Vi sono palazzi, nelle periferie che la luce ha smesso di amare, dove la pietra ricorda. Ricorda i passi e le voci, le mani che hanno sfiorato i corrimani, imprecazioni urlate alle pareti. Ricorda, soprattutto, ciò che non si dovrebbe ricordare. Il caseggiato in cui Elisa aveva trascorso i suoi quattordici anni di vita era una di quelle costruzioni: cemento ingiallito, finestre come occhi velati, scale che salivano e scendevano senza che chi le percorreva sapesse esattamente quanti gradini, di volta in volta, avesse attraversato.
Quel pomeriggio di ottobre, l’assolo di «Stairway to Heaven» le si insinuò negli auricolari, scelto dal capriccio della playlist. Fu interrotto da una chiamata di Davide.
«Arrivi?»
«Un attimo, un attimo. Dove ci becchiamo?»
«Te l’ho mandata ieri, la posizione.»
La rassegnazione nella voce del ragazzo le scivolò addosso. Non gli disse che non ricordava, perché Elisa, nonostante la sua età, aveva già imparato che certe cose non vanno dette.
«Mandamela lo stesso.»
Il pallino azzurro comparve sullo schermo. Era vicino: dietro al palazzo, dall’altra parte del prato dove l’erba aveva rinunciato anni prima a credere nella primavera. Cinque minuti, gli disse. E, riposto il telefono, si guardò attorno per la stanza come se fosse la prima volta che la vedeva.
Letto sfatto. Libri di scuola sigillati nella loro innocenza di plastica. Un bomber di nylon nero che sbucava da sotto le coperte sghignazzando. Lo afferrò, lo scosse, lo infilò.
Le chiavi, palpando la tasca interna, c’erano.
Felix dormiva da qualche parte. Bisognava dargli da mangiare. Bisognava controllare il gas. Bisognava fare in fretta. Bisognava sempre fare in fretta, come se fosse un sigillo che impediva ad altre cose di affiorare.
In cucina, le manopole del gas erano tutte chiuse. Lo stipetto dei croccantini conteneva soltanto sacchetti sigillati. Eppure ne aveva aperto uno il giorno prima. Forse era stata opera di suo padre.
Esagerava sempre con le dosi, da quando viveva da solo con lei e con Felix, da quando la madre era morta lasciando in eredità a entrambi una certa propensione al silenzio. Felix sarebbe diventato un gatto obeso continuando così. In effetti, la fissava dalla soglia, con quegli occhi gialli che sembravano sempre vedere attraverso di lei.
«Ecco, ecco. Arriva la pappa.»
Felix si avvicinò. Si strofinò. Fece le fusa. Ma non guardò la ciotola. Guardò lei. La studiò come qualcosa che, per ragioni note solo ai gatti, conviene sorvegliare.
L’orologio sulla porta diceva che era tardi. Elisa uscì sbattendo la porta più forte di quanto avesse voluto, e il fragore metallico rimbombò nella tromba delle scale come il colpo di un martello su una lastra di ferro. Si frugò la tasca. Vuota.
«Merda» mormorò.
Suo padre era fuori città, non sarebbe rientrato prima di due giorni. Restò ferma davanti alla porta, lo zaino che le scivolava lungo il braccio. Per un attimo fu presa dal panico, poi la consapevolezza la invase. Anna. Sua sorella. Viveva nel palazzo di fronte, e aveva una copia delle chiavi. Si voltò.
Sulla porta dell’ascensore qualcuno aveva incollato un cartello: ASCENSORE GUASTO, le lettere tracciate con un pennarello che era andato esaurendosi a metà parola. Ieri funzionava. Stamattina, no. Nelle case popolari, ciò che si guasta resta guasto.
Le scale, sotto i suoi passi, sembrarono allungarsi. Avvertì Davide al telefono mentre si scapicollava giù: dieci minuti, quindici, scusa, poi ti spiego. Poi ti spiego. Quante volte, in quei quattordici anni, aveva pronunciato quella formula? Era diventata una piccola preghiera apotropaica, una formula che teneva lontane le domande.
Quando uscì dal portone, «The Unforgiven» le scorreva già nelle orecchie. Due bambini si rincorrevano attorno a uno scivolo che aveva dimenticato il proprio colore. Una madre, dal terzo piano, urlava ordini che il vento dissolveva prima che raggiungessero qualcuno. Elisa attraversò il prato senza guardare.
Salì i tre gradini dell’androne della scala D e si fermò, investita dal fetore. Piscio, cartone marcio, qualcosa di organico che fermentava nei sacchi neri squarciati dai randagi. All’angolo, dietro il cassonetto divelto: bottiglie rotte, una scarpa spaiata, un giornale ingiallito, una macchia che non si poteva nominare. Cominciò a salire, respirando con la bocca, tenendosi lontana dal corrimano lercio.
