Il fango arrivava al mozzo. Duncan Hale lasciò il furgone all'imbocco della corte e fece gli ultimi trenta metri a piedi, la borsa in una mano e l'altra sul collo della giacca, dove la pioggia trovava sempre il modo di entrare. Ellen Ridley lo aspettava sotto la tettoia del deposito, in stivali, con le braccia incrociate sul petto.
«Nove» disse. «Sette morte sul posto. Due le ho finite io stamattina.»
«Quanto ne ha mangiato?»
«Niente. Neanche un boccone.»
Duncan posò la borsa sul muretto e si infilò i guanti. Sull'aia le pozze erano rosa lungo il bordo, dove l'acqua aveva lavorato tutta la notte. Le pecore superstiti stavano ammassate all'angolo del recinto, immobili, tutte rivolte verso la stalla bassa in fondo alla corte.
«L'ha chiusa lì?»
«Nella vaccheria vecchia. Ha la porta di ferro.»
«E gli altri cani?»
«Il maschio l'ho legato in casa. Non ha fatto niente, lui.»
«Me le faccia vedere.»
Le carcasse stavano dietro il deposito, in fila sul telo blu, coperte da un secondo telo tenuto giù con quattro blocchi di cemento. Duncan lo sollevò da un angolo e lo ripiegò indietro fino in fondo.
Un cane che assale un gregge lavora da dietro. Prende le cosce, apre i garretti, molla e riprende, e quello che resta sul campo sono pecore vive con le zampe rovinate e la lana strappata a chiazze lunghe. Sul telo di Ellen Ridley c'erano nove pecore intere. Nessun fianco aperto, nessuna coscia toccata. Sette avevano un morso solo, davanti, sotto la gola, e sotto la gola non c'era più niente da vedere perché era stato preso tutto insieme, in una volta. Le altre due avevano lo stesso morso e in mezzo alla fronte il foro della pistola a proiettile captivo.
Duncan rimise il telo a posto e appoggiò i blocchi di cemento agli angoli, uno per uno.
«Le ho contate tre volte» disse Ellen. «Pensavo di sbagliarmi.»
«Non si sbaglia.»
Le finestre della vaccheria erano tamponate con pannelli di truciolare. Duncan appoggiò l'orecchio alla porta e contò fino a venti. Dentro non si muoveva nulla: nessun raspare di unghie, nessun respiro affannato, nessun rumore di corpo contro il metallo.
«Da quanto è là?»
«Da ieri sera alle otto.»
«E da allora non ha fatto un verso.»
«Non da quando l'ho chiusa dentro.»
Duncan preparò la siringa telescopica sul cofano del furgone. Medetomidina e butorfanolo, dose alta, il tappo di gomma bucato due volte per sicurezza. Poi disse a Ellen di stare indietro e aprì la porta di venti centimetri.
La cagna era seduta al centro della vaccheria, dentro il recinto interno di tubolari, sul cemento nudo, il muso rivolto alla porta. Border collie, bianca e nera, quattro anni, forse cinque. Nessuna schiuma. Nessuna mandibola pendula. La coda le stava distesa dietro, ferma. Quando la luce entrò non arretrò e non abbaiò: girò le orecchie in avanti e lo guardò arrivare.
C'era una tanica d'acqua rovesciata contro il muro, vuota.
«Ha bevuto?»
«Gliene ho messa due volte» disse Ellen dalla soglia. «Se l'è finita tutta.»
Un animale con la rabbia non beve. Duncan lasciò la porta socchiusa alle spalle e infilò l'asta tra i tubolari. La cagna seguì il movimento del braccio con la testa, poi con tutto il corpo, e rimase seduta. L'ago entrò nella coscia posteriore. Lei non gridò. Voltò il collo e osservò la siringa che si svuotava, con la stessa attenzione con cui un cane guarda una mano che apre un sacchetto.
Ci vollero nove minuti. Duncan aspettò altri cinque prima di entrare.
Sotto il pelo il corpo era caldo, i linfonodi mandibolari duri come noccioli. Le gengive si erano ritirate di tre millimetri buoni e i canini si muovevano nell'alveolo quando li premeva. Aprì la bocca per fotografare il palato e la testa gli scivolò dalla presa: il canino inferiore prese il guanto sopra il polso e lo aprì per due centimetri, insieme alla pelle.
