qualcosa e mollò la presa. Senza smettere di gridare, Bailey cadde rovinosamente a terra. Avvertì qualcosa muoversi freneticamente attorno a lui; era il ragno. Sembrava che stesse lottando contro qualcosa o qualcuno. Bailey recuperò la bacchetta e strisciò via, il più lontano possibile dalle zampe dell'animale. Un piede grosso quanto un macigno si abbatté quasi su di lui, rischiando di schiacciarlo. Squittendo dal terrore, Bailey tentò di rimettersi in piedi, ma inciampò.
«Va...via!» ruggì una voce profonda.
Bailey sollevò lo sguardo. Un troll enorme era impegnato in uno scontro corpo a corpo con il ragno. Afferrò la bestia con entrambe le mani, sollevandola sopra la testa con un sforzo straordinario. Il ragno tentò di divincolarsi, ma le sue resistenze erano vane.
Con un altro ruggito, il troll cominciò a roteare. Alla fine, con una forza inaudita, lanciò via il ragno, facendolo volare sopra gli alberi, a chilometri di distanza da loro.
Respirando pesantemente e grondante di sudore, il troll si avvicinò a Bailey. La sua presenza era imponente, e l'aria sembrava vibrare intorno a lui. Bailey, tremante e incredulo, si trascinò all'indietro.
Il troll lo osservò, strizzando gli occhi. «Stai bene?» chiese in tono gentile.
Bailey non era sicuro di aver capito bene. «Tu...tu parli?»
Il troll aggrottò la fronte. Il suo volto era grande e rotondo, con tratti un po' primitivi. I suoi capelli e la barba erano disordinati e trasandati, intrecciati con rami e foglie.
«Così pare.»
«Non s-sapevo che i troll ne fossero capaci...v-voglio dire» aggiunse in fretta Bailey, vedendo l'espressione del mostro farsi un po' sostenuta. «è fantastico. Devi essere molto...»
«Non sono un troll»
«Oh» disse Bailey. «Allora...» deglutì. «...allora sei un...Gigante?»
«Sì» il Gigante si scrocchiò una spalla. «Mi chiamo Grop. E tu?»
«Io sono...mi chiamo Bailey. Ma puoi chiamarmi B.B.»
«B.B. ...facile da ricordare» Grop si abbassò verso di lui. «Hai rischiato grosso, B.B. Se non ti avessi sentito urlare a quest'ora quell'Acromantula ti avrebbe già dato in pasto ai suoi fratelli. Anche se pensavo che tu fossi una ragazza, dal modo in cui strillavi...»
A Bailey venne da ridire. «Sì...non mi piacciono molto i ragni. Anzi, sarebbe più esatto dire che li detesto...»
«Allora sei venuto nella foresta sbagliata. Qui è pieno zeppo di quelle bestiacce.»
Bailey si rialzò sulle gambe malferme.
«Senti, Grop, non è che sai...ecco...non è che puoi aiutarmi a tornare al castello?»
«Ti sei perso?»
«Io...sì»
Grop gli tese una mano. «Sali, ti riporto alla scuola»
«Grazie!» esclamò sollevato Bailey.
Si arrampicò sul suo palmo. Bailey avvertì un vuoto allo stomaco quando Grop si rimise dritto.
«Voi studenti non imparate mai» borbottò il Gigante, mentre cominciava a camminare, scostando gli alberi che gli capitavano davanti come se fossero fuscelli. «C'è un motivo per cui è chiamata la Foresta Proibita...che diavolo ci sei venuto a fare?»
«Ehm...be'...»
«Non dirmelo. È stata per una scommessa, vero? Di solito è sempre per una scommessa...siete fortunati che ci siamo io e il mio fratellone a salvarvi le chiappe ogni volta...»
«Nella foresta c'è un altro Gigante?» chiese Bailey, che si stava lentamente rilassando.
«Dovresti conoscerlo. Fa il professore a Hogwarts. Si chiama Hagrid.»
«Hagrid, sì! Certo che l'ho conosco! Non vi somigliate molto però» ridacchiò Bailey.
«Siamo fratellastri. Stessa madre, padri diversi»
Un lampo rosso illuminò per un attimo il cielo. Grop si fermò. «E' il segnale di Hagrid...tieniti forte, B.B.»
Bailey si aggrappò con tutte le sue forze alle dita di Grop, mentre lui spiccava una corsa, abbattendo qualunque cosa capitasse sul suo percorso.
Sbucarono in un'altra radura, molto più grande e illuminata di quella in cui si era risvegliato. Il vasto spazio era disseminato di tende di vari colori e dimensioni, ognuna dotata di torce accese che proiettavano una luce calda e tremolante. Bailey rimase quasi accecato. Dovette sbattere le palpebre più volte, prima di rendersi conto di ciò che stava effettivamente guardando...
Per terra, tra le tende e i falò, giacevano dei corpi. Molti corpi. Erano sparsi qua e là per il campo. Alcuni erano riversi a faccia in su, gli occhi vuoti e le facce congelate in un'espressione di puro terrore...
«Grop! Per fortuna sei qua!» Hagrid caracollò verso di loro. «E' un macello, non ho mai visto...un attimo...» boccheggiò sorpreso. «B.B.? Sei tu?»
Bailey avrebbe voluto rispondergli, ma non riusciva a distogliere lo sguardo dai corpi...
«Per la miseria, ragazzo! Cosa ci fai qui?»
«L'ho trovato nella foresta. Stava per papparselo un'Acromantula»
«Nella foresta?» abbaiò Hagrid. «Che ti ha detto il cervello? Arthur non ti ha avvertito di tenerti alla larga da questo posto? Per mille...ci mancava solo questa...»
«Che è successo qui?» domandò Grop.
«Non ne ho la più pallida» Hagrid si lanciò un'occhiata cupa intorno. «Erano già così quando sono arrivato...»
«Sono...?»
«Tutti. Devo finire di controllare, ce ne sono altri nelle tende, ma...»
«Erano i bracconieri che stavamo cercando, fratellone?»
«Temo di sì, Grop...purtroppo non abbiamo più modo di chiederglielo» Hagrid guardò verso Bailey con aria compassionevole. «Avrei preferito risparmiatelo, B.B. ...Grop, riportalo alla scuola e riferisci ciò che abbiamo trovato. Devono vederlo anche loro.»
Bailey non seppe stabilire con certezza quanto tempo impiegarono a tornare al castello. La sua mente era rimasta alla radura.
Una volta fuori dalla foresta, attraversarono il parco, costeggiando il lago, fino a raggiungere il portone della Sala Grande. Ovviamente a quell'ora era chiuso. A Bailey venne spontaneo chiedersi come lui e Grop avrebbero fatto a entrare, quando un'ombra si mosse nel buio.
Era un gatto nero. Guardò Grop, con i suoi occhi a lampadina, agitando la coda. Un secondo dopo al suo posto c'era una ragazza dai capelli biondi. «Che cosa mi hai portato, Grop? Un altro studentello fuggiasco?» disse con voce maliziosa e squillante. «Ho trovato il portone aperto...»
Grop abbassò la mano per far scendere Bailey.
«Bailey Burns!» squittì deliziato Silas Burke. «Mascalzoncello che non sei altro! Come hai fatto a sfuggirmi?»
«Immagino nello stesso modo in cui ti sono sfuggiti gli altri, Silas...» replicò con garbo Grop.
Lui lo fulminò con gli occhi. «E' Sissy, non Silas. Quante volte dovrò ripetertelo, testa di rapa?»
«A me non risulta che ti chiami così...»
«Silenzio!» Silas Burke studiò Bailey con le mani sui fianchi. «Ha un aspetto di merda. Che gli è successo?»
«E' stato aggredito da un'Acromantula. E...ha visto qualcosa non doveva»
«Cioè?»
«Hagrid li ha trovati nella foresta. I bracconieri, o almeno crediamo siano loro. Sono tutti...be'...morti.»
«Ooh» disse piano Silas Burke. «Capisco. Sì...devo avvertire Amelia, suppongo...» afferrò Bailey per il braccio. «Vieni, tesorino, è ora che tu torni a letto»
Bailey si lasciò trascinare via, come un automa. Silas Burke lo scortò fino alla sala comune e lo piazzò su una poltrona. «Io ora devo andare a dare la bella notizia a mia nipote» disse. «Tu fa il bravo bambino e va a dormire, d'accordo?» poi uscì dal buco del ritratto.
Bailey rimase sulla poltrona, senza osare muoversi. In realtà non ne aveva le forze. Poggiò la testa contro lo schienale e chiuse gli occhi, l'immagine dei corpi senza vita impressa a fuoco nelle sue retine.
Erano a centinaia, i volti pallidi e scavati. Bailey si voltò, il terrore che lo attanagliava mentre cercava disperatamente una via di fuga. I cadaveri, però, lo circondavano da ogni lato, tagliandogli ogni possibilità di scampo. Si stringevano a lui, sussurrandogli parole incomprensibile...
«B.B. ...»
Conosceva quella voce. Un sussurro che gli attraversò la mente come un'eco lontana. Bailey emerse dall'incoscienza, le palpebre che si sollevavano a fatica. Il mondo attorno a lui prendeva lentamente forma, ma l'angoscia persisteva, come un peso opprimente sul petto.
Arthur era chino su di lui, con l'aria preoccupata e una mano ferma sulla sua spalla. «Va tutto bene?» chiese con dolcezza, cercando il suo sguardo.
No. Non c'era niente che andava bene. La testa di Bailey ronzava, e il terrore che aveva provato era ancora lì, sottopelle, pronto a riaffiorare. Le immagini dei cadaveri continuavano a tormentarlo...
«Ehi» una mano comparì nel suo campo visivo, schioccandogli le dita di fronte al naso. Era Matthew. «Torna tra noi, fratello»
«Che ti è successo?» domandò perplesso Oliver.
«Dagli un momento, Oliver»
Bailey si piegò, passandosi le mani sul volto. «Che ore sono?»
«Le otto e un quarto.» rispose Matthew. «Ci siamo svegliati e non c'eri, abbiamo pensato ti fossi andato a fare una passeggiata...e poi siamo scesi e ti abbiamo trovato qua» gli tolse un rametto tra i capelli. «Senza offesa, ma hai un aspetto da far schifo. Ti conviene farti una doccia.»
Sì, forse una doccia calda lo avrebbe aiutato...senza dire nulla, Bailey si alzò e imboccò le scale.
Per tutta la colazione, Arthur continuò a lanciargli occhiatine furtive. «Dove sei stato?» mormorò ad un certo punto, prendendo coraggio. Bailey, dal canto suo, finse di non averlo sentito. Non aveva alcuna intenzione di rispondere alle domande dei suoi amici, soprattutto perché non era sicuro di avere spiegazioni che potessero davvero soddisfare qualcuno, nemmeno sé stesso.
Fu un sollievo quando arrivarono le nove, anche se la giornata iniziava con Steelwart. Persino la rigida routine delle sue lezioni sembrava un rifugio sicuro rispetto al caos interiore che Bailey cercava di ignorare.
Sulla classe calò il silenzio quando il professor Steelwart entrò, il mantello scuro che ondeggiava leggermente ad ogni passo. L'uomo si avvicinò alla cattedra con un'andatura decisa, nonostante l'aria stanca che portava. I suoi occhi di ghiaccio scrutarono gli studenti con un'intensità implacabile. Bailey ebbe l'impressione che il suo sguardo si fosse soffermato su di lui, ma il contatto durò solo un istante.
«Oggi affronteremo la trasfigurazione da oggetto in animale» annunciò Steelwart con voce profonda, che rimbombò nell’aula. Con un cenno secco della bacchetta, fece apparire sulla cattedra un piccolo oggetto, simile a un semplice sasso grigio. «Non è una delle trasformazioni più semplici, ma è fondamentale padroneggiare la capacità di dare vita a ciò che è inanimato.»
Il sasso davanti a lui iniziò a tremare. Con un movimento fluido della bacchetta e una parola pronunciata con precisione, il sasso si contorse e si trasformò in un piccolo coniglio bianco, che subito cominciò a saltellare sulla cattedra. Gli studenti lo osservarono incantati.
«La trasfigurazione richiede tre elementi fondamentali» proseguì Steelwart. «Concentrazione, precisione, e – soprattutto – immaginazione. Se non riuscite a visualizzare chiaramente la creatura che volete evocare, otterrete solo deformazioni, o peggio.»
Fece un altro gesto con la bacchetta, e il coniglio tornò ad essere un sasso. Gli occhi di Steelwart si fermarono di nuovo su Bailey, che cercava di nascondersi dietro i compagni. «Burns» lo chiamò con voce tagliente. «Vieni.»
Titubante, Bailey si fece avanti. Sentì lo sguardo dell'intera classe su di lui mentre puntava la bacchetta verso il sasso. Respirò profondamente, cercando di visualizzare chiaramente l'animale che voleva evocare: un gatto. Il sasso tremò, iniziando a mutare forma. Ma, invece di un gatto, quello che apparve era una sorta di creatura informe con zampe storte e un corpo irregolare che somigliava terribilmente a un ragno...
Steelwart lo osservò, impassibile. «A cosa hai pensato?»
«A-a un gatto...»
«Interessante scelta. Ma come ho detto, l'immaginazione senza precisione è inutile.» con un altro colpo di bacchetta, Steelwart fece tornare il sasso alla sua forma originale. «Ricordate, la Trasfigurazione è tanto arte quanto scienza. Continuate a provare, il controllo arriverà con la pratica.»
Steelwart chiamò uno alla volta gli altri studenti per farli sperimentare nella trasfigurazione. All'improvviso la porta dell'aula si aprì e ne entrò una ragazza con arruffati capelli corti e viola. Aveva profonde borse sotto gli occhi chiari. «A-Alaric...» farfugliò, sbadigliando.
«Silas» replicò irritato lui. «Che c'è? Non vedi che sto facendo lezione?»
«E'-è S-Sissy» ribatté Silas Burke, con un altro sonoro sbadiglio.
Bailey notò che la mascella di Steelwart si contrasse, come se stesse trattenendo anche lui uno sbadiglio.
«Sono qui per prendere il ragazzino...»
«Dovrai essere più preciso, temo.»
Silas Burke guardò dritto nella direzione di Bailey. Steelwart seguì il suo sguardo. «Ah, ti riferisci a Burns» disse con finta noncuranza. «Fai pure.»
«Su, in piedi, dolcezza.»
Bailey avvertì il terreno franargli sotto i piedi. Di sicuro c'entrava quello che era successo nella foresta...uscì dalla classe insieme a Silas Burke, con lo stomaco attorcigliato dall'agitazione.
Camminarono per un po'. Bailey non aveva idea di dove stessero andando e non osava chiederlo. Cercò di distrarsi concentrarsi sui capelli di Silas Burke, che continuavano a mutare colore e forma.
«Questo lavoro finirà per uccidermi» borbottò con l'ennesimo sbadiglio il custode. «Non posso continuare a perdere ore di sonno così...ne va della mia bellezza.»
«Perché si fa chiamare Sissy?» chiese Bailey, accorgersi che la voce gli tremava leggermente.
«Perché è quello che sono. Non pretendo un ragazzino come te possa capirlo...»
Si fermarono davanti alla statua di una grossa aquila di pietra, le ali distese in un'imponente postura di guardia. Ai lati, due gargoyle di pietra svettavano, i volti contorti in espressioni minacciose, come se sorvegliassero attentamente chiunque osasse avvicinarsi.
«Sei di nuovo qui!» disse uno dei gargoyle, con voce acuta e canzonatoria, facendo sussultare Bailey.
«Non per mia scelta» replicò stizzito Silas Burke. «Ormai sono ridotto a un galoppino...»
«Non parlavamo con te» disse l'altro gargoyle.
Silas Burke aggrottò la fronte e si voltò verso Bailey. «Sei già stato qui?» chiese.
«No!» rispose d'impeto Bailey.
«Sta mentendo» gracchiò il primo gargoyle. «Non è la prima volta che passa per di qua. Di solito resta fermo a fissarci, sorridendo in modo inquietante...»
«E' un po' tocco» concordò il secondo gargoyle.
Silas Burke fissò Bailey per qualche secondo e tornò a rivolgersi ai gargoyle. «Fior di zucca» disse.
La statua dell'aquila tremò leggermente, poi cominciò a ruotare su sé stessa. Il suono della pietra contro la pietra riempì il silenzio del corridoio. Lentamente, scivolò nel pavimento, scomparendo alla vista e rivelando una porta nascosta dietro di essa. La porta era di legno antico, intagliata con motivi intricati che sembravano muoversi leggermente. Silas Burke la sfiorò con la bacchetta e quella si spalancò su una scalinata a chiocciola. «Dentro» ordinò a Bailey.
Bailey obbedì. Non appena mise il piede sul primo gradino, le scale si animarono, cominciando a portarlo su, come delle vere e proprie rampe mobili.
Si ritrovò in uno spazio ampio e maestoso, di forma circolare. Bailey rimase subito colpito dall'altezza del soffitto. La stanza era piena di antiche librerie piene di volumi e pergamene. Su un lato c'era un grande tavolo, su cui erano sparsi strumenti magici scintillanti, come sfere di cristallo, calamai d'argento e strani oggetti in movimento. Le pareti erano interamente coperte da ritratti di uomini e donne seduti su delle poltrone, intenti a dormire. Guardando meglio, Bailey vide che i loro petti si muovevano.
Dietro una grossa scrivania si ergeva un imponente trono. Alle spalle del trono, una grande finestra ad arco offriva una vista panoramica sui giardini di Hogwarts e sul lago, riempiendo l'ambiente di una luce soffusa. Amelia Burke era lì, dritta e immobile, dandogli le spalle. I suoi lunghi capelli neri ricadevano liberi sulle spalle, e la vestaglia scura che indossava sembrava fondersi con l’ombra della stanza.
«Ti ho portato il ragazzo» disse Silas Burke.
Amelia si girò. Il suo volto era impassibile, senza traccia di quel sorriso enigmatico che Bailey aveva visto in altre occasioni. «Siediti» ordinò, in tono freddo e autoritario.
Bailey impiegò qualche secondo a rendersi conto che stava parlando con lui. Con una leggera esitazione, si accomodò sull’unica sedia presente nella stanza, sentendosi improvvisamente piccolo e vulnerabile.
Amelia Burke prese posto sul trono imponente, le mani incrociate davanti a sé e lo sguardo fisso su di lui. «Sai perché ti trovi qui?» disse.
Bailey evitò di incrociare i suoi occhi, per paura di quello che avrebbe provato. Sopra la scrivania, su un piedistallo dorato, si trovava il Cappello Parlante, floscio e inanimato.
«Dov'eri ieri sera, Bailey?» lo incalzò Amelia Burke.
«Nel mio letto» mormorò Bailey.
«Non mentire» intervenne lapidario Silas Burke. «Che ci facevi nella foresta?»
«Io...»
«Come hai fatto a superare le difese del castello? Ho sigillato io stesso il portone!»
«I-io non lo so...»
«Piccolo bugiardo!»
«Zio Silas» lo riprese ad alta voce Amelia. «Adesso basta.»
«Dovremmo fargli assumere del Veritaserum» insistette Silas Burke. «Lasciami andare da Georgina. So che ne ha una boccetta tra le sue scorte...»
«No» disse con fermezza la preside. «Bailey, ho bisogno che tu sia sincero con me...perché sei andato nella foresta?»
«Io non lo so» ripeté con più veemenza Bailey. «Stavo dormendo e...mi sono risvegliato lì»
«Questa poi!» esclamò Silas Burke. «E' la tua scusa migliore?»
«Non sto mentendo!» protestò Bailey. «Non ero mai stato nella foresta prima...non sapevo...non ho la più pallida idea di come ho fatto!»
Calò il silenzio.
«Ti succede spesso?» domandò di nuovo Amelia Burke. «Di fare cose nel sonno?»
«Non mi dire che gli credi, Amelia!»
«E'-è iniziato da quando sono a Hogwarts» balbettò Bailey, in imbarazzo. «L'ultima volta mi sono risvegliato in un bagno senza sapere come ci fossi arrivato.»
«Ne hai parlato con qualcuno?»
«Solo con Madame Medler...mi ha dato una pozione...ha funzionato, per un po'...»
«Capisco» disse Amelia Burke, dopo una lunga pausa di riflessione.
«Io no!» replicò con impeto Silas Burke. «Andiamo, Amelia! Anche se il ragazzo camminasse nel sonno, ciò non spiega come abbia fatto a...»
«Basta così» Amelia Burke si alzò. «Bailey, puoi andare.»
«Fai sul serio?» squittì incredulo Silas Burke.
Bailey alzò timidamente lo sguardo su di lei, anche se ogni fibra del suo essere gli urlava di non farlo. Fu un errore. In un istante, il bruciante odio che aveva cercato di reprimere riaffiorò con violenza, avvolgendolo in una morsa ancora più forte rispetto a prima. Il suo cuore accelerò, e sentì una rabbia profonda crescere dentro di lui, come una fiamma che nessun incantesimo poteva spegnere.
Bailey scattò in piedi, così bruscamente da far cadere la sedia, la mano sulla bacchetta.
«Che diavolo fai!» urlò Silas Burke, sollevando la sua. «Sei forse impazzito? Togli subito la mano da quella bacchetta!»
«Fermo!» gridò Amelia Burke a suo zio. «Bailey...»
Bailey respirava pesantemente, tremando. Moriva dalla voglia di colpirla, di vederla crollare, di osservare la luce abbandonare i suoi occhi e lasciarli vuoti e privi di vita, come quelli dei cadaveri nella radura...
«Bailey...»
Amelia Burke allungò una mano attraverso la scrivania, sfiorandogli la guancia. Bailey balzò indietro.
«NON MI TOCCHI!»
Corse via, quasi capottandosi giù per la scalinata. Atterrò pesantemente sul pavimento, ma non si fermò. Si rialzò rapidamente e riprese a correre, il cuore che gli batteva furiosamente nel petto. Non aveva idea di dove stesse andando; il suo unico pensiero era allontanarsi il più possibile da quella donna.
Per fortuna non incappò in nessuno nei corridoi, a parte Peeves, che iniziò a inseguirlo, divertito. Ansimante e sudato, Bailey s'infilò in una porta, senza sapere se fosse un'aula o un bagno, ma il poltergeist non demordette.
«Non dovresti stare qui» cantilenò Peeves. «Questo è il bagno delle signore!»
«Lasciami in pace, Peeves! Non sono in vena di scherzi!»
Bailey si bloccò. Armistice era appoggiata di schiena a uno dei lavandini, con le braccia conserte.
«Che cosa abbiamo qui!» trillò Peeves. «Hally la Chiacchierona! Che cosa fai qui, Hally? Non dovresti essere a lezione?»
«E tu non dovresti essere a infestare qualche aula vuota? Sparisci, o ti sparo un incantesimo» ribatté lei con calma.
Peeves gli fece una pernacchia e scomparì oltre il soffitto.
«Grazie» Bailey si passò la mano sulla fronte. «Non voleva più mollarmi...»
Armistice non disse nulla, limitandosi a scrutarlo. Mentre riprendeva fiato, Bailey si guardò attorno. Non era mai stato in quel bagno. Era un luogo decisamente trascurato. Le pareti erano rivestite di piastrelle grigie e macchiate, alcune delle quali erano rotte o incrinate, lasciando intravedere il muricciolo sottostante. Il pavimento era ricoperto da uno strato di umidità e muffa, e alcuni dei lavandini erano crepati, con l'acqua che gocciolava incessantemente da rubinetti arrugginiti.
Il grande specchio appeso sopra i lavandini era coperto di vapore e macchie, riflettendo una superficie opaca e distorta. I cubicoli per i servizi igienici erano incastonati in angoli bui, le porte di legno piene di graffi e segni di usura.
«Sono tutti così i bagni delle ragazze?» scherzò Bailey, per alleggerire la situazione.
«Solo questo» disse Armistice. «C'è morta una ragazza lì dentro» aggiunse, spostando lo sguardo su uno dei cubicoli.
«Oh» disse Bailey. «E'...terribile. Quando tempo fa è successo, esattamente?»
«Più di cinquant'anni fa. Si chiamava Mirtilla. Il suo fantasma è ancora in giro, qui da qualche parte...»
«E cosa l'ha uccisa?» indagò ansioso Bailey.
«Un Basilisco» Armistice tornò a guardarlo. «Sai cos'è?»
Bailey scosse la testa.
«Una specie di serpente gigante che sa uccidere con lo sguardo.»
«Incantevole» commentò Bailey, deglutendo. «E come ha fatto un serpente gigante killer a finire a Hogwarts?»
«Viveva nella Camera dei Segreti, una stanza segreta all'interno del castello costruita da Salazar Serpeverde, uno dei fondatori. Un giorno è stato liberato da Tom Riddle...sai chi è?»
Bailey aveva già sentito quel nome, poi ricordò. «Vuoi dire Voldemort?»
«Lui.»
Bailey era molto confuso. «Ma come ha fatto Vol...voglio dire, Tom Riddle a non morire? Hai detto che...»
«Sapeva parlare Serpentese, la lingua dei serpenti.»
«La lingua...i serpenti parlano?»
«Sei a Hogwarts da un po'. Dovresti esserti abituato alle stramberie ormai.»
«E perché ha ucciso quella ragazza?»
Armistice si strinse nelle spalle. «Era nel posto sbagliato al momento sbagliato.»
«Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Basta chiedere a Matilda. Sarà più che felice di raccontarti la storia.»
Era la conversazione più lunga che avessero avuto da...be', da sempre.
Bailey pensò in fretta a qualcosa da dire. «Come mai non sei in classe?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
«Mi...mi serviva una boccata d'aria.»
«E così hai pensato bene di farti una corsetta fino al bagno di Mirtilla Malcontenta»
«Non sapevo che fosse il suo bagno...perché Malcontenta?»
«Non fa che lamentarsi»
«Be', lo farei anch'io. Dev'essere una bella seccatura essere dei fantasmi. Non possono fare nulla, a parte...fluttuare in giro»
Armistice sembrò riflettere su qualcosa. «Possono spiare cosa succede nei bagni e nelle aule vuote del castello»
«Cioè?»
«Secondo te?» replicò con una nota di sarcasmo Armistice.
«Oh» ripeté Bailey, cogliendo finalmente l'allusione. «In effetti...tu...tu lo faresti? Se fossi un fantasma, intendo»
«Che avrei da perdere?»
«Giusta osservazione.»
Il suono della campanella si propagò nel corridoio; l'ora era finita. Armistice si sollevò dal lavandino. «Ci vediamo» disse, prima di andarsene.
Il pomeriggio, dopo la fine delle lezioni, Bailey non aveva più scuse per evitare Arthur. Lui lo placcò nella Sala Grande appena tornò da Erbologia.
«Sì, lo so, dobbiamo andare in Biblioteca» disse abbacchiato Bailey.
Una volta lì, Arthur disse: «Sarai contento di sapere che questo è il nostro ultimo incontro.»
«In che senso?» domandò smarrito Bailey.
«Hai recuperato tutto ciò che c'era da recuperare» spiegò Arthur. «Da domani sarai libero di fare ciò che ti pare col tuo tempo libero. Lo saremo entrambi»
«E chi mi aiuterà con i compiti?»
Arthur gli lanciò un'occhiata severa. «Devo cominciare a prepararmi per i G.U.F.O.» proseguì, sfogliando Trasfigurazione per Principianti. «Mancano solo cinque mesi...»
«Solo!» esclamò incredulo Bailey. «E' un sacco di tempo, Arti»
«Non è un sacco di tempo, B.B.» obiettò secco Arthur.
«Che poi che sono questi G.U.F.O.?»
«Sono degli esami che si svolgono al quinto anno...»
«Quindi a me non interessano» Bailey sospirò sollevato, beccandosi un'altra occhiataccia. «Meno male...»
«Guarda che anche tu dovrai dare gli esami di fine anno!»
«Cosa?»
«Abbassa la voce!»
«Non possono farlo! Io non so niente!»
«Mi fa piacere sentire che le mie lezioni sono servite a qualcosa» commentò ironico Arthur, scuotendo la testa. «Avanti, vai a pagina settanta...»
Mentre Bailey leggeva in silenzio il capitolo, Arthur si guardò circospetto attorno e mormorò: «Dove sei stato stanotte?»
Bailey perse il filo. «In che senso?» disse, cercando fare il vago.
«Non prendermi in giro» sussurrò deciso Arthur. «Eri tutto sporco di fango...sei stato nella Foresta Proibita, vero? Perché ci sei andato?»
Bailey tacque.
«B.B.!» sussurrò con sussiego Arthur.
«Non lo so, va bene?» Bailey si agitò sulla sedia. «Stavo dormendo e...mi sono ritrovato lì»
«Stai dicendo che hai camminato nel sonno?»
«Sì. Non è la prima volta che mi capita» Bailey si adocchiò intorno, ma non c'era nessuno nei paraggi. «Ricordi la volta del bagno?»
Arthur sbatté le palpebre. «Sì, certo...»
«Ecco. Io...succede e basta.»
«Quella pozione che prendi per dormire...è per questo che l'assumi?»
Bailey annuì. «Sembrava aver risolto il problema, ma...»
Arthur si morse il labbro, pensieroso. «Una cosa è camminare fino a un bagno...ma tu hai raggiunto la Foresta Proibita» disse. «Com'è possibile che nessuno ti abbia visto? Il portone della Sala Grande viene sigillato ogni sera...solo chi conosce l'incantesimo può...»
Bailey si passò la mano tra i capelli. «Te l'ho detto, Arti, non lo so proprio. Non ci sto capendo più niente...prima ero nell'ufficio della Burke e...»
«La Burke ti ha convocato?» lo interruppe sorpreso Arthur.
«Sì, per via...di quello che ho visto ieri sera, suppongo...»
«Che cosa hai visto?»
Bailey esitò, infine gli raccontò tutto ciò che era successo dal momento in cui aveva ripreso conoscenza. Arthur ascoltò in silenzio fino alla fine. «B.B., mi dispiace» disse con inaspettata dolcezza, mettendo una mano sulla sua. «Dev'essere stato terribile...tutti quei corpi» fu attraversato da un brivido e abbassò lo sguardo. «Nessuno dovrebbe mai assistere a uno spettacolo del genere...»
«Già» disse con amarezza Bailey.
Arthur gli strinse la mano. «Che cosa stavi dicendo prima? Riguardo la Burke?»
Bailey inspirò. «Hai presente quando siamo tornati ieri? Mi hai ripreso perché guardavo la Burke in modo strano...be', è perché ogni volta che la vedo, io...io desidero farle del male, Arti. È...più forte di me.»
«Ma...perché? Lei non ti ha fatto niente...»
«E' questo il punto!» sbottò Bailey. «Io non lo so!»
«Calmati» Arthur si accarezzò il mento. «E' davvero strano...»
«Se vuoi tagliare i ponti con me lo capirò»
«Non essere sciocco. Siamo amici, no? Gli amici non si abbandonano nel momento del bisogno»
Quelle parole riuscirono a far sentire Bailey un po' meglio. «Grazie, Arti»
«Farò qualche ricerca. Forse riuscirò a capirci qualcosa in più...ora però dovremmo proprio tornare alla nostra lezione» concluse con fermezza Arthur.
Quella sera Bailey, anziché sorseggiarla, bevve un lungo sorso della pozione. Poteva finire anche in coma, non gli interessava; tutto era preferibile a quello che era successo la sera prima.
Dopo pochi minuti sentì immediatamente una sensazione di torpore invaderlo e si mise sotto le coperte. Sognò di essere di nuovo nel bagno di Mirtilla Malcontenta, davanti allo specchio appannato. Si avvicinò lentamente, osservando il suo riflesso. Qualcosa non andava. Il volto era il suo, eppure...era come se non fosse davvero lui. Le proporzioni erano leggermente sbagliate, gli occhi troppo vuoti, la pelle più pallida del normale. Quella figura gli somigliava, ma allo stesso tempo era un'ombra distorta, un'imitazione inquietante. Bailey sentì un brivido freddo lungo la schiena...
Si svegliò con un sobbalzo. L'oscurità della stanza sembrava più densa del solito, avvolgente, e per un istante fu certo di vedere una figura seduta sulla sedia accanto al letto di Matthew. Era immobile, una sagoma appena distinguibile, che lo stava osservando silenziosamente. Bailey trattenne il respiro, il terrore che lo attanagliava.
Con mano tremante, allungò il braccio verso il comodino per prendere la bacchetta e l'accese. La luce fioca inondò la stanza, dissolvendo le ombre...
La sedia era vuota. Non c'era nessuno. Solo i suoi compagni che dormivano profondamente.
Durante la settimana successiva, i sogni di Bailey continuarono a tormentarlo. Ogni notte, si ritrovava faccia a faccia con i cadaveri nella radura, i loro volti pallidi che lo fissavano con occhi spenti, oppure con quella figura in ombra che lo osservava in silenzio da un angolo della stanza, sempre presente, sempre minacciosa. Ogni risveglio era un sollievo, ma solo temporaneo.
Come se non bastasse già questo a mettere a dura prova i suoi nervi, la partita contro Serpeverde era ormai alle porte, e la tensione cresceva di giorno in giorno. Dovunque andasse, Bailey veniva scortato da un gruppo di Grifondoro. Da una parte, era un sollievo avere i compagni sempre vicini, ma dall'altra sentiva di non avere più un attimo di intimità. Non riusciva a ritagliarsi un momento per sé, neanche per riflettere su quello che stava accadendo.
Per esempio, avrebbe voluto chiedere ad Arthur se aveva scoperto qualcosa di utile nelle sue ricerche, ma non erano mai soli. Paradossalmente, l'unico momento in cui riuscivano a parlare un po' in pace era a colazione, quando tutti erano troppo insonnoliti o impegnati a mangiare per fare attenzione a ciò che gli succedeva intorno.
«Come procede quella ricerca, Arti?» esordì Bailey quella mattina, guardandosi intorno con attenzione per assicurarsi che nessuno stesse ascoltando.
Era il giorno della partita contro Serpeverde, ma l'agitazione che sentiva non aveva nulla a che fare con il Quidditch.
Lui sollevò gli occhi dal suo porridge, confuso.
«Sai, quella ricerca...per la scuola...» aggiunse Bailey, mantenendo il tono casuale, ma cercando con lo sguardo un segno di comprensione nel volto dell'amico.
Arthur esitò un attimo, poi il suo volto s'illuminò. «Oh, quella! Molto bene, grazie» si avvicinò a Bailey, abbassando la voce. «Niente d'interessante, purtroppo...non ci sono dei veri e propri libri di medicina qui a Hogwarts, e i testi che parlano del tuo disturbo sono terribilmente...scarni»
Bailey se l'era aspettato, ma restò lo stesso deluso nel sentirlo.
«Fondamentalmente dicono che le persone che soffrono di sonnambulismo possono camminare, parlare, eseguire compiti semplici e, in casi rari, compiere azioni più complesse come mangiare o persino uscire di casa...tutte cose che sapevamo già. Però non spiega come tu abbia fatto a ingannare la sicurezza del castello. Per quello avresti dovuto conoscere la combinazione degli incantesimi che sigillavano la porta.»
«Grop ha detto che è già capitato altre volte che gli studenti siano sgattaiolati fuori dal castello per andare nella foresta...forse è una formula semplice, come Alohomora, o roba simile...»
«Silas Burke sarà anche un pervertito, ma non è stupido. No, è magia molto più complessa, devi sapere esattamente cosa stai andando a fare...»
«Ci sono altri modi per uscire?»
«Be'...sì. Dalle finestre, se sai volare...»
«Potrei aver preso la scopa!»
«Non avevi la Firebolt con te quando ti sei risvegliato nella foresta» gli fece notare Arthur.
«Giusto...»
«Un altro metodo è dai passaggi segreti, ma stiamo sempre lì, tu non hai la minima idea di dove si trovino...» Arthur scosse il capo. «No, sei uscito per forza passando di qui...»
L'arrivo dei gufi gli fece accantonare momentaneamente la conversazione. Arthur prese il giornale che gli aveva portato il gufo e lo dispiegò, fissando per qualche secondo la prima pagina. Poi diede una gomitata a Bailey e glielo mostrò in silenzio.
Misterioso Ritrovamento di Corpi nella Foresta Proibita
Di Theodore Holmes, corrispondente speciale
Hogwarts sotto shock: le indagini del Ministero della Magia sono in corso
L'atmosfera è carica di inquietudine alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts dopo il ritrovamento di numerosi corpi senza vita all'interno della Foresta Proibita. La scoperta, avvenuta circa una settimana fa, ha gettato scompiglio tra studenti e professori, mentre il Ministero della Magia ha immediatamente inviato una squadra di Auror per indagare sul macabro evento.
I corpi, individuati da alcuni membri del corpo docente durante una consueta perlustrazione della Foresta Proibita, risultano appartenere, secondo fonti vicine al Ministero, a svariati maghi e streghe ricercati dalla legge. Questi individui, già noti per essere coinvolti in attività oscure o illegali, erano da tempo sotto sorveglianza, ma il loro ritrovamento in tale stato ha lasciato tutti sconcertati. Tra di loro risultano anche dei seguaci del defunto William Burns.
Dinamica dei Delitti Ancora Sconosciuta
La dinamica degli eventi resta ancora poco chiara. Sono stati trovati segni di lotta sul luogo dei delitti, ma finora non è emerso nulla che possa essere imputato all'aggressione di qualche creatura magica. Questo ha sollevato ulteriori interrogativi su chi o cosa possa essere responsabile di tale atrocità.
Cosa si nasconde nella Foresta Proibita?
Il mistero si infittisce mentre il Dipartimento per la Regolazione e il Controllo delle Creature Magiche indaga sulla possibilità che si tratti di nuove specie o di entità sconosciute. Tuttavia, alcuni esperti di magia oscura assicurano che sia opera di un mago. "Sono stati colpiti dalla Maledizione Mortale, non ho dubbi" ha dichiarato una fonte anonima vicina all'indagine. "Chiunque sia è estremamente potente"
Reazioni nel mondo magico
Il Ministero della Magia ha già chiesto collaborazione internazionale per risolvere questo inquietante caso. "Non possiamo escludere alcuna pista," ha dichiarato l'Auror capo James Hall, "e stiamo valutando ogni possibilità, incluse minacce provenienti dall'esterno."
La preside di Hogwarts, Amelia Burke, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale ha assicurato che la sicurezza degli studenti è la priorità assoluta: "Stiamo lavorando a stretto contatto con il Ministero della Magia per garantire che l'area sia messa in sicurezza."
I professori e il personale della scuola rassicurano che ulteriori misure di sicurezza sono state già implementate. Nonostante ciò, il mistero che aleggia su Hogwarts e la Foresta Proibita lascia tutti con il fiato sospeso.
La Gazzetta del Profeta seguirà da vicino gli sviluppi di questa inquietante vicenda.
«Questo articolo creerà il panico tra le famiglie di maghi» commentò piano Arthur. «Vorranno tutti sapere cos'è successo, se i loro figli sono al sicuro...non invidio per niente la professoressa Burke»
Arthur si voltò verso il tavolo dei professori, imitato da Bailey. Notarono subito che lo scranno di Amelia Burke era vuoto. Gli altri professori, invece, sembravano immersi in una discussione animata, passandosi il giornale tra di loro con espressioni preoccupate e sussurri concitati.
«Dove pensi che sia?» chiese Bailey. «Nel suo studio?»
«No, sicuramente è fuori...al Ministero, con ogni probabilità. Devono cercare di contenere questa storia prima che esploda più di quanto non abbia già fatto.» Arthur tornò a fissare l'articolo. «Un mago...ma quale mago avrebbe potuto affrontare così tanti nemici insieme e sopravvivere?»
«Uno molto cattivo, suppongo. Ne conosci qualcuno?»
«C'era William Burns...»
«Ma è morto, giusto? Ad Az...Azs qualcosa»
«Azkaban. È una prigione. Ma perché prendersela con altri maghi oscuri? Sarebbe stato logico collaborare...»
«Non se avevano un conto in sospeso con il loro assassino» disse Bailey, addentando un pezzo di pancetta.
«Burns»
Bailey si girò. «Oh, ciao, Elijah...»
Arthur alzò lo sguardo, sussultando leggermente nel ritrovarselo a fianco.
«Oggi c'è la partita» disse impassibile Elijah.
«Ehm...lo so.» Bailey diede un'occhiata al soffitto, dove un ammasso di nubi nere e minacciose turbinava su di loro. «Sempre se il tempo regge»
«Il Quidditch non si ferma per cose futili come la pioggia» disse con una smorfia Elijah.
«Sì, ma...pare che ci sarà un temporale. Uno bello grosso. Non possiamo volare coi fulmini...giusto?»
«Ci vediamo al campo per le cinque e mezza» tagliò corto Elijah, allontanandosi.
«Sono pazzi. Non possono farci volare con questo tempo» si lamentò Bailey, una volta sicuro che Elijah non potesse sentirlo.
Come Bailey aveva previsto, il tempo peggiorò nel pomeriggio. La pioggia iniziò a scrosciare incessantemente, accompagnata da lampi e tuoni che squarciavano il cielo grigio. Le condizioni meteo sembravano perfette per un film horror piuttosto che per una partita di Quidditch, e Bailey non poteva fare a meno di desiderare di rimanere al caldo e al sicuro.
Avrebbe voluto trovare una scusa convincente per non giocare, magari fingendo un mal di pancia devastante o qualche altro malessere improvviso. Ma sapeva bene che Elijah non avrebbe tollerato alcuna rinuncia: anche se Bailey fosse stato sul letto di morte, lo avrebbe costretto a scendere in campo.
«Buona fortuna per la partita di oggi, B.B.!» trillò Romilda, mentre si separavano. «Faremo tutti il tifo per te!»
Arthur lo aspettava in Sala Grande, insieme a Matthew, Jack, Philip e le gemelle. Avevano tutti degli ombrelli neri.
«Pronto per farti il bagno?» disse sarcastico Jack.
Un tuono riecheggiò vicinissimo, facendo tremare la sala.
«Neanche un po'» ammise Bailey. «Non dovremmo rimandare?»
«Non te la starai facendo sotto per un po' di pioggia» lo canzonò una delle gemelle, con molta probabilità Alice, la più pungente tra le due.
«No, ma...»
«Se non te la senti di giocare puoi anche ritirarti, Burns» disse una voce.
Era Selwyn, accompagnato come sempre dai suoi tirapiedi. E da Armistice.
«Nessuno te ne farebbe una colpa. Tanto perderete, quindi perché darsi tanta pena?»
«Sarete voi quelli che ne usciranno sconfitti» disse Matthew. «Puoi contarci»
Selwyn rise, scuotendo i capelli biondi. «Buona questa, Taylor. Stai migliorando con le battute. Andiamo» sghignazzò verso i suoi compagni. «saremo di ritorno prima di cena»
«Che stronzo» sibilò Matthew, mentre si dirigevano verso il campo. «Non vedo l'ora di vedergli quel ghigno cancellato dalla faccia...»
«Sarà dura» commentò Jack, scrutando il cielo da sotto l'ombrello.
«Ma non impossibile, giusto?» replicò Matthew. «Chi è con me?»
La squadra si lanciò in un'ovazione.
«Elijah sarà già al campo?» chiese Philip.
«E dove, sennò?»
Un altro tuono rimbombò sopra le loro testa. Bailey sentì Arthur sobbalzare e stringersi a lui. «Forse dovresti davvero ritirarti» sussurrò.
«Ormai è tardi» bofonchiò Bailey.
Arrivati al campo, trovarono Elijah ad aspettarli. Lui gli fece cenno di seguirlo verso gli spogliatoi. Bailey fece per andare con gli altri, ma Arthur lo trattenne. «Dico sul serio, B.B., ho una brutta sensazione» disse ansioso.
