1
← Torna al sito Non guardare dentro

Non guardare dentro

Lara Venturi scoprì l'anomalia alle tre e quaranta di un martedì, davanti a uno schermo che riversava tracciati EEG. Il laboratorio di neurofisiologia dell'Università di Bologna aveva appena ricevuto i dati dello studio multicentrico sul sonno REM: milleduecento soggetti, ventitré città europee, sei mesi di registrazioni. Lara stava cercando pattern di emicrania. Trovò qualcos'altro.

Una seconda attività elettrica, sovrapposta alla prima. Stabile. Coerente. Una firma neurologica che non apparteneva al dormiente.

Ogni soggetto analizzato — o quasi — la mostrava, nei minuti che precedevano il risveglio. Era come se nel cranio di ogni persona, tra le due e le cinque del mattino, si accendesse una luce che non era la loro. Lara chiamò Mara Ciaceri, la sua dottoranda, alle quattro e sette.

«Mara, svegliati.»

«Sono sveglia.»

La voce di Mara, dall'altro lato, era pulita. Troppo pulita.

«Hai dormito?»

«Dormo. Sono sveglia.»

Lara aprì il tracciato di Mara del giovedì, estratto dal database dello studio interno. La seconda firma era lì. Stabile. Presente.

«Vieni in laboratorio.»

«Sto già venendo» disse Mara. E la linea cadde.

Entrò senza bussare mezz’ora dopo. Indossava una felpa grigia, jeans e un solo calzino. L'altro piede era nudo, nonostante fossero le quattro e venti di febbraio.

«Hai dimenticato un calzino» disse Lara.

Mara si avvicinò allo schermo e guardò il suo tracciato. Lo guardò per un tempo lungo. Poi sorrise, come se avesse riconosciuto una vecchia compagna di classe in una foto di gruppo.

«Oh» disse. «Eccolo.»

• • •

Il dottor Augusto Pellicano, capo gabinetto del Ministero della Salute, le ricevette dopo undici giorni di insistenza, tre email dall'Istituto Superiore di Sanità e un intervento personale del rettore di Bologna. Le ricevette perché la presidente del Consiglio, Elisabetta Foschi, stava per annunciare un piano straordinario sulla «salute mentale dei giovani» e qualcuno al ministero aveva pensato che un paio di scienziate in conferenza stampa non avrebbero fatto male al quadro complessivo.

«Dunque» disse Pellicano, sfogliando una cartella che non aveva ancora aperto. «Voi sostenete che ci siano… come dite voi…»

«Passeggeri» disse Lara.

«Passeggeri.» Pellicano scrisse la parola. La sottolineò. «Nel cervello.»

«Nel cervello dei soggetti studiati.»

«E sarebbero… alieni?»

«No.»

«Demòni?»

«No.»

«Coscienze?»

«Non lo sappiamo ancora.»

Pellicano posò la penna. «Dottoressa Venturi, io devo portare qualcosa alla presidente. E alla presidente del Consiglio non si porta "non lo sappiamo ancora". Si porta un problema e una soluzione. Se non c'è soluzione, nemmeno il problema esiste. Mi capisce?»

«Capisco che state parlando al contrario.»

«No» disse Pellicano. «Sto parlando al contrario di come lei parla. Che è diverso.»

Mara, accanto a lei, non aveva detto una parola da quando erano entrate. Fissava il fermacarte sul tavolo di Pellicano — un piccolo Duomo di Milano in vetro soffiato — e sorrideva appena.

«Lei cosa ne pensa?» le chiese Pellicano, improvvisamente.

«Mi piace il suo fermacarte» disse Mara.

«Grazie.»

«Si può toccare?»

«Preferirei di no.»

Mara lo toccò. Lo tenne tra due dita, lo rigirò, lo rimise al suo posto a quattro dita di distanza dalla tastiera. Pellicano lo spostò di nuovo a tre.

«Ora» riprese, recuperando il tono, «la mia proposta è questa. Voi mi preparate un rapporto. Breve. Otto pagine. Lo intitoliamo "Monitoraggio dei disturbi neuroveglia in soggetti sotto i trentacinque anni". Non usiamo la parola "passeggero". Non usiamo "coscienza". Usiamo "disturbo". I disturbi si curano. Le coscienze spaventano. Siamo d'accordo?»