Duncan finì i prelievi, portò fuori la cagna sulla barella di tela, le fece l'eutanasia all'aperto sotto gli occhi di Ellen Ridley, che non si girò dall'altra parte. Poi si lavò l'avambraccio alla pompa, versò clorexidina sul taglio e ci strinse sopra una garza con due giri di cerotto. La ferita era pulita, i margini netti, il sangue già fermo.
«Le mando qualcuno per le carcasse» disse. «Non le tocchi. Non le bruci.»
«Che cos'ha avuto?»
«Non lo so ancora.»
«Ma quello che sta pensando ha un nome.»
«Quello che sto pensando è che non è rabbia» disse Duncan «e che è la cosa più utile che le posso dire oggi.»
La testa partì per Weybridge nel pomeriggio, in tripla confezione, con il ghiaccio secco e il modulo rosso. Duncan compilò il rapporto nel furgone con il portatile sulle ginocchia e il motore acceso per il riscaldamento. Alla voce esposizione dell'operatore scrisse: ferita da dente, avambraccio sinistro, animale sedato, DPI integri fino al contatto. Poi la data e l'ora.
Rilesse la riga due volte, salvò e mandò.
Sarah Vance chiamò tre giorni dopo, alle sei e quaranta del mattino.
«Immunofluorescenza negativa» disse. «Niente lyssavirus. Niente corpi di Negri.»
Duncan appoggiò la fronte allo stipite della cucina. Fuori era ancora buio e la caldaia batteva.
«Però mi stai chiamando alle sei e quaranta.»
«Il cervello è pieno di manicotti perivascolari. Corteccia piriforme, amigdala, ipotalamo. Inclusioni intracitoplasmatiche nei neuroni, eosinofile, più grandi di quello che dovrebbero essere. Il sequenziamento dice che è un rhabdovirus e non è nessuno di quelli che abbiamo in archivio.»
«Quanto nuovo?»
«Abbastanza da farmi svegliare tre persone a Londra.» Sarah bevve qualcosa. «Ho bisogno che tu mi trovi ogni animale che quella cagna ha morso, e ogni persona.»
«Le persone sono zero. C'è solo Ellen Ridley e non è stata toccata.»
«Chiediglielo di nuovo.»
Duncan glielo chiese quella mattina stessa, in piedi in cucina a Rigg Farm, con la tazza tra le dita e le mani di Ellen sul tavolo, e Ellen rispose che no, lei no, ma che a fine ottobre Nell aveva preso Tom Armstrong al polpaccio, alla recinzione del pascolo alto, mentre spostavano insieme le pecore.
«E lui è andato in ospedale?»
«Tom?» Ellen fece una specie di risata dal naso. «Tom si è messo lo straccio del trattore intorno alla gamba ed è tornato a lavorare.»
«Quando esattamente?»
«Il ventisette. Il giorno del vento, quando è venuta giù la lamiera del fienile.»
Duncan trovò Tom Armstrong nel reparto di medicina del piccolo ospedale a valle, in una stanza a due letti di cui il secondo era vuoto. Era ricoverato da quattro giorni per febbre e insonnia protratta. La cartella parlava di sospetta encefalite, esami tossicologici negativi, alcol negativo, terapia empirica con aciclovir.
Le tapparelle erano abbassate. Tom stava seduto sul bordo del letto, in pigiama, con i piedi nudi sul linoleum e la schiena molto dritta.
«L'ho sentita in corridoio» disse. «Fa un rumore col ginocchio.»
«Buongiorno, Tom.»
«Sono nove giorni che non dormo.» Tom girò la testa verso di lui e la tenne girata più a lungo del necessario. «Non è che non riesco. È che non arriva. Non c'è la cosa che di solito arriva.»
Il polpaccio era guarito da settimane: una linea bianca di quattro centimetri sopra il tendine, senza rossore, senza raccolta. Duncan la fotografò e la misurò.
«Le hanno chiesto degli odori?»
«Mi hanno chiesto se vedo cose. Non vedo niente.» Tom si passò la lingua sul labbro. «L'infermiera bionda ha una malattia ai reni. Si sente dalla porta. Gliel'ho detto e adesso mi guardano in un certo modo.»