Fu al primo pianerottolo che lo vide.
Era in piedi accanto alla finestra, controluce. Le braccia gli pendevano lungo i fianchi. Il giubbotto militare e i pantaloni della tuta sporchi gli stavano addosso come a un attaccapanni. Si grattava. Si grattava forte, dita ossute terminate in unghie nere e lunghe che tracciavano sentieri rossi dietro l’orecchio, come a scavassero verso qualcosa di sepolto sotto la pelle. Le spalle scattavano in avanti a strappi, come se dentro qualcosa lottasse per uscire. Elisa abbassò gli occhi cercando di passare oltre.
L’uomo le si parò davanti.
«Me la fumi?»
La voce era biascicata. Elisa sollevò lo sguardo solo quel tanto che bastava per inquadrare le dita ingiallite che stringevano una sigaretta rotta.
«Cosa?»
«Me… la… fumi?»
«Non fumo.»
Fece un passo di lato. Lui si voltò di scatto e si accoccolò sul gradino, grattandosi di nuovo l’orecchio.
Elisa salì. «Highway Star» le batteva nei timpani. Quattro piani. Tre. Due. Uno. Quinto piano, il fiato corto, il dito sul campanello.
Anna aprì in vestaglia, i capelli legati con un elastico messo male, più fuori che dentro. Dal salotto giungeva il pianto stanco di una bambina.
«Eli. Che ci fai qui? Non dovevi vederti con Davide?»
«Ho lasciato le chiavi dentro casa.»
«Di nuovo?» Lo disse alzando gli occhi al cielo, con quel tono di chi conosce certi schemi e ha smesso, da tempo, di provare a infrangerli. «Aspetta.»
Sparì in cucina. Il pianto della bambina si fece più acuto, poi si attenuò sotto il sussurro di Anna. Elisa non riuscì a distinguere le parole, ma il tono no, quello lo riconosceva. Poco dopo tornò con le chiavi strette nel pugno. «Tieni. Ma non le perdere.»
«Grazie.»
Anna la guardò un istante di troppo. Aveva sette anni più di lei, e nella loro infanzia comune aveva visto molte cose. Aveva imparato a non chiedere.
«Tutto bene? Sembri nervosa»
«C’è uno sulle scale.»
«Il tossico?»
«Sì.»
Anna storse la bocca. «Corri. Sono come zombi.» Elisa la guardò. Sua nipote continuava a piangere.
«Devo andare… sta attenta.» concluse Anna, prima di richiudere la porta.
Elisa restò un istante sul pianerottolo. Dietro l’uscio, la voce di Anna parlava alla bambina in tono monotono, calmo: una voce che era solo per metà quella di sua sorella. L’altra metà era di una persona che Elisa non conosceva, o conosceva troppo bene. Iniziò a scendere. La playlist passò a «Warriors of the World United».
· · ·
Quando tornò al primo pianerottolo, l’uomo non c’era più. C’era soltanto, sul pavimento, accanto alla finestra, la sigaretta scalcagnata. Elisa scese gli ultimi due gradini e si sentì afferrare.
Le dita serrarono la carne attraverso l’imbottitura del bomber. Un grido le rimase in gola. Si volta e In un battito di ciglia sul pianerottolo non c’era più il drogato, solo la sigaretta strapazzata sul pavimento e, accanto a essa, il ragno.
Uno di quelli sottili, con le zampette interminabili, lunghe come capelli. Il ragno era immobile. Elisa non pensò, agì.
Lo schiacciò con l’avampiede, sollevando il tallone per caricarci più peso, facendo perno, oscillando. Sotto la suola avvertì uno schiocco impercettibile, non come la chitina che cede di colpo, ma morbido. Qualcosa di viscido le fece scivolare il piede di lato. Restò in equilibrio sull’altro, senza abbandonare la presa.
Lasciò trascorrere del tempo. Lunghi minuti, durante i quali rimase ferma, il piede premuto, l’orecchio teso. Quando, finalmente, sollevò il piede, sulla suola e sul pavimento c’era una macchia.
Più grande del ragno. Diversa. Più scura. Con dentro qualcosa di filamentoso, e in mezzo, proprio al centro, qualcosa che luccicava come un tessuto bagnato.
Sul pianerottolo regnava un silenzio tombale. Elisa si chinò, aprì lo zaino, cercò un fazzoletto. Ne trovò un pacchetto. Da quando aveva memoria di sé, portava sempre un pacchetto. Sua madre glieli ricordava sempre, fin da quando era piccola. I fazzoletti non dovevano mancare mai.
Con uno ripulì la suola e il pavimento. Strofinò finché della macchia non rimase che un leggero alone. Con il secondo raccolse i resti. Appallottolò tutto in un pugno.
