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Sotto le scogliere

Sprofondato nello schienale logoro del sedile, Noah guardava fuori dal finestrino il paesaggio che sfumava in una macchia indistinta di verdi e grigi. La macchina procedeva a circa cento all'ora su una strada a due corsie che serpeggiava lungo la costa tirrenica, col mare che s'intravedeva in lontananza tra le scogliere.

Al suo fianco, Silas si stava scolando già la terza birra di fila, facendo ondeggiare la lattina al ritmo di una canzone che solo lui sentiva. Noah avrebbe voluto dirgli di smetterla. L'ultima volta gli aveva mollato un pugno con tale violenza da lasciarlo stordito per minuti interi. Aveva ancora il livido sullo zigomo, ormai color senape venato di violaceo. Da allora aveva imparato a stare zitto, a misurare ogni respiro, a ridurre sé stesso a una presenza che non disturbasse.

Al massimo si sarebbero schiantati. L'auto avrebbe sfondato il guardrail arrugginito e sarebbe finita giù di sotto, tra le scogliere affilate che si tuffavano nel mare. Una morte rapida. Un'onda di schiuma bianca, e poi niente più. Noah si ritrovò a desiderare che accadesse, con un brivido di piacere misto a terrore. Immaginò di afferrare il volante e sterzare con un gesto secco, sentendo già l'adrenalina di quel momento di libertà assoluta, l'ultimo atto di ribellione possibile.

Ma non l'avrebbe fatto. Non era ancora pronto a rinunciare a Silas. E poi lui si sarebbe arrabbiato a morte, e Noah ci avrebbe guadagnato solo altri lividi, altre scuse da inventare.

«A che stai pensando?»

Silas accartocciò la lattina con un gesto secco — la stava punendo per essere vuota — e la buttò dal finestrino senza nemmeno guardarla cadere. Poi afferrò il pacchetto di sigarette ammaccato nel cruscotto e se ne infilò una in bocca, cercando l'accendino nella tasca dei jeans sdruciti. Noah conosceva i suoi movimenti a memoria, poteva prevederli come i passi di una danza familiare e logorante.

«Ehi, idiota, guarda che c'è l'ho con te.»

Un paio di scatti... no, quattro, l'accendino si stava scaricando e Silas imprecò sottovoce. Una profonda aspirata — la prima era sempre profonda, vorace — e il rilascio lento, compiaciuto. Il fumo invase il cruscotto, avvolgendo Noah in una nuvola opprimente. Se fosse rimasto zitto Silas si sarebbe arrabbiato. Lo sapeva bene.

«A niente.»

«A niente» ripeté Silas, con un tono che oscillava tra la derisione e il disprezzo. «Hai due neuroni che si danno battaglia là dentro, cazzo.»

Noah gli avrebbe potuto rispondere per le rime, sentiva le parole premergli contro i denti. Ma non lo fece. Lo scenario era già scritto: la replica, lo scatto di Silas, la mano alzata, il pentimento mai arrivato. Invece abbassò il finestrino e vi si poggiò, la testa sulle braccia, lasciando che il vento gli scompigliasse i capelli e gli facesse lacrimare gli occhi, assordandolo col suo frastuono.

L'aria sapeva di ozono e terra bagnata, quel profumo inconfondibile che precede i temporali estivi. All'orizzonte si profilavano nuvole nere, pesanti, cariche di pioggia. Presto gli sarebbero andati incontro, pensò Noah. Un appuntamento inevitabile.

Le prime gocce gli si infransero sul volto, piccole punte fredde che gli pungevano la pelle, ma non ritirò la testa. Gli piaceva la pioggia, da sempre. Sotto le gocce d'acqua il mondo sembrava più calmo, ordinato, pulito. Lavato di tutto.

Silas imprecò, sbattendo una mano sul volante. «Ci mancava solo la pioggia... Passami un'altra birra.» Diede a Noah un colpetto sul braccio che era più un ordine che una richiesta.

Lui non si mosse, godendosi quella piccola ribellione silenziosa.

«Prontoo? Terra chiama Noah!» Silas allungò la «o» con quella cantilena che preannunciava la tempesta.

Lentamente, Noah si girò verso i sedili posteriori, dove c'era la busta di plastica bianca. Il vinile del sedile emise un suono appiccicoso quando si mosse. Rimanevano due lattine. Ne prese una e la porse a Silas; le dita si sfiorarono per un momento, un contatto che gli lasciò la pelle formicolante.

«Grazie, ci voleva tanto? E chiudi quel cazzo di finestrino, sta per venire giù un acquazzone.»

Silas guardò il cielo con occhi socchiusi. Ormai le nuvole li sovrastavano, una volta grigia e opprimente. Noah chiuse il finestrino con un movimento fluido e, non appena lo fece, la pioggia cominciò a battere sulla macchina con la violenza di un tamburo impazzito. L'effetto era amplificato dalla velocità: ogni goccia un piccolo proiettile.

Silas accese i tergicristalli, che cigolarono di protesta. «Vaffanculo» mormorò, stringendo le mani sul volante fino a far sbiancare le nocche. «Tempo di merda.»

La lancetta del contachilometri scese verso l'ottanta, il motore che riduceva il suo rombo a un ronzio sommesso. Non era ancora così ubriaco da non rendersi conto di quello che stava facendo, pensò Noah, osservando di sottecchi il profilo teso di Silas.

Il tempo peggiorò, trasformando il pomeriggio in un crepuscolo prematuro. Il vento faceva sbandare la macchina, e la pioggia era così fitta da impedire la visuale, il parabrezza ridotto a un caleidoscopio distorto. Silas masticò un'altra imprecazione. Si fermò a lato della strada e mise le quattro frecce, il ticchettio regolare che si univa al tamburellare della pioggia.

«Non possiamo proseguire così» disse, trangugiando ciò che rimaneva della birra con un movimento secco del collo.

Noah restò immobile, ipnotizzato dalle gocce che si rincorrevano sul vetro, formando rivoli tortuosi. Silas afferrò l'ultima lattina con un gesto possessivo, la aprì e cominciò a sorseggiarla, con meno foga, allungandola. Resistette all'incirca due minuti prima che il silenzio gli diventasse insopportabile.

«Perché non parli? Hai perso la lingua?» I suoi occhi cercavano quelli di Noah, pretendendo attenzione.

«Che cosa vuoi che dica?» rispose Noah, le parole lente, misurate.

«Non lo so, qualsiasi cosa.» Un tono sorprendentemente morbido, una vulnerabilità che apparve e scomparve in un battito di ciglia.

«Non dovresti bere così tanto.»

Ecco. L'aveva detto. Le parole restarono sospese nell'aria umida dell'abitacolo, pesanti.

Silas evitò di guardarlo, fissando un punto imprecisato attraverso il parabrezza, la mascella che si contraeva ritmicamente. «Quello che faccio sono cazzi miei» disse, la voce che aveva ripreso la durezza abituale.

Calò il silenzio. Dolce, dolce silenzio. Noah chiuse gli occhi, assaporandolo.

«E comunque non bevo così tanto. Sei tu che come al solito devi rompere le palle su tutto.» Silas era incapace di sopportare la quiete, le dita che tamburellavano impazienti sul volante.

Silenzio.

«Potresti almeno guardarmi mentre ti parlo. Cristo, mi fai incazzare quando fai così...» La voce si incrinò leggermente, tradendo qualcosa che non era solo rabbia.

Silenzio.

Ad un certo punto la pioggia alleggerì la sua presa, trasformandosi in una pioggerella sottile che disegnava arabeschi sul parabrezza.

«Era ora, cazzo» disse Silas, riaccendendo il motore con un gesto brusco.

La macchina sussultò. Proseguirono per altri quattro chilometri, avvolti in un silenzio teso. Superarono l'insegna illuminata di un McDonald's, l'arco dorato che brillava nel grigiore del tardo pomeriggio.

«Ottimo.» Per la prima volta in ore, un sorriso gli distese le labbra. «Avevo proprio voglia di un Cheeseburger.»

Si fermarono al parcheggio, le ruote che affondavano nelle pozzanghere.

«Riesci a vedere se fanno il servizio a portar via?»

Noah strizzò gli occhi, cercando di penetrare con lo sguardo attraverso la pioggia e le vetrate appannate del fast food.

«Pare di no...»

Silas si appoggiò al volante, scrutando il cielo. «Al diavolo» disse, sbottonandosi il giubbotto. «Ho troppa fame per aspettare. Vieni con me?»