«No» disse Lara.

«Dottoressa, non mi aiuta.»

«Dottor Pellicano, settanta per cento della popolazione europea, secondo i nostri dati preliminari, presenta un'entità neurologica distinta durante il sonno. Un'entità. Distinta. Vuol dire una persona in più. Dentro ognuno.»

«Ma non lo sappiamo.»

«Sappiamo che esiste.»

«Ma non cos'è.»

«Sappiamo che esiste.»

«Dottoressa, questo è esattamente il tipo di linguaggio che non funziona. "Esiste." "Distinta." "Entità." Sono parole da saggio. Noi qui dobbiamo parlare da ministero.»

«E il ministero come parla?»

«Il ministero dice "approfondimenti in corso".»

Il telefono sulla scrivania squillò. Pellicano alzò un dito, come a dire un momento, e rispose. «Sì, presidente. No, presidente. Sì. Certo. Le scienziate sono qui. No, no. Stanno collaborando benissimo. Sì. Arrivederla.» Riagganciò. Sorrise.

«Stanno collaborando benissimo» ripeté Mara, sottovoce, come a memorizzare.

«Perfetto» disse Pellicano. «Allora ci vediamo tra due settimane.»

• • •

La chiamata da Mattino Italia Sette arrivò di giovedì. Lara pensò di rifiutare. Mara disse di accettare. Mara, negli ultimi dieci giorni, era diventata molto efficiente nel suggerire decisioni che Lara non aveva il tempo di valutare.

In studio, le fecero sedere su un divano arancione troppo morbido. Di fronte, la conduttrice Sabina Fregoni — occhiali dalla montatura rosso corallo, sorriso professionale allenato da diciannove stagioni consecutive — e il co-conduttore Nico Amati, ex cantante di un trio anni Novanta riciclato come personalità televisiva.

«Dottoressa Venturi» esordì Fregoni, «lei sostiene — e mi corregga se sbaglio — che gli italiani hanno una voce nella testa.»

«No.»

«No?»

«Sostengo che abbiamo rilevato una seconda attività neurale in circa il settanta per cento dei soggetti analizzati, e che questa attività…»

«Quindi una vocina» disse Nico Amati, strizzando l'occhio in camera.

«Non è una voce. È un tracciato elettrico.»

«Però parla?»

«No.»

«E allora cosa fa?»

«Esiste.»

Amati guardò Fregoni. Fregoni guardò Amati. Dietro, una regista invisibile mormorò qualcosa nell'auricolare di Fregoni, che riaggiustò il sorriso.

«Dottoressa» disse Fregoni, «noi qui a Mattino Italia ci occupiamo di persone vere. Allora io le chiedo: come faccio, io, madre di due figli, a sapere se ho un passeggero?»

«Lo ha.»

«Ce l'ho?»

«Quasi certamente sì.»

«Ah.» Fregoni rimase a bocca aperta per un intero secondo. Un secondo televisivo, che equivale a circa dieci secondi terrestri. Poi si ricompose. «Bene. E cosa posso fare?»

«Non lo sappiamo ancora.»

«Abbiamo una chiamata!» annunciò Amati, grato. «Signora Rosa da Caserta, buongiorno. Ci sente?»

Una voce gracchiante riempì lo studio. «Buongiorno. Io volevo dire alla dottoressa. Io sono Rosa. Io questa cosa del passeggero la sento da dieci anni.»

«Signora Rosa, lei è un'ascoltatrice affezionata?»

«Affezionatissima.»

«E il passeggero.»

«Il passeggero mi dice di non comprare il sapone alla lavanda. Ma io lo compro lo stesso.»

«Bellissima storia, signora Rosa, grazie mille.»

«E a volte mi dice di lasciare mio marito.»

«Grazie signora Rosa, la salutiamo, passiamo ora a un'altra—»

«Eh ma io ho altre cose da dire.»

«Signora Rosa, grazie. Dottoressa Venturi, ultima domanda veloce: è pericoloso?»

Lara si prese un momento. Guardò Mara, seduta dietro la telecamera, che annuiva piano al ritmo di una musica che nessun altro sentiva.

«Sì» disse.