«Andrà tutto bene» lo rassicurò Bailey, dandogli una pacca sulla spalla. «Al massimo ne uscirò con un brutto raffreddore»
Arthur sembrò sul punto di replicare, ma alla fine disse: «Stai attento»
«Sta tranquillo, ho il mio portafortuna» disse Bailey, tirando fuori dalla tasca il sasso con la scritta "Coraggio".
Raggiunse lo spogliatoio che era già fradicio.
«Burns! Dov'eri finito?»
«Stavo...»
«Cambiati subito!»
«D'accordo, Elijah, ora mi cambio...però sta calmo...»
«E' davvero di umore nero» borbottò Jack, mentre indossavano le divise.
«E' una partita importante» disse sottovoce Philip.
«Sì, ma non sono mica in ballo le nostre vite...non dovrebbe prenderla così seriamente...»
«Non tutti sono come te, Jackie. Tu rideresti in faccia anche alla morte.»
«Che state blaterando?» abbaiò Elijah.
«Niente!» rispose a tono Jack. «Miseraccia...»
«Venite qui» ordinò Elijah, e la squadra si riunì intorno a lui. «Per oggi non ho preparato un discorso...ho solo una cosa da dirvi: fate del vostro meglio.»
«Tutto qua?» disse stupito Jack.
«Sì.»
Bailey non lo trovò affatto incoraggiante. Forse sotto sotto nemmeno Elijah credeva che ce la potevamo fare...
«Prendete questi» aggiunse il ragazzo, consegnando a ognuno di loro degli occhialini. «Li ho incantati affinché respingano la pioggia.»
Uscirono fuori. La pioggia continuava a battere furiosamente sul campo, creando una sinfonia di fruscii. Nonostante il tempo avverso, Bailey si sentì un po’ più rassicurato grazie alla protezione degli occhiali che gli permettevano di vedere meglio nella tempesta.
Dalla sua posizione, riusciva a distinguere le tribune, ora un ammasso di ombrelli neri che si muovevano quasi all'unisono, contrastando nettamente con il cielo grigio. Un lampo illuminò a giorno per un attimo il campo, seguito subito dopo dal rombo di un tuono.
Nonostante il panorama poco incoraggiante, Bailey si immerse completamente nella preparazione mentale per la partita, consapevole che la sfida sarebbe stata tanto fisica quanto psicologica. Il vento era un altro elemento che non era a loro favore, ma questo valeva anche per i Serpeverde.
Il professor Wings si trascinò al centro del campo, combattendo contro la corrente. «Il tempo non è dei migliori!» urlò per farsi sentire, quando entrambe le squadre lo raggiunsero. «Sarà una partita impegnativa...non dimenticate di restare aggrappati saldamente alle vostre scope e di non volare controvento!» si raccomandò, con il tono deciso di chi sapeva che anche il minimo errore sarebbe potuto diventare pericoloso in quelle condizioni.
Bailey strinse forte il manico della sua scopa, sentendo già le folate di vento cercare di strappargliela dalle mani.
«Capitani, stringetevi le mani!»
Elijah afferrò la mano di Selwyn con una tale forza che per un momento Bailey temette che gliela avrebbe rotta. Le nocche di entrambi divennero bianche mentre si scambiavano sguardi carichi di tensione. Il capitano dei Serpeverde mantenne una facciata di calma, ma la mascella serrata tradiva lo sforzo che stava facendo per non mostrare alcun segno di cedimento.
«Non mi stancherò mai di ripetervi che voglio una partita pulita! Non tollererò falli o scorrettezze di alcun genere! Sopratutto oggi! Giocatori, sulle scope!»
Bailey montò sulla sua Firebolt e incrociò lo sguardo di Armistice. Anche lei e gli altri Serpeverde indossavano gli occhialini. Partivano in perfetta parità.
Appena partì, Bailey si piegò sulla sua scopa, cercando disperatamente di contrastare la forza del vento che sembrava volerlo sbalzare via.
Le raffiche lo colpivano da ogni lato, rendendo difficile mantenere l’equilibrio e il freddo pungente gli tagliava il viso. Anche la cronaca della partita, di solito così chiara nell’aria, era soffocata dal fischio assordante del vento che gli ronzava nelle orecchie.
Qualcosa gli tagliò improvvisamente la strada, costringendolo a sterzare bruscamente; era Armistice che sfrecciava in direzione del cielo.
Bailey la osservò. Che avesse già visto il Boccino? Girò la scopa e prese a inseguirla. «Tempo meraviglioso per volare, non trovi?» le gridò, mentre l'affiancava.
Lei non rispose.
«Visto qualcosa d'interessante?»
Bailey di sicuro sì: il Boccino volava a qualche metro da loro. Fece per accelerare, ma all'improvviso Armistice gli diede un'energica spallata, facendolo sbandare.
«Ehi!» protestò Bailey.
Una piccola palla nera sfrecciò tra di loro, tornando indietro dritta contro di lui. Bailey trattenne il fiato e si esibì in un avvitamento per evitarla.
Si guardò indietro. I Battitori di Serpeverde volavano sotto di lui, puntandolo. Bailey evitò per un soffio l'arrivo di un altro Bolide.
«I tuoi amici giocano sporco!»
Armistice lo distanziò, salendo sempre più in alto. Bailey vide Jack e Philip precipitarsi verso di loro.
«Vai!» urlò Jack. «Li teniamo impegnati noi!»
Bailey spinse la sua Firebolt al massimo, sentendo il manico vibrare sotto la sua presa. Il vento gli sferzava il volto, la pioggia rendeva tutto scivoloso, ma lui non poteva permettersi di rallentare.
Lui e Armistice superarono le tribune, poi le torri. Il Boccino era lì, quasi a portata di mano. Bailey strinse i denti, ma sentiva che la Firebolt era al limite. Ogni muscolo del suo corpo era teso nello sforzo di mantenere il controllo, il manico della scopa si piegava leggermente sotto la pressione. Armistice era vicinissima, e Bailey sapeva che se non avesse fatto qualcosa subito, la partita sarebbe finita in favore di Serpeverde.
Un lampo spaccò il cielo, diramandosi in mille direzioni, come una ragnatela luminosa che si espandeva tra le nubi. Era uno spettacolo affascinante e terrificante al tempo stesso, sopratutto visto così da vicino. Bailey allungò il braccio, in un disperato tentativo di prendere il Boccino...
Un dolore acuto gli attraversò tutto il corpo, partendo dalle punta delle dita. Bailey sgranò gli occhi, il respiro mozzato nel petto. Senza rendersene conto, le sue mani lasciarono il manico della Firebolt, e in un attimo si sentì cadere all'indietro. L’ultima cosa che vide fu Armistice prendere il Boccino, poi il nulla.
Bailey si sentiva come galleggiare nel buio. Era una sensazione piacevole, anche se un po' strana, come starsene a mollo in una piscina. C'era qualcosa di stranamente piacevole in quel vuoto, come se fosse al sicuro, senza alcuna preoccupazione.
Per un attimo, si chiese se fosse morto. Il pensiero gli attraversò la mente, ma scivolò via senza lasciare traccia, come un’onda che si dissolve sulla riva. Avvertì una presenza accanto a sé. Non sapeva come, ma era sicuro che qualcuno fosse lì con lui, nel buio. Non riusciva a vedere nulla, ma la presenza era palpabile, vicina, silenziosa. Non era minacciosa, anzi, sembrava quasi familiare, come se l'avesse conosciuta da sempre. «L'abbiamo scampata grossa, eh, ragazzo?» sibilò una voce maschile al suo orecchio.
Bailey aprì gli occhi, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco ciò che lo circondava. Si trovava in una stanza dalle pareti bianche, disteso su un letto avvolto in coperte morbide e calde. Qualcuno al suo fianco stava bisbigliando. Si girò lentamente, cercando di capire dove si trovasse e cosa fosse successo.
«E' un miracolo che sia ancora vivo...»
«Sì, ha avuto una fortuna sfacciata...»
«Voi avete mai sentito di qualcuno che è sopravvissuto a un fulmine?»
«A volte capita, non è così insolito...»
Bailey riconobbe di spalle i ragazzi della squadra. C'erano anche Arthur, Oliver, Samuel e perfino la piccola Romilda. Mancava solo Elijah. Fece per parlare, ma il petto gli lanciò una fitta assurda, e tutto quello che gli uscì fu solo un flebile gemito.
I ragazzi si girarono. Arthur, con un'espressione di incredulità e sollievo, esclamò: «B.B.!» e si scagliò su di lui per abbracciarlo. Bailey fu sopraffatto da altre fitte sotto la sua stretta. Alzò una mano per allontanarlo, ma era troppo debole. Aveva le dita fasciate...chissà perché...
«Aspetta, Arti» disse Matthew, prendendo l'amico per la spalla. «Credo che tu gli stia facendo male»
Arthur si staccò immediatamente, asciugandosi in fretta gli occhi lucidi.
«Ehi, campione» disse Jack, sedendosi al fianco di Bailey. «Come va?»
Ogni respiro era una tortura.
«Una meraviglia» mormorò Bailey, passando la lingua sulle labbra secche; stava morendo di sete. «Dov'è Elijah?»
I ragazzi si guardarono tra loro.
«E' impegnato a smaltire la vergogna»
«Capisco» disse piano Bailey, provando a muoversi, ma una nuova fitta al collo lo fece desistere. «Suppongo che abbiamo perso, allora»
I ragazzi si scambiarono altri sguardi.
«Già» disse Jack.
«Che cosa è successo?»
«Sei stato colpito da un fulmine» disse Matthew. «Hai perso i sensi e sei caduto dalla scopa. Quella stronza della Hall ne ha approfittato per prendere il Boccino...»
«Sei ingiusto, Matthew!» sbottò Arthur. «Se non fosse stato per lei, B.B. ...» ma non finì la frase.
«La Hall aveva già beccato il Boccino, anche se su questo non siamo tutti d'accordo...» proseguì Jack.
Matthew assunse un'aria sostenuta.
«...appena ti ha visto che stavi precipitando si è lanciata in una picchiata per raggiungerti. Ha teso la mano e ha come urlato un incantesimo. A quel punto hai cominciato a rallentare, finché non sei atterrato sul terreno.»
«Arresto Momentum» mormorò Arthur.
«Cosa?» disse Matthew.
«Arresto Momentum» ripeté Arthur a voce più alta. «E' l'incantesimo che ha usato.»
«Come fai a esserne così sicuro?»
«Lo abbiamo studiato al secondo anno. Ne ho riconosciuto gli effetti.»
«Ma come ha fatto? Non è permesso portare le bacchette con noi durante le partite.»
«È un incantesimo che non necessita necessariamente della bacchetta...ma richiede molta pratica e concentrazione per essere eseguito in queste condizioni. E considerando la situazione...ha dimostrato un sangue freddo incredibile...»
«E' pur sempre la figlia di un Auror, no?» intervenne Alice (o Phoebe).
«E non di un Auror qualunque» continuò sua sorella. «Ma del grande capo»
«Quindi Armi mi ha salvato la vita?» domandò Bailey a voce bassa.
«Armi? Da quando hai tanta confidenza con la Hall?» boccheggiò incredulo Matthew. «Non dirmi che tu e lei...»
«Non dire assurdità» lo interruppe brusco Arthur. «E' solo B.B. che si ostina a considerarla un'amica quando non lo è...»
«Sai che proprio non ti capisco? Perché tutto attaccamento verso Hall?»
«Santo cielo, non è nemmeno carina» disse con una smorfia Alice.
«Con quella sua orribile cicatrice...»
La porta dell'Infermeria si spalancò e risuonarono dei passi. «Voi! Vi avevo detto di aspettare fuori o sbaglio?» abbaiò Madame Medler.
«Ci scusi, Madame Medler...ma eravamo in pensiero...»
«Volevamo accertarci che B.B. stesse bene...»
«Lui non sta bene! Ha bisogno di riposo e...» l'infermeria si accorse che Bailey era sveglio e sgranò gli occhi. «Tu...sei cosciente...» immediatamente fu subito su di lui. «Che sintomi senti?»
«Mi fa male tutto» rispose piano Bailey, inspirando ed emettendo un rantolo.
«Hai difficoltà a respirare...i polmoni devono essere danneggiati...»
Bailey sentì lo stomaco fare una giravolta.
«M-ma lei lo guarirà...vero?» disse apprensivo Arthur.
Madame Medler stava tastando con attenzione il corpo di Bailey, soffermandosi sui punti in cui lui sobbalzava dal dolore. Arthur cominciò a mangiarsi le unghie.
«B.B. starà bene?» squittì spaventata Romilda.
«Vi voglio tutti fuori. Ora.» dichiarò Madame Medler, radunandoli per scortarli fuori.
«Possiamo tornare a trovarlo?» domandò Matthew.
«Domani, nel pomeriggio» cacciati fuori i ragazzi, Madame Medler tornò da lui. «Sei stato molto fortunato, Bailey Burns...» disse, scuotendo la testa. «Se Hall non fosse intervenuta...naturalmente queste cose devono accadere quando la preside è via...» prese una pozione da un vassoio e gliela versò in bocca, sollevandogli la testa con cautela. «Questo ti aiuterà a dormire...ti avverto, dovrai prendere un sacco di pozioni disgustose, perciò preparati...»
«Non si può proprio evitare?»
«Non se vuoi guarire»
Le sue palpebre presero a farsi pesanti. Bailey chiuse gli occhi, sprofondando di nuovo nel vuoto.
Si risvegliò di nuovo nell'oscurità. Qualcuno gli stava tamponando il viso con qualcosa di umido. Bailey socchiuse gli occhi.
«Il padrone non deve temere...Twick si prenderà cura di lui...»
Il viso dell'elfo era a tratti sfocato.
«Dorma, padrone, dorma...penserà a tutto Twick...»
L'elfo cominciò a canticchiare. Bailey si riaddormentò.
«Bailey...»
Un richiamo gentile e una carezza sul viso, accompagnati da quel profumo inconfondibile di pancake appena fatti, che evocava le domeniche mattina passate a casa.
«Mamma?»
«No, Bailey, sono Madame Medler...devi prendere le tue medicine.»
Bailey riaprì gli occhi, trovandosi di fronte allo sguardo premuroso dell'infermiera. La luce del mattino inondava la stanza con un candore quasi accecante, che lo lasciò disorientato per un momento.
«Ti ho portato la colazione» mormorò Madame Medler accennando un sorriso, prendendo un piatto. «Dei bei pancake ripieni di sciroppo d'acero...»
Bailey la ricambiò. «I miei preferiti.»
«Ce la fai a mettersi seduto? Aspetta, ti aiuto...»
Fu più complicato del previsto. Bailey dovette fare parecchie manovre per tirarsi su, perché ogni movimento gli faceva male.
«Appena inizierai a prendere le pozioni ti sentirai meglio» lo consolò Madame Medler, sistemandogli i cuscini dietro la schiena. «Ma prima devi mangiare»
Dopo aver ripulito il piatto, Madame Medler prese un vassoio con almeno sei boccette sopra.
«Le devo prendere tutte?»
«Niente storie.»
Le prime tre scesero giù facile. Le altre tre furono una più terribile dell'altra. Come ingoiare fango, o peggio.
«Fanno schifo!»
«Più sono disgustose più ti fanno bene...torno subito. Non muoverti.»
L'infermeria scomparve nel suo ufficio. Proprio in quel momento, la porta dell'Infermeria si aprì ed entrò Armistice. Bailey provò una deliziosa ondata di felicità al vederla. «Ciao!» disse.
«Ciao» disse lei. «Sei sveglio»
«Meglio, no? Così posso ringraziarti» disse sorridendo Bailey. «I ragazzi mi hanno raccontato quello che hai fatto. Grazie per avermi salvato»
La ragazza si strinse nelle spalle.
Madame Medler si affacciò. «Con chi stai...oh» disse, notando la presenza di Armistice. «Hall! Dovresti essere in classe»
«Ho il permesso del professor Binns.» replicò tranquilla Armistice.
Madame Medler la scrutò torva per un attimo, come se stesse cercando di capire se le stesse mentendo. «Va bene» borbottò alla fine, tornando nel suo ufficio.
«Hai davvero il permesso del professor Binns?» ridacchiò sottovoce Bailey.
Armistice fece di nuovo spallucce. «Gli sono passata davanti dicendo che andavo in Infermeria e lui non ha detto niente» si rovistò nella tasca. «Tieni.»
Poggiò qualcosa sul comodino. Era il sasso dei gemelli.
«L'ho trovato in mezzo al campo.»
«Come fai a sapere che è mio?»
«Chi altri potrebbe portarsi un sasso con inciso la parola "Coraggio" appresso?» replicò Armistice con noncuranza.
«E' un regalo da parte dei miei fratellini» sghignazzò Bailey. «Be', non sono proprio i miei fratellini...ma è come se lo fossero. È una specie di portafortuna»
«Sembra che funzioni.»
«Tu hai dei fratelli?»
«No, sono figlia unica» Armistice lo guardò. «Te la cavi a volare» disse.
«Mai quanto te. Ti ho visto acchiappare il Boccino prima di...be', essere colpito dal fulmine»
«I tuoi amici di Grifondoro non la pensano allo stesso modo. Dicono che ho approfittato della situazione»
«Ah, lasciali perdere»
Bailey provò a muovere il braccio, ma sussultò dal dolore.
«Non sei arrabbiato?»
«Per la partita, dici? Neanche un po'...poteva finire molto peggio»
Armistice restò con lui fino al suono della campanella. Non parlarono molto, ma per Bailey non era un problema. Non avevano bisogno di parole per capirsi.
«Tornerai a trovarmi?» chiese Bailey, mentre Armistice se ne andava.
«Vedremo.»
Bailey restò una settimana in Infermeria. Arthur e gli altri venivano a trovarlo ogni giorno, portandogli dolcetti o, nel caso di Romilda, i compiti.
Armistice tornò un paio di volte, presenza silenziosa ma costante. Bailey notò che tendeva sempre a evitare gli altri, forse per non creare situazioni imbarazzanti.
Il lunedì mattina fu dimesso presto e poté fare colazione insieme agli altri. Il suo ritorno fu accolto da un applauso dalla tavolata di Grifondoro.
«E' bello riaverti con noi, B.B.» disse in tono pomposo Thomas, dandogli una pacca sulla spalla.
Arthur gli aveva conservato il posto. Bailey si sedette accanto a lui e cominciò a riempirsi il piatto. All'arrivo dei gufi, Arthur spostò le cose per far atterrare il Barbagianni che gli consegnava come al solito il giornale.
«Pensi di raccontare a casa ciò che è successo?»
«E a che scopo? Per farli preoccupare?»
Arthur s'immerse nella lettura.
«Qualche novità?»
«Niente di che. Aspetta...» Arthur gli porse il giornale. «Leggi qua»
Un Drago nel Cielo: L'Avvistamento che Sconvolge la Nostra Comunità
Di Theodore Holmes, inviato speciale
Meraviglia nel Cielo: Un Drago in Volo sopra il villaggio di Oakvale
In una giornata che prometteva essere ordinaria, il tranquillo villaggio di Oakvale è stato scosso da un avvenimento straordinario: l'avvistamento di un drago. La notizia ha rapidamente catturato l'immaginazione e l'attenzione di tutti, suscitando stupore e meraviglia tra i cittadini.
L'incantevole creatura è stata avvistata ieri pomeriggio, quando le nuvole si sono schiarite e hanno rivelato la sua silhouette maestosa. L'evento ha immediatamente richiamato l'attenzione di esperti e studiosi. Il Prof. Septimus Lovegood, esperto Magizoologo, ha dichiarato: «L'avvistamento di un drago è un fenomeno rarissimo e straordinario. Queste creature rappresentano una parte affascinante e misteriosa del nostro patrimonio culturale. Potrebbe fornire nuove informazioni sulla nostra comprensione di tali creature.»
Le autorità locali hanno confermato che non ci sono stati incidenti o danni associati all'apparizione del drago. Tuttavia, le forze di sicurezza sono state messe in allerta per monitorare ulteriori sviluppi e garantire la sicurezza dei cittadini. La nostra redazione ha contattato Ophelia Burrows, Capo del Reparto Regolazione e Controllo delle Creature Magiche, per un commento: «Siamo vigili e stiamo seguendo la situazione con attenzione. Al momento, non ci sono motivi di preoccupazione, ma incoraggiamo tutti a rimanere calmi e a mantenere le distanze dal drago.»
In attesa di ulteriori notizie e conferme, ci uniamo ai nostri lettori nell'attesa e nella curiosità. Il cielo ha offerto un dono raro e prezioso, e tutti noi restiamo con il naso all'insù, in attesa di scoprire cosa ci riserverà il futuro.
«Dove si trova Oakvale?» chiese incuriosito Bailey.
«Non è molto lontano da Hogsmeade.» Arthur si grattò una guancia. «E' un po' strano...»
«In che senso?»
«I draghi non sono creature pacifiche. Immagino che fosse a caccia...è insolito che non abbia attaccato il villaggio...»
«Meglio così, no?»
La giornata proseguì come al solito. A sera, Bailey si diresse insieme agli altri a cena. Quando tutti ebbero presero posto, Amelia Burke si alzò dal suo scranno e raggiunse il piedistallo. Nella Sala Grande calò il silenzio.
«Prima di iniziare a riempirci la pancia» disse la preside con voce alta e chiara. «vorrei fare un annuncio.»
Bailey evitò di guardarla. Non voleva rischiare di avere altri scatti d'ira davanti a tutti...
«Di recente sono venuti alla luce alcuni fatti disturbanti...ho ragione di credere che la maggior parte di voi sappia di cosa parlo»
Bailey vide gli studenti scambiarsi occhiate nervose.
«Voglio rassicurarvi, così come ho fatto con i vostri genitori, che non c'è nulla di cui preoccuparsi: a Hogwarts siete al sicuro. Tuttavia, vi invito a essere cauti. La Foresta Proibita non è un luogo adatto alla vostra età e, in questo momento, è particolarmente rischioso avventurarsi al suo interno. Evitatela, a meno che non vogliate incorrere nelle ire del Ministero e delle creature che vi abitano all'interno. Qualunque sia il motivo che vi spinge a visitarla, vi esorto a non farlo. Per garantire la vostra sicurezza, abbiamo implementato nuove misure di protezione all'interno della scuola. Chiunque tenti di aggirarle sarà punito severamente e, nei casi più gravi, potrebbe rischiare l'espulsione. È fondamentale che comprendiate che l'unico modo per garantirvi protezione è rimanere all'interno del castello.»
Il silenzio nella sala era teso. Alcuni ragazzi presero a bofonchiare tra loro.
«Bene!» esclamò Amelia Burke con allegria. «Ora passiamo a questioni più piacevoli. Considerata l'atmosfera delle ultime settimane, ho pensato di organizzare qualcosa di divertente per alleggerire la situazione. Dopo aver consultato i miei colleghi, siamo lieti di annunciarvi che abbiamo raggiunto un accordo: un ballo!»
Un mormorio concitato si diffuse nella sala.
«Un ballo?»
«Un ballo!»
«Fa sul serio?»
«Ehm-ehm» tossicchiò Amelia Burke, riportando la calma. «Un ballo, sì. Ci siamo ispirati...o meglio, mi sono ispirata al Ballo del Ceppo, un evento che si è tenuto a Hogwarts parecchi anni fa, a cui parteciparono la stragrande maggioranza dei vostri bisnonni.»
«Sta parlando del Torneo Tremaghi!» urlò eccitata Romilda. «Il Ballo del Ceppo si tenne a dicembre e i Campioni aprirono le danze!»
«Precisamente, signorina Weasley» disse Amelia Burke. «Ora, sappiamo tutti cosa accade durante quel torneo...che è il motivo per cui non venne mai più riproposto. Noi non dovremmo correre rischi sotto questo di vista. Questa volta non ci saranno Campioni a inaugurare il ballo, solo voi con i vostri compagni. Il Ballo si terrà il due febbraio, qui nella Sala Grande, e comincerà alle nove per finire a mezzanotte. Siete liberi di portarci chi vi pare. In caso non si fosse capito, stiamo organizzando questa cosa per il puro divertimento di farlo.»
Bailey guardò verso il tavolo dei Serpeverde. Armistice stava giocherellando con il coltello, mostrando un’indifferenza totale nei confronti del discorso.
«Sono obbligatori gli abiti formali.»
Si levò un grido di protesta.
«Non fate così. È pur sempre un ballo!»
«Mi toccherà scrivere a mia madre» disse Matthew. «Impazzirà dalla gioia quando lo saprà»
«Diamo il via al Banchetto!» concluse Amelia Burke, battendo le mani.
Le tavolate si riempirono di cibo. Bailey ci si avventò famelico. Tutti discutevano del ballo.
«Tu sai già chi invitare?» domandò Oliver a Matthew.
«Ci sarebbe Lucas White, di Corvonero...o Simon Boot, di Tassorosso...»
«Io non ne ho la più pallida idea» pigolò triste Samuel. «Non so se qualche ragazza accetterebbe di venire al ballo con me...»
«Non essere così pessimista! Puoi sempre chiedere a Rosie Bulstrode...»
«La Bulstrode?» replicò stizzito Samuel. «Tanto vale invitare un troll, farei più bella figura!»
Matthew sghignazzò, poi si rivolse a Bailey. «E tu, B.B.? Hai già in mente qualcuno?»
«Sì» rispose contento Bailey.
«Fammi indovinare...Tulip Fitzgerald?»
«No.»
«Chi, allora?» insistette curioso Matthew.
«Lo vedrai.»
«Dai già per scontato che accetterà?» rise Matthew con una spallata affettuosa. «Questo è lo spirito, fratello»
«Capirai, ha l'imbarazzo della scelta» disse Oliver. «Gli vanno tutte dietro»
«Che può farci se è bello e affascinante?»
Bailey ridacchiò, scuotendo la testa. Solo in quel momento si accorse che Arthur non stava mangiando. Era a braccia conserte e aveva gli occhi stretti, il che non era un buon segno.
«Non mangi?» gli chiese Bailey.
«No» rispose secco lui.
«Come mai?»
«Uno stupido ballo» ringhiò Arthur. «E' questa la soluzione che ha trovato la Burke a tutti i guai che stanno succedendo? »
«Credo che voglia solo...sai, farci distrarre un po'...» disse cauto Bailey.
«Organizzando uno stupido ballo!» ripeté con enfasi Arthur. «Che trovata geniale!»
«Ehm...dai, sarà divertente...»
«Per te, forse!» ribatté arrabbiato Arthur. «Non intendo prendere parte a questa buffonata!»
«Ho capito bene?» disse Matthew. «Non vuoi partecipare al ballo, Arti?»
«No!»
«Tanto lo farà» sussurrò Matthew con un sorrisetto a Bailey. «Lo costringeremo noi.»
Nei giorni seguenti, la frenesia per il Ballo dominò completamente l'atmosfera della scuola, tanto che non si parlava d'altro. Ovunque andasse, Bailey si sentiva costantemente osservato, e quando si voltava, incrociava puntualmente lo sguardo interessato di qualche ragazza. Alcune, come le gemelle, si fecero avanti immediatamente.
«Puoi portare al Ballo una di noi» disse Alice, scuotendo i capelli neri.
«Ehm...»
«No, non puoi portarci entrambe» disse irritata Phoebe, come se Bailey avesse anche solo suggerito l'idea. «Scegli.»
«Ecco...»
«Non è così difficile! Vuoi venirci con me, vero, B.B.? Io l'ho detto ad Phoebe, ma lei non ci sta...»
«Sei tu quella che non ci vuole stare!»
«Ho già una compagna.» disse in fretta Bailey, alzando le mani.
«Chi?» disse oltraggiata Alice.
«Devo andare! Faccio tardi a lezione» rispose Bailey, dileguandosi velocemente.
C'era solo una persona che Bailey voleva invitare, ma avvicinarla era tutt'altro che semplice. Non erano mai soli. Bailey non aveva idea di come avrebbe reagito Armistice a un invito pubblico. Non bene, sospettava.
Cominciò a studiare i suoi spostamenti. I loro orari non coincidevano e appostarsi fuori dai bagni nella speranza che lei passasse era fuori discussione. L'unica soluzione praticabile sembrava quella di intercettarla dopo gli allenamenti di Serpeverde.
Un pomeriggio, Bailey si sistemò nella Sala Grande per fare i compiti. Continuava a controllare l'orologio, aspettando con ansia che arrivassero le sei. A un certo punto, vide Arthur avvicinarsi.
«Eehi» disse Bailey, adocchiando nervoso il cortile. «Che ci fai qua?»
Arthur si sedette accanto a lui. «Ti stavo cercando...che fai?»
«I compiti»
Arthur tirò a sé la pergamena su cui Bailey stava scrivendo. «Ganimede è la più grande luna di Giove, non di Saturno»
«Ah.»
Arthur afferrò la sua penna e cominciò a correre gli errori.
«Grazie, Arti» sospirò Bailey, stiracchiandosi.
«Allora?»
«Allora cosa?»
«Hai già invitato qualcuno per il Ballo?»
«Non ancora» disse Bailey, controllando per l'ennesima volta l'orario. Mancavano cinque minuti. «Tu?»
«Non m'interessa, te l'ho già detto.»
«Secondo me la prendi troppo seriamente.»
«E tu con troppa leggerezza. Hai almeno il vestito?»
Lo sbadiglio di Bailey si bloccò a metà. «Merda!» brontolò. «Il vestito...»
Arthur scosse il capo.
«E ora come faccio? Non ho la minima di dove prenderlo...non ho nulla di elegante» borbottò Bailey. «Che devo fare, Arti?»
«Chiederò a mia madre» disse altezzoso lui, senza alzare gli occhi dalla pergamena. «Te ne procurerà uno lei. Anche se non penso che ti servirà. Sono sicuro che la Hall si presenterà in felpa e jeans...»
Bailey aggrottò la fronte. «Come fai a sapere che voglio invitare lei?»
«Oh, per favore, è palese»
«Be', grazie, Arti, non so che dire» disse Bailey, sollevato. «Mi hai davvero risparmiato una figuraccia...ovviamente ve lo pagherò»
Arthur lanciò un’occhiata verso il cortile. «Sta arrivando la tua ragazza» mormorò.
Bailey si voltò: Armistice stava rientrando dal campo insieme alla sua squadra. Si alzò, andandole incontro. Lei si fermò sulla soglia del portone, gocciolando sul pavimento, inzuppata dalla pioggia.
«Burns» disse Selwyn con un sorriso, passandosi una mano tra i capelli umidi. «Ti conviene non uscire. Non vorrei che ti beccassi un altro fulmine.»
I suoi compagni risero.
«Buona questa» disse Bailey, poi tornò a guardare Armistice. «Ehi»
Lei si limitò a fissarlo.
«Com'è andato l'allenamento?»
Armistice sbatté le palpebre, inclinando leggermente la testa.
«Sì...io volevo chiederti...se per te non è un problema...se ti andava di venire al Ballo con me»
Armistice sembrò rifletterci sopra. «Va bene.»
«Va bene.» ripeté ringalluzzito Bailey. «Fantastico! Ci vediamo al Ballo, allora. O in giro. Ciao!»
Bailey tornò al suo posto con un grande sorriso in faccia. Selwyn e i suoi, che erano rimasti a osservare la scena, parevano ammutoliti dallo shock.
Arthur se n'era andato. Sul compito di Astronomia di Bailey aveva lasciato, oltre le correzioni, anche una grossa "D" cerchiata.
La domenica mattina, Bailey si svegliò tardi. Era quasi ora di pranzo. Rimase a crogiolarsi nel calore delle coperte per un po', prima di alzarsi e cominciare a vestirsi.
Mentre indossava le scarpe, entrò Arthur. Aveva tra le mani due grosse scatole scure. «Sono arrivati i vestiti» disse. «Alla fine mia madre ne ha mandato uno anche per me, nonostante le avessi detto che non c'era bisogno...»
«Sei ancora dell'idea di non partecipare?» indagò Bailey, aprendo la scatola.
«Sì. E anche se avessi cambiato idea ormai sarebbe tardi. Il Ballo è stasera»
Bailey si provò il vestito, un elegante tre pezzi di tessuto nero finemente lavorato. Gli calzava a pennello, accentuando la sua figura con una vestibilità impeccabile. Quando si guardò allo specchio, dovette ammettere con sé stesso che faceva la sua figura.
«Che ne pensi?»
«Ti sta benissimo» disse piano Arthur.
Sembrava molto abbattuto. Bailey osservò il suo riflesso dallo specchio.
«Che hai?»
Arthur non rispose. Bailey si accomodò accanto a lui sul letto.
«E' per via del Ballo? Fai ancora in tempo a invitare qualcuno, Arti...»
«La persona con cui voglio andarci ci va già con un'altra»
«Oh» disse Bailey. «E'...mi dispiace, Arti. Chi è, tanto per curiosità?»
«Non importa»
Arthur prese a mangiucchiarsi l'unghia del pollice, e la manica della sua veste scivolò via, mostrando un livido violaceo intorno al polso.
«Che ti è successo?» chiese stupito Bailey.
«Cosa? Ah...questo» Arthur tornò coprirsi il polso. «Non è niente»
«Come niente? E' un livido! Dove te lo sei fatto?»
«E' stato Elijah...è successo stanotte. C'eravamo dati appuntamento al solito bagno per parlare. Voleva invitarmi al Ballo...come se la gente non lo notasse. Prima finge di non conoscermi pur di non destare sospetti e poi vuole portarmi al Ballo...comunque, si è arrabbiato quando gli ho detto di no e mi ha afferrato per il polso» Arthur si massaggiò il braccio. «Tra un paio di giorni sarà come nuovo»
«Be', se ci riprova digli di tenere le mani a posto.»
Arthur sorrise triste. «Altrimenti? Lo picchierai?»
«Lo farò, se mi costringe»
«E' più grosso di te, B.B.»
«Tu non preoccuparti. Sono abituato a fare botte con chi è più grosso di me»
«Grazie» mormorò Arthur, abbassando lo sguardo.
La porta tornò a spalancarsi e ne entrarono Matthew, Oliver e Samuel.
«Finalmente ti sei svegliato!» esclamò sorridendo Matthew. «Pensavamo volessi dormire tutto il giorno!»
«Ci sono riuscito, B.B.!» disse Samuel con gli occhi che brillavano. «Ho finalmente invitato la ragazza che mi piace al Ballo...»
«E' fantastico, Sam! Chi è?»
«Miriam Cattleman, di Tassorosso!»
«E' carina» approvò Bailey.
«Ma se non sai neanche chi è!» rise Matthew.
«Do per scontato che lo sia»
La giornata volò. Prima che Bailey se ne rendesse conto, si avvicinò la fatidica ora. Dopo cena, lui e i ragazzi rientrarono alla Torre di Grifondoro per prepararsi.
«Tu non ti cambi, Arti?» domandò all'improvviso Samuel.
Il ragazzo se ne stava seduto sul letto, chino su un libro. «No» rispose con voce stranamente squillante. «Io resto qui»
Gli altri si guardarono.
«Dai, Arti...avrai pur trovato una poveretta disposta a venire al Ballo con te» cercò di sdrammatizzare Matthew.
Lui lo fulminò con lo sguardo. «Per tua informazione ho ricevuto un sacco di proposte!»
«E come mai non ne hai accettata nessuna?»
«Come ho già detto, non ho intenzione di partecipare a questa farsa ideata dalla Burke!»
«E' solo un ballo, Arti. Una scusa come un'altra per fare casino. Avanti, non fare il difficile...»
«Ho detto di no!»
«Certo che sei impossibile!» sbottò impaziente Matthew. «Sai che c'è? Io ci rinuncio! Fa un po' come ti pare!»
Lanciò un'occhiata a Bailey e scosse la testa, rassegnato. Lui guardò Arthur, che continuava a tenere gli occhi fissi sul suo libro. «Arti» disse con calma. «Non puoi rimanere qui...»
«Sì che posso!»
«No che non puoi» Bailey gli sfilò il libro dalle dita. «Come pensi che ci sentiremmo sapendoti qui tutto solo mentre noi siamo giù a divertirci? Ci hai pensato?»
Arthur titubò.
«Fai dispetto solo a te stesso se non vieni.»
«Non ho nessuno con cui...»
«Ci verrai con noi.»
«Sarai l'unica persona in tutta la scuola a potersi vantare di avere più accompagnatori!» disse Oliver con un sorriso.
«Su» disse Bailey, facendolo alzare. «E' il momento di farsi belli»
Il vestito di Arthur era un completo blu marino. Stava molto bene; sembrava quasi un'altra persona.
«Ma guardateci!» esclamò eccitato Matthew. «Siamo dei bijou. Faremo un figurone!»
Scesero giù in sala comune, trovando una marea colorata ad attenderli. Tutti si erano un gran d'affare per apparire al meglio. Era un po' strano vedere quei volti familiari senza le solite vesti nere.
«B.B.!» Romilda gli corse incontro, con appresso il suo accompagnatore, un ragazzino un po' più grande di lei. «Sei fantastico!» commentò con trasporto, scrutandolo da capo a piedi.
Bailey sorrise. «Grazie, Romilda. Anche tu sei molto carina.»
«La tua accompagnatrice sarà contenta» disse Jack, sbucando alle spalle della sorella. «A proposito, con chi ci vai?»
«Lo vedrai»
«Sempre la stessa risposta!» si lamentò Matthew. «Perché non ce lo dici e basta? Io voglio saperlo!»
«Si tratta solo di avere un'altra po' di pazienza, Matt» sogghignò Jack. «Lo scopriremo tra pochissimo»
«Spero che sia una Grifondoro» disse Thomas, affiancando il fratello. «La ragazza che avevo in mente non ha accettato il mio invito perché sperava che la invitassi tu.»
«Oh, mi dispiace...»
«Non devi. Non sei l'unico con stuole di ammiratrice, sai? Io sono un Prefetto» disse compiaciuto Thomas, battendo le dita sulla spilla appuntata al petto.
Jack alzò gli occhi al cielo. «Meglio andare»
«Sì, rischiamo di fare tardi» concordò Thomas. «Tu!» abbaiò al ragazzino che aveva poggiato una mano sulla schiena di Romilda. «Vedi di tenere le mani a posto!»
I Grifondoro uscirono a coppie, diretti alla Sala Grande. Giunti davanti ad essa, trovarono il portone interno chiuso. Un bisbiglio eccitato attraversò la folla. I primi a raggiungerli furono i Corvonero, seguiti dai Tassorosso e infine dai Serpeverde. Ci un gran caos, con tutti intenti a cercare i propri partner. Bailey si guardò attorno, finché qualcuno non gli toccò la spalla.
Era Armistice. La previsione di Arthur secondo cui si sarebbe presentata in felpa e jeans si rivelò errata. La ragazza indossava un elegante abito verde smeraldo, che brillava sotto le luci del corridoio. Il vestito, di un tessuto fluido e leggero, le scendeva fino alle ginocchia. La parte superiore aveva un décolleté a cuore, con sottili spalline che accentuavano le sue spalle. Il busto era aderente, evidenziando la sua figura, mentre la gonna svasata era arricchita da delicate pieghe che si muovevano con ogni suo passo. Sotto portava delle semplici scarpe da ginnastica bianche con dei calzini verdi costellati da piccoli Boccini.
«Bei calzini» ridacchiò Bailey.
«Ho pensato che si abbinassero bene al resto del vestito.» Armistice sollevò gli occhi di lui. «Come sto?»
Portava i capelli legati nel solito chignon, con la frangetta che cercava di coprire la cicatrice il più possibile.
«Sei bellissima» rispose Bailey.
Armistice non diede segni d'imbarazzo. «Anche tu non sei male» disse, togliendogli un pelucco dalla giacca. «A quanto pare hai già un accompagnatore, stasera»
Bailey impiegò qualche secondo a capire a cosa si riferiva, poi si ricordò di Arthur. Si girò, ritrovandoselo alle spalle.
«Oh, sì, lui...ecco non ha trovato un compagno...volevo dire una compagna! Così...» Bailey tornò a guardare Armistice, ansioso. «spero che non sia un problema»
«A te sta bene, Morgan?» chiese Armistice, rivolgendosi direttamente a lui.
«Sì» bofonchiò imbronciato Arthur.
Il portone della Sala Grande si socchiuse e ne uscì Eldora. «Ci siete tutti?» urlò, ma era tosta stabilirlo in mezzo a quella confusione. «Bene...»
Eldora aprì il portone, facendo cenno agli studenti di entrare. La Sala Grande, normalmente maestosa e imponente, si era trasformata in un regale salone da ballo per l'occasione. Le lunghe tavole, solitamente disposte per i pasti, erano state rimosse e sostituite da eleganti tavolini rotondi coperti da tovaglie di seta bianca, arricchiti con centrotavola di fiori freschi in tonalità pastello, tra cui rose, peonie e tulipani.
Le pareti della sala erano rivestite con drappi di velluto blu notte e oro, che scendevano fino al pavimento, conferendo un'atmosfera lussuosa e intima. Lampadari d'oro e cristallo pendevano dal soffitto, le loro luci scintillanti riflettevano sui pavimenti di marmo lucidato, creando un effetto di luce calda e brillante che riempiva l'intera sala.
Al centro della sala, una grande pista da ballo era stata allestita, delimitata da colonne decorate con ghirlande di foglie verdi e fiori bianchi. Grandi specchi dorati adornavano gli angoli della sala, riflettendo le immagini e amplificando la sensazione di spazio e grandezza.
In un angolo, un buffet offriva una selezione di dolci raffinati, frutta esotica, stuzzichini e delle bottiglie che avevano tutta l'aria di somigliare a delle birre. Una band dal vivo, composta da musicisti in abiti da cerimonia, suonava melodie classiche e romantiche, aggiungendo alla serata un'atmosfera magica e festosa.
«Quelli sono gli Enchanted Chords!» sussurrò qualcuno alle spalle di Bailey. «Non posso credere la Burke sia riuscita ad ingaggiarli!»
Quasi come se si fosse sentita chiamata in causa, Amelia Burke salì sulla pista da ballo insieme agli altri adulti. C'era persino Silas Burke, che quella sera sfoggiava lunghi capelli rosa shocking, occhi azzurri e un abito fin troppo succinto. Tra i presenti spiccavano anche Madame Medler e il Bibliotecario, che per la prima volta Bailey vide sveglio.
La preside portava un abito nero vintage dallo stile gotico, con un corpetto aderente con spalle scoperte e maniche lunghe decorate con ruches e volant. La gonna era voluminosa e formata da diversi strati di tulle nero. «Benvenuti!» disse con un gran sorriso, allargando le braccia come per abbracciare l'intera sala. «O forse sarebbe più esatto dire ben ritrovati! Stasera non esistono Casate a dividerci! Siamo solo noi e la musica! Lasciatevi andare! E ora...diamo il via alle danze!»
Amelia Burke si voltò verso il suo accompagnatore, che si scoprì essere il professor Steelwart. Gli adulti, uno dopo l'altro, si unirono in coppie e presero a ballare. L'enorme figura di Hagrid torreggiava su tutti gli altri. Era capitato con la Ashvale. Formavano davvero una strana coppia; nonostante l'età e il fatto che lei gli arrivasse a malapena alla pancia, la donna si muoveva con inaspettata grazia. Hagrid tentava di seguirla con un certo imbarazzo.
Mano a mano, gli studenti cominciarono a seguirli.
«Ci buttiamo nella mischia?» disse con entusiasmo Bailey ad Armistice e Arthur.
«Io non ballo» disse Arthur, e prima che Bailey potesse replicare si allontanò verso uno dei tavolini.
«Non sembra molto contento di trovarsi qui» osservò Armistice.
«Non voleva venire...l'ho convinto all'ultimo» Bailey s'inchinò e tese la mano verso di lei. «Armistice Hall, mi concedi l'onore di questo ballo?»