Duncan aprì il portatile sul tavolino a rotelle e cominciò il registro quella mattina, perché il fascicolo dell'ospedale era fatto per una diagnosi, non per una descrizione, e quello che serviva era una descrizione.
G+18 dall'esposizione (morso da cane, polpaccio destro, 27 ottobre). Insonnia totale da nove giorni, riferita senza sonnolenza diurna. Iperacusia. Riferisce di identificare per odore il personale attraverso la porta chiusa: dato aneddotico, da verificare in cieco. Temperatura 37,9. Nessuna idrofobia, nessuna aerofobia, nessun deficit motorio. Orientamento conservato nelle tre sfere. Umore piatto, non ostile. Il paziente collabora e chiede di essere informato.
La prova l'organizzò il giorno dopo, perché una frase in cartella non vale niente e un numero sì.
Cinque passaggi davanti alla porta chiusa, in un ordine deciso col cellulare due minuti prima e scritto solo sul suo taccuino: la caposala, l'ausiliaria del turno, un fisioterapista che Tom non aveva mai incontrato, di nuovo la caposala, un medico del piano di sotto. Ognuno doveva fermarsi e contare fino a dieci senza parlare.
Tom stava seduto sul letto con le mani in grembo e disse i nomi che sapeva e le categorie che non sapeva. «La capo. Quella che porta i vassoi. Uno nuovo, un uomo, fuma. Ancora la capo. Un altro che non conosco, viene da sotto, ha addosso il disinfettante delle mani.»
Cinque su cinque, nell'ordine giusto.
«E adesso c'è la signora delle pulizie» aggiunse, guardando la porta.
Duncan aprì. In fondo al corridoio, a una quindicina di metri, una donna in camice verde spingeva il carrello contro il battiscopa.
«Quella non era nella prova.»
«Ha il secchio con dentro quella roba al limone» disse Tom. «Da stamattina è dappertutto.»
Il ventunesimo giorno Tom smise di mangiare quello che gli portavano dalla cucina.
«Il fuoco toglie tutto» disse, con il vassoio intatto sulle ginocchia. «È come masticare la carta.»
Duncan fece portare dalla mensa un piatto di manzo crudo tagliato a strisce, coperto, e uscì in corridoio mentre Tom mangiava. Quando rientrò il piatto era vuoto e Tom si era pulito le mani nel lenzuolo e lo stava piegando per nascondere la macchia, con la cura di un uomo che non vuole dare fastidio.
G+22. Rifiuto degli alimenti cotti (100% dei pasti). Assunzione normale di proteina cruda. Sete aumentata. Peso invariato. Il paziente domanda ogni mattina che giorno è e ogni mattina lo sa già.
Il rimodellamento cominciò la notte del ventiquattresimo giorno.
Alle quattro Tom premeva l'asciugamano sulla mandibola con tutte e due le mani e non riusciva a stare seduto. La morfina non lo toccava. Alle sei consegnò a Duncan, nel palmo, due premolari inferiori usciti interi, con la radice, senza sangue. Alle undici la radiografia mostrava un osso che non aveva la forma dell'osso di un uomo di trentaquattro anni: la branca montante più corta e più spessa, l'angolo goniaco aperto, il canale alveolare spostato, e sotto la gengiva, dove i canini si erano sfilati, due cripte nuove piene di una densità che non c'entrava niente con il resto.
Ci vollero cinque giorni. Perse tutti i denti tranne gli incisivi. Quello che crebbe al posto dei canini non era un canino.
G+27. Rimodellamento mandibolare in corso, documentato radiologicamente (serie allegata). Dolore non responsivo agli oppioidi. Esfoliazione completa di premolari e molari. Eruzione di elementi conici, radice singola, smalto spesso, in cripte di neoformazione.
Compare disturbo del linguaggio. Sintassi integra. Errore sul lessico: il paziente sostituisce le parole con altre della stessa area e non se ne avvede. Oggi ha chiesto «il grasso» indicando il burro, poi «la corda» indicando il campanello, poi «la roba che tira» indicando il proprio orologio. Interrogato, corregge se gli si dà l'alternativa. Non corregge da solo.