«Non ho fame.» Era una bugia, ma aveva bisogno di quei pochi minuti di solitudine.

«Come ti pare» disse brusco Silas, con un'ombra di delusione che gli attraversò il viso.

Uscì sbattendo la portiera con più forza del necessario.

Noah lo guardò correre verso l'entrata, schivando le pozzanghere. Silas aveva lasciato le chiavi attaccate al cruscotto, il portachiavi a forma di pinguino che oscillava lentamente. Gli sarebbe bastato mettere in moto e andarsene, sparire per sempre. Ma non fece neanche questo. Una parte di lui sapeva che non sarebbe andato lontano, che Silas l'avrebbe trovato, come sempre. Aspettò buono il suo ritorno, che avvenne circa dieci minuti dopo. Silas aprì la portiera e gli gettò addosso delle buste fradice che emanavano odore di fritto e grasso.

«Ti ho preso le patatine» disse con un tono che voleva essere indifferente. «Poi non lamentarti che non penso mai a te.»

Si passò una mano tra i capelli bagnati, che gli ricadevano sulla fronte in ciocche scure. A Noah era sempre piaciuto quel gesto, il modo in cui li arruffava dandosi quell'aria da eterno ragazzo ribelle.

Silas rovistò nelle buste umide finché non trovò ciò che cercava, i suoi Cheeseburger avvolti in carta oleata. Addentò il primo con foga; un rivolo di salsa gli scivolò all'angolo della bocca. Noah tornò a guardare la pioggia, che aveva ripreso a cadere con maggiore intensità.

«La ragazza che mi ha servito era davvero carina» disse Silas col boccone in bocca. «Credo di piacergli... ha riso a tutte le mie battute.»

Noah continuò a fissare la pioggia. La morsa allo stomaco si strinse.

«Tra un paio d'ore dovrebbe finire il turno. Mi ha chiesto di vederci... penso proprio che me la scoperò» continuò Silas, con una nonchalance studiata, gli occhi che cercavano quelli di Noah.

Non era la prima volta. Non era mai la prima volta. Silas rimorchiava donne a caso con l'unico intento di fargli dispetto, di vederlo soffrire. Un gioco crudele che conoscevano entrambi, una ruota che girava sempre nella stessa direzione.

«A te sta bene, no?»

Noah si morse l'interno della guancia fino a sentire il sapore metallico del sangue. Rispondere avrebbe significato dargli la soddisfazione di vedere quanto faceva male.

Silas buttò ciò che rimaneva del panino nella busta e sospirò — un suono che sembrava venire da un luogo più profondo di quanto Noah avesse mai sospettato esistesse in lui.

«Vieni qui.»

Lui restò immobile.

«Non farmelo ripetere. Sai quanto odio ripetere le cose.» Ma la voce tradiva una vulnerabilità che raramente mostrava.

Noah era tentato di non obbedire, per vedere che cosa avrebbe fatto. Quanto forte poteva caricare un pugno in uno spazio così ristretto? Quanto male gli avrebbe fatto questa volta?

Silas lo afferrò per i capelli, le dita che si intrecciavano nelle ciocche castane, costringendolo a chinarsi verso di lui. «Perché devi sempre farmi incazzare?» sussurrò, il fiato caldo contro il suo viso.

E poi lo baciò, con una fame disperata. Le loro lingue combattevano, esplorando la bocca dell'altro in una battaglia dove non c'erano vincitori, solo desiderio e rabbia mescolati in un cocktail inebriante.

Sentì che Silas stava smanettando con la cintura dei pantaloni e capì che non si sarebbe fermato al bacio. La mano gli spinse la testa verso il basso, le dita serrate nei capelli al limite del dolore. Noah sapeva cosa voleva e come lo voleva. Rovistò nella lampo aperta, dentro le mutande, e tirò fuori il pene, accarezzandolo con movimenti esperti. Era turgido, caldo sotto le sue dita. Noah lasciò che della saliva colasse su di esso, aumentando la frizione — un trucco che sapeva piacere a Silas.

Lui sospirava, gli occhi chiusi, la testa reclinata all'indietro. A Noah piaceva vederlo così. In quel momento aveva potere su di lui, un potere diverso ma non meno reale di quello che Silas esercitava il resto del tempo. Non stava pensando alla ragazza del McDonald's o a quanto Noah fosse insopportabile. Pensava solo alla sua mano.

«Apri» mormorò Silas con voce roca, gli occhi socchiusi dall'alto.

Noah aprì la bocca e Silas ne approfittò per ficcarci il pene dentro con un movimento fluido. Prese a muovere il bacino con spinte decise — ora era lui a dettare il ritmo, riprendendo il controllo. Noah non poteva fare altro che sottomettersi mentre lo sentiva spingersi fino in fondo alla gola, affondando con prepotenza, costringendolo a respirare col naso e provocandogli i conati.

All'improvviso Silas lo tirò su per baciarlo nuovamente, con una tenerezza inaspettata. Gli mise la mano sul collo, facendo pressione — un gesto a metà tra la carezza e la minaccia.

«Va' dietro» ordinò, la voce roca.

«Potrebbero vederci...» obiettò debolmente Noah, lanciando uno sguardo al parcheggio.

«Non me ne frega un cazzo.»

Noah sgusciò tra i due sedili, seguito da Silas che si muoveva con meno eleganza ma con una determinazione che non lasciava spazio a dubbi.

«Togliti i pantaloni.»

Ubbidì, sentendo l'eccitazione montare malgrado la paura di essere visti. Silas si masturbava guardandolo con un misto di impazienza e desiderio. Non appena Noah si fu liberato dei jeans, lui lo afferrò per i fianchi con mani forti e lo fece girare con un movimento deciso. Poi lo penetrò con un'unica spinta violenta, senza preparazione.

Noah urlò — un suono a metà tra dolore e piacere. Silas restò un attimo immobile, il respiro pesante contro la sua nuca, dopodiché prese a muoversi con un ritmo implacabile. Noah gemette, aggrappandosi ai sedili, le nocche bianche per lo sforzo.

«Ti piace, non è vero?» domandò Silas, mordicchiandogli la spalla con una delicatezza che contrastava con la violenza delle spinte.

«Sì...» ammise Noah, abbandonandosi a quella tempesta di sensazioni.

Voleva averlo dentro di sé per sempre. Non gli importava dell'occhio nero o del fatto che bevesse troppo — non in quel momento. C'era solo Silas, il suo odore, il suo calore, la sensazione del suo corpo contro il proprio.

La mano di Silas risalì lungo tutta la schiena, tracciando la colonna vertebrale, e tornò ad avvinghiarsi al collo in una presa ferma. Noah reclinò la testa all'indietro, esponendo la gola in un gesto di totale sottomissione. I movimenti si fecero più frenetici, perdendo il ritmo, e la presa sul collo si rafforzò fino a diventare dolorosa. Noah respirava a malapena, puntini neri che danzavano ai margini della visione.

Prese a toccarsi, cercando sollievo. Il pene continuava a lanciare scariche di piacere a ogni spinta. Non avrebbe retto a lungo, era troppo eccitato, ma desiderava venire insieme a lui.

«Dì che sei la mia troia.»

«Sono... la tua troia» annaspò Noah dalla gola compressa.

Aveva bisogno d'aria. La presa di Silas era sempre più forte, gli avrebbe lasciato di nuovo i segni, altri segni da nascondere, da giustificare.

«Cazzo, sì...» esalò Silas, mentre veniva con un'ultima spinta finale, i fianchi che scattavano in avanti.

Si accasciò su di lui, respirando pesantemente. Poi gli diede una pacca sul sedere, un gesto che voleva essere affettuoso, e si tirò indietro, scivolando fuori da lui. Noah si mise seduto, sentendosi improvvisamente vuoto.

«Così mi sporcherai il sedile» disse ammiccante Silas, un sorriso giocoso che gli addolciva i lineamenti duri. «Sei venuto?»

Noah scosse la testa. Silas lo prese per una gamba e lo attirò a sé con sorprendente dolcezza, ricominciando a baciarlo. Poi prese a penetrarlo con le dita, trovando quel punto che sapeva farlo impazzire. Noah riprese a masturbarsi, il piacere che montava.

«Scopami» mugolò sulle sue labbra.

Silas gli fece accavallare le gambe e lo sistemò su un fianco con un movimento esperto. Noah sentiva il pene duro contro la natica, promessa di un nuovo piacere. Lo penetrò di nuovo, questa volta con più delicatezza, e prese a muoversi con lentezza studiata.