Scese gli ultimi scalini. Quando uscì all’aperto, i due bambini stavano ancora rincorrendosi attorno allo scivolo. Ma la madre del terzo piano non era più alla finestra.
Si diresse verso il punto d’incontro con Davide, sul lato est, dove il prato si scontra con la siepe che delimita il parcheggio. Lungo il tragitto si liberò del contenuto. Con noncuranza. Come si getterebbe una cartaccia. Senza guardare dove cadeva. Perché Elisa aveva imparato che guardare dove cadono certe cose è già una forma di ricordarle, e che ricordarle è già una forma di richiamarle.
Sotto la pensilina, Davide la vide arrivare e sorrise. «Princess of the Dawn» le scorreva nelle cuffie.
«Fatto tutto?»
«Fatto.»
«Tutto a posto?»
«A posto.»
La abbracciò. Lei lo lasciò fare.
· · ·
La festa da Carlo finì tardi. Davide ed Elisa dormirono lì. Si svegliarono nel pomeriggio del giorno seguente, in un letto a una piazza, con il sapore di birra calda in bocca e raggi di sole che, attraverso la persiana, tagliava il pavimento in fette.
Mentre loro ancora dormivano, una signora del primo piano, scuotendo il tappeto dalla finestra, intravide l’oggetto scuro sul prato, accanto alla siepe del parcheggio.
Pensando a un sacco continuò a scuotere il tappeto. Poi smise. Guardò meglio e cacciò un urlo.
La caserma era a ottocento metri. La pattuglia ci mise solo sette minuti.
Quella cosa distesa sul prato non aveva più tratti distinguibili. La carne appariva compatta. Fin troppo. Schiacciata come se fosse stata serrata in una pressa idraulica. Gli abiti — un giubbotto militare, i pantaloni di una tuta — erano integri. Quello che contenevano, no.
Dei due agenti, il più giovane si allontanò di qualche passo per vomitare contro il muro del palazzo. L’altro restò in piedi con la radio in mano, senza la forza di chiamare in centrale: come si spiega una cosa del genere, e come si spiega — soprattutto — la sensazione, vaga ma inequivocabile, di aver già rinvenuto qualcosa di simile, mesi prima, in un altro quartiere, su un altro prato, accanto a un’altra siepe? Mormorò, al collega che non c’era, o forse soltanto a sé stesso:
«Come l’avranno portato qua?» E poi:
«Non si può trasportare un corpo in queste condizioni.» E poi, più piano:
«Non è la prima volta.»
· · ·
La notizia passò nel telegiornale di mezzogiorno. Elisa e Davide non lo videro. La televisione, da Carlo, non era stata accesa.
Tornarono a casa la sera; trovarono il giardino transennato, tre macchine della polizia con i lampeggianti ancora accesi nel parcheggio.
L’ascensore ancora guasto. Salirono i cinque piani in silenzio, mano nella mano.
In casa, Davide andò in cucina a prendere una birra. Elisa lo seguì. Si avvicinarono alla portafinestra del balcone per guardare meglio.
«Hai visto?» fece lui col mento.
«Sì.»
«Che sarà successo?»
Elisa si scostò. Andò allo stipetto. Aprì una nuova confezione di croccantini per Felix. Riempì la ciotola. Si guardò attorno aspettandosi che il gatto arrivasse.
«Che vuoi che ne sappia»
«Pazzesco.»
«Già.»
Davide scolò una sorsata di birra. Lei richiuse la confezione. La ripose nello stipetto. Si voltò verso il frigorifero.
«Hai fame?»
«Un po’.»
«Preparo qualcosa io.»
Andò verso il frigorifero, e fu in quel momento — esattamente in quel momento — che le tornò la sensazione. Le pareva di sentire, in qualche piega lontana dell’orecchio, l’assolo di «Stairway to Heaven». E le pareva, soprattutto, di stringere qualcosa in pugno. In entrambi i pugni.
Aprì le mani davanti al frigorifero.
Nel pugno destro c’erano le chiavi di Anna.
Nel pugno sinistro c’erano le sue. Le sue chiavi. Quelle che aveva lasciato — ne era certa — sul comodino.
Quelle che, da quel comodino, non erano mai state riprese.
Sulle labbra di Elisa apparve un sorriso. Aveva il sapore di un ghigno. E in quel sorriso c’era ciò che la pietra del palazzo aveva sempre saputo, e che la madre — anni prima, mettendole pacchetti di fazzoletti nello zaino — aveva accettato senza chiedere: che ci sono famiglie, in certe periferie dimenticate dalla luce, in cui certe cose si tramandano. Si tramandano come si tramanda il colore degli occhi. Si tramandano come si tramanda il modo di camminare.
Si tramandano e non si nominano.
Felix, dalla soglia della cucina, la fissava. Gli occhi gialli. Le orecchie ferme.
Felix, pensò Elisa, sapeva.
Felix aveva sempre saputo.
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