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Il libro degli altri

L'evento era cominciato alle diciotto e trenta in una libreria di via Mascarella, due vetrine illuminate troppo, una pila di copie ancora avvolte nel cellophane sul tavolino. Elia era arrivata in ritardo apposta. Aveva camminato lentamente da Porta San Donato, fermandosi a guardare una vetrina di scarpe da uomo che non le interessavano, poi i fiori secchi nella vetrina accanto, poi niente.

Quando entrò, la moderatrice stava già leggendo il risvolto di copertina ad alta voce. «Un romanzo che osa dire ciò che la nostra generazione ha smesso di nominare.» Sara Bertolazzi era seduta con la schiena dritta, una mano in grembo, l'altra appoggiata al tavolo accanto al microfono. Aveva tagliato i capelli. Tre anni prima, al laboratorio di Fenoglio, li teneva legati in una coda bassa e leggeva i propri racconti tenendo il foglio davanti al viso, come uno scudo.

Elia rimase in piedi in fondo alla sala. Contò le persone sedute. Diciannove.

«Volevo chiederti» disse la moderatrice «da dove nasce il personaggio di Marta.»

«Da una conversazione» disse Sara. «Da una conversazione che non ho avuto.»

La sala rise piano.

Elia uscì prima della firma copie. Sulla soglia comprò comunque una copia, perché sarebbe stato troppo evidente non comprarla, e perché le mani avevano bisogno di qualcosa da reggere. La cassiera infilò il libro in una busta di carta ed Elia se la portò sotto il braccio fino a casa, contro il fianco, come se la stessero sgridando.

· · ·

In via Massarenti l'ascensore era guasto. Salì i quattro piani con la busta contro il petto. Davanti alla porta cercò le chiavi con la mano libera, le trovò, entrò.

L'appartamento era in ordine. Aveva passato la mattina a metterlo in ordine, anche se non sarebbe entrato nessuno. Aveva piegato i vestiti, lavato due tazze, spostato una pila di libri dal pavimento allo scaffale più alto. Si era detta che era per scrivere meglio. Che aveva bisogno di pulizia mentale. La verità era che pulire era l'unica cosa che le riusciva da una settimana.

Posò la busta sul tavolo della cucina, senza tirarne fuori il libro. Si tolse il cappotto. Andò in bagno. Si guardò allo specchio nel modo che ormai conosceva, il modo per non vedersi davvero, uno sguardo di passaggio, come a una sconosciuta su un autobus.

Tornò in salotto, accese la lampada da tavolo, aprì il portatile.

Il documento si chiamava racconto_v17.docx. Lo guardò. Lo chiuse. Lo riaprì.

In fondo alla pagina c'era la frase con cui aveva smesso il giovedì precedente: Quella sera Marina decise che non sarebbe tornata. Le parve così falsa che si stupì di averla lasciata lì per tutto il fine settimana. Marina non avrebbe deciso niente. Marina non era nemmeno una persona. Era un nome che lei aveva messo in cima a un foglio per fingere di star scrivendo, e ogni gesto attribuito a Marina era un gesto che lei stessa non sapeva compiere: alzarsi da una sedia, attraversare una stanza, scegliere.

Cancellò la frase. Rimase con il cursore lampeggiante.

· · ·

Il telefono vibrò sul tavolo. Era sua madre. Lasciò che squillasse fino in fondo, poi scrisse: Tutto bene mamma, sto lavorando, ti chiamo domani. Inviò. Cancellò mentalmente la parola «lavorando», nella propria testa, come se anche delle bugie avesse il dovere di correggere la grammatica.

Tirò fuori il libro di Sara dalla busta. Copertina verde scuro, titolo in bianco. Quello che non si dice a tavola. Lo aprì alla terza pagina.

Mia madre teneva i coltelli in un cassetto separato dal resto delle posate. Diceva che era questione di ordine, ma non era questione di ordine.

Elia chiuse il libro. Lo riaprì. Lesse lo stesso periodo. Si accorse che tratteneva il respiro come davanti a un esame.

Era un buon attacco. Era il tipo di attacco che lei avrebbe scritto e poi cancellato, perché le sarebbe sembrato troppo dichiarativo, o perché si sarebbe convinta che era già stato scritto da qualcun altro, o perché le sarebbe parso poco. Sara invece l'aveva tenuto. Sara aveva avuto il coraggio di tenere una frase semplice.

Lesse altre tre pagine. Erano tutte così. Non geniali, non perfette. Solo tenute. La differenza era questa: Sara teneva, e lei cancellava.

Posò il libro sul tavolo, accanto al portatile. Pensò di metterlo sullo scaffale con gli altri, ma era troppo presto per gli scaffali. Lo lasciò lì.

· · ·

Si versò del tè freddo dalla teiera del mattino. Lo bevve in piedi davanti al lavandino. Ricordò che non mangiava dalle undici, e che alle undici aveva mangiato mezza fetta di pane con la marmellata. Aprì il frigo. C'era un quarto di limone secco, un pacchetto di prosciutto aperto da forse due settimane, una bottiglia di latte. Richiuse senza prendere niente.

Tornò al portatile.

Aprì la cartella Scritti. Dentro c'erano centonovantuno file. Lo sapeva perché li aveva contati il mese prima, una sera in cui aveva deciso di catalogarli per genere. Aveva smesso al ventitreesimo.

Selezionò racconto_v17.docx. Premette canc.

Selezionò racconto_v16.docx. Canc.

racconto_v15. racconto_v14. racconto_v13. Canc, canc, canc.

Andò avanti senza aprirli. Se ne avesse aperto uno si sarebbe fermata.

Quando la cartella fu vuota, aprì il cestino. Cliccò Svuota cestino. Il sistema chiese conferma. Confermò.

Si alzò. Lavò la tazza del tè. La asciugò con uno strofinaccio. La rimise nella credenza, sopra le altre, in fila.

Andò in camera. Si svestì. Piegò i vestiti sulla sedia. Si lavò i denti. Tornò in camera. Si infilò sotto le coperte.

In cucina il telefono vibrò di nuovo. Lasciò che vibrasse fino in fondo.

Spense la luce. Restò sulla schiena con gli occhi aperti nel buio. Pensò a Sara nella libreria, alla mano in grembo, alla schiena dritta. Pensò che il giorno dopo avrebbe dovuto comprare il latte. Pensò che il giorno dopo avrebbe dovuto chiamare sua madre. Non pensò ad altro.

Si girò sul fianco.

In cucina rimasero il libro di Sara, la teiera del mattino, e il portatile chiuso con dentro la cartella Scritti svuotata.

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