Il ventottesimo giorno Duncan portò in stanza un vassoio con dodici oggetti presi dallo spogliatoio e dalla cucina, coperti con un asciugamano, e li scoprì uno alla volta.
«Chiave» disse Tom. «Bicchiere. Forbici. Pettine.»
«Questo.»
«Quella che taglia.»
«Ne abbiamo appena detta una che taglia.»
«Sì.» Tom guardò il coltello da mensa sul vassoio con l'attenzione di uno che aspetta che una parola arrivi da fuori, come si aspetta un'automobile a un incrocio. «Quella che taglia il pane.»
Duncan segnò e passò al successivo. Cucchiaio venne subito. Accendino venne come il fuoco piccolo. Orologio non venne per niente: Tom si toccò il polso, poi indicò la parete, poi lasciò cadere la mano.
«Su dodici ne ha presi otto» disse Duncan.
«Ieri quanti?»
«Ieri non l'abbiamo fatto.»
«Allora domani lo facciamo e me lo dice.» Tom tirò fuori il portafogli da sotto il cuscino, lo aprì e lo girò verso di lui. Nella tasca trasparente c'era la fotografia di una donna anziana davanti a un cancello verde, con una borsa della spesa in mano. «Questa qui.»
«Sua madre.»
«Questo lo so.» Tom teneva il portafogli aperto con tutte e due le mani. «Volevo dire come si chiama e non c'è. C'è la faccia, c'è il cancello, c'è che il giovedì fa la spesa. Il nome no.»
«Margaret» disse Duncan, che l'aveva letto in cartella.
«Margaret.» Tom chiuse il portafogli e se lo rimise sotto il cuscino. «Domani non me lo chieda.»
Il ventinovesimo giorno Tom Armstrong chiese a Duncan di sedersi.
«Domani non le rispondo più» disse.
«Perché?»
«Perché le parole hanno cominciato ad andare via a gruppi. Ieri erano i nomi delle cose in cucina. Stanotte erano i mesi.» Guardò la finestra sbarrata dalla tapparella. «Le lascio detta una roba per mia madre e poi non me lo chieda più, che se me lo chiede domani non lo trovo.»
«Mi dica.»
Tom glielo disse. Duncan lo scrisse su un foglio a parte, non nel registro, e lo mise in tasca.
Poi Tom disse: «Ci sono altri come me.»
«Chi glielo ha detto?»
«Nessuno.» Si girò verso la finestra chiusa, verso ovest, verso l'alto della valle, e non aggiunse altro.
La notte del trentesimo giorno Tom Armstrong staccò la tapparella dalla guida, uscì dalla finestra del primo piano, attraversò il parcheggio e prese la collina.
Lo trovarono due giorni dopo, con l'elicottero, a undici miglia, sotto la linea delle torbiere. Non era solo. C'erano con lui due cani da lavoro scomparsi da una fattoria del versante nord e un uomo di sessant'anni che l'azienda sanitaria cercava da una settimana. Stavano fermi, distanziati di pochi metri l'uno dall'altro, con le facce nella stessa direzione, e quando l'elicottero scese non scapparono e non caricarono: si spostarono, tutti insieme, di trenta metri, e si rimisero come stavano.
Sarah Vance lo chiamò quella sera e disse che al laboratorio l'isolato aveva un nome provvisorio, FNR-1, e che qualcuno del sequenziamento l'aveva chiamato così per via del lupo della mitologia, quello legato con la catena.
«Fatelo cambiare» disse Duncan.
«È una sigla.»
«È una sigla che racconta una storia e la storia è sbagliata. Quella roba non trasforma nessuno in un lupo. Toglie e basta. Toglie il sonno, toglie il gusto cotto, toglie i denti, toglie le parole, e quello che resta si mette su una collina in fila con gli altri.» Aveva alzato la voce. Si fermò. «Scusa.»
«Duncan.»
«Che c'è.»
«Il tuo braccio.»
«Il mio braccio è guarito da più di due settimane.»
«Ti mando a prendere domani mattina.»
«Domani mattina ho quattro aziende da campionare» disse Duncan, e riattaccò.
La notte dopo quella telefonata Duncan Hale rimase sveglio fino al mattino senza fatica.