Lei la prese senza dire una parola e insieme raggiunsero la pista da ballo. Bailey non era un ballerino provetto, ma Armistice era decisamente peggio di lui. Appena iniziarono a muoversi, i loro passi si intrecciarono goffamente, e finirono per calpestarsi i piedi più volte. Bailey non vi badava affatto; era troppo impegnato a ridere. Anche Armistice, nonostante la sua solita espressione impassibile, sembrava divertirsi.
All'improvviso, la band cambiò registro, passando da melodie lente ed eleganti a un ritmo più movimentato e rockeggiante. Le note energetiche riempirono la Sala Grande, trasformando l'atmosfera in un vortice di suoni vibranti. Gli studenti non si fecero pregare: abbandonarono le movenze formali e si lanciarono in danze sfrenate, liberandosi finalmente delle inibizioni. Risate e grida di entusiasmo rimbombarono nella sala, mentre i giovani maghi si muovevano liberamente, seguendo la musica con passione e disordine.
Bailey fece fare una piroetta ad Armistice, attirandola a sé. Per un furono così vicini che a Bailey sarebbe bastato sporsi in avanti per baciarla. Armistice lo spinse via e tornò a ballare, agitando le braccia in modo scoordinato. Era buffa, ma Bailey non riusciva a smettere di sorridere. Per lui, in quel momento, era semplicemente perfetta.
La canzone finì, ma la band non si fermò, attaccandone subito un'altra. Armistice si avvicinò a Bailey e gli urlò all'orecchio: «Sono stanca, mi prendo una pausa!»
«D'accordo!»
«Invita il tuo amico a ballare!»
«Cosa?»
«Invita il tuo amico a ballare!»
Armistice lo fece girare, indicandogli qualcosa. Arthur se ne stava stravaccato sul tavolino, sorseggiando una delle birre. Stava giocherellando svogliatamente con i fiori, strappandone i petali. Armistice e Bailey andarono da lui.
«Ehi!» gridò Bailey per farsi sentire. «Che stai bevendo?»
«Burrobirra»
«Fa assaggiare!»
Arthur gli passò la bottiglia e Bailey ne ingollò un sorso. Era dolcissima, nulla a che vedere con la birra vera.
«Questa roba non è birra!» sghignazzò Bailey, poggiando la bottiglia sul tavolino. «Vieni!» disse ad Arthur.
Lui esitò, interdetto.
«Dove?»
«A ballare!»
Inaspettatamente Arthur arrossì.
«Io non ballo!»
«Sì, invece! Andiamo!»
Bailey lo tirò su di peso. Armistice si sedette al suo posto, poggiando i piedi sull'altra sedia e afferrando la bottiglia.
Bailey trascinò Arthur sulla pista da ballo.
«Sul serio, B.B.! Non so come si fa!» disse Arthur nel panico.
«Hai visto me e Armi, prima? Non importa, Arti! Balla e basta!»
Arthur iniziò a muoversi goffamente. Era rigido come uno stoccafisso. Ridendo, Bailey lo prese per le braccia. «Rilassati!» disse, accompagnandolo nei movimenti.
Lentamente, Arthur si sciolse. Guardò Bailey e accennò un sorriso.
«E' divertente, no?» disse lui.
Arthur si strinse a lui, poggiando la testa contro il suo petto. Bailey aveva quasi l'impressione che i suoi capelli profumassero ancora più del solito. Senza pensarci vi affondò il naso, annusandoli.
«Largo, largo!» urlò una voce familiare.
Matthew stava ballando con così tanto slancio col suo accompagnatore da costringere le altre coppie a spostarsi. «Non posso crederci che hai invitato Hall!» disse, accorgendosi di Bailey. «Non dovrei rivolgerti più la parola!»
«Ma continuerai a farlo, giusto?»
Con un ultimo assolo, gli Enchanted Chords smisero di suonare per fare una pausa.
«Dovresti conoscerla» disse Bailey a Matthew. «Ti piacerebbe»
«Scusa B.B., è quel suo atteggiamento da regina di ghiaccio che mi da sui nervi...goditi la serata, fratello»
Matthew gli diede una pacca sulla spalla e si allontanò insieme al suo partner. Arthur e Bailey tornarono al tavolino. Armistice aveva preso altre Burrobirre per tutti.
Fu una serata fantastica. Bailey intavolò una conversazione con Arthur, a cui partecipò perfino Armistice. Quando gli Enchanted Chords ripresero a suonare, Bailey portò di nuovo Arthur sulla pista da ballo. Allo stoccare della mezzanotte, Amelia Burke annunciò che le danze erano ufficialmente chiuse e sollecitò gli studenti a tornare ai propri dormitori.
Bailey si sentiva stanco ma felice. Lui, Armistice e Arthur fluirono fuori dalla Sala Grande insieme al resto dei loro compagni.
«Ci vediamo domani» disse Bailey ad Armistice, mentre lei seguiva i Serpeverde giù per i Sotterranei.
La ragazza sventolò una mano in segno di saluto.
«E' fantastica, non trovi?» disse Bailey.
Arthur fece una smorfia. «E'...okay. La facevo più snob» ammise.
Tornarono alla Torre di Grifondoro.
«Allora, ne è valsa la pena o no?» disse Matthew ad Arthur, intanto che si mettevano i pigiami.
«Non è stato così male» rispose sostenuto Arthur.
«Non è stato così male! Guarda che ti ho visto come te la spassavi con B.B. sulla pista!»
Bailey si infilò sotto le coperte, con ancora il sorriso sulle labbra. Avrebbe voluto che ci fossero più balli come quello. Doveva riconoscerlo: la preside Burke aveva avuto una splendida idea.
Dopo la sera del Ballo, Armistice divenne ufficialmente amica di Bailey. I due trascorrevano insieme ogni pomeriggio, che fosse per fare i compiti o semplicemente per chiacchierare. Armistice non parlava molto, ma quando lo faceva, le sue parole avevano sempre un peso particolare, trasudando una saggezza che colpiva Bailey. Nonostante la sua riservatezza, tra loro si era creato un legame naturale, fatto di silenzi confortevoli e piccole confidenze condivise.
La loro amicizia non passò inosservata. I compagni venivano da Bailey per chiedergli cosa ci trovasse in quella Hall. Lui rispondeva con un sorriso sempre la stessa cosa, e cioè che Armistice era fantastica. Questa risposta, più che chiarire la situazione, suscitò ulteriori curiosità e speculazioni. A scuola cominciò a girare la voce che tra loro ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia, nonostante nessuno avesse mai visto segni concreti di una relazione romantica. Il pettegolezzo si diffuse come un incendio, alimentato dall’idea che un ragazzo di Grifondoro e una ragazza di Serpeverde potessero nascondere una storia d'amore sotto la superficie.
Chi proprio non sembrava digerire la loro amicizia era Arthur. Perfino Matthew aveva accettato la cosa, ma non Arthur. La sua gelosia era evidente; benché Bailey facesse di tutto per non farlo sentire escluso, Arthur continuava a dimostrare nei confronti di Armistice un astio che non rendeva di certo le cose facili. Lei non ci faceva caso, limitandosi ogni volta a ignorare le sue frecciatine.
Per il resto, la vita a Hogwarts proseguiva tranquilla. Bailey non ebbe più attacchi di sonnambulismo, o se ne ebbe, non ne conservava memoria. Tuttavia, continuava a fare strani sogni. Ogni volta che apriva gli occhi, era spesso accolto dalla visione inquietante della figura in ombra che lo fissava silenziosamente dagli angoli della stanza.
Il mese di Febbraio lasciò il posto a Marzo. La mattina del dieci Bailey si svegliò più tardi del solito, per via, come al solito, di uno dei suoi sogni. Si vestì in fretta e scese in Sala Grande, arrivando giusto in tempo per la consegna della posta.
«Sei in ritardo» lo salutò Arthur, aprendo il giornale.
«Notizie dal fronte?» chiese Bailey, cominciando a riempirsi il piatto prima che sparisse il cibo.
Arthur era troppo concentrato a leggere per dargli retta. Ad un certo punto gli mise il giornale sotto il naso. «Leggi qui» disse, indicandogli un articolo in seconda pagina.
Misteriosa Sparizione a Oakvale: Nessuna Traccia di Septimus Lovegood, esperto Magizoologo.
Di Theodore Holmes, inviato speciale
Cresce la preoccupazione nel cuore della comunità magica dopo la scomparsa del noto professore Septimus Lovegood, svanito senza lasciare traccia circa una settimana fa. Lovegood, stimato ricercatore, stava conducendo approfonditi studi sul "Drago di Oakvale", la creatura avvistata nel villaggio omonimo poco più di un mese fa e di cui vi abbiamo già parlato in un articolo (vedi Gazzetta del Profeta n. 69).
Un Avvistamento Fatale?
Secondo fonti vicine al professore, Lovegood aveva stabilito la sua base temporanea nei pressi del bosco di Oakvale, dove i testimoni affermavano di aver visto più volte aggirarsi la creatura. "Stava seguendo alcune tracce e sembrava essere molto vicino a scoprire qualcosa di importante," ha riferito una collega, l’esperta di creature magiche Prudence Fawley. "Era entusiasta per ciò che avrebbe potuto trovare."
L'ultima comunicazione di Lovegood risale a otto giorni fa, quando inviò una lettera alla figlia, Selene Lovegood, informandola di alcuni "strani fenomeni" notati nelle vicinanze della sua postazione. Da allora, il silenzio.
La Comunità Magica in Allarme
Le ricerche, condotte dagli Auror e da alcuni dei migliori maghi esperti di creature magiche, non hanno ancora portato a risultati concreti. Tuttavia, alcuni residenti di Oakvale riferiscono di aver udito strani suoni provenire dalle montagne durante le ultime notti.
"Non abbiamo escluso nulla" ha dichiarato l'Auror Peter Dawlish, a capo delle indagini. "Potrebbe trattarsi di un tragico incidente. Sappiamo tutti che i draghi non sono creature docile."
Un Legame con la Magia Oscura?
La scomparsa di Lovegood ha portato molti a domandarsi se dietro il mistero non si celi un'influenza più sinistra. Il celebre Magizoologo è infatti la quinta persona a svanire nel nulla negli ultimi mesi, alimentando i timori che non si tratti di eventi isolati.
"È insolito" ha dichiarato una fonte vicina al Ministero della Magia, preferendo rimanere anonima. "Non vedevamo una tale sequenza di sparizioni ravvicinate dai tempi della scalata al potere di William Burns. Sono tempi bui."
Tuttavia, la recente serie di sparizioni non sembra ancora avere un colpevole identificabile, lasciando aperta la porta a molteplici ipotesi. Alcuni esperti ritengono che potrebbe trattarsi di una nuova minaccia, legata a creature oscure e a pratiche magiche pericolose. Resta da vedere se il mistero del Drago di Oakvale e queste sparizioni abbiano effettivamente un legame diretto.
La Famiglia Chiede Aiuto
La figlia del professore, Selene Lovegood, ha rilasciato una breve dichiarazione ai nostri giornalisti, chiedendo alla comunità magica di collaborare nelle ricerche: "Mio padre ha sempre creduto che ogni creatura, anche la più pericolosa, meritasse comprensione e rispetto. Chiedo a chiunque abbia informazioni di aiutarci a riportarlo a casa."
Un Mistero Ancora da Risolvere
Con il passare dei giorni, l'ansia e il timore per il destino di Septimus Lovegood continuano a crescere. Gli abitanti di Oakvale sono inquieti, e molti si rifiutano di avventurarsi nei boschi vicini fino a quando non verrà fatta luce sulla vicenda. La speranza, però, è che il professore venga ritrovato sano e salvo e che il mistero del Drago di Oakvale non si trasformi in una tragedia più grande.
Rimanete sintonizzati per aggiornamenti su questo caso in evoluzione.
«Secondo me se l'è pappato il drago» disse Bailey, addentando un'aringa.
Arthur appariva pensieroso. «E se Theodore Holmes avesse ragione?»
«In che senso?»
«Se ci fosse davvero un collegamento tra le sparizioni?»
«Be', sarebbe una cosa brutta, no?» replicò Bailey, bevendo del succo. «Vorrebbe dire che qualcuno sta tirando le file da dietro le quinte»
Nel pomeriggio, dopo le lezioni, Bailey s'incontrò con Armistice in cortile.
«Dov'è Arti?» chiese la ragazza. «Non è con te? Di solito è la tua ombra»
«Lo sai che non lo so? Andiamo a cercarlo?»
Il primo posto dove controllarono fu la Biblioteca, il suo rifugio preferito. Il Bibliotecario quel giorno era più silenzioso del solito; non russava neanche.
«Secondo te è morto?» sussurrò Bailey, ma Armistice si limitò a fare spallucce.
Sfilarono tra gli scaffali. Alla fine lo individuarono in un angolo appartato, circondato da libri e fogli di giornale.
«Sapevamo di trovarti qua» scherzò Bailey, facendolo sobbalzare.
Si sedettero di fronte a lui.
«Ciao, Arti» disse Armistice con tono noncurante, sapendo bene quanto quel soprannome lo infastidisse pronunciato da lei.
Lui infatti trattenne un sospiro di irritazione.
«Che cosa fai di bello? I compiti?»
«No» rispose secco Arthur, abbassando lo sguardo sui fogli di giornale che aveva sparsi davanti.
Armistice ne prese uno che era vicino a lei e lo fissò per qualche istante. Poi alzò gli occhi su Arthur. Curioso, Bailey diede un'occhiata.
LA GAZZETTA DEL PROFETA
Edizione Straordinaria Terribile Aggressione: William Burns Irrompe nella Casa dell'Auror James Hall
Di Theodore Holmes, inviato speciale
Sgomento e terrore nella comunità magica dopo la notizia di un'irruzione violenta avvenuta ieri sera nella residenza privata dell'Auror James Hall. Il responsabile dell'attacco è nientemeno che William Burns, oscuro stregone già noto alle forze dell'ordine per una lunga serie di omicidi e crimini efferati.
Burns, considerato uno dei maghi più pericolosi della sua generazione, è evaso da Azkaban solo poche settimane fa, scatenando il panico tra i maghi e le streghe di tutto il paese. Fino a ieri, sembrava che non ci fossero tracce della sua posizione, ma il recente attacco ha rivelato quanto sia vicino e quanto sia determinato a vendicarsi di coloro che gli danno la caccia.
L'Assalto a Casa Hall
L'attacco è avvenuto intorno alle undici nella dimora dell'Auror James Hall, situata in una zona protetta appena fuori Londra. Hall, noto per il suo ruolo chiave nell'arresto di Burns anni fa, aveva di recente ottenuto una promozione, diventando Capo dell'ufficio degli Auror. Stava trascorrendo una serata tranquilla con la sua famiglia quando Burns ha fatto irruzione, abbattendo le difese magiche della casa.
Secondo fonti interne al Ministero della Magia, il combattimento tra Hall e Burns è stato feroce, ma la furia e la crudeltà di Burns hanno avuto il sopravvento. "James ha fatto tutto il possibile per proteggere la sua famiglia," ha dichiarato un collega Auror, "ma Burns era deciso a vendicarsi e non ha mostrato alcuna pietà."
Una Tragica Perdita
La moglie di Hall, Lydia, è stata colpita da un potente incantesimo lanciato da Burns durante l'attacco, e purtroppo non è sopravvissuta. "Era una strega brillante e gentile," ha detto un amico di famiglia. "Il vuoto che lascia è incolmabile." Lydia Hall era molto amata nella comunità magica per il suo lavoro come guaritrice presso il San Mungo.
La figlia della coppia, Armistice Hall, di soli sette anni, è rimasta gravemente ferita durante l'attacco, ma è riuscita a sopravvivere. Attualmente è ricoverata presso l'Ospedale di San Mungo, dove viene tenuta sotto stretta sorveglianza.
Un Atto di Vendetta
L’attacco sembra essere un atto di vendetta personale nei confronti di James Hall, che era stato determinante nell’arresto di Burns anni fa. "Burns non ha mai dimenticato," ha dichiarato un portavoce del Ministero. "La sua sete di vendetta era ben nota, ma nessuno si aspettava che colpisse in modo così brutale."
Le autorità sono ora alla ricerca disperata di Burns, che è riuscito a fuggire dalla scena prima dell'arrivo dei rinforzi. Gli Auror hanno già intensificato le ricerche, mentre il Ministero della Magia ha rilasciato un avviso a tutti i maghi e le streghe, esortandoli a rafforzare le difese magiche delle proprie abitazioni e a evitare spostamenti non necessari.
Una Comunità Sconvolta
L'intera comunità magica è sotto shock per l'attacco, e il dolore per la perdita di Lydia Hall si unisce al timore che Burns possa colpire nuovamente. "Questo attacco dimostra quanto Burns sia pericoloso," ha dichiarato l'ex Auror capo Harriet Vane. "È una minaccia per tutti, e non riposeremo finché non sarà di nuovo dietro le sbarre."
La tragica morte di Lydia Hall e le ferite riportate dalla piccola Armistice hanno lasciato un segno profondo nella comunità magica, che si stringe attorno a James Hall e alla sua famiglia in questo momento di immenso dolore.
Ricerche in Corso
Le forze dell'ordine sono impegnate a rintracciare Burns. La sua evasione da Azkaban ha già dimostrato la sua capacità di sfuggire alle autorità, ma gli Auror sono determinati a catturarlo il prima possibile. "È un mago oscuro di rara abilità e malvagità" ha concluso Vane. "Ma non ci fermeremo finché non sarà fermato."
Seguiranno aggiornamenti su questa tragica vicenda.
«Perché stai facendo ricerche su questa roba?» chiese gelida Armistice, il suo sguardo penetrante fisso su Arthur.
Bailey deglutì nervosamente e si voltò verso Arthur, che appariva visibilmente imbarazzato.
«Sto cercando delle connessioni.»
«Connessioni?» ribatté Armistice. «Che tipo di connessioni?»
Arthur si mosse sulla sedia, a disagio. «Hai letto della scomparsa di Septimus Lovegood?»
«Sì.»
Arthur gli porse un secondo foglio di giornale. Armistice lo afferrò.
LA GAZZETTA DEL PROFETA
Edizione Straordinaria Sconvolgente Attacco: Un Drago Assalta Azkaban e William Burns Incontra la Morte
Di Theodore Holmes, inviato speciale
Un'azione senza precedenti ha scosso il mondo magico questa mattina: un drago ha assaltato la prigione di Azkaban, causando il caos all'interno dell'istituto di detenzione. Il risultato più eclatante di questo attacco è la morte di William Burns, l'oscuro stregone responsabile di numerosi crimini terribili, tra cui l'irruzione nella casa dell'Auror James Hall.
L'Assalto Improvviso
L'attacco si è verificato intorno alle prime ore del mattino, quando le guardie di Azkaban sono state sorprese dall'irruzione di un enorme drago. L'animale ha scatenato una serie di incendi e esplosioni all'interno della prigione, creando un caos inimmaginabile.
«È stato un inferno» ha dichiarato un testimone oculare, una delle guardie che era di turno presso la prigione. «Il drago ha abbattuto le mura e ha messo a soqquadro tutto. Non abbiamo avuto modo di reagire fino a quando non era troppo tardi.»
La Morte di William Burns
Durante l'attacco, William Burns è stato trovato morto tra le macerie. Fonti interne al Ministero confermano che, sebbene fosse già in cattive condizioni a causa della detenzione, Burns abbia incontrato la morte per mano di un altro mago. «Non ci sono segni di ferite inflitte dal drago sul corpo di Burns» ha dichiarato un investigatore. «Questo suggerisce chiaramente che la sua morte è stata causata da un'altra persona.»
Mistero e Intrighi
La scoperta ha sollevato molti interrogativi. Le indagini indicano che l'assalto potrebbe essere stato parte di un complotto più ampio. «E' molto sospetto» ha dichiarato James Hall, Capo dell’Ufficio Auror. «Dobbiamo esaminare attentamente tutte le piste. L’attacco del drago potrebbe essere stato una copertura per un’azione più mirata.»
Conseguenze e Implicazioni
L’assenza di segni di ferite sul corpo di Burns indica l'intervento di un mago o di una strega con competenze avanzate, il che complica ulteriormente la situazione. Le autorità stanno ora cercando di scoprire chi possa avere avuto interesse a eliminare Burns e come sia stato possibile compiere l'omicidio durante un attacco così caotico.
Il Ministero della Magia ha intensificato le sue indagini e ha chiesto la collaborazione di esperti per risolvere questo enigma. «Siamo determinati a scoprire la verità dietro la morte di Burns e a garantire che giustizia venga fatta» ha dichiarato un portavoce del Ministero.
L'attacco del drago ha avuto conseguenze devastanti per Azkaban. Oltre alla morte di Burns, la prigione ha subito danni significativi, con molte delle celle distrutte o gravemente danneggiate. Le autorità magiche sono attualmente impegnate a ripristinare l'ordine e a garantire che i prigionieri superstiti siano al sicuro.
Un Futuro Incerto
La morte di William Burns segna la fine di una delle figure più temute del mondo magico, ma il modo in cui è avvenuta la sua uscita di scena solleva nuove preoccupazioni. Molti si chiedono se l'attacco alla prigione possa essere stato orchestrato da un gruppo di maghi oscuri e se ci siano altre minacce in agguato.
«È una situazione senza precedenti» ha dichiarato James Hall. «La morte di Burns potrebbe sembrare una vittoria, ma dobbiamo rimanere vigili. L'uso di un drago in un attacco come questo è inquietante e richiede una risposta adeguata.»
Appello alla Comunità Magica
Il Ministero della Magia ha emesso un appello a tutta la comunità magica, esortando alla calma e alla vigilanza. Gli esperti di creature magiche e gli Auror stanno lavorando senza sosta per garantire che simili minacce non si ripetano e che la sicurezza del mondo magico sia mantenuta.
Seguiranno aggiornamenti sulla situazione e sulle indagini in corso.
Armistice finì di leggere e sollevò di nuovo gli occhi su Arthur. «E allora?» fu il suo unico commento.
«Septimus Lovegood stava dando la caccia a un drago» disse Arthur. «E se si trattasse dello stesso drago? Spiegherebbe perché è scomparso...probabilmente ha visto qualcosa che non doveva. I corpi che sono stati trovati nella Foresta Proibita» proseguì in fretta, prima che Armistice potesse interromperlo. «Sono stati uccisi da un mago, un mago molto potente. Forse lo stesso che sta controllando il drago e ha ucciso William Burns...»
«E come farebbe a controllare il drago?» incalzò Armistice. «Non sono animali addomesticabili. È il motivo per cui è stato reso illegale allevarli»
Arthur si morse il labbro. «Non ne ho idea.» ammise. «Ma torna tutto...se si tratta di un altro mago oscuro» abbassò la voce. «allora ha senso che abbia ucciso William Burns. Anche se era ad Azkaban rimaneva una minaccia. Era già riuscito a fuggire prima d'ora...ha voluto eliminare la concorrenza»
«E quelli nella foresta?»
«Non lo so...potrebbe esserci mille ragioni a guidarlo»
Armistice tornò a osservare l'articolo. All'improvviso si alzò.
«Dove vai?» domandò confuso Bailey.
«Devo spedire una lettera. Ci vediamo»
E se andò.
«C'è un'altra cosa...» disse timidamente Arthur.
«Cioè?»
Arthur gli passò esitante un altro foglio di giornale.
LA GAZZETTA DEL PROFETA
Edizione Straordinaria William Burns Catturato: L'Auror Amelia Burke porta a segno una Storica Vittoria
di Theodore Holmes, inviato speciale
È stato finalmente catturato William Burns, l'oscuro stregone responsabile di una serie di crimini brutali che hanno sconvolto il mondo magico negli ultimi anni. La cattura è avvenuta grazie all'incredibile coraggio e abilità dell'Auror Amelia Burke, che è riuscita a mettere fine alla fuga del pericoloso mago, segnando una delle più grandi vittorie delle forze dell'ordine magiche nella recente storia.
La Cattura di Burns: Un'Operazione Rischiosa
L'operazione che ha portato alla cattura di Burns è stata condotta nelle prime ore del mattino, dopo settimane di indagini serrate e inseguimenti. Secondo fonti interne al Ministero della Magia, Burns si nascondeva in una dimora isolata, protetta da potenti incantesimi oscuri. Tuttavia, l'Auror Burke, con una squadra selezionata di Auror, è riuscita a superare le difese e a bloccare Burns prima che potesse tentare un'altra fuga.
«È stata un'operazione estremamente rischiosa» ha dichiarato James Hall, Capo dell'Ufficio Auror. «Burns è un mago astuto e letale, ma Amelia Burke ha dimostrato un’abilità e un coraggio fuori dal comune. La sua prontezza nel reagire ai pericoli e la sua determinazione sono state fondamentali per questa cattura.»
Una Minaccia Oscura Neutralizzata
William Burns era diventato uno dei criminali più ricercati dopo una serie di attacchi brutali, tra cui l'irruzione nella casa dell'Auror James Hall, che ha portato alla tragica morte della moglie di Hall e al ferimento della figlia Armistice. La cattura di Burns segna la fine di un incubo per la comunità magica, che temeva un ulteriore peggioramento delle sue azioni violente.
Burns, conosciuto per la sua affiliazione con la magia oscura, era riuscito a evitare la cattura per anni grazie a una rete di alleati e incantesimi complessi che lo proteggevano. Tuttavia, l'impegno costante delle forze magiche, guidate da Burke, ha finalmente portato alla sua cattura.
Amelia Burke: Un'Auror Determinata
Amelia Burke, già nota nel mondo degli Auror per la sua dedizione e competenza, ha consolidato la sua reputazione con questa storica impresa. La cattura di Burns rappresenta il culmine di mesi di indagini e sorveglianza costante. Secondo alcune fonti, Burke avrebbe seguito un indizio cruciale che nessuno aveva notato, conducendo la squadra alla posizione esatta di Burns.
«È un momento di cui sono orgogliosa, ma è il risultato di un lavoro di squadra» ha dichiarato Burke dopo l'operazione. «Siamo stati determinati a mettere fine al terrore che Burns aveva scatenato, e oggi la comunità magica può finalmente sentirsi più sicura.»
Il Futuro di Burns: Processo in Arrivo
Con la cattura di Burns, il prossimo passo sarà il processo presso il Wizengamot, dove dovrà rispondere di numerose accuse, tra cui omicidio, uso di magie oscure e fuga da Azkaban. Gli esperti legali prevedono che la pena sarà severa, con molti che richiedono una condanna a vita senza possibilità di fuga.
Il Ministero della Magia ha elogiato pubblicamente l'intera squadra di Auror coinvolta nell'operazione. «È un giorno di giustizia per tutte le vittime di Burns» ha dichiarato un portavoce del Ministero. «Grazie alla signorina Burke, possiamo guardare al futuro con rinnovata fiducia.»
Un Mondo Più Sicuro
La comunità magica, ancora scossa dai recenti avvenimenti, ha accolto la notizia della cattura di Burns con sollievo. «Finalmente, uno dei più grandi pericoli è stato neutralizzato» ha dichiarato un noto mago del Wizengamot. «Dobbiamo molto a persone come Amelia Burke, che mettono la loro vita in pericolo per proteggerci.»
Seguiranno aggiornamenti sul processo di William Burns e sulle sue conseguenze.
«Era un Auror?» disse stupito Bailey. «Com'è finita a fare la preside di una scuola?»
«Ha ereditato il posto da suo padre, Eldric Burke» spiegò Arthur. «In teoria sarebbe spettato al professor Steelwart, ma quando lei si mostrò interessata al ruolo di preside, il Wizengamot glielo concesse più che volentieri. E già che c'era, le assegnò anche un Ordine di Merlino per la cattura di Burns. Una mossa politica, insomma.»
Bailey fece per restituirgli il giornale, ma Arthur scosse la testa. «Guarda le foto»
Nella prima pagina c'era una grande foto di Amelia Burke, con i capelli legati in una coda alta e il sorriso ammiccante che faceva l'occhiolino a chiunque sfogliasse il giornale. L'immagine, in movimento come da tradizione, catturava perfettamente la sua sicurezza e il suo fascino. Poi c'era un'altra foto, più piccola, che Bailey prima non aveva notato.
Ritraeva un uomo con i capelli disordinati e gli occhi iniettati di sangue, mentre cercava di divincolarsi da un paio di mani che lo tenevano. Aveva un'aria terribilmente familiare, ma Bailey non riusciva a ricordare dove l'avesse già visto...
«Noti nulla?» disse piano Arthur.
Bailey strinse gli occhi, studiando la foto sulla pagina. «Ha un'aria familiare» mormorò, distratto. «Chi è?»
Arthur esitò un attimo. «È William Burns.»
Bailey inclinò la testa, continuando a osservare l'immagine in bianco e nero. La somiglianza non era immediata, ma c'era qualcosa di strano nell’espressione dell’uomo.
«B.B., ti è familiare perché...ecco, non c’è un modo semplice per dirlo...ti somiglia.»
Bailey lo guardò, perplesso. Una risata nervosa sfuggì dalle sue labbra. «Non che non mi somiglia» disse, cercando di minimizzare.
Ma Arthur non rideva. «Sì, B.B., ti somiglia. E tanto» insistette, la voce tesa.
Bailey riprese a fissare la foto. Più la studiava, più la sua sicurezza vacillava. I capelli sembravano i suoi, e anche i lineamenti del volto – la forma degli occhi, l'arco delle sopracciglia – gli ricordavano troppo il proprio riflesso...
«E' solo una coincidenza» disse Bailey, spingendo via il giornale con un gesto rapido, come se volesse allontanare l'idea insieme alla carta.
Arthur si sporse verso di lui. «B.B., hai perfino il suo stesso cognome...»
«Quindi?» obiettò brusco Bailey. «Te l'ho detto, sono solo coincidenze»
«Potrebbe essere tuo padre»
Bailey serrò la mascella. Sentì un nodo allo stomaco, ma si sforzò di non mostrarlo. «Non è possibile» sussurrò, ma stavolta era meno sicuro. «La Coleman ha detto che William Burns non aveva figli» aggiunse con più impeto, ricordando le parole della professoressa. «E lei faceva parte della squadra che gli dava la caccia...»
«Potrebbe essersi sbagliata» Arthur fissò il tavolo. «Magari ha avuto un figlio senza che loro lo sapessero. Magari con una Babbana...»
Bailey si sentì gelare al pensiero. Una parte di lui voleva respingere tutto, ma qualcosa cominciava a farsi strada nella sua mente. «Tu pensi davvero che potrei essere il figlio di uno come...lui?»
Arthur non rispose. Bailey scattò in piedi. Non voleva più ascoltare.
Uscì in fretta dalla Biblioteca, senza una meta precisa. Il cuore gli galoppava nel petto. Qualcuno lo chiamò, forse Arthur, ma Bailey lo ignorò, troppo travolto dalle emozioni per voltarsi.
Le gambe si mossero da sole. Iniziò a correre, sentendo l'adrenalina spingerlo sempre più veloce. Il rumore dei suoi passi echeggiava nei corridoi, confondendosi con il ronzio dei pensieri che affollavano la sua mente. Tutto sembrava lontano, sfocato: le pareti, le luci fioche, gli altri studenti, persino il senso di dove stesse andando.
L’unica cosa chiara era il bisogno di fuggire. Fuggire dalle parole di Arthur, dalla foto di William Burns, dalla possibilità che tutto ciò fosse reale.
Finalmente si fermò, il respiro affannoso. La gola gli bruciava. Non aveva la minima idea di dove si trovava. Il silenzio era opprimente, amplificando il tumulto interiore. Improvvisamente, avvertì dei passi che si avvicinavano e Arthur lo raggiunse, ansimando pesantemente. Il volto era rosso per lo sforzo.
«B.B.!» annaspò Arthur, cercando di riprendere fiato. Per un momento, si chinò sulle ginocchia, ma poi si aggrappò a Bailey con forza. «Ascoltami» continuò, boccheggiando. «Anche se sei suo figlio...non significa niente. Tu sei buono» rafforzò la stretta sulle sue braccia. «E...e gentile. È questo che conta...»
Bailey abbassò lo sguardo. Arthur gli prese il volto tra le mani, costringendolo a guardarlo negli occhi. «Il fatto che avete lo stesso sangue non ti rende lui» disse con fermezza. «Le tue azioni parlano per te, capisci ciò che sto cercando di dirti?»
Bailey lo capiva, ma non riusciva a trovare conforto nelle sue parole. Il pensiero di essere legato a qualcuno come William Burns era insopportabile...
Un miagolio li distrasse. Si voltarono; c'era un gatto in mezzo al corridoio. Arthur si separò immediatamente da Bailey.
«Ciao, bello» disse Bailey. «Che ci fai qua?»
Un attimo dopo il gatto si era trasformato in una ragazza dai capelli verdi e gli occhi gialli.
«Questo dovrei dirlo io» disse Silas Burke con un sorrisetto soddisfatto, gongolando. «Ho per caso interrotto qualcosa?»
Arthur arrossì violentemente. «Non stavamo facendo nulla di male!»
«Oh, vedo, vedo» Silas Burke li scrutò entrambi con cipiglio malizioso. «Siete saliti fin quassù in cerca un posticino tranquillo, lo capisco...»
«No!» disse Arthur nel panico. «Era...cercavo solo di consolare il mio amico!»
«Ooh, ma certo!» esclamò deliziato Silas Burke. «Però adesso dovreste proprio andare. Non c'è nulla d'interessante per voi qui. Su, su!»
Mentre si allontanavano, una parete attirò l'attenzione di Bailey. Aveva la sensazione di averla già vista...ma dove?
«Quel...!» sbottò Arthur, quando furono lontani dalle orecchie indiscrete di Silas Burke. «Insinuare che noi...cioè...stavamo solo parlando!»
«Dove siamo?» indagò Bailey.
«Che vuoi dire?»
«Su che piano siamo?»
«Il settimo, perché?»
Bailey non rispose subito, perso nelle sue riflessioni. «Sono già stato qui» disse lentamente. «Che cosa c'è?»
«Be'...non molto, a parte l'ufficio della preside. Probabilmente è per questo che ti sembra familiare. Ci sei passato l'ultima volta...»
Bailey sentiva che c’era dell’altro, tuttavia non riusciva a mettere a fuoco cosa fosse.
Nei giorni successivi, Bailey si trovò a confrontarsi con una dura realtà che sembrava ineluttabile: la probabilità che fosse davvero il figlio di William Burns. Ogni volta che si specchiava, vedeva il riflesso di un uomo con cui non voleva avere nulla a che fare. La consapevolezza di avere un legame sanguigno con una figura così oscura e malvagia lo colpiva come un macigno, rendendo ogni giorno una battaglia contro i propri pensieri e sentimenti.
Arthur continuavano a offrirgli sostegno e comprensione, ma il peso del passato di William Burns era una ombra costante, difficile da ignorare. Bailey non trovò il coraggio di raccontarlo ad Armistice; la paura di come avrebbe reagito lo spingeva a mantenere il segreto, convinto che la rivelazione avrebbe potuto allontanarla o cambiarne il modo di vederlo. Il timore di perderla era schiacciante.
Il sabato mattina Bailey si svegliò più spossato del solito. La testa gli pulsava e gli sembrava che fosse ancora immerso in un mare di immagini frammentate e confusionarie. I sogni della notte erano stati particolarmente intensi e vividi, popolati da luoghi e persone che non riconosceva. Era abbastanza sicuro di aver sognato anche sua madre.
Fuori era buio. Il suo orologio da polso segnava le cinque e mezza. I suoi amici stavano tutti dormendo. Bailey si rigirò nel letto, cercando di riaddormentarsi, ma ogni volta che chiudeva gli occhi, le immagini del sogno tornavano a tormentarlo.
Alla fine, con un sospiro rassegnato, si alzò dal letto. Aveva bisogno di muoversi. Si vestì rapidamente e uscì dalla stanza, sperando che una passeggiata nei corridoi silenziosi di Hogwarts potesse offrirgli un po' di tranquillità.
Mentre camminava, gli venne l'idea di ammirare l'alba. Salì su alla Guferia, dove avrebbe avuto una visuale migliore.
«Ciao»
Bailey si fermò, stupefatto. Armistice era appoggiata a una delle finestre.
«Che ci fai qui?»
«Potrei farti la stessa domanda»
«Non riuscivo a dormire.»
«Nemmeno io»
«Sei venuta anche tu per guardare l'alba?»
Bailey si accostò accanto a lei e guardò l'orizzonte. Il cielo si stava tingendo di sfumature di rosa e arancio, il silenzio rotto solo dal dolce canto degli uccelli e dal lieve tubare dei gufi.
«Quando è così presto, il mondo sembra diverso» osservò Armistice.
«Già.»
Rimasero in silenzio, entrambi persi nella magnificenza del panorama.
«Sei strano, ultimamente. Si può sapere che hai?» chiese all'improvviso Armistice.
Bailey esitò. «Io? Niente» rispose, cercando di sembrare disinvolto, ma il suo tono tradiva una certa insicurezza.
Armistice non insistette. Bailey molleggiò sulle punte dei piedi, nervoso. Doveva dirglielo? Le parole gli si affollavano in testa, ma pronunciarle ad alta voce sembrava quasi impossibile. «In realtà...c'è una cosa che devo dirti» iniziò, incerto. «È...su di me. E su...mio padre.»
Armistice continuò a fissare l'orizzonte, impassibile.
«Non so nemmeno da dove cominciare...ma credo di essere il figlio di...William Burns.»
La sua voce si spezzò alla fine della frase, come se finalmente dare forma al pensiero lo rendesse ancora più reale.
«Lo so.»
Bailey sgranò gli occhi, incredulo. «Tu cosa?»
Armistice si voltò lentamente verso di lui. La sua espressione non tradiva alcuna emozione, solo una determinazione fredda. «Ricordo bene il volto dell'uomo che mi ha fatto questa» disse, indicandosi la cicatrice che attraversava la sua guancia. «E tu gli somigli davvero tanto.»
Bailey si sentì gelare. Non c'era rabbia nelle parole della ragazza, ma un distacco che lo ferì ancora di più. Ogni parte di lui avrebbe voluto negare tutto, tornare indietro e cucirsi la bocca. «Allora...allora mi odi?» chiese, temendo di conoscere la risposta.
«Perché dovrei?» lo sguardo di Armistice si perse di nuovo verso l'orizzonte. «Non è colpa tua. Nessuno si sceglie i genitori.»
«Credevo...credevo che mi avresti odiato...»
«L'unica persona che ho mai odiato nella vita è stato William Burns. Ed è morto. Tu hai già ampiamente dimostrato di non essere come lui. Mi basta sapere questo.» Armistice gli lanciò uno sguardo laterale. «Non smetterò di essere tua amica per questo, puoi stare tranquillo»
Le prime luci dell'alba illuminavano il cielo. In quel momento, tutto sembrava un po' più chiaro.
Bailey rientrò in camera con l'impressione che un peso enorme fosse stato sollevato dalle sue spalle. Si sdraiò di nuovo sul letto, prendendo sonno quasi subito.
Fu svegliato da Arthur. Aveva l'aria preoccupata. «Credo che tu te ne sia di nuovo andato a zonzo...» mormorò, stando bene attento a non farsi sentire dagli altri. «I tuoi vestiti...»
«Ah, no» lo rassicurò Bailey. «Mi sono svegliata presto e sono andato alla Guferia»
Arthur si fece sospettoso. «Alla Guferia? Per fare cosa?»
«Volevo vedere l'alba. Ho incontrato Armi...era lì per lo stesso motivo»
«Oh, capisco» disse Arthur, tutto a un tratto rabbioso. «Be', pare che io mi sia preoccupato per nulla»
Durante la colazione, Bailey non poté fare a meno di adocchiare Armistice. Alla consegna della posta lei ricevette una lettera. Quando finirono di mangiare, contro ogni previsione la ragazza venne al loro tavolo, diretta verso Bailey.
«E' successo qualcosa?»
«Che c'è?»
Arthur e Bailey si erano parlati sopra.
«Voglio mostrarvi una cosa» disse Armistice, facendo finta di nulla.
Gli mostrò la lettera che aveva ricevuto. Incuriosito, Bailey l'aprì.
Cara Armistice,
Sai quanto apprezzi e rispetti i tuoi talenti. Hai ereditato da tua madre le sue qualità migliori, e di questo non sarò mai abbastanza grato. Tuttavia, sei anche incredibilmente testarda, e purtroppo questa è una cosa che hai ripreso da me. Come ti ho già detto molte volte, non posso discutere con te dei miei casi. Ne va della tua sicurezza. Per quanto tu sia intelligente e perspicace, sei ancora troppo giovane. Dovresti pensare a divertirti, a vivere le esperienze che fanno i ragazzi della tua età (con la giusta moderazione, ovviamente). Avrai tutto il tempo per metterti alla prova.
Ricorda sempre: la pazienza è la virtù dei forti, e a un Auror non deve mai mancare. Perché, invece di arrovellarti il cervello su questioni che non ti riguardano, non ti concentri sui tuoi studi? I G.U.F.O. si stanno avvicinando, e sai quanto sia fondamentale ottenere quegli "Eccezionali", se vuoi davvero intraprendere questa carriera. E poi c'è il Quidditch: la prossima partita sarà decisiva. È essenziale che tu resti concentrata sui tuoi obiettivi, figlia mia. Lascia il resto a me.
Con affetto, Papà
«Avevi ragione» disse Armistice, guardando Arthur. «C'è davvero un altro mago oscuro dietro la storia delle sparizioni»
«E cosa ti ha convinta, esattamente?»
«Mio padre la pensa come te»
«Come fai a dirlo? Non c'è niente in questa lettera che lo faccia pensare!» protestò Arthur, controllandola di nuovo per assicurarsi di non essersi perso niente.
«Conosco mio padre» disse con semplicità Armistice, stringendosi nelle spalle.
«Be', ragione o non ragione, comunque non c'è molto che possiamo fare» disse Arthur, rimettendogli la lettera tra le mani in malo modo. «Sono affari degli adulti»
«Parli come se fossi un bambino»
Arthur le scoccò un'occhiataccia, che ad Armistice scivolò addosso.
«Potremmo indagare per conto nostro»
«Indagare?» obiettò sarcastico Arthur. «Ora sei tu che parli come se fossi una bambina. Non sei ancora una Auror, Armistice. Per quello dovrai aspettare qualche altro anno...»
«Dovremmo iniziare da Oakvale» riprese Armistice, ignorandolo.
«E come ci arriviamo?» chiese Bailey.
«Materializzandoci»
Arthur spostava lo sguardo da l'uno all'altra, gli occhi sgranati. «Puoi evitare di spalleggiarla?» rimbeccò a Bailey. «Inoltre nessuno di noi qui sa Materializzarsi!» aggiunse indignato, rivolto ad Armistice.
«Io sì.»
La bocca di Arthur si spalancò. «Stai mentendo» disse tagliente.
«Aspetteremo la prossima uscita per Hogsmeade. Ormai non dovrebbe mancare molto.»
«Perché? Non potremmo farlo subito?» disse Bailey.
«Perché non ci si può Materializzare o Smaterializzare nei confini di Hogwarts!» abbaiò irritato Arthur. «Questa cosa è folle! Che cosa pensate di fare, una volta lì? Mettervi a cercare il drago? Finirete ammazzati! Sempre che riusciate a trovare qualcosa...»
Bailey aggrottò la fronte. «Guarda che tu vieni con noi, Arti.»
«Assolutamente no! Non intendo partecipare a questa assurda caccia al mostro! E nemmeno voi dovreste! Ci sono un sacco di Auror che in questo momento stanno...»
Bailey fece il verso del pollo.
«E' inutile che ci provi, B.B.! Mi hai già fregato una volta con questa tattica!»