Noah chiuse gli occhi. Silas entrava e usciva, e ogni volta era una giostra di sensazioni che si amplificavano, si stratificavano. Poi lui venne di nuovo, spingendosi in profondità con un gemito roco, e Noah lo seguì, l'orgasmo che lo attraversò come una scarica elettrica. Silas scivolò via, accasciandosi sul sedile con un sospiro soddisfatto.

Tornò il silenzio, interrotto solo dal loro respiro che gradualmente si calmava. Fuori la pioggia si era placata, lasciando posto a una foschia che avvolgeva ogni cosa in un velo argenteo. Silas si sporse in avanti, recuperando il pacchetto di sigarette accartocciato e se ne accese una con gesti lenti, pigri. Aprì il finestrino; l'aria fredda entrò nell'abitacolo portando il profumo di terra bagnata e foglie. Noah si raggomitolò su sé stesso, cercando di trattenere il calore.

Quando ebbe finito la sigaretta, Silas si tirò su i pantaloni e se li riallacciò con movimenti precisi. Tornò al posto di guida, sistemandosi dietro il volante. Anche Noah si rivestì, i movimenti lenti per la stanchezza, ma non andò davanti. Silas si voltò: per un attimo un'espressione tenera, subito sostituita dal solito cipiglio.

«Che fai? Resti lì?»

Noah non rispose, lo sguardo oltre il finestrino.

«Fai un po' come cazzo ti pare» disse Silas, accendendo il motore.

* * *

Rimise in moto. Il posto dove dovevano andare non era lontano, ma Silas guidò come se dovesse fuggire, premendo sull'acceleratore ogni volta che la strada glielo permetteva. In meno di un'ora l'avevano raggiunto. Un hotel di medie dimensioni, dalla facciata in pietra che pareva abbracciare la scogliera. Noah l'aveva trovato su internet dopo settimane di ricerche, confrontando decine di recensioni. Il sito prometteva «un soggiorno romantico col proprio partner con vista mozzafiato sulle scogliere», con foto di tramonti infuocati sopra un mare color cobalto.

A Noah non interessavano particolarmente le scogliere, o i tramonti. Sperava solo di passare un bel weekend con Silas, lontano dall'alcool, dallo stress della città, da tutto quello che incrinava la loro relazione. Aveva scelto ogni dettaglio con cura, pagato extra per il pacchetto romantico con champagne e petali di rosa. Un'idea stupida, probabilmente. Ma ci aveva sperato.

A Silas non importava granché di stare lì — lo si capiva dagli occhi distratti sulla facciata dell'hotel. Se fosse dipeso da lui sarebbe rimasto a casa, stravaccato sul divano, a guardare film d'azione con una birra in mano. Ma l'aveva pagato Noah il soggiorno, risparmiando per mesi, e in un certo senso lo aveva costretto a venire. Ricatto morale, l'avrebbe chiamato Silas. Noah aveva ancora presa su di lui — quella sottile influenza che riusciva a esercitare nei momenti buoni — ma non era il caso di abusarne. A meno che non volesse beccarsi un altro pugno.

«Speriamo che almeno la vista dalle camere dia veramente sulle scogliere» commentò Silas, prendendo i bagagli dal cofano con un gesto secco.

Noah osservò il suo profilo contro il cielo che si scuriva, chiedendosi cosa passasse veramente in quella testa. A volte Silas sembrava intrappolato in un mondo tutto suo, un luogo dove Noah poteva entrare solo quando veniva invitato.

Al check-in sia lui che Silas dovettero compilare un modulo con i dati. Noah avrebbe preferito non avvicinarsi al bancone illuminato da luci troppo forti, per non far vedere alla receptionist l'ecchimosi intorno al suo occhio, ma non riuscì a evitarlo. Lei fece finta di nulla, lo sguardo che scivolava professionale sui documenti. Non erano affari suoi ciò che accadeva tra quelle quattro mura. Noah si chiese quante storie simili avesse visto passare da quel bancone lucido, quanti lividi mascherati da occhiali da sole, quante scuse sempre uguali.

La camera si presentò bene — pareti color crema e un grande letto matrimoniale ricoperto da un piumone bianco. E, cosa più importante, la vista sulle scogliere, proprio come promesso. La finestra si apriva su un panorama che toglieva il fiato: massi scuri che affioravano dal mare, le onde che si infrangevano in spruzzi bianchi.

Silas lasciò andare i bagagli con un tonfo sordo e si buttò sul letto, rimbalzando leggermente. «Non sembra male» disse, guardandosi intorno con occhi che, per una volta, sembravano compiaciuti. «Magari poi lo mettiamo alla prova, questo materasso. Anche stasera, volendo.» Il sorriso che accompagnava le parole, Noah lo conosceva fin troppo bene.

Non aveva voglia di fare altro sesso. Era ancora indolenzito dopo quanto successo in macchina, e desiderava solo un po' di tranquillità. Poteva solo sperare che una buona cena rendesse Silas troppo sazio e stanco per pensare a qualsiasi cosa che non fosse dormire. Annuì comunque, sforzandosi di sorridere.

La cena nel ristorante dell'hotel si rivelò squisita. La sala da pranzo aveva ampie vetrate che davano sul mare, ora solo una presenza scura e rumorosa nella notte. Silas mangiò con appetito dal primo al dessert, commentando persino positivamente la qualità del cibo — cosa rara per lui. Mentre tornavano in camera lungo il corridoio silenzioso, Noah lo vide sbadigliare. Un piccolo, inaspettato sollievo gli allentò il nodo allo stomaco.

La prima cosa che Silas fece una volta in camera fu accendere la televisione, zappando finché non trovò un film d'azione che aveva già visto almeno tre volte.

Noah poteva finalmente rilassarsi: Silas avrebbe finito per appisolarsi davanti allo schermo, com'era suo costume dopo mangiato. Si permise di respirare più liberamente. «Vado a farmi un bagno» disse, prendendo dall'armadio il pigiama pulito che aveva riposto con cura.

Non si chiuse a chiave. A Silas dava fastidio: diceva che gli dava l'impressione che Noah si nascondesse, che tenesse segreti. La vasca era profonda, smaltata di bianco. Aprì l'acqua calda e versò abbondante bagnoschiuma al gelsomino, in modo da creare quanta più schiuma possibile — un piccolo lusso che raramente si concedeva a casa. Poi si svestì lentamente, evitando lo specchio, e si immerse con un sospiro.

Era piacevole starsene a mollo, col calore che penetrava fin nelle ossa. La tensione accumulata durante quella giornata infinita spariva gradualmente, sciogliendosi. Chiuse gli occhi e immaginò di poter restare lì per sempre, protetto da quella schiuma bianca.

La porta si aprì con un cigolio leggero, facendolo sobbalzare. Silas, in pantaloncini e maglietta, i capelli spettinati. Aveva in mano lo spazzolino da denti e un'espressione indecifrabile.

«Ti eri addormentato?»

«N-no» rispose Noah, cercando di leggergli l'umore.

Silas prese a lavarsi i denti con movimenti metodici, lo sguardo fisso nello specchio sopra il lavandino. Noah evitava di guardarlo direttamente, ma aveva l'impressione di avere i suoi occhi addosso ogni volta che distoglieva lo sguardo. Silas fece degli sciacqui rumorosi, si pulì la bocca con l'asciugamano, lo lasciò appallottolato sul bordo del lavandino.

Poi si avvicinò lentamente, i piedi nudi che non facevano rumore sulle piastrelle. Noah sentì il cuore accelerare, non sapendo cosa aspettarsi. Sollevò lo sguardo e incontrò gli occhi di Silas, che nella luce soffusa del bagno avevano qualcosa di dolce. Lui stese una mano e gli accarezzò la guancia con una delicatezza inaspettata. Noah si beò di quel contatto innocente, terapeutico dopo tanta tensione, finché le dita non presero ad accarezzargli le labbra con un'intenzione che non poteva fraintendere.

Il cuore gli precipitò nello stomaco. Sapeva cosa significava. Rassegnato, aprì la bocca e catturò le dita di Silas, succhiandole nel modo che gli piaceva.

Lui lo fissava dall'alto, gli occhi che si facevano più scuri. L'erezione era ormai evidente attraverso il tessuto sottile dei pantaloncini. Noah ci infilò una mano da sotto e iniziò ad accarezzarlo attraverso la stoffa, sperando che bastasse. Forse, se era fortunato, se la sarebbe cavata solo con una sega.

