Davide rientra dal bagno.
Ha indosso una maglietta pulita e un paio di boxer. Dorme nudo di solito, ma questa notte non è di solito. I capelli non li ha lavati — li aveva già lavati qualche ora prima — si è limitato a passarvi le dita bagnate. Li ha annodati di lato, in una coda umida che gli cade sulla spalla.
Lei è distesa sul fianco, rannicchiata come l'ha lasciata, con una mano sotto la guancia. Ha gli occhi chiusi.
Si accovaccia sui talloni a lato del letto. La guarda a lungo.
Senza il trucco nero che di solito le invade gli occhi, senza il rossetto, senza i piercing — li ha sistemati tutti in una ciotolina del bagno, le ha visto fare quel gesto attento, quasi un rituale — le manca l'armatura con cui gira il mondo. Sopracciglia sottili, ciglia chiare, labbra che respirando si muovono appena. Un faccino minuscolo che affonda nel cuscino di un pollice.
Ha poco a che vedere con la ragazza che gli si era presentata alla scrivania, settimane prima, sventolandogli in faccia quel foglietto.
Si rialza. Fa il giro del letto dall'altra parte. Solleva il lenzuolo con una cautela imparata da bambino nei dormitori, quando non si voleva svegliare chi stava peggio di noi.
Si sdraia sul dorso.
Si è appena poggiato con la schiena al materasso che la sente muoversi. Senza aprire gli occhi, senza dire niente, lei rotola verso di lui finché non gli adagia la guancia sul petto.
Un movimento piccolo, felpato. Come se l'avesse già fatto cento volte.
Resta immobile. Non sa nemmeno dove tenere le braccia. Le lascia lungo i fianchi, poi le solleva, poi le riabbassa. Alla fine una gliela posa con prudenza sulla schiena, all'altezza delle scapole, sopra la maglietta — la sua maglietta — che a lei arriva quasi al polpaccio.
Si sta ancora domandando se l'abbia svegliata, quando la sente sobbalzare.
Lei si mette seduta di scatto.
«Ma non li asciughi nemmeno quando vai a letto? Sono gelati i tuoi capelli!»
Ha gli occhi spalancati, l'indice puntato contro la coda umida che lui si è sistemato sulla spalla. L'aria di chi ha appena scoperto un'ingiustizia cosmica.
Lui si gira sul fianco. Gli spunta un mezzo sorriso, di quelli che gli costano un piccolo sforzo dei muscoli attorno alla bocca.
Le sfila la coda dalla spalla. La fa roteare una volta, due. Sferza con delicatezza le ginocchia nude di lei con la punta dei capelli bagnati.
Lei emette un suono che non è un urlo e nemmeno un ridere. Qualcosa a mezza strada fra un'indignazione e una risata trattenuta a forza.
«Sei morto.»
Afferra il cuscino. Lo solleva. Lo colpisce in pieno stomaco, con una precisione che a Davide strappa un «uff» involontario.
Woody è in piedi sul letto.
Una figurina minuscola dentro una t-shirt bianca che le arriva alle ginocchia, i capelli giallo mais scompigliati in ogni direzione possibile, il cuscino al cielo come un trofeo.
«Bruna Cavalli! Bruna Cavalli! La folla impazzisce!»
Davide, disteso, allunga un braccio e le afferra una caviglia.
Una sola.
Lei fa un «oh!» brevissimo e crolla sul materasso, finendogli accanto con un rimbalzo che la fa ridere suo malgrado. Si punta su un gomito, lo accusa con il dito.
«Hai barato.»
«Ho improvvisato.»
«È la stessa cosa.»
«No. Barare significa sapere che stai violando le regole. Improvvisare significa non averle ancora capite.»
Lei lo fissa un secondo. Poi gli salta addosso.
Davvero addosso. Lui è ancora disteso, lei gli cade sulla cassa toracica a gambe aperte, gli serra le cosce attorno ai fianchi come aveva già fatto in cucina quella sera — ma questa volta con la furia finta di chi ha appena perso ai cuscini. Tenta di inchiodargli i polsi con le due mani. Riesce a premergli sul polso sinistro con tutto il peso di cui dispone.
Lui la lascia fare.
Potrebbe ribaltarla in meno di un secondo. Lei lo sa: non ha mai creduto nemmeno per un istante di avere una possibilità in una lotta vera. Ma lui rimane fermo sul dorso. Guarda le sue manine bianche sulle proprie — che sono il doppio — e le concede la finzione.
«Arrenditi.»
«Mi arrendo.»
«Dillo bene.»
«Mi arrendo. Mi dichiaro sconfitto per mano della campionessa europea di jūdō dei cuscini.»
«E del pianeta.»
«E del pianeta.»
«Bravo.»
Lei gli molla i polsi. Resta a cavalcioni ma senza più la finta serietà. Sorride con tutti i denti.
Un respiro più lento.
Poi un altro.
Si guardano.
Il tempo si allenta.
Smette lui di sorridere per primo. Non perché non sia felice, ma perché in quell'istante capisce che se restano così ancora cinque secondi succederà quello che non deve succedere. Non perché sia sbagliato. Perché è presto. Perché sarebbe un'altra cosa, più piccola di quella che si sta costruendo.
Le solleva con delicatezza i polsi.
