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Caos e Ordine

La prima volta che Ethan lo vide, qualcosa si mosse dentro di lui. Non fu una semplice buona impressione – fu qualcosa di più profondo, di più pericoloso, qualcosa che non aveva nome e che si insediò nel suo petto come un animale in agguato. La prima volta che vide Damien Cole, Ethan capì che significasse perdere completamente il controllo del proprio cuore.

Non aveva mai creduto nell’amore a prima vista. Era un ragazzo pragmatico, metodico, abituato a pianificare ogni aspetto della propria vita con la stessa precisione con cui organizzava le cartelle del suo MacBook – sottocartelle etichettate, codici cromatici, nulla lasciato al caso. Credeva nell’ordine delle cose, nella prevedibilità dei gesti, nel conforto rassicurante di un mondo che poteva essere catalogato e compreso. Ma quando Damien varcò la soglia della loro stanza condivisa al campus universitario, trascinando una valigia sgangherata e un sorriso che sembrava rubare tutta la luce della stanza, Ethan sentì il mondo inclinarsi sotto i suoi piedi. Come se qualcuno avesse afferrato il pavimento e lo avesse tirato via.

Damien era oggettivamente attraente – il tipo di bellezza che la gente nota senza volerlo, che costringe lo sguardo a tornare indietro per un secondo passaggio. Alto quasi un metro e novanta, con quella corporatura slanciata e un po’ dinoccolata tipica di chi non si preoccupa troppo di mangiare regolarmente e probabilmente sopravvive a caffè e toast imburrati. I suoi capelli castano scuro cadevano disordinati sulla fronte, e aveva l’abitudine di passarci le dita quando era concentrato, un gesto che Ethan avrebbe imparato a riconoscere da qualsiasi distanza, in qualsiasi stanza. Ma erano gli occhi a catturare l’attenzione – grigi come il cielo prima di un temporale, con sfumature argentee che cambiavano a seconda della luce, passando dal colore del ferro vecchio a quello dell’acqua in un giorno d’inverno. E poi c’era quel sorriso. Ethan aveva incontrato molte persone nella sua vita, ma mai nessuno con un sorriso capace di trasformare completamente l’atmosfera di una stanza, come se l’aria stessa diventasse più respirabile.

La prova vivente di quanto le apparenze potessero ingannare.

«Ciao! Damien Cole, piacere di conoscerti.»

Gli tese la mano con la naturalezza di chi non conosce l’imbarazzo. Le sue dita erano lunghe, le nocche leggermente arrossate, un braccialetto di corda sbiadito che gli pendeva dal polso.

«A-Ethan.»

La risposta uscì come un balbettio imbarazzante, un suono strozzato che non somigliava nemmeno lontanamente a un nome. Ethan sentì le guance arrossare mentre la sua mano rimaneva stretta in quella di Damien per qualche secondo di troppo – la pelle calda, il palmo asciutto contro il suo, sudato per il nervosismo. Il sangue sembrava essere defluito completamente dal suo cervello, lasciandolo incapace di formulare una frase completa. L’unica cosa che riusciva a fare era fissare quel sorriso disarmante, registrando ogni dettaglio con la precisione involontaria di un obiettivo fotografico.

Fu Damien a interrompere il contatto per primo, ritraendo delicatamente la mano con un’espressione divertita negli occhi – come se trovasse qualcosa di buffo nel mondo, qualcosa che solo lui riusciva a vedere. Senza cerimonie, lanciò la borsa sul letto assegnato. Il materasso cigolò protestando sotto il peso. Damien si sdraiò sopra le coperte ancora fatte, senza nemmeno togliersi le Converse consumate che portava ai piedi – le suole sporche di fango che lasciavano tracce sulle lenzuola candide.

Ethan avrebbe dovuto capire da quei primi, piccoli segnali con chi avesse a che fare. Ma era troppo occupato a cercare di rallentare i battiti del suo cuore per prestare attenzione ai dettagli che avrebbero dovuto metterlo in guardia.