Alle cinque scese in cucina, mise su l'acqua e non la bevve. Fuori il gelo aveva preso il fango della corte e lo teneva. Dalla finestra sopra il lavello si vedeva il capannone dei vicini a mezzo miglio, e dentro il capannone c'era una vacca che stava male: lo diceva l'aria che veniva giù dal campo, ferma e dolce, come frutta lasciata nel cassetto.
Duncan aprì il portatile sul tavolo e creò un file nuovo.
G+18. Esposizione documentata: ferita da dente, avambraccio sinistro, 11 novembre. Insonnia senza sonnolenza compensatoria da 1 notte. Iperosmia in comparsa. Temperatura 37,4. Nessun altro segno.
Compilo io stesso questo registro perché sono l'unico osservatore disponibile che conosca sia il decorso del Caso 1 sia il vocabolario per descriverlo. Finché la descrizione resta attendibile continuo. Quando smette di esserlo, smetto.
Disposizioni allegate in copia a S. Vance (APHA) e allo studio: contenzione fisica a partire dalla comparsa dei segni orali; nessun accesso di personale non protetto; nessuna visita.
Alle sette lasciò il furgone alla fine della strada bianca, sotto la diga della torbiera, e fece il resto a piedi con gli scarponi e niente in mano.
Il cielo era grigio da una parte e arancione dall'altra e l'erba dura scricchiolava sotto il passo. Duncan salì fino al crinale e li vide dal bordo della conca: quattro, distanziati di cinque o sei metri l'uno dall'altro, immobili, tutti rivolti a ovest.
Scese di trenta passi e si fermò.
Tom Armstrong stava alla destra del gruppo, in pigiama d'ospedale, scalzo, con i piedi neri fino alla caviglia e le mani lungo i fianchi. Era dimagrito nella faccia soltanto: gli zigomi tiravano, la mandibola era più larga di prima, la bocca non tornava a chiudersi bene.
«Tom.»
Le orecchie del cane più vicino si girarono. Tom no.
«Tom Armstrong.»
Girò la testa. Il collo si mosse per primo e gli occhi arrivarono dopo, e restarono su Duncan il tempo di tre respiri, senza restringersi, senza allargarsi. Poi tornò a ovest.
Duncan rimase lì con le mani vuote e il freddo che gli entrava dalle maniche. Nessuno dei quattro si avvicinò. Nessuno dei quattro fece un verso. Al terzo minuto scesero di una trentina di metri lungo il versante, tutti insieme, senza che uno partisse per primo, e si fermarono con le facce dove le avevano prima.
Duncan tornò al furgone. Si sedette al posto di guida, si tolse i guanti e si tirò su la manica sinistra. La cicatrice sopra il polso era una riga bianca di due centimetri, chiusa da diciotto giorni, e non c'era altro da vedere.
Sul cruscotto, contro il parabrezza, c'era un dinosauro di plastica verde alto quattro centimetri, con la vernice consumata sul muso, dimenticato lì da Clare in ottobre. Duncan lo prese, lo tenne in mano un momento e se lo mise nella tasca della giacca.
Il giorno dopo chiamò Clare, che aveva undici anni e stava dalla madre a Carlisle, e a metà telefonata teneva il ricevitore staccato dall'orecchio di cinque centimetri, perché la voce della figlia gli arrivava con dentro tutto: la televisione dell'appartamento accanto, il frigorifero, il respiro. Clare raccontava della recita di Natale, e nella voce c'era anche il masticare, il deglutire, la lingua contro il palato.
«Papà, ci sei?»
«Ci sono.»
«Vieni sabato?»
«Sabato ho una cosa di lavoro» disse Duncan. «Ti chiamo io.»
Riattaccò per primo. Poi rimase seduto con la mano sul telefono per un tempo che non contò.
Nell'armadietto dei farmaci dello studio, attaccato con lo scotch all'interno dell'anta, c'era un disegno che Clare gli aveva fatto a sette anni: lui in piedi accanto a una vacca grande il doppio di lui, tutti e due con la bocca curva all'insù. Duncan aprì l'armadietto quattro volte quel giorno e la quarta volta chiuse l'anta senza prendere niente.