Silas chiuse gli occhi, un sospiro di piacere gli sfuggì dalle labbra. Noah si assicurò di stimolarlo col ritmo giusto, quello che conosceva così bene, mentre leccava le dita con veemenza studiata. A un certo punto Silas lo fermò, facendo scivolare la mano fuori dai pantaloncini. Tirò fuori il pene turgido e cominciò a masturbarsi davanti al suo viso.

«Apri la bocca.»

Noah obbedì meccanicamente. Sarebbe finita prima così, e forse avrebbe potuto godersi il resto della serata in pace.

«Però... non venirmi negli occhi.»

Bruciava da morire quando succedeva. L'ultima volta aveva dovuto inventare una scusa per l'arrossamento con i colleghi.

«Cercherò di prendere bene la mira» disse con un sorrisetto confuso Silas, continuando a esplorare la sua bocca con le dita dell'altra mano, distrattamente.

Era carino quando era eccitato, pensò Noah, osservando le guance leggermente arrossate. Molti facevano facce buffe nel momento del piacere, ma non Silas. Aveva una bellezza classica, severa. Noah avrebbe voluto baciarlo, sentire la sua lingua contro la propria. Non osò chiedere.

Silas tolse le dita e lo afferrò per il collo con decisione, costringendolo ad alzare la testa. I movimenti si fecero più frenetici; stava per venire. Noah tenne la bocca aperta, la lingua fuori, preparandosi.

Questa volta non gli venne in faccia, centrando perfettamente l'obiettivo. Noah ingoiò tutto, nel modo che sapeva lui voleva. Silas lo lasciò andare con un ultimo sospiro, le dita che scivolavano via dal collo lasciando un formicolio sulla pelle. Si sistemò i pantaloncini e se ne andò senza una parola, lasciando Noah da solo con il sapore dello sperma in bocca e l'acqua del bagno che cominciava a raffreddarsi.

Affondò di nuovo nella vasca, fino a che l'acqua gli lambì il mento. Fuori dalla finestra del bagno, la luna era sorta, gettando un riflesso argenteo sulle scogliere. Sembravano così fredde, così distanti. Un po' come Silas.

* * *

La mattina dopo Noah si svegliò all'alba, la luce pallida che filtrava attraverso le tende sottili. Silas dormiva ancora al suo fianco, il respiro regolare e tranquillo. In sonno sembrava un altro. Noah restò a fissarlo per qualche minuto — le ciglia lunghe che proiettavano ombre delicate sulle guance, la curva morbida delle labbra socchiuse, i capelli spettinati sulla fronte.

Con un gesto cauto si avvicinò e lo baciò sulla guancia, un tocco leggero. Silas emise un sospiro e girò la testa dall'altra parte, esponendo il collo. Noah ne approfittò per baciarlo proprio lì, dove la pelle era più morbida e calda. Silas mugugnò qualcosa di incomprensibile, ancora perso nel dormiveglia.

Incoraggiato, Noah cercò la sua bocca. Poggiò le labbra sulle sue, più e più volte, delicati baci a farfalla, finché le lingue non si unirono in un bacio più profondo. Silas, ormai sveglio, gli mise una mano dietro la testa, le dita intrecciate nei capelli, continuando a baciarlo con intensità crescente.

Noah gli salì a cavalcioni, i corpi separati dal sottile tessuto degli indumenti da notte. Iniziò a strusciarsi contro di lui, sentendo l'eccitazione montare. I baci di Silas divennero più aggressivi, i denti che mordevano il labbro inferiore di Noah. Sentì l'erezione premergli contro il sedere, dura e impaziente.

Si staccò da lui, gli occhi offuscati dal desiderio, e si sfilò i pantaloni del pigiama con le mutande in un unico movimento frettoloso. Silas lo aiutò, le mani con una sorprendente delicatezza. Poi Noah tornò sopra di lui e tirò fuori il pene già duro dai pantaloncini, accarezzandolo con movimenti lenti e studiati. Silas chiuse gli occhi, abbandonandosi al piacere, il capo reclinato all'indietro, la gola esposta.

Lentamente, con cautela, Noah scivolò su di lui, guidandolo dentro di sé. Era terribilmente piacevole sentirlo entrare, sentirsi riempire completamente. Silas diede una spinta decisa, impaziente, strappandogli un gemito di sorpresa.

«No» disse Noah con voce tremula, le mani appoggiate sul suo petto. «Fa' piano.»

Silas obbedì, un ritmo lento, controllato. Noah prese la sua mano e la posò sopra il proprio pene, guidandola. Lui cominciò a masturbarlo con la competenza di chi conosce ogni centimetro del corpo dell'altro. Scariche di piacere percorsero la spina dorsale di Noah.

«Salta, salta, coniglietto» sussurrò Silas con voce roca, un sorriso predatore sulle labbra.

Fermò la mano, lasciando Noah sospeso sull'orlo del piacere. Poi ricominciò a muoverla, strappandogli un sospiro di sollievo. Noah lo guardò supplichevole.

«Dimmi che mi ami» ordinò Silas.

«T-ti amo» rispose Noah, le parole spezzate dal respiro affannoso.

«Non mi sembri molto convinto.» Rallentò deliberatamente la mano.

Diede un'altra spinta violenta; Noah gemette, incapace di trattenersi.

«Ti amo, ti amo» disse in preda al piacere, le parole che si rincorrevano senza controllo. «Ti prego...»

La mano di Silas si mosse più rapidamente, in sincronia con le spinte più intense, più profonde.

«Sì, sì» pigolò Noah, agitando il bacino in cerca di maggior contatto.

Silas gli afferrò la gola con la mano libera, le dita che premevano sui punti giusti con una precisione chirurgica. Noah annaspò per respirare, la vista che si offuscava ai bordi, ma gli piaceva — adorava sentire le dita di Silas sulla gola, raggiungere l'apice mentre soffocava, quel mix pericoloso di piacere e paura.

Silas prese a muoversi con violenza, il controllo ormai dimenticato, e a quel punto Noah toccò il paradiso, colpito in quel punto che lo faceva vedere le stelle. Venne con un grido soffocato e nel farlo sporcò tutta la maglietta di Silas. Lui lo seguì poco dopo con un gemito roco, riversandosi dentro Noah.

Restarono in quella posizione, ansanti, i corpi intrecciati, madidi di sudore.

«Ti sei svegliato di buon'umore stamattina» commentò Silas con un sorriso pigro, le dita che tracciavano disegni invisibili sulla schiena di Noah.

Lui rise — un suono cristallino, isterico, che non sapeva da dove venisse. «Non vale...» sussurrò, nascondendo il viso nell'incavo del collo di Silas.

«Cosa?»

«Dirsi "ti amo" durante il sesso... non è mai sincero.»

«Se lo dici tu» disse Silas con tono leggero, prendendo il pacchetto di sigarette dal comodino.

Noah si tolse da lui, sentendo un vuoto immediato, e si sdraiò al suo fianco. Ricominciò a fissarlo con quella intensità che lo caratterizzava: non riusciva a farne a meno, a staccare gli occhi da quel viso. Gli piaceva osservarlo mentre era perso nei suoi pensieri — la sigaretta portata alle labbra con un gesto elegante, rituale. In realtà, gli piaceva guardarlo e basta. In ogni momento. In ogni situazione.

Era la prima cosa che lo aveva colpito di lui, anni prima, in quel bar affollato. Il viso scolpito. I capelli bruni pettinati all'indietro con studiata noncuranza. I tatuaggi che raccontavano storie mai condivise fino in fondo. Tanti piccoli dettagli che insieme formavano un mosaico che ai suoi occhi non aveva difetti.

Ed era bastato un singolo gesto a far crollare tutto. Poteva tollerare che bevesse, anche se a volte lo spaventava il modo in cui l'alcol lo trasformava. Ma il pugno — la violenza improvvisa, inaspettata — quello era stato diverso. Silas non gli aveva chiesto nemmeno scusa. Sarebbero bastate delle scuse. Un segno di pentimento, di consapevolezza. Qualcosa.

Ma Silas si comportava come se non fosse successo, come se quel livido giallastro sul viso di Noah fosse sempre stato lì, o forse come se non esistesse affatto. Un danno collaterale accettabile, nel registro della sua coscienza.

Il pensiero gli provocò un groppo in gola. Un istante dopo sentì le lacrime salirgli agli occhi, calde e improvvise. Prima che Silas potesse accorgersene, si alzò di scatto e andò a chiudersi in bagno, girando la chiave con mani tremanti.