* * *

Le prime settimane passarono in una nebbia di emozioni contrastanti, una specie di febbre dolce e insistente che colorava ogni cosa.

Ethan si ritrovava a studiare di nascosto il profilo di Damien mentre questi era concentrato sul laptop – la fronte leggermente aggrottata, la punta della lingua che appariva tra le labbra quando non capiva qualcosa, il modo in cui si passava le dita tra i capelli e poi li lasciava ricadere in un disordine ancora peggiore di prima. Ethan memorizzava tutto: la curva della sua mascella, la piccola cicatrice sotto l’orecchio sinistro, il modo in cui le sue spalle si rilassavano quando finalmente trovava la risposta che cercava. Era un’ossessione silenziosa, meticolosa, condotta con la stessa cura maniacale che riservava ai suoi appunti di studio.

Ma col passare del tempo, anche attraverso la lente rosa dell’infatuazione, cominciò a notare cose che non poteva più ignorare.

Il lato del letto di Damien era diventato un campo di battaglia: magliette ammucchiate sulla sedia come una scultura contemporanea, libri di testo aperti e abbandonati sul pavimento in posizioni che sfidavano la geometria, tazze di caffè mezze piene che lasciavano anelli marroni sui mobili come fossili di epoche geologiche passate. C’erano persino calzini spaiati che spuntavano da sotto il letto come creature in agguato, e una collezione crescente di involucri di barrette proteiche che Damien non si degnava mai di buttare nel cestino distante esattamente un metro e quaranta dalla sua scrivania. Ethan lo aveva misurato.

Il suo lato della stanza era l’esatto opposto: i libri erano allineati per altezza e soggetto sulla libreria, i dorsi perfettamente paralleli al bordo del ripiano. I vestiti piegati con precisione militare nei cassetti, organizzati per colore e tipo – prima i bianchi, poi i grigi, poi i blu, poi i neri, le magliette separate dalle camicie, i boxer dai calzini. Persino il desktop del suo MacBook era organizzato in cartelle e sottocartelle etichettate meticolosamente, con un wallpaper minimalista che non distraesse lo sguardo. Non era solo una preferenza – Ethan aveva bisogno di quell’ordine per sentirsi in controllo, per tenere a bada l’ansia che lo assaliva quando le cose non erano al loro posto. Era il suo modo di dire al mondo: io sono qui, io governo questo spazio, nulla mi può cogliere di sorpresa.

«Damien, potresti mettere a posto i tuoi vestiti?» chiedeva Ethan, cercando di mantenere un tono neutro mentre indicava il mucchio di jeans e felpe che aveva colonizzato la sedia come un organismo senziente.

«Sì, certo, ora lo faccio» rispondeva lui con quel suo sorriso luminoso, un sorriso che disarmava qualsiasi rimostranza sul nascere, senza alzare lo sguardo dal telefono.

Ma «ora» si trasformava inevitabilmente in «dopo», e «dopo» in «mai». Era una legge della termodinamica che Ethan aveva imparato a sue spese: il disordine di Damien Cole era una forza inarrestabile dell’universo. Ethan si ritrovava a raccogliere i vestiti di Damien mentre quest’ultimo era a lezione, piegandoli con cura e riponendoli nei cassetti. Arrivò persino a separare i bianchi dai colorati quando faceva il bucato, aggiungendo l’ammorbidente che sapeva piacere a Damien – quello alla lavanda che lasciava sui vestiti un profumo che Ethan trovava inebriante, e che a volte restava sulle sue dita per ore dopo aver ripiegato l’ultima maglietta.

«Oh, wow, grazie Eth! Non dovevi disturbarti!» esclamava Damien ogni volta, con quella voce allegra che faceva vibrare qualcosa nel petto di Ethan, come una nota musicale che trovava la sua frequenza di risonanza.