«D'accordo, allora ci andremo solo io e Armi...»
«Lei non sa neanche dove si trovi Oakvale!»
«Sì, invece. L'ho visitato una volta con mio padre.»
Arthur soffiava come un gatto arrabbiato. «E' una pessima idea.»
«Sei libero di non venire. Nessuno ti costringe.» disse con calma Armistice.
«Verrò!» Arthur balzò in piedi. «Qualcuno dovrà pur impedire che facciate qualche cavolata!»
«Bene» concluse Armistice. «Allora è deciso.»
Bailey non aveva mai atteso qualcosa con tanta trepidazione in vita sua. Non vedeva l'ora che venisse annunciata la data della prossima uscita a Hogsmeade, desideroso di andare all'avventura con Arthur e Armistice. Se fosse stato più lungimirante, probabilmente avrebbe valutato con attenzione i pro e i contro, e magari si sarebbe tirato indietro. Ma non era nella sua natura. L’impulso e la voglia di scoprire l'ignoto lo spingevano sempre in avanti, e quella volta non sarebbe stata diversa.
«E' pericoloso» continuava a ripetere Arthur come un disco rotto, nel tentativo di fargli cambiare. «Dovremmo lasciare che siano gli Auror a occuparsene!»
«Puoi sempre non venire» gli rispondeva a tono Armistice, e a quel punto Arthur metteva il muso e non parlava più.
Un pomeriggio di aprile accadde qualcosa che mise a dura prova i nervi già abbastanza provati di Bailey. Era una giornata sorprendentemente soleggiata, e dopo le lezioni, gli studenti si erano riversati nel parco per approfittare del raro bel tempo. Armistice, Bailey e Arthur si erano sistemati all'ombra di una grande quercia vicino al lago. L'atmosfera era tranquilla, con il riflesso del sole che scintillava sull'acqua calma. Arthur aveva portato con sé il suo album da disegno, pronto a catturare il paesaggio con i suoi schizzi.
«Perché non fai vedere ad Armi i tuoi disegni?» disse ad un certo punto Bailey.
Armistice, che stava osservando distrattamente dei ragazzi del primo anno che giocavano poco lontano, si voltò.
«No.» rispose imbronciato Arthur.
«Perché no? Dai, Arti, sono bellissimi! Non hai nulla di cui vergognarti!»
«Sono i miei disegni, B.B. Decido io a chi...no!» protestò Arthur, ma era già troppo tardi.
Bailey gli aveva strappato l'album dalle mani e lo aveva passato ad Armistice.
«Belli, vero?» disse Bailey con un sorriso, mentre lei sfogliava le pagine.
«Sono davvero notevoli» commentò disinvolta come sempre Armistice. «Specialmente questo» aggiunse, mostrando a Bailey il ritratto che Arthur gli aveva fatto.
«E' il mio preferito» disse compiaciuto Bailey.
Arthur era arrossito. «Posso riavere il mio album, adesso?»
«Solo se accetti di farmi un ritratto» disse Armistice. «Lo voglio senza cicatrice, però.»
Arthur si riprese l'album. «D'accordo! Sta ferma e guardami...» brontolò, iniziando a lavorare sul suo profilo.
Degli schiamazzi attirarono la loro attenzione. Un gruppo di studenti un po' più grandi si era avvicinato a quelli del primo anno. Bailey vide che uno di loro stava facendo volare un oggetto in aria, mentre un bambino del primo anno saltellava, cercando di recuperarlo.
A prima vista, sembrava che stessero giocando, ma il bambino non aveva l'aria di divertirsi affatto. Anzi, stava piangendo e supplicava il ragazzo di smettere.
«Non posso crederci» sibilò irritato Arthur, mettendo via l'album e alzandosi. «Ehi! Lasciatelo stare!»
Il ragazzo lo guardò. Poi con un colpo di bacchetta fece volare via l'oggetto, che finì inghiottito in mezzo al lago, e corse via insieme ai suoi compari.
«Brutti...!»
Arthur soffocò l'insulto, correndo verso i bambini. Armistice e Bailey lo inseguirono.
Il bambino singhiozzava nella manica. Arthur si chinò su di lui, preoccupato. «Va tutto bene?» chiese con dolcezza.
«No!» il bambino sollevò il volto rigato dalle lacrime. «Ha gettato via il mio amuleto...me l'aveva regalato la mamma...ora cosa le dico?»
«Non ti preoccupare» lo rassicurò Arthur. Si voltò verso il lago ed estrasse la bacchetta. «Accio amuleto!» urlò, dando una stoccata decisa col polso.
Non accade nulla. Il bambino riprese a piagnucolare.
«E' strano» disse confuso Arthur. «Dovrebbe venire su...»
«Forse è rimasto impigliato da qualche parte» osservò Armistice.
«Be'» disse Arthur, guardando il bambino. «Allora non ho scelta»
«Che vuoi dire?» disse perplesso Bailey.
«Vado a riprendere il suo amuleto»
«Sei impazzito?» squittì Bailey. «L'acqua sarà gelata! Arti, fai sul serio?»
«Certo che sì! Vuoi darla vinta a quelli là?» replicò deciso Arthur, sfilandosi la veste. «Sarà facile. Sono bravo a nuotare...»
«Il lago è profondo in quel punto» disse Armistice. «Sicuro di farcela?»
«Userò un incantesimo Testabolla, al massimo»
Arthur si tolse le scarpe e le sistemò ordinatamente accanto alla veste. Era rimasto solo con la camicia e i pantaloni. Appena entrò nel lago fu scosso da un violento brivido. «E' un po' freddina, in effetti» ammise, battendo i denti.
«Fai ancora in tempo a uscire» disse Armistice.
«Non ci penso nemmeno!»
Man mano che Arthur avanzava, il livello dell'acqua saliva. Quando gli arrivò alla vita, il ragazzo fece dei bei respiri e si tuffò. Riemerse immediatamente, boccheggiando, e cominciò a nuotare verso il centro del lago.
Bailey osservava la scena col fiato sospeso. Aveva davvero una brutta sensazione...
Raggiunto il punto in cui l'amuleto era scomparso, Arthur s'immerse. A quel punto calò il silenzio. L'unico suono che rimaneva era il mormorio dell'acqua che si frangeva delicatamente contro la riva, creando un'atmosfera di attesa tesa e palpabile.
Il tempo parve davvero fermarsi. Bailey sentiva il nervosismo crescere sempre più, come una morsa allo stomaco. Si voltò verso Armistice, cercando conforto nel suo sguardo. Ma lei, impassibile come sempre, non lasciava trasparire alcuna emozione.
«Quanto tempo pensi che ci metterà?» sussurrò Bailey, incapace di rompere del tutto il silenzio.
Armistice scrollò appena le spalle, mantenendo gli occhi fissi sul punto in cui Arthur si era immerso.
Bailey strizzò gli occhi, cercando di capire se sulla superficie dell'acqua si formassero delle bollicine. Erano una cosa buone, le bollicine. Voleva dire che Arthur stava ancora respirando...ma non vedeva nessuna bollicina...
«Credo...credo che dovremmo intervenire» disse agitato Bailey. «Sarebbe dovuto già riemergere per prendere aria...»
«Già» Armistice si grattò la guancia sana. «Credo che sia un buon momento per dirti che ho qualche problema con l'acqua...»
«Fai sul serio?» esclamò Bailey nel panico. «Non puoi usare qualche incantesimo?»
«Potrei provare ad Appellarlo, ma non credo funzioni sulle persone...»
«Merda!» urlò Bailey, cominciando a spogliarsi. «Merda, merda, merda...»
Scalciò via le scarpe e si lanciò di corsa verso il lago. L'impatto con l'acqua fu brutale, un colpo gelido che lo fece ansimare, come se fosse stato colpito da mille piccoli coltelli di ghiaccio. Ogni fibra del suo corpo protestava contro quella decisione, ma Bailey non si fermò. Si spinse avanti, ignorando il gelo che gli toglieva il respiro e i muscoli che gridavano dal dolore. All'improvviso sentì il terreno mancare sotto i piedi e venne risucchiato dal lago.
Il freddo lo paralizzò per un attimo, lasciandolo quasi stordito. Aprì gli occhi, cercando di orientarsi. Attraverso il torbido delle alghe vide una figura scura muoversi freneticamente sotto di lui.
Arthur.
Si dimenava disperatamente, intrappolato da qualcosa. Delle cose simili a rampicanti neri e sottili gli si erano avvinghiate al corpo, stringendolo come catene vive. Una di queste gli copriva il volto, impedendogli di respirare. Bailey si mosse per raggiungerlo, ma aveva finito l'ossigeno. Risalì in superficie, inspirando a pieni polmoni, poi si immerse di nuovo con determinazione. Nuotò verso di lui, il suono del suo cuore che gli martellava nelle orecchie, mentre il mondo sopra di loro sembrava ormai distante.
La figura di Arthur si faceva più chiara. Le cose che aveva scambiato per piante erano in realtà delle orribili creature dotati di lunghi e flessibili tentacoli. Ogni tentativo di liberarsi di Arthur sembrava solo stringerli di più attorno al suo corpo. Bailey nuotò con disperazione, ignorando il bruciore nei muscoli e la pressione crescente sul petto.
Giunto finalmente da Arthur, afferrò una la creatura che si contorceva attorno alla sua faccia e la strappò via con forza. Arthur lo guardò con occhi spalancati, tirando un respiro tremante attraverso l'acqua. Bailey continuò a strappare con mani tremanti, combattendo contro la stretta implacabile delle creature.
Quelle si avventarono su di lui. Lo afferrarono con forza, le loro dita viscide che si aggrappavano ovunque potevano. Il dolore era acuto, come se quelle mani fossero fatte di spine. Combattendo contro il panico, Bailey portò una mano alla cintura, cercando disperatamente la bacchetta. Le dita finalmente la sfiorarono, ma un'altra creatura gli si avvinghiò al braccio, tirandolo verso il fondo.
Bailey cercava di pensare, ma il suo cervello era bloccato. Non riusciva a ricordare nessun incantesimo. Doveva fare in fretta, prima che fosse troppo tardi per lui e per Arthur...
Tentò con l'Expelliarmus, sperando che funzionasse, ma dalla sua bocca uscirono solo grosse bolle, e la bacchetta non reagì. Ovviamente, era sott’acqua. "Stupido!", pensò tra sé, mentre il corpo di Arthur era scosso da spasmi sempre più deboli. Doveva fare qualcosa, e subito...
Bailey chiuse gli occhi, cercando di calmarsi, di mettere ordine nel caos che gli frullava in testa. Si sforzò di concentrarsi. Nel buio dietro le palpebre serrate, sentì una presenza accanto a sé, forte e opprimente, come se qualcuno o qualcosa lo stesse osservando. Un brivido gli percorse la schiena.
«Lascia fare a me» bisbigliò una voce nel suo orecchio.
Bailey spalancò gli occhi. Una nuova consapevolezza prese possesso di lui. Sapeva cosa fare.
Stringendo la bacchetta più forte che poteva, Bailey cercò di visualizzare chiaramente l’incantesimo che voleva lanciare. "Diffindo!" pensò con tutte le sue forze, immaginando le creature che lo trattenevano venire tagliate via.
Sentì una scossa attraversargli il braccio. Le creature che avvolgevano sia lui che Arthur si dispersero in un groviglio di bolle, lasciando dietro di loro scie nere. Bailey sentì il suo corpo alleggerirsi, libero dalla loro morsa. Era la sua occasione.
Afferrò Arthur, ormai privo di sensi, e con tutte le forze che gli rimanevano cominciò a nuotare verso la superficie, seguendo la luce che filtrava dall'acqua. Il freddo lo attanagliava e i muscoli gli dolevano, ma non poteva arrendersi. Le creature gli giravano attorno, pronte a colpire di nuovo. Con un ultimo disperato sforzo, batté i piedi più forte, spingendosi verso la salvezza.
Furono attimi di puro terrore, i peggiori della sua vita. I suoi polmoni si dilatavano fino allo spasmo, desiderosi di ossigeno. Il corpo molle di Arthur lo trascinava giù come un sacco di patate. Per un attimo, un pensiero assurdo e irrazionale si fece largo nella sua mente.
"Lascialo andare"
No, non poteva...
"Lascialo andare"
No...
"Lascialo andare, ho detto!"
Con uno sforzo disperato, Bailey infranse la superficie dell'acqua. Prese grandi boccate d'aria, l'adrenalina che gli scorreva nelle vene.
Tirò su Arthur e prese a trascinarsi verso la riva. Armistice era con le gambe a mollo. Fece per venirgli incontro, ma Bailey urlò: «Resta dove sei! Non posso salvare anche te!»
«Che cosa è successo?»
«Avvincini...ci hanno aggrediti»
Bailey non sapeva come facesse a conoscere il nome di quelle creature e, in quel momento, non aveva neanche la lucidità per chiederselo. L'unica cosa che contava era portare Arthur in salvo.
Fu un sollievo sentire di nuovo il terreno sotto i piedi. Bailey si mise un braccio di Arthur dietro il collo e arrancò verso Armistice. Lei lo aiutò a trasportarlo sul prato.
«E' svenuto» rantolò Bailey, adagiando il suo corpo sull'erba. «Credo...credo che dovremmo fargli la respirazione bocca a bocca...è così che si fa nei film...»
«Accomodati» disse Armistice.
«Non è il momento di fare gli schizzinosi!» replicò Bailey, ma lei assunse un'espressione eloquente che non lasciava spazio a dubbi. «E va bene...lo faccio io»
Bailey sventolò le mani, cercando di scaricare la tensione. Poi, con un profondo respiro, tappò il naso di Arthur e si chinò per baciarlo, soffiando aria nei suoi polmoni.
Lo fece per ben tre volte, ma Arthur continuava a non respirare.
«Non funziona, maledizione!»
Armistice puntò la bacchetta contro Arthur e mormorò: «Anapneo»
Arthur sussultò e socchiuse gli occhi, sputando acqua.
Bailey sollevò lo sguardo su Armistice, incredulo. «Non potevi farlo subito?»
«Non pensavo avrebbe funzionato» Armistice agitò la bacchetta. «Fossi in te gli farei di nuovo quella roba con la bocca. Ha ingoiato molta acqua»
«Giusto...»
Bailey tornò a chinarsi, baciando di nuovo Arthur. Lui sospirò, e Bailey sentì la sua lingua infilarsi nella sua bocca. Si staccò. «Mi ha infilato la lingua in bocca!» esclamò. «Credo che sia confuso...»
Armistice gli fece cenno di continuare. Bailey, sebbene riluttante, riprese la manovra e Arthur gli infilò nuovamente la lingua in bocca.
«L'ha fatto di nuovo! Non restare lì a fissarmi, Armi! Fa qualcosa!»
«Suppongo possiamo portarlo in Infermeria...anche se sembra che si stia riprendendo» disse con calma la ragazza.
In effetti, Arthur stava riprendendo colore. Un colore molto intenso; era praticamente bordeaux. Guardò Bailey e balbettò: «Mi...mi hai baciato...»
«Be', ti stavo facendo la manovra» spiegò Bailey, scostandogli i capelli appiccati sulla fronte. «Come ti senti? Riesci a respirare?»
«Non lo so...potresti riprovare con quella...manovra?»
«Te l'ho detto che è confuso» disse Bailey ad Armistice. «Gli è mancato l'ossigeno al cervello. Dovremmo portarlo da Madame Medler...»
Intorno a loro si era formata una folla di curiosi.
«Burns!» tuonò una voce.
Il professor Steelwart stava correndo nella loro direzione.
«Che diavolo è successo qui?»
Armistice si spostò per consentire al professore di inginocchiarsi accanto ad Arthur e controllare le sue condizioni. Bailey gli raccontò tutto, tralasciando il dettaglio della voce che aveva sentito in acqua.
Quando ebbe finito, Steelwart lo fissò con i suoi penetranti occhi neri. «Come facevi a sapere come affrontare gli Avvincini?»
Bailey esitò, preso in contropiede.
«Be'...li abbiamo studiati...»
«Non rientrano nel programma del primo anno» ribatté prontamente Steelwart con voce dura. «Così come l'incantesimo Diffindo. Per di più avrai dovuto eseguire l'incantesimo senza parlare, essendo sott'acqua...»
Bailey non sapeva cosa dire.
«Sei un ragazzo enigmatico, Burns» sibilò Steelwart. «Sembra che tu sappia più di quanto dia a vedere...Morgan, ce la fai ad alzarti?»
«Sì» borbottò Arthur, sollevandosi lentamente. «La mia bacchetta...»
«Immagino sia rimasta nel lago. Accio bacchetta!»
La bacchetta di Arthur schizzò via dal lago. Steelwart la prese al volo.
«Sessanta punti in meno per Grifondoro per la vostra avventatezza» disse, il volto contratto in una smorfia di disapprovazione. «Signor Morgan, posso comprendere l'ignoranza del signor Burns, ma non la tua. Tu sapevi degli Avvincini. Sono il motivo per cui non permettiamo agli studenti di farsi il bagno nel lago. Avete rischiato la vita per cosa? Un ninnolo? Vi consiglio di riflettere su quanto è successo. La prossima volta, pensate alle conseguenze delle vostre azioni prima di gettarvi in situazioni così pericolose. Signorina Hall, cinquanta punti a Serpeverde, per aver dimostrato un uso scaltro dell'incantesimo Anapneo. Probabilmente se non fosse stato per te, Morgan sarebbe morto. Voi due, con me, in Infermeria.»
Bailey e Arthur passarono l'intera nottata in Infermeria. Gli Avvincini avevano procurato ad entrambi parecchie tagli e un bello spavento, ma per il resto stavano bene. La mattina dopo vennero dimessi per ora di colazione. Con loro grande sorpresa, trovarono Armistice ad aspettarli seduta al tavolo di Grifondoro.
«Sedetevi» disse lei. «Fate finta di nulla»
«Tu non dovresti essere qui!» mormorò Arthur, intanto che prendevano posto accanto a lei.
«Stamattina sulla bacheca c'era l'annuncio della prossima gita a Hogsmeade.» proseguì con noncuranza Armistice. «E' tra una settimana.»
«Sei ancora dell'idea di farlo?» disse sottovoce Arthur. «Hai visto cos'è successo ieri? Riusciamo a malapena a tenere testa a degli Avvincini! Che speranze abbiamo contro un drago?»
«Parla per te» ribatté Armistice, servendosi del succo di zucca.
Arthur si arrabbiò. «Sentiamo, Armistice. Visto che sei così intrepida come mai non sei venuta tu a salvarmi?»
«Non sono brava a nuotare» riconobbe lei con un'alzata di spalle. «Ognuno ha i suoi punti deboli, no? Il mio è questo»
«E se il drago si nascondesse in un lago, ci hai pensato? Che cosa faresti allora?»
«Non ci sono laghi da quelle parti. E comunque i draghi non sanno respirare sott'acqua. Piuttosto...tu come facevi a sapere come affrontare gli Avvincini?» aggiunse la ragazza, rivolgendosi a Bailey.
Bailey si agitò sulla panca, a disagio. «Ecco...»
Armistice ed Arthur lo fissavano, in attesa.
«...non lo sapevo?» disse incerto Bailey. «Ho seguito l'istinto...»
«Ti capita spesso che l'istinto ti suggerisca di usare incantesimi che in teoria non dovresti conoscere?» incalzò Armistice. «Lo hai fatto anche quando ci siamo affrontati al Club dei Duellanti»
«Io...»
«Lascialo stare!» sbottò Arthur. «Che importa? Mi ha salvato la vita! Se non fosse stato per lui...»
«Importa eccome. Non è una cosa normale. Sopratutto per uno che è cresciuto tra i Babbani»
«Ehi, B.B.!»
Bailey si sentì toccare la spalla. Era Matthew. «E così hai salvato il nostro Arti da una situazione spinosa, eh?» sorrise. «L'hai capita? Perché gli Avvincini hanno le spine...» poi notò Armistice e inarcò il sopracciglio. «Hall» la salutò in tono sostenuto. «Credo che tu abbia sbagliato tavolo»
Lei si alzò e, senza dire una parola, se ne tornò dai suoi compagni Serpeverde.
Bailey non riuscì a focalizzarsi sulle lezioni quel giorno. Continuava a rimuginare sulle parole di Armistice. A malincuore, doveva ammettere che aveva ragione: non era normale riuscire a fare incantesimi senza averli mai studiati.
Forse aveva un talento innato per la magia, ma questo non spiegava come facesse a conoscere cose che, in teoria, avrebbe dovuto ignorare. Era come se certe conoscenze gli appartenessero da sempre, senza che lui sapesse come o perché.
Altre stramberie che si andavano ad aggiungere alla lista. Bailey cominciava quasi a pentirsi di essere venuto a Hogwarts; gli mancava sentirsi una persona normale.
A sera, dopo la lezione di Astronomia, raggiunse gli altri nella sala comune. Matthew aveva voglia di giocare, ma Bailey non era dell'umore. Salutò i suoi amici con la scusa di esser stanco e si ritirò su per il dormitorio.
Entrato in stanza, Bailey fu accolto da una brutta sorpresa: Twick, l'elfo domestico, era intento a smanettare con le sue cose. Per un attimo, Bailey pensò che l'avesse colto a frugare, e la cosa lo irritò non poco. «Che cosa stai facendo?» domandò brusco. «Twick mette a posto, padrone!» trillò l'elfo, visibilmente soddisfatto. «Il padrone è sempre stato disordinato...»
Bailey si rilassò leggermente. «Non te l'ho chiesto, Twick»
«Ma Twick lo fa lo stesso! Per Twick è un onore!»
Bailey osservò l'elfo mentre riordinava, canticchiando. Aveva già sentito quella melodia.
«Sei venuto a trovarmi in Infermeria»
«Twick era molto preoccupato, padrone! Appena ha saputo è corso subito! Twick si è preso cura di lui, com'è suo dovere...»
La porta si aprì e ne entrò Arthur. «B.B. ...oh» disse, vedendo Twick. «Ciao, Twick»
L'elfo si limitò a una smorfia, continuando a rassettare.
«L'hai chiamato per mettere a posto la tua roba?» disse Arthur, stringendo minaccioso gli occhi.
«Era già qui quando sono arrivato»
«Il moccioso dovrebbe imparare a mordersi la lingua» bofonchiò Twick. «Rivolgersi al mio padrone con quel tono...che impertinenza!»
«Sei tu quello che si deve mordere la lingua» lo rimbeccò Bailey.
L'elfo s'inchinò. «Come il padrone desidera! Twick non voleva mancare di rispetto...»
«Non fa niente» disse Arthur, sedendosi sul suo letto. «Twick, tu lavori nelle cucine, giusto?»
«Sì» borbottò contrariato l'elfo.
«Non dovresti essere lì, adesso?»
Twick non rispose.
«Come sei finito a Hogwarts?»
L'elfo ignorò la domanda.
«Rispondi, Twick. E voglio che tu sia educato!» gli ordinò Bailey.
La mascella di Twick ebbe uno spasmo. «Twick è venuto a lavorare a Hogwarts dopo che il suo padrone...Twick è stato costretto dalla sgualdrina!» si diede un colpo in testa col pugno. «Twick non voleva farlo, padrone...»
«Ti riferisci alla preside? Amelia Burke?» insistette Arthur.
Lui annuì. «Vile traditrice del suo sangue...»
«Twick...» disse lentamente Arthur. «Il tuo padrone...il tuo precedente padrone...era per caso William Burns?»
Bailey lo guardò e Arthur gli restituì lo sguardo. L'elfo digrignò i denti.
«Rispondi alla domanda, Twick» disse Bailey.
«Sì» disse con enfasi l'elfo.
«E' per questo che adesso servi B.B.? Perché è...suo figlio?»
Twick si colpì di nuovo in testa. «Sì!» esclamò, con un'espressione di frustrazione.
Nonostante Bailey se lo aspettasse, la conferma fu comunque dolorosa, un colpo che sembrò fargli vacillare il respiro per un attimo.
Arthur gli lanciò un'occhiata piena di comprensione e dispiacere, incapace di trovare parole che potessero lenire quella rivelazione. «Mi dispiace, B.B.» sussurrò.
Per un momento nessuno parlò.
«Ha senso» disse Arthur, spezzando il silenzio. «Quando William Burns è stato imprigionato, la Burke non poteva lasciare andare Twick. Era il suo elfo domestico, di sicuro sa cose che...be', molti non sanno. Così lo ha fatto venire a lavorare a Hogwarts per tenerlo d'occhio...e poi sei arrivato tu, e a quel punto lui ha trovato un nuovo padrone da servire...»
«Com'è successo?» chiese Bailey, accorgendosi di avere la voce tesa. «Mia madre...voglio dire, come si sono conosciuti i miei genitori? Tu lo sai?»
Twick fece uno strano scatto con la testa. «Il padrone aveva bisogno di un'eredità» disse soltanto.
«In che senso?»
«Il padrone aveva bisogno di un'eredità» ripeté l'elfo, colpendosi un orecchio, che sbatacchiò sulla sua faccia.
«Voglio sapere come si sono conosciuti lui e mia madre! Dimmelo, Twick!»
«Twick non lo sa, padrone!» piagnucolò l'elfo. «Non può rispondere a questa domanda!»
«Che diavolo vuol dire che non lo sai? Tu eri il suo elfo domestico!»
«Non credo che William Burns se lo portasse appresso quando doveva...be', vedersi con tua madre» intervenne Arthur. «Si sarà finto un Babbano...»
«Quindi è questo che faceva nel suo tempo libero, tra un omicidio e l'altro? Cercava donne Babbane da sedurre?» disse rabbioso Bailey.
«Il padrone aveva bisogno di un'eredità.»
«Sì, l'hai già detto!»
«Credo che intenda dire» disse piano Arthur. «che William Burns volesse un figlio. Ma perché?»
«Non certo per fare il padre!» esclamò Bailey. «E' sparito non appena ha saputo che mia madre era incinta...»
«Sì, esatto. Perché farlo? Se avere un figlio era il suo obbiettivo...a quale scopo andarsene?»
«Probabilmente ci ha ripensato. Aveva avuto ciò che voleva! E chi se ne frega del resto...»
«Ma gli avrà richiesto mesi di corteggiamento...per non dire anni. Tua madre non si sarà lasciata convincere subito...se era tutto pianificato...perché buttare all'aria tutto così di punto in bianco?»
«Chiediamolo a Twick. Lui lo conosceva meglio di chiunque altro, no? Allora, Twick, perché mio padre se l'è data a gambe appena ha scoperto che mia madre aspettava un figlio?»
L'elfo stava sudando. Si asciugò la fronte con il dorso della mano.
«Twick non lo sa, padrone...Twick lo giura...»
«Visto? Non c'è un motivo...ha semplicemente avuto paura»
Arthur si mordicchiò il labbro. «Forse non voleva farle sapere che era un mago? Tuttavia, anche così...a meno che...ma certo! Non voleva che si scoprisse! Come ho fatto a non pensarci subito? Hai detto che la professoressa Coleman è convinta che William Burns non abbia mai avuto figli! Ecco perché se n'è andato! Doveva restare un segreto!»
«E allora perché mi ha lasciato il suo cognome?»
«Be'...in effetti è stata una mossa stupida. Forse ci teneva troppo. I Burns sono una delle famiglie Purosangue più antiche. Se era un'eredità quella che William Burns stava cercando, non poteva permettere che tu prendessi un altro cognome...»
«Che cavolo è un Purosangue?»
«Sono maghi e streghe le cui famiglie sono composte esclusivamente da maghi per generazioni, senza nessun matrimonio o discendenza con persone non magiche.»
«Fantastico...non solo era un omicida, ma anche un razzista...»
«Non era così fissato o avrebbe scelto un'altra Purosangue per fare un figlio, te l'assicuro. Anche se a quel punto lo avrebbero saputo tutti. Ormai i Purosangue sono rimasti in pochi...però anche così...perché tenerlo nascosto?» Gli occhi di Arthur vagarono per la stanza, come in cerca di una risposta. «Non avrebbe cambiato nulla...»
«Ha importanza?» replicò Bailey.
«Forse...be', suona un po' assurdo, considerando di chi stiamo parlando...ma forse lo ha fatto per proteggerti»
«Proteggermi?»
«E' l'unica spiegazione che mi viene in mente. Era un criminale. Se il Ministero fosse venuto a conoscenza della tua esistenza ti avrebbero messo sotto stretta sorveglianza, per tenerti d'occhio. Fanno così con tutte le famiglie che hanno avuto o hanno legami con i maghi oscuri...»
Bailey si voltò verso Twick. «Tu che ne pensi?» disse sarcastico. «Secondo te mio padre l'ha fatto per "proteggermi"?»
L'elfo appariva piuttosto agitato. «Twick deve andare» disse in fretta, e sparì con un sonoro CRACK.
Bailey aggrottò la fronte. «Strano.»
«William Burns gli avrà fatto sicuramente giurare di non rivelare i suoi segreti a nessuno.»
«Nessuno lo costringe a tenere la bocca chiusa»
«E' qui che ti sbagli. Un giuramento tra il suo padrone e un elfo domestico è vincolante. Twick non potrebbe parlarne nemmeno se lo volesse. Inoltre non credo che William Burns sia stato così ingenuo...gli avrà modificato la memoria o roba del genere...per assicurarsi che non fosse una minaccia...»
«C'è un incantesimo che permette di modificare la memoria?» disse Bailey, stupefatto.
«Sì, e più abile è il mago più è difficile da aggirare. Di sicuro la Burke avrà provato anche questa strada...d'altronde era un Auror»
Bailey andò a dormire con mille pensieri che gli ronzavano in testa. Scoprire di essere davvero il figlio di William Burns, in un certo senso, aveva posto fine alla questione. Non poteva farci niente, punto. Era un fatto che doveva accettare, ma non per questo doveva lasciarsi definire da esso. L'importante era che non ci fossero altri legami a unirli, oltre quello del sangue. Bailey aveva ereditato alcune caratteristiche fisiche, ma la cosa finiva là. Per il resto, erano due persone ben distinte e separate.
Ci mise un bel po' a prendere sonno. Come sempre, i sogni tornarono a fargli visita. Vide sua madre in cucina, intenta a preparare i pancake. Si girò e gli sorrise. Bailey l'abbracciò da dietro. Era alto quanto lei, il che era strano...sua madre si sporse per dargli un bacio a stampo sulla bocca.
Bailey era confuso. Sua madre non l'aveva mai fatto. Intravide il suo riflesso nella finestra e vide un uomo, un uomo che gli somigliava, ma che non era lui...
Bailey aprì gli occhi. Una figura in ombra lo osservava, seduta sul suo letto. Stavolta non accese la luce. «Non sei reale» disse. «So che non lo sei.»
La figura si mosse appena, e a Bailey sembrò di scorgere un sorriso. Tornò a chiudere gli occhi, cercando di scacciare l'inquietudine, ma la sensazione di essere osservato non lo abbandonò.
Il giorno della gita a Hogsmeade arrivò più in fretta di quanto Bailey si aspettasse. Arthur era molto nervoso. «Non dovremmo farlo» borbottò, mentre scendevano nella Sala Grande.
«Fai ancora in tempo a ripensarci»
«Che state bofonchiando voi due?» disse Matthew.
«Niente di che...ad Arti non va di andare a Hogsmeade»
«Tu ci verrai, Arti, non cominciare a rompere»
A colazione, Arthur non toccò niente.
«Devi mangiare» disse Bailey.
«Non ho fame»
Dopo si misero in fila per uscire. Silas Burke li controllò uno per uno.
Quella mattina aveva di nuovo i capelli blu racchiusi in trecce e gli occhi viola. «Taylor...sì, puoi andare...Morgan, sì, ci sei...Burns» alzò gli occhi su di lui e lo fissò in modo penetrante. «Sì, sei a posto» disse infine, lasciandolo passare.
Arthur e Bailey si fecero da parte, aspettando che arrivasse il turno di Armistice.
«Ehi, non venite?» disse Matthew.
«Aspettiamo Armi» rispose Bailey. «Voi andate pure nel frattempo»
«Siete proprio diventati culo e camicia voi tre, eh» commentò Matthew, prima di allontanarsi con Oliver e Samuel.
«Siete pronti?» domandò Armistice, avvicinandosi.
«Per niente» disse Arthur.
«Puoi...»
«Io vengo con voi» la interruppe brusco Arthur.
«Bene.» disse Armistice. «Allora andiamo.»
Non si scambiarono una parola durante l'andata, ognuno perso nei suoi pensieri. Bailey sapeva che avrebbe dovuto dire qualcosa per spezzare la tensione, ma non gli veniva in mente nulla.
«Penso che siamo abbastanza lontani» disse ad un certo punto Arthur.
«Raggiungiamo Hogsmeade, per sicurezza. Avremo un alibi se ci facciamo vedere al villaggio» disse Armistice.
«Giusto» mormorò Arthur.
Una volta a Hogsmeade, Armistice li condusse oltre I Tre Manici di Scopa, in dei vicoli interni poco battuti. Si muoveva con disinvoltura, come se conoscesse bene quelle strade. «Qui va bene» disse all'improvviso.
Si fermò e gli porse il braccio.
«Sei sicura di riuscirci?» chiese ansioso Arthur. «Siamo due persone da portare...non voglio Spaccarmi!»
«Che significa?» indagò preoccupato Bailey.
«Non ti Spaccherai» lo rassicurò Armistice, ignorando la domanda.
Arthur continuava a essere titubante.
«L'ho fatto un sacco di volte» insistette Armistice, con una nota d'impazienza nella voce. «Avanti.»
Arthur poggiò lentamente la mano sul suo braccio. Lei guardò Bailey, in attesa.
Lui le afferrò il gomito. Percepì il suo corpo dissolversi, come se le sue molecole si disperdessero nell’aria, lasciando una sensazione di vuoto. Il contatto con il mondo fisico si allentò, e la gravità e il peso scomparirono. Durò solo un attimo, poi tutto si riassestò, tornando alla normalità. Lo colse il sollievo. Era andata molto meglio delle ultime volte. Non aveva neanche la nausea...
Al suo fianco, Arthur vomitò.
«E' normale» disse Armistice. «Anche a me la prima volta è successo.»
Bailey carezzò la schiena di Arthur. Lui si raddrizzò, passandosi la manica sulla bocca.
Il villaggio era formato da case dai tetti spioventi che sembravano uscite da una fiaba, con giardini curati nei minimi dettagli. Risultava perfino più incantevole di Hogsmeade.
«E' carino» commentò Bailey.
«Dove vuoi andare?» domandò Arthur.
Armistice ci rifletté su. «Nel villaggio hanno sentito strani rumori provenienti dalle montagne. Dovremmo iniziare da lì.»
«Sei pazza? Non possiamo allontanarci così tanto! E se succedesse qualcosa?» protestò Arthur. «A chi chiederemo aiuto?»
«Che cosa ti eri immaginato, esattamente? Che ci saremmo fatti un giro turistico?»
«Una cosa del genere! B.B., dille qualcosa tu!»
Entrambi si voltarono verso di lui.
«Ecco» esordì Bailey, a disagio. «Ormai siamo qua, no? Tanto vale andare fino in fondo...no?»
Arthur alzò gli occhi al cielo.
«Prendetemi il braccio.» disse Armistice.
«E' una sciocchezza!»
«Allora resta. B.B., prendi il mio braccio»
Arthur e Bailey tornarono ad afferrare il suo braccio. Bailey avvertì di nuovo il mondo vorticare su sé stesso. Quando riaprì gli occhi, vette innevate si ergevano imponenti verso il cielo limpido e azzurro, quasi a toccare le nuvole. Le cime delle montagne erano frastagliate e bianche, ricoperte da strati di neve che scintillavano sotto il sole. L'aria era fresca e pura, con una fragranza leggera di pini e terra umida.
«E adesso?» chiese nervoso Arthur. «Fa anche freddo» aggiunse, stringendosi nella giacca.
«Adesso cerchiamo il drago» disse Armistice, avviandosi.
Non si prospettava come un'impresa da poco; quelle montagne erano immense. Presero un sentiero che serpeggiava verso l’alto. Giunti in cima, Bailey si fermò; era un punto di osservazione perfetto per ammirare la vastità del paesaggio. «Vale la pena essere venuti solo per questo» disse con un sorriso.
Arthur non condivideva il suo entusiasmo; la salita lo aveva già provato. Armistice affiancò Bailey, guardandosi intorno. «Giù!» bisbigliò tutto a un tratto, tirando con sé i due ragazzi.
Si nascosero dietro una roccia. Bailey udiva delle voci. Si affacciò; due adulti stavano risalendo il pendio sotto di loro, a circa un chilometro di distanza.
«Pensi che riusciremo mai a trovarlo? E' da più di una settimana che gli stiamo dando la caccia...»
«Non fare così. Il capo è convinto di sì, e raramente si sbaglia.»
«Mi fanno male le caviglie...»
«Non ricominciare a rompere, Apollonius. Ci siamo già riposati. Se ci beccano a battere la fiacca ci faranno una lavata di capo»
«Auror» disse a bassa voce Armistice. «Siamo sulla strada giusta.»
Li seguirono, tenendosi accucciati per non farsi vedere. Dopo un po' i due uomini raggiunsero una specie di piccola valle, dove era stato allestito un modesto accampamento con delle tende.
«C'è praticamente tutto il quartier generale degli Auror!» sussurrò nel panico Arthur, fissandolo con occhi sgranati. «Non c'è modo di aggirarlo senza essere visti!»
«Sì, invece» replicò Armistice, guardando un sentiero che si snodava intorno all'accampamento.
«E se ci imbattiamo in altre sentinelle?»
«Faremo attenzione»
Addirittura Bailey la trovava una mossa rischiosa; la strada sterrata non offriva molti ripari, ma Armistice lo imboccò rapida e a lui ed Arthur furono costretti a seguirla per non rimanere indietro. Mentre giravano intorno alla valle, Bailey teneva d'occhio l'accampamento. Arthur non aveva esagerato; c'erano davvero tanti Auror. Bailey ne contò almeno una ventina.
Dovevano essersi radunati tutti nell'accampamento, perché sul percorso non incrociarono nessuno. O forse furono semplicemente fortunati. Fatto sta che camminarono per un bel po', lasciandosi la valle alle spalle. Bailey cominciava ad avvertire un formicolio alle gambe per lo sforzo e gli faceva male la schiena a forza di star piegato. Armistice invece si muoveva con l'agilità di una gazzella. Arthur, dietro di loro, annaspava, rosso in volto, cercando di stargli dietro. «Possiamo fermarci un attimo?» chiese d'un tratto.
«No, è troppo pericoloso» disse Armistice, poi sollevò una mano.
Bailey e Arthur si bloccarono.
«Che succede?» domandò Bailey.
Armistice non rispose. I due ragazzi le si affiancarono. Di fronte, si spalancava una grotta che sembrava un'ombra gigantesca nella montagna, inghiottendo la luce del giorno. Le rocce attorno all'entrata erano irregolari e scure, coperte da muschio umido.
«Non vorrai mica entrare lì dentro, vero?» disse incerto Bailey.
«Vedi quella?» disse Armistice, indicando qualcosa per terra.
Somigliava a cacca di cavallo, solo molto, molto più grossa. Si avvicinarono. Puzzava terribilmente. Bailey si coprì il naso.
«Bleah! Che schifo»
«E' sterco di drago» disse Armistice. «Probabilmente è rintanato nella grotta»
«E' impossibile» ribatté Arthur. «Non siamo molto lontani dall'accampamento. Di sicuro hanno già controllato...»
«Forse.» Armistice si accostò all'entrata, scrutandovi all'interno. «Io vado» disse. «Voi potete rimanere qui se non ve la sentite.»
«Non ti lasciamo da sola!» replicò con decisione Arthur.
Entrarono. La grotta si estendeva per metri, un tunnel cavernoso che sembrava non avere fine. Le pareti di roccia erano levigate dal tempo, con massicce stalattiti che pendevano dall'alto, minacciose. L'aria all'interno era fredda e carica di umidità, facendo condensare in lievi nuvolette di vapore ogni respiro.
Lo spazio era imponente, abbastanza vasto da farci passare tranquillamente un drago. Le volte si alzavano in archi naturali, come se la montagna stessa avesse scavato quel luogo per ospitare creature colossali. Man mano che avanzavano, l'oscurità si faceva sempre più fitta, tanto da costringerli ad accendere le bacchette.
Gli unici suoni erano gli echi dei loro passi e il monotono gocciolare dell’acqua che si infrangeva sulla roccia, creando una melodia sottile e costante, quasi ipnotica.
Dopo un po', sbucarono in un'enorme rientranza. La volta sopra di loro era altissima, appariva come un cielo notturno senza stelle. Il pavimento era irregolare, disseminato di formazioni rocciose e pozze d’acqua stagnante che riflettevano debolmente la luce delle bacchette. Al centro c'era un lago gigantesco, una macchia d'inchiostro scuro che si perdeva a vista d'occhio.
«E meno male che non dovevano esserci laghi» disse con sarcasmo Arthur.
Armistice lo ignorò, troppo intenta a studiare la zona. «Non c'è abbastanza spazio» sentenziò dopo un attimo. «Il drago non potrebbe mai stare qui, a meno che non sappia respirare sott'acqua...»
«Non possono farlo, giusto?» chiese nel dubbio Bailey.
«Torniamo indietro»
Fecero per voltarsi, ma in quel momento un rumore proveniente dal lago attirò la loro attenzione. Delle bolle si stavano affacciando sulla superficie.
«Che cos'è?» squittì terrorizzato Arthur.
La speranza di Bailey che si trattasse solo di un piccolo Avvincino morì nell'istante in cui una grossa massa emerse dal lago. L'acqua si increspò violentemente e il drago si sollevò maestoso, occupando quasi l'intera grotta. Le sue scaglie scure brillavano debolmente alla luce delle bacchette, riflettendo colori metallici e inquietanti, mentre il suo corpo sinuoso si snodava con grazia.
Le sue ali, ripiegate lungo i fianchi, erano immense, con membrane sottili e traslucide che si tendevano appena sotto il peso del suo possente corpo. Ogni movimento del drago faceva tremare la caverna, e il suono del suo respiro profondo rimbombava sulle pareti. Gli occhi della creatura, due fessure dorate e penetranti, si posarono su di loro, e Bailey sentì il gelo della paura corrergli lungo la schiena.
Il drago emanava un odore particolare, pungente, come di carne andata a male. Quando si chinò verso di loro, entrando nel cono di luce delle loro bacchette, Bailey trattenne il respiro. La vista davanti a lui era ancora più terrificante dell'odore.
La pelle del muso della creatura era lacerata e aperta in più punti, come se fosse stata dilaniata. Le ferite, ormai infette, suppuravano un liquido scuro e viscido che colava lentamente lungo le squame. Alcune zone erano gonfie e deformate, segni di un'infezione che non sembrava guarire, mentre altre erano coperte da uno strato sottile di croste necrotiche.
Il drago emise un cupo brontolio, mostrando una sfilza di zanne appuntite. Gli sarebbe bastato sparare una fiammata per incenerirli...
«Be', lo abbiamo trovato» disse Bailey, la voce più acuta di quanto si aspettasse. «Ora credo proprio che dovremmo andare»
Ma nessuno osò muoversi, troppo intimorito dalla creatura. Il drago si limitò a fissarli. Bailey aveva la curiosa sensazione che li stesse esaminando, o forse era in attesa di una loro reazione. Poi, senza preavviso, il drago ruggì, un suono acuto e assordante che fece tremare la caverna, spezzando il silenzio con violenza.
«Via!» urlò Armistice.