Si guardò allo specchio. Gli occhi arrossati, il livido che stava lentamente cambiando colore. Si chiese quando avesse smesso di riconoscersi. Quando avesse iniziato ad accettare l'inaccettabile. Una lacrima solitaria gli scivolò lungo la guancia, e lui la osservò cadere nel lavandino.

* * *

La sera andarono in spiaggia. Il sole stava tramontando, il cielo dipinto di arancio e rosa, l'acqua che ne rifletteva i colori. La sabbia ancora tiepida scricchiolava sotto i piedi nudi. Noah si era cambiato tre volte prima di uscire, cercando qualcosa che nascondesse il livido senza sembrare fuori posto; alla fine aveva optato per una maglietta a maniche lunghe nonostante la serata fosse mite.

Mentre camminavano lungo la battigia, incontrarono un gruppo di persone — una comitiva animata intorno a un piccolo falò. Noah li aveva intravisti all'hotel durante la colazione: ridevano e scherzavano anche allora, con quella facilità che appartiene a chi non porta pesi addosso.

«Sembrano divertirsi» disse Silas, fissandoli con uno sguardo che Noah conosceva fin troppo bene.

In effetti davano proprio quell'impressione. La spensieratezza, i bicchieri che tintinnavano, le risate che salivano nel cielo della sera insieme alle scintille del falò.

«Dai, andiamo a salutarli» propose Silas con tono deciso, già in movimento.

«Cosa? No!» esclamò Noah, afferrandolo per un braccio. L'idea di socializzare, di sorridere e fingere che tutto andasse bene, lo terrorizzava.

«Non fare la palla al piede come tuo solito» rispose Silas, scrollandosi la mano di dosso.

Si avviò con passo sicuro verso il gruppo, e a Noah non restò che seguirlo. Come sempre.

«Ehi! Vi dispiace se ci uniamo a voi?» Silas esibiva il suo sorriso migliore, quello che non rivolgeva più a Noah da tempo.

«Figurati» rispose una ragazza con naturalezza disarmante.

Aveva la pelle ambrata, dorata alla luce del fuoco, i capelli alla afro che formavano un'aureola scura intorno al viso, e gli occhi chiari, di un verde giada, che creavano un contrasto notevole con la carnagione. Un sorriso dolce, rassicurante, di quelli che invitano alla confidenza immediata. Si spostò sulla coperta stesa sulla sabbia e Silas si sedette accanto a lei con una grazia studiata. Noah prese posto accanto a un ragazzo atletico con i capelli biondi che lo salutò con un cenno distratto.

«I vostri nomi?» chiese la ragazza, prendendo due bottiglie di birra da un frigo portatile e stappandole con l'accendino legato al braccialetto. Le porse a entrambi con un sorriso radioso.

«Io sono Silas e lui è Noah» rispose Silas, sfiorando intenzionalmente le dita della ragazza nel prendere la birra.

«Piacere. Io sono Tess.» Sollevò la sua birra in un brindisi informale. Era un po' brilla, le guance arrossate, gli occhi brillanti. «E loro sono i miei amici...»

Cominciò a elencare i nomi, indicandoli uno ad uno con gesti ampi che facevano ondeggiare i braccialetti ai polsi. Un secondo dopo Noah se li era già dimenticati tutti.

«Da dove provenite?»

La porta era spalancata. Silas era nel suo ambiente naturale — al centro dell'attenzione, circondato da sconosciuti affascinati. Si assicurò che la conversazione rimanesse viva e soprattutto che l'attenzione di Tess non scemasse nemmeno per un minuto, riempiendola di complimenti velati e sguardi significativi. Noah si limitava a fissarlo. Uno spettatore di una scena già vista, un film che conosceva a memoria.

Gli piace. Il pensiero gli attraversò la mente come una scheggia di vetro.

La ragazza era il suo tipo. Noah aveva imparato a riconoscere le donne che attiravano Silas: sicure di sé, belle in modo naturale, con quel non so che di selvaggio. E anche a Tess sembrava piacere Silas — lo si vedeva dal modo in cui si toccava continuamente i capelli, inclinava il corpo verso di lui, rideva alle sue battute.

Non glielo ha detto che stiamo insieme. Lei darà per scontato che siamo semplici amici. Una certezza che gli bruciava lenta.

Tess rise di nuovo a qualcosa che Silas aveva sussurrato. Aveva una risata cristallina, di quelle che rimangono in testa. Noah si sorprese a non provare rabbia verso di lei. Solo una rassegnazione stanca, opaca.

Se fosse stato etero, ammise a sé stesso, anche lui l'avrebbe trovata attraente. Non poteva biasimare Silas, che continuava a flirtare incurante di Noah seduto a pochi passi, trasparente come sempre quando c'era qualcun altro a catturare la luce.

A un certo punto furono tutti abbastanza ubriachi da non capirci più niente, le risate più forti, i gesti esagerati, le distanze ridotte al minimo. Tutti tranne Noah, che a malapena aveva toccato la sua birra, limitandosi a far oscillare il liquido nella bottiglia. Non gli piaceva bere. Il sapore amaro gli ricordava troppe notti finite male, troppe discussioni, troppi lividi.

Gli amici di Tess intonarono un canto, una canzone popolare che pareva conoscere ognuno tranne Noah. Silas sussurrò qualcosa nell'orecchio a Tess, le labbra che sfioravano la sua pelle, e lei ridacchiò, gli occhi brillanti di complicità. Si alzarono con un movimento coordinato. Silas non incrociò nemmeno per un secondo lo sguardo di Noah. Si allontanò con Tess lungo la spiaggia, le due silhouette che si stagliavano contro l'orizzonte scuro.

Noah restò immobile, indeciso. Seguirli? Per vedere cosa? Tanto lo sapeva.

Perché vuoi farti del male? La voce nella sua testa era gentile, materna.

Meglio ignorarlo. Far finta che non stesse accadendo. Noah restò lì, le mani che stringevano la bottiglia ormai calda. Il canto degli amici di Tess era solo un sottofondo, un rumore bianco.

Perché vuoi farti del male? La voce tornò, più insistente.

Già, perché? Si alzò con movimenti lenti, meccanici. Un solo pensiero lampeggiava nella sua mente: non è una buona idea.

Eppure s'incamminò nella direzione dove erano scomparsi, i piedi che affondavano nella sabbia umida. Doveva vederlo con i propri occhi. Per non potersi raccontare la bugia che forse, questa volta, Silas si era comportato diversamente.

Non dovette cercare a lungo. Erano lì, dietro un grosso scoglio scuro. Lei gli dava le spalle mentre lui la prendeva da dietro, le mani affondate nei suoi fianchi, il viso contratto nel piacere. Erano troppo presi per notare Noah in piedi a pochi passi, immobile nella luce della luna, gli occhi fissi sulla scena.

Sei felice adesso? La voce era tornata, sarcastica.

Tornò verso l'hotel con passo strascicato. Aveva la bizzarra sensazione di muoversi in un sogno, il corpo che apparteneva a qualcun altro. La sabbia sotto i piedi irreale. L'aria salmastra stranamente dolce. Alzò lo sguardo al cielo e vide una marea di stelle sovrastarlo, infinite, eterne, indifferenti. Lo trovò uno spettacolo bellissimo, di una bellezza che faceva male. Come si poteva ammirare una cosa del genere e non credere in Dio? Come poteva esistere tanta bellezza e tanta sofferenza nello stesso cielo?

Non appena rientrò in stanza, il silenzio lo avvolse. Noah restò immobile un momento. Poi, come una diga che cede, esplose in un pianto disperato — i singhiozzi che gli scuotevano il corpo, la vista annebbiata. Si accasciò sul pavimento, la schiena contro la porta. Pianse per quello che aveva visto, per quello che avrebbe continuato a sopportare, per l'amore che provava malgrado tutto. Ma soprattutto pianse per quella parte di sé che ancora sperava, ancora credeva che le cose sarebbero cambiate.

Fuori, il mare continuava la sua eterna danza con la riva, indifferente.

* * *

Il giorno dopo si svegliò all'alba, gli occhi gonfi, la gola secca. La luce filtrava attraverso le tende, una lama dorata sul pavimento. Non si voltò per controllare se Silas fosse rientrato: non ce n'era bisogno. Lui emetteva un vago sibilo nel sonno, un respiro cadenzato che Noah aveva imparato a riconoscere negli anni. Restò immobile ad ascoltarlo, rigido, le mani strette a pugno sotto le lenzuola.

Perlomeno non ha passato la notte con lei. Una magra consolazione, un premio che faceva più male della completa assenza. Significava che Silas non si era dimenticato di lui. Che in qualche modo lo considerava ancora. Un filo a cui aggrapparsi, per quanto logoro.