Amati rise. «Ma questa è la miglior notizia dell'anno! Non lo sappiamo, ed è pericoloso! Sentite, ragazzi a casa, abbiamo tutti un passeggero, non sappiamo cos'è, non sappiamo che farci, ed è pericoloso. Tornate dopo la pubblicità, abbiamo la signora Carlotta da Palermo che ci ha mandato i suoi cannoli al pistacchio!»

Stacco. Sigla. Pubblicità di un'assicurazione sulla vita.

Due ore dopo, l'hashtag #ilmiopasseggero era tendenza globale. A mezzogiorno, sessanta milioni di post. Entro sera, un ragazzo di Bari aveva pubblicato un duetto con il proprio passeggero — lui che cantava Battisti, la sua stessa bocca che rispondeva con una voce più bassa, diversa, che cantava Battisti ma con le parole sbagliate. Il video superò i duecento milioni di visualizzazioni. Sotto, i commenti più popolari:

il mio è peggio il mio mi sveglia alle 4 e dice solo bene bene bene

il mio ha lasciato la mia fidanzata che palle

non ci credo. è tutto montato. lara venturi pagata da pfizer.

• • •

Dante Corvelli apparve in tv una settimana dopo. Camicia nera, occhiali gialli, quella postura tipica di chi ha imparato a parlare in pubblico a Milano 3 e non l'ha mai più dimenticato. CEO di Sferica, fondatore di Corvelli Labs, azionista di tre piattaforme che nessuno usava davvero ma di cui tutti avevano sentito parlare.

«Ringrazio la dottoressa Venturi» disse Corvelli, sorridendo a una dottoressa Venturi che non era in collegamento, «per aver dato il nome a un fenomeno che noi, in Corvelli Labs, studiamo da tre anni. Il passeggero non è un problema. È un'opportunità.»

Dietro di lui si accese una diapositiva. PassengerFriend.

«PassengerFriend è la prima app al mondo che ti permette di parlare con il tuo passeggero interno. Attraverso un semplice dispositivo EEG collegato al tuo smartphone — disponibile in prevendita a centonovantanove euro, sconto del diciotto per cento per i primi centomila utenti — PassengerFriend traduce l'attività del tuo ospite in linguaggio naturale. Puoi fargli domande. Potete scambiarvi opinioni. Puoi, finalmente, conoscere quell'aspetto di te che non avevi mai incontrato.»

Applausi registrati. Corvelli sorrise più ampio.

«Lanceremo anche PassengerFriend Premium. Dodici euro al mese. Include trascrizioni quotidiane, analisi della personalità del passeggero, compatibilità con il passeggero del vostro partner. E — novità assoluta — la possibilità di far parlare il vostro passeggero con quello di un'altra persona. Chat asincrona. Senza di voi. Voi dormite, loro si conoscono.»

Lara vide la conferenza in diretta, in laboratorio, da sola. Mara era uscita «a prendere un caffè» alle dieci del mattino e non era tornata per pranzo. Quando rientrò, alle tre, aveva in mano un sacchetto di Corvelli Labs e un dispositivo EEG beta-tester che si infilò in testa senza chiedere il permesso.

«Mara.»

«Sì.»

«Cosa stai facendo?»

«Lo ascolto.»

«Chi.»

«Me.»

Mara sorrise. Dietro quel sorriso c'erano due persone. Usavano gli stessi muscoli per ragioni diverse.

La sera, Lara ricevette una telefonata privata da un numero sconosciuto. Rispose al terzo squillo.

«Dottoressa Venturi? Dante Corvelli.»

«Come ha avuto il mio numero?»

«Me l’ha dato la sua dottoranda. Una ragazza brillante, tra parentesi. Ha fatto il beta test per noi questa settimana» Una pausa. «Dottoressa, veniamo al punto. Io voglio che lei lavori con me.»

«No.»

«Non le ho ancora detto la cifra.»

«Non serve.»

«Trecento mila l'anno. Auto, casa a Milano, un team di quindici persone ai suoi ordini. Può continuare a pubblicare quello che vuole. Io le chiedo solo di firmare le cose con il mio logo sopra.»

«Dottor Corvelli, io non ho scoperto il passeggero per venderlo.»