Bailey reagì d'istinto, girandosi appena in tempo per sentire le zanne della bestia chiudersi a pochi centimetri dal suo capo. L'aria intorno a lui vibrò per il colpo, e il fragore delle mascelle che si chiudevano risuonò nella caverna come un colpo di tuono. Il cuore gli martellava nel petto, e senza pensarci oltre, si lanciò in una corsa disperata, sentendo il calore e l’odore opprimente del drago incombere alle sue spalle.
«Se spara una fiammata usate l'incantesimo Protego!» gridò Armistice, il tono che lasciava trasparire un certo terrore.
Il drago ruggì di nuovo. Li stava inseguendo. Il terreno vibrava sotto i loro piedi, facendoli incespicare. Piccoli pezzi di roccia piovevano giù, e la polvere si sollevava in una nube densa che offuscava la vista e li faceva tossire.
Bailey si ritrovò a pensare che se fossero riusciti a uscire da lì indenni sarebbe stato un miracolo. Avvertì il fuoco raggiungerlo poco prima che varcassero l'uscita. Si buttò a terra e urlò: «Protego!»
La fiamme lo circondarono, tuttavia la barriera resse il colpo. Bailey si voltò in fretta per controllare che fine avessero fatto Arthur e Armistice; erano a qualche metro da lui, proni a terra, ma ancora vivi.
All'attacco seguì un altro ruggito. Il drago passò sopra di loro, evitando per un soffio di calpestarli. Una volta all'aperto, dispiegò le grandi ali e si rivoltò su sé stesso, pronto a fronteggiarli.
Non c'era possibilità che ce la facessero a tenergli testa. Sarebbero morti lì, senza possibilità di salvezza...
Armistice balzò in piedi, puntando la bacchetta contro di lui. Colpì la belva all'occhio con un incantesimo. Il drago ruggì di nuovo, sbattendo la coda contro il terreno.
La ragazza gli fece cenno di ricominciare a correre. Bailey non se lo fece ripetere. Le creatura agitò la testa, cercandoli furiosamente. Il suo occhio sinistro sanguinava copiosamente. Vomitò un'altra fiammata, che per poco non investì Bailey. Lui non si fermò, conscio che se lo avrebbe fatto non ci sarebbe stato scampo.
Cominciarono a risalire il pendio. Dovevano arrampicarsi, e in fretta. Bailey avvertiva letteralmente il fiato del drago sul collo. Armistice aveva guadagnato un piccolo vantaggio, ma non sarebbe bastato a fermarlo...
E poi li videro. Uno squadrone di Auror correva verso di loro. A guidarli c'era un uomo avvenente, con occhi profondi e scuri, i capelli neri che gli ricadevano sulle spalle leggermente scompigliati. «Colpitelo!» abbaiò.
Una serie di incantesimi si abbatterono sul drago. La bestia ululò, forse in preda al dolore. Si sollevò in volo.
«Non lasciatelo scappare!» strillò l'uomo.
Troppo tardi. Il drago gli passò sopra le teste, sputando una vampata e costringendoli a ricorrere all'incantesimo Scudo, virò e si allontanò verso l'orizzonte.
«No! Maledizione!» sbraitò l'uomo.
«Capo! Guardi!»
Uno degli Auror indicò Bailey, Arthur e Armistice. Gli occhi dell'uomo si spalancarono. «Armistice?» sussurrò.
«Lo conosci?» disse atterrito Arthur.
«E' mio padre» rispose tesa la ragazza.
Furono scortati all'accampamento. James Hall non pronunciò una parola per tutto il tempo, ma Bailey poteva avvertire distintamente ondate di collera provenire da lui. Aveva l'impressione che non se la sarebbero cavata solo con una ramanzina, ma perlomeno erano ancora vivi...
Un uomo anziano coi capelli bianchi gli corse incontro, trafelato, accompagnato da una ragazza. «James! Che cosa è successo?»
«Era il drago, come avevamo immaginato» disse James Hall.
«Lo avete...?»
«No. È riuscito a scappare.» James Hall si rivolse alla ragazza. «Charlotte, va col professor Gible. Dedra ed Anthony vi porteranno sul posto. Non dovrebbero esserci altri pericoli.»
La ragazza annuì.
«Dove si nascondeva?» chiese il professor Gible.
«In una grotta, non molto lontano da qui»
«Ma l'abbiamo visitata centinaia di volte! Come ha fatto a...»
«E' quello che intendo scoprire» lo interruppe James Hall, lanciando un'occhiata a sua figlia.
Con un gesto secco della testa, indicò ai ragazzi di seguirlo. Li condusse fino a una tenda, dove furono costretti a chinarsi per entrare. Bailey rimase a bocca aperta: l'interno si presentava come un piccolo appartamento dallo stile moderno. «Come...» balbettò, ma si fermò, realizzando che stava per fare una domanda stupida. Era ovvio che fosse opera della magia.
«Sedetevi» ordinò James Hall, accennando al divano.
I ragazzi obbedirono. L'uomo prese posto su una poltrona di fronte a loro. Era molto minaccioso.
«Voglio che mi raccontiate tutto quello che è successo»
«Prima potresti offrirci una tazza di tè. Siamo quasi morti lì fuori.» replicò prontamente Armistice.
«Lo so bene!» sbottò James Hall, scattando di nuovo in piedi e facendo sussultare Arthur. «Non sarebbe mai successo se tu mi avessi dato ascolto! Come ti è venuto in mente?»
«Volevo solo aiutarti»
«Aiutarmi? Mettendo in pericolo tu e i tuoi amici? Se non fossimo arrivati...»
«Credevo di farcela»
«Non ti ho insegnato nulla in questi anni? Mai sottovalutare un nemico! Un drago, Armistice! Una delle creature più pericolose al mondo, perfino per un gruppo di maghi ben addestrato! Cosa pensavate? Che sarebbe scappato vedendovi agitare le bacchette?»
«Eravamo preparati»
«Non mi pare proprio!»
«Sono riuscita a colpirlo in un occhio!» obiettò Armistice, alzando un po' il tono.
«E cosa hai ottenuto? A parte farlo arrabbiare ancora di più» suo padre sospirò, accarezzandosi i baffi. «E a dire che sei una ragazza sveglia! Immagino che tu abbia seguito le briciole di pane lasciate da Theodore Holmes...»
«Sì» disse con rabbia Armistice.
«Grazie a lui abbiamo un sacco di ficcanaso in mezzo ai piedi di cui occuparci...ma non avrei mai immaginato che uno di loro sarebbe stata la mia stessa figlia! Hai una vaga idea della figura che mi hai fatto fare? Questa tua azione sconsiderata minerà la mia reputazione!»
Armistice tacque, stringendo i pugni.
«Devo sapere cos'è successo» ripeté James Hall, cercando di riprendere il controllo. «E non tralasciate nessun dettaglio!»
Armistice iniziò a raccontare, la sua voce ferma e precisa, come se stesse leggendo a suo padre il rapporto di una missione. Improvvisamente, lui la fermò.
«Il drago era nascosto nel lago?»
Armistice annuì.
«Abbiamo controllato quella grotta diverse volte nelle ultime settimane» disse pensieroso James Hall. «Ma non abbiamo nessuna traccia che potesse...tuttavia, se è arrivato dal lago...» si accarezzò di nuovo i baffi, grattandosi la barba sfatta. «ma l'acqua lì è molto profonda...non avrebbe potuto trattenere il respiro così a lungo...»
«A meno che non avesse bisogno di ossigeno» osservò Armistice.
Suo padre la guardò. «Che vuoi dire?»
«Puzzava di cadavere» spiegò Armistice. «Era pieno di ferite, come se si stesse decomponendo»
«Stai suggerendo che era una specie di zombie?» disse incredulo Arthur.
«Spiegherebbe come abbia fatto a rimanere sott'acqua per così tanto tempo. Inoltre gli Schiantesimi che gli avete lanciato non hanno avuto effetto. È strano, no? Per quanto grosso, sarebbe dovuto crollare a terra...»
James Hall era perso nelle sue riflessioni. «Ha senso...inoltre un drago normale non si sarebbe mai comportato come ha fatto lui...ma se è controllato da qualcuno...»
«E' evidente che sia solo un pupazzo. Magari è stato mandato qui per distrarvi, mentre chi lo guida agisce indisturbato...»
James Hall tornò a sedersi sulla poltrona.
«Probabilmente è la stessa persona che ha ucciso William Burns» continuò Armistice. «Un mago oscuro pronto a prendere il suo posto»
«Sì» James Hall chinò appena il capo. «Potrebbe essere uno dei suoi seguaci, interessato a proseguire la sua opera...»
Calò il silenzio.
«Un motivo in più per tenerti lontana da questa storia» sentenziò infine James Hall, fissando cupo sua figlia.
«Io voglio aiutarti!» ribatté con forza Armistice.
«Hai già fatto abbastanza. Vi riporterò a scuola e chiederò ad Amelia Burke di tenervi d'occhio» l'uomo scrutò Arthur e Bailey. «Non vi ho chiesto come vi chiamate, ora che ci penso. Armistice non mi parla molto di quello che succede a scuola...»
«Sono Arthur Morgan» si presentò timidamente Arthur.
«Morgan...ma certo, sei il figlio di Vivienne. Tua madre non sarà contenta quando lo verrà a sapere, ragazzo mio...e tu, invece?» le pupille di James Hall si strinsero mentre studiava Bailey.
Lui deglutì. «Bailey.»
«Bailey e...?»
«Ecco...» il ragazzo si agitò. «Burns.»
«Burns» gli fece eco James Hall, rigido. «Un cognome interessante, il tuo» poi si voltò verso sua figlia. «Andiamo.»
Si alzò e gli porse la mano.
«Io posso aiutarti» insistette decisa Armistice.
«No. Tu torni a scuola» disse secco suo padre. «Avanti»
Armistice prese la sua mano, visibilmente irritata. Arthur e Bailey la imitarono.
Erano di nuovo davanti al cancello della scuola. Bailey non era mai stato tanto felice di rivedere Hogwarts. Attraversarono il prato ed eccoli lì, al sicuro tra le mura del castello. Presero a salire. Bailey immaginò che fossero diretti al settimo piano, verso l'ufficio della preside...
«Dovrebbero esserci delle misure di sicurezza» bofonchiò James Hall. «In questo modo chiunque può entrare e uscire...»
«Burns!» tuonò una voce.
Si voltarono. Alaric Steelwart gli stava venendo incontro a passo svelto.
«Che cosa...» si bloccò nel vedere James. «James?» disse sorpreso.
«Alaric» disse lui. «I ragazzi sono con me»
«Lo vedo. Dovrebbero trovarsi a Hogsmeade» Steelwart lanciò un'occhiata penetrante a Bailey. «Credevo stessi indagando sulla sparizione di Lovegood a Oakvale...»
«Infatti. Finché la mia sciocca figlia e i suoi amici non hanno deciso di fare di testa loro...sono quasi morti.»
«Abbiamo trovato il drago, no?» replicò Armistice in tono di sfida.
«Voi...cosa?» balbettò scioccato Steelwart.
«Hanno approfittato della gita a Hogsmeade per Materializzarsi al villaggio e cercare il drago...a quanto pare, sono riusciti dove noi abbiamo fallito.»
Steelwart era senza parole.
«Devo parlare con la preside. E' qui?»
«Sì, è nel suo ufficio. Seguitemi.»
Steelwart li guidò lungo il corridoio.
«Pensavo che il vostro lavoro comprendesse anche tener d'occhio gli studenti, Alaric»
«Non siamo onniscienti, James. Non possiamo controllare le mosse di ogni singolo studente.»
Erano arrivati di fronte la statua dell'aquila.
«Perpetuo» disse Steelwart.
La statua si animò, lasciando esposta la porta. Steelwart picchiettò una sequenza con la bacchetta e quella si aprì. Mentre le scale mobili li portavano su, Bailey udì Amelia Burke parlare con qualcuno.
«...è un gioco pericoloso quello che stai facendo, mia cara»
«Non ho scelta. Le alterative...»
Amelia s'interruppe nel sentirli arrivare. Quando sbucarono nell'ufficio, Bailey notò che non c'era nessuno, a parte la preside. Amelia Burke li guardò accigliata. «James» lo accolse. «Che cosa ci fai qui?»
«Siediti, dobbiamo parlare»
Amelia Burke non se lo fece ripetere. James Hall le riportò nei dettagli ciò che era successo. Lei si limitò ad ascoltare.
«Mia figlia è quasi morta, là fuori, Amelia» concluse James. «E tutto perché non l'avete sorvegliata come dovevate...»
«Non sapevamo di dover sorvegliare tua figlia, James» disse con calma Amelia Burke. «Finora non ha mai creato problemi, o sbaglio, Alaric?»
«No, per niente» confermò Steelwart. «Forse è colpa dell'influenza delle sue nuove...amicizie.»
«Non abbiamo fatto niente!» disse con enfasi Arthur. «L'idea è stata sua...»
«Grazie, signor Morgan» lo bloccò con voce decisa Amelia Burke. «Come ben sai, James, facciamo il possibile per tenere i nostri studenti al sicuro, ma non sempre possiamo prevedere le loro intenzioni...io, per esempio, non ero al corrente che Armistice sapesse Smaterializzarsi. Se tu me l'avessi detto, non le avrei permesso di andare a Hogsmeade.»
James Hall arrossì leggermente, colto in flagrante. «Devi tenerli separati» disse. «E controllarli.»
«E' quello che farò, te l'assicuro.»
«Devo poter dormire sogni sereni, Amelia. Ho già troppe cose a cui pensare...l'ultima cosa che voglio è dover ritirare Armistice da scuola.»
«Non ce ne sarà bisogno. Non si ripeterà. C'è altro di cui vuoi discutere?» «Sì...in privato»
«Alaric, saresti così gentile da accompagnare la signorina Hall e i suoi compagni ai rispettivi dormitori?»
«Avanti, voi tre. Avete combinato abbastanza guai per oggi.» disse imperioso Steelwart.
Li scortò fino alla sala comune di Grifondoro. Non appena furono rimasti soli, Arthur esplose. «L'avevo detto che non era una buona idea!»
«Pensi che ci terranno separati, d'ora in poi?» chiese preoccupato Bailey.
«Be', noi due è un po' difficile, siamo nella stessa Casa...ma Armistice? Sicuro. D'altronde è stata sua l'idea.» Arthur sospirò, lasciandosi andare su una poltrona. Gli tremavano le mani. «Siamo vivi per miracolo...aspetta che lo venga a sapere mia madre! Oh, non posso credere di essere stato così stupido...»
Bailey si sedette accanto a lui. L'idea di non poter più parlare con Armistice gli faceva venire il magone allo stomaco. Poteva solo sperare che Amelia Burke lasciasse correre quella faccenda.
Il giorno dopo Arthur ricevette a colazione una lettera. Mentre la leggeva, il suo sguardo divenne sempre più cupo. Alla fine la lasciò andare sul tavolo con un gesto stizzito.
«Cattive notizie?» chiese Bailey.
«E' mia madre» rispose lui. «Dice che se combino qualche altro casino mi ritira da scuola»
«Pensi che lo farà sul serio?»
«No» Arthur infilzò con rabbia una delle salsicce nel suo piatto. «Per lei è troppo importante che mi diplomi...non mi ha chiesto nemmeno come sto»
«E' solo arrabbiata»
Le speranze di Bailey che la preside non prendesse provvedimenti ebbero vita breve. Dovunque andasse aveva l'impressione di essere osservato. Forse era solo una sensazione dettata dalla paranoia, ma più volte incrociò Silas Burke, appostato negli angoli sotto le mentite spoglie di gatto.
Addirittura i professori sembravano tenerlo d'occhio. Steelwart fu più duro del solito quel giorno con lui, e perfino Spellman sembrò un po' freddo nei suoi confronti. Nel pomeriggio Bailey andò in biblioteca con Arthur per fare i compiti. Si erano appena seduti, quando Armistice sbucò da dietro uno scaffale.
«Non dovresti essere qui!» la rimbeccò subito Arthur.
Lei lo ignorò e si sedette. «Dobbiamo capire chi sta controllando quel drago» disse.
«Noi non dobbiamo fare un bel niente» sibilò Arthur. «Ci farai espellere!»
«Hai qualche idea?» chiese Bailey, beccandosi un'occhiataccia.
«E' qualcuno che conosceva William Burns.»
«Qualcuno che aveva un conto in sospeso?»
«Avrebbe potuto trovare altri modi per vendicarsi. Quel drago è vittima di qualche Magia Oscura. Una potente. Chiunque sia è un mago o una strega di grande talento. Mio padre sospettava che...»
«Voi tre!» tuonò una voce.
I ragazzi si girarono. Il Bibliotecario li fissava arcigno.
«Non dovreste essere qui!»
«Ho tutto il diritto di venire in Biblioteca» replicò gelida Armistice.
«Non per metterti a confabulare con i tuoi amichetti!» L'anziano mago si avvicinò, digrignando i denti giallastri. «Sparite prima che faccia rapporto alla preside!»
«Ci scusi» disse in fretta Arthur, prendendo i libri. «E' lei che...»
Ma prima che potesse finire, Armistice si alzò e si allontanò.
Dopo cena Bailey ed Arthur si ritirarono nel dormitorio. Bailey aveva mal di testa. Ascoltò distrattamente le chiacchiere dei suoi compagni, ma non partecipò molto alla conversazione, finché non arrivò l'ora di andare a dormire. Poggiare la testa sul cuscino fresco gli diede un po' di sollievo. Si sentiva come se avesse la febbre. Chiuse gli occhi, sperando che con una buona notte di riposo sarebbe passato.
Sognò di camminare lungo un corridoio. Era ancora a Hogwarts, ne era certo, eppure aveva la spiacevole sensazione di non avere il controllo sul proprio corpo. Dove stava andando?
Il corridoio era familiare. Ci era già stato. Svoltò in un angolo e quasi andò a sbattere contro qualcuno, una ragazza dai capelli rossi...
Fu come riprendere i sensi all'improvviso. Bailey sbatté le palpebre, perplesso, mentre un brivido lo attraversava da capo a piedi.
«B.B.?»
Era Tulip. In mano stringeva una specie di vecchia pergamena. Sembrava sorpresa quanto lui di trovarlo lì. Bailey si osservò attorno, confuso.
«Che ci fai qui?» chiese la ragazza. «E da quando sai diventare invisibile?»
«Come?»
Bailey tornò a guardarla, più smarrito che mai.
«Eri invisibile» ripeté Tulip, aggrottando la fronte. «Ti ho visto che stavi arrivando dalla mappa, ma...be'» studiò la pergamena. «quando hai girato l'angolo non riuscivo a vederti...»
«Io...» esordì Bailey, non sapendo bene che dire. «Dove...dove siamo?»
«Al settimo piano» rispose Tulip. «Stavi facendo anche tu un giretto?»
«Una...specie» Bailey si massaggiò la tempia dolorante. «Immagino»
Il cipiglio di Tulip divenne più marcato. «Stai bene? Sembri...un po' confuso»
«Sì, tutto bene» si lasciò sfuggire Bailey, ma ebbe la strana sensazione che a parlare non fosse lui. «Che cos'è quella?» e accennò alla pergamena.
«Questa?» Tulip abbassò lo sguardo. «Un cimelio di famiglia. E' una mappa.»
«Una mappa?»
«Sì, di Hogwarts. Mostra dove si trovino tutte le persone nel castello e dintorni»
Tulip gliela porse con un sorriso soddisfatto. Effettivamente era proprio una mappa, replicata con una precisione straordinaria, fin nei minimi dettagli. Bailey notò subito che era costellata di puntini neri, ciascuno accompagnato da un nome. Scorse Amelia Burke che passeggiava avanti e indietro nel suo ufficio, Silas Burke immobile nella torre di Grifondoro, dove si trovavano Arthur e gli altri. Vide se stesso e Tulip, fermi uno di fronte all’altra, mentre Steelwart e altri due professori pattugliavano i piani inferiori...
«Forte, eh?»
«Dove l'hai presa?»
«Te l'ho detto è un cimelio di famiglia. Tu, piuttosto...dove hai imparato quell'incantesimo di Disillusione?»
«Disi-cosa?» disse Bailey, troppo distratto dalla mappa.
«Disillusione. Ti permette di diventare invisibile...come un camaleonte, hai presente?»
«Non lo so»
«Come non lo sai?» ridacchiò Tulip.
«Lo so fare e basta.»
Tulip inclinò il capo, studiandolo incuriosita. «Sei un tipo strano, Bailey Burns»
«Stavi cercando qualcosa in particolare?» chiese Bailey, restituendole la mappa.
«No. Ogni tanto mi piace andare in esplorazione, visitare aree del castello che nessuno ha visto...»
«Con quella non rischi di essere beccata»
«E tu, invece? Stavi cercando qualcosa?»
«Non ne ho idea» Bailey esitò. «Qualche volta mi capita di camminare nel sonno»
«Certo...come no» il sorriso di Tulip si allargò. «A ognuno i suoi segreti. Ora è meglio che vada. Ci vediamo, B.B.»
Tulip lo superò e si allontanò. Bailey restò per qualche secondo immobile, fissando un punto indefinito davanti a sé. C'era qualcosa lì...lo sentiva. Ma cosa? Si voltò, guardando la parete alla sua sinistra. Mancava qualcosa...
Allungò una mano e la toccò. Il marmo era freddo al contatto, tuttavia non accade nulla. Bailey scosse il capo. Era ridicolo. Non c'era niente lì.
Si voltò e ritornò suoi passi, sperando di non incrociare nessuno.
La Signora Grassa stava dormendo, russando. Bailey si schiarì piano la gola, ma lei si limitò a grugnire nel sonno.
«Ehm...scusi...»
Niente. Bailey prese coraggio. Non aveva scelta.
«Ehi!»
La Signora Grassa sobbalzò, aprendo gli occhi. Per un momento si guardò attorno, poi il suo sguardo cadde su di lui. «Non dovresti essere in giro a quest'ora» disse piccata, esaminandolo. «Quando sei uscito?»
«Non ne ho idea» ammise rassegnato Bailey. «Posso entrare?»
«Parola d'ordine?»
«Semina»
Il quadro si spostò, lasciandolo passare. Bailey si arrampicò nel buco, sbucando nella sala comune. Appena vi mise piede si paralizzò. Acciambellato su una delle poltrone vicino al camino ormai spento c'era un gatto nero, profondamente addormentato. A quanto pare la mappa di Tulip non aveva mentito.
Bailey attraversò la sala in punta di piedi, stando bene attento a non svegliarlo. Raggiunto il suo letto ebbe una spiacevole sorpresa: c'era già qualcosa a occuparlo. Bailey si avvicinò, perplesso.
Dalle coperte sbucava solo una testa, illuminata dalla luce della luna. Bailey vide sé stesso. Letteralmente. Era lui, apparentemente addormentato. Come guardare un suo gemello di cui non sapeva nemmeno l'esistenza. Restò a fissarlo per dei minuti interi, chiedendosi cosa stesse succedendo. Poi, forse sentendosi osservato, il suo gemello aprì gli occhi e si girò verso di lui. «Padrone» gracchiò, con la sua stessa voce.
Bailey aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono.
«Siete tornato» il suo gemello scostò le coperte, sorridendo. «Twick è lieto di vedere che state bene. Il padrone ha trovato ciò che stava cercando?»
«...Twick?» boccheggiò incredulo Bailey. «Come...»
A Bailey sembrò quasi di scorgere un'espressione delusa sul volto di Twick – o meglio, il suo volto...
«Twick vi lascia riposare, padrone...»
«Aspetta un attimo. Che ci fai qui? E come...perché hai...»
«Twick ha fatto ciò che ha chiesto il padrone» disse lui, chinando il capo. «Fingersi lui, per ingannare quei vili traditori del loro sangue...»
Bailey non riusciva a credere alle proprie orecchie.
«Io ti ho...chiesto di fingerti me? Quando?»
«Il padrone è stanco, dovrebbe riposare. Domani lo aspettano le lezioni» disse Twick, ignorando la domanda e alzandosi. «Ecco, padrone, si sdrai...»
«No, prima voglio sapere che sta succedendo» ribatté irritato Bailey.
«Posso consigliare al padrone di abbassare la voce? Non credo che lui voglia svegliare i mocciosi»
Bailey si lanciò un'occhiata nervosa alle spalle. «Perché non mi ricordo di avertelo chiesto?» sussurrò.
«Twick si limita a obbedire, padrone» disse l'elfo, prostrandosi in un altro inchino.
«Perché hai il mio aspetto?»
«Twick doveva fingersi il padrone per...»
«Sì, ho capito...intendo, come fai a farlo»
«Magia, padrone»
Twick schioccò le dita, ritornando alla sua forma di elfo. Bailey si passò una mano tra i capelli. «Già, dovevo immaginarlo...»
«Il padrone sembra molto stanco. Dovrebbe riposare...Twick può rimanere con lui finché non si addormenta, se ciò lo aggrada»
«No» disse in fretta Bailey. «vorrei solo smetterla di svegliarmi nei corridoi di questa maledetta scuola senza sapere come ci sono arrivato...»
Twick si limitò a un altro inchino. Bailey fu colto da un'illuminazione.
«La Signora Grassa ha detto che non mi ha visto uscire...mi hai Smaterializzato tu?»
«Twick si limita a obbedire» ripeté l'elfo.
«Sì, questo è chiaro» bofonchiò irritato Bailey. «Ecco un nuovo ordine, Twick: la prossima volta che ti chiedo di fare qualcosa...ignorami»
«Tutto quello che il padrone desidera»
«Bene...ora lasciami dormire in pace»
Mentre Bailey si sdraiava, Twick gli rimboccò le coperte in modo premuroso come se fosse un bambino.
«Sogni d'oro, padrone»
La mattina dopo la sua emicrania non era ancora passata. Bailey ebbe qualche difficoltà ad alzarsi, e i rimproveri di Arthur non aiutarono di certo a migliorare la situazione. A colazione non toccò nulla: aveva lo stomaco chiuso in una morsa.
«Si può sapere che hai?» disse all'improvviso Arthur, osservandolo mentre giocava col cibo nel suo piatto. «Sei strano»
«Non mi sento molto bene» borbottò Bailey.
«Che hai?»
«Non lo so, forse mi sono beccato l'influenza...»
Arthur gli poggiò una mano sulla fronte. «Non sembra che tu abbia la febbre...»
Bailey si scostò con una smorfia.
«Puoi sempre andare in Infermeria» suggerì Arthur.
Bailey non rispose. Non sapeva bene il perché, ma non se la sentiva di raccontare ad Arthur quello che era successo: lui ne avrebbe fatto un dramma.
Per fortuna ci pensò l'arrivo dei gufi postini a distrarlo. Un grosso allocco atterrò con grazia davanti a lui, lasciando andare una copia del Profeta. Arthur gli consegnò alcune monete e quello ripartì, poi s'immerse nella lettura, lasciando Bailey al suo malumore.
«Pare che Theodore Holmes abbia scoperto del drago» disse ad un certo punto Arthur, ficcando il Profeta sotto il naso il naso di Bailey.
Lui lo prese e lesse di malavoglia l'articolo.
DRAMMA NEL MONDO MAGICO: Il DRAGO FUGGITIVO
di Theodore Holmes, inviato speciale
Il mondo magico è in subbuglio dopo il clamoroso fallimento di un’operazione degli Auror per catturare il fantomatico drago di Oakvale. L’incidente, avvenuto due giorni fa nelle foreste intorno al villaggio, ha lasciato la comunità magica in stato di allerta. Il drago, un possente Spinato Norvegese, è sfuggito alla squadra di contenimento e si è dato alla fuga, seminando il panico tra le popolazioni locali.
Secondo le fonti del Ministero della Magia, l’operazione era stata pianificata con la massima cura. Tuttavia, gravi errori tattici hanno permesso al drago di eludere le misure di contenimento e scomparire tra le montagne. Gli Auror, incaricati della missione, sono stati criticati per la loro inefficienza, e il capo dell’operazione, James Hall, è finito nell’occhio del ciclone.
"Non possiamo permetterci errori di questa portata," ha dichiarato un portavoce del Ministero della Magia. "Il capo Auror James Hall dovrà rispondere di questa disastrosa mancanza di controllo."
Secondo alcuni testimoni, il drago, descritto come un esemplare adulto dalle dimensioni imponenti, è stato visto per l’ultima volta sfrecciare verso il nord. Il Ministero ha rassicurato la popolazione che sono in corso nuove operazioni di ricerca, ma il timore di un attacco improvviso resta alto.
Nel frattempo, le critiche nei confronti di James Hall si fanno sempre più aspre. "Era un'operazione che richiedeva il massimo livello di competenza e preparazione," ha affermato un ex Auror rimasto anonimo. "Hall ha sottovalutato il drago e ora rischiamo di pagarne tutti le conseguenze."
I maghi e le streghe locali sono stati invitati a segnalare qualsiasi avvistamento e a non tentare in alcun modo di affrontare la creatura da soli. Mentre il Ministero cerca di contenere i danni e ritrovare il drago, una domanda aleggia nell’aria: il capo Auror James Hall sarà ritenuto responsabile di questo disastroso fallimento?
Resta da vedere se il Ministero riuscirà a ristabilire l’ordine prima che il drago causi danni irreparabili. Nel frattempo, la tensione nel mondo magico è alle stelle...
Bailey restituì il giornale ad Arthur. «Perlomeno non veniamo citati»
«Sarebbe stato disastroso per James Hall. Tre studenti di Hogwarts che rischiano il collo sotto il suo naso...»
Bailey alzò lo sguardo, scrutando il tavolo dei Serpeverde. Vide Armistice china sul giornale, intenta a leggere l'articolo. «Non è stata colpa sua» mormorò.
«Pensi che a un avvoltoio come Theodore Holmes interessi?» sbuffò Arthur. «Ci sguazzerebbe, farebbe passare il padre di Armistice come un'incompetente...per questo dobbiamo rimanercene buoni» continuò con sussiego, voltandosi verso di lui. «Se si venisse a sapere la verità, rischierebbe il posto. Spero che Armistice lo capisca»
Mentre gli studenti sciamavano verso le aule, in corridoio Bailey si sentì chiamare. Si voltò. Con sua grande sorpresa, riconobbe Selwyn venirgli incontro con appresso i suoi sgherri. Armistice non era con loro.
«Ehm...ciao» disse Bailey. «Che succede?»
Selwyn fece una smorfia, forse infastidito da tanta confidenza. Si guardò intorno e mormorò: «Ho un messaggio per te» ma vedendo lo sguardo vacuo di Bailey, aggiunse irritato: «Da Armistice»
«Oh!» disse Bailey. «Cioè?»
«Raggiungila nel bagno di Mirtilla Malcontenta appena puoi. Ti aspetta lì.»
Poi si defilò insieme agli altri senza aggiungere una parola. Bailey restò immobile, riflettendo sul da farsi. In prima ora aveva Incantesimi, ma non poteva non presentarsi: di sicuro Spellman avrebbe mandato qualcuno a cercarlo. Forse poteva dileguarsi usando la buon vecchia scusa del bagno...
Entrò in classe insieme al resto della classe. Spellman, come al solito, li accolse con un sorriso. «Buongiorno a tutti!»
«Buongiorno, professor Spellman» cantilenarono i bambini.
«Ai vostri posti, su! Oggi ci aspettano nuovi meravigliosi incantesimi!»
Bailey si sedette in uno dei primi banchi, accarezzandosi la pancia con aria sofferente, stando bene attento che Spellman lo notasse.
«Tutto a posto, ragazzo mio?» domandò lui.
«No» borbottò Bailey. «Mal di stomaco»
«Spero che tu non ti sia beccato influenza!» disse con aria contrita Spellman. «Ultimamente sta girando...»
Poi iniziarono la lezione. Intanto che Spellman spiegava che cosa avrebbero fatto quel giorno, Bailey si dondolava appena sulla sedia, dando prova di tutte le sue doti attoriali. Ad un certo punto alzò la mano.
«E quindi...ehm...sì, Bailey?»
«Devo andare in bagno»
Spellman si morse un labbro. «Ecco...è urgente?»
«Sì» Bailey boccheggiò, tenendosi lo stomaco. «La prego...»
«Non dovrei...la preside si è raccomandata...» bofonchiò Spellman.
«La prego» ripeté Bailey, facendogli gli occhi dolci.
«Be'...in effetti sembra che tu stia proprio male. Magari...potrei farti accompagnare da uno dei tuoi compagni...» Spellman guardò la classe. «Malfoy, saresti così gentile da accompagnare...»
«Non posso andarci da solo?» chiese sbrigativo Bailey.
«Ehm...no, ragazzo mio, non posso proprio...Malfoy, accompagnalo. Assicurati che...sì, insomma, raggiunga il bagno.»
Bailey cercò di mascherare l'irritazione. Possibile che non potesse andare neanche al bagno senza una scorta?
Uscì dall'aula riflettendo in fretta. Armistice lo aspettava al secondo piano. Doveva trovare un modo per liberarsi del bimbetto...
«Puoi anche andare» tentò Bailey. «Conosco la strada...»
Lui lo guardò. Aveva grandi occhi marroni e i capelli così chiari da sembrare quasi bianchi. «Non posso» disse. «Il professor Spellman ha detto...»
«Sì, lo so cos'ha detto» replicò impaziente Bailey. «Ma...vedi, quello che devo fare è...molto privato. Non ci riesco se so che c'è qualcuno...»
«Non entrerò con te, sta tranquillo» ribatté con calma il bambino. «Perché vai di qua? I bagni sono da quest'altra parte.»
«Io...voglio andare a quello del secondo piano»
«Perché?» chiese stupito il bambino.
«Mi piacciono di più.»
«Ma così perderemo buona parte della lezione!» obiettò il bambino, inseguendo Bailey.
«Come ti chiami?» domandò lui per distrarlo.
«Draco»
«E' un nome particolare»
«L'ho ereditato dal mio bisnonno» Draco gonfiò il petto; evidentemente ne era molto fiero. «Anche il tuo è particolare. Bailey non è un nome da femmine?»
«A mia madre piaceva»
«Sembri stare già molto meglio» osservò Draco.
Bailey fece finta di non averlo sentito. Giunti al secondo piano, Bailey camminò rapidamente verso il bagno.
«I bagni dei maschi sono da questa parte» fece notare Draco.
«Preferisco quello delle ragazze»
«Ma non puoi farlo! E' vietato!» disse scandalizzato Draco. «Ci toglieranno dei punti se lo scoprono...»
«Non lo faranno, sta tranquillo»
Bailey si fermò davanti al bagno di Mirtilla Malcontenta. Non appena poggiò la mano sulla maniglia della porta, Draco esclamò: «Quello è il bagno di Mirtilla Malcontenta!»
«Già» disse con pazienza Bailey.
«Non vorrai farla in quel bagno, vero? Dicono che Mirtilla...»
«Ascolta, Draco» lo interruppe Bailey. «Ho bisogno che tu resti di guardia qua fuori, va bene? Se vedi un gatto fai un fischio...sai fischiare?»
Seppur dubbioso, Draco emise un debole fischiettio.
«Bene. Ora resta qui, d'accordo? Io non ci metterò molto...»
Aprì la porta e se la richiuse alle spalle. Armistice era poggiata ai lavandini con le braccia conserte. «Bene. Sei qui.» lo accolse.
«Come hai fatto a defilarti?»
«Ho Binns in prima ora. Non si sarà neanche accorto che non sono entrata in classe»
«Io ho dovuto usare la scusa del bagno...c'è un mio compagno di classe con me, l'ho lasciato fuori a fare la guardia in caso passi il custode...»
«Sono intenzionati a fare sul serio, ma Silas Burke non può tenere d'occhio entrambi. Comunque...hai letto la gazzetta stamattina?»
«Sì, so di tuo padre...mi disp...»
«Se la caverà» tagliò corto Armistice. «Ascolta, riprendendo il discorso in biblioteca...»
«Vuoi andare avanti?» chiese esitante Bailey.
«Certo che sì. Tu no?»
«Non lo so, Armi...se combiniamo qualche altro casino, la Burke...»
«Tu non preoccuparti, la Burke è il minore dei nostri problemi. Riprendendo quel discorso...mio padre sospettava che William Burns avesse un complice, una specie di braccio destro, un tizio di nome Pyrgus Dexteris. È ancora vivo, lì fuori da qualche parte. Sospetto che ci sia lui dietro tutti i casini che stanno sconvolgendo la comunità magica...»
Il nome scivolò nell'aria e Bailey lo sentì rimbombare nella sua testa, come una nota stonata. Un flash di ricordi che non riusciva a ricomporre si riversò nella sua mente. Aveva già sentito quel nome...ma dove?
«...ed è probabilmente lui che ha ucciso William Burns.»
«Cosa te lo fa credere?»
«Anche se rinchiuso, Burns continuava a essere una minaccia. Avrebbe potuto vuotare il sacco o evadere di nuovo. Dexteris ha colto un'opportunità. Credo che abbia preso il suo posto come capo, e stia portando avanti un suo piano. Ricordi quei corpi che hanno trovato nella Foresta?»
«Difficile dimenticarli» disse con amarezza Bailey.
«Probabilmente è stato lui a ucciderli. Forse non hanno accettato la sua leadership, in fondo erano fedeli di William Burns...»
«E il drago?»
«Sicuramente è lui lo controlla...in qualche modo» Armistice fissò il pavimento. «Ho pensato che lo avesse trasformato in un Inferius...»
«In un cosa?»
«E' uno zombie. Ma ho svolto delle ricerche e quel tipo di incantesimo finora è stato applicato solo a dei corpi umani...quindi, o Dexteris ha trovato il modo di potenziare l'incantesimo oppure...be', è qualcos'altro»
«Armi...non pensi...non pensi che sia il caso di lasciar perdere?»
Lei tornò a guardarlo e Bailey si sentì arrossire.
«Sì, voglio dire...è una cosa più grande di noi. Zombie, maghi malvagi che uccidono la gente...siamo solo dei studenti. Non vedo cosa...»
«Se vuoi tirarti indietro fa pure» disse Armistice con calma, tuttavia Bailey avrebbe preferito che avesse urlato. «io continuerò a indagare»
Fece per superarlo, ma Bailey l'afferrò per un braccio. «E' pericoloso.» mormorò. «Lascia perdere»
Lei si limitò a fissarlo. «Ci vediamo, Burns» e si liberò, uscendo dal bagno.
Bailey la seguì, guardandola allontanarsi lungo il corridoio.
«Quella era Hall!» disse emozionato Draco, avvicinandosi. «Che ci faceva nel bagno di Mirtilla Malcontenta?» poi sembrò come colto da un'intuizione. «Oh, voi...» e arrossì, abbassando lo sguardo.
Bailey non si sforzò di smentirlo. «Vieni, Draco, torniamo a lezione»
«Che cosa diremo al professor Spellman? Cioè...»
«Che sto molto male. Non raccontarlo a nessuno, va bene?»
Draco annuì, ancora molto rosso. «Hall è fantastica, vero? L'ho vista giocare a Quidditch, vola così bene...»
«Sì, lo è.» sussurrò Bailey.
Quando rientrarono in classe, il professor Spellman sembrò molto sollevato.
«Cominciavo a preoccuparmi, ragazzo mio. Stai meglio, adesso?»
«Sì, grazie, professore»
«Bene, bene...»
Bailey tornò a sedersi, ma la lezione scivolò via senza lasciare traccia. La sua mente era altrove, in un vortice di pensieri. C'era qualcosa di familiare in quel nome, Pyrgus Dexteris. Lo aveva già sentito, ne era certo. Ma per quanto si sforzasse, il ricordo gli sfuggiva, nascosto tra le ombre della sua memoria.
I giorni seguenti scorsero lenti, scanditi dal ritmo monotono della pioggia contro le finestre e dal fruscio delle pagine girate con distrazione. Bailey non ebbe più attacchi di sonnambulismo, ma Armistice continuava a non rivolgergli la parola.
Se si incrociavano nei corridoi, la ragazza distoglieva lo sguardo, passandogli accanto con la leggerezza di un’ombra. A volte, Bailey la osservava di nascosto durante i banchetti, ma lei continuava a guardare nel suo piatto, ignorando tutto ciò che la circondava.
Perfino Arthur notò che c'era qualcosa che non andava. «Tu e Armistice avete litigato?» chiese una mattina, mentre erano a colazione.
«No» bofonchiò Bailey, ma all'occhiata scettica di Arthur, aggiunse abbacchiato: «Più o meno»
«Ha a che fare con quella storia del drago?»
Bailey annuì. «Le ho detto di lasciar perdere. Non l'ha presa bene.»
«Be', problemi suoi. Hai fatto bene a tirartene fuori. Sei già abbastanza nei guai così»
Finirono di mangiare e si diressero nelle rispettive classi. Bailey aveva quasi raggiunto l'aula di Difesa contro le Arti Oscure quando sentì di nuovo il suo nome riecheggiare nel corridoio. Si voltò, incrociando lo sguardo di Tulip.
«Per fortuna ti ho raggiunto» ansimò lei, correndogli incontro. «Devo parlarti»
«Che succede?» chiese perplesso Bailey.
Tulip si guardò attorno, come per accertarsi che nessuno stesse origliando. «Hai presente la mappa che avevo? Quella che ti ho mostrato?» sussurrò.
«Sì, certo»
«Tu...» Tulip sospirò. «Ok, non c'è un modo semplice per chiederlo...per caso me l'hai presa?»
Bailey inarcò un sopracciglio. «Presa?»
Tulip sospirò di nuovo, accarezzandosi la fronte. «Lo so che è stupido. Se fossi stato tu di certo non me lo diresti...»
«Perché non mi spieghi che è successo?»
«La sera che ci siamo incontrati» cominciò nervosa Tulip. «sono tornata nel mio dormitorio dopo esserci separati. Sono andata a dormire e il giorno dopo la mappa non c'era più. Me ne sono accorta solo la sera...»
«Vuoi dire che qualcuno te l'ha rubata?»
Tulip annuì. «All'inizio ho pensato fosse stato uno dei miei compagni di stanza. Ho provato ad Appellarla, ma non è successo niente» si morse il labbro. «E' come se fosse sparita nel nulla. Tu non l'hai presa, vero? B.B., è davvero importante, non dovrei avere quella mappa...»
«Cosa ti fa pensare che sono stato io?»
«Be', tu sei l'unico a cui l'ho mostrata. Sul serio, non mi arrabbierò, però devi essere sincero...»
«Tulip, non ti farei mai una cosa del genere.»
«Sì, lo so» ripeté Tulip, alzando gli occhi al cielo, frustata. «Non saresti mai potuto entrare nella torre di Corvonero, serve risolvere un indovinello per entrare...e non sono alla portata di tutti»
Bailey si sforzò di riflettere. «Magari è stato davvero uno dei tuoi compagni. Forse l'ha chiuso sotto chiave da qualche, ecco perché l'incantesimo di Appello non ha funzionato»
«Sì» disse Tulip, pensierosa. «Potrebbe, in effetti. Non l'ho considerato» sollevò uno sguardo colpevole su di lui. «Scusa se te l'ho chiesto, ma...»
«E' tutto a posto. Avrei fatto lo stesso nei tuoi panni. Mi dispiace non poterti aiutare»
«Tieni gli occhi aperti. Se vedi qualcuno andarsene in giro con una strana pergamena, avvertimi...io continuerò a cercare» concluse amareggiata Tulip, prima di allontanarsi.
Bailey andò a lezione, con le parole della ragazza che gli rimbombavano nella mente. Provava una strana inquietudine al pensiero. Durante la pausa pranzo, anziché raggiungere gli altri alla Sala Grande, deviò e risalì fino alla torre di Grifondoro.
Giunto in camera, cominciò a tirare fuori la sua roba dal baule, lanciandola a casaccio. Un dubbio atroce lo attanagliava: e se era stato davvero lui a prendere la mappa?