G+22. Iperacusia marcata. Iperosmia: distinguo per odore i tre assistenti a porta chiusa; individuo mastite subclinica in due bovine su due, confermata poi dal test in campo. Rifiuto degli alimenti cotti da 2 giorni. Carne cruda tollerata, gradita. Peso invariato. Nessun dolore.
Nota su Caso 1: da insonnia a rifiuto dei cotti, in T. A. sono passati dodici giorni. In me tre. L'incubazione è stata più lunga di otto giorni e il decorso è più rapido. L'ordine dei segni è identico.
Nota personale, che segno qui perché sia contata come dato: non ho paura. Questa è la cosa che dovrebbe preoccupare chi legge.
In ambulatorio, quella settimana, i cani smisero di comportarsi come i cani.
Il primo fu un boxer di sette anni che da sette anni abbaiava a Duncan dal parcheggio, con quel latrato secco e felice che si sente attraverso due porte. Il boxer entrò in sala, arrivò a due metri dal tavolo, si abbassò sulle zampe anteriori e si mise giù sul fianco, con il muso sul pavimento e gli occhi in su.
Poi fu un labrador, poi un lurcher, poi tutti. Nessuno ringhiava. Nessuno tirava al guinzaglio verso la porta. Si abbassavano e restavano abbassati finché lui non usciva dalla stanza.
«Sarà l'odore di qualcosa che ti sei portato dietro dalle stalle» disse l'assistente, che si chiamava Grace e aveva ventisei anni.
«Sarà.»
Duncan spostò tutti gli appuntamenti a Grace e al collega di Hexham entro la giornata e si tenne le uscite in azienda, dove si lavora fuori e da soli.
G+23. Modificazione della risposta dei canidi domestici al soggetto: 11 animali su 11 assumono postura di sottomissione (decubito laterale, capo abbassato, sguardo diretto verso l'alto) entro trenta secondi dall'ingresso nella stanza, indipendentemente da familiarità pregressa e da comportamento abituale. In 2 casi su 11 minzione. Nessuna aggressività, in nessun caso.
Da segnalare a S. V. come segno precoce, potenzialmente utile per l'individuazione dei contatti prima della comparsa dei segni orali.
In T. A. i primi errori di lessico sono comparsi tre giorni dopo l'inizio del rimodellamento. Al ritmo che ho io, mi restano due giorni di lessico affidabile, forse tre.
Li usò quella sera stessa.
Duncan si sedette al tavolo della cucina con un foglio a righe e la penna dello studio e scrisse a Clare, che aveva undici anni e non sapeva niente di niente. Scrisse che era malato di una cosa che avevano preso in pochi e che i medici stavano studiando. Scrisse dove stavano le sue cose, e a chi andavano, e che il furgone era della ditta e sarebbe tornato alla ditta. Scrisse che, quando avesse letto quella lettera, lui non avrebbe più potuto rispondere al telefono, e che non era perché non voleva.
Poi scrisse una riga sul cane che avevano avuto quando lei aveva sei anni e su come lo chiamava, e la rilesse, e la lasciò.
Non scrisse niente sul fatto che il sabato non era andato a Carlisle.
Mise il foglio in una busta, ci scrisse sopra il nome, la chiuse e l'appoggiò sul tavolo, contro il portafrutta, dove non si potesse non vederla.
Poi copiò su un secondo foglio quello che Tom Armstrong gli aveva lasciato detto per sua madre, finché la mano e le parole tenevano, chiuse anche quella busta e ci scrisse sopra l'indirizzo di Margaret Armstrong.
Sarah venne il ventiquattresimo giorno, con due infermieri, un'ambulanza e la carta della sanità pubblica in tasca.
Duncan aprì la porta prima che bussassero e restò sulla soglia con la borsa già pronta ai piedi.
«Ho firmato tutto» disse. «Sta sul tavolo. La contenzione la voglio addosso da subito, non quando vi sembra il momento.»
«Prima ti visito.»
«Sarah.»
«Prima ti visito.»
Si sedettero in cucina. Lei gli guardò la gola, i linfonodi, le pupille, e alla fine gli chiese di aprire la bocca. Duncan appoggiò le mani sul tavolo e aprì.
La sonda toccò il secondo premolare inferiore destro e l'osso si mosse tutto insieme, come una porta che cede sul cardine.