Quando Silas si svegliò con un grugnito e un movimento brusco del materasso, Noah finse di dormire, le palpebre serrate, il respiro forzatamente regolare. Lo sentì alzarsi, andare in bagno, l'acqua che scorreva, lo spazzolino sui denti. Poi il materasso che affondava di nuovo e le labbra di Silas che si posavano sul suo collo, calde e umide. Noah si rannicchiò istintivamente — non voleva che lo toccasse. Non dopo quello che aveva visto. Non con il sapore di Tess ancora sulla sua pelle.

«Sveglia, dormiglione, o rischiamo di perderci la colazione» mormorò Silas con voce calda, le labbra contro il suo orecchio.

«Vai tu, io non mi sento bene» replicò senza riaprire gli occhi, temendo che Silas potesse leggerci dentro tutto.

«Che hai?» La mano sulla fronte, un gesto che imitava la preoccupazione. «Non sembra che tu abbia la febbre...»

«No, è lo stomaco. Sul serio, vai.»

Silas restò immobile su di lui per un attimo, la mano ancora sulla fronte. Noah sentiva il suo sguardo, cercò di non tremare.

«Come vuoi» disse alla fine con un sospiro, e Noah si odiò per quel piccolo sussulto di colpa nel petto.

Non appena la porta si chiuse, riaprì gli occhi. Fissò il soffitto bianco e impersonale. Poi, come se qualcosa dentro di lui si fosse spezzato nuovamente, ricominciò a piangere — silenziosamente questa volta, le lacrime che gli scorrevano lungo le tempie fino a bagnare i capelli.

Restò tutto il giorno a letto, in uno stato di sospensione, le coperte tirate fino al mento malgrado il calore. Si alzò solo per andare in bagno, evitando lo specchio. Non mangiò, non bevve, non fece altro che fissare il muro o il soffitto, gli occhi che bruciavano.

Silas non si fece vedere per il resto della giornata. Probabilmente era con Tess e i suoi amici, sulla spiaggia, o forse di nuovo dietro quello scoglio. Il pensiero gli toglieva il respiro. Si ritrovò più volte rannicchiato in posizione fetale, le braccia strette intorno al petto per tenere insieme i pezzi.

Pianse così tanto che a sera non aveva più nulla da versare. Si addormentò esausto, e si risvegliò solo quando sentì la porta aprirsi nel cuore della notte.

Silas tornò ubriaco. L'odore di alcol che lo precedeva. Noah lo sentì inciampare nei mobili, imprecare sottovoce, poi crollare sul letto con tutto il peso. Non si voltò. Non disse nulla. Finse di dormire.

* * *

Il giorno dopo si ripeté lo stesso copione, come in un teatro dell'assurdo dove gli attori recitano sempre le stesse battute.

Silas si svegliò prima di lui questa volta — o forse Noah non aveva davvero dormito. Lo scosse leggermente.

«Ehi, vuoi venire a fare colazione? Ti porterò qualcosa se non te la senti di alzarti.»

«Non ho fame» mormorò Noah, la voce roca per non essere stata usata.

«È da ieri che non mangi niente» insistette Silas, con una nota di frustrazione nella voce, come se il dolore di Noah fosse un'inconvenienza.

«Ti ho detto che ho mal di stomaco.»

«Bene» disse spazientito, alzandosi di scatto. «Fai come ti pare.»

Noah infilò la testa sotto le coperte. Non voleva sentire nulla, non voleva vedere nulla. Voleva scomparire.

La porta sbatté, poi il silenzio. Solo il suono delle onde in lontananza, un rumore che ora gli sembrava una beffa. Noah si chiese se quello che provava fosse il suono di un cuore che si spezza, o il suono di una volontà che cede — una decisione che matura, lenta, come un frutto troppo a lungo rimasto sull'albero.

* * *

Si risvegliò senza sapere se fosse giorno o notte. La stanza era avvolta in una semioscurità irreale, le tende tirate, una luce grigiastra che non diceva nulla. Noah udì una chiave girare nella serratura, il rumore metallico gli provocò un sussulto. La voce di Silas che imprecava contro qualcosa — forse la porta, forse il mondo intero. Poi la porta si aprì e lui entrò, sbattendosela alle spalle con una violenza che fece tremare il battente.

Ubriaco. Lo riconobbe dall'andatura, dal respiro pesante. Il materasso si piegò sotto il suo peso. Un attimo dopo gli fece scivolare via il lenzuolo dalla faccia — un gesto che voleva essere gentile ma che aveva qualcosa di minaccioso.

«Lo so che non stai dormendo.»

La voce pastosa, impastata dall'alcol. Ma gli occhi, quando Noah li incrociò suo malgrado, erano lucidi in modo inquietante. Si avvicinò per dargli un bacio; il suo fiato sapeva di birra e sigarette, un odore familiare e nauseante. Noah avrebbe voluto spingerlo via e tornare nella sua bolla di nulla. Restò immobile, le labbra inerti. Non lo ricambiò, non chiuse gli occhi. Una bambola di pezza.

Silas se ne accorse. Si staccò da lui con un'espressione confusa. «Be', qual è il problema?»

Noah fu tentato di scoppiargli a ridere in faccia. Quante volte aveva sognato questo momento? Di dirgli esattamente cosa c'era che non andava, di urlargli tutto in faccia... Invece rispose: «Niente.» E si odiò — per questa debolezza, per questa incapacità di difendersi, per essere ancora lì, aggrappato a qualcosa che forse non era mai esistito.

Silas riprese a baciarlo, stavolta con la lingua, costringendogli la bocca aperta. Un'invasione che non aveva nulla di amorevole. «Girati» sussurrò.

Respirava affannosamente, l'eccitazione e l'alcol che lo rendevano febbrile. Lo fece sistemare a pancia in giù, le mani che stringevano i fianchi con forza eccessiva. Mentre gli abbassava i pantaloni del pigiama, Noah sentì il tintinnio della fibbia della cintura risuonare nel silenzio.

Chiuse gli occhi. Poteva fare ciò che voleva col suo corpo — non avrebbe potuto impedirgli di prendersi ciò che voleva. Ma non gli avrebbe dato la soddisfazione di una partecipazione che non sentiva. Si sarebbe lasciato usare, niente di più.

Non era rilassato — era teso da capo a piedi. Nel penetrarlo gli fece male, un dolore acuto che gli strappò un gemito soffocato. Silas, nella sua ottusità alcolica, lo interpretò come piacere. Cercò di nuovo la sua bocca in un bacio scomposto e cominciò a muoversi con spinte decise, aggressive, senza aspettare.

«Cazzo, sei così stretto...» mormorò con un risolino compiaciuto, soddisfatto, come se fosse una conquista e non il risultato della tensione di Noah.

Non c'era piacere. Solo un dolore sordo che si propagava in onde, un'invasione che andava oltre il fisico.

«Ti amo... ti amo da impazzire...» disse Silas — parole slegate, strappate da qualche film romantico e inserite a forza in quella scena squallida.

Noah affondò la faccia nel cuscino, mordendolo per non emettere suoni. Avrebbe voluto urlare fino a farsi sanguinare la gola.

«Dimmi che mi ami» continuò Silas, accarezzandogli la testa con un gesto che voleva essere tenero e non era che lama nella carne.

Noah voltò la testa di lato. Una singola lacrima gli scese lungo la guancia. «Ti amo» disse, e le parole sapevano di cenere.

Silas diede un'ultima spinta, svuotandosi dentro di lui con un gemito gutturale. Noah si ritrovò a chiedersi, con una lucidità dolorosa, se avesse fatto la stessa cosa con Tess, se le avesse sussurrato le stesse parole, se lei prendesse precauzioni, se forse tra nove mesi avrebbe dovuto confrontarsi con qualcosa di ancora più terrificante.

Silas si accasciò su di lui, il peso schiacciante, facendo intrecciare le loro mani — una parodia di intimità — e cercando la sua bocca per un bacio che sapeva di alcol e tradimento. Troppo ubriaco per accorgersi del disgusto, della resistenza, delle lacrime. Rotolò sulla schiena con un sospiro soddisfatto e si addormentò, il respiro che si faceva regolare, profondo.

Noah si rannicchiò il più lontano possibile, sentendo il seme caldo colargli lungo le cosce. Pianse in silenzio. Si sentiva sporco, usato, vuoto. Si sentiva niente.