Scavò dappertutto, perfino nel cassetto dei calzini, ma non trovò nulla. Tirò un sospiro di sollievo, tuttavia la spiacevole sensazione di centrare qualcosa con la sparizione della mappa non l'abbandonò.
A sera, Bailey aveva di nuovo la testa pesante. Le tempie gli pulsavano, come se qualcosa dentro di lui cercasse di affiorare. Salutò i suoi amici con un cenno stanco e si ritirò presto in camera, sperando che il sonno si portasse via con sé il malessere.
Sognò di camminare lungo l’ennesimo corridoio, scivolando tra le pareti alte e fredde, illuminate dalla luce delle torce.
Ad un certo punto, senza pensarci, svoltò a destra con un movimento fluido, naturale, come se sapesse esattamente dove stesse andando. Si ritrovò di fronte a una parete. La conosceva. Il marmo chiaro, appena venato di grigio, era lo stesso che rivestiva il settimo piano.
Allungò la mano e la poggiò sulla superficie liscia e gelida. Nulla si mosse. Nessun suono, nessun varco segreto che si apriva al suo tocco. Solo il silenzio.
Non si arrese. Fece scivolare le punte delle dita sul marmo, tracciando linee invisibili mentre avanzava lentamente. All'improvviso, qualcosa cambiò. Il muro, prima solido e immobile, si increspò leggermente, distorcendo per un attimo la sua forma.
Una porta emerse dalla parete. Non apparve di colpo, ma si rivelò lentamente, come se fosse sempre stata lì, nascosta sotto la superficie. I contorni si definirono poco a poco: prima lo stipite, poi una maniglia scura, fredda, incastonata nel marmo.
Le sue dita si mossero da sole, sfiorando la maniglia senza esitazione. Entrò con sicurezza. Appena varcata la soglia, si ritrovò immerso in una penombra polverosa. Davanti a lui si estendeva un'enorme distesa di oggetti accatastati senza alcun ordine apparente, un labirinto di vecchi mobili, bauli sgangherati, libri dimenticati e suppellettili di ogni genere. Il soffitto si perdeva nell’oscurità, sorretto da arcate di legno massiccio annerito dal tempo, mentre il pavimento era quasi invisibile sotto strati di polvere e cianfrusaglie.
Qua e là, tra le pile disordinate, svettavano strani manichini da duello con le braccia spezzate, vecchie armature incrostate di ruggine e specchi incrinati che riflettevano frammenti distorti dell’ambiente.
Bailey avanzò con decisione. Sbirciò dentro un baule spalancato: al suo interno vide una pila di divise scolastiche ormai scolorite, un vecchio calderone ammaccato e una bacchetta spezzata. Ovunque posasse lo sguardo, scorgeva pezzi di Hogwarts dimenticati, scarti di generazioni di studenti e professori.
Uno scaffale instabile traboccava di libri proibiti, alcuni con copertine che sembravano ancora pulsare debolmente. La stanza sembrava infinita, un cimitero segreto di tutto ciò che la scuola aveva nascosto nel corso dei secoli. E lui era lì dentro, immerso in quel caos, a cercare qualcosa che ancora non sapeva.
Camminò tra le pile gigantesche di resti, finché non si fermò, lo sguardo fisso su di un tavolino solitario, circondato da sedie scompagnate e da un vecchio servizio da tè impolverato. C'era un libricino scuro al centro delle tazze scheggiate. Sembrava fuori posto, come se qualcuno l’avesse posato lì deliberatamente, aspettando che venisse trovato. La copertina era di pelle consunta, annerita dal tempo, senza titolo né decorazioni. Un filo di polvere si sollevò quando lo afferrò.
Poi, la scena si dissolse nel buio.
Bailey spalancò gli occhi di colpo, il respiro affannoso. Il cuore gli martellava nel petto e un sottile velo di sudore gli imperlava la fronte.
La stanza era avvolta nella penombra del primo mattino. Le immagini della notte danzavano ancora dietro le sue palpebre: il corridoio, la parete di marmo, la porta che si era aperta dal nulla…e il libro.
Si tirò su a sedere, sentendosi stremato, come se avesse corso per ore. Si passò una mano sul viso, cercando di scacciare la sensazione di vertigine. Si guardò attorno. I suoi compagni dormivano beati, inconsapevoli. Non pareva che avesse lasciato la stanza. Forse era stato solo un sogno, dopotutto...
Stava per rilassarsi quando il suo sguardo cadde sul comodino. Il libricino nero era lì.
Bailey lo fissò, il cuore che batteva più forte. Allungò esitante una mano e lo prese. Era proprio lui, coperto da un sottile strato di polvere.
Lo aprì. Sulla prima pagina c'erano due tre semplici parole, scritte in una calligrafia un po' grezza: Proprietà di H.P.
Le lettere erano un po' irregolari, come se chi le avesse scritte avesse avuto fretta o non volesse lasciare una traccia troppo ordinata di sé. Ma il significato era chiaro, e le iniziali gli ronzavano nella testa, come un richiamo lontano, qualcosa che non riusciva a ricordare del tutto ma che gli sembrava tanto familiare.
Bailey stette fermo per qualche istante, poi girò la pagina.
Non pensavo che avrei mai tenuto un diario. Mi sembra una cosa da ragazzini o da persone con troppo tempo libero. Ma eccoci qua, io e questo maledetto libricino. Se qualcuno mi avesse detto che sarei finito a fare una cosa del genere, l’avrei preso in giro senza pietà. Eppure eccoci, io con la penna in mano e la faccia di chi ha appena deciso di infilarsi in un buco senza sapere se ce n’è una via d’uscita.
Perché sto scrivendo? È una buona domanda. Forse perché non so cosa fare con tutte queste cose che mi girano per la testa e non voglio sembrare pazzo a raccontarle a qualcuno. O forse perché, a pensarci bene, se non le scrivo, rischio di dimenticarle, e se le dimentico…be', se le dimentico, che succede? Non so. È tutto un po' confuso, ma credo che sia la frustrazione a farmi scrivere. Ho bisogno di mettere in ordine il caos che mi sta sopraffacendo.
In ogni caso, questo diario è qui. E ci sono anch'io, a cercare di dare un senso a qualcosa che non ha un senso. Se qualcuno mi vedesse adesso, probabilmente riderebbe, ma va bene così. Chissà, forse tra qualche mese, quando rileggerò queste righe, mi verrà da ridere anche a me. D’altronde, non ci sono regole su come uno deve vivere la propria vita, giusto?
Vediamo quanto durerà.
Bailey si fermò a leggere quelle righe per un lungo momento. Sfogliò qualche pagina a caso. Erano tutte piene zeppe di riflessioni del proprietario. Evidentemente, alla fine ci aveva preso gusto.
Una parola gli saltò all'occhio. Tornò indietro e strizzò gli occhi, cercando di decifrare ciò che c'era scritto.
...Ora, ripensandoci, sembra tutto così lontano, eppure così vicino. Ho visto la mia vita intrecciarsi con quella di Voldemort in modi che non avrei mai immaginato. Ogni Horcrux distrutto, ogni passo più vicino a lui…è come se quella caccia mi avesse cambiato in modi che non riesco a spiegare nemmeno ora.
A volte, mi domando cosa sarebbe successo se non fossimo riusciti a finire ciò che avevamo iniziato. Adesso che è finita, guardo indietro e provo a non pensarci troppo. Ma quei ricordi sono come un’ombra che non se ne va. E mi chiedo se davvero sono riuscito a salvarmi, o se sono solo un altro pezzo del puzzle che non finirà mai davvero...
Il dito di Bailey si poggiò in automatico sulla parola "Horcrux". Lo ripeté a bassa voce, quasi come un'eco proveniente da un luogo che non riusciva a identificare. La parola aveva un suono familiare, ma allo stesso tempo stranamente estranea, come se fosse un frammento di qualcosa che aveva sentito, ma non ricordava. Non aveva la minima idea a cosa si riferisse, eppure aveva la strana impressione di avere la risposta sulla punta della lingua, pronta a emergere da qualche parte nel profondo.
Un movimento improvviso lo distrasse. Arthur mugolò piano, sollevandosi lentamente dal suo bozzolo di coperte, il viso confuso e intorpidito dal sonno e i capelli arruffati che si spostavano ad ogni lieve spostamento della testa. «B.B.» borbottò, con gli occhi socchiusi. «Che ci fai già sveglio?»
Bailey chiuse il diario. «Ho avuto un incubo» mentì.
Arthur lo guardò con occhi annebbiati. «E' tutto ok? H-hai una faccia...» chiese con uno sbadiglio.
«Sì, tutto ok» rispose Bailey.
Durante la colazione, continuò a rimuginare su ciò che aveva letto. Il diario era nella sua borsa, pesando come un macigno e nonostante i rumori della sala comune – le risate dei compagni, il tintinnio delle posate, il mormorio delle conversazioni – nulla riusciva a distrarlo dal pensiero di quella parola: Horcrux.
A tratti si fermava, fissando nel vuoto, mentre le sue mani mescolavano distrattamente il succo di zucca nel bicchiere o afferravano il pane senza neppure accorgersene. Ogni tanto, uno dei suoi compagni di tavola gli lanciava uno sguardo curioso, come se notasse il suo comportamento strano, ma nessuno sembrava troppo interessato a fermarsi a chiederlo.
Tranne Arthur. «Si può sapere che hai?» gli domandò ad un certo punto.
«Che vuoi dire?» replicò Bailey, addentando una sardina.
«Sei strano. È successo qualcosa?»
Bailey scrollò le spalle.
«E' per via di quell'incubo che hai fatto?» insistette Arthur. «Qualunque cosa tu abbia visto è stato solo un sogno...»
«Sto bene, Arti. Dico sul serio.»
Ma lui non appariva affatto convinto. Bailey deglutì il boccone. «Sai cos'è un Horcrux?»
Arthur lo guardò per un momento, con uno sguardo che rifletteva un misto di confusione e preoccupazione. «Un Horcrux?» ripeté. «No, non ne ho mai sentito parlare. Perché?»
Bailey si mordicchiò il labbro. «Non so...» disse, facendo una pausa. «L'ho letto in un libro. Non riesco a togliermela dalla testa. Ma non ne so niente. Voglio dire, non sono neppure sicuro che significhi qualcosa.»
Arthur lo fissò un po' più a lungo, cercando di decifrare il suo volto. «Se non lo sai, allora perché te lo chiedi?»
«Non lo so nemmeno io» ammise Bailey, facendo un gesto vago con la mano.
Arthur inclinò la testa, ancora perplesso, ma apparentemente curioso. «In che libro l'hai letto?»
Bailey rovistò nello zaino e tirò fuori il diario, consegnandoglielo. Arthur lo prese e cominciò a sfogliarlo. «Sembra un diario più che un libro» commentò, soffermandosi sul contenuto.
«E' di un certo H.P.»
Arthur lo guardò. «Dove l'hai trovato? In Biblioteca?»
Bailey esitò. «Io...sì.» balbettò alla fine.
Arthur ritornò a studiare il diario, mordendosi l'unghia dell'indice. L'arrivo dei gufi lo distrasse momentaneamente dal diario, ma a quanto pare anche lui ne era rimasto affascinato, perché mentre si alzavano per andare in classe, disse a Bailey: «Ti dispiace se lo tengo? Vorrei dargli un'occhiata più approfondita»
«Ok»
Bailey non riuscì a concentrarsi molto sulle lezioni. A pranzo, si sedette accanto a Matthew, ma non fu molto di compagnia. Arthur li raggiunse a metà banchetto. «Ho capito a chi appartiene il diario» disse a Bailey, prendendo posto accanto a lui.
Lui restò con la forchetta sospesa a metà strada tra il piatto e la sua bocca. «Come?» chiese d'impulso.
«E' stato facile» Arthur tirò fuori il diario e cominciò a sfogliarlo. «Leggi qui»
Bailey si sporse.
Non pensavo che sarei mai stato così felice per qualcuno come lo sono oggi per Ron e Hermione.
L'idea di essere zio mi sembra ancora un po' strana, ma in fondo sono solo contento che siano riusciti a realizzare quel sogno. Mi ricordo ancora quando discutevamo, tanti anni fa, su come sarebbe stato avere una famiglia, parlare di bambini come se fosse qualcosa che faceva parte di un futuro lontano. E ora...è tutto vero. La piccola è nata.
Ron mi ha mandato un messaggio questa mattina, mentre era ancora in ospedale con Hermione. Ha detto che si sente come se il cuore gli stesse per esplodere di felicità. E io...non posso fare a meno di sorridere. Li conosco così bene, sono cresciuto con loro, e vederli come genitori...è una cosa che non avrei mai immaginato di vedere. Ma è bellissimo.
Ho passato il resto della giornata a pensare a come sarebbe stato, tenere quella piccola tra le braccia. La mia mente è tornata al momento in cui ho avuto il mio primo incontro con James, come l'ho tenuto stretto tra le mani, con una sensazione di protezione e amore che non avevo mai provato prima. Ora capisco davvero cosa vuol dire essere genitore. E lo vedo anche in Ron e Hermione, il modo in cui si guardano, il modo in cui parlano della piccola Rose...è come se il loro mondo fosse diventato più grande, più importante.
Mi sembra che tutto stia finalmente andando bene. Abbiamo fatto tanta strada, attraverso tutte le battaglie, i sacrifici, e ora...c'è questa nuova vita che arriva, piena di promesse, di gioia. Non vedo l'ora di conoscerla, non potrei essere più felice per loro.
Bailey sbatté le palpebre. «Non capisco»
Arthur gli indicò un passaggio della pagina. «Ron ed Hermione» disse, come se quei nomi dovessero avere un qualche significato per lui.
«E allora?» replicò titubante Bailey.
«Come fai a non conoscerli, sono delle leggende!» sbottò spazientito Arthur. «Erano i migliori amici di Harry Potter. H.P., B.B.! Il diario appartiene a lui»
«Oh» disse piano Bailey. «Forte. Per caso spiega anche cosa è un Horcrux?»
«No, purtroppo. L'ho letto da cima a fondo ma a parte qualche accenno, non entra mai nei dettagli...anche se ci sono delle pagine mancanti»
Bailey lo fissava con tanto d'occhi. «Arti, l'hai già letto tutto? Te lo avrò dato nemmeno tre ore fa!»
«Ho avuto due ore di Storia della Magia da occupare» spiegò con semplicità Arthur, facendo spallucce. «Il professor Binns si è dimenticato che aveva già spiegato...»
«Aspetta, hai detto che mancano delle pagine?» lo interruppe Bailey, facendosi serio.
Arthur annuì. «Forse proprio quelle in cui si parlava di questo "Horcrux"»
«Pensi che sia stato lui a strapparle via?»
«E' quello che sospetto. Di qualsiasi cosa si tratti, probabilmente è pericoloso, ecco perché l'ha fatto. Sarà corso ai ripari, in caso il diario finisse nelle mani sbagliate...» Arthur abbassò lo sguardo sul libricino. «Mi chiedo come faccia la Biblioteca ad averlo. Dubito che Harry Potter abbia donato alla scuola il suo diario...ci sono scritte cose molto private qui dentro»
Bailey si agitò sulla sedia, a disagio.
«Lo chiederò al Bibliotecario.» proseguì Arthur, chiudendo il diario.
Bailey tacque.
Nel pomeriggio, si sistemò nella Sala Grande per fare i compiti. Bailey era immerso fino al collo in un complicato tema per Steelwart sulla trasfigurazione umana, quando qualcosa lo colpì con forza sulla nuca.
Dolorante, si voltò, ritrovandosi davanti Arthur.
«Mi hai fatto male!» si lamentò Bailey, massaggiandosi la testa. «Perché mi hai colpito?»
Arthur si sedette accanto a lui, mettendogli sotto il naso il diario. «Sei un bugiardo» disse con in tono tagliente. «Dove hai preso questo diario?»
«Te l'ho detto, dalla...»
Arthur fece per colpirlo di nuovo e Bailey alzò le braccia per proteggersi. «Sono appena stato in Biblioteca. Il Bibliotecario non sa nulla di questo diario. Sarà anche vecchio, ma non è rimbambito. Se questo appartenesse alla Biblioteca, lui l'avrebbe riconosciuto subito. Dove l'hai trovato? E sii sincero, stavolta!»
«Va bene» borbottò imbronciato Bailey. «L'ho trovato in una stanza al settimo piano»
«Quale stanza? Non c'è granché lassù, a parte l'ufficio della preside...»
«E' sbucata dal muro» Bailey si sentì molto stupido a dirlo. «Mentre sfioravo la parete...»
L'espressione di Arthur si fece arcigna e sollevò il diario, pronto a colpirlo.
«E' la verità!» esclamò in fretta Bailey. «Stavo sognando...o così pensavo...»
«In che senso stavi "sognando"?»
Bailey sospirò e gli racconto tutto ciò che doveva sapere.
«Avevi detto che non avevi più attacchi di sonnambulismo!» se ne uscì indignato Arthur quando finì. «Che la pozione di Madame...»
«Ho mentito, d'accordo? Non volevo farti preoccupare»
Arthur strinse le labbra. «B.B., è una cosa seria» disse. «Non ti limiti a camminare o a parlare nel sonno, tu...non lo so, è come se fossi posseduto!»
«Tu sì che sai come farmi sentire meglio» commentò depresso Bailey.
«E' che...» Arthur scosse la testa. «Insomma, nemmeno sapevi di quella stanza! Come hai fatto a trovarla?»
«Non ne ho idea»
«E il diario! Era come se sapessi che si trovasse lì» Arthur si passò una mano tra i capelli. «Non capisco»
«Siamo in due.»
«Non può essere opera di un incantesimo. L'unica cosa che mi viene in mente è la maledizione Imperius, ma...»
«La che?»
«E' un incantesimo che permette di controllare le persone, come se fossero dei burattini. Ma non è alla portata di tutti. Per non parlare del fatto che è illegale praticarlo...»
«Dici che qualcuno mi sta controllando?» disse turbato Bailey.
«E' improbabile. Troppe cose che non quadrano.» Arthur si grattò la guancia, riflettendo. «Dev'essere qualcos'altro...ma cosa?»
Calò il silenzio.
Arthur si alzò. «Devo tornare in Biblioteca»
«Ci sei appena stato!» ribatté stupito Bailey.
Ma lui si era già allontanato.
A sera, Bailey si concesse una partita a Spara Schiocco con Matthew e gli altri. Stava per giocare la mano vincente quando Arthur sbucò nella sala comune.
«Ehi, eccoti!» disse Matthew, voltandosi verso di lui. «Cominciavo a preoccuparmi. Come mai non sei venuto a cena?»
«Avevo da fare» Arthur fece un cenno col capo a Bailey. «Seguimi, devo dirti una cosa»
«Tra amici non dovrebbero esserci segreti!» brontolò Matthew, mentre i due si cercavano un angolino appartato.
«Allora? Hai scoperto qualcosa?» domandò Bailey.
«No» Arthur era molto irritato. «Non c'è niente, e ripeto niente, su cosa sia un dannato Horcrux in Biblioteca. Ho provato a chiederlo al Bibliotecario, e lui sa che ha fatto? Si è arrabbiato e mi ha cacciato! Mi ha vietato l'accesso alla Biblioteca per una settimana! Una settimana!»
«Sì, è terribile» disse Bailey, cercando di mostrarsi dispiaciuto per lui. In realtà, era molto deluso. «Be', immagino che non lo scopriremo mai»
«Dev'essere un libro da qualche che ne parla.» Arthur emise un ringhio frustato. «Magari nella sezione Proibita...ma serve il permesso speciale della preside per accedervi...»
«Davvero, Arti, non importa» Bailey gli diede una colpetto sulla spalla. «La mia era solo curiosità. Vieni, facciamoci una partita...»
Verso le undici si ritirarono nelle loro camere. Si cambiarono, spensero le luci e si augurarono la buonanotte, Tuttavia, Bailey non riuscì a prendere sonno. Rimase immobile, gli occhi fissi nella penombra, la mente affollata di domande.
Arthur aveva detto che era improbabile che qualcuno lo stesse controllando, ma il dubbio si era insinuato dentro di lui, come un veleno sottile e persistente. Era la spiegazione più plausibile a quello che gli stava succedendo. Ma chi era che lo stava controllando? E perché?
Si rigirò nel letto, mettendosi su di un fianco. E poi c'era il discorso degli Horcrux...non riusciva a toglierselo dalla testa. La risposta continuava a essere lì, sospesa sulla punta della sua lingua. Più cercava di afferrarla, più sembrava sfuggirgli, dissolvendosi nel nulla.
Bailey colpì il cuscino, esasperato, poi vi affondò nuovamente la testa, chiudendo gli occhi nel vano tentativo di dormire.
Avvertì un lieve fastidio sulla guancia, una sensazione pungente, come se qualcosa gli stesse graffiando la pelle. Agitò una mano, pensando fosse solo una piuma fuoriuscita dall’imbottitura, ma quando sprimacciò il cuscino, le sue dita sfiorarono qualcosa di strano. Sembrava una cosa semi-rigida, nascosta sotto lo strato morbido del tessuto.
Si tirò su e prese il cuscino, tastandolo. «Ma che...» sussurrò, sbottonando la federa.
Si paralizzò. Il respiro gli si bloccò in gola mentre le dita stringevano il bordo dell’oggetto nascosto nel cuscino. Era una vecchia pergamena, piegata in due, la carta ruvida e ingiallita dal tempo.
Il cuore prese a martellargli nel petto. Con mani esitanti, la estrasse lentamente, come temendo che potesse dissolversi al solo tocco. Un brivido gli percorse la schiena mentre l’inquietudine tornava a serrargli lo stomaco.
La spiegò con cautela. Piccoli puntini neri si muovevano sulla sua superficie, tracciando la posizione di ogni persona all’interno del castello. I suoi occhi scivolarono tra i nomi, il fiato sospeso, finché non si bloccarono su uno in particolare.
Silas Burke era appostato nella sala comune di Grifondoro. Immobile. Come se stesse aspettando qualcuno. O qualcosa.
Le mani gli tremarono mentre stringeva la pergamena. Non c’era dubbio: era la mappa di Tulip. Il che significava solo una cosa.
Era stato davvero lui a prenderla.
Non ricordava di averlo fatto, eppure la prova era lì, tra le sue dita.
«Merda» imprecò sottovoce, arruffandosi i capelli.
La poggiò sulle coperte, tornando a rovistare nel cuscino. C'erano delle piccole palle di carta accartocciate. Bailey ne afferrò una, aprendola. Era una pagina del diario di Harry Potter.
Oggi mi sono ritrovato a pensare, ancora una volta, agli Horcrux. È strano come una parola possa portare con sé così tanto orrore. Difficile anche solo scriverla.
Un Horcrux non è un semplice oggetto magico. È qualcosa di peggio, molto peggio. È un frammento d’anima, strappato con la magia più oscura che esista e nascosto dentro qualcosa di apparentemente innocuo. Per crearne uno, bisogna uccidere. Non solo togliere la vita a qualcuno, ma distruggere la propria umanità nel farlo. La morte è il prezzo da pagare per spezzare la propria anima e legarla a un oggetto o, peggio ancora, a una persona, impedendo così alla morte stessa di prendere possesso del proprio corpo.
Voldemort ne aveva creati più di uno. Sette, per la precisione. Aveva dilaniato la propria anima in pezzi così piccoli da rendersi quasi immortale. È questo che lo rendeva così potente, così difficile da sconfiggere. Non bastava ucciderlo. Finché anche solo uno dei suoi Horcrux fosse esistito, lui avrebbe trovato un modo per tornare.
Il diario di Riddle, l’anello di Marvolo Gaunt, il medaglione di Serpeverde…ogni volta è stata una battaglia, ogni volta un sacrificio. Il pensiero che qualcuno possa venire a scoprire di questo segreto e ritentare la sua impresa mi pesa sul petto come un macigno.
Voldemort ha mai sentito di stare perdendo sé stesso? O era troppo ossessionato dal potere per accorgersene?
A volte mi chiedo se la magia oscura lasci un marchio anche su chi la combatte. Ma forse è solo la paura che parla.
Bailey sentiva i battiti del suo cuore rimbombargli nelle orecchie. Acchiappò le altre pagine e le dispiegò.
Non so se voglio davvero scrivere questo...ma devo.
Gli Horcrux. Una delle magie più oscure che esistano, forse la più oscura. Ogni volta che ne parliamo, avverto un peso nello stomaco. È come se anche solo pensarci fosse sbagliato, come se certe cose non dovessero mai essere comprese fino in fondo.
Ma io devo capirle.
Per creare un Horcrux, bisogna compiere un atto irreparabile: uccidere. Non è solo questione di togliere la vita a qualcuno. È molto di più. L’omicidio spezza l’anima di chi lo compie, la lacera. Chiunque, dopo aver ucciso, porta dentro di sé quella frattura. Ma per creare un Horcrux, bisogna fare un passo ancora più grande: separare quel frammento d’anima dal proprio corpo e incatenarlo a un oggetto o a una persona.
Come Voldemort sia riuscito a scoprire esattamente il procedimento è qualcosa che forse non sapremo mai. I libri che ne parlano sono stati censurati, e Silente stesso ha detto che la magia necessaria è così malvagia da non poter essere completamente descritta. Hermione ha trovato qualche riferimento: un incantesimo, qualcosa che fissa il frammento d’anima nell’oggetto prescelto. Ma non basta solo la magia. Serve anche una volontà feroce, una determinazione a negare persino la morte.
Ciò che rende gli Horcrux così potenti è che mantengono vivo il loro creatore anche se il suo corpo viene distrutto. Voldemort è sopravvissuto proprio così. Quando il suo Avada Kedavra rimbalzò su di me, lui non morì davvero. Aveva già spezzato la sua anima in più pezzi, nascosti in oggetti sparsi ovunque. Era un essere incompleto, un’anima fratturata così tante volte da non essere più intera. Io stesso diventai un Horcrux, perché ciò che restava della sua anima si aggrappò alla prima cosa viva che trovò, come un parassita.
Eppure, è questa la parte che mi ossessiona: c'è un modo per tornare indietro? Un modo per guarire? Ma Voldemort non lo voleva. Ha continuato a distruggersi, pezzo dopo pezzo, convinto che l’immortalità valesse più della sua stessa umanità.
Quello che mi spaventa di più non è solo il modo in cui si crea un Horcrux. È quello che devi essere disposto a diventare per farlo.
Bailey srotolò in fretta l'ultima pagina.
Non è mai davvero finita.
Gli Horcrux non sono solo un ricordo del passato. Anche se Voldemort è stato sconfitto, l’idea stessa di quella magia oscura è ancora là fuori. E questo è ciò che mi preoccupa di più.
Dopo la battaglia di Hogwarts, il Ministero ha avviato un’operazione di bonifica per eliminare ogni traccia di quei libri. Tutti i testi che parlavano di come creare un Horcrux, o anche solo accennavano alla procedura, sono stati sequestrati e distrutti. Hermione ne ha supervisionato una parte, e posso solo immaginare quanto sia stato difficile per lei leggere anche poche righe di quell’orrore. Hanno setacciato la Sezione Proibita della biblioteca di Hogwarts, gli archivi di Durmstrang, le collezioni private di famiglie oscure. Pensavamo di aver fatto abbastanza.
Ma io non sono così sicuro che abbia funzionato del tutto.
Il problema con la magia oscura è che si nasconde nei posti più impensabili. Non tutti i libri sono stati scritti nelle biblioteche, non tutti i segreti vengono tramandati su pergamena. Quante copie potrebbero essere ancora là fuori? Quanti maghi oscuri hanno custodito questi segreti, tramandandoli di generazione in generazione? Basta una sola persona con abbastanza ambizione, abbastanza follia, per riportare tutto questo in vita.
Hermione dice che la cosa più importante è che non esiste più nessuno come Voldemort, nessuno disposto a spingersi così oltre. Io voglio crederci, davvero. Ma la storia della magia oscura è sempre la stessa: qualcuno trova un vecchio incantesimo, un’idea dimenticata, e decide di vedere fin dove può arrivare.
Per questo non posso abbassare la guardia. Per questo devo restare vigile. Perché se là fuori esiste ancora un solo libro, una sola pergamena nascosta in qualche sotterraneo polveroso…qualcuno, prima o poi, la troverà.
Bailey restò a fissare la carta. Quindi era stato sempre lui a strappare le pagine...ma perché?
Si alzò, avvicinandosi al letto di Arthur. Lo scosse per una spalla.
«C-che c'è?» borbottò lui, riemergendo dalle coperte e posando uno sguardo insonnolito su Bailey.
«Leggi qui» disse lui, la voce che tremava per l'emozione.
Arthur si mise seduto e prese le pagine, cominciando a leggere. Mano mano che scorreva le righe, i suoi occhi si sgranarono. «Dove...?»
«Erano nascosti nel mio cuscino»
«Il tuo cuscino?» ripeté smarrito Arthur, guardandolo. «Perché...?»
«Non lo so.» Bailey si strinse nelle spalle. «Le ho trovate lì. Spiega cosa sono gli Horcrux!» aggiunse con sussiego.
Arthur tornò a fissare le pagine. «Non ho mai sentito parlare di una magia simile. E'...terribile.»
«Già.»
«Ora capisco perché non ho trovato nulla in Biblioteca. Una conoscenza del genere in mano alla persona sbagliata...finirebbe per ripetersi tutto...» Arthur si accarezzò la guancia, perso nelle sue riflessioni. «Secondo Harry Potter sono comunque sopravvissuti dei libri che ne parlano...spero che si sbagli...»
Rimasero in silenzio.
«Meglio che le conservi» disse alla fine Arthur, restituendogli le pagine. «Anche se non mi è chiaro il motivo per cui l'hai strappate.»
«Forse perché sono importanti»
Arthur lo fissò. «E' come se qualcuno avesse dato per scontato che non avresti letto il diario per intero e volesse attirare la tua attenzione sugli Horcrux» si morse il labbro. «B.B., dobbiamo cercare di capire cosa ti stia succedendo. Questa storia non mi piace per niente.»
«C'è un'altra cosa...»
«Cioè?»
Bailey prese la mappa di Tulip e gliela mostrò.
«Che cos'è?» domandò Arthur, studiandola con la fronte aggrottata.
«Una mappa. Mostra dove si trova chiunque sia nel castello.» Bailey gli indicò i vari puntini neri. «Appartiene a Tulip»
«Tulip? Tulip Fitzgerald? Te l'ha data lei?»
«No...io, ecco...credo di avergliela rubata»
Arthur sollevò di scatto lo sguardo su di lui. «Tu cosa?» mormorò.
«Me l'ha mostrata qualche tempo fa. Ci siamo incontrati al settimo piano, davanti quella stanza di cui ti ho parlato...solo che c'era solo un muro, quindi lei non l'ha vista...era lì per farsi una passeggiata notturna» Bailey si grattò la nuca. «Ha detto che mi aveva visto arrivare sulla mappa, ma che non appena avevo girato l'angolo ero invisibile...»
«Frena. Spiegami nel dettaglio com'è andata la scena»
Bailey lo fece.
«Non dovresti saper praticare incantesimi di Disillusione» commentò Arthur, teso. «Nemmeno io so farlo»
«Lo so»
Arthur lo scrutò. «Ci sono troppe cose che non quadrano. Forse dovresti parlarne con la Bu...»
«No» disse secco Bailey.
«B.B., non è normale.»
«Tu dici?» replicò sarcastico lui. «Ma non ne parlerò alla Burke.»
Arthur sospirò.
«Meglio che torniamo a dormire. Domani dobbiamo svegliarci presto» disse Bailey, per spezzare la tensione.
«Sperando che tu rimanga nel tuo letto» fu il commento di Arthur.
«Tu vuoi che io faccia cosa?» esclamò Matthew, mentre andavano a colazione.
«Per favore, è importante» lo supplicò Bailey. «Mi sdebiterò, promesso»
«B.B., lo sai che non la sopporto. Non puoi dirglielo tu e basta? Siete pappa e ciccia, no?»
«Io...non posso» borbottò Bailey. «Abbiamo litigato»
Matthew sospirò. «E va bene» si arrese. «Non posso resistere a quegli occhioni da cucciolo. Che le devo dire?»
Bailey glielo spiegò. «...solo non farti notare.» si raccomandò.
Aspettò impaziente l'inizio delle lezioni. In prima ora aveva Storia della Magia. Bailey non si premurò nemmeno di entrare in classe e andò dritto verso il bagno di Mirtilla Malcontenta, adocchiandosi alle spalle per assicurarsi di non essere seguito.
Aspettò più di mezz'ora, ma alla fine la porta si aprì e ne entrò Armistice.
«Che c'è?» esordì, senza neanche accennare un saluto.
«Anche a me fa piacere vederti» scherzò Bailey.
«Ci vediamo ogni giorno» replicò con freddezza lei. «Se devi dirmi qualcosa fallo in fretta, non ho molto tempo.»
Bailey tirò fuori dalla tasca le pagine del diario di Harry Potter e gliele mostrò.
«Che roba è?» Armistice le afferrò e cominciò a leggerle. La sua espressione perse un po' della sua durezza. «Dove l'hai trovate?» chiese alla fine.
«E' una lunga storia» disse Bailey. «Provengono dal diario privato di Harry Potter»
Armistice lo guardò e sbatté le palpebre. «Harry Potter?» ripeté. «Quel Harry Potter?»
«Proprio lui»
«Non ho mai sentito parlare di questi Horcrux. Qui dice che lui stesso ne è diventando uno nel momento in cui Voldemort ha provato a ucciderlo...non posso credere che abbiano tenuto tutto nascosto» Armistice tornò a sollevare lo sguardo, gli occhi che brillavano. «Sai cosa significa?»
Bailey scosse il capo.
«Il drago» disse Armistice. «Non è un Inferius...è un Horcrux»
Bailey socchiuse la bocca, stupito. «Cosa?»
«Tutto torna.» continuò con fervore la ragazza. «Dexteris deve aver legato una parte della sua anima al drago. Ecco come fa a controllarlo!»
«Si può fare?» chiese dubbioso Bailey.
«Certo che sì! Lo spiega qui! L'anima si può legare a oggetti o persone! E' logico pensare che si possa fare anche con le creature magiche...il serpente!» esclamò Armistice. «Voldemort se ne andava in giro con un serpente! Probabilmente era un Horcrux!»
«Quindi...Dexteris ha trovato un libro che spiega come crearli?»
«Così sembra.» Armistice si sfiorò la cicatrice con aria distratta. «O potrebbe essere stato William Burns»
«Che vuoi dire?»
«Magari l'ha imparato da lui. I Burns sono una delle famiglie di purosangue più antiche...potrebbero conoscere il processo. O William Burns potrebbe averlo appresso altrove...» Armistice ripiegò i fogli e glieli consegnò. «Non è molto, ma almeno ne sappiamo più di prima»
«Pensi di dirlo a tuo padre?»
«Dubito che mi crederebbe.»
«Ma se Dexteris è legato al drago...allora significa che è immortale»
«Perlomeno finché non uccidiamo il drago»
«Uccidiamo?» gli fece eco Bailey. «Cavolo, Armie, non starai ancora pensando di...»
«Se troviamo il drago, troviamo lui. Dopo l’ultima volta, non commetterà lo stesso errore.»
«Armie, se ha creato un Horcrux...allora vuol dire che è un assassino. È troppo...»
«Grazie per le informazione» tagliò corto Armistice. «Ci vediamo» e uscì.
Bailey sospirò, grattandosi la testa. Non era stata una buona idea, dopotutto.
Nel pomeriggio il tempo cambiò, e dalle nuvole grigie fece capolinea il sole. Bailey decise di uscire fuori in cortile per prendere una boccata d'aria. Si sedette a una panchina e tirò fuori i libri.
Intorno a lui, gli studenti chiacchieravano tranquillamente, ridendo e scherzando senza la minima ombra di preoccupazione. Bailey li osservava, sentendo un'ondata di invidia crescergli dentro. Era difficile non desiderare quella leggerezza, quella normalità che sembrava appartenere a tutti tranne a lui.
All'improvviso, un gatto nero balzò sulla panchina accanto a lui, facendo le fusa con un suono profondo e rassicurante. Si stiracchiò con grazia, allungando le zampe davanti a sé, e poi si accoccolò sul marmo freddo.
«Non sto facendo niente» disse piccato Bailey, mentre il gatto lo fissava con i suoi occhi a lampadina, agitando la coda.
Silas Burke prese le sue sembianze umane. Aveva di nuovo l'aspetto di un'avvenente ventenne con i capelli blu e gli occhi viola. Tuttavia, Bailey non poté fare a meno di notare che il suo volto, seppur ancora giovane e bello, appariva stranamente smunto. Le sue guance erano più scavate, i tratti più tesi, come se qualcosa lo stesse consumando dall’interno. «Sei proprio un moccioso bravo e diligente» disse con ironia. «Che cosa stai studiando?» e si sporse per guardare, facendo sfiorare le loro spalle. «Ooh...erbologia.»
Bailey si spostò appena, cercando di mascherare il disagio.
«Mi state mandando al manicomio, lo sai?» sibilò Silas Burke. «Per colpa tua e dei tuoi amichetti non riesco più a farmi una dormita in santa pace. Mi fate venire voglia di mettervi le mani al collo» le sue mani si strinsero, come se stesse immaginando la scena.
«Mi dispiace» bofonchiò nervoso Bailey, non sapendo bene che dire.
«Lo so che stai architettando qualcosa...posso vedere gli ingranaggi del tuo cervellino muoversi» Silas Burke gli picchiettò la tempia col dito. «Ma io non te lo permetterò. Oh, no...»
«Non sto "architettando" nulla» replicò Bailey. «Voglio solo essere lasciato in pace» aggiunse, in un impeto di coraggio.
«E io vorrei solo riuscire a dormire quarantotto ore filate, ma non possiamo sempre avere quello che desideriamo» ribatté con rabbia Silas Burke.
Bailey vide Arthur venirgli incontro e fu colto dal sollievo.
«Eccoti! Ti ho cercato dappertutto» disse lui.
Si chinò e gli diede un leggero bacio sulla guancia. Bailey aggrottò la fronte, confuso.
Arthur si voltò verso Silas Burke. «Le dispiace lasciarci soli?» chiese in tono sprezzante.
«Pidocchio impertinente! Non dovresti parlarmi così» Lui incrociò le braccia. «E comunque la risposta è no. Devo tenervi d'occhio»
«Ma questo non le da il diritto di violare la nostra privacy»
«Che vuoi dire?» domandò acido Silas Burke, scrutandolo.
Arthur si sedette accanto a Bailey, prendendolo sottobraccio e stringendosi a lui.
«Voglio passare del tempo col mio ragazzo. Senza che lei stia lì a fissarci come un maniaco»
«Il tuo ragazzo?» squittì Silas Burke, sussultando leggermente. «Ah! Lo sapevo» aggiunse compiaciuto. «L'avevo detto...»
«Sì, be', complimenti per l'intuito. Ora se ne vada. O scriverò a mia madre di come lei ci importuna»
«Importunarvi?» sbottò Silas Burke, gonfiandosi. «Pensi che me ne freghi qualcosa di cosa...»
«Direi di sì. È ancora qui.»
Silas Burke scattò in piedi, rifilandogli un'occhiataccia. Poi si trasformò di nuovo in gatto e corse via tra i cespugli.
«Per fortuna ha funzionato» mormorò Arthur, staccandosi da Bailey. «Scusa per il bacio, doveva sembrare credibile»
«Figurati. Grazie per avermelo tolto dai piedi.»
«Sono appena stato da Hagrid» proseguì Arthur. «Per chiedergli degli Horcrux»
«Perché...»
«Lui era lì, B.B. Conosceva Harry, Ron ed Hermione, li ha visti crescere. E ha partecipato alla battaglia di Hogwarts. Ho immaginato che Harry gliene avesse parlato»
«E?»
«Non mi ha voluto dire niente, ma si è agitato appena li ho nominati. Mi ha chiesto dove avessi sentito quella parola. Gli ho detto che l'avevo letta su un libro» Arthur lo guardò. «Ha continuato a svagheggiare finché non mi ha liquidato con una scusa»
«Be', d'altronde ora sappiamo cosa sono. Stamattina ne ho parlato con Armie...ci siamo incontrati di nascosto nel bagno di Mirtilla Malcontenta» spiegò Bailey, al suo sguardo perplesso. «Secondo lei il drago è un Horcrux creato da un tizio di nome Pyrgus Dexteris, una specie di braccio destro di mio padre...Armie pensa che abbia preso il suo posto come capo e che sia stato lui a uccidere quei maghi nella radura...»
Arthur si morse il labbro. «Sì, è probabile. William Burns era una figura carismatica, proprio come Voldemort. I suoi seguaci non avranno preso bene la mossa di questo Dexteris. Sopratutto se l'assalto ad Azkaban è stata opera sua...» abbassò lo sguardo. «B.B., ascolta, io...» esitò. «Ci ho riflettuto e...»
Si zittì. Bailey aspettò che continuasse.
«I tuoi...definiamoli vuoti di memoria...lo so che può suonare assurdo, ma...»
«Cosa?» lo esortò Bailey.
«Ecco...tu...» Arthur tornò a guardarlo, nervoso. «potresti...essere a tua volta un Horcrux»
Bailey lo fissò. Poi scoppiò a ridere. «Cosa?» ripeté.
«La mia è solo una teoria» disse in fretta Arthur, come a volersi giustificare. «Ti ricordi quando abbiamo con Twick e lui ha detto che tuo padre aveva bisogno di un'eredità?»
«Sì, e allora?»
«Mi sono chiesto perché avesse voluto un figlio se poi lo ha abbandonato» Arthur esitò ancora. «Forse è questo il motivo. Forse, lui...»
Non finì la frase.
Bailey scosse il capo, divertito. «Andiamo, Arti...»
Arthur rimase in silenzio, torcendosi le mani. «B.B., se davvero sei...potrebbe essere collegato ai tuoi strani attacchi. Magari...magari William Burns...non è morto»
«Che vuoi dire? Certo che lo è. Hanno trovato il suo corpo, no?»
«Sì, ma...se è...potrebbe...essere rimasto in qualche modo legato a te.»
Bailey sentì il sorriso morirgli lentamente sulle labbra.
«Come...come una specie di parassita» Arthur prese fiato. «Potrebbe...standoti influenzando in qualche modo»
Bailey avvertì la gola chiudersi, mentre il peso delle parole di Arthur si faceva strada nella sua mente. Un Horcrux. Lui, un Horcrux. L’idea era così assurda, così ridicola, eppure...
L’aria nel cortile sembrava improvvisamente più pesante. Arthur lo stava guardando con un’espressione seria, tesa.
«B.B.?»
Lui gli sfiorò la mano. Bailey si ritrasse.
«Se è così, troveremo una soluzione» aggiunse con impeto Arthur, cercando di apparire convincente.
«Come?» domandò tagliente Bailey.
«I-io non lo so...non sappiamo molto sugli Horcrux» Arthur si mosse agitato sulla panchina. «Ma dev'esserci una soluzione. A quanto dice nel suo diario, Harry Potter era a sua volta un Horcrux...magari c'è un incantesimo, qualcosa...»
Bailey non era sicuro di volerlo ascoltare. Un'orribile sensazione stava prendendo possesso di lui. Le notti insonni, i risvegli improvvisi in luoghi sconosciuti. L’ombra in agguato nell’oscurità, sempre presente, sempre lì a osservarlo...era quella di suo padre?
Il pensiero lo colpì con la forza di un pugno. E se William Burns non fosse davvero morto? Se una parte di lui fosse ancora viva, nascosta dentro di lui, e lo stesse davvero influenzando? Il battito nel petto di Bailey accelerò, mentre un’ondata di nausea gli chiudeva lo stomaco. Era impossibile…giusto?
