I campioni e le autorizzazioni della P.M. li aveva consegnati di persona al responsabile del laboratorio dell’università. Cosa cercasse lo aveva indicato: sia sulla richiesta, sia comunicato a voce, ricevendo rassicurazioni che, entro il giorno seguente, avrebbe ricevuto quel referto.
Riguardo a Davide, dalla rianimazione, le erano giunte notizie tutt’altro che rassicuranti, al punto da decidere di passare, nuovamente, all’ospedale.
Alle quattro del pomeriggio il reparto era un corridoio: bianco, silenzioso, attraversato a tratti dal cigolio dei carrelli, dal beep regolare dei monitor.
Oltrepassandole, guidata dal medico responsabile, lo sguardo di Angela scorse attraverso le vetrate delle otto postazioni: otto letti isolati dal corridoio.
Sette vuote: una sola occupata.
La dottoressa, col tono asciutto di chi inutili preamboli li ha abbandonati anni fa: «La funzione respiratoria sta degradando più in fretta del previsto» le disse senza staccare gli occhi dalla cartella. «Lo manteniamo in vita con l’assistenza farmacologica. Andando di questo passo, nelle prossime ventiquattr’ore dovremo intubarlo.»
Angela annuì.
Annuire era la cosa che si faceva.
«Ho un altro paziente nella sezione accanto. Mi scusi! Torno appena termino.»
La porta vetrata scivolò alle spalle della dottoressa con un soffio pneumatico, lasciando Angela in piedi, accanto al letto in cui stava Davide.
Non era la prima volta che poteva stargli così vicino, ma era la prima volta che potesse toccarlo senza che lui si ritraesse.
Lo guardò.
Lo immaginava asciutto sotto i maglioni troppo grandi; sotto le camicie informi che indossava con la disinvoltura di chi non ci tiene ad apparire; sotto, se l’era solo figurato.
Adesso il camice da degente — di quelli verdi, sottili, allacciati sul fianco — gli era stato scostato sul petto per lasciare spazio agli elettrodi. Cinque cerchietti adesivi gli punteggiavano il torace, da ciascuno partiva un filo che si raccoglieva in un cavo unico prima di salire al monitor. Un’agocannula gli usciva dall’incavo del braccio sinistro, fissata al polso da una striscia di cerotto trasparente. Due tubicini sottili gli passavano sotto il naso.
Aveva un torace bianco, scolpito; il petto che il pallore indotto dalla sedazione rendeva marmoreo. Nient’altro ostacolava lo sguardo nel percorrere i rilievi delle masse muscolari.
L’aveva pensato come un gioco: mail sibilline scritte come una liceale, calibrate su misura per riuscire ad accenderne l’attenzione.
Ma aveva ottenuto solo il silenzio.
Che lei aveva interpretato come orgoglio, come sfida.
Finché non aveva visto la mano di quella metallara poggiata sulla sua, lei che gli sussurrava all’orecchio qualcosa con fare complice. Angela che, stringendo i denti, si era detta: sarà una collega.
O il giorno prima, in quella stessa stanza: la rossa.
La stessa identica stretta dietro lo sterno. Lo stesso termine — fastidio — usato per non chiamare quel sentire col suo giusto nome.
Una sensazione che ora non aveva più nulla dietro cui nascondersi.
Si guardò attorno: il corridoio oltre la parete vetrata era vuoto. La dottoressa andata. Solo la linea verde sul monitor scandiva con regolarità l’impulso del cuore.
Avanzò di un passo verso di lui tendendo la mano, ansiosa. Lasciando che le dita sfiorassero, attraverso il lattice, fra un elettrodo e l’altro, i promontori di quel corpo; lasciandole scorrere, non più rifiutate, nei solchi tracciati dagli addominali.
Ma non le bastava. Voleva di più. Avrebbe avuto di più.
Il lattice attutiva tutto: sentiva il rilievo dei pettorali, dei muscoli compatti, ma non il calore — non quello che sapeva esserci sotto. Era come toccarlo attraverso un vetro sottile. Un filtro che impediva al suo desiderio di essere soddisfatto.
Lo sentiva montare dentro una lei titubante se approfittarne o ritenersi appagata; nel dubbio ritrasse la mano.
Ma l’occasione era unica. Forse era l’ultima.
Quest’idea le fu sufficiente per ricredersi.
Cedendo all’impulso, cominciò a sfilarsi il guanto destro. Lentamente. Dito per dito. Come si fa quando si vuole fingere a sé stessi di non aver ancora deciso. Tirò la punta di ciascun dito per scollare il lattice dalla pelle, poi pizzicò il polsino tra il pollice e l’indice della sinistra e lo trascinò. Il guanto si rovesciò su sé stesso e le rimase in pugno, già senza più la sua forma. Lo strinse contro il palmo della sinistra.
Lo sfiorò di nuovo, solo con i polpastrelli. Stavolta la pelle era tiepida — viva, in qualche modo, nonostante tutto.
Le sue unghie lasciarono scie sottili che si arrossarono all’istante, tornando subito a confondersi col pallore.
Le osservò apparire, poi sparire.
Ripeté il gesto con maggior enfasi. Con intenzione. Volendo lasciare i propri segni.
Il suo segno. Il suo marchio.
Si morse lentamente il labbro. Vide il petto sollevarsi al ritmo pigro dei farmaci. Il monitor lasciar scorrere la traccia verde. La sua mano insistere nell’esplorazione del corpo inerme di Davide.
Raggiunse il bordo del lenzuolo. Il pollice arrivò a sfiorare l’orlo della coperta termica.
Il colpetto di tosse alle sue spalle fu così discreto che lo capì subito, prima ancora di voltarsi: era stato calibrato per essere discreto. Calibrato significava che chi era dietro di lei era arrivato da qualche secondo, almeno.
Ritrasse di scatto la mano e lasciò scivolare il guanto sgualcito sotto la falda ampia del camice, col gesto di chi sta sistemandosi un polsino.
Si voltò, sforzandosi di apparire impassibile, trattenendo il fiato. La dottoressa era sulla soglia, con la cartellina in mano.
Non disse nulla.
Sul suo volto non c’era né rimprovero né scandalo, e questa neutralità fu, di tutte le possibili reazioni, la più difficile da reggere. La superò, le passò accanto come se Angela non ci fosse, e raggiunse l’altro lato del letto. Aveva gli occhi fissi sul monitor.
Allungò la mano e premette il pulsante che richiamava l’infermiera.
Angela immaginò la scena: la sorveglianza che entrava, una conversazione in un ufficio al piano terra, una procedura interna, una scia rossa in fondo alla carriera. Aprì la bocca per dire qualcosa — non sapeva cosa — ma la dottoressa, senza guardarla, parlò per prima.
«Sembra stia iniziando a reagire.»
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