Si chiese, guardando il profilo di Silas nella penombra, cosa gli fosse rimasto. Cosa ci fosse ancora in lui che valesse la pena salvare. E non trovò risposta — solo silenzio e una chiarezza improvvisa, cristallina: doveva andarsene.

La realizzazione lo colpì con la forza di un'onda. Doveva andarsene, ora, subito, prima che Silas si svegliasse, prima che trovasse altre scuse, altre ragioni, altre giustificazioni. Prima che quel ciclo infinito lo riducesse a un guscio vuoto.

Guardò l'orologio: le tre del mattino. Fuori, il mondo continuava a esistere. Da qualche parte il mare si infrangeva sugli scogli con la sua eterna pazienza. Da qualche parte, c'era ancora una vita da vivere.

* * *

La mattina dopo si svegliò con il braccio di Silas addosso, pesante. La determinazione notturna si era diluita con la luce del giorno, lasciando solo il residuo di una consapevolezza che pulsava. Noah scivolò via lentamente, centimetro dopo centimetro, osservando quel viso rilassato nel sonno. Si diresse verso il bagno con passi incerti, le gambe che tremavano.

Si sentiva come dopo un incidente stradale. Stordito, confuso. Il mondo attorno a lui aveva contorni sfocati. La realtà era diventata evanescente.

Aveva bisogno di una doccia, un bisogno disperato di lavarsi via la notte. Aprì l'acqua e la regolò alla temperatura più alta che potesse sopportare. Scorreva sulla pelle arrossandola, ma lui la percepiva appena, come se ci fosse uno strato di nulla tra sé e le sensazioni. Prese il sapone e cominciò a insaponarsi le mani con gesti automatici, lo sguardo fisso sulle bolle che si formavano tra le dita.

Il vapore soffocava i pensieri. Il suono dell'acqua che scrosciava riempiva il silenzio. Il sapone gli scivolò dalle dita e rimbalzò sulla vasca, ma non si curò di raccoglierlo. Restò immobile sotto il getto, lasciando che lo colpisse sulla nuca, sulle spalle, sulla schiena.

La mente gli aveva messo un'anestesia addosso. Un meccanismo di difesa, lo sapeva: quando il dolore supera la soglia, qualcosa si spegne. Spense l'acqua con un movimento lento, osservando le ultime gocce scivolare lungo le piastrelle.

Uscì dalla vasca rabbrividendo e si avvolse in un accappatoio dell'hotel, il tessuto spesso e bianco che gli dava una protezione illusoria. Si asciugò i capelli distrattamente, senza guardare lo specchio — non per il livido, ormai in via di guarigione, ma per qualcosa di più profondo che nessuna doccia poteva lavare via.

Si vestì meccanicamente. Maglietta, jeans, scarpe. Movimenti appresi e ripetuti migliaia di volte, ridotti a un automatismo senza senso.

Aveva bisogno d'aria. Di un orizzonte che non fosse limitato da quattro pareti. Prese il portafoglio e il telefono, ma lasciò la chiave della stanza sul comodino. Una piccola ribellione. Un piccolo atto di indipendenza.

Stava attraversando la hall quando una voce lo chiamò.

«Ehi!»

Si voltò lentamente. Tess coi suoi amici, tutti sorridenti e rilassati, i bagagli pronti accanto a loro. Stavano per andarsene.

«Ciao!» esclamò lei, agitando la mano con un'energia che in quel momento sembrava offensiva.

«Ciao...» La voce rauca, irriconoscibile.

Lei si avvicinò, i capelli che ondeggiavano intorno al viso perfetto. Noah dovette sforzarsi per non abbassare lo sguardo.

«Che nottata l'altro ieri, eh?» disse Tess con un sorriso complice, ignara del dolore che quelle parole innocenti provocavano.

Era radiosa. Noah sentì di detestarla in quel momento — non per ciò che aveva fatto, perché lei non sapeva, non poteva sapere — ma per ciò che rappresentava: la libertà, la leggerezza, l'innocenza che lui aveva perso da tempo.

«Già» rispose laconico.

«Noi ce ne stiamo andando. Senti, puoi dire a Silas che lo saluto?»

Per un attimo Noah fu tentato di dirle tutto. Di vomitarle addosso la verità, di mostrarle il livido, di raccontarle degli altri nascosti sotto i vestiti, di rivelarle chi fosse davvero Silas. Ma in fondo, a cosa sarebbe servito? Lei sarebbe comunque partita, e lui sarebbe rimasto lì.

«Certo» disse, le labbra piegate in un sorriso che non raggiungeva gli occhi.

«È stato un piacere conoscerti!» La sincerità nella sua voce era dolorosa.

Gli allungò una mano. Noah la fissò un momento, poi la strinse brevemente. Aveva l'impressione che gli bruciasse al contatto.

Tess tornò dai suoi amici con un ultimo sorriso, leggera, ignara. Noah restò immobile, osservandola allontanarsi, sentendo un peso dissolversi lentamente dal petto. Era finita, almeno quella parte.

Dopodiché uscì dalla hall diretto alla spiaggia. Aveva bisogno di mare, di vento, di spazio. Di ricordarsi che esisteva un mondo oltre Silas.

Il sole era già alto, brillante e indifferente. Respirò profondamente l'aria salmastra, sentendo qualcosa sciogliersi dentro. Non era più lo stesso. Non sarebbe mai più stato quello. Ma forse — solo forse — poteva essere qualcun altro. Qualcuno capace di fare una scelta.

* * *

«Dove cazzo sei stato?»

Silas spense la sigaretta nel posacenere di vetro con un gesto secco, schiacciandola con più forza del necessario. Non era troppo arrabbiato; se lo fosse stato avrebbe urlato molto di più, le vene del collo in evidenza.

«In spiaggia» borbottò Noah, togliendosi le scarpe. Erano sporche di sabbia — piccoli granelli dorati che cadevano sul pavimento formando una costellazione ai suoi piedi. Avrebbe dovuto lavarle una volta a casa, pensò distrattamente, aggrappato a quel dettaglio domestico.

«Perché non mi hai svegliato?»

Si strinse nelle spalle. «Ieri notte abbiamo fatto tardi. Ho pensato volessi riposarti.»

Silas tornò a sedersi sul letto, le molle che protestavano.

«Che cazzo, ti sto aspettando da due ore.»

«Mi dispiace.»

Automatico. Meccanico. Inserito nel DNA.

Silas rilassò leggermente le spalle. «Vieni qui» disse, facendogli cenno di sedersi sulla sua gamba — un invito e un ordine.

Noah ubbidì. Era meglio così, si ripeteva. Non aveva la forza di discutere. Avrebbe ingoiato il rospo, proprio come col pugno. Far finta di niente, dimenticare Tess, andare avanti.

«Che hai?» domandò Silas, accarezzandogli una guancia col dorso della mano.

«Niente.» Lo sguardo oltre la finestra, l'azzurro del cielo. «Tess e i suoi amici se ne sono andati. Li ho visti mentre uscivo.»

«Uhm... Tess ha detto qualcosa?»

Il nome aveva un peso speciale sulle sue labbra.

Noah esitò. «No.»

Silas lo scrutò, e per un attimo Noah temette di essere stato scoperto. Invece si strinse nelle spalle con studiata nonchalance.

«Peccato. Erano tipi simpatici.»

Era Silas adesso quello con l'aria assorta, lo sguardo perso in lontananza. Stava pensando a lei? Al colore ambrato della sua pelle, alla sua risata? Noah non poteva sopportarlo, non poteva tollerare quel fantasma tra loro.

Lo baciò con trasporto improvviso, cercando di reclamare la sua attenzione, di cancellare ogni traccia di lei. Quando Silas cominciò ad accarezzargli l'interno coscia, Noah sentì il desiderio prendere il sopravvento su ogni pensiero razionale. Sì. Lo avrebbe scopato fino allo sfinimento. Al diavolo Tess, al diavolo le domande senza risposta.

Iniziò a strusciare il sedere sul cavallo dei pantaloni di Silas, il tessuto grezzo contro la pelle sensibile. Lui lo afferrò per i fianchi con mani possessive. Noah sentiva l'erezione premergli tra le natiche, dura e impaziente. Silas gli infilò una mano nei pantaloni e iniziò a toccarlo con gesti esperti.

Noah boccheggiò. Era molto sensibile; a ogni carezza sembrava sul punto di venire. Cercò di fermarlo, le mani che tentavano debolmente di allontanare le sue, ma Silas continuò finché Noah non si lasciò andare con un gemito.