Quello che successe dopo Duncan lo scrisse a mano, quella notte, con le cinghie allentate al polso destro perché potesse farlo.
G+24, ore 23.40. Alle 14.10 circa, durante ispezione del cavo orale, ho morso la mano sinistra dell'esaminatrice. Non ho avuto intenzione. Non ho avuto neanche l'inizio dell'intenzione: c'è stata la pressione sull'osso e poi c'era la sua mano in bocca. Tra le due cose non c'è niente da riferire perché non c'è stato niente.
Lesione: due punture profonde tra primo e secondo metacarpo, lacerazione del margine ulnare. Detersione immediata, irrigazione abbondante. Profilassi impostata, sapendo che non esiste.
Da questo momento il presente registro non descrive più un solo caso.
Chiedo che venga conservato integralmente, comprese le parti che seguiranno e che non saranno utilizzabili. Il punto in cui un registro smette di essere leggibile è a sua volta un dato, e va datato.
G+26. Mandibola. Dolore 10. Morfina 0. Persi 4 elementi, contati. Cripte in eruzione, bilaterali.
G+27. Persi 6. Non ho contato bene ieri, forse 5. Correggo domani. Dolore uguale. Non arriva la notte, cioè arriva ma non porta niente.
G+28. Sonno no. Le parole scivolano. Prima i mesi, come lui. Ho scritto febbraio invece di dicembre e me ne sono accorto solo perché ho riletto. Adesso rileggo tutto due volte.
G+29. Denti finiti tranne davanti. Fa meno male. Mangiato bene stanotte, portano crudo, va bene così. Sarah è nella stanza in fondo. Sento quando gira nel letto. Lei non ha ancora niente.
G+30. La finestra è chiusa ma non è chiusa bene, si sente l'aria che entra dal basso e viene da su, dalla parte alta, quella con l'erba dura. Lassù ce ne sono. Non lo so come lo so e non serve saperlo come.
G+31. Le cinghie le hanno strette di più. Giusto così. Chiedo che nessuno le allenti per pietà.
G+32. Oggi la mano che scrive fa una fatica. Le lettere vanno larghe. Ho chiesto la roba per scrivere e non mi veniva il nome della roba per scrivere, ho dovuto fare il gesto.
G+33. Il numero è giusto? Il numero mi pare giusto. Prima delle cose che vanno via c'è un momento che le vedi andare. Quello lo scrivo finché ce l'ho.
G+34. Manca poco. Va bene lo stesso. Non è come pensavo, non c'è niente che si arrabbia. C'è solo meno.
G+35. Freddo dalla finestra. Buono. Alto. Erba dura. Fame.
G+36.
Caldo di sotto. Freddo di sopra. L'aria viene da su.
Adesso.
La notte del trentaseiesimo giorno le cinghie del letto tre risultarono aperte alle 4.15, con la fibbia integra e il cuoio integro.
Il terzo giorno di ricerca l'elicottero passò sulla linea delle torbiere a undici miglia dal paese e contò nove figure ferme sotto il crinale, distanziate di pochi metri l'una dall'altra, con le facce nella stessa direzione. Scese a cinquanta piedi. Le figure si spostarono tutte insieme di una trentina di metri e si rimisero come stavano.
Sul versante, dove l'erba dura si apriva sulla torba, a settanta metri dal punto in cui le nove figure si erano rimesse in fila, restò per terra un dinosauro di plastica verde alto quattro centimetri, con la vernice consumata sul muso. Lo raccolse un uomo della squadra di ricerca il pomeriggio dopo, lo girò due volte tra le dita e lo mise nel sacchetto dei reperti.
G+15. Esposizione documentata: morso umano, mano sinistra, 5 dicembre. Insonnia senza sonnolenza compensatoria da 1 notte. Iperosmia in comparsa. Temperatura 37,3. Nessun altro segno.
Compilo io stessa questo registro perché sono l'unica osservatrice disponibile che conosca sia il decorso dei Casi 1 e 2 sia il vocabolario per descriverlo. Finché la descrizione resta attendibile continuo. Quando smette di esserlo, smetto.
Disposizioni allegate in copia. Contenzione fisica a partire dalla comparsa dei segni orali. Nessuna visita.
Chiedo che il presente registro venga conservato integralmente, comprese le parti che seguiranno.
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