«Dottoressa, il passeggero non è qualcosa che si vende. È qualcosa che si usa. Se non lo usa lei, lo useranno altri. E glielo dico da amico: quelli che lo useranno senza di lei saranno peggio di me.»

«Lei non è mio amico.»

«Non ancora. Ci pensi.» Riagganciò.

La settimana dopo, PassengerFriend aveva quattordici milioni di preordini. Corvelli fu invitato al Quirinale. La presidente Foschi, in conferenza stampa, disse che l'Italia era «orgogliosa di essere una potenza mondiale nell'innovazione della coscienza». Nessuno capì cosa volesse dire. Tutti applaudirono.

• • •

La prima morte avvenne a Trieste. Un uomo di quarantatré anni, ingegnere navale, lasciò il lavoro a mezzogiorno, tornò a casa, salì sul tetto del proprio palazzo e saltò. Non una parola. Nessun biglietto. Il vicino che lo vide salire disse al telegiornale: «Sorrideva. Non era lui che sorrideva. Sorrideva e basta.»

La seconda avvenne a Roma, la stessa sera. La terza a Lecce. Entro domenica, trentasette persone. Entro la settimana successiva, duemila.

Il governo convocò Lara a Palazzo Chigi. Pellicano la fece entrare da una porta laterale. La presidente Foschi la ricevette in piedi, davanti a una finestra, in controluce.

«Dottoressa. Cosa sta succedendo.»

«I passeggeri stanno emergendo.»

«Emergendo.»

«Prendono il controllo. Non di tutti. Non ancora. Ma in alcuni soggetti, il passeggero ha smesso di essere passeggero. È diventato pilota. E il pilota originario — la persona — non sempre sopravvive alla transizione.»

Foschi si voltò. Aveva sessantadue anni, una piega di capelli perfetta, e gli occhi stanchi di chi dorme quattro ore a notte da un decennio.

«Dottoressa. Lei capisce cosa significherebbe ammetterlo.»

«Credo di sì.»

«Panico. Economia ferma. Voi scienziati amate la verità. Io devo amministrare sessanta milioni di persone che alle sette di mattina si chiedono se ancora si amano.»

«Presidente…»

«Abbiamo bisogno di un'altra narrazione.»

Pellicano, alle sue spalle, porse una cartelletta. Foschi la aprì senza guardare.

«La chiameremo Non Guardare Dentro. È una campagna di salute mentale. Dice agli italiani di non farsi domande. Di vivere. Di uscire, di andare al mare, di mangiare la pasta. La malinconia — la chiameremo così, malinconia — è un prodotto della modernità. Troppa introspezione. Troppi podcast. Troppa terapia. Basta. Si esce. Si guarda fuori. Non dentro.»

«Presidente, le persone stanno morendo.»

«Le persone muoiono comunque, dottoressa. Il problema è se muoiono con un governo che funziona o con un governo che ha detto loro che il problema era nelle loro teste.»

Foschi chiuse la cartelletta. Pellicano la riprese. Lara capì di essere stata congedata circa due minuti prima di lasciare la stanza.

• • •

La campagna Non Guardare Dentro partì il lunedì successivo, su tutti i canali. Testimonial: un calciatore, una cantante, due comici. Il jingle — composto in quarantott'ore da un ragazzo di Torino — diventò virale. Tutti lo canticchiavano.

Non guardare dentro / guarda fuori / vivi il giorno / guarda il sole / oggi è oggi / oggi è oggi / non guardare dentro.

Nel giro di un mese, il paese si spaccò in due.

I Guardafuori indossavano occhiali da sole anche al chiuso, partecipavano a raduni di gruppo, organizzavano cene, camminavano, cantavano, ridevano forte. Tutto, pur di non rimanere soli con il proprio cranio. Dal mondo esterno arrivavano immagini di raduni Guardafuori in ogni piazza italiana: cinquantamila persone a Milano che si tenevano per mano e ripetevano «fuori fuori fuori» per ventidue minuti consecutivi. Le chiese si riempirono. I bar non chiudevano mai. Il consumo di alcol salì del quarantaquattro per cento. Il consumo di psicofarmaci crollò — non perché le persone stessero meglio, ma perché i medici di base si rifiutavano di prescriverli, su raccomandazione ministeriale, per non «alimentare l'introspezione».