«Dovremmo...dovremmo davvero discutere di questa situazione con la Burke, B.B.» riprese piano Arthur. «Forse lei può...»
Bailey si alzò.
«Dove vai?» domandò sorpreso Arthur.
Lui non rispose e si allontanò. Voleva solo scappare. Tornarsene a casa, dimenticare tutto, fingere che quella storia non fosse mai esistita. Si ritrovò a vagare nei corridoi senza meta, scivolando come un fantasma tra gli studenti che chiacchieravano attorno a lui, ignari del vortice che gli si agitava dentro.
La testa gli pulsava di nuovo. Il ronzio nelle orecchie cresceva, la folla gli sembrava soffocante. Desiderò che tutti scomparissero.
Continuò a salire, i passi pesanti sulle scale di pietra, finché non raggiunse il settimo piano. Il corridoio era deserto, avvolto in un silenzio irreale.
All’improvviso si fermò, portandosi una mano alla tempia nel tentativo di alleviare il dolore pulsante che gli martellava il cranio. Inspirò a fondo, cercando di riprendere il controllo, e solo allora si rese conto di dove si trovava.
Era di nuovo lì.
Davanti alla parete dove, nel suo sogno, si era materializzata la porta.
Il cuore gli diede un sussulto. Istintivamente, allungò una mano e sfiorò il marmo freddo. Non si aspettava nulla, era solo un gesto privo di significato…e invece accadde di nuovo.
La pietra tremò sotto il suo tocco, come se qualcosa la stesse risvegliando. Poi, lentamente, la superficie si mosse, ritraendosi per lasciare emergere una porta imponente.
Bailey non esitò. Afferrò la maniglia e la spinse.
Oltre la soglia, trovò un’aula abbandonata, immersa nella penombra. Il soffitto era alto, le travi scure coperte di ragnatele. Banchi rovesciati e scaffali polverosi riempivano la stanza, come se fosse stata dimenticata da anni.
Bailey avanzò. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo. Si fermò al centro dell'aula, guardandosi attorno. Non c'era niente lì.
La testa gli lanciò un'altra fitta, così intensa da fargli stringere i denti.
Barcollò in avanti, cercando un appoggio. Le dita trovarono il legno ruvido di un vecchio banco, e vi si aggrappò, ansimando. Il dolore era acuto, penetrante, come se qualcosa dentro di lui stesse cercando di uscire, di farsi strada a forza.
Si passò una mano tra i capelli, le unghie quasi graffiando il cuoio capelluto nel tentativo disperato di restare lucido. Un gemito gli sfuggì dalle labbra.
Il dolore nella testa divenne insopportabile, un martello che batteva incessante. Si aggrappò al bordo del banco con entrambe le mani, le nocche sbiancate dallo sforzo.
E poi, sentì qualcosa.
Non un suono, non una voce, ma una presenza.
Era come un sussurro nascosto tra i battiti del suo cuore, una parola che si arrampicava dentro di lui, premendo contro la gola, cercando di uscire. Non sapeva da dove venisse, né perché lo stesse sentendo. Ma era lì, insistente, inevitabile.
Le sue labbra si socchiusero, e prima ancora di rendersene conto, mormorò: «Twick»
L'elfo si Materializzò con uno schioppo. «Padrone» gracchiò, inchinandosi.
Per un momento lo scrutò da sotto le sopracciglia folte, come se cercasse qualcosa. Bailey restò in silenzio. Non sapeva perché lo aveva chiamato.
«Il padrone ha bisogno di qualcosa?» indagò l'elfo. «Se posso, padrone, ha un'aria un po' stanca...vuole che le prepari una bella tisana?»
«Sai cos'è questo posto?» domandò in automatico Bailey, senza che la domanda si fosse formata nella sua testa.
«Sì, padrone. Questa è la stanza vieni e va» rispose Twick con un altro inchino. «Cambia forma a seconda di ciò che si cerca...è evidente che il padrone desiderava un posto tranquillo e la stanza lo ha accontentato.»
«Come fai a conoscerla?»
Twick non rispose subito. «Tutti gli elfi domestici del castello sanno della stanza vieni e va.»
«E io?» disse amareggiato Bailey. «Come faccio a sapere della sua esistenza?»
Twick lo fissò, rimanendo in silenzio.
«Tu sai cosa mi sta succedendo, vero?»
«Il padrone è stanco. Dovrebbe...»
Bailey si sollevò. «Perché mio padre voleva un figlio?»
«Al padrone serviva un'eredità» rispose sbrigativo l'elfo.
«Perché?» insistette Bailey.
Twick tornò ad abbassare lo sguardo.
«Perché, Twick? Rispondi»
L'elfo si agitò, aprendo e chiudendo le lunghe dita secche.
«Ti ordino di rispondere alla mia domanda»
Twick chiuse gli occhi e tremò violentemente. «Al padrone serviva un'eredità» ringhiò. «Per...» si colpì in testa con un pugno. «per via del sangue...»
«Mi ha trasformato in un Horcrux, vero?»
Twick spalancò gli occhi, fissandolo quasi con aria sconvolta. «Il mocciosa lo sa» borbottò. «Conosce il segreto del mio padrone...»
«Allora è vero» disse rassegnato Bailey.
Calò il silenzio.
«Il moccioso non deve farne parola con nessuno» disse sprezzante Twick.
«Troppo tardi»
L'elfo strinse i pugnetti e fece un versaccio. «Stupido moccioso! Doveva tenere il becco chiuso! A chi l'ha detto? A quella vile traditrice del suo sangue?»
«Solo ad Arti»
«Twick può ancora sistemare le cose. Sì, lui può. Cancellerà la memoria ai mocciosi...»
L'elfo fece per schioccare le dita, ma Bailey lo bloccò con un repentino: «Fermo.»
Sembrava che a parlare non fosse stato lui. Twick si paralizzò. Bailey avvertì un'altra domanda salirgli alla gola senza che lui l'avesse neanche pensata.
«Amelia Burke lo sa?»
Twick si afflosciò su sé stesso, atterrito. «No, padrone» pigolò. «La traditrice del suo sangue ha provato a far parlare Twick, ma lui non le ha detto nulla...ma lo sospetta...»
«Devo trovare Dexteris»
Twick sprofondò col naso per terra.
«Sì, padrone. Twick vorrebbe aiutarlo, tuttavia, come le ho già detto, Twick non può allontanarsi dalla scuola, la vile traditrice...»
Bailey si sentiva come un’ombra proiettata su un muro, presente ma distante. Il suo respiro era un’eco lontana, il battito del cuore un tamburo ovattato che risuonava da un luogo remoto.
Era come galleggiare appena sopra la propria pelle, osservando il mondo attraverso un vetro spesso e appannato. I suoni arrivavano attutiti e il tempo sembrava scorrere con un ritmo incostante, accelerando e rallentando senza preavviso.
«Lo so» replicò Bailey con una freddezza che non gli apparteneva. «Ma sono stanco di aspettare.»
Twick sollevò appena lo sguardo su di lui. «Il padrone ha un piano?»
«Devo entrare nel suo ufficio. Avrà di sicuro una Passaporta, nascosta da qualche parte. Sei riuscito a ottenere la parola d'ordine?»
«Twick ha tenuto le orecchie aperte come il padrone aveva ordinato. Twick e gli altri elfi non possono Materializzarsi nell'ufficio, ma Twick ha ascoltato uno dei leccapiedi della traditrice parlare con un suo simile...la nuova parola d'ordine è "Aegis".»
I muscoli facciali di Bailey si tesero in un sorriso. «Bene.»
«Twick ha scoperto anche altro. La traditrice oggi aveva appuntamento con il Ministro della Magia. Il suo ufficio è vuoto, se il padrone vuole approfittarne...»
«Oh, sì. Penso proprio che lo farò, Twick» ridacchiò Bailey.
Anche lui sorrise. «Il padrone darà finalmente a quei traditori ciò che si meritano. Sarà un giorno glorioso! E quando li avrà sistemati, potremo finalmente andarcene da qui...»
«Sì, Twick, potremo finalmente andarcene da qui»
Bailey cercò di afferrare la realtà, di ancorarsi a qualcosa, ma tutto scivolava via come sabbia tra le dita. Era prigioniero di un corpo che riconosceva come suo, eppure non lo sentiva più. Percepì sé stesso scrocchiarsi il collo.
«Il ragazzo oppone resistenza.» Bailey si osservò le mani. «E' più caparbio di quanto mi aspettassi»
«Il moccioso sarà un problema? Forse il padrone dovrebbe aspettare...»
«Twick, mi conosci. Pensi che permetterò a un ragazzino di ostacolarmi? E' poco più che un prurito alla base del mio cervello»
«Ha detto che ha spifferato il suo segreto, padrone...»
«Sì, lo so» disse in tono indolente Bailey. «L'ho visto. Ma il piccolo Arti non rappresenta un pericolo. Anzi, potrebbe rivelarsi anche utile, alla fine»
Bailey prese a camminare verso la porta. Ogni movimento era come se fosse guidato da un’altra volontà. Provò a impedirsi di afferrare la maniglia, inutilmente. Aprì la porta e uscì dalla stanza, con Twick alle calcagna.
Appena girato l'angolo, qualcuno pronunciò il suo nome: «B.B.!»
Si girò lentamente. Arthur gli correva incontro, inseguito da Armistice.
«Ti stavano cercando...ho pensato...»
«Perché?» chiese annoiato Bailey.
Arthur titubò. «Be', sembravi sconvolto prima...per...sai, quella cosa...»
Lanciò un'occhiata ad Armistice, che aggrottò la fronte.
«Oh, sì» disse con calma Bailey. «In effetti lo sono» aggiunse con noncuranza. «Insomma, venire a scoprire che sono un Horcrux...»
«Tu cosa?» esclamò Armistice.
«Arti non te l'ha detto?»
Lui arrossì.
«Sì, abbiamo motivo di credere che io sia un Horcrux creato da mio padre»
Armistice richiuse la bocca con uno scatto.
«E' solo una teoria...» farfugliò Arthur.
«No, Arti. Sai, ci ho riflettuto, e credo proprio che tu abbia ragione. Questo spiega i miei vuoti di memoria e tutto il resto»
Arthur fece un passo avanti. «Troveremo una soluzione, B.B. Sono sicuro che la Burke...»
«So che vuoi aiutarmi.»
Bailey avrebbe voluto urlare, avvertirli di stargli lontano, ma non accade nulla. Mise una mano sul braccio di Arthur e proseguì: «...ma non possiamo dirlo alla Burke. Non ancora, perlomeno»
«Ma...»
Bailey guardò Armistice. «Ho scoperto dove si trova Dexteris»
«Come?» domandò subito lei.
«Ho mandato Twick a cercarlo»
L'elfo si inchinò. «Tutto per il mio padrone»
«Dov'è?»
«Abbiamo bisogno di una Passaporta per arrivarci. Twick dice che la Burke ne ha una nel suo ufficio»
«Allora cerchiamola» disse con sicurezza Armistice.
«Cosa?» esclamò Arthur, voltandosi verso di lei. «Non possiamo entrare nel suo ufficio, è...»
«Ci servirà la parola d'ordine» lo interruppe Armistice.
«Twick ha origliato una conversazione tra i professori. La nuova parola è Aegis.»
Armistice guardò verso l'elfo. «Ti sei dato da fare» commentò.
Lui si piegò. «Twick vive per servire, signora»
«La Burke non c'è in questo momento. Se vogliamo farlo dobbiamo agire subito» continuò Bailey, senza riuscire a fermarsi. «Se non ve la sentite lo capisco.»
Arthur spostò lo sguardo da lui ad Armistice, nel panico. «Se ci beccano verremo sospesi! E poi cosa faremo una volta trovato questo Dexteris? Siamo solo dei ragazzini, non...»
«Arti, non possiamo restarcene con le mani in mano. Twick mi ha spiegato che Dexteris sta organizzando qualcosa ed è molto vicino a ottenere ciò che vuole. Non abbiamo tempo» disse con calma Bailey.
«Ci toccherà occuparci prima del drago» disse Armistice.
«Uniti possiamo farcela.»
«Mi sembra tutto molto arrangiato!»
«D'accordo, resta pure qui» tagliò corto Armistice. «Noi andiamo.»
Bailey annuì. «Seguimi»
S'incamminarono verso l'ufficio.
«E' una follia!» sbottò Arthur, tampinandoli.
«Lo so» replicò Bailey. «Ma non abbiamo scelta, Arti»
«Sei di nuovo qui!» gorgogliò uno dei Gargoyle, non appena raggiunsero l'entrata.
«Aegis» disse Bailey.
«Dei bambocci come voi non dovrebbero conoscere la parola d'ordine» borbottò il Gargoyle.
Armistice fece per spingere la porta, ma Bailey la bloccò. «Aspetta» disse. «Ci sono degli incantesimi su questa porta. Vanno prima spezzati.» tirò fuori la bacchetta. «Lascia fare a me»
«Anche questo te l'ha spiegato Twick?» fece accigliata Armistice, mentre la bacchetta di Bailey scivolava sulla superficie di legno disegnando forme intrigate.
Lui non rispose. Si udì uno scatto e la porta si spalancò sulle scale, che li portarono su. Nell'ufficio regnava il silenzio più assoluto. Bailey si guardò attorno.
«E' pieno di roba qui dentro» osservò Armistice.
«Ci metteremo un'eternità! Squagliamocela finché siamo ancora in tempo!» squittì Arthur.
«Twick» disse soltanto Bailey.
L'elfo scattò, cominciando a rovistare tra gli scaffali. «So che sei qui» cantilenò. «Twick lo sente...»
«Che storia è mai questa?» tuonò una voce.
Alzarono lo sguardo. Uno dei ritratti alle pareti li fissava con aria arcigna.
«Voi tre! Fuori di qui!»
«Noi...» balbettò Arthur.
«E tu chi saresti?» chiese Armistice senza scomporsi.
«Quale impudenza! Si dia il caso, ragazzina, che tu stia parlando con Phineas Nigellus Black, uno dei...»
«...presidi più odiati di Hogwarts. Sì, ora ho capito chi sei» disse laconica Armistice. «Mi ero dimenticata dei ritratti...dobbiamo darci una mossa, potrebbero avvertire la Burke»
«Che diavolo state facendo?» urlò indignato Phineas. «Come osate venire qui mentre la preside...»
«Ecco!» Twick tornò da Bailey, reggendo tra le mani un vecchio calamaio. «L'ho trovata, padrone! E' la Passaporta!»
«Voi, piccoli...insolenti! Rimettetela subito a posto!»
Bailey fece per prenderla.
«Bailey» disse un'altra voce.
Lui guardò dritto davanti a sé. Un ritratto particolarmente grande torreggiava sopra lo scranno dove sedeva la Burke. Al suo interno, un uomo alto, con un lunghi capelli argentati e una barba altrettanto fluente lo fissava da sopra gli occhiali.
«Quello è Albus Silente» mormorò Arthur, quasi con venerazione.
«Non farlo» aggiunse Albus Silente, serio in volto.
Bailey lo ignorò e strappò la Passaporta dalle mani di Twick. «Muoviamoci. Armie ha ragione, potrebbero avvertire la Burke»
Gli sguardi di tutti i presidi erano puntati su di loro. Bailey poggiò il calamaio sulla scrivania e lo colpì con la bacchetta. Quello vibrò per un attimo.
«E' pronta. Al mio tre...»
«Come conosci l'incantesimo?» disse sorpreso Arthur.
«Bailey, devi pensare al bene dei tuoi amici» insistette Silente. «Non lasciare che ti controlli»
Bailey provò a dire qualcosa, ma per quanto tentasse, non ci riuscì.
«Di che sta parlando?» chiese perplesso Arthur.
«Non lo so. Tre...due...tre!»
Toccarono insieme il calamaio. Bailey si sentì come risucchiare, mentre il mondo intorno a lui si sfaldava.
Poi, il buio.
L'impatto non fu piacevole. Armistice si ritrovò a carponi su qualcosa di duro e umido. Si sentiva spossata, con il respiro corto e la nausea che le attanagliava lo stomaco. Boccheggiò, cercando di non vomitare. Detestava le Passaporte...
Intorno a lei udì Arthur mugolare. Si tirò su, scuotendo appena il capo, e si guardò attorno.
Si trovavano in una specie di grotta. L'aria era umida e densa, con l'eco di gocce d'acqua che cadevano ritmicamente da stalattiti appuntite. Il terreno era irregolare, coperto di muschio e piccole pozzanghere che riflettevano i bagliori tremolanti della luce che proveniva da fuori.
«Dove siamo?» chiese con voce tremante Arthur, rimettendosi in piedi a fatica.
Bailey si alzò. «Nel posto dove si nasconde Dexteris» rispose con semplicità. «Troviamolo e facciamola finita.» e si allontanò a passo sicuro.
«Non trovi che si stia comportando in modo strano?» mormorò Arthur, voltandosi verso di lei.
Armistice non rispose, ma dentro di sé era d'accordo con lui. C'era decisamente qualcosa che non andava in Bailey. Lo seguì fuori dalla grotta.
Non appena furono all’aperto, si bloccò di colpo.
Erano su una scogliera che affacciava sull’oceano, o comunque sul mare, non poteva esserne sicura. Il vento soffiava forte, portando con sé il salmastro e il fragore delle onde che si infrangevano contro le rocce sottostanti. L'orizzonte era una linea sottile dove il cielo grigio si fondeva con il mare agitato, creando un panorama da cartolina.
Bailey non si soffermò ad ammirarlo. Imboccò il sentiero stretto e tortuoso che si snodava lungo il fianco della scogliera. Le rocce erano scivolose per l'umidità e il vento soffiava senza tregua. Armistice e Arthur avanzarono con cautela, ogni passo calcolato con attenzione per evitare di scivolare e precipitare nel vuoto sottostante.
«Perché Twick non è venuto con noi? Ci avrebbe fatto comodo» domandò Armistice.
«Non può lasciare la scuola...non ancora» rispose in modo enigmatico Bailey.
Ad un certo punto sbucarono in delle specie di rovine. Un tempo dovevano essere state un villaggio, ma ora restavano solo macerie. Le case erano ridotte a cumuli di pietre e travi spezzate, segni di un tempo lontano ormai inghiottito dal tempo. Alcune mura ancora resistevano, monconi scheggiati che si innalzavano come denti spezzati contro il cielo grigio. Qua e là, porte sgangherate pendevano dai cardini arrugginiti, cigolando appena al soffio del vento. I tetti erano crollati quasi ovunque, lasciando intravedere l’interno delle stanze invase da muschio e rovi. Qualche finestra ancora resisteva, vetri crepati e impolverati che riflettevano la luce fioca del giorno, come occhi spenti.
«Sei sicuro che Dexteris si trovi qui?» indagò Armistice.
«Sicurissimo»
Armistice non fece in tempo a terminare il pensiero che trovarlo sarebbe stato un’impresa, che un ruggito squarciò il cielo sopra di loro. Alzarono lo sguardo.
Una grossa ombra scura si stagliava contro le nubi, avvicinandosi rapidamente. Il drago planò sulle rovine, descrivendo un paio di cerchi sopra il villaggio abbandonato, come un predatore in cerca della preda. Poi, con un battito d’ali possente, si lasciò cadere al suolo al centro del villaggio. L’impatto fece tremare la terra, facendoli barcollare, mentre le macerie scricchiolavano sotto il peso delle sue possenti zampe.
«Oh, Merlino» squittì terrorizzato Arthur.
Bailey tirò fuori la bacchetta e prese a correre nella sua direzione.
«B.B., aspetta!»
Armistice e Arthur si lanciarono all'inseguimento. Raggiunsero una vasta piazza, un tempo forse il cuore pulsante del villaggio, ora ridotta a un ammasso di pietre e polvere.
Il drago la dominava completamente con la sua imponente stazza. La lunga coda si agitava lentamente, sollevando nubi di detriti a ogni movimento. Dalle narici spalancate sfuggivano sbuffi di fumo caldo. Al posto dell'occhio destro aveva un buco incrostato di sangue rappreso. Quello sano si posò su di loro con un’intensità feroce quando li vide.
Anche Dexteris si voltò. Dimostrava a malapena trent'anni. Era alto e così magro che i vestiti gli pendevano addosso, larghi e sformati, come se fossero stati pensati per un uomo più robusto. Sembrava uno spaventapasseri dimenticato al vento. I lunghi capelli neri, arruffati e spettinati, gli incorniciavano il volto pallido e smunto, accentuandone i tratti affilati.
Per un momento li fissò, gli occhi sgranati in un lampo di sorpresa. «Voi» borbottò. «Mi ricordo di voi. Come...» e il suo sguardo si soffermò su Bailey.
Lui si fece avanti. «Sei così prevedibile, Pyrgus» disse con un sorriso feroce. «Non hai usato nemmeno degli incantesimi protettivi per occultare la tua presenza. Ma la lungimiranza non è mai stato il tuo forte»
Dexteris lo scrutò. «Tu» mormorò. «Eri alla grotta, con questi due...vi ho visti...»
«Hai legato il drago a te» Bailey scosse il capo, palesemente divertito. «E' così che sfrutti i miei insegnamenti? Un ciondolo ti sembrava troppo banale?»
Dexteris s'irrigidì.
«B.B., che stai dicendo?» pigolò Arthur, confuso.
«Tu» ripeté con rabbia Dexteris, mentre il suo volto assumeva un'espressione di puro odio. «Non è possibile...»
Bailey allargò le braccia, continuando a sorridere. «Nulla è impossibile. Dovresti averlo imparato, ormai.»
Con un rapido movimento del braccio, agitò la bacchetta e scagliò l'incantesimo con precisione. Il colpo centrò in pieno l’occhio sano del drago.
La belva emise un ruggito furioso che squarciò l’aria, contorcendosi per il dolore. Le sue ali si spalancarono con violenza, sollevando un turbine di polvere. Artigli possenti graffiarono il terreno, scavando solchi profondi mentre la creatura si dibatteva, accecata dalla rabbia.
«No!» urlò Dexteris, cedendo al panico.
Bailey scoppiò a ridere, una risata gracchiante e crudele. «Pensavi davvero che quella lucertola ti avrebbe reso invincibile?»
Dexteris tornò a guardarli, rabbioso. «Miserabile bastardo!» urlò. «Uccidili!» aggiunse, rivolgendosi al drago. «Usa il fuoco!»
Il drago sputò una fiammata alla cieca, costringendo lo stesso Dexteris ad arretrare per non finire incenerito.
Bailey scattò verso le macerie delle case, tallonato da Armistice e Arthur. «Dobbiamo ucciderlo!» gridò, per sovrastare i ruggiti del drago.
Armistice aveva molte domande che le ronzavano per la testa. «Perché ti comporti come se lo conoscessi?»
Bailey le poggiò una mano sulla spalla. «Ti spiegherò tutto dopo che ci saremo liberati di quel drago. Conoscete la maledizione Avada Kedavra?»
«Certo che la conosciamo!» sbottò atterrito Arthur. «Tu piuttosto come fai...»
«Se la usiamo tutti e tre sul drago eviteremo che ci uccida»
«E' illegale!» replicò sconvolto Arthur. «Non puoi dire sul serio!»
Un'altra fiammata li mancò di qualche metro, accompagnata da un incantesimo che si schiantò sfrigolando sul tetto sopra di loro.
«Vieni fuori, codardo!»
«Non abbiamo scelta!» ribatté deciso Bailey. «Il Ministero capirà. Ricordate: dovete volerlo. Di nuovo al mio tre...uno...due...»
Impugnarono le bacchette. Armistice notò che ad Arthur tremava la mano. Dubitava che sarebbe riuscito a eseguire l'incantesimo...
«...tre.»
Si affacciarono fuori dal loro nascondiglio. Il drago ruggiva, vomitando valanghe di fuoco a casaccio, mentre Dexteris cercava di farsi ascoltare da lui. Bailey prese la mira e urlò: «Avada Kedavra!»
Armistice lo imitò senza esitazione, levando la bacchetta e scagliando l’incantesimo con fermezza. Accanto a lui, però, Arthur esitò, la voce incrinata da un tremito mentre pronunciava la formula.
Due sprizzi verdi colpirono in pieno il drago. La bestia lanciò un ultimo, lacerante ruggito che riecheggiò tra le rovine, poi il suo immenso corpo cedette. Crollò al suolo con un tonfo sordo, scuotendo la terra sotto di loro e facendo tremare ancora una volta i resti del villaggio. Una nube di polvere si sollevò nell’aria mentre il silenzio calava pesante, soffocante, sulla piazza devastata.
«No! No!» sbraitò Dexteris. «Maledetto bastardo!»
Bailey puntò la bacchetta nel punto in cui proveniva la sua voce e lanciò un altro incantesimo. Si sentì un lieve tonfo, come se qualcosa fosse appena caduto a terra.
«Ce...ce l'abbiamo fatta?» balbettò Arthur.
«Sì, è morto» asserì tranquillo Bailey, per nulla turbato da quello che avevano appena fatto.
La polvere si stava depositando al suolo. Dexteris era a terra, rigido come uno stoccafisso. Armistice notò che muoveva ancora gli occhi: Bailey doveva averlo Pietrificato. Lui si avvicinò. «Sei patetico» commentò, osservandolo dall'alto. «E pensare che sei riuscito a uccidere gli altri in quella radura...»
Armistice lesse la paura negli occhi di Dexteris, ma vi colse anche qualcos'altro, una specie di urgenza, come se volesse dire qualcosa.
Poi Bailey puntò di nuovo la bacchetta verso di lui. Un altro lampo verde colpì in pieno petto Dexteris. Il suo corpo sussultò rimanendo per istante come sospeso da terra, infine crollò a terra, le orbite vuote.
«Che hai fatto?» urlò Armistice, guardandolo incredula.
«L'ho ucciso» rispose con semplicità lui.
«Ci serviva vivo!»
«Volevi interrogarlo? Sarebbe stata solo uno spreco di tempo...»
«B.B.» sussurrò inorridito Arthur. «H-hai appena ucciso una persona...»
«Così pare»
Armistice fece per sollevare la bacchetta, ma Bailey fu più veloce. Le afferrò il polso e glielo torse, costringendola a lasciarla. Poi con un altro movimento fulmineo fece volare via quella di Arthur.
«Che...che cosa stai facendo?»
«Mi siete stati molto utili» disse Bailey. «Davvero, non sarei riuscito a liberarmi di quel drago così in fretta se non fosse stato per voi...siete i migliori amici che uno come me possa desiderare»
«Si può sapere che diavolo ti prende?» ringhiò Armistice, cercando di sottrarsi alla sua presa.
Lui l'attirò a sé, fino a far sfiorare i loro nasi. «La prima volta che ti ho vista quasi non riuscivo a crederci» sorrise. «La piccola Armistice...con la sua meravigliosa cicatrice» e gliela sfiorò con la punta della bacchetta, che emise delle scintille. «Ti ho lasciato proprio un bel ricordo, non trovi?»
«B.B.» disse piano Arthur.
«Sei intelligente, Arti. Ormai avrai capito che non sono B.B. Lui non avrebbe mai ucciso nessuno.»
Arthur indietreggiò. «Sei...»
«Già» Bailey fece girare bruscamente Armistice, tenendola a sé con un braccio e puntandole la bacchetta alla gola. «Il solo e unico.»
Rise della sua stessa battuta.
«William» disse una voce.
Arthur si voltò. Amelia Burke era davanti a loro, con la bacchetta stretta in mano, il volto serio e i lunghi capelli neri che si muovevano al vento.
«Amelia!» esclamò Bailey. Non appariva affatto sorpreso. «Ce ne hai messo di tempo. Come vedi abbiamo già risolto tutto.»
Lo sguardo di Amelia Burke vagò dal drago fino a soffermarsi sul cadavere di Dexteris. «Sei stato veloce» fu il suo unico commento.
«Grazie a questi due. Sono così disponibili» replicò con sarcasmo Bailey.
«Come mai sei venuta da sola? Mi aspettavo che ti saresti presentata coi rinforzi»
«I ragazzi non c'entrano nulla, William. Lasciali andare.»
«Perché dovrei?» sghignazzò compiuto Bailey, poggiando la guancia contro quella di Armistice. «Mi sono così fedeli. Penso proprio che li terrò con me. Diventeranno degli ottimi adepti. Basterà...un po' di magia a fargli cambiare idea.»
«Va al diavolo!» ringhiò Armistice, tentando di nuovo di liberarsi.
«Ah» disse Bailey, affondando la bacchetta nel suo collo. Poi tornò a guardare Amelia Burke. «Che aspetti, Amelia? Perché non provi a uccidermi? Certo, in questo modo dovrai prima sacrificare la piccola Armistice...»
Amelia Burke non rispose. Arthur si mise tra di loro. «Non può farlo! B.B. non è in sé!»
Bailey scoppiò a ridere. «Hai visto, Amelia? Tengono troppo a lui, dovrai passare sui loro corpi prima»
«Sembra che tuo figlio abbia ereditato il tuo carisma, oltre che la tua faccia» disse lei con calma.
«Così pare»
«Ma le vostre somiglianze finiscono qui. Hai sempre usato gli altri come scudo, William, cosa che tuo figlio non farebbe mai. Non hai avuto pietà nemmeno per i tuoi sgherri...»
«Pietà?» ripeté sprezzante Bailey. «Per quella massa di vili traditori che avevano appoggiato Pyrgus? Quando mi hanno visto non hanno fatto altro che ridere. E quando gli ho mostrato chi ero realmente, se la sono fatta addosso. Oh, non ridevano più mentre li uccidevo uno a uno come mosche. Dovevi sentire le loro suppliche...musica per le mie orecchie»
«H-hai detto che è stato Dexteris a ucciderli...» mormorò esitante Arthur.
«L'ho detto solo per non insospettirvi. No, Arti, sono stato io. E' stato molto catartico...anche se ciò mi ha indebolito e ha permesso al mio sciocco figlio di riprendere il controllo. E' stata una vera fortuna che abbia incontrato quel gigante nella foresta. Saremmo finiti mangiati da quell'Acromantula altrimenti»
«Combatti con me, William» disse Amelia Burke. «O hai paura?»
«Di chi? Di te, Amelia?» sogghignò Bailey. «L'ultima volta ti ho quasi uccisa. L'unico motivo per cui sei sopravvissuta è che c'erano i tuoi colleghi a coprirti le spalle...inoltre» proseguì eccitato. «Non puoi farmi nulla. Io e il ragazzo siamo legati, ma questo già lo sai. Qual'è il tuo piano? Farmi sbattere in galera a vita? Troverò il modo di uscire. Di nuovo. Ho tanto di quel tempo davanti a me...»
«Arthur, spostati» disse Amelia Burke.
«D-dev'esserci un altro modo...»
Bailey lanciò via Armistice e sparò un incantesimo, che sfiorò il volto di Arthur, lasciandogli una sottile striscia rossa sullo zigomo. Amelia Burke evitò l'attacco, mostrando degli ottimi riflessi, e attaccò a sua volta.
Lo scontro ebbe inizio. Armistice afferrò prontamente Arthur e lo gettò a terra, mentre sopra di loro volavano incantesimi. Bailey combatteva per uccidere. Costrinse la Burke ad arretrare verso le rovine, trovando riparo lì dove possibile.
«Avanti! Mostrami ciò che sai fare!» la sbeffeggiò Bailey.
Armistice si guardò attorno. La sua bacchetta era a terra. L'afferrò e fece per alzarsi, ma Arthur la bloccò. «Che cosa vuoi fare?» urlò.
«Devo aiutarla o la ucciderà!»
«In questo modo colpirai anche B.B.!»
«Arti, lui non è...»
«Lo so» Arthur le strinse le braccia con forza. «Ma è il suo corpo! Lui è ancora lì dentro, da qualche parte!»
Armistice tornò a osservare la lotta. I loro colpi si susseguirono senza tregua, un duello di pura abilità e astuzia. Amelia Burke era veloce, precisa, i suoi incantesimi fluivano come una melodia mortale. B.B., però, era resistente, adattandosi ai suoi attacchi, trovando ogni varco, ogni minima esitazione da sfruttare.
«Non ti stai mettendo d'impegno, Amelia!»
Con un rapido scatto, Bailey sollevò la bacchetta e scagliò un incantesimo fulmineo. Un fascio di luce verde fendette l’aria, sibilando come un serpente velenoso. Amelia Burke, però, non si fece cogliere impreparata: con un movimento elegante e sicuro, si accovacciò, facendo esplodere una pioggia di scintille contro il muro in rovina alle sue spalle.
«Una volta che mi sarò liberato di te, per prima cosa brucerò quella ridicola scuola a cui tu e tuo padre tenete tanto!» rise Bailey.
Armistice si alzò, puntando la bacchetta verso di lui. «Stupeficium!»
Bailey si scansò, evitando per un pelo il suo Schiantesimo. Si voltò verso di lei. «Restane fuori, piccola Armistice!»
Fu un attimo. Amelia Burke sbucò dal suo nascondiglio e urlò: «Avada Kedavra!»
L'incantesimo si abbatté su Bailey, con tanta forza da farlo volare via. Sbatté contro una parete e si accasciò al suolo, come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.
Il tempo si dilatò e il mondo intorno ad Armistice si congelò, come se ogni respiro fosse stato inghiottito dall'orrore. Il fiato le si mozzò in gola, mentre la paura si faceva strada nel suo petto, un nodo che le serrava il cuore.
Arthur, il volto stravolto dalla disperazione, urlò un «No!» che squarciò l’aria, un grido di impotenza e dolore. Senza pensarci, corse verso il corpo di Bailey, cadendo in ginocchio accanto a lui. Le sue mani tremavano mentre cercava di scuoterlo, di risvegliarlo, ma la verità era troppo chiara: Bailey era morto.
Il silenzio calò come un velo pesante. L'unico suono che si udiva era il respiro affannoso di Arthur, e il battito accelerato nel petto di Armistice.
«Che cosa ha fatto!» gridò Arthur tra le lacrime. «B.B., ti prego...»
Amelia Burke si avvicinò lentamente, tenendosi una mano sul braccio ferito, che stava sanguinando abbondantemente.
«E' morto» Armistice proferì a fatica le parole, mentre Arthur stringeva a sé Bailey, singhiozzando violentemente. «Credevo che volesse aiutarlo.»
Il volto di Amelia Burke era una maschera inespressiva. «L'ho fatto» disse con freddezza. «Non c'era altro modo.» posò una mano sulla spalla di Arthur, che si ritrasse.
«Lei non è meglio di William Burns!» sbottò lui con disprezzo. «Potevamo salvarlo...»
La Burke s'inginocchiò. «Mi dispiace, Arthur.» sussurrò con dolcezza, prima di alzarsi. «Dobbiamo tornare alla scuola.» tirò fuori dal vestito il calamaio e lo picchiettò con la bacchetta, facendolo tremare.
«Non lo lasceremo qui!» gridò con voce strozzata Arthur.
«No, infatti» Amelia Burke si chinò di nuovo, posando il calamaio a terra. «Armistice, tieniti ad Arthur. Al corpo di Bailey ci penso. Al mio tre»
Armistice afferrò Arthur sottobraccio, ma la forza sembrava mancarle. Si sentiva stordita. Mentre Amelia Burke faceva il conto alla rovescia, fissò il cadavere di Bailey, aspettandosi che lui si muovesse, facesse qualcosa, qualsiasi cosa, ma non accade nulla.
Poi la Burke finì di contare e guidò le loro mani verso la Passaporta.
Armistice cadde supina, avvolta dal profumo dell'erba umida sotto le sue mani. Respirò a fondo, il cuore martellante, poi sollevò lo sguardo. Davanti a lei, imponente e austero, si stagliava il grande cancello del castello.
Amelia Burke era atterrata in piedi. Arthur strisciò fino al corpo di Bailey, il corpo scosso da singhiozzi silenziosi.
«Amelia!» esclamò una voce.
Silas Burke accorse verso di loro, i lunghi capelli blu scompigliati dal vento. Si fermò di colpo, lo sguardo che guizzava rapido sulla scena. «Stai bene?» chiese, la voce tesa di preoccupazione.
«Sì, è solo una graffio» rispose lei, guardando la sua ferita al braccio.
«Il ragazzino. E'...»
«Sì»
«Avrei dovuto tenerlo d'occhio» disse Silas Burke con enfasi. «Mi dispiace...»
«Non è colpa tua, zio. Avrebbe comunque trovato un modo. Dov'è l'elfo?»
«E' con Alaric»
«Bene.»
Amelia Burke si girò e sventolò la bacchetta. Una barella si materializzò dal nulla. Sollevò il corpo di Bailey e lo adagiò sopra.
«Zio, avverti Healey, per favore.»
Lui annuì. Si trasformò in gatto e corse via.
«Seguitemi» disse la Burke.
Armistice si mosse come un'automa. Afferrò Arthur e lo aiutò a rialzarsi, trascinandoselo dietro.
Attraversarono il parco lentamente, come in una marcia funebre. Al suo fianco, Arthur singhiozzava senza sosta. Armistice avrebbe voluto unirsi a lui, lasciarsi travolgere dal dolore, ma dentro di sé sentiva solo un vuoto gelido, un'assenza che la divorava silenziosamente.
Nella Sala Grande c'era solo qualche studente intento a fare i compiti. Sollevarono immediatamente lo sguardo appena li videro. Un leggero brusio riecheggiò nella sala mentre l'attraversarono. Armistice colse solo qualche frase.
«Ma quello sulla barella non è Burns?»
«Che gli è successo?»
«Perché Morgan sta piangendo?»
Raggiunsero l'infermeria al primo piano. La Burke spalancò la porta e fece entrare la barella. Silas Burke era già lì ad attenderli con l'infermiera, Madame Medler.
«Amelia, cosa...» esordì agitata lei. Alla vista del corpo di Bailey le mancò il fiato. «Santo cielo» mormorò, fiondandosi su di lui per esaminarlo. «E'...»
Non riuscì a finire la frase, limitandosi a sbiancare.
«Era l'unico modo» replicò la Burke.
«Ma...»
La Burke agitò di nuovo la bacchetta, facendo Levitare il corpo di Bailey e sistemandolo con cura sul letto più vicino. Madame Medler gli prese il polso, poi gli premette due dita sul collo, fino a chinarsi sul suo petto in cerca del battito. «Non riesco a sentire nulla» sentenziò nervosa. «Cosa...cosa è successo, Amelia?»
«William Burns ne aveva preso il controllo. Ho dovuto usare contro di lui la maledizione mortale»
Le sue parole furono seguite da una tensione palpabile.
«Non c'era...non c'era nessun altro modo? Voglio dire...»
Madame Medler ricontrollò il battito.
«Non che io sappia, purtroppo. Healey» lei la guardò, sconvolta. «Dobbiamo essere certi che sia morto.»
«L'hai colpito con la maledizione mortale, Amelia! Quell'incantesimo non lascia scampo! Sì, direi che è morto» sbottò isterica Madame Medler. «Credevo che tu avessi un piano, ma non avrei mai immaginato una cosa del genere! Come ti è venuto in mente? E'...era solo un ragazzo!»
«Era un Horcrux» intervenne Silas Burke, come se quel dettaglio facesse la differenza.
«Non giustifica quella che ha fatto! Se fossimo intervenuti prima, forse...»
«Non sarebbe cambiato nulla» ribatté con calma la Burke. «Lo avremmo solo spinto a reagire prima.»
«Finirai in prigione!»
«Lo so. Ma forse così Bailey avrà un'altra chance»
«Un'altra chance?» urlò Madame Medler. «E' morto, Amelia!»
«Sì» La Burke si avvicinò al corpo. «O almeno è morta la parte dell'anima di suo padre. Lui può ancora salvarsi.»
«Che vuol dire?» trovò la forza di domandare Armistice.
Tutti si voltarono verso di lei.
«Per distruggere un Horcrux umano, è necessario uccidere l'ospite in un modo che distrugga anche il frammento d'anima al suo interno.» spiegò la Burke. «William Burns lo sapeva bene. Ha dato per scontato che nessuno si sarebbe spinto a tanto, pensava di aver trovato il ricettalo perfetto...la morte di Bailey era inevitabile.»
«Non capisco» disse con voce tremula Madame Medler. «Il ragazzo non può tornare dalla morte, Amelia...»
«Harry Potter l'ha fatto» disse Armistice.
«Cosa?» chiese perplessa Madame Medler.
«Voldemort lo aveva trasformato in un Horcrux. B.B. ha trovato il suo diario.» proseguì Armistice.
«Dove?» indagò Amelia Burke.
«In...in una stanza al settimo piano» mormorò Arthur, tirando su col naso.
«La stanza delle Necessità» la Burke tornò a fissare Bailey. «Ma certo, ecco come ha fatto William a scoprire degli Horcrux. Harry Potter ha nascosto il suo diario nell'unico posto che considerava sicuro...pare che il destino si sia messo ancora una volta in mezzo»
«Quindi...Bailey potrebbe...» balbettò Madame Medler.
«Immagino che dipenda tutto da lui. C'è ancora tanto che ignoriamo sugli Horcrux.» La Burke guardò suo zio. «Dovremmo avvertire il Ministero. Zio, vieni con me, per favore. A questo punto non ci resta che aspettare» concluse Amelia Burke.
Madame Medler concesse ad Armistice e Arthur di restare. Armistice sapeva che, anche volendo, la donna non avrebbe mai potuto trascinare Arthur lontano dal capezzale di Bailey. Entrambi sedevano in silenzio accanto al corpo immobile, immersi in un dolore che non aveva bisogno di parole. Arthur aveva gli occhi gonfi e arrossati, ma le lacrime si erano esaurite.
«Pensi che tornerà?» domandò all'improvviso lui, spezzando il silenzio.
«Non lo so» rispose sincera Armistice. «Ma non è il tipo che fugge» si sentì in dovere di aggiungere.
Arthur prese la mano di Bailey. «E' così freddo» sussurrò.
Armistice fissò il volto dell'amico. Sembrava che dormisse. «Ehi, testa di rapa» disse. «Vedi di non piantarci in asso proprio ora»
Fu questione di un battito di ciglia. Per un istante, Armistice credette di aver visto la palpebra di Bailey fremere. Pensò che fosse solo un'illusione, un gioco crudele della sua mente stanca, finché il movimento non si ripeté. Stavolta, Bailey mosse impercettibilmente la testa.
«Arti» disse piano Armistice.
Lui la guardò. «Che c'è?»
Armistice gli indicò la faccia di Bailey. Lui continuava ad avere piccoli spasmi.
Arthur trattenne il fiato. «B.B.?» lo chiamò piano.
Bailey socchiuse lentamente gli occhi. Per un attimo parve smarrito, come se stesse cercando di mettere a fuoco il luogo in cui si trovava. Poi girò la testa verso di loro. «Arti?» bisbigliò con voce rauca.
Lui si gettò tra le sue braccia, stringendolo in un abbraccio, e scoppiò in un altro pianto liberatorio.
«Mi stai stritolando» bofonchiò stancamente Bailey, dandogli una debole pacca sulla schiena.
«Credevamo...credevamo che tu...» singhiozzò Arthur sulla sua spalla.
Bailey guardò verso Armistice, che si ritrovò a sorridere.
«Che è successo?» domandò lui.
«William Burns ha preso possesso del tuo corpo» spiegò la ragazza.
«Sì...ho cercato di avvertirvi, ma non riuscivo a parlare...che ha combinato il bastardo?»
«Qual'è l'ultima cosa che ricordi?»
«Noi che entriamo nell'ufficio della Burke e prendiamo quella Passaporta»
Armistice gli raccontò tutto quello che era successo dopo. Quando finì, Arthur si era un po' calmato e Bailey aveva ripreso un po' di colorito.
«Quindi...sono morto?»
Armistice annuì. «Com'è stato? Hai visto qualche luce bianca?»