Il nomignolo «Eth» avrebbe dovuto infastidirlo – nessuno lo aveva mai chiamato così, nessuno aveva mai avuto il coraggio o la familiarità per abbreviare il suo nome in quel modo – ma pronunciato da Damien suonava come una carezza, un suono privato che apparteneva solo a loro due. E questo rendeva tutto ancora più frustrante. Ethan sapeva che Damien non lo faceva con malizia; semplicemente non vedeva il disordine come un problema, così come non vedeva il problema nel mangiare pizza fredda a colazione o nel dormire con la luce accesa o nel canticchiare stonato sotto la doccia alle sette del mattino. Ma per Ethan era una lotta quotidiana tra il desiderio di strangolarlo e quello di baciarlo fino a perdere il respiro.

* * *

I mesi scivolarono via in questa danza frustrante, un tango asimmetrico dove solo uno dei due conosceva i passi.

Ethan si sorprendeva a fantasticare su scenari impossibili durante le lezioni, perdendo interi paragrafi di appunti mentre la sua mente vagava in territori proibiti: Damien che si girava verso di lui con qualcosa di diverso dall’amicizia negli occhi grigi, le loro mani che si intrecciavano sul divano mentre guardavano un film la sera, baci rubati nel dormiveglia del mattino quando il confine tra sogno e realtà era ancora abbastanza sottile da permettere l’impossibile. Ma erano solo fantasie – bolle di sapone bellissime che scoppiavano a contatto con la realtà. Damien parlava spesso delle ragazze che incontrava alle feste, del suo tipo ideale – bionde, alte, con il sorriso facile e la risata rumorosa. Tutto ciò che Ethan non era. Tutto ciò che Ethan non sarebbe mai stato.

Una sera di novembre, mentre la pioggia batteva contro le finestre con l’insistenza ottusa di qualcuno che bussa a una porta sapendo che non gli verrà aperto, e Damien era uscito per l’ennesima festa a cui Ethan non era stato invitato, la solitudine divenne insopportabile. Non la solitudine generica di chi è solo in una stanza – quella la conosceva bene, ci conviveva da anni. Era una solitudine specifica, chirurgica, che aveva la forma esatta dell’assenza di Damien.

Si ritrovò seduto sul suo letto perfettamente rifatto, la schiena contro il muro freddo, a fissare il caos dell’altra metà della stanza. Il contrasto era quasi comico: la sua metà era un esercizio di simmetria, l’altra un monumento all’entropia. Una felpa di Damien era abbandonata sul pavimento, il cappuccio rovesciato, una manica che puntava verso la porta come un braccio teso. Ethan la raccolse. La portò istintivamente al viso. L’odore – una miscela di deodorante alla menta, caffè e qualcosa di unicamente Damien, qualcosa che nessun chimico avrebbe saputo isolare in un laboratorio – gli fece girare la testa.

Rimase così per un tempo che non seppe quantificare, con il naso affondato in quel tessuto che sapeva di tutto ciò che desiderava e non poteva avere. Poi si guardò le mani. Tremavano.

Fu in quel momento che capì di non poter più continuare così.

* * *

Il giorno dopo, mentre Damien era sdraiato sul letto a scrollare Instagram con la concentrazione che non riservava mai ai libri di testo, Ethan raccolse tutto il suo coraggio. Lo prese a piene mani dal fondo dello stomaco, dove giaceva mescolato alla nausea e al terrore.

«Devo parlarti.»

La voce gli uscì più tremante di quanto avesse voluto. Una crepa nella facciata. Damien alzò lo sguardo, un sopracciglio inarcato in un’espressione interrogativa. Il telefono gli pendeva dalla mano, lo schermo ancora illuminato.

«I vestiti?! Giuro che li metto a posto dopo, promesso!» disse con un sorriso colpevole, indicando il nuovo mucchio che si era formato sulla sedia come per magia nel giro di poche ore.