I pantaloni erano umidi, appiccicosi. Silas lo aiutò a toglierseli, poi abbassò i propri con movimenti frenetici. Lo afferrò di nuovo per i fianchi. Noah sentì il pene tentare di entrare, la pressione insistente. Lo accolse con un gemito — dolore e desiderio intrecciati.

In quella posizione era lui ad avere spazio di manovra, un'illusione di controllo. Silas gli mordicchiava la pelle della schiena, lasciando segni rossi, stuzzicandogli i capezzoli.

Poi lo fermò e lo fece sdraiare. Le braccia corsero dietro le cosce di Noah, sollevandole, le mani serrate sui polsi — una presa eccitante e dolorosa. Iniziò a muoversi lentamente, ogni spinta misurata e profonda.

«Ti piace?»

«Sì...»

«Tanto?»

«Sì...»

«Allora forse dovrei fermarmi. Che ne dici, mi fermo?» Lo provocò, rallentando deliberatamente.

«No!»

«Non vuoi che mi fermi?»

«N-no...»

«Supplicami!» ordinò Silas, prendendogli il capezzolo tra le labbra.

«Ti voglio» sussurrò Noah, tremante. «Ti voglio da impazzire. Amami. Ti prego, amami...»

Silas aumentò il ritmo, le spinte più intense, più profonde, e quel momento divenne dolce e amaro per Noah — un'estasi col sapore del rimpianto. Chiuse gli occhi, ascoltando il suono della pelle contro la pelle. Avrebbe voluto toccarlo, aggrapparsi alle sue spalle, ma la stretta sui polsi non glielo permetteva.

Raggiunto l'orgasmo con un gemito gutturale, Silas restò sopra di lui, ansante. Poi si tolse e andò in bagno, lasciandolo solo.

Non appena tornò e si sdraiò accanto a lui, Noah ne approfittò per avvinghiarsi al suo corpo, la testa sul petto.

Il cuore di Silas batteva forte. Noah si concentrò su quel suono, lasciandosi cullare.

«Ti amo.»

«Non avevi detto che dopo il sesso non vale?» lo punzecchiò Silas, ma lo strinse a sé. «Ti amo anch'io.»

Sentì le lacrime salirgli agli occhi, un'ondata incontrollabile. Affondò il viso nella maglietta di Silas, inebriandosi del suo odore. Era un momento che somigliava alla perfezione, eppure non riusciva a frenare il pianto.

«Ehi» sussurrò Silas, non appena se ne accorse, sollevandogli il mento. «Che hai?»

Noah scosse la testa, un nodo in gola. «Non è nulla» rispose infine. «Sono solo... felice.»

«Sei strano.»

Rise — un suono fragile.

«Però mi piace» aggiunse Silas, accarezzandogli una guancia col pollice.

Si chinò per baciarlo con una dolcezza che sembrava autentica, le labbra morbide contro le sue. Noah rispose con la stessa intensità, cercando risposte che le parole non potevano dare.

Quando si separarono, Silas restò a pochi centimetri dal suo viso. «Che ne dici se ti faccio tornare il sorriso?» disse con voce arrochita, accarezzandogli il fianco.

«Vuoi davvero farmi tornare il sorriso?» mormorò Noah, mentre Silas gli baciava il collo. «Puoi chiedermi scusa.»

Le parole uscirono prima che potesse fermarle.

«Per cosa?»

Noah avrebbe voluto mordersi la lingua a sangue, fermare tutto, tornare indietro. Ma era tardi. «Per il pugno» disse tutto d'un fiato.

Silas si sollevò sopra di lui, gli occhi spalancati. «Per il cosa?»

Disposto a negare fino a quel punto. Noah sentì una fiamma di rabbia accendersi nel petto, piccola ma bruciante. «Lo sai. Ho ancora i segni in faccia» disse, indicando l'ecchimosi che, sebbene stesse svanendo in tonalità di giallo e verde, restava visibile sotto il suo occhio.

Silas lo fissò per qualche secondo, immobile. Poi si alzò di scatto, facendo vibrare il letto, mettendo distanza tra loro.

«Lo so che non l'hai fatto apposta» disse in fretta Noah, mettendosi seduto, cercando disperatamente di salvare qualcosa. «Eri ubriaco. Tu...»

«Sta' zitto!» sbottò Silas.

Andava avanti e indietro per la stanza, passandosi nervosamente le mani nei capelli. A un certo punto, con un movimento repentino, s'inginocchiò accanto al letto, dal lato di Noah. Aveva gli occhi lucidi.

«Mi dispiace, ok? Cazzo, se mi dispiace...» La voce rotta, irriconoscibile.

Noah sentì come se avesse ripreso a respirare dopo un lungo periodo di apnea. L'ossigeno che tornava nei polmoni, stordendolo.

«...io non volevo farlo...»

«Lo so» mormorò Noah.

«Io non...»

«Lo so» ripeté, e nella sua voce c'era comprensione, un perdono che si faceva strada attraverso il dolore.

Silas gli accarezzò il volto con mani tremanti, asciugandogli una lacrima che Noah non si era accorto di aver versato. «Mi dispiace» ripeté. Un mantra. Una preghiera.

Noah mise la mano sulla sua, tenendola premuta contro la guancia. Chiuse gli occhi. Poi, come un argine che cede, lasciò uscire la domanda che gli bruciava dentro.

«Perché hai fatto sesso con quella ragazza?»

Silas scoppiò a piangere — un singhiozzo violento che lo scosse tutto. Aveva abbassato il capo, incapace di sostenerne lo sguardo.

«Perché mi andava. Perché sono un pezzo di merda... è questo che vuoi sentire?» La voce in frantumi.

Non era quello che voleva sentire. Voleva capire, trovare un senso nel caos, trovare un modo per andare avanti. Allungò una mano e gli accarezzò i capelli arruffati.

«Mi dispiace... mi dispiace...» ripeteva Silas. «Per favore, non lasciarmi...»

«Non potrei mai farlo» disse piano Noah, e si sorprese della sincerità di quelle parole. L'idea di separarsi da Silas gli sembrava insopportabile — un abisso troppo vasto.

Silas si avvicinò, stringendosi a lui come un naufrago. «Ti giuro che non succederà mai più» mormorò contro il suo petto. «Non so cosa mi sia preso, ma non voglio perderti. Non posso.»

Noah chiuse gli occhi, lasciandosi cullare da quelle promesse. Sapeva che non sarebbe stato facile, che ci sarebbe voluto tempo per guarire la ferita, per ricostruire ciò che si era spezzato. Ma il pensiero di separarsi lo dilaniava. Doveva credere che valesse la pena lottare. Doveva.

Silas sollevò il viso, gli occhi ancora lucidi, e lo baciò. I baci si fecero più profondi, più disperati, le mani che cercavano, si aggrappavano, finché il peso del suo corpo non sovrastò quello di Noah.

Fecero l'amore con una dolcezza che sembrava appartenere a un altro tempo. Ogni bacio, ogni carezza era carica di significato. I movimenti lenti, misurati, reverenziali — imprimere in ogni gesto l'importanza di quell'attimo, la fragilità di ciò che stavano cercando di salvare.

Quando raggiunsero il culmine, fu con una sensazione di completezza che non avevano mai provato prima. Rimasero abbracciati, i respiri affannosi che piano piano trovavano un ritmo regolare, le mani intrecciate.

«Ti amo» mormorò Silas. E questa volta le parole avevano un peso diverso.

«Anch'io» rispose Noah, stringendosi a lui. «E non ti lascerò mai.»

* * *

Quella notte dormirono avvolti l'uno nell'altro. La mattina dopo fecero il check-out in silenzio, raccogliendo le cose.

Fuori c'era un tempo azzurro e terso, senza una nuvola. Il sole splendeva alto, caldo sulla pelle, e l'aria aveva quella freschezza delle mattine di primavera, quel profumo di rinascita.

Noah guardava il paesaggio scorrere fuori dal finestrino — le case, gli alberi, i campi. La mano di Silas stretta nella sua era calda, solida.

Si prospettava un nuovo inizio. Un inizio fatto di fragilità riconosciute, di errori ammessi, di promesse che questa volta, forse, sarebbero state mantenute. Un inizio in cui entrambi erano un po' più consapevoli, un po' più vulnerabili.

Noah non sapeva cosa avrebbe portato il futuro, quali altre tempeste. Ma in quel momento, con la mano di Silas nella sua e il sole sul cammino, sentiva che avevano una possibilità. Una possibilità di guarire, di crescere, di essere migliori.

Una possibilità di amare.

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