«No...era tutto buio...non sentivo niente...» Bailey chiuse per un attimo gli occhi. Sembrava esausto. «Mio padre...la Burke è sicura che abbia funzionato? Se n'è andato?»
«Ti ha ucciso, o meglio ha ucciso il pezzo della sua anima. Perciò sì, dovresti essere al sicuro»
«Chiamo Madame Medler» disse Arthur, alzandosi.
L'infermiera arrivò di corsa. «Non posso crederci!» esclamò, fissando scioccata Bailey.
«Siamo in due» replicò lui abbozzando un sorriso.
«Come ti senti?»
«Uno schifo. Potrei avere uno dei suoi intrugli?»
«Sì, certo»
Madame Medler si fiondò all'armadietto delle pozioni, prendendole e posandole con le mani che le tremavano.
«Ti dava per spacciato» disse Armistice.
«Immagino» Bailey si agitò appena sul letto con una smorfia. «Cazzo, è come se mi avessero investito...»
La porta dell'infermeria si spalancò di nuovo e ne entrò un gruppo di persone. Amelia Burke e suo zio avanzarono con sicurezza, seguiti dal Ministro della Magia in persona, Vivienne Morgan, da un uomo basso e tarchiato che Armistice non conosceva e infine, ultimo tra loro, c’era suo padre.
«Armistice!» James Hall si precipitò verso di lei, stringendola a sé. «Come ti è venuto in mente?» sbraitò, bianco come un cencio. «Ti avevo detto di lasciare stare questa storia! Te l'avevo ordinato!»
«Temo che i rimproveri dovranno aspettare, James» intervenne la Burke. Poi guardò Bailey e sorrise. «Sono felice di vederti sveglio, Bailey.»
«Credevo avessi detto che il ragazzo era morto, Amelia» s'intromise l'uomo basso e tarchiato, con un'occhiata severa a Bailey.
«Lui è morto, Halloway. Ti ho già spiegato come funziona.»
«Sei sicura che sia...be', morto? Non è che forse...»
«L'ho colpito con la maledizione mortale»
Halloway arrossì di colpo. «Sì, e già solo per questo dovremmo sbatterti ad Azkaban!»
«Non ho problemi a scontare la mia pena, Halloway.»
«Chi ci assicura che non sia ancora un Horcrux? Non abbiamo certezze che...»
«Ciò che restava di William Burns è morto insieme a lui. Bailey è libero.»
«Questo lo dici tu! Non possiamo rischiare!»
«E cosa intendi fare, Halloway?» chiese con educata curiosità Amelia Burke, inclinando leggermente il capo.
«Dovremmo sbatterlo in prigione!»
«Sta scherzando, spero!» esclamò furiosa Madame Medler. «Non ha fatto nulla per meritarselo!»
«Hanno usato a loro volta la maledizione mortale, il nostro ufficio...»
«Solo per difendersi» replicò pacata la Burke.
«Lui» ululò Halloway, indicando Bailey. «Ha ucciso Dexteris! L'hai detto tu...»
«E' stato William Burns. Bailey non è responsabile per le sue azioni.»
«Questo dovrebbe essere il Ministro a deciderlo!»
Halloway guardò Vivienne, che fino ad allora era rimasta a fissare Bailey.
«Amelia, c'è un modo sicuro per sapere se il ragazzo non è più sotto l'influenza di William Burns?» chiese lei.
La Burke annuì. Si avvicinò a Bailey e gli consegnò la sua bacchetta. «Prova a fare qualche magia» disse con dolcezza.
Bailey si tirò su con difficoltà.
«E' rischioso! Potrebbe...» protestò Halloway, ma Vivienne lo zittì con una semplice occhiata.
Bailey agitò la bacchetta con poca convinzione, ma non accade nulla.
«Riprova» lo esortò la Burke.
Bailey ubbidì. «Non ci riesco» borbottò. «Forse sono troppo stanco...»
Amelia Burke pareva molto soddisfatta. «Non ha più i suoi poteri magici»
«Cosa?» balbettò Halloway. «Di che diavolo parli, Amelia?»
«Non è mai stato un mago, ecco perché il Libro di Merlino non ha mai scritto il suo nome...finché William Burns non è morto. A quel punto il frammento della sua anima si è attaccato a Bailey, conferendogli i suoi poteri.»
«E se fingesse? A questo ci hai già pensato?» tuonò Halloway.
«Se sei così reticente a crederci, Halloway, va su nel mio ufficio e controlla tu stesso: il libro sta già depennando il nome di Bailey dalle sue pagine»
Ma lui non sembrava intenzionato ad arrendersi. «Ciò non fa che complicare la situazione! Se il ragazzo non è un mago, allora il fatto che sappia tante cose...» scosse la testa. «Dobbiamo cancellargli la memoria. Non c'è altra scelta! Sono le regole!»
«Cosa? No!» esclamò Arthur, sobbalzando.
«Ministro! Converrà con me che è l'unica soluzione»
Vivienne esitò. «Se Bailey non è uno di noi...dovremo Obliviare lui e la sua famiglia e rimandarlo a casa»
«Non potete farlo!» gridò Arthur. «E' assurdo! B.B. non racconterà a nessuno di noi!»
«Arthur...»
«Ti prego!» Arthur scattò verso sua madre. «Non c'è ne bisogno...»
«E' già troppo il fatto che sorvoleremo sui suoi crimini! Dargli anche la possibilità di sbandierare ai quattro venti ciò che ha imparato sulla nostra comunità, mettendo a rischio ciò tutto che abbiamo duramente costruito?» obiettò con forza Halloway. «Non se ne parla!»
«Mamma, ti supplico! Lui...lui non dirà niente!»
Vivienne alzò una mano e toccò la guancia al figlio. «Mi dispiace, tesoro»
«No!» Arthur esplose in un pianto. «Per favore...non voglio che si dimentichi di me...io...io lo amo!»
Calò il silenzio.
«Come?» farfugliò confusa Vivienne.
Arthur si limitò ad abbassare la testa.
«Troverai qualcun altro» tagliò corto Halloway. «Non farne una questione di stato, ragazzo»
«Parli come se non fossi stato mai innamorato, Halloway» disse Amelia Burke. «Mi chiedo se la penseresti allo stesso modo se si trattasse della tua famiglia»
Lui tornò ad arrossire. «Non possiamo basarci solo su una promessa.»
Armistice si rivolse a suo padre. «Tu non dici niente?»
«Capisco ciò che provi, Arthur» disse lui, guardandolo. «Ma il signor Halloway ha ragione. Non possiamo fare altrimenti.»
Vivienne fece per toccare di nuovo il figlio, ma lui scostò malamente la sua mano e fuggì via dall'infermeria.
«Se ne farà una ragione» bofonchiò Halloway. «Bene, dunque è deciso. Chiamerò...»
«Sono dell'opinione che dovremmo offrire la possibilità a Bailey di salutare prima i suoi amici» lo interruppe Amelia. «Potrà chiamare gli Obliviatori tra un paio di giorni, non c'è alcuna fretta.»
Halloway si gonfiò come un tacchino. «E se decidesse di fuggire?»
«Lo farò tenere d'occhio. Inoltre dubito nello stato in cui è possa andare da qualche parte.»
«Lo spero per te, Amelia. È sotto tua responsabilità. Non serve ricordarti che sei già in una situazione precaria»
«Healey, prenditi cura di Bailey.» disse la Burke. «Continueremo questa conversazione nel mio ufficio»
La Burke, Halloway, Vivienne e James uscirono.
«Mi cancelleranno davvero la memoria?» domandò Bailey, mentre l'infermiera gli serviva un cucchiaio con un liquido scuro.
«Temo di sì» sussurrò lei.
«Peccato» mormorò a sua volta Bailey.
«Non sembri sconvolto» osservò Armistice.
«Non so come mi sento, a dire il vero» Lui si strinse nelle spalle. «Sono solo contento che sia finita.»
Armistice rimase con lui per tutto il pomeriggio. A sera, suo padre ricomparì nell'infermeria. Bailey stava dormendo.
«Mi dispiace» disse James.
«Quindi è confermato?»
«Gli Obliviatori verranno qui a prenderlo dopodomani.»
Armistice non si era aspettata nulla di diverso.
«State commettendo uno sbaglio»
Suo padre gli posò una mano sulla spalla. «E' la cosa giusta, Armistice»
«Per voi, forse»
«E' meglio che torni nella sala comune. Tra poco ci sarà il banchetto.»
Armistice si alzò e, senza dire una parola, si allontanò. Attraversò i corridoi con passo deciso, ignorando gli sguardi curiosi e le voci che cercavano di fermarla. Quando raggiunse l’entrata della sala comune di Serpeverde, pronunciò la parola d’ordine. L’enorme serpente di pietra che la custodiva si mosse con un sibilo, scivolando di lato per lasciarla entrare.
«Armistice, sei qui!» disse una voce.
Selwyn le venne incontro.
«E' vero quello che si dice? Che Burns ha avuto un incidente? Cos'è successo?»
Armistice gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo. Una cosa era certa: non avrebbe permesso che a Bailey venisse cancellata la memoria. Aveva già un piano in mente...doveva solo perfezionarlo nei dettagli.
«B.B.»
Bailey sentì qualcuno chiamarlo nell'oscurità che lo avvolgeva. Un fremito percorse le sue palpebre. La pesantezza del corpo gli ancorava le membra al materasso, come se fosse rimasto fermo troppo a lungo. Con uno sforzo immenso, aprì gli occhi.
Sopra di lui, un volto massiccio e coperto da una folta barba bianca lo osservava con un misto di sollievo e apprensione. Gli occhi scuri brillavano sotto folte sopracciglia arruffate, colmi di un’inconfondibile gentilezza. Il naso, largo e un po’ schiacciato, era incorniciato da guance rubiconde, e lunghi riccioli candidi cadevano disordinati sulle spalle, incastrandosi nella pelliccia ispida del suo mantello.
«Hagrid» sussurrò Bailey. «Che ci fai qui?»
«Sono venuto a trovarti» Hagrid si sedette su una sedia, che cigolò sotto il suo peso. «L'hai scampata bella, ragazzo mio»
«Già» Bailey lo fissò. «Tu lo sapevi?»
Hagrid aprì e richiuse la bocca. «Non da subito» ammise. «Ma Amelia ci aveva messo in guardia che poteva esserci la possibilità che tu fossi un Horcrux. Non è colpa tua» batté la manona sulla sua. «E' stato quel fetente di tuo papà. Usare il proprio figlio in questo modo...»
Hagrid scosse la testa, contrariato.
«Almeno è finita» disse Bailey.
«Sì...» Hagrid abbassò per un attimo lo sguardo. «So che vogliono cancellarti la memoria»
«Hanno paura che spifferi i loro segreti»
«Baggianate! Tu non lo faresti mai» Hagrid lanciò un'occhiata preoccupata verso l'ufficio di Madame Medler. «Arthur è venuto da me ieri...era sconvolto, poverino. Non faceva che piangere» la sua espressione s'intristì. «Lui tiene davvero a te, sai»
«Lo so» mormorò Bailey.
Non aveva dimenticato le parole dell'amico.
«Dovreste...godervi questa ultima giornata insieme» La voce di Hagrid si ruppe e i suoi occhi si riempirono di lacrime. «Perché dopo...»
Si bloccò. Tirò fuori un grosso fazzoletto a pallini dalla tasca e si soffiò rumorosamente il naso.
«E' così ingiusto» proseguì Hagrid. «Solo perché non sei un mago...separarvi in questo modo...come se non tu appartenessi a questo luogo...sei più mago di certi fantomatici maghi da strapazzo che conosco...»
«Grazie, Hagrid»
«E il povero Arthur...sii gentile con lui, d'accordo, B.B.? Anche se...anche se non ricambi i suoi sentimenti...»
«Lo farò, te lo prometto»
«Sei un bravo ragazzo» Hagrid si asciugò gli occhi. «Non te lo meriti. Proprio no.»
Hagrid restò a fargli compagnia per un'oretta. Fuori, l’alba si stemperava lentamente nel giorno, tingendo il cielo di sfumature dorate. La luce filtrava attraverso le finestre dell’infermeria, proiettando ombre morbide sulle lenzuola. Per la prima volta dopo tanto tempo, Bailey sentì il peso del sonno farsi più lieve, come se, almeno per un attimo, tutto fosse tornato normale.
Prima di colazione venne a trovarlo un gruppo nutrito di persone, composto da Matthew, Samuel, Oliver e i Weasley.
«Ehi, amico» disse Matthew, sedendosi. «Come stai?»
«Sono stato meglio.»
«Si può sapere cos'è successo? A scuola ne stanno dicendo di tutti i colori...» intervenne Samuel. «E Arti si rifiuta di parlare con chiunque.»
«Ho avuto...una specie di incidente» spiegò Bailey.
Gli dispiaceva mentirgli, ma non poteva fare altrimenti. Non voleva vedere l'orrore nei loro occhi. Preferiva che continuassero a guardarlo come se fosse solo Bailey.
«Stavi combinando qualcosa che non dovevi insieme ad Hall?» indagò Matthew. «Scommetto che ti ha trascinato lei...che cavolo, B.B., te l'avevo detto di starle lontano»
«Vi siete beccati una punizione?» domandò Oliver.
«Una specie...» Bailey si massaggiò il collo. Non c'era un modo semplice per dirlo. «Credo...credo che questa sia l'ultima volta che ci vediamo»
«Cosa?» esclamò Jack. «Non vi avranno mica cacciato?!»
«Che avete combinato di così grave?» disse sorpreso Thomas.
«Ecco...ci hanno fatto promettere di tenere la bocca chiusa. Ma io non frequenterò più Hogwarts.»
«E come farai? Tu sei un mago! Non possono mandarti via così» disse Samuel con gli occhi sgranati.
«Sì, be'...studierò a casa, immagino»
«E Hall e Arti? Anche loro sono stati cacciati?» chiese Matthew.
«No...solo io.»
«Oh, ma certo! Loro no perché sono figli di persone importanti!» sbottò Matthew. «Non è mica giusto così! Parlerò con la Burke, non può essere d'accordo...»
«Sul serio, Matt, non...»
«Cos'è questa confusione?» Madame Medler uscì impettita dal suo ufficio. «Non più di quattro visitatori alla volta! Dovreste conoscere le regole»
«Sì, le regole! Tanto valgono solo per noi comuni mortali» disse rabbioso Matthew.
«Di che parli, signor Taylor?»
«Stanno per cacciare B.B. da scuola solo perché ha aiutato Hall a combinare un'altra delle sue cazzate! Perché ci deve andare sotto lui?»
Madame Medler si voltò verso Bailey, che si ritrovò ad arrossire. «Ci sono dei motivi ben precisi dietro la scelta di espellerlo, signor Taylor. Non sta a te sindacare. Ora, se volete restare, vi conviene abbassare i toni della voce. E moderare il linguaggio. Non siete al pub»
Madame Medler si allontanò.
«Non ti preoccupare, ci penso io» lo rassicurò sottovoce Matthew, picchiettandosi il petto col pugno. «Tu non andrai da nessuna parte.»
Fu bello parlare con loro, ma anche doloroso. Ogni parola scambiata, ogni risata soffocata nel silenzio dell’infermeria aveva il sapore agrodolce dell’addio.
Bailey si rese conto che gli sarebbero mancati. L’idea lo colpì con la forza di un colpo improvviso, ma ciò che lo ferì davvero fu il pensiero successivo: li avrebbe dimenticati per sempre. Non sarebbe rimasta alcuna traccia di loro nella sua mente, nessun ricordo a cui aggrapparsi. Solo un vuoto incolmabile che già adesso gli stringeva il petto.
Nel pomeriggio ricevette altre visite, tra cui quella di molti professori. In realtà si presentarono all'appello quasi tutti, tranne Steelwart e Binns. La professoressa Longbottom portò un vaso contenente delle campanule blu, che suonavamo come campanellini ogni volta che venivano scosse. «Spero che te lascino portare con te» disse con un sorriso triste, posandolo sul comodino accanto a letto.
«Dubito che lo faranno, Claire» commentò la Ashvale. «Come ti senti, ragazzo?»
«Bene, nonostante tutto, considerando che sono morto e risorto» scherzò Bailey, cercando di alleggerire la tensione.
«Te la caverai...sei in gamba» disse la professoressa Coleman con un sorriso forzato.
Sembravano tristi quanto lui di dirgli addio. Mentre uscivano si diedero il cambio con Tulip.
«Allora» disse lei, accomodandosi. «E' vero ciò che si dice in giro? Che ti espelleranno?»
«Così sembra.»
«Penso tu abbia battuto una specie di record, sai? Da quanto ne so nessuno studente è stato cacciato via così in così breve tempo»
Bailey sorrise. «Secondo te mi dedicheranno una targa?»
«Credo proprio di sì.» Tulip inclinò la testa, osservandolo. «Ho incontrato Morgan mentre venivo qui. E' passato a trovarti?»
«No»
«Be', non so cosa sia successo tra voi, ma ha proprio l'aria di uno a cui è crollato il mondo addosso...mi ha fatto un po' pena»
Bailey sentì il sorriso morirgli sulle labbra.
«Dovresti perdonarlo, di qualsiasi cosa si tratti»
«Non mi ha fatto niente...potresti» Bailey esitò. «Potresti riferirgli che mi farebbe piacere se venisse qui? Vorrei parlargli»
«Glielo dirò.»
Rimasero a parlare per un altro po', finché Bailey non si ricordò di una cosa. «Senti, riguardo alla tua mappa...be', ecco...l'ho trovata tra le mie cose»
Tulip inarcò un sopracciglio.
«Mi dispiace» aggiunse in fretta Bailey, a disagio. «Credo...credo di avertela rubata io»
«"Credi"?»
«E'...una lunga storia.»
Tulip lo fissò per un momento e sospirò. «Be', perlomeno sei stato onesto. Potevi decidere di tenerla come souvenir» sorrise. «Grazie, B.B., quella mappa è davvero importante per me.»
«Lo so. Chiedi ad Arti di prendertela. E...scusa ancora.»
Tulip si sporse e gli diede un bacio sulla guancia. «Mi mancherai»
Né Armistice né Arthur si fecero vedere fino a sera. Matthew tornò abbattuto prima di cena, asserendo che aveva parlato con la Burke ma che lei era stata irremovibile. «Dice che concorda con me ma che la decisione non spetta a lei. A quanto pare quelli del Ministero sono decisi a darti il benservito. Si può sapere che avete combinato?»
«Meglio che tu non lo sappia.»
Rimasero a chiacchierare per un altro po', poi Matthew lo salutò, con la promessa che sarebbe venuto a trovarlo l'indomani. Bailey si sforzò di apparire tranquillo e lo lasciò andare.
Nel silenzio che seguì, il pensiero di ciò che lo aspettava tornò a insinuarsi nella sua mente, più pesante che mai.
Si immaginò la scena: i maghi del Ministero che arrivavano, volti impassibili, bacchette strette tra le dita. Lo avrebbero fatto sedere, gli avrebbero parlato? O si sarebbero limitati a recitare qualche formula prima che tutto svanisse? Sarebbe stato doloroso? Sperava di no.
E Adrian ed Edith? Li vedeva davanti a sé, colti di sorpresa nel ritrovarsi degli sconosciuti in casa. Avrebbero fatto domande, cercato di capire, magari protestato. Ma quei maghi avrebbero risposto? O avrebbero semplicemente agitato le loro bacchette, sistemando ogni cosa nel modo più comodo per loro?
Madame Medler uscì dal suo ufficio, strappandolo da quelle cupe fantasie.
«Vado a cena...ti porto tutto ciò che riuscirò a prendere. Hai bisogno di energie per riprenderti»
«Grazie»
La donna fece per imboccare la porta.
«Madame Medler»
Lei si voltò.
«Farà male?»
Il suo sguardo si addolcì. «No, Bailey. Sarà come andare a dormire.»
Lui si rilassò. «Ok» disse soltanto.
L'infermiera si chiuse con cura la porta alle spalle. Bailey prese a fissare il soffitto, finché non udì come uno scatto. Si girò, pensando che fosse Madame Medler che si era dimenticata di qualcosa, invece la porta si aprì con un cigolio sinistro. Bailey strizzò gli occhi, perplesso.
Una figura nera s'infilò rapida dentro l'infermeria. Bailey si mise a sedere di scatto, allarmato.
«Padrone» gracchiò una voce familiare, vicinissima al suo letto.
«Twick!» esclamò Bailey, sentendo il sollievo invaderlo. «Che cavolo, mi hai fatto prendere un colpo...»
«Padrone» ripeté l'elfo. «Twick la porta fuori da qui»
«Non sono più il tuo padrone» spiegò Bailey. «Mio padre è morto, Twick, stavolta per davvero»
«Il mio povero padrone...il moccioso pensa che io sia così stupido da non saperli riconoscere?» ringhiò l'elfo. «Twick deve portarla via da qui, padrone.» proseguì impaziente. «Twick non permetterà ai vili traditori del loro sangue di cancellare i suoi ricordi. Twick continuerà a servire, anche se si tratta del figlio bastardo del mio padrone»
«Chiamami di nuovo "bastardo" e ti becchi un calcio» replicò indispettito Bailey. «E comunque non verrò da nessuna parte con te.»
«I suoi amici lo aspettano fuori dal castello.»
«I miei...cosa? Quali amici?»
«La ragazza con la cicatrice e quell'altro»
«Armie e Arti? Mi aspettano fuori dal castello? Perché?»
«Hanno chiesto a Twick di aiutarli a salvare il padrone. La ragazza con la cicatrice ha detto che anche se suo figlio non è all'altezza della grandiosità del mio padrone, resta comunque il suo unico erede, e che quindi Twick può continuare a servire.»
Bailey era rimasto a bocca aperta. «Si cacceranno nei guai!» scostò le coperte. «Twick, portami subito da loro! Devo...che diavolo gli è saltato in mente?» e afferrò le scarpe vicino al letto.
«Twick ci sta provando» borbottò contrariato l'elfo, offrendogli la mano.
Bailey l'afferrò. La Smaterializzazione fu come sempre poco piacevole, ma durò un istante. Si ritrovarono davanti al grande cancello con i cinghiali.
Bailey si guardò attorno. Armistice e Arthur erano a qualche metro, vestiti da babbani.
«Twick non può proseguire oltre» disse l'elfo, lasciandolo andare. «I bambocci farebbero meglio a muoversi, non hanno molto tempo»
«Che state facendo?» esclamò Bailey, correndo verso di loro.
«Ti portiamo via» rispose con semplicità Armistice, afferrandogli il braccio.
Bailey si sentì di nuovo come se il mondo intorno a lui si piegasse, distorcendosi in un vortice di colori sfocati e ombre vorticose. Riaprì gli occhi, ansimando. Per un attimo, tutto fu confuso. Le luci tremolanti, le sagome sfocate, il brusio incessante attorno a lui. Poi, a poco a poco, la vista si schiarì.
Si trovava al centro di una vasta piazza brulicante di vita. Davanti a lui, la Colonna di Nelson si ergeva imponente, circondata dai leoni di bronzo, le loro forme maestose illuminate dai lampioni. L’aria sapeva di pioggia recente e di pietra bagnata, mentre le pozzanghere sull’asfalto riflettevano i bagliori rossi e dorati dei fari delle auto in movimento.
Turisti e londinesi si muovevano senza fermarsi, ignari della loro presenza. Alcuni scattavano fotografie, altri camminavano veloci, chiacchierando tra loro, i visi illuminati dalla luce fredda degli schermi dei telefoni.
Bailey inspirò a fondo. Il fragore della città lo avvolse tutto d’un colpo: il rumore distante del traffico, il suono delle fontane che zampillavano instancabili, il vociare delle persone. Londra. Il mondo babbano.
Era tornato a casa.
«State facendo una cazzata»
«Ne prendo nota» disse Armistice, guardandosi attorno. «Meglio muoverci. Qui siamo troppo esposti»
«C'è un pub laggiù» Arthur indicò un edificio davanti a loro. «Ci sono stato una volta con mia madre»
Si avviarono. Bailey li seguì.
«Sentite, apprezzo ciò che state facendo, ma non credo ci abbiate ragionato sopra...»
«Hai soldi babbani con te?» chiese Armistice ad Arthur, ignorandolo.
«Certo che sì, non sono un idiota»
«Dico sul serio, dovremmo tornare indietro prima che...»
Armistice e Arthur entrarono nel pub. Bailey sospirò, rassegnato.
All’interno, l’atmosfera era calda e accogliente. Il pavimento in legno scuro scricchiolava leggermente sotto i passi dei clienti, mentre il bancone di mogano lucido brillava sotto la luce soffusa delle lampade d’ottone. Alle pareti, vecchie mappe nautiche e ritratti di ammiragli osservavano silenziosi la folla di avventori.
Il profumo di birra spillata fresca si mescolava a quello dei classici piatti britannici: fish and chips croccante, tortini di carne fumanti e pasticci di manzo serviti con purè di patate. Nel fondo del locale, un grande camino in pietra scaldava l’ambiente, mentre il chiacchiericcio allegro e il tintinnio dei bicchieri riempivano l’aria.
I tre ragazzi trovarono un tavolino appartato e si sedettero. Bailey tamburellò con le dita sul legno. «Allora? Qual'è il piano? Vagare per Londra finché non ci trovano?»
«Non lo faranno, finché non usiamo la magia» replicò Armistice.
«Fantastico. Quindi niente magia» disse Bailey, voltandosi verso Arthur. «Quanti soldi hai con te?»
Lui evitò di guardarlo, teso in volto. «Venti sterline»
«Venti sterline...grande» Bailey si rilassò contro lo schienale della sedia. «Con molta probabilità non siete molto pratici di soldi babbani, ma con venti sterline ci pagheremo a malapena qualcosa da mangiare per uno di noi»
«Invece di fare il simpatico renditi utile» ribatté secca Armistice.
«Oh, ma io sono serissimo, Armie. Non so cosa avevate in mente, ma non andremo molto lontano con sole venti sterline. Inoltre se volete continuare a fuggire ci servirà un posto dove dormire, a meno che voi non vogliate accontentarvi di stare sotto un ponte che, personalmente, è un'esperienza che vi sconsiglio caldamente.»
Arthur lanciò un'occhiata nervosa ad Armistice.
«Il piano era di portarti via da scuola» disse lei. «Non abbiamo pianificato il "dopo"»
Bailey si passò una mano tra i capelli, sospirando di nuovo. «Facciamo ancora in tempo a tornare indietro» disse, cercando di riportarli alla ragione. «Il banchetto non sarà ancora finito...»
«Ti cancelleranno la memoria» disse con voce tremula Arthur.
Bailey lo guardò. «Lo so.»
«Non puoi arrenderti così» disse brusca Armistice.
«Che altra scelta ho? E' già un miracolo che non mi sbattano in galera per quello che ho fatto» Bailey abbassò lo sguardo. «Ho ucciso quel tizio...»
«Non sei stato tu!» ribatté con veemenza Arthur.
«Sì, be'...cambia poco, no? Ha usato il mio corpo» mormorò con amarezza Bailey, mentre il peso di quello che era successo gli ricadeva addosso come una valanga. «Preferisco dimenticare»
«E a noi non pensi?» obiettò Arthur.
«Certo che sì. Siete i miei migliori amici. Ci tengo a voi, per questo non voglio che vi mettiate ancora nei casini per colpa mia...»
«E' una nostra scelta.» disse con decisione Armistice. «Dovremmo ordinare qualcosa. Il barista è già la seconda volta che guarda in questa direzione»
«Andiamo»
Bailey si alzò.
«Dove?» chiese sorpreso Arthur.
«So dove spendere quei soldi per far mangiare tutti e tre»
Uscirono dal pub e camminarono per un po', fino a trovare un piccolo supermercato. Bailey prese schifezze e bibite per tutti pagando in tutto quindici sterline. «Perché non possiamo usare la magia?» domandò, mentre si sedevano su delle panchine con il loro bottino.
«In quanto minorenni abbiamo addosso la Traccia» spiegò Arthur. «E' un modo del Ministero per tenerci d'occhio, per assicurarsi che non abusiamo della magia.»
«Chissà se anche B.B. ce l'ha?» disse Armistice. «Col fatto che il suo arrivo è stato così improvviso...non credo abbiamo avuto di tempo di mettergli il guinzaglio»
«Non abbiamo modo di saperlo. E ormai non ha più importanza. B.B. ha perso la sua magia nel momento in cui è...be', morto»
«E d'altro canto sono l'unica con ancora una bacchetta» aggiunse Armistice. «Arti ha perso la sua quando è stato Disarmato»
Bailey deglutì il boccone. «Te ne potrai comprare un'altra, vero?»
«Sì, non preoccuparti» disse lui con noncuranza.
Continuava a evitare il suo sguardo. Bailey valutò se prendere il discorso riguardo quello che aveva detto, ma non gli sembrava il momento adatto, sopratutto non di fronte ad Armistice, così lasciò perdere.
Appena finirono di mangiare si rimisero in cammino, fino a raggiungere il ponte di Hungerford, che si estendeva sopra il Tamigi con la sua struttura slanciata, un connubio perfetto tra ferro e cavi d'acciaio che si intrecciavano in eleganti geometrie. Le due passerelle pedonali gemelle, fiancheggiavano la vecchia struttura ferroviaria, offrendo una vista mozzafiato sulla città.
Da lì, il panorama era spettacolare: le acque scure del fiume riflettevano le luci tremolanti della città, mentre a est si potevano scorgere il profilo illuminato del London Eye e i tetti storici di Westminster. Il vento trasportava il suono del traffico distante e il brusio della città, mescolandosi al fruscio delle onde contro le banchine.
Sotto il ponte, i battelli turistici solcavano placidamente il fiume, lasciando scie luminose nell'acqua. Ai lati delle passerelle, viandanti e pendolari attraversavano il ponte con passi affrettati, mentre qualche turista si fermava a scattare foto o ad ammirare la vista, incantato dallo spettacolo della Londra notturna.
Bailey si fermò, appoggiandosi al parapetto, imitato da Arthur ed Armistice. «E' uno dei miei posti preferiti» disse con un sorriso.
«Non è male» ammise Armistice.
Arthur fu scosso da un brivido.
«Hai freddo?» chiese Bailey.
«Un po'.»
«Puoi stringerti a me, se vuoi»
Arthur arrossì vistosamente. «No, grazie, sto bene così»
Bailey cercò qualcosa da dire, ma non gli vennero le parole. Guardò Armistice, che come al solito intuì la situazione al volo. Si staccò dal parapetto e prese a gironzolare per il ponte, lasciandoli soli.
Il silenzio tra lui e Arthur era così denso che Bailey aveva quasi l'impressione che lo soffocasse. Si schiarì la gola. «Ascolta...» esordì, facendosi coraggio. «Riguardo a quello che hai detto ieri...»
Arthur si agitò, scrutando nervoso l'acqua scura come se fosse in cerca di qualcosa.
«Voglio dire...io non ho mai pensato ai ragazzi in quel modo...» Bailey si grattò la testa. «Però se c'è una cosa che ho imparato nella vita è che non bisogna mai...sai...precludersi nulla, ecco»
Arthur si scostò i ciuffi dal viso arrossato.
«Magari io e te...non so...potremmo provarci»
«Cosa?» borbottò lui, lanciandogli un'occhiata sfuggente.
«Se a te va, ovviamente.» proseguì Bailey, prendendo fiato. «Le relazioni stabili non sono mai state il mio forte, ma...»
Arthur si voltò finalmente a guardarlo. «Tu...vuoi stare con me?»
«Be', sì. O almeno vorrei fare un tentativo.»
«Quindi...io ti piaccio?»
«Ehm...direi di sì. Se tu non mi piacessi non ti avrei proposto di metterci insieme, Arti.»
Lui lo fissò. «Posso baciarti?» chiese con un filo di voce.
Bailey sghignazzò. «Non devi chiederlo. Fallo e ba...»
Arthur lo afferrò per il colletto e lo attirò a sé, premendo le labbra sulle sue. Poi si staccò, un po' affannato.
Bailey rimase immobile per un istante, assaporando ancora il calore del bacio. Poi inclinò la testa di lato. «Ok» mormorò. «Anche se si può fare di meglio.»
Sollevò le mani e gli prese il viso, i polpastrelli che sfioravano la sua pelle calda, sentendo sotto di essi la tensione di chi ha desiderato qualcosa per troppo tempo. Questa volta fu lui ad avvicinarsi, con una lentezza quasi esasperante, fino a colmare lo spazio tra di loro. Le loro labbra si incontrarono di nuovo, più profondamente, e stavolta Bailey lasciò che la lingua esplorasse il sapore dell’altro, lenta, sicura.
Arthur sospirò contro la sua bocca, abbandonandosi a quel contatto come se fosse tutto ciò che avesse aspettato. Era strano, travolgente. Troppo intenso, troppo giusto. Bailey si rese conto che non c’era nulla di sbagliato in quel bacio, nulla di diverso da qualsiasi altro bacio – eppure lo era. Perché baciare Arthur significava oltrepassare un confine che non era mai stato sicuro di voler varcare.
E adesso che lo aveva fatto, non voleva più tornare indietro.
Si separarono appena. Arthur aprì gli occhi, gli occhi azzurri sgranati dall'emozione. Bailey gli accarezzò la guancia. «Questo è stato un vero bacio.» disse con sorriso.
«Sì, è davvero fantastico» disse seccata la voce di Armistice. «Ma ora dovremmo andare. Ci serve un posto dove dormire»
Arthur si sottrasse alla presa di Bailey. «Ha ragione»
«Con cinque sterline non ci affittiamo nemmeno una stanza in un ostello» disse Bailey.
«Nimby» sussurrò Arthur.
«Cosa?»
«Nimby» ripeté a voce più alta Arthur. «Casa mia non è lontana da qui. Possiamo chiedere aiuto a Nimby.»
«Vuoi andare a casa tua?» replicò sarcastica Armistice. «Devo ricordarti che tua madre ha dato la sua benedizione per Obliviarlo?»
«Lei non ci sarà. Si tratta solo per stasera. Non possiamo dormire in mezzo alla strada.»
«Sono d'accordo» disse Bailey. «Fidatevi, è meglio così»
Giunti al numero dieci di Page Street, Arthur usò una tessera magnetica per entrare nel palazzo. L’atrio era illuminato da una luce soffusa e il pavimento di marmo rifletteva i loro passi ovattati. Arthur si diresse verso l’ascensore e premette il pulsante per l'attico.
Arrivati al piano, il corridoio si estendeva silenzioso davanti a loro. Arthur passò sopra il lettore la tessera e con un leggero clic e la porta si aprì.
«Però» commentò Armistice. «Vi trattate bene»
«Chi è là?» squittì una voce.
Dal salotto emerse Nimby, con aria minacciosa. La tensione sul suo volto si sciolse non appena li riconobbe.
«Signorino! E c'è anche il suo amico Bailey! E una persona che Nimby non conosce...»
«Sono Armistice» si presentò lei.
«E' un piacere conoscerla» Nimby si esibì in un inchino. «Ma perché i signorini sono qui? Dovrebbero essere a scuola...»
«Nimby, ascolta» disse Arthur. «E' successa una cosa...ora non posso spiegarti nei dettagli, ma abbiamo bisogno di un posto sicuro dove stare. Mia madre è in casa?»
«No, signorino, non è ancora tornata»
«Fantastico» Arthur si voltò verso di loro. «Possiamo rimanere qui per ora. Nimby, puoi preparare la stanza degli ospiti per Armistice?»
L'elfa s'inchinò. «Mi segua, signorina!»
Lei ubbidì.
«E io? Dormo sul divano?» scherzò Bailey.
Arthur prese a tormentarsi le mani. «Pensavo...se per te non è un problema...che potevamo dormire insieme»
Bailey aggrottò la fronte. «Nessun problema»
Arthur lo prese per mano e lo guidò fino alla sua stanza. L'ultima volta che c'era stato, Bailey era stato troppo ubriaco per guardarsi intorno. Le pareti erano ricoperte da scaffali colmi di libri, impilati ordinatamente e alcuni con le copertine consumate, a testimonianza delle innumerevoli letture. Sopra uno dei scaffali, una vecchia macchina da scrivere, non usata da tempo, si stagliava come un ricordo di un'epoca passata, quasi come un oggetto di culto per chi ancora credeva nel fascino della scrittura analogica. Accanto, una scrivania con fogli sparsi, penne e matite colorate, e una lampada da tavolo.
In un angolo della stanza, c'era un grande schermo tv e una libreria di DVD, dove spiccavano titoli di film cult. Arthur accese la luce e si accomodarono sul letto. Lui si passò una mano i capelli, arruffandoli.
«Sei stanco?» domandò Bailey.
«Un po'» mormorò Arthur. «Non so cosa fare» aggiunse. «Non possiamo continuare a fuggire per sempre»
Bailey gli accarezzò la schiena. «Lo so.»
Arthur si appoggiò a lui e Bailey lo strinse a sé.
In quel momento entrò Nimby. «I signorini desiderano qualcosa?»
«No, grazie, Nimby, siamo a posto» rispose Arthur.
Lei annuì e fece per chiudere la luce.
«Solo una cosa»
«Sì, signorino?»
«Se vedi mia madre...non dirle che siamo qui.»
Nimby s'inchinò e uscì, richiudendosi la porta alle spalle.
Restarono in silenzio. Bailey chiuse gli occhi, annusando il profumo di fiori dei capelli di Arthur. Ora che l'aveva trovato non era sicuro di volerlo lasciare andare. Il pensiero di perdere sia lui che Armistice lo riempiva di tristezza. Ma che alternative avevano? Arthur aveva ragione, non potevamo continuare a fuggire per sempre...
Arthur sollevò il viso, cercando le sue labbra. Il bacio fu delicato e riuscì a sciogliere la tensione che lo stringeva dentro. Si sdraiarono sul letto, i loro corpi avvinghiati.
«Non voglio perderti» sussurrò Arthur, la voce bassa, quasi tremante.
«Nemmeno io»
Arthur esitò. «B.B.»
«Mmm?»
«So che è un po' presto, ma...faresti...faresti...quella cosa con me?»
Bailey inarcò il sopracciglio. «Intendi...il sesso?»
Arthur annuì, rosso il volto. «Potrebbe essere la nostra ultima notte insieme, e io...io voglio farlo con te»
Bailey gli passò con dolcezza una mano tra i capelli. «Sei sicuro?»
Arthur annuì di nuovo. «Però...però è la mia prima volta, non so bene...»
«E' come se fosse la prima volta anche per me, Arti. Tranquillo, andremo per gradi»
Poi tornò a baciarlo.
«Arthur!»
Bailey si svegliò di soprassalto. La luce del mattino filtrava attraverso la finestra, diffondendosi nella stanza e illuminando i contorni familiari degli oggetti.
Vivienne era in piedi accanto al letto, i capelli sciolti arruffati.
«M-mamma!» esclamò Arthur, tirandosi su a sedere di scatto, coprendosi il più possibile con le coperte.
Nimby era dietro la donna, con aria colpevole.
«Avete una vaga idea di quello che ci avete fatto passare?» sbraitò Vivienne. «Abbiamo passato tutta la notte a cercarvi e voi eravate qui a...» agitò le mani, senza riuscire a finire la frase. «Che diavolo vi è saltato in mente?»
Arthur lanciò un'occhiata terrorizzata verso Bailey. «Posso spiegare...»
«Ho gli occhi, Arthur, direi che è abbastanza chiaro» Vivienne si massaggiò la fronte. «Non è questa la cosa importante.»
Armistice comparì sulla soglia, con il pigiama addosso.
«Ah, c'è anche lei» Vivienne si voltò. «Tuo padre sarà sollevato di sapere che stai bene. Voi due, rivestitevi e raggiungetemi in sala da pranzo. Dobbiamo parlare»
Vivienne uscì, inseguita da Nimby.
«Vi siete dati da fare» commentò Armistice.
Arthur arrossì. «Fuori!» urlò.
Armistice non se lo fece ripetere.
«Be', è stato imbarazzante» disse Bailey per alleggerire la tensione, mentre recuperavano i propri vestiti.
Arthur non replicò. Non appena furono vestiti, scesero tutti e tre in sala da pranzo, dove Vivienne l'attendeva con le braccia conserte. «Di chi è stata l'idea?» chiese in tono tagliente.
«Mia» rispose Armistice, sostenendo il suo sguardo.
«Qual'era il vostro piano, esattamente? A parte farci prendete uno bello spavento»
«Non potete cancellare la memoria a B.B. Non è giusto.» ribatté con fermezza Armistice.
Vivienne sospirò, massaggiandosi di nuovo la fronte. «So che per voi è difficile da accettare, ma...»
«Per favore!» esclamò Arthur con impeto. «Non puoi permettere che lo facciano! Io...io voglio che B.B. resti con me» e afferrò la sua mano, stringendola con forza.
Vivienne osservò per un momento la scena. La sua espressione si ammorbidì. «Arthur, non dipende da me...»
«Lei è il Ministro della Magia» disse Armistice. «Ha l'ultima parola su tutto»
«Non è così semplice» obiettò Vivienne. «Il Wizengamot ha stabilito che...»
«B.B. potrebbe rimanere a vivere nella comunità magica» la interruppe Armistice. «In questo modo non rappresenterebbe un pericolo per nessuno. Lo lasci vivere qui con lei, così potrà tenerlo d'occhio personalmente...»
Vivienne parve ragionare sulle sue parole. «Il Wizengamot non accetterà mai»
«Se come Ministro si espone per lui nessuno oserà contraddirla. E' la soluzione perfetta. Nessuno ci andrà a perdere. Pensi a suo figlio»
«Può funzionare» disse Arthur. «Ti prego, mamma, lascialo restare»
Vivienne chiuse gli occhi. «Halloway lo userà contro di me...»
«Per una volta, ti supplico, non pensare agli altri!» esclamò con veemenza Arthur.
«Per lei conta più la felicità di suo figlio o il parere di un mucchio di burocrati?» insistette Armistice.
«B.B. dovrà separarsi dalla sua famiglia e dai suoi amici»
Bailey abbassò lo sguardo.
«Gli verrà cancellata la memoria. Non si ricorderanno più di te, smetterai di esistere per loro. Sei sicuro che sia questo che vuoi?»
Bailey mise un braccio sulle spalle di Arthur, che si voltò verso di lui, gli occhi sgranati dalla paura. «Sì» disse alla fine.
Vivienne li fissò per un lungo momento, poi sospirò di nuovo. «D'accordo, riunirò di nuovo il Wizengamot...cercherò di convincerli.»
Arthur si illuminò. «Grazie, mamma!»
«Aspetta a ringraziarmi, non è detto che saranno concordi...ma voi due dovete tornare a scuola per adesso.» aggiunse Vivienne, spostando lo sguardo da Armistice ad Arthur. «In quanto Babbano, B.B. rimarrà qui, in attesa del verdetto»
«Non possiamo rimanere con lui?» chiese speranzoso Arthur.
«E' meglio che voi tre restiate separati per ora. Siete imprevedibili quando siete insieme»
«Non preoccuparti» disse Bailey ad Arthur. «Mi troverai qui ad aspettarti»
Lui lo abbracciò.
«Ci vediamo presto» disse Armistice.
Bailey allungò un braccio verso di lei, facendole segno di avvicinarsi.
«Ora non esageriamo»
«Dai, non fare la difficile!»
Armistice si lasciò stringere in un rapido abbraccio, dopodiché, insieme ad Arthur, seguirono Vivienne vicino al focolare.
«Comportatevi bene» si raccomandò lei, mentre accendeva il fuoco e buttava della polvere nelle fiamme, che diventarono immediatamente verdi.
Arthur lanciò un'ultima occhiata a Bailey, che sorrise incoraggiante.
Poi sia lui che Armistice sparirono inghiottiti dalle fiamme.
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