«No, non c’entra niente.»

Ethan chiuse gli occhi. Strinse i pugni fino a sentire le unghie conficcarsi nei palmi, dieci mezzelune di dolore che lo ancoravano al presente. Il cuore gli batteva così forte che era sicuro Damien potesse sentirlo dall’altra parte della stanza. Fece un respiro. Poi un altro.

«Senti, tu... ecco... mi piaci.»

Le parole uscirono in un soffio, appena udibili sopra il ronzio del riscaldamento e il tamburellare della pioggia che non aveva smesso di cadere dalla sera prima, come se anche il cielo stesse trattenendo il respiro.

«Anche tu mi piaci.»

Ethan riaprì gli occhi di scatto, il cuore che mancava un battito. Per un momento – un folle, luminoso, impossibile momento – il mondo si fermò. L’aria nella stanza sembrò cristallizzarsi.

«Cosa?»

«Sì, mi sei simpatico... sei un bravo ragazzo. A parte per la tua mania della pulizia.» Damien rise, quel suono melodioso che Ethan amava e odiava in egual misura, il suono di qualcuno che non ha la minima idea della devastazione che sta causando. «Senza offesa, amico.»

La parola «amico» fu come una lama. Non una pugnalata – qualcosa di peggio. Una lama sottile, chirurgica, che scivolava tra le costole senza quasi farsi sentire, e che solo dopo qualche secondo cominciava a bruciare. Ethan sentì qualcosa rompersi dentro di lui, uno scricchiolio sordo come quello del ghiaccio su un lago in primavera.

«No, tu... mi piaci» ripeté, odiandosi per la disperazione che traspariva dalla sua voce, per il modo in cui le parole gli uscivano dalla bocca come se stessero scappando da un incendio. «Mi piaci davvero. Come... come più di un amico.»

Il silenzio che seguì fu assordante. Ethan vide il momento esatto in cui la comprensione colpì Damien: il sorriso che svaniva lentamente, come un tramonto accelerato; gli occhi grigi che si spalancavano, le pupille che si dilatavano per una frazione di secondo; il corpo che si irrigidiva impercettibilmente, le spalle che si alzavano di un millimetro come per proteggersi.

«Ah.»

Fu tutto ciò che Damien riuscì a dire per quello che sembrò un’eternità. Un monosillabo che conteneva un universo di cose non dette. Poi si schiarì la gola, lo sguardo che vagava ovunque tranne che su Ethan – il soffitto, la finestra, le proprie mani, il mucchio di vestiti sulla sedia.

«Be’, Eth, sono... sono lusingato. Davvero.» Si passò una mano tra i capelli, quel gesto che Ethan conosceva a memoria e che ora aveva un sapore diverso, amaro. «Ma io... non sono... sai... Non vado in quella direzione.»

«Sì, lo so» disse Ethan con una risata amara che gli graffiò la gola come carta vetrata. «Scusa, non so perché l’ho detto. Dimenticalo.»

Dimenticalo. Come se fosse possibile dimenticare il momento in cui ti apri il petto davanti a qualcuno e quello ti guarda dentro e decide che non c’è niente che valga la pena tenere.

* * *

L’atmosfera nella stanza cambiò immediatamente, come se qualcuno avesse abbassato la temperatura di dieci gradi.

Damien cominciò a passare sempre più tempo fuori, tornando solo per dormire – e nemmeno tutte le notti. Non c’erano più le chiacchierate notturne che duravano fino alle tre del mattino, quelle conversazioni senza capo né coda che partivano dal calcio e finivano sulla filosofia, passando per i film horror e le teorie complottiste sugli alieni. Non c’erano più le sessioni di studio condivise, con Damien che gli rubava gli evidenziatori e Ethan che fingeva di arrabbiarsi. Non c’era più niente.