Li tiene fermi all'altezza delle proprie clavicole.
Lei lo lascia fare.
Lui le abbassa piano le mani, finché non le appoggia sul proprio petto. Il palmo destro proprio sopra il cuore.
Lei sente il battito.
Non è accelerato come ci si aspetterebbe, considerato il peso che lui ha addosso, la scena. È profondo. Lento. Fermo.
Lo fissa a lungo.
Poi, senza dire niente, si lascia scivolare di fianco. Si sistema accanto a lui. Lui si gira sulla spalla per averla di fronte.
Per un po' nessuno dei due parla.
Lei infila i piedi sotto i suoi polpacci.
Lui trasalisce.
«Sono ghiacciati!»
«Lo so.»
«Non puoi scaldarteli in un altro modo?»
«No.»
Si organizza meglio. Incastra le piante dei piedi freddi contro la pelle calda di lui, sulla gamba destra, e ce le lascia lì come se avesse trovato un calorifero. Non sposta nient'altro.
Davide non dice niente. Resta immobile, con quei piedi ghiacciati addosso, e si rende conto che sta sorridendo di nuovo.
Lei allunga la mano. Gli prende una ciocca dei capelli neri, la fa scorrere fra pollice e indice fino alla punta.
«Ti si sono asciugati.»
«Quasi.»
«Lascia che te li metto a posto.»
«A posto come?»
«Trecce.»
«No.»
«Mezze trecce.»
«No.»
«Una sola piccola treccina innocua.»
Le prende una ciocca fra due dita, tenta di dividerla in tre parti. Fallisce al secondo passaggio. Riprova. Fallisce di nuovo.
«Impossibile. Sono troppo lunghi.»
«È un problema tuo.»
«È un problema del tuo parrucchiere.»
«Non ho un parrucchiere.»
«Si vede.»
Ci rinuncia. Lascia cadere la ciocca, si accontenta di far scorrere il palmo lungo i capelli dalla tempia fino alla spalla, poi di nuovo. Un gesto ripetitivo, da fantino che rassicura il cavallo.
«Mi leggi qualcosa.»
«Cosa?»
«Uno dei tuoi libri. Ne hai ottantamila, uno lo troverai. Uno a caso, non mi importa quale. Cinque minuti e poi dormiamo.»
Davide si alza. Va a uno scaffale — non il più vicino, il terzo da sinistra. Prende un volume senza guardare il dorso. Torna a letto. Si sistema contro la testiera, accende la lampada piccola, apre a metà.
Legge.
«Il vento era caduto dopo mezzanotte, e il silenzio aveva invaso la casa come un ospite atteso. L'uomo rimase seduto in cucina senza accendere la luce. Fuori la neve aveva smesso di scendere, e la strada era bianca fin dove arrivava lo sguardo.»
La voce gli scende di un tono. È la prima volta che Woody lo sente leggere. Non è la voce con cui parla — quella è secca, misurata, quasi sempre contratta — è più lenta, più bassa, come se le parole gli venissero da un posto che tiene lontano dagli altri.
Woody si sposta di qualche centimetro. Gli appoggia la testa sulla pancia, di piatto, con un orecchio premuto contro il suo respiro. Da quella posizione vede solo il soffitto e, quando inclina un poco il mento, la punta del naso di lui, l'angolo della pagina.
Non l'avrei mai detto, pensa.
Non sa nemmeno lei cosa.
Non avrebbe mai detto che avrebbe finito così la giornata. Non avrebbe mai detto che si sarebbe fatta leggere a voce alta da un uomo, nel suo letto, con i piedi incastrati sotto le gambe di lui. Non avrebbe mai detto che l'uomo in questione avrebbe letto a bassa voce come se stesse dando da bere a un animale ferito.
Non si fida facilmente. Lo sa da sempre.
Questa sera ha sospeso il protocollo.
Lui legge un'altra pagina. Lei gli trova, fra i capelli vicini alla tempia, un filo più chiaro degli altri. Uno solo, appena più pallido. Lo prende fra due dita, lo tira pianissimo — non abbastanza da staccarlo, abbastanza da sentirlo resistere.
Sposta le labbra per chiedere qualcosa.
Si ferma.
Sa dov'è il bordo.
Il bordo di cinque, sei anni che lui le ha raccontato nel pomeriggio.
Lascia andare il capello. Torna con la guancia sul suo stomaco. Chiude gli occhi.
Lui legge ancora.
Dopo mezza pagina si accorge che il respiro di lei ha cambiato ritmo. Più lento, più lungo. Legge un'altra riga piano, più piano. Poi silenzio.
Chiude il libro.
Lo poggia sul comodino.
Spegne.
Al buio lei mormora qualcosa. Forse il suo nome, forse no.
Davide resta con gli occhi aperti per parecchio. Guarda il soffitto invisibile. Sente il peso della sua testa assestarsi definitivo sul suo petto, i piedi freddi scaldarsi piano sotto i polpacci.
Non le mette le braccia intorno. Le lascia una mano sulla schiena, all'altezza delle scapole — dove l'aveva posata la prima volta — e quella lì rimane.
Non pensa: grazie.
Non saprebbe a chi.
Dormirà, per la prima volta da quando sa ricordare, tutte le sue ore senza mai aprire gli occhi.
Lascia un commento