I Guardaindentro — o Ascoltanti, come si facevano chiamare — facevano il contrario. Meditavano. Tacevano. Indossavano il dispositivo PassengerFriend ventiquattro ore al giorno. Parlavano con i propri passeggeri in pubblico, a voce alta, nei parchi, nei supermercati. Dicevano cose come: «Eh no, quello lo decidi tu, io voglio il pomodoro.» Oppure: «Va bene, va bene, ma domani sveglia alle sette.» Sembravano impazziti. Forse lo erano. Forse no.

Tra i due gruppi, in mezzo, c'era una terza categoria silenziosa: quelli in cui il passeggero aveva già vinto. Si riconoscevano da un tratto preciso — una pausa di un paio di secondi prima di ogni risposta, come se qualcuno, internamente, stesse chiedendo il permesso a sé stesso. Non morivano più. Non saltavano dai tetti. Vivevano. Ma non erano loro.

Un giovedì, Lara entrò in un supermercato di via Ugo Bassi per comprare del pane. Al banco della frutta, una donna sulla sessantina tastava un melone. Accanto a lei, un uomo della stessa età — marito, presumibilmente — la guardava senza espressione. La donna si voltò.

«Non è maturo» disse.

«Va bene» disse l'uomo, dopo un paio di secondi.

«Quello lì invece sì.»

«Va bene» disse l'uomo, dopo un paio di secondi.

«Tu cosa ne pensi?»

«Penso quello che pensi tu» disse l'uomo, dopo un paio di secondi.

La donna guardò il marito per un tempo lungo. Poi riprese a tastare il melone. Lara uscì dal supermercato senza il pane.

La televisione, nel frattempo, aveva smesso di trasmettere talk show. L'unico format sopravvissuto era il reality. In uno dei più seguiti, chiamato Fuori Tutta, dodici concorrenti vivevano in un villaggio turistico della Sardegna senza poter stare da soli per più di quattro minuti consecutivi. Chi restava solo più a lungo veniva eliminato. Non si sapeva da chi. Veniva eliminato e basta.

Lara, in laboratorio, registrava. Pubblicava. Veniva ignorata. L'università, sotto pressione del MUR, sospese i finanziamenti allo studio. Il direttore del dipartimento la chiamò per dirle che i suoi articoli non sarebbero più stati peer-reviewed in Italia. Lara gli disse di andarsene. Quello se ne andò. Mara era sparita da venti giorni.

Poi Mara tornò. Una notte, verso le due. Lara la trovò seduta davanti al portone di casa sua, in via San Vitale. Indossava lo stesso dispositivo PassengerFriend. Aveva gli occhi aperti ma non guardava niente. Respirava regolarmente.

«Mara.»

Mara sollevò lo sguardo. Due secondi.

«Lara.»

«Sei qui.»

«Sono qui.»

«Perché.»

Due secondi.

«Volevamo salutarti.»

Lara non chiese chi fosse il noi. Fece entrare Mara. Le preparò una camomilla. Mara la bevve con entrambe le mani intorno alla tazza, come fanno i bambini. Poi si addormentò sul divano. Quando Lara si svegliò la mattina dopo, Mara non c'era più. Sul tavolo, la tazza. Dentro la tazza, non più la camomilla, ma una piccola scritta a matita, sul fondo, fatta dove la ceramica era più sottile: ciao.

• • •

Lara preparò la diretta per un sabato sera. Non aveva più nulla da perdere. Il canale era una piccola piattaforma indipendente, tremila iscritti, gestita da un collettivo di studenti di Padova che odiavano il governo per motivi per lo più scorretti. A Lara andava bene.

Il pomeriggio della diretta, Lara mangiò un tramezzino in piedi, davanti al frigorifero. Si lavò i capelli. Scelse una camicia bianca perché si vedeva bene sulle telecamere. Si guardò allo specchio per un tempo lungo, cercando qualcuno dietro i propri occhi. Non trovò nessuno. O non ancora. Non sapeva quale delle due cose fosse peggio.