Anche il disordine sembrò diminuire, e fu quello a ferire più di tutto. Damien teneva i suoi vestiti piegati, le tazze sparivano dal comodino, i libri venivano chiusi e impilati. Era come se stesse cercando di occupare meno spazio possibile, di ridurre la propria presenza a un’impronta sempre più leggera, fino a diventare invisibile. E Ethan capì con orrore che avrebbe preferito il caos. Avrebbe preferito mille calzini spaiati sotto il letto piuttosto che quel vuoto educato, quel silenzio cortese che era peggio di qualsiasi insulto.

Una settimana dopo, Ethan tornò dalla biblioteca per trovare Damien che metteva le sue cose in scatoloni. Il letto era già stato spogliato, il materasso nudo e grigio. La stanza sembrava più grande. Sembrava enorme. Sembrava un deserto.

«Mi trasferisco» annunciò Damien senza guardarlo negli occhi, la voce forzatamente leggera, come se stesse comunicando un cambiamento di programma per il fine settimana. «Ho trovato un posto fuori dal campus. È più economico, non posso più permettermi l’affitto qui.»

Era una bugia palese – i genitori di Damien pagavano le sue spese, Ethan lo sapeva perché gliel’aveva detto lui stesso una sera di ottobre, ridendo dell’imbarazzo di avere ventidue anni e ancora il conto in banca collegato a quello di sua madre. Ma Ethan non ebbe la forza di contestarlo. Non ebbe la forza di fare nulla, se non rimanere in piedi sulla soglia, le braccia lungo i fianchi, guardando l’uomo di cui si era innamorato fare i bagagli con movimenti frenetici, come se non vedesse l’ora di andarsene, come se l’aria stessa della stanza fosse diventata irrespirabile.

Mentre Damien trascinava l’ultima scatola fuori dalla porta, si fermò un attimo. La luce del corridoio gli illuminava il profilo, e per un secondo fu di nuovo quel ragazzo con la valigia sgangherata e il sorriso che rubava la luce.

«Mi dispiace» disse sottovoce, e per la prima volta da quella sera Ethan gli credette. «Spero che tu... spero che trovi qualcuno che...»

«Vattene.» La voce di Ethan era rotta, spaccata a metà come un ramo secco. «Per favore, vattene e basta.»

Damien annuì. Non disse altro. La porta si chiuse con un clic morbido – non un colpo, non uno sbattere, solo un clic gentile che fu infinitamente peggio.

Ethan rimase immobile per un tempo che non seppe misurare. Poi, con la lentezza di chi si muove sott’acqua, attraverso la stanza e si lasciò cadere sul letto di Damien. Era ancora disfatto – l’unico angolo di disordine rimasto in quella stanza improvvisamente troppo ordinata. C’era l’impronta del suo corpo sulle lenzuola, una concavità tiepida che stava già raffreddandosi. L’odore di lui era ovunque – menta, caffè, lavanda, e quella cosa senza nome che era solo Damien.

Ethan si raggomitolò su sé stesso, le ginocchia al petto, la faccia premuta contro il cuscino. E si permise finalmente di piangere – un pianto silenzioso, soffocato, che gli scuoteva le spalle a intervalli irregolari come un singhiozzo trattenuto troppo a lungo.

Se avesse saputo quanto dolore gli avrebbe causato quell’amore non corrisposto, pensò con amarezza, avrebbe cacciato Damien Cole a calci fin dal primo giorno. Avrebbe chiuso quella porta prima ancora che si aprisse. Avrebbe voltato lo sguardo, rifiutato la stretta di mano, ignorato quel sorriso.

Ma nel profondo del suo cuore spezzato, sapeva che era una bugia – la più grande che si fosse mai raccontato. Avrebbe scelto di soffrire mille volte, pur di avere quei pochi mesi di illusione. Pur di risentire, anche solo per un istante, il suono della voce di Damien che lo chiamava Eth nell’aria calda di una stanza condivisa.

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