Tre telecamere. Due luci. Un monitor che mostrava il numero degli spettatori in diretta. Alle ventuno, quando iniziò a parlare, erano duemilaquattrocento. Alle ventuno e quindici, erano ottantamila. Alle ventuno e trenta, seicentomila. Qualcuno aveva ritwittato il link. Poi qualcun altro. Poi milioni.

Lara parlò per quarantasei minuti.

Spiegò i tracciati. Spiegò la progressione. Spiegò che i passeggeri non erano esterni — erano sempre stati lì, dentro ogni cranio umano, da sempre. Dormivano. Qualcosa, negli ultimi tre anni — forse ambientale, forse digitale, forse entrambe le cose — li aveva svegliati. Non c'era un nemico. Non c'era un'invasione. Era l'umanità che si stava sdoppiando dall'interno, e ogni tentativo di negarlo accelerava la transizione, perché la negazione era esattamente il tipo di dissonanza che dava al passeggero l'appiglio per prendere il sopravvento. Chi guardava fuori non evitava il passeggero. Lo ignorava mentre lui cresceva.

Parlò di Mara. La chiamò per nome. Disse al paese che la sua studentessa, ventotto anni, aveva avuto un passeggero intelligente, paziente, quasi gentile, e che non l'aveva uccisa — se l'era presa. Era peggio di ucciderla, aggiunse. Uccidere è un evento. Prendere è una lenta ristrutturazione. Quando tutti i muri vengono sostituiti una mattonella alla volta, a un certo punto la casa non è più la stessa casa, ma nessuno può dire quando ha smesso di esserlo.

Disse che il problema non era il passeggero. Il passeggero era solo il nome che avevano dato a qualcosa che probabilmente esisteva già da millenni e che per millenni era stato tenuto buono da qualcosa che oggi si era rotto — il silenzio, forse, o il tempo lento, o il guardarsi negli occhi per più di tre secondi consecutivi. Il problema, disse, era che il paese aveva scelto una campagna pubblicitaria come risposta a un fenomeno neurologico. Il problema era che un imprenditore aveva trasformato il terrore in un abbonamento mensile. Il problema era che la presidente del Consiglio aveva deciso che la verità era un costo politico e che i costi politici si tagliano.

«L'unica via» disse Lara nel quarantaseiesimo minuto, «è guardare. Guardare. Non guardare fuori. Non guardare dentro. Guardare e basta. Senza paura e senza campagne. Noi siamo due. Siamo sempre stati due. Forse riusciremo a conoscerci. Forse a lungo andare impareremo a convivere. Forse…»

Si fermò.

Chiunque abbia visto la diretta — e molti la rividero, per anni, cercando di capire il momento esatto — giura che gli occhi di Lara non cambiarono. Il volto non cambiò. La voce non cambiò. Cambiò solo una cosa: il ritmo. Una pausa di mezzo secondo tra «forse» e il resto della frase. Mezzo secondo troppo lungo.

Poi Lara sorrise.

«Forse non ne vale la pena.»

Restò in silenzio per altri dieci secondi. Guardò la camera con gli stessi occhi di prima ma con qualcosa dietro gli occhi che non era più di prima. Poi si alzò, ringraziò il pubblico, spense la luce e uscì dall'inquadratura.

La diretta continuò vuota per altri nove minuti prima che qualcuno la interrompesse. In quei nove minuti, un milione e duecentomila persone rimasero a guardare una sedia vuota e una lampada accesa. Scrissero commenti. Molti commenti. I più ricorrenti erano:

è successo anche a me

buonanotte lara

non guardare dentro

non guardare dentro

non guardare dentro

• • •

Il telegiornale del mattino dopo aprì con la cronaca di una festa di piazza a Napoli — trentamila persone, un successo — e chiuse con la notizia che la dottoressa Lara Venturi, ricercatrice bolognese, aveva accettato un incarico di consulenza presso Corvelli Labs. Dante Corvelli pubblicò una foto insieme a lei. Lara sorrideva. Aveva gli occhi limpidi. La didascalia diceva: Felice di unirmi a una famiglia che guarda al futuro.

La presidente Foschi, in un'intervista domenicale, definì il passaggio «una bellissima notizia per il paese».

Il jingle continuò a passare per altri sei mesi. Poi smise, perché ormai nessuno aveva più bisogno di sentirselo ricordare.

Lascia un